Introduzione
Questa antologia rappresenta la traduzione di
contributi apparsi nei più recenti fascicoli della International Socialist
Review[1]
sui temi più caldi della politica internazionale degli ultimi mesi. Vengono
presi quindi in esame soprattutto i temi più legati al dibattito politico
americano, spesso assai poco conosciuti in Italia e in Europa, e soprattutto i
problemi aperti dalla “nuova guerra di Bush” (e alle sue prospettive), a cui è
dedicato il saggio che apre il volume.
Infatti non si erano ancora spenti gli echi e
le riflessioni sulle tempestose giornate di lotta genovesi di luglio che l’11
settembre, con gli attacchi terroristici alle Twin Towers e al Pentagono,
tutto il quadro della situazione politica mondiale è mutato repentinamente.
Ovviamente non siamo i primi, e non saremo gli ultimi, a segnalare come questi
avvenimenti abbiano prodotto delle accelerazioni politiche di cui potremo
cogliere la portata solo tra qualche tempo.
Il movimento “antiglobal” in Italia di fronte
al precipitare degli eventi è rimasto quasi paralizzato, incapace di fornire
analisi e parole d’ordine che fossero all’altezza della situazione. Per certi
versi ciò era inevitabile. Se il suo insorgere a livello internazionale aveva
rappresentato una ventata fresca di contestazione (seppur parziale) al
capitalismo e ai modelli economici liberisti dopo venti anni soffocante pace
sociale e conformismo ideologico (e ai temi del movimento per la giustizia
globale è dedicata l’ultima parte di questo volume), i limiti di analisi e le
rivendicazioni prospettate rischiano di farlo finire in un vicolo cieco anche
perché l’incedere della recessione internazionale impone la necessità di porre
in primo piano le questioni che toccano più da vicino milioni di persone:
l’incertezza del posto di lavoro, il precariato, l’erosione dei servizi
sociali, la vacuità degli stili di vita borghesi.
Molte delle analisi (e delle illusioni) che
avevano accompagnato l’ascesa di questo movimento sono state spazzate via in
un attimo. E’ proprio vero: ci sono giorni che valgono anni. Dopo l’11
settembre abbiamo assistito a interventi vigorosi e concertati delle
principali banche centrali sia con l’abbassamento ripetuto dei tassi
d’interesse sia attraverso iniezioni di liquidità che hanno salvato dalla
catastrofe molte multinazionali fino al giorno prima ai vertici di Wall
Street. Abbiamo visto presidenti di Stati, presidenti dei consigli dei
ministri e ministri degli esteri impegnati in sfibranti tour diplomatici
presso le capitali di paesi di cui probabilmente non conoscevano neppure il
nome; abbiamo visto dappertutto forgiarsi quell’union sacré di tutte le
forze borghesi che si rende necessaria solo nei momenti più difficili.
Altro che progressiva erosione dello Stato nazionale, altro che Impero! Al
posto della miope e unilaterale interpretazione della sinistra italiana
infeudata dallo stalinismo che ha voluto sempre vedere solo ed
esclusivamente il dominio della potenza americana (giungendo perfino
sostenere, fino a non più di qualche anno fa, la ridicola tesi dell’Italia
colonia statunitense) ci troviamo di fronte a una più intricata ragnatela
di rapporti tra grandi potenze globali e piccole potenze regionali per
ripartirsi zone d’influenze, ritagliarsi alleanze e accessi alle risorse
energetiche dell’Asia Centrale. È la più chiara dimostrazione che i vecchi
“attrezzi” metodologici del marxismo troppo rapidamente gettati in soffitta,
possono garantire un’analisi capace di comprendere quello che oggi succede
superando sia i limiti delle scuole borghesi “realiste” che l’impotente
“wilsonismo” pacifista .
La guerra si è materializzata sotto i nostri
occhi (sia quella corsara e reazionaria di bin Laden che quella scientifica e
mostruosa degli eserciti anglo-americani) non come destino cinico e crudele,
non come recrudescente ritorno dell’uomo all’irragionevolezza ma “come forma
della vita capitalista, legittima quanto la pace” (Lenin). Altro che
riforma dell’ONU! Altro che azioni di polizia internazionale!
Questa guerra, che per stessa ammissione di
Bush durerà anni, ci ha mostra un’ulteriore sfaccettatura della
globalizzazione, quella della globalizzazione dell’oppressione e del terrore
che potrà essere fermata, come scrisse una indimenticata comunista
rivoluzionaria, “solo a condizione che i lavoratori (…) sappiano riscuotersi
dalla loro ubriacatura, stringersi fraternamente per mano e sovrastare il coro
bestiale della canea imperialistica così come le roche strida delle iene
capitalistiche, col vecchio e possente grido di guerra del lavoro: Proletari
di tutti i paesi, unitevi!”
Prima parte
L’AMERICA IN GUERRA
Lance Selfa
e Ahmed Shawki
La nuova
guerra di Bush
Lance Selfa
è redattore della
International Socialist Review. Ahmed
Shawki è direttore della International Socialist Review.
Tutte le operazioni militari statunitensi
hanno sempre goduto della copertura di giustificazioni create ad arte per il
pubblico che servono a coprirne gli scopi reali. George Bush I fece passare la
guerra del Golfo Persico del 1991 per un nobile sforzo volto a dimostrare che
“non c’era spazio per le palesi aggressioni”. Nel 1999 Clinton cercò di far
passare una guerra intesa a preservare la “credibilità” della NATO per
un’operazione umanitaria che aveva quale obiettivo, salvare i rifugiati
kosovari. La “guerra al terrorismo” di Gorge Bush II non è diversa. Se Bush
fosse stato interessato semplicemente a “assicurare alla giustizia” gli
esecutori degli attacchi dell’11 settembre, non avrebbe lanciato una
indeterminata, pluriennale “guerra al terrorismo.” Bush parla costantemente di
“difesa della libertà” e della necessità di sgominare “il male” per nascondere
deliberatamente gli obiettivi geopolitici e imperiali statunitensi in questa
guerra.
Le ragioni di questi inganni sono semplici da
spiegare. Se il popolo americano conoscesse le ragioni reali dell’intervento –
così come del resto successe durante la guerra del Vietnam – non la
sosterrebbe. Strobe Talbott che ha partecipato a questa frode in qualità di
plenipotenziario speciale di Clinton in Russia durante la guerra del Kosovo,
ha spiegato:
Il popolo americano non ha mai accettato la
geopolitica tradizionale o i puri calcoli di bilancia di potenza come una
ragione sufficiente per espandere le ricchezze nazionali o per inviare soldati
americani in terre straniere. Durante questo secolo [il XX] i governi
americani hanno spiegato le loro decisioni di inviare truppe “al di fuori”
invocando qualche necessità di difendere la democrazia.[2]
Fondamentalmente, l’Operazione Libertà
Duratura è intesa a difendere un tipo di libertà: la libertà americana a
continuare a intervenire in giro per il mondo per piegare i paesi alla sua
volontà. Bush spera che l’Operazione Libertà Duratura sarà l’equivalente del
XXI secolo dell’Operazione Tempesta nel Deserto che suo padre descrisse
come il “campo di prova” per una politica americana del tipo “ciò che diciamo
noi è legge”.[3]
Forse nei suoi sogni più sfrenati, Bush II
crede che la sua “guerra al terrorismo” diventerà l’equivalente della Guerra
Fredda del XXI secolo, con il “terrorismo” al posto del “comunismo” come fine
ultimo razionale dei disegni imperiali USA.
Nell’attuale fase, con l’attacco
all’Afghanistan, l’Operazione Libertà Duratura ha permesso agli USA di portare
avanti molti dei suoi obiettivi geopolitici, di cui tre spiccano in modo
particolare. Si tratterebbe di proiettare la potenza americana “nell’arco del
conflitto in Asia”; di erodere l’influenza russa in Asia Centrale per ottenere
un più ampio accesso alle risorse petrolifere e di gas naturale del mar
Caspio; di rafforzare l’egemonia USA nel Medio Oriente.
Dalla fine della Guerra Fredda, gli USA si
sono posti la priorità di impedire o ritardare l’ascesa di un “competitore
strategico” che possa disporre di una forza militare ed economica che possa
potenzialmente sfidare l’egemonia americana su un’area geografica che si
estende dall’ Europa all’Asia. I principali scenari disegnati dalle Forze
Armate USA assegnano il ruolo di “competitore strategico” a una di queste tre
potenze asiatiche: Russia, Cina o India. Come afferma la redazione della
Quadrennial Defense Review (di seguito “QDR”) nel numero del 30
settembre 2001
Esiste la possibilità che un concorrente
militare con formidabili risorse di base emergerà nella regione. Il litorale
dell’Asia Orientale – dalla baia del Bengala al mar del Giappone – rappresenta
un area particolarmente impegnativa. Gli Stati Uniti hanno anche meno minor
certezza di accesso ai vantaggi nella regione. Ciò pone il problema di
assicurarsi accessi addizionali e accordi infrastrutturali e lo sviluppo di
sistemi in grado di sostenere operazioni a grandi distanze con il minimo
supporto di teatro di base.[4]
L’establishment della Difesa americana è
convinto che il probabile “sfidante” per l’egemonia regionale nei prossimi due
decenni sarà la Cina. Gli USA vedono l’Asia come la regione potenzialmente più
instabile del mondo, un’ipotesi che ha guadagnato credibilità quando, due
acerrimi nemici regionali, India e Pakistan, hanno realizzato esperimenti
nucleari a una settimana di distanza l’uno dall’altra nel 1998. A differenza
dell’Europa, dove la fine della Guerra Fredda ha portato a una significativa
riduzione delle forze di occupazione, gli USA hanno accresciuto lo
stanziamento di truppe a Okinawa e in Corea del Sud. Ma i recenti sviluppi
regionali – dalla riconciliazione sulla penisola Coreana ai movimenti per
mandar via gli USA da Okinawa – hanno reso i bastioni americani in Asia
Orientale più incerti.[5]
Cosa ha a che vedere tutto ciò con la “guerra
al terrorismo” intrapresa in Afghanistan? Molto. In primo luogo se si getta
uno sguardo alle cartine militari degli schieramenti militari e navali
americani disponibili al pubblico si vedrà che gli USA circondano quella
regione con truppe, navi e altri mezzi bellici. Rimane ancora da vedere se gli
USA pensino a un dislocamento di forze in Uzbekistan and Tajikistan e a un
tentativo di negoziare il ritorno di una base navale nelle Filippine come
strumento permanente della loro “difesa avanzata”. Ciò potrebbe certamente
aiutare il piano USA a lunga scadenza di trasferire in Asia altre forze ora
stanziate in Europa.
In secondo luogo se la Cina è il principale
“competitore strategico” per il futuro, le operazioni militari USA in
Afghanistan aiutano a mettere la Cina in una morsa. Le forze armate USA
potrebbero essere ora schierate sul fianco orientale cinese in Giappone, Corea
e nello stretto di Taiwan, e sul fianco cinese occidentale in Asia Centrale.
La Cina non è in grado di fermare la proiezione USA in Asia Centrale e non osa
tagliare la strada agli USA. Così ha deciso per un limitato sostegno agli USA
in quanto
[Washington]
sarebbe disponibile una estensione dell’influenza cinese in Asia Centrale in
modo da bilanciare l’espansione americana nella regione; gli USA sarebbero
pieni di gratitudine e si garantirebbe una rinnovata fiducia tra i due paesi.
Pechino inoltre potrebbe in cambio ottenere qualcosa sulle questioni di Taiwan
e Xinjiang.[6]
La Cina, un alleato del Pakistan da più di 50
anni, ha giocato, dietro le quinte, un ruolo chiave per garantire la
cooperazione di Islamabad con Washington.[7]
L’obiettivo a lunga scadenza della Cina diventare una potenza regionale in
Asia dipende dalla sua capacità attuale di tenere a bada gli USA. Così, almeno
temporaneamente, l’interesse di Pechino a far sì che gli USA non diventino un
proprio nemico coincide con l’interesse USA di controllare la Cina.
Gli USA sanno
che la “stabilità” nel Sud dell’Asia dipende dalla sua capacità di
barcamenarsi tra Pakistan e India. Dalla fine della Guerra Fredda, l’India,
che è rivale della Cina, ha cercato di diventare nella regione uno dei
partners strategici degli USA. È stato il solo paese di una certa importanza,
se si eccettua Israele, ad applaudire il discorso del 1 maggio 2001 di Bush in
cui venivano descritti i piani di Guerre Stellari. E così non desta sorpresa
che l’India abbia offerto agli USA l’utilizzo delle proprie basi, messo a
disposizione la propria intelligence e, soprattutto, fornito il proprio
sostegno politico, alla guerra americana contro il “fondamentalismo islamico”.
Gli Stati Uniti
guardano alla disputa indo-pakistana, con la sua dimensione nucleare, come
alla più importante minaccia alla sicurezza della regione, pericoli
terroristici inclusi. Su tutte questioni le politiche dell’India sono cruciali
per la pace nella regione.[8]
Ma gli USA non potevano accettare tutte le
offerte indiane. Si sono invece orientati maggiormente verso il Pakistan, un
vecchio alleato della Guerra Fredda. Per tutti gli anni ’80 il Pakistan fu il
principale “subappaltatore” della guerra americana per procura contro l’URSS
in Afghanistan. I servizi segreti pakistani addestrarono i combattenti
mujahedin in Afghanistan e portarono al potere i talebani. Ora gli USA hanno
imposto al Pakistan di abbandonarli al proprio destino. Il Pakistan, in linea
di massima, desidera che qualunque governo emerga tra le macerie
dell’Afghanistan post-bellico, sia un controllabile vassallo. È proprio per
questo che gli USA hanno deciso di orientarsi principalmente verso Islamabad
incoraggiandola con un prestito di 1000 miliardi di dollari concessi del Fondo
Monetario Internazionale. Ma per sfruttare ogni vantaggio, gli USA hanno
deciso di eliminare le sanzioni che gravavano sia sull’India che sul Pakistan.
L’Afghanistan si colloca al crocevia di
un’area in cui sono concentrati grandi giacimenti di petrolio e gas, secondi
probabilmente solo a quelli del Golfo Persico. Per questa ragione tutte le
grandi potenze – gli USA, la Russia, la Cina, la Francia, la Gran Bretagna e
la Germania – stanno tramando da un decennio per porre sotto il proprio
controllo le risorse di quell’area. Gli USA hanno chiarito quali siano le loro
pretese con la ben pubblicizzata operazione militare del 1997 che ha portato
al dispiegamento di 500 paracadutisti della Ottantaduesima Divisione
Aerotrasportata del Nord Carolina nei deserti del Kazakhstan. Nella storia
militare non c’era ancora stata un’operazione di questa gittata (oltre 11500
km.). Si intendeva così dimostrare, come dichiarò il comandate
dell’operazione, il generale della Marina John Sheehan, che non c’è nazione
sulla faccia della terra che non possa essere raggiunta.[9]
Questo record è stato superato nell’attuale guerra in Afghanistan con
l’utilizzo dei bombardieri dei B-2. I bombardieri partono dagli aeroporti del
Missouri, colpiscono l’Afghanistan, e tornano negli USA senza avere la
necessità di fare alcun scalo. Dato che le ricchezze del mar Caspio sono
localizzate a centinaia di chilometri dalle acque internazionali, devono
essere convogliate sui mercati con delle pipelines. Solo quando sapremo gli
itinerari delle pipelines potremo conoscere i veri vincitori e perdenti nella
contesa sul mar Caspio. Dopo il collasso dell’URSS, gli USA hanno provato a
utilizzare tutta la loro potenza per far sì che le pipelines attraversassero
paesi amici e non quelli a loro ostili. E così malgrado che l’itinerario più
breve ed economicamente meno costoso per l’imbarco del petrolio e del gas
fosse quello che andava dall’Iran al Golfo Persico, gli USA hanno promosso un
progetto di pipeline lungo 1.100 miglia che da Baku, attraverso la Georgia,
raggiunga il porto turco di Ceyhan. Questa pipeline (e altri progetti dello
stesso tipo) hanno come obiettivo di evitare itinerari che prevedano il
passaggio delle materie prime dell’Asia Centrale dall’Iran o dalla Russia. Gli
USA hanno cercato di produrre un cuneo tra le ex repubbliche Sovietiche e la
Russia in modo tale che le prime possano vendere le loro risorse naturali
direttamente all’Occidente. L’idea americana secondo cui “Stati indipendenti e
sovrani possano difendersi da soli” (una delle spiegazioni della “Operazione
Sheehan” del 1997) è volta ad indebolire ulteriormente l’ex superpotenza
russa. È in questo contesto che Mosca ha tentato di riaffermare la sua la sua
influenza sulle Repubbliche dell’Asia Centrale (Azerbaijan, Uzbekistan,
Tajikistan, Turkmenistan).[10]
La politica americana in Afghanistan
s'inserisce in questo scontro per il controllo delle risorse petrolifere.
Infatti gli USA e il Pakistan sponsorizzarono l’ascesa dei talebani al potere
come strumento per creare “stabilità” nel paese, proprio nel contesto di
quella strategia.
Oggi il Wall Street Journal si è unito
agli altri media americani nell’invocare la testa dei talebani, ma nel 1997
affermava che “piaccia o non piaccia i talebani sono il soggetto politico, in
questa fase storica, maggiormente in grado di ottenere la pace in
Afghanistan.” Il successo dei talebani è stato decisivo per assicurare
all’Afghanistan “il principale itinerario per l’esportazione delle petrolio,
del gas e delle altre risorse naturali dall’Asia Centrale”. Il più audace dei
progetti, quello di costruire una pipeline (la UNOCAL) che attraversasse
l’Afghanistan per trasportare il gas naturale dal Turkmenistan al Pakistan,
“era basato sulla promessa fatta dai talebani di giungere a conquistare tutto
l’Afghanistan”.
I talebani offrivano agli USA quella stabilità
che poteva rendere realizzabile il progetto UNOCAL.
Comunque gli USA iniziarono a cambiare questa
loro politica dopo il bombardamento delle ambasciate americane in Tanzania e
in Kenya. Iniziarono a convincersi sempre di più che i talebani non avrebbero
accettato per sempre il ruolo che gli USA gli avevano assegnato. Cominciarono
quindi a pensare a come trovare il modo di sostituire il governo dei talebani
con un governo più addomesticato, tre anni prima dell’attacco al World Trade
Center.
A partire dal 2000 “gli Stati Uniti hanno
cominciato silenziosamente a allinearsi a quei governi come la Russia che
esigevano un’azione militare contro l’Afghanistan e si trastullarono con
l’idea di un nuovo raid per togliere di mezzo Osama bin Laden. Malgrado
avessero poi rinunciato a causa delle pressioni in senso contrario che
provenivano da quella regione, gli USA erano persino giunti a esaminare quale
dei paesi dell’Asia Centrale avrebbe eventualmente permesso l’utilizzo del
proprio territorio a quel fine.”[11]
L’operazione Pace Duratura si colloca semplicemente lungo quella traiettoria.
Con la cooperazione russa, gli USA hanno guadagnato l’accesso a due basi
dell’éra sovietica in Uzbekistan and Tajikistan.
La collaborazione tra USA e Russia potrebbe
determinare il cambiamento geopolitico più significativo prodotto dalla crisi
afgana.
Il Presidente Vladimir Putin dopo l’11
settembre ha immediatamente offerto il suo sostegno a Bush.
Ha ignorato
le obiezioni dei sui capi militari
che lo consigliavano di mettere a disposizione le basi delle Repubbliche dell’
Asia Centrale alle Forze Armate americane. Alcuni relazioni suggeriscono
l’idea che le truppe delle unità speciali russe stiano partecipando assieme
agli americani alla guerra in Afghanistan. E sicuramente la Russia (insieme
all’Iran) ha usato la sua influenza per saldare l’Alleanza del Nord
all’attacco occidentale ai talebani.
La nuova politica di Putin segna una svolta
nella tradizionale visione russa che vedeva nella NATO e negli USA delle forze
ostili.[12]
In particolare da quando la NATO ha umiliato la Russia, polverizzando il suo
alleato jugoslavo nel 1999, Putin ha usato la guerra in Cecenia per rafforzare
il controllo della Russia sul suo ex impero. Chiaramente Putin spera che i
suoi servigi all’Occidente saranno ricompensati con la possibilità di avere
maggior mano libera in Cecenia. Putin vuole – e lo vuole anche la Germania, il
suo partner più stretto in Europa – una trasformazione dei rapporti con
l’Occidente. Il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Condoleeza Rice – un
vecchio combattente della Guerra Fredda e sovietologo – vede possibile una
”fondamentale alterazione” dei rapporti tra la Russia e l’Occidente. Putin ha
adombrato anche l’ipotesi che la Russia possa entrare a far parte della NATO –
uno sviluppo che sarebbe sorprendente dato che una delle missioni principali
della NATO era quella contenere l’influenza russa in Europa.
Comunque Putin (o almeno i suoi capi militari)
potrebbe rammaricarsi un giorno di aver dato autorizzato gli USA a utilizzare
le basi in Asia Centrale. Il 7 ottobre 2001 gli USA hanno concluso un accordo
con l’Uzbekistan impegnandosi a difendere l’ex repubblica sovietica in caso di
intervento esterno. L’accordo, racconta il Wall Street Journal,
“allontana ogni ipotesi che la presenza militare americana nella regione sarà
di breve durata. L’accordo prevede che le forze di terra americane restino per
un anno ma probabilmente alla scadenza l’accordo sarà rinnovato, dice
confidenzialmente un ufficiale.” L’accordo è un passo nella direzione volta a
rendere “le fonti energetiche dell’intera regione un diritto esclusivo
occidentale.”[13]
L’ultima volta che l’Afghanistan fu preso in
considerazione dagli USA fu quando Carter annunciò la sua “dottrina”. In
seguito alla invasione dell’URSS dell’Afghanistan nel 1979, Carter sostenne
apertamente quello che tutte le amministrazioni americane avevano perseguito
dal 1940 in poi: “Un tentativo di qualsiasi forza esterna di guadagnare il
controllo del Golfo Persico sarà considerato come un assalto ai vitali
interessi degli Stati Uniti d’America, e un tale attacco sarà respinto con
tutti mezzi necessari, inclusa la forza militare,”
Gli USA non credevano veramente che l’URSS
stesse usando l’Afghanistan come un ponte per insediarsi nel Golfo Persico. La
“minaccia sovietica” semplicemente giustificava la nuova politica USA che
prevedeva l’intervento diretto in quell’area che era diventata molto più
ostile agli USA (e ai suoi interessi) dopo che la Rivoluzione Iraniana aveva
spodestato il principale alleato degli americani nella regione.[14]
La Guerra del Golfo per salvare la monarchia
del Kuwait portò alla ribalta la dottrina Bush:
“garantire l’assistenza difensiva ai regimi
conservatori ricchi di petrolio contro qualunque forza che li possa
minacciare.”[15]
I tre principali scenari degli USA nel Golfo
Persico prevedono: contenimento dell’Iraq; impedimento della chiusura da parte
dell’Iran dello stretto di Hormuz, il “checkpoint” del Golfo Persico che
sfocia nell’Oceano Indiano; difesa del regime saudita da possibili tensioni
interne o da un tentativo di suo rovesciamento.[16]
Questi scenari, a cui possiamo aggiungere il
rafforzamento delle sanzioni contro l’Iraq e il mantenimento della “no-fly
zones” su quel paese, giustificano ulteriormente la presenza di circa 25.000
soldati e di navi americane nella regione (mentre 155.000 riservisti sono in
stato di allerta e rapidamente dispiegabili).[17]
Ma malgrado questa schiacciante presenza americana nel Golfo:
…gli USA soffrono di due talloni d’Achille in
quanto superpotenza regionale. Il primo è l’incapacità a risolvere la
questione palestinese che ancora minaccia di far esplodere il delicato
equilibrio nella regione. E il secondo, è il suo massiccio insediamento
militare, il quale ha reso le monarchie del Golfo ancora più impopolari …e
instabili.[18]
Inoltre si devono aggiungere le tensioni con i
propri alleati che si sono venute sviluppando nel corso di un decennio a
partire dalla Guerra del Golfo: il rancore delle corporations petrolifere
europee e internazionali per le sanzioni imposte dagli USA all’Iraq e i
tentativi dell’Iran e dell’Arabia Saudita di assumere una posizione
maggiormente indipendente rispetto agli USA.[19]
La crisi attuale in Afghanistan e la “guerra
al terrorismo” offrono la possibilità agli USA di frenare l’erosione della sua
autorità nel Golfo Persico attraverso il maggiore incremento delle forze
armate americane nella zona, dai tempi della guerra del Golfo.
Nel lanciare l’Operazione Pace Duratura, gli
USA stanno compiendo un grande azzardo. Inseriscono la loro potenza al centro
di una delle più instabili regioni del mondo. Il loro obiettivo geostrategico
nell’attuale guerra potrebbe essere chiaro, ma non esiste alcuna garanzia
raggiungano i loro obiettivi. Bush può anche aver promesso che “non falliremo”
ma le contraddizioni intrinseche alla situazione potrebbero far saltare tutto.
In primo luogo le enormi linee di faglia nella
coalizione costruita da Bush potrebbero esplodere in ogni momento. Bush ha
assemblato una coalizione di convenienza, i cui membri hanno interessi
antagonistici tra loro. Il Pakistan e l’India restano con il grilletto alzato,
pronti a entrare in guerra per il Kashmir. Visto che il Pakistan tratta ora
con durezza i militanti islamici, questi potrebbero contrattaccare con
attacchi in Kashmir, imponendo all’India una reazione. Solo il giorno prima
che gli USA entrassero in guerra i militanti islamici pakistani hanno lanciato
una grossa auto-bomba a Srinigar uccidendo 35 persone. Da quando la guerra è
iniziata le forze pakistane e quelle indiane si sono scontrate ripetutamente
lungo “la linea di controllo” del Kashimir. La Georgia e la Russia sono sì
alleate degli USA nella “guerra al terrorismo” ma al contempo la Russia accusa
la Georgia di dare rifugio ai ribelli ceceni. Solo pochi giorni prima che
cominciasse la guerra, truppe russe sono penetrate in Georgia. La Georgia ha
risposto minacciando di ritirarsi dalla Comunità degli Stati Indipendenti e di
mandare delle proprie forze a rioccupare l’Abkhasia, una provincia della
Georgia fuori dal controllo delle truppe di Tblisi che abitualmente i russi
pattugliano.[20]
In secondo luogo le
dispute precedenti all’11 settembre tra gli USA e i “partners della
coalizione”, che momentaneamente sono state messe da parte, riemergeranno. La
Russia e la Cina continueranno a cavalcare il cavallo della “guerra al
terrorismo” fino a quando gli converrà. Ma gli USA abbandoneranno il progetto
di “Guerre Stellari” in cambio della futura collaborazione di Cina e Russia? È
improbabile. Infatti Bush ha già cominciato a “rimpacchettare” il programma di
Difesa Missilistica Nazionale (di seguito NMD) come arma “antiterroristica”. E
anche se gli USA, dietro il sipario hanno fatto tutta una serie di promesse e
fornito tutta una serie di garanzie alla Russia, abbandoneranno i loro
progetti per avere delle pipelines fuori dal controllo russo? Permetteranno
alla Russia di entrare nella NATO? Anche ciò sembra assai improbabile. E con
l’esercito USA che ha già un piede in Asia Centrale è ancora più improbabile
che vengano abbandonati i progetti sul mar Caspio. In un quadro siffatto Cina
e Russia potrebbero facilmente tornare al ruolo che avevano prima dell’11
settembre e cioè quello di principali sfidanti degli americani nell’area
eurasiatica.
In terzo luogo la guerra verserà benzina
sull’incendio politico già appiccato in Medio Oriente e in Asia. Vedere che
gli USA bombardano spudoratamente uno dei paesi più poveri del mondo,
costringendo milioni di persone a fuggire o morire di fame, farà incollerire
altri milioni di persone. Le opposizioni islamiche dall’Egitto alla Arabia
Saudita fino all’Asia Centrale recluteranno nuovi adepti pronti a lanciare
attacchi sugli USA o su paesi suoi alleati. E le atrocità di Israele contro i
palestinesi, attuate mentre gli USA stanno bombardando l’Afghanistan,
accresceranno la violenza. Condizioni di guerra civile potrebbero svilupparsi
nei paesi di tutta la regione. Solo pochi giorni dopo l’inizio dei
bombardamenti degli USA e della Gran Bretagna, le forze armate pakistane hanno
sparato sui manifestanti in città di tutto il paese. L’autorità palestinese ha
dovuto fronteggiare il più duro confronto con gli islamici a partire dal 1994,
costringendo la polizia palestinese a chiedere dei mezzi antisommossa ad
Israele!
Tutte queste tensioni potrebbero crescere
enormemente – e la coalizione esplodere – quando gli USA avanzeranno verso il
loro prossimo obiettivo “antiterroristico.”
In un incredibile editoriale il direttore
della National Review, Richard Lowry, si è sentito in dovere di
presentare un proprio fantasioso programma per l’Iraq. Questo programma non
prevedrebbe solo il rovesciamento di Saddam Hussein ma anche l’imposizione di
un regime coloniale in Iraq governato dagli americani sul modello di quello
britannico imposto all’India nel XIX secolo[21].
Ma per quanto i piani dell’amministrazione USA
siano distanti da quelli di Lowry, non c’è dubbio che alcuni membri
dell’amministrazione condividano i suoi punti di vista. Inoltre
l’Amministrazione americana ha già pronti dei piani per condurre un’operazione
simile “di ricostruzione nazionale” in Afghanistan, mettendo così da parte le
critiche che Bush aveva rivolta Clinton in campagna elettorale sulla
“ricostruzione nazionale” in Somalia, ad Haiti e nei Balcani.Se si riuscisse a
far funzionare questo schema si preannuncerebbe un’occupazione decennale
dell’Afghanistan sul tipo di quella del Kosovo, un compito militare che
sarebbe “lungo, costoso e in ultima istanza destinato a fallire.”[22]
Qualunque espansione della guerra verso il
Medio Oriente metterebbe sotto ulteriore pressione la già tenue alleanza tra
gli USA e i cosiddetti Stati arabi “moderati” (leggi filo USA).
Nella regione milioni di persone sono
coscienti che gli USA hanno sostenuto le sanzioni genocide contro l’Iraq.
Sanno che gli USA puntellano regimi dittatoriali in tutta la regione. E sanno
anche che gli USA coprono politicamente la repressione israeliana contro i
palestinesi. Che siano fanatici dell’islam o meno, questa gente non sarà
propensa ad accettare un revival del colonialismo del XIX secolo coperto dal
presupposto razzista del “paternalismo illuminato”. Se gli USA si
indirizzeranno verso l’imposizione di un regime coloniale in Iraq o in
qualsiasi altro paese, ciò farà esplodere il movimento di liberazione
nazionale più importante dai tempi della Rivoluzione Iraniana. Una campagna
degli USA in Libano contro gli hezbollah non dovrà confrontarsi con
un’accozzaglia di terroristi isolati ma con un movimento politico solido,
largamente radicato nella società libanese. Inoltre il ruolo avuto dagli
hezbollah nel cacciar fuori dal sud del Libano gli Israeliani gli ha fatto
guadagnare uno status di eroi nazionali, che trascende le divisioni politiche
e religiose del paese. Lowry dovrebbe ricordarsi con qualche tristezza quanto
successe allo shah dell’Iran.
Gli USA cominciano il XXI secolo da posizione
di forza simili a quelle di grandi imperi del passato (dall’antica Roma fino
alla Bretagna vittoriana). La sua economia rappresenta il 22% della produzione
mondiale e rimane il primo paese del mondo nella ricerca e nella produzione
dell’high-tech. La sua spesa militare è superiore alla somma delle spese
belliche delle 15 più importanti potenze militari del mondo. Se si somma la
spesa americana a quella dei più leali alleati – i paesi della NATO, la Corea
del Sud e il Giappone – si giunge a una cifra che supera la spesa militare di
tutto il resto del mondo.[23]
Questo dominio ha generato un tipo di arroganza imperiale che ha contribuito a
far sorgere sogni come quelli di Lowry.
Ogni impero che ha pensato di poter
riorganizzare il mondo a propria immagine e somiglianza ha finito per
crollare. L’imperialismo ha sempre generato resistenza sia da parte dei suoi
potenziali rivali sia da parte dai popoli e dalle nazioni che tenta di
soggiogare. In questo preciso momento i più probabili “competitori strategici”
dell’America, la Russia e la Cina, sono allineati con la “guerra al
terrorismo”. Ma non bisogna avere molta immaginazione per capire che non
accetteranno la “leadership” americana per sempre. E se gli USA accresceranno
la loro superiorità in Asia Centrale, essi potrebbero essere spinti ad opporsi
nuovamente ai piani di Wahington. La Russia e la Cina, che contrapponevano una
visione del mondo “multipolare” a quella di un mondo “unipolare” dominato
dagli USA prima dell’11 settembre, potrebbero ridiventare dei rivali (magari
insieme ad altri paesi) degli USA nella arena politica mondiale.
Prima di quanto si pensi, l’imperversare
americano provocherà opposizione anche al centro del suo stesso impero. La sua
forza dipende dall’alleanza con alcuni dei più corrotti e repressivi regimi
del mondo. Inevitabilmente le vittime di questi regimi reagiranno minacciando
non solo i loro governi ma la stessa potenza americana. Se oggi l’Arabia
Saudita fosse veramente sull’orlo di una minaccia insurrezionale che gli USA
non sono in grado di reprimere, quest’ultimi si troverebbero di fronte alla
prospettiva del più grande disastro di politica estera dalla Seconda Guerra
mondiale in poi. Il rovesciamento del regime saudita potrebbe non essere così
imminente, ma il fatto che questa possibilità sia solo ventilata sottolinea la
fragilità del dominio USA.
In quanto unica superpotenza mondiale, gli USA
si interpongono in ogni conflitto che scoppia nel mondo. Come fece già in
Vietnam, quando rilevò l’amministrazione coloniale francese, tutto ciò finisce
per “americanizzare” i conflitti trasformando gli USA nel bersaglio di
qualsiasi popolo che lotta per la propria autodeterminazione. Se gli USA
perseguiranno una politica ultra imperialista tipo quella invocata da Lowry,
queste sfide semplicemente si moltiplicheranno. Molte dei timori che circolano
oggi in USA sono legati alla possibilità che l’Afghanistan si trasformi in un
pantano come il Vietnam.
Se la “guerra al terrorismo” si estenderà dal
Libano alle Filippine, o all’Indonesia (come molti funzionari
dell’Amministrazione lasciano intendere) ci si potrebbe trovare di fronte a
due, tre, molti Vietnam.
Last but not least
gli USA potrebbero trovarsi di fronte a una opposizione interna che non si
identificherebbe semplicemente con il movimento antimilitarista. La “guerra al
terrorismo” di Bush si dipana in un contesto di recessione mondiale. I livelli
di disoccupazione negli USA sono i più alti degli ultimi dieci anni e il
rallentamento della produzione mondiale è il più marcato dalla fine della
Seconda Guerra mondiale. Ciò significa che tanto più Bush si imbarcherà in
guerre e tanto più milioni di operai americani le pagheranno con licenziamenti
e tagli delle spese sociali per far ingrassare i principali fornitori di armi.
Come disse nel 1918 il leader socialista Eugene V. Debs:
…la classe operaia che combatte tutte le
battaglie, la classe operaia che fa i supremi sacrifici, la classe operaia che
incondizionatamente versa il proprio sangue e getta i propri corpi [in
battaglia], non ha ancora avuto voce né nel dichiarare guerre né nel
sottoscrivere paci. Sono le classi dominanti che, invariabilmente, fanno le
une e le altre.[24]
Nello spazio di pochi giorni, le promesse dei
politici di rendere mutuabili i prodotti farmaceutici e di “salvare i servizi
sociali”, sono evaporate. Al contrario il Congresso ha distribuito qualcosa
come 15 bilioni di dollari di aiuti ai padroni delle compagnie aeree, mentre
rifiutava di aiutare gli oltre 100.000 lavoratori licenziati dalle compagnie
aeree stesse.
L’America delle Corporations con una mano
sventola la bandiera e con l’altra riempie le proprie tasche a spese dei
lavoratori” ha spiegato a questo proposito un funzionario del sindacato
dell’auto (UAW).[25]
Tanto più la guerra si trascinerà e l’economia
peggiorerà e tanta più gente inizierà a realizzare di non avere alcun
interesse in questa guerra. Allora Bush dovrà rispondere di quella cinica
manipolazione della gente comune, oltraggiata dagli attacchi dell’11
settembre, realizzata solo per portare avanti il suo programma di destra.
Questo è il tipo di opposizione che Bush teme di più.
L’attacco al World Trade
Center e al Pentagono sembrano abbiano provocato un caso di amnesia nel mondo
intero. Negli Stati Uniti tutta l’opposizione alle principali questioni di
politica estera – dalla conferma ad ambasciatore alle Nazioni Unite
dell’apologeta degli squadroni della morte John Negroponte, alle Guerre
Stellari fino all’incremento di quasi 42 bilioni di dollari della spesa
militare – si è dissolta. All’estero, ogni critica avanzata contro l’arroganza
degli USA è stata dimenticata e i paesi di tutto il mondo si sono uniti alla
“lotta antiterrorismo” di Bush.
The Nation[26]
si è congratulato con
l’amministrazione per la sua “inaspettata – ed opportuna – conversione
all’internazionalismo” per aver premuto sul Congresso perché paghi i debiti di
lunga data accumulati con le Nazioni Unite e per aver spinto il Senato ad
approvare una convenzione con le Nazioni Unite sul terrorismo.[27]
La rivista si concentra sulle supposte dispute tra Powell e i falchi
dell’Amministrazione ponendo l’accento sul fatto che le “voci della ragione”
all’interno dell’Amministrazione, che puntano sulla diplomazia e sulla
cooperazione con altre nazioni, abbiano prevalso sulla politica
dell’Amministrazione prima dell’11 settembre che affermava “o con noi o contro
di noi”.
Questi superficiali cambi di tono sono
sufficienti a confondere i liberali che scrivono per The Nation o per
Salon.[28]
Ma la realtà è ben diversa. Prendiamo per esempio l’interpretazione secondo
cui la politica di Bush che ha posto al centro la costruzione di una
coalizione contro il terrorismo avrebbe forzato l’amministrazione a
abbandonare i suoi istinti “unilaterali”. Non è pertinente. Bush non ha fatto
segreto del fatto che la “guerra al terrorismo” è un’azione diretta dagli USA
che le altre nazioni devono solo sottoscrivere. Queste ultime non sono
invitate a definirne il corso. Gli USA hanno dichiarato l’emergenza e offerto
una soluzione militare, la sola che siano in grado di mettere in campo. Il
fatto che gli altri paesi – dagli alleati NATO fino alla Russia e alle
monarchie del Golfo – vogliano saltare sul vagone dell’orchestra americana non
è una sorpresa.
La maggioranza di questi paesi preferisce
avere in buoni rapporti con la sola superpotenza mondiale oggi esistente,
piuttosto che il contrario.“Cose che erano impossibili prima dell’11 settembre
improvvisamente sono diventate reali, ma ciò non significa che l’impulso
unilateralista si sia dissolto” ha affermato Michael Lindsay, esperto della
Brookings Institution .[29]
Tuttavia, Bush e i suoi amici non hanno
aspettato gli altri paesi per farsi la loro opinione. Gli USA hanno mobilitato
le truppe e le portaerei sin dall’11 settembre. Poi le hanno dislocate per
ottenere l’approvazione e la cooperazione dei servizi segreti dei novelli
alleati. Senza dubbio gli USA hanno stipulato una serie accordi segreti e
fornito assicurazioni per conquistare alcuni dei loro nuovi amici. Hanno usato
ogni carota e ogni bastone a loro disposizione. Hanno eliminato le sanzioni
contro il Pakistan, l’India e il Sudan. Hanno spinto il Fondo Monetario ad
approvare prestiti per 1000 miliardi di dollari a favore del Pakistan e hanno
fatto pressione sull’Arabia Saudita e sugli Emirati Arabi perché rompessero le
relazioni con i talebani.
Il solo fatto che Bush stia provando a far
allineare gli altri paesi nella “guerra contro il terrorismo” non significa
che questi metteranno da parte per sempre le loro critiche nei confronti della
politica estera statunitense. Gli USA possono aver avuto successo nel far
scattare il dispositivo dell’articolo cinque della Carta della NATO, il quale
afferma che l’attacco agli USA era un attacco a tutti i paesi membri
dell’alleanza. Ma Bush non ha accettato l’Accordo di Kyoto e non ha fatto
alcun passo indietro rispetto ai piani della Difesa Missilistica Nazionale per
ricambiare il favore ai suoi alleati europei.
Un’altra falsa speranza è quella di qualche
analista della Difesa secondo cui dopo l’11 settembre gli USA riorienteranno
le loro priorità militari. Il Dr. Dennis Blair, del Centro per le Informazioni
della Difesa, ha posto questa questione così:
I bilanci della difesa di solito, con i loro gretti impegni per estesi,
pesanti arsenali destinati a sfidare “competitori strategici” stranieri,
provocano crescente scetticismo di fronte ai seri danni inflitti da una
piccola banda di terroristi armati di coltelli. Attualmente impegnarsi in un
costoso riamo militare sembra quasi inutile di fronte alla principale minaccia
rappresentata dal terrorismo globale.
Spendere miliardi per satelliti, in grado di
“contare i fagioli” ma non in grado di scrutare nelle caverne afgane o di
origliare nei piccoli conclavi di radicali che tramano la distruzione
dell’America sembra un dubbio investimento, come del resto gettare miliardi di
dollari in progetti di difesa missilistica significa occuparsi di attacchi
missilistici del tutto immaginari contro la patria americana.[30]
L’analisi di Blair è un appello al buonsenso
di coloro i quali pensano che la razionalità e l’efficienza guidino oggigiorno
l’azione del complesso militar-industriale americano. Ma se vediamo quanta
attenzione prestino tutti principali decision-maker a analisi come
quella di Blair, non farebbe alcuna differenza se questa fosse stata scritta
in antico sanscrito piuttosto che in inglese. Solo pochi giorni dopo dagli
attacchi, entrambe le camere del Congresso hanno approvato le spese militari
proposte da Bush senza che si levasse nessuna voce d’opposizione. Piuttosto
che ridurre “le dispendiose attrezzature militari […]designate a sfidare
competitori strategici”, il Congresso ha devoluto a questo scopo una montagna
di soldi. I prodotti più gettonati restano gli aeroplani e le navi per portare
avanti i progetti americani di potenza globale. E il NMD è stato implementato
di 3 bilioni di dollari, cioè del 57%. Complessivamente la spesa bellica è
aumentata rispetto allo scorso anno di 32,6 bilioni di dollari (l’11%).[31]
Quando l’amministrazione ha pubblicato alla
fine di settembre il “QDR”, è diventato chiaro che gli obiettivi
imperiali degli USA erano rimasti inalterati.
Benché gran parte del “QDR” fosse stato
scritto prima dell’11 settembre, gli attacchi hanno permesso
all’Amministrazione di rilanciare il ruolo del Pentagono e la retorica “della
difesa della patria”.
Malgrado il Pentagono giustifichi il proprio
ruolo in termini di “difesa della patria”, il “QDR” non perde troppo
tempo a spiegare cosa ciò significhi. Dei nove principali “interessi e
obiettivi principali” degli USA, solo tre possono essere considerati collegati
alla difesa della “patria americana”.
Il rapporto riafferma l’obiettivo di
proiettare la forza USA dovunque nel mondo Infatti essa lega questa missione
di “difesa della patria […] alla capacità di proiettare la potenza in un largo
raggio e ciò aiuta a dissuadere gli atti minacciosi contro gli USA e quando è
necessario, a scompigliare, rinnegare o distruggere entità ostili a distanza.”[32]
Questa ultima affermazione dimostra come il
governo USA utilizzi la “difesa della patria” come la più ragionevole delle
giustificazioni per i suoi obiettivi globali. Con un bilancio della difesa che
differisce poco dalle proposte di Bush precedenti l’11 settembre, è difficile
dire che la “guerra al terrorismo” ha cambiato la politica americana. Invece,
la “guerra al terrorismo di Bush” ha fornito il perfetto pretesto per il
Pentagono, le agenzie di intelligence e l’autorità giudiziaria per portare
avanti una lunga lista di sogni a lungo custoditi nel cassetto. La retorica
dell’Amministrazione può darsi sia cambiata dopo l’11 settembre, ma non la sua
politica.
Noam Chomsky
La militarizzazione
dello spazio
Noam Chomsky,
professoreal Massachusetts Institute of Technology, è autore di numerosi libri
sulla politica estera degli USA e sui diritti dell’uomo Recentemente in Italia
è stato pubblicato Egemonia
americana e “Stati fuorilegge”
(Dedalo, Bari, 2001)
Circa vent’anni fa Michael Albert della
rivista Z mi chiese di scrivere un libro intitolato Turning the Tide.
Il libro parlava di come le cose stessero andando nel modo sbagliato e alla
fine, per far contento Michael, aggiunsi un paio di paragrafi abbastanza
ottimisti.
Effettivamente, a quel tempo non sapevo
dell’esistenza di numerosi movimenti popolari di ampio respiro nel Sud del
Mondo, il cosiddetto Terzo Mondo – Brasile, India e altrove. Ho cominciato a
capirne qualcosa più tardi, in alcuni casi per esperienza personale, per
esempio venendo a sapere di media popolari e di villaggi autogovernati. Questi
movimenti sono molto solidi e molto incoraggianti. Negli ultimi due anni si
sono creati importanti rapporti fra i movimenti nel Sud e i movimenti di base
qui in America. Questo è uno sviluppo davvero incoraggiante. Di tanto in tanto
acquista una visibilità tale da non poter essere ignorato persino dagli
ambienti più tradizionalisti.
Ma di una cosa potete star certi: i centri del
potere non li ignorano di certo, anzi ne sono turbati. Sono preoccupati per
l’esistenza di moltissime persone che hanno preso a nuotare controcorrente,
con bracciate vigorose. Oggi c’è il rischio che la corrente cambi direzione e
penso alla possibilità scrivere un libro molto più ottimista di allora, con lo
stesso titolo e stavolta anche con un contenuto che lo giustifichi.
Un esempio simbolico di quanto dicendo, e che
voi tutti conoscerete, è la decisione dell’Organizzazione Mondiale del
Commercio di tenere il prossimo summit in una località remota, come il Quatar,
dove, almeno si spera, nessuno potrà arrivare. Se date una scorsa alla stampa
finanziaria più seria, non mancherete di cogliere una viva preoccupazione nei
riguardi dei movimenti popolari. Circa dieci anni fa questa preoccupazione
iniziò a penetrare perlomeno nella retorica, e fino a un certo punto anche
nella programmazione, di istituzioni finanziarie internazionali come la Banca
Mondiale e, ultimamente, il FMI che capiscono di dover rispondere in un modo o
nell’altro a una massiccia opposizione in grande ascesa.
Una delle reazioni più interessanti che
abbiamo visto è stata il silenzio. Ci si limita a sopprimere le questioni
principali, le questioni davvero importanti. Perché si sa che, una volta
diventate di dominio pubblico, provocherebbero un’enorme opposizione. La
cosiddetta Zona di Libero Scambio delle Americhe è un esempio attuale e molto
rappresentativo di questo fenomeno.
Voglio parlare di cose che, se analizzate da
sole, apparirebbero davvero scoraggianti. Tuttavia, se le consideriamo insieme
alle reazioni che si stanno sviluppando, sembra davvero che possiamo fare
qualcosa. Gli sviluppi potenziali di questa situazione sono sinistre, da tanto
da arrivare a mettere in discussione la sopravvivenza del genere umano.
Tuttavia, lo ripeto, i progressi delle iniziative che si oppongono a questa
tendenza sono molto incoraggianti e offrono una base per allargare un
movimento spontaneo di grandi proporzioni.
Iniziamo con alcuni degli sviluppi più
sinistri, per esempio col rapporto del 1998 della Rumsfeld Commission sul
rischio costituito dai missili balistici per gli Stati Uniti, che oggi viene
presentato essenzialmente all’interno dei programmi nazionali di difesa
missilistica.
Questi programmi stanno giustamente sollevando
un’enorme opposizione in tutto il mondo. Ma dobbiamo anche avere un’idea
chiara del loro significato. Le difese missilistiche sono solo una piccola
parte di qualcosa di più ampio. La questione fondamentale è un’altra: la
militarizzazione dello spazio.
Questo non è un programma ideato da Bush: ma
un programma bipartisan. Alcune delle parti programmatiche più importanti e
interessanti risalgono all’amministrazione Clinton. Di recente il Comando
Spaziale (Space Command) degli Stati Uniti ha pubblicato un’elegante brochure
patinata che vale davvero la pena di studiare. Si intitola Vision for 2020,
ed espone le linee direttive per il futuro. Alle difese missilistiche è
dedicato pochissimo spazio, forse appena una nota in calce.
La copertina della brochure è graficamente
interessante e afferma che la militarizzazione dello spazio è volta a
“proteggere gli interessi e l’investimento degli Stati Uniti”. Questa
protezione richiede varie cose: innanzitutto, la militarizzazione dello
spazio, necessita armi antisatellite in grado di distruggere tutte le
comunicazioni o la sorveglianza di qualsiasi potenziale avversario, richiede
misure di protezione per i satelliti USA, perché la difesa missilistica non
funziona se questi satelliti non sono attivi. E ricordate: tecnicamente
eliminare un satellite è molto più semplice di abbattere un missile. I
satelliti sono fissi, stazionari oppure si muovono in un’orbita
predeterminata. È quindi possibile prevederne sempre la loro posizione. Le
armi antisatellite sono un po’ come la scelta a disposizione dei paesi poveri.
Ma attaccare missili è molto più complesso. Quindi ci vogliono armi
antisatellite e la protezione dalle armi antisatellite degli avversari.
Richiede insomma quello che viene definito “dominio dell’intero spettro”,
ovverosia devi controllare tutto perché tutto è troppo pericoloso. Ci vogliono
armi che colpiscano per prime dallo spazio. Quando l’aereo-spia EP-3 americano
sorvolava la Cina lo scorso aprile, stava chiaramente cercando di ottenere
informazioni utili nel caso di un potenziale primo attacco nucleare. I cinesi
questo lo sapevano. Colpire per primi è la regola degli Stati Uniti, persino
se l’attacco è rivolto contro nazioni sprovviste di capacità nucleari.
Alcuni critici tradizionali hanno
sottolineato, per esempio sulle pagine di Foreign Affairs, una
contraddizione implicita negli attuali piani preoccupa gli analisti: non è
possibile avere sia la difesa missilistica sia le armi antisatellite, visto
che un sistema di difesa missilistica richiede il coordinamento e il controllo
da parte di vari satelliti. Quindi, se ci saranno armi antisatellite, verranno
usate per distruggere i sistemi di difesa missilistica. Ma Vision for 2020
e la Commissione Rumsfeld hanno una soluzione per questo problema.
La risposta è, come ho detto, il dominio
dell’intero spettro – un dominio così assoluto dello spazio che nessun
avversario potrà competere neppure lontanamente. Nessuno pensa seriamente che
sarà possibile riuscire in questo intento, ma non importa. Questo meccanismo
mette comunque in moto una nuova corsa al riarmo, in cui gli USA sono
tecnologicamente così avvantaggiati sui potenziali avversati che nessuno dirà
mai: bene, fatelo pure questo primo attacco nucleare se volete. La macchina si
è messa in moto e continuerà a funzionare secondo le previsioni ossia con lo
sviluppo di armi antisatellite, a cui gli USA dovranno rispondere con una
militarizzazione persino più intensa.
Inoltre, si sa già chi si porrà alla testa
della proliferazione. La Cina reagirà di certo idem La Russia. Se la Cina
sviluppa il suo deterrente, che finora è di dimensioni molto modeste, in grado
di rispondere a questo sistema ampliato, allora l’India reagirà impaurita
della crescita della Cina. Il Pakistan, a sua volta, reagirà agli sviluppi in
India.
Israele reagirà agli sviluppi in Pakistan.
Altri paesi entreranno in gioco e tutto questo avrà chiaramente l’effetto di
portare alla proliferazione delle armi di distruzione di massa. Nessuno crede
seriamente che un avversario potenziale degli USA sia così folle da cercare di
lanciare un missile. Quindi il sistema di difesa missilistica non è concepito
a scopi difensivi.
È invece concepito come protezione per le
forze USA a terra o nei cieli. In teoria dovrebbe consentire di lanciare un
attacco con relativa fiducia che nessuno cercherà di reagire.
Questo è risaputo. Le forze armate del Canada
hanno informato il loro governo in vari documenti, diventati di dominio
pubblico, del fatto che l’obiettivo della difesa missilistica non ha nulla a
che fare con la difesa. Serve invece a creare una copertura per azioni
militari offensive, compreso forse un primo attacco. Il programma Guerre
Stellari o SDI è stato interpretato nello stesso modo. Quindi, si tratta
essenzialmente di un’arma offensiva.
Ora c’è un grande dibattito sulla fattibilità
tecnica della difesa missilistica nazionale. Funzionerà? Questo non è il
punto. Se anche c’è il minimo sospetto che funzioni, i potenziali avversari
devono prenderla sul serio. Quando si parla di armi di distruzione totale –
della probabilità e della sicurezza di una distruzione totale – anche una
minima probabilità dev’essere interpretata come realtà. Non si possono correre
rischi.
Il Comando Spaziale non si preoccupa veramente
del pericolo di far saltare in aria l’intero Pianeta. Gli preme gettare le
basi per un’azione militare USA, compreso il primo attacco se necessario. Ma,
soprattutto, gli preme proteggere gli investimenti e gli interessi commerciali
degli Stati Uniti. Il Comando Spaziale afferma che la militarizzazione dello
spazio è un po’ come lo sviluppo delle marine militari. La marina inglese
aveva il dominio sui mari per proteggere gli investimenti e gli interessi
commerciali della Gran Bretagna. A lungo andare, ovviamente, altre marine
hanno reagito, come quella tedesca. Continuando su questa strada, si arriva
alla Prima Guerra mondiale.
La militarizzazione dello spazio è paragonata
all’esercito statunitense nel XIX secolo che aveva la responsabilità di
proteggere le carovane di carri e gli insediamenti dei coloni. Questo è un
modo di vedere le cose. Per tradurre questa rappresentazione nell’effettiva
realtà storica, diremo che l’esercito aveva la responsabilità per la
vastissima pulizia etnica ai danni dei nativi e per la conquista di mezzo
Messico, destinata a estendersi poi ai Caraibi e alle Filippine, e poi per la
difesa di ciò che c’era, ossia la difesa di ciò.
Ma anche quando conduci una pulizia etnica e
annienti la popolazione, devi pur sempre proteggerti da qualsiasi eventuale
sacca di resistenza rimasta. Quindi serve l’esercito. E fu proprio così che
tutelarono gli investimenti e gli interessi commerciali. Sembra che ora lo
spazio sia solo un’ennesima frontiera.
Eserciti e marine militari avevano anche altre
funzioni. Per esempio, gettarono le basi dell’economia industriale in via di
sviluppo. Nel caso degli USA, nel XIX, secolo l’esercito gettò le basi di
quello che sarebbe diventato il sistema di produzione in serie. Troppo costoso
e complicato per attirare gli investimenti dei singoli imprenditori, il
sistema americano di produzione in serie, quello stesso che abbagliò il mondo
intero con l’inizio della sua applicazione commerciale, fu in verità preceduto
da circa quarant’anni di esperienze condotte dal servizio approvvigionamento
delle forze armate. Quest’ultimo creò ed utilizzò componenti intercambiabili,
la produzione in serie e via dicendo. Il sistema, insomma, fu sviluppato nelle
armerie di Springfield e in posti del genere, per la produzione degli
armamenti.
Qualcuno ha detto che i problemi tecnici della
militarizzazione dello spazio, che rappresenta quanto vi è di più avanzato
oggi dal punto di vista della tecnologia e dello sviluppo industriale, sono
per certi versi simili a quelli connessi con l’armamento navale di circa un
secolo fa. Questo processo fu la base dello sviluppo della futura industria
automobilistica e di altre. Fu lì che si svilupparono l’esperienza e le
tecnologie necessarie.
La prima corporation miliardaria a nascere
negli Stati Uniti fu, non a caso, la U.S. Steel Corporation di proprietà di
Andrew Carnegie. Carnegie era un noto pacifista, ma fece i soldi, e soldi a
palate, con la produzione di acciaio per le corazzate. Era un business molto
redditizio, che gettò anche le fondamenta dell’industria dell’acciaio prima e
di altri rami della produzione dopo compreso il settore automobilistico che
cambiò tutti i connotati dello sviluppo industriale USA e, in ultima analisi,
anche la vita sociale ed economica del paese.
Creare innovazioni e apportare sviluppi ai
sistemi militari è un’attività che praticamente non pone problemi di
redittività, visto che sono i contribuenti a pagare di tasca loro. E poi si
può ricorrere a una loro comoda e perenne copertura: le esigenze della difesa.
Con la fine della Seconda Guerra Mondiale si
ebbe un’esplosione degli investimenti. La cosiddetta new economy
moderna dipende in larghissima misura da quel boom. I computer e l’elettronica
in generale, l’automazione, l’intermodalità nel trasporto merci,
containerizzazione, l’aeronautica, Internet e le telecomunicazioni sono tutti
nati dalla grande spesa pubblica sotto la copertura dell’industria militare –
una spesa pubblica che poi va a finire nelle tasche dei privati.
Si tratta di un processo lungo, quindi è
perfettamente corretto pensare alla militarizzazione dello spazio come a
qualcosa che assolverà le funzioni che le marine militari e, fino a un certo
punto, anche gli eserciti, ebbero un secolo fa: proteggere gli interessi
commerciali e gli investimenti, fungere da copertura per la socializzazione
della prossima fase dello sviluppo tecnologico e offrire i mezzi per un primo
attacco in caso di necessità, o per l’uso della forza senza doversi curare
della deterrenza.
L’Europa ha criticato duramente della difesa
missilistica nazionale, che, come ormai tutti capiscono, non è solo un
elemento della militarizzazione dello spazio. Ma negli ultimi tempi anche la
posizione dell’Europa sta cambiando. Il cancelliere tedesco Schreöder ha
affermato che anche l’Unione Europea dovrebbe prendere parte a questi
programmi, pena il rischio di venire lasciata indietro nello sviluppo
tecnologico per la prossima fase del progresso economico. Gli europei,
insomma, vogliono assolutamente essere coinvolti in questo aspetto della
faccenda. Certo, si preoccupano dei pericoli, molto tangibili. La
militarizzazione dello spazio potrebbe portare all’ecatombe del Pianeta. Per
loro le cose importanti sono altre.
Conviviamo col pericolo della distruzione
totale del mondo sin dall’ascesa delle armi di distruzione di massa durante la
Seconda Guerra Mondiale, ma è interessante analizzare le reazioni che ha
suscitato. Gli USA godono di una posizione di assoluta sicurezza che non ha
paralleli nella storia. Controllano l’intero emisfero, entrambi gli oceani.
Nessuno è mai riuscito a fare altrettanto. Dopo la guerra del 1812, gli USA
non si sono mai sentiti minacciati. Il loro potere è immenso e dopo l’ultimo
conflitto mondiale ha assunto proporzioni fenomenali. Rimaneva un’unica
minaccia potenziale, ossia i missili balistici intercontinentali provvisti di
testate nucleari, che avrebbero potuto rappresentare un rischio per la
sicurezza degli USA.
Ormai disponiamo di alcuni libri di storia
abbastanza accurati sulla corsa agli armamenti nel secondo dopoguerra. Vari
esperti, come McGeorge Bundy, autore di uno dei volumi più approfonditi
sull’argomento, hanno sottolineato di non aver mai trovato la benché minima
traccia di una preoccupazione, nei primi anni ’50, circa lo sviluppo dei
missili balistici intercontinentali (ICBM) e la loro possibile prevenzione, né
alla luce dei trattati siglati in quegli anni, né sulla base di altri
negoziati che probabilmente si sarebbero potuti organizzare. Gli USA erano
notevolmente in vantaggio. I russi, da parte loro, caldeggiavano in qualche
misura il disarmo, non perché fossero brava gente ma perché sapevano benissimo
di essere molto indietro, e si rendevano conto dei gravi pericoli che
correvano. È quindi più che possibile che un trattato avrebbe potuto prevenire
lo sviluppo dei missili ICBM. Ma nessuno ha mai cercato di proporre questo
trattato. Nessuno se ne dava molta preoccupazione.
Dopo la morte di Stalin, Chrušev, assunto il
potere dopo un breve interregno, alla metà degli anni ’50, iniziò a adoperarsi
notevolmente per ridurre il livello di scontro militare. Questo è tutto quello
che si poté cogliere allora. Ora sappiamo che Chrušev ci stava davvero
provando, che gli USA lo sapevano ma respinsero questa possibilità.
L’amministrazione Eisenhower rifiutò di rispondere alle offerte di Chrušev per
la riduzione delle forze militari offensive, inclusi cacciabombardieri, truppe
e così via. E l’amministrazione Kennedy ci mise definitivamente una pietra
sopra.
A quei tempi i russi avevano operato una
riduzione degli armamenti molto notevole. Chrušev aveva tagliato del 30% circa
le forze aeree d’attacco. La Russia aveva pochi missili e i suoi scienziati
erano lontanissimi dallo sviluppo di nuovi missili. Disponiamo di abbastanza
documenti interni per affermare che l’amministrazione Eisenhower, sia quella
Kennedy, ne erano perfettamente a conoscenza ma decisero di procedere in senso
opposto, con un’escalation della corsa agli armamenti, creando un serio
pericolo non solo per gli USA ma per il mondo in generale. La ragione di
questa decisione degli Stati Uniti è che a quel tempo vi erano considerazioni
ben più importanti, per esempio garantire il predominio su gran parte del
mondo, proteggere gli investimenti e gli interessi commerciali degli USA e
dare un’enorme boccata d’ossigeno all’economia, sotto la copertura della
produzione militare. Dieci anni più tardi, con l’avvento dei MIRV (i veicoli
spaziali multipli di rientro controllabili indipendentemente), la stessa
storia si è ripetuta.
Ma oggi possiamo fermare questo processo?
Possiamo fermare la militarizzazione dello spazio? A prima vista sembra
certamente di sì, per via del fatto che sono solo gli USA, letteralmente solo
loro, a spingere in questa direzione. Tutto il mondo è contrario,
principalmente perché ha paura. Gli USA sono molto in vantaggio su qualsiasi
Paese e nessuno può neppure sognare il dominio dell’intero spettro e il
controllo planetario. Certo, alcuni Stati non mancheranno di reagire, ma
innanzitutto vorrebbero fermare questo processo sul nascere. Esistono numerosi
trattati, già in vigore e appoggiati letteralmente dal mondo intero, che gli
USA stanno cercando di smantellare. Uno è il Trattato sullo spazio aperto del
1967 (Outer Space Treaty), che vieta la collocazione di armamenti nello spazio
aperto. Tutti i Paesi del mondo l’hanno sottoscritto, inclusi gli Stati Uniti.
Finora nessuno ha cercato di mettere armi nello spazio. Il trattato è stato
rispettato e chiunque lo violasse verrebbe facilmente scoperto.
Nel 1999 il trattato fu oggetto di votazione
nel corso dell’assemblea generale delle Nazioni Unite. I voti a favore furono
163, i contrari 0, con 2 astensioni da parte di USA e Israele, un paese che
vota automaticamente come gli USA. Nello scorso novembre fu nuovamente votato.
Questa volta i voti a favore furono 160, quelli contro 0 e furono 3 i paesi ad
astenersi. Per un motivo o per l’altro, la Micronesia votò con gli Stati
Uniti.
A partire da gennaio le commissioni dell’ONU
per il disarmo si sono riunite in numerose occasioni, cercando di ribadire il
principio della non militarizzazione dello spazio e gli USA da soli stanno
bloccando l’intero processo. Questo non perché gli altri Paesi del mondo siano
“buoni”, ma per via dell’equilibrio del potere. Le altre nazioni ci penseranno
due volte prima di entrare in questo gioco.
Questo trattato non è molto conosciuto, non si
sa perché. L’altro è quello del 1972 sui missili antibalistici (Anti-Ballistic
Treaty), che l’amministrazione Bush si è ripromessa di smantellare. Dobbiamo
ricordare che questo trattato vieta le armi antisatellite, che formano parte
integrante degli progetti americani. Vieta anche qualsiasi interferenza coi
satelliti. Gli USA vogliono quindi disfarsi del trattato perché vogliono poter
distruggere satelliti, comunicazioni e sorveglianza delle altre nazioni. E il
resto del mondo appoggia il trattato ABM nella speranza di prevenire lo
sviluppo delle armi antisatellite.
Quindi esistono già almeno due importanti
trattati sottoscritti pressoché universalmente, almeno sulla carta e in vigore
ormai da anni, che gli USA stanno tentando di smantellare. Questi sforzi
procedono con grande rapidità e vedono l’appoggio congiunto di entrambi i
partiti statunitensi. L’amministrazione Bush non fa che ampliare i programmi
di Clinton, senza alterarli nell’essenza.
Ma non basta: tutti ormai sanno, e i media lo
dicono a destra e a manca da tempo, che oggi la maggiore minaccia per la
sicurezza di tutti noi è probabilmente rappresentata dal collasso
dell’economia sovietica. Da quando l’Occidente ha assunto il controllo
dell’ex-URSS, dieci anni fa, l’economia di quel paese è andata allo sfascio.
Si tratta di una catastrofe demografica di enormi proporzioni. Milioni di
persone sono già morte e la povertà è abissale. L’intero edificio russo sta
crollando. Ma l’ex-Unione Sovietica non è una nazione del terzo Mondo; in
passato aveva un sistema militare molto avanzato. Si dice che possieda tuttora
circa 40.000 armi nucleari. I sistemi di comando e di controllo di queste si
stanno deteriorando, come tutto il resto del paese. In più, ci sono molti
scienziati nucleari esperti che non hanno niente da fare se non guidare un
taxi per sbarcare il lunario. È quindi molto probabile che queste armi
rispunteranno altrove nel mondo o, semplicemente, che esploderanno. I loro
sistemi di controllo non funzionano più.
L’amministrazione Clinton aveva sollecitato i
russi ad adottare una strategia di lancio ossia un sistema automatizzato che
attaccasse le armi nucleari senza alcun intervento nucleare. Questo è il
sistema che hanno gli USA. Gli americano volevano far accettare alla Russia i
suoi programmi di difesa missilistica basati sulla militarizzazione dello
spazio. Insomma, se i russi avessero adottato questo sistema, si sarebbero
sentiti più al sicuro. Di conseguenza che non si sarebbero più tanto
preoccupati della militarizzazione dello spazio.
Dal punto di vista della sopravvivenza, questa
è una strategia suicida. Cercare di convincere una nazione a adottare al
lancio automatizzato di missili, quando si sa benissimo che i suoi sistemi di
comando e di controllo si stanno deteriorando giorno dopo giorno, significa
cercare una guerra nucleare accidentale. Ci sarà qualche incidente, un guasto
del sistema, nessun intervento da parte dell’uomo e i missili esploderanno e
basta. E