Ultimo Aggiornamento : 10-09-2003 : Last Release
Nei segni che confondono la borghesia, la nobiltà e i meschini profeti del regresso riconosciamo la mano del nostro valente amico, Robin Goodfellow, la vecchia talpa che scava tanto rapidamente, il grande minatore: la rivoluzione! - KARL MARX -
 
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aa.vv.

SOTTO IL VULCANO

GUERRA, IMPERIALISMO, GLOBALIZZAZIONE

 

Il primo libro pubblicato dalla GT, nell'ottobre 2001, è ora completamente disponibile on-line. Buona lettura.

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

International Socialist Review

 

 

 

Sotto il vulcano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Milano, 2001

 

 

 

 

Edizione a cura di Yurii Colombo

 

Traduzioni dall’originale di Yurii Colombo, Barbara Rossi, Catia Tommasin.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La riproduzione di questi contributi è permessa, previo contatto con l’Editore. Per informazioni e contatti giovanetalpa@tiscalinet.it.

 

Cooperativa Colibrì società a..r..l., 2001

Via Coti Zelati,49 – 20030 Paderno Dugnano (Mi)

colibri@libero.it

 

ISBN  88-86345-39-9

 

 

Indice

 

Introduzione 5

 

Prima parte

L’AMERICA IN GUERRA

 

Selfa Lance e Ahmed Shawki

La nuova guerra di Bush  9

 

Noam Chomsky

La militarizzazione dello spazio  25

 

Intervista a Edward Said

Chiamano tutta la resistenza “terrorismo”  35

 

 

Seconda parte

GLOBALIZZAZIONE E IMPERIALISMO

 

Paul D’Amato

Gli Stati contano ancora nell’èra della globalizzazione

globalizzazione?  45

 

John Pilger

Lo Stato è più potente che mai  61

 

Gregory Palast

Il globalizzatore venuto dal Freddo  65

 

Goeff Bailey

Gli americani consumano troppo? 71

 

Vandana Shiva

Il controllo delle risorse idriche da parte di Banca Mondiale, WTO e corporations       79

 

Nigel Harris

Cina: globalizzazione e nuova agenda  87

 

Terza Parte

IL MOVIMENTO “PER LA GIUSTIZIA GLOBALE”

 

Mumia Abu Jamal

Per cosa combatteva Carlo  99

 

Todd Chrietien

Tijuana: lotte in prima linea contro la globalizzazione  101

 

Oscar Oliveira

La lotta dell’acqua a Cochabamba  109

 

Tim Robbins

Per cosa ho votato quando ho scelto Nader  115

 

Michel Löwy

Davos e Porto Alegre: due progetti opposti di civiltà  121

 

Intervista a Howard Zinn

Quello che sta a cuore a milioni di persone sono le questioni di classe  125

 

Ahmed Shawki

La lotta per un mondo diverso  129

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 


 

 

 

 

 

 

 

 


 

Introduzione

 

Questa antologia rappresenta la traduzione di contributi apparsi nei più recenti fascicoli della International Socialist Review[1] sui temi più caldi della politica internazionale degli ultimi mesi. Vengono presi quindi in esame soprattutto i temi più legati al dibattito politico americano, spesso assai poco conosciuti in Italia e in Europa, e soprattutto i problemi aperti dalla “nuova guerra di Bush” (e alle sue prospettive), a cui è dedicato il saggio che apre il volume.

Infatti non si erano ancora spenti gli echi e le riflessioni sulle tempestose giornate di lotta genovesi di luglio che l’11 settembre, con gli attacchi terroristici alle Twin Towers e al Pentagono, tutto il quadro della situazione politica mondiale è mutato repentinamente. Ovviamente non siamo i primi, e non saremo gli ultimi, a segnalare come questi avvenimenti abbiano prodotto delle accelerazioni politiche di cui potremo cogliere la portata solo tra qualche tempo.

Il movimento “antiglobal” in Italia di fronte al precipitare degli eventi è rimasto quasi paralizzato, incapace di fornire analisi e parole d’ordine che fossero all’altezza della situazione. Per certi versi ciò era inevitabile. Se il suo insorgere a livello internazionale aveva rappresentato una ventata fresca di contestazione (seppur parziale) al capitalismo e ai modelli economici liberisti dopo venti anni soffocante pace sociale e conformismo ideologico (e ai temi del movimento per la giustizia globale è dedicata l’ultima parte di questo volume), i limiti di analisi e le rivendicazioni prospettate rischiano di farlo finire in un vicolo cieco anche perché l’incedere della recessione internazionale impone la necessità di porre in primo piano le questioni che toccano più da vicino milioni di persone: l’incertezza del posto di lavoro, il precariato, l’erosione dei servizi sociali, la vacuità degli stili di vita borghesi.

Molte delle analisi (e delle illusioni) che avevano accompagnato l’ascesa di questo movimento sono state spazzate via in un attimo. E’ proprio vero: ci sono giorni che valgono anni. Dopo l’11 settembre abbiamo assistito a interventi vigorosi e concertati delle principali banche centrali sia con l’abbassamento ripetuto dei tassi d’interesse sia attraverso iniezioni di liquidità che hanno salvato dalla catastrofe molte multinazionali fino al giorno prima ai vertici di Wall Street. Abbiamo visto presidenti di Stati, presidenti dei consigli dei ministri e ministri degli esteri impegnati in sfibranti tour diplomatici presso le capitali di paesi di cui probabilmente non conoscevano neppure il nome; abbiamo visto dappertutto forgiarsi quell’union sacré di tutte le forze borghesi che si rende necessaria solo nei momenti più difficili. Altro che progressiva erosione dello Stato nazionale, altro che Impero! Al posto della miope e unilaterale interpretazione della sinistra italiana infeudata dallo stalinismo che ha voluto sempre vedere solo ed esclusivamente il dominio della potenza americana (giungendo perfino sostenere, fino a non più di qualche anno fa, la ridicola tesi dell’Italia colonia statunitense) ci troviamo di fronte a una più intricata ragnatela di rapporti tra grandi potenze globali e piccole potenze regionali per ripartirsi zone d’influenze, ritagliarsi alleanze e accessi alle risorse energetiche dell’Asia Centrale. È la più chiara dimostrazione che i vecchi “attrezzi” metodologici del marxismo troppo rapidamente gettati in soffitta, possono garantire un’analisi capace di comprendere quello che oggi succede superando sia i limiti delle scuole borghesi “realiste” che l’impotente “wilsonismo” pacifista .

La guerra si è materializzata sotto i nostri occhi (sia quella corsara e reazionaria di bin Laden che quella scientifica e mostruosa degli eserciti anglo-americani) non come destino cinico e crudele, non come recrudescente ritorno dell’uomo all’irragionevolezza ma “come forma della vita capitalista, legittima quanto la pace” (Lenin). Altro che riforma dell’ONU! Altro che azioni di polizia internazionale!

Questa guerra, che per stessa ammissione di Bush durerà anni, ci ha mostra un’ulteriore sfaccettatura della globalizzazione, quella della globalizzazione dell’oppressione e del terrore che potrà essere fermata, come scrisse una indimenticata comunista rivoluzionaria, “solo a condizione che i lavoratori (…) sappiano riscuotersi dalla loro ubriacatura, stringersi fraternamente per mano e sovrastare il coro bestiale della canea imperialistica così come le roche strida delle iene capitalistiche, col vecchio e possente grido di guerra del lavoro: Proletari di tutti i paesi, unitevi!”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Prima parte

L’AMERICA IN GUERRA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

Lance Selfa e Ahmed Shawki

 

La nuova guerra di Bush

 

Lance Selfa è redattore della International Socialist Review. Ahmed Shawki è direttore della International Socialist Review.

 

Tutte le operazioni militari statunitensi hanno sempre goduto della copertura di giustificazioni create ad arte per il pubblico che servono a coprirne gli scopi reali. George Bush I fece passare la guerra del Golfo Persico del 1991 per un nobile sforzo volto a dimostrare che “non c’era spazio per le palesi aggressioni”. Nel 1999 Clinton cercò di far passare una guerra intesa a preservare la “credibilità” della NATO per un’operazione umanitaria che aveva quale obiettivo, salvare i rifugiati kosovari. La “guerra al terrorismo” di Gorge Bush II non è diversa. Se Bush fosse stato interessato semplicemente a “assicurare alla giustizia” gli esecutori degli attacchi dell’11 settembre, non avrebbe lanciato una indeterminata, pluriennale “guerra al terrorismo.” Bush parla costantemente di “difesa della libertà” e della necessità di sgominare “il male” per nascondere deliberatamente gli obiettivi geopolitici e imperiali statunitensi in questa guerra.   

Le ragioni di questi inganni sono semplici da spiegare. Se il popolo americano conoscesse le ragioni reali dell’intervento – così come del resto successe durante la guerra del Vietnam – non la sosterrebbe. Strobe Talbott che ha partecipato a questa frode in qualità di plenipotenziario speciale di Clinton in Russia durante la guerra del Kosovo, ha spiegato:

 

Il popolo americano non ha mai accettato la geopolitica tradizionale o i puri calcoli di bilancia di potenza come una ragione sufficiente per espandere le ricchezze nazionali o per inviare soldati americani in terre straniere. Durante questo secolo [il XX] i governi americani hanno spiegato le loro decisioni di inviare truppe “al di fuori” invocando qualche necessità di difendere la democrazia.[2]

 

Fondamentalmente, l’Operazione Libertà Duratura è intesa a difendere un tipo di libertà: la libertà americana a continuare a intervenire in giro per il mondo per piegare i paesi alla sua volontà. Bush spera che l’Operazione Libertà Duratura sarà l’equivalente del XXI secolo dell’Operazione Tempesta nel Deserto che suo padre descrisse come il “campo di prova” per una politica americana del tipo “ciò che diciamo noi è legge”.[3]

Forse nei suoi sogni più sfrenati, Bush II crede che la sua “guerra al terrorismo” diventerà l’equivalente della Guerra Fredda del XXI secolo, con il “terrorismo” al posto del “comunismo” come fine ultimo razionale dei disegni imperiali USA.      

Nell’attuale fase, con l’attacco all’Afghanistan, l’Operazione Libertà Duratura ha permesso agli USA di portare avanti molti dei suoi obiettivi geopolitici, di cui tre spiccano in modo particolare. Si tratterebbe di proiettare la potenza americana “nell’arco del conflitto in Asia”; di erodere l’influenza russa in Asia Centrale per ottenere un più ampio accesso alle risorse petrolifere e di gas naturale del mar Caspio; di rafforzare l’egemonia USA nel Medio Oriente.

      

Dalla fine della Guerra Fredda, gli USA si sono posti la priorità di impedire o ritardare l’ascesa di un “competitore strategico” che possa disporre di una forza militare ed economica che possa potenzialmente sfidare l’egemonia americana su un’area geografica che si estende dall’ Europa all’Asia. I principali scenari disegnati dalle Forze Armate USA assegnano il ruolo di “competitore strategico” a una di queste tre potenze asiatiche: Russia, Cina o India. Come afferma la redazione della Quadrennial Defense Review (di seguito “QDR”) nel numero del 30 settembre 2001

 

Esiste la possibilità che un concorrente militare con formidabili risorse di base emergerà nella regione. Il litorale dell’Asia Orientale – dalla baia del Bengala al mar del Giappone – rappresenta un area particolarmente impegnativa. Gli Stati Uniti hanno anche meno minor certezza di accesso ai vantaggi nella regione. Ciò pone il problema di assicurarsi accessi addizionali e accordi infrastrutturali e lo sviluppo di sistemi in grado di sostenere operazioni a grandi distanze con il minimo supporto di teatro di base.[4]

 

L’establishment della Difesa americana è convinto che il probabile “sfidante” per l’egemonia regionale nei prossimi due decenni sarà la Cina. Gli USA vedono l’Asia come la regione potenzialmente più instabile del mondo, un’ipotesi che ha guadagnato credibilità quando, due acerrimi nemici regionali, India e Pakistan, hanno realizzato esperimenti nucleari a una settimana di distanza l’uno dall’altra nel 1998. A differenza dell’Europa, dove la fine della Guerra Fredda ha portato a una significativa riduzione delle forze di occupazione, gli USA hanno accresciuto lo stanziamento di truppe a Okinawa e in Corea del Sud. Ma i recenti sviluppi regionali – dalla riconciliazione sulla penisola Coreana ai movimenti per mandar via gli USA da Okinawa – hanno reso i bastioni americani in Asia Orientale più incerti.[5]

 

Cosa ha a che vedere tutto ciò con la “guerra al terrorismo” intrapresa in Afghanistan? Molto. In primo luogo se si getta uno sguardo alle cartine militari degli schieramenti militari e navali americani disponibili al pubblico si vedrà che gli USA circondano quella regione con truppe, navi e altri mezzi bellici. Rimane ancora da vedere se gli USA pensino a un dislocamento di forze in Uzbekistan and Tajikistan e a un tentativo di negoziare il ritorno di una base navale nelle Filippine come strumento permanente della loro “difesa avanzata”. Ciò potrebbe certamente aiutare il piano USA a lunga scadenza di trasferire in Asia altre forze ora stanziate in Europa.  

In secondo luogo se la Cina è il principale “competitore strategico” per il futuro, le operazioni militari USA in Afghanistan aiutano a mettere la Cina in una morsa. Le forze armate USA potrebbero essere ora schierate sul fianco orientale cinese in Giappone, Corea e nello stretto di Taiwan, e sul fianco cinese occidentale in Asia Centrale. La Cina non è in grado di fermare la proiezione USA in Asia Centrale e non osa tagliare la strada agli USA. Così ha deciso per un limitato sostegno agli USA in quanto

 

[Washington] sarebbe disponibile una estensione dell’influenza cinese in Asia Centrale in modo da bilanciare l’espansione americana nella regione; gli USA sarebbero pieni di gratitudine e si garantirebbe una rinnovata fiducia tra i due paesi. Pechino inoltre potrebbe in cambio ottenere qualcosa sulle questioni di Taiwan e Xinjiang.[6]

 

La Cina, un alleato del Pakistan da più di 50 anni, ha giocato, dietro le quinte, un ruolo chiave per garantire la cooperazione di Islamabad con Washington.[7] L’obiettivo a lunga scadenza della Cina diventare una potenza regionale in Asia dipende dalla sua capacità attuale di tenere a bada gli USA. Così, almeno temporaneamente, l’interesse di Pechino a far sì che gli USA non diventino un proprio nemico coincide con l’interesse USA di controllare la Cina.

Gli USA sanno che la “stabilità” nel Sud dell’Asia dipende dalla sua capacità di barcamenarsi tra Pakistan e India. Dalla fine della Guerra Fredda, l’India, che è rivale della Cina, ha cercato di diventare nella regione uno dei partners strategici degli USA. È stato il solo paese di una certa importanza, se si eccettua Israele, ad applaudire il discorso del 1 maggio 2001 di Bush in cui venivano descritti i piani di Guerre Stellari. E così non desta sorpresa che l’India abbia offerto agli USA l’utilizzo delle proprie basi, messo a disposizione la propria intelligence e, soprattutto, fornito il proprio sostegno politico, alla guerra americana contro il “fondamentalismo islamico”.

Gli Stati Uniti guardano alla disputa indo-pakistana, con la sua dimensione nucleare, come alla più importante minaccia alla sicurezza della regione, pericoli terroristici inclusi. Su tutte questioni le politiche dell’India sono cruciali per la pace nella regione.[8]

 

Ma gli USA non potevano accettare tutte le offerte indiane. Si sono invece orientati maggiormente verso il Pakistan, un vecchio alleato della Guerra Fredda. Per tutti gli anni ’80 il Pakistan fu il principale “subappaltatore” della guerra americana per procura contro l’URSS in Afghanistan. I servizi segreti pakistani addestrarono i combattenti mujahedin in Afghanistan e portarono al potere i talebani. Ora gli USA hanno imposto al Pakistan di abbandonarli al proprio destino. Il Pakistan, in linea di massima, desidera che qualunque governo emerga tra le macerie dell’Afghanistan post-bellico, sia un controllabile vassallo. È proprio per questo che gli USA hanno deciso di orientarsi principalmente verso Islamabad incoraggiandola con un prestito di 1000 miliardi di dollari concessi del Fondo Monetario Internazionale. Ma per sfruttare ogni vantaggio, gli USA hanno deciso di eliminare le sanzioni che gravavano sia sull’India che sul Pakistan.

 

L’Afghanistan si colloca al crocevia di un’area in cui sono concentrati  grandi giacimenti di petrolio e gas, secondi probabilmente solo a quelli del Golfo Persico. Per questa ragione tutte le grandi potenze – gli USA, la Russia, la Cina, la Francia, la Gran Bretagna e la Germania – stanno tramando da un decennio per porre sotto il proprio controllo le risorse di quell’area. Gli USA hanno chiarito quali siano le loro pretese con la ben pubblicizzata operazione militare del 1997 che ha portato al dispiegamento di 500 paracadutisti della Ottantaduesima Divisione Aerotrasportata del Nord Carolina nei deserti del Kazakhstan. Nella storia militare non c’era ancora stata un’operazione di questa gittata (oltre 11500 km.). Si intendeva così dimostrare, come dichiarò il comandate dell’operazione, il generale della Marina John Sheehan, che non c’è nazione sulla faccia della terra che non possa essere raggiunta.[9] Questo record è stato superato nell’attuale guerra in Afghanistan con l’utilizzo dei bombardieri dei B-2. I bombardieri partono dagli aeroporti del Missouri, colpiscono l’Afghanistan, e tornano negli USA senza avere la necessità di fare alcun scalo. Dato che le ricchezze del mar Caspio sono localizzate a centinaia di chilometri dalle acque internazionali, devono essere convogliate sui mercati con delle pipelines. Solo quando sapremo gli itinerari delle pipelines potremo conoscere i veri vincitori e perdenti nella contesa sul mar Caspio. Dopo il collasso dell’URSS, gli USA hanno provato a utilizzare tutta la loro potenza per far sì che le pipelines attraversassero paesi amici e non quelli a loro ostili. E così malgrado che l’itinerario più breve ed economicamente meno costoso per l’imbarco del petrolio e del gas fosse quello che andava dall’Iran al Golfo Persico, gli USA hanno promosso un progetto di pipeline lungo 1.100 miglia che da Baku, attraverso la Georgia, raggiunga il porto turco di Ceyhan. Questa pipeline (e altri progetti dello stesso tipo) hanno come obiettivo di evitare itinerari che prevedano il passaggio delle materie prime dell’Asia Centrale dall’Iran o dalla Russia. Gli USA hanno cercato di produrre un cuneo tra le ex repubbliche Sovietiche e la Russia in modo tale che le prime possano vendere le loro risorse naturali direttamente all’Occidente. L’idea americana secondo cui “Stati indipendenti e sovrani possano difendersi da soli” (una delle spiegazioni della “Operazione Sheehan” del 1997) è volta ad indebolire ulteriormente l’ex superpotenza russa. È in questo contesto che Mosca ha tentato di riaffermare la sua la sua influenza sulle Repubbliche dell’Asia Centrale (Azerbaijan, Uzbekistan, Tajikistan, Turkmenistan).[10]

La politica americana in Afghanistan s'inserisce in questo scontro per il controllo delle risorse petrolifere. Infatti gli USA e il Pakistan sponsorizzarono l’ascesa dei talebani al potere come strumento per creare “stabilità” nel paese, proprio nel contesto di quella strategia.

Oggi il Wall Street Journal si è unito agli altri media americani nell’invocare la testa dei talebani, ma nel 1997 affermava che “piaccia o non piaccia i talebani sono il soggetto politico, in questa fase storica, maggiormente in grado di ottenere la pace in Afghanistan.” Il successo dei talebani è stato decisivo per assicurare all’Afghanistan “il principale itinerario per l’esportazione delle petrolio, del gas e delle altre risorse naturali dall’Asia Centrale”. Il più audace dei progetti, quello di costruire una pipeline (la UNOCAL) che attraversasse l’Afghanistan per trasportare il gas naturale dal Turkmenistan al Pakistan, “era basato sulla promessa fatta dai talebani di giungere a conquistare tutto l’Afghanistan”.

I talebani offrivano agli USA quella stabilità che poteva rendere realizzabile il progetto UNOCAL.

Comunque gli USA iniziarono a cambiare questa loro politica dopo il bombardamento delle ambasciate americane in Tanzania e in Kenya. Iniziarono a convincersi sempre di più che i talebani non avrebbero accettato per sempre il ruolo che gli USA gli avevano assegnato. Cominciarono quindi a pensare a come trovare il modo di sostituire il governo dei talebani con un governo più addomesticato, tre anni prima dell’attacco al World Trade Center.

      

A partire dal 2000 “gli Stati Uniti hanno cominciato silenziosamente a allinearsi a quei governi come la Russia che esigevano un’azione militare contro l’Afghanistan e si trastullarono con l’idea di un nuovo raid per togliere di mezzo Osama bin Laden. Malgrado avessero poi rinunciato a causa delle pressioni in senso contrario che provenivano da quella regione, gli USA erano persino giunti a esaminare quale dei paesi dell’Asia Centrale avrebbe eventualmente permesso l’utilizzo del proprio territorio a quel fine.”[11] L’operazione Pace Duratura si colloca semplicemente lungo quella traiettoria. Con la cooperazione russa, gli USA  hanno guadagnato l’accesso a due basi dell’éra sovietica in Uzbekistan and Tajikistan.

La collaborazione tra USA e Russia potrebbe determinare il cambiamento geopolitico più significativo prodotto dalla crisi afgana.

Il Presidente Vladimir Putin dopo l’11 settembre ha immediatamente offerto il suo sostegno a Bush. Ha ignorato le obiezioni dei sui capi militari che lo consigliavano di mettere a disposizione le basi delle Repubbliche dell’ Asia Centrale alle Forze Armate americane. Alcuni relazioni suggeriscono l’idea che le truppe delle unità speciali russe stiano partecipando assieme agli americani alla guerra in Afghanistan. E sicuramente la Russia (insieme all’Iran) ha usato la sua influenza per saldare l’Alleanza del Nord all’attacco occidentale ai talebani.

La nuova politica di Putin segna una svolta nella tradizionale visione russa che vedeva nella NATO e negli USA delle forze ostili.[12] In particolare da quando la NATO  ha umiliato la Russia, polverizzando il suo alleato jugoslavo nel 1999, Putin ha usato la guerra in Cecenia per rafforzare il controllo della Russia sul suo ex impero. Chiaramente Putin spera che i suoi servigi all’Occidente saranno ricompensati con la possibilità di avere maggior mano libera in Cecenia. Putin vuole – e lo vuole anche la Germania, il suo partner più stretto in Europa – una trasformazione dei rapporti con l’Occidente. Il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Condoleeza Rice – un vecchio combattente della Guerra Fredda e sovietologo – vede possibile una ”fondamentale alterazione” dei rapporti tra la Russia e l’Occidente. Putin ha adombrato anche l’ipotesi che la Russia possa entrare a far parte della NATO – uno sviluppo che sarebbe sorprendente dato che una delle missioni principali della NATO era quella contenere l’influenza russa in Europa.

Comunque Putin (o almeno i suoi capi militari) potrebbe rammaricarsi un giorno di aver dato autorizzato gli USA a utilizzare le basi in Asia Centrale. Il 7 ottobre 2001 gli USA hanno concluso un accordo con l’Uzbekistan impegnandosi a difendere l’ex repubblica sovietica in caso di intervento esterno. L’accordo, racconta il Wall Street Journal, “allontana ogni ipotesi che la presenza militare americana nella regione sarà di breve durata. L’accordo prevede che le forze di terra americane restino per un anno ma probabilmente alla scadenza l’accordo sarà rinnovato, dice confidenzialmente un ufficiale.” L’accordo è un passo nella direzione volta a rendere “le fonti energetiche dell’intera regione un diritto esclusivo occidentale.”[13]

      

L’ultima volta che l’Afghanistan fu preso in considerazione dagli USA fu quando Carter annunciò la sua “dottrina”. In seguito alla invasione dell’URSS dell’Afghanistan nel 1979, Carter sostenne apertamente quello che tutte le amministrazioni americane avevano perseguito dal 1940 in poi: “Un tentativo di qualsiasi forza esterna di guadagnare il controllo del Golfo Persico sarà considerato come un assalto ai vitali interessi degli Stati Uniti d’America, e un tale attacco sarà respinto con tutti mezzi necessari, inclusa la forza militare,” 

Gli USA non credevano veramente che l’URSS stesse usando l’Afghanistan come un ponte per insediarsi nel Golfo Persico. La “minaccia sovietica” semplicemente giustificava la nuova politica USA che prevedeva l’intervento diretto in quell’area che era diventata molto più ostile agli USA (e ai suoi interessi) dopo che la Rivoluzione Iraniana aveva spodestato il principale alleato degli americani nella regione.[14]

La Guerra del Golfo per salvare la monarchia del Kuwait portò alla ribalta la dottrina Bush:

 

“garantire l’assistenza difensiva ai regimi conservatori ricchi di petrolio contro qualunque forza che li possa minacciare.”[15]

 

I tre principali scenari degli USA nel Golfo Persico prevedono: contenimento dell’Iraq; impedimento della chiusura da parte dell’Iran dello stretto di Hormuz, il “checkpoint” del Golfo Persico che sfocia nell’Oceano Indiano; difesa del regime saudita da possibili tensioni interne o da un tentativo di suo rovesciamento.[16]

Questi scenari, a cui possiamo aggiungere il rafforzamento delle sanzioni contro l’Iraq e il mantenimento della “no-fly zones” su quel paese, giustificano ulteriormente la presenza di circa 25.000 soldati e di navi americane nella regione (mentre 155.000 riservisti  sono in stato di allerta e rapidamente dispiegabili).[17] Ma malgrado questa schiacciante presenza americana nel Golfo:

 

…gli USA soffrono di due talloni d’Achille in quanto superpotenza regionale. Il primo è l’incapacità a risolvere la questione palestinese che ancora minaccia di far esplodere il delicato equilibrio nella regione. E il secondo, è il suo massiccio insediamento militare, il quale ha reso le monarchie del Golfo ancora più impopolari …e instabili.[18]

 

Inoltre si devono aggiungere le tensioni con i propri alleati che si sono venute sviluppando nel corso di un decennio a partire dalla Guerra del Golfo: il rancore delle corporations petrolifere europee e internazionali per le sanzioni imposte dagli USA all’Iraq e i tentativi dell’Iran e dell’Arabia Saudita di assumere una posizione maggiormente indipendente rispetto agli USA.[19]

La crisi attuale in Afghanistan e la “guerra al terrorismo” offrono la possibilità agli USA di frenare l’erosione della sua autorità nel Golfo Persico attraverso il maggiore incremento delle forze armate americane nella zona, dai tempi della guerra del Golfo.

 

Nel lanciare l’Operazione Pace Duratura, gli USA stanno compiendo un grande azzardo. Inseriscono la loro potenza al centro di una delle più instabili regioni del mondo. Il loro obiettivo geostrategico nell’attuale guerra potrebbe essere chiaro, ma non esiste alcuna garanzia raggiungano i loro obiettivi. Bush può anche aver promesso che “non falliremo” ma le contraddizioni intrinseche alla situazione potrebbero far saltare tutto.

In primo luogo le enormi linee di faglia nella coalizione costruita da Bush potrebbero esplodere in ogni momento. Bush ha assemblato una coalizione di convenienza, i cui membri hanno interessi antagonistici tra loro. Il Pakistan e l’India restano con il grilletto alzato, pronti a entrare in guerra per il Kashmir. Visto che il Pakistan tratta ora con durezza i militanti islamici, questi potrebbero contrattaccare con attacchi in Kashmir, imponendo all’India una reazione. Solo il giorno prima che gli USA entrassero in guerra i militanti islamici pakistani hanno lanciato una grossa auto-bomba a Srinigar uccidendo 35 persone. Da quando la guerra è iniziata le forze pakistane e quelle indiane si sono scontrate ripetutamente lungo “la linea di controllo” del Kashimir. La Georgia e la Russia sono sì alleate degli USA nella “guerra al terrorismo” ma al contempo la Russia accusa la Georgia di dare rifugio ai ribelli ceceni. Solo pochi giorni prima che cominciasse la guerra, truppe russe sono penetrate in Georgia. La Georgia ha risposto minacciando di ritirarsi dalla Comunità degli Stati Indipendenti e di mandare delle proprie forze a rioccupare l’Abkhasia, una provincia della Georgia fuori dal controllo delle truppe di Tblisi che abitualmente i russi pattugliano.[20]

In secondo luogo le dispute precedenti all’11 settembre tra gli USA e i “partners della coalizione”, che momentaneamente sono state messe da parte, riemergeranno. La Russia e la Cina continueranno a cavalcare il cavallo della “guerra al terrorismo” fino a quando gli converrà. Ma gli USA abbandoneranno il progetto di “Guerre Stellari” in cambio della futura collaborazione di Cina e Russia? È improbabile. Infatti Bush ha già cominciato a “rimpacchettare” il programma di Difesa Missilistica Nazionale (di seguito NMD) come arma “antiterroristica”. E anche se gli USA, dietro il sipario hanno fatto tutta una serie di promesse e fornito tutta una serie di garanzie alla Russia, abbandoneranno i loro progetti per avere delle pipelines fuori dal controllo russo? Permetteranno alla Russia di entrare nella NATO? Anche ciò sembra assai improbabile. E con l’esercito USA che ha già un piede in Asia Centrale è ancora più improbabile che vengano abbandonati i progetti sul mar Caspio. In un quadro siffatto Cina e Russia potrebbero facilmente tornare al ruolo che avevano prima dell’11 settembre e cioè quello di principali sfidanti degli americani nell’area eurasiatica.

In terzo luogo la guerra verserà benzina sull’incendio politico già appiccato in Medio Oriente e in Asia. Vedere che gli USA bombardano spudoratamente uno dei paesi più poveri del mondo, costringendo milioni di persone a fuggire o morire di fame, farà incollerire altri milioni di persone. Le opposizioni islamiche dall’Egitto alla Arabia Saudita fino all’Asia Centrale recluteranno nuovi adepti pronti a lanciare attacchi sugli USA o su paesi suoi alleati. E le atrocità di Israele contro i palestinesi, attuate mentre gli USA stanno bombardando l’Afghanistan, accresceranno la violenza. Condizioni di guerra civile potrebbero svilupparsi nei paesi di tutta la regione. Solo pochi giorni dopo l’inizio dei bombardamenti degli USA e della Gran Bretagna, le forze armate pakistane hanno sparato sui manifestanti in città di tutto il paese. L’autorità palestinese ha dovuto fronteggiare il più duro confronto con gli islamici a partire dal 1994, costringendo la polizia palestinese a chiedere dei mezzi antisommossa ad Israele!             

Tutte queste tensioni potrebbero crescere enormemente – e la coalizione esplodere – quando gli USA avanzeranno verso il loro prossimo obiettivo “antiterroristico.”

In un incredibile editoriale il direttore della National Review, Richard Lowry, si è sentito in dovere di presentare un proprio fantasioso programma per l’Iraq. Questo programma non prevedrebbe solo il rovesciamento di Saddam Hussein ma anche l’imposizione di un regime coloniale in Iraq governato dagli americani sul modello di quello britannico imposto all’India nel XIX secolo[21]

Ma per quanto i piani dell’amministrazione USA siano distanti da quelli di Lowry, non c’è dubbio che alcuni membri dell’amministrazione condividano i suoi punti di vista. Inoltre l’Amministrazione americana ha già pronti dei piani per condurre un’operazione simile “di ricostruzione nazionale” in Afghanistan, mettendo così da parte le critiche che Bush aveva rivolta Clinton in campagna elettorale sulla “ricostruzione nazionale” in Somalia, ad Haiti e nei Balcani.Se si riuscisse a far funzionare questo schema si preannuncerebbe un’occupazione decennale dell’Afghanistan sul tipo di quella del Kosovo, un compito militare che sarebbe “lungo, costoso e in ultima istanza destinato a fallire.”[22]

Qualunque espansione della guerra verso il Medio Oriente metterebbe sotto ulteriore pressione la già tenue alleanza tra gli USA e i cosiddetti Stati arabi “moderati” (leggi filo USA).

Nella regione  milioni di persone sono coscienti che gli USA hanno sostenuto le sanzioni genocide contro l’Iraq. Sanno che gli USA puntellano regimi dittatoriali in tutta la regione. E sanno anche che gli USA coprono politicamente la repressione israeliana contro i palestinesi. Che siano fanatici dell’islam o meno, questa gente non sarà propensa ad accettare un revival del colonialismo del XIX secolo coperto dal presupposto razzista del “paternalismo illuminato”. Se gli USA si indirizzeranno verso l’imposizione di un regime coloniale in Iraq o in qualsiasi altro paese, ciò farà esplodere il movimento di liberazione nazionale più importante dai tempi della Rivoluzione Iraniana. Una campagna degli USA in Libano contro gli hezbollah non dovrà confrontarsi con un’accozzaglia di terroristi isolati ma con un movimento politico solido, largamente radicato nella società libanese. Inoltre il ruolo avuto dagli hezbollah nel cacciar fuori dal sud del Libano gli Israeliani gli ha fatto guadagnare uno status di eroi nazionali,  che trascende le divisioni politiche e religiose del paese. Lowry dovrebbe ricordarsi con qualche tristezza quanto successe allo shah dell’Iran.

 

Gli USA cominciano il XXI secolo da posizione di forza simili a quelle di grandi imperi del passato (dall’antica Roma fino alla Bretagna vittoriana). La sua economia rappresenta il 22% della produzione mondiale e rimane il primo paese del mondo nella ricerca e nella produzione dell’high-tech. La sua spesa militare è superiore alla somma delle spese belliche delle 15 più importanti potenze militari del mondo. Se si somma la spesa americana a quella dei più leali alleati – i paesi della NATO, la Corea del Sud e il Giappone – si giunge a una cifra che supera la spesa militare di tutto il resto del mondo.[23] Questo dominio ha generato un tipo di arroganza imperiale che ha contribuito a far sorgere sogni come quelli di Lowry.

Ogni impero che ha pensato di poter riorganizzare il mondo a propria immagine e somiglianza ha finito per crollare. L’imperialismo ha sempre generato resistenza sia da parte dei suoi potenziali rivali sia da parte dai popoli e dalle nazioni che tenta di soggiogare. In questo preciso momento i più probabili “competitori strategici” dell’America, la Russia e la Cina, sono allineati con la “guerra al terrorismo”. Ma non bisogna avere molta immaginazione per capire che non accetteranno la “leadership” americana per sempre. E se gli USA accresceranno la loro superiorità in Asia Centrale, essi potrebbero essere spinti ad opporsi nuovamente ai piani di Wahington. La Russia e la Cina, che contrapponevano una visione del mondo “multipolare” a quella di un mondo “unipolare” dominato dagli USA prima dell’11 settembre, potrebbero ridiventare dei rivali (magari insieme ad altri paesi) degli USA nella arena politica mondiale.

Prima di quanto si pensi, l’imperversare americano provocherà opposizione anche al centro del suo stesso impero. La sua forza dipende dall’alleanza con alcuni dei più corrotti e repressivi regimi del mondo. Inevitabilmente le vittime di questi regimi reagiranno minacciando non solo i loro governi ma la stessa potenza americana. Se oggi l’Arabia Saudita fosse veramente sull’orlo di una minaccia insurrezionale che gli USA non sono in grado di reprimere, quest’ultimi si troverebbero di fronte alla prospettiva del più grande disastro di politica estera dalla Seconda Guerra mondiale in poi. Il rovesciamento del regime saudita potrebbe non essere così imminente, ma il fatto che questa possibilità sia solo ventilata sottolinea la fragilità del dominio USA.

In quanto unica superpotenza mondiale, gli USA si interpongono in ogni conflitto che scoppia nel mondo. Come fece già in Vietnam, quando rilevò l’amministrazione coloniale francese, tutto ciò finisce per “americanizzare” i conflitti trasformando gli USA nel bersaglio di qualsiasi popolo che lotta per la propria autodeterminazione. Se gli USA perseguiranno una politica ultra imperialista tipo quella invocata da Lowry, queste sfide semplicemente si moltiplicheranno. Molte dei timori che circolano oggi in USA sono legati alla possibilità che l’Afghanistan si trasformi in un pantano come il Vietnam.

Se la “guerra al terrorismo” si estenderà dal Libano alle Filippine, o all’Indonesia (come molti funzionari dell’Amministrazione lasciano intendere) ci si potrebbe trovare di fronte a due, tre, molti Vietnam.          

Last but not least gli USA potrebbero trovarsi di fronte a una opposizione interna che non si identificherebbe semplicemente con il movimento antimilitarista. La “guerra al terrorismo” di Bush si dipana in un contesto di recessione mondiale. I livelli di disoccupazione negli USA sono i più alti degli ultimi dieci anni e il rallentamento della produzione mondiale è il più marcato dalla fine della Seconda Guerra mondiale. Ciò significa che tanto più Bush si imbarcherà in guerre e tanto più milioni di operai americani le pagheranno con licenziamenti e tagli delle spese sociali per far ingrassare i principali fornitori di armi. Come disse nel 1918 il leader socialista Eugene V. Debs:

      

…la classe operaia che combatte tutte le battaglie, la classe operaia che fa i supremi sacrifici, la classe operaia che incondizionatamente versa il proprio sangue e getta i propri corpi [in battaglia], non ha ancora avuto voce né nel dichiarare guerre né nel sottoscrivere paci. Sono le classi dominanti che, invariabilmente, fanno le une e le altre.[24]

 

Nello spazio di pochi giorni, le promesse dei politici di rendere mutuabili i prodotti farmaceutici e di “salvare i servizi sociali”, sono evaporate. Al contrario il Congresso ha distribuito qualcosa come 15 bilioni di dollari di aiuti ai padroni delle compagnie aeree, mentre rifiutava di aiutare gli oltre 100.000 lavoratori licenziati dalle compagnie aeree stesse.

L’America delle Corporations con una mano sventola la bandiera e con l’altra riempie le proprie tasche a spese dei lavoratori” ha spiegato a questo proposito un funzionario del sindacato dell’auto (UAW).[25]

Tanto più la guerra si trascinerà e l’economia peggiorerà e tanta più gente inizierà a realizzare di non avere alcun interesse in questa guerra. Allora Bush dovrà rispondere di quella cinica manipolazione della gente comune, oltraggiata dagli attacchi dell’11 settembre, realizzata solo per portare avanti il suo programma di destra. Questo è il tipo di opposizione che Bush teme di più. 

 

L’attacco al World Trade Center e al Pentagono sembrano abbiano provocato un caso di amnesia nel mondo intero. Negli Stati Uniti tutta l’opposizione alle principali questioni di politica estera – dalla conferma ad ambasciatore alle Nazioni Unite dell’apologeta degli squadroni della morte John Negroponte, alle Guerre Stellari fino all’incremento di quasi 42 bilioni di dollari della spesa militare – si è dissolta. All’estero, ogni critica avanzata contro l’arroganza degli USA è stata dimenticata e i paesi di tutto il mondo si sono uniti alla “lotta antiterrorismo” di Bush.

The Nation[26] si è congratulato con l’amministrazione per la sua “inaspettata – ed opportuna – conversione all’internazionalismo” per aver premuto sul Congresso perché paghi i debiti di lunga data accumulati con le Nazioni Unite e per aver spinto il Senato ad approvare una convenzione con le Nazioni Unite sul terrorismo.[27] La rivista si concentra sulle supposte dispute tra Powell e i falchi dell’Amministrazione ponendo l’accento sul fatto che le “voci della ragione” all’interno dell’Amministrazione, che puntano sulla diplomazia e sulla cooperazione con altre nazioni, abbiano prevalso sulla politica dell’Amministrazione prima dell’11 settembre che affermava “o con noi o contro di noi”. 

Questi superficiali cambi di tono sono sufficienti a confondere i liberali che scrivono per The Nation o per Salon.[28] Ma la realtà è ben diversa. Prendiamo per esempio l’interpretazione secondo cui la politica di Bush che ha posto al centro la costruzione di una coalizione contro il terrorismo avrebbe forzato l’amministrazione a abbandonare i suoi istinti “unilaterali”. Non è pertinente. Bush non ha fatto segreto del fatto che la “guerra al terrorismo” è un’azione diretta dagli USA che le altre nazioni devono solo sottoscrivere. Queste ultime non sono invitate a definirne il corso. Gli USA hanno dichiarato l’emergenza e offerto una soluzione militare, la sola che siano in grado di mettere in campo. Il fatto che gli altri paesi – dagli alleati NATO fino alla Russia e alle monarchie del Golfo – vogliano saltare sul vagone dell’orchestra americana non è una sorpresa.

La maggioranza di questi paesi preferisce avere in buoni rapporti con la sola superpotenza mondiale oggi esistente, piuttosto che il contrario.“Cose che erano impossibili prima dell’11 settembre improvvisamente sono diventate reali, ma ciò non significa che l’impulso unilateralista si sia dissolto” ha affermato Michael Lindsay, esperto della Brookings Institution .[29]

Tuttavia, Bush e i suoi amici non hanno aspettato gli altri paesi per farsi la loro opinione. Gli USA hanno mobilitato le truppe e le portaerei sin dall’11 settembre. Poi le hanno dislocate per ottenere l’approvazione e la cooperazione dei servizi segreti dei novelli alleati. Senza dubbio gli USA hanno stipulato una serie accordi segreti e fornito assicurazioni per conquistare alcuni dei loro nuovi amici. Hanno usato ogni carota e ogni bastone a loro disposizione. Hanno eliminato le sanzioni contro il Pakistan, l’India e il Sudan. Hanno spinto il Fondo Monetario ad approvare prestiti per 1000 miliardi di dollari a favore del Pakistan e hanno fatto pressione sull’Arabia Saudita e sugli Emirati Arabi perché rompessero le relazioni con i talebani.

Il solo fatto che Bush stia provando a far allineare gli altri paesi nella “guerra contro il terrorismo” non significa che questi metteranno da parte per sempre le loro critiche nei confronti della politica estera statunitense. Gli USA possono aver avuto successo nel far scattare il dispositivo dell’articolo cinque della Carta della NATO, il quale afferma che l’attacco agli USA era un attacco a tutti i paesi membri dell’alleanza. Ma Bush non ha accettato l’Accordo di Kyoto e non ha fatto alcun passo indietro rispetto ai piani della Difesa Missilistica Nazionale per ricambiare il favore ai suoi alleati europei.

Un’altra falsa speranza è quella di qualche analista della Difesa secondo cui dopo l’11 settembre gli USA riorienteranno le loro priorità militari. Il Dr. Dennis Blair, del Centro per le Informazioni della Difesa, ha posto questa questione così:

 

I bilanci della difesa di solito, con i loro gretti impegni per estesi, pesanti arsenali destinati a sfidare “competitori strategici” stranieri, provocano crescente scetticismo di fronte ai seri danni inflitti da una piccola banda di terroristi armati di coltelli. Attualmente impegnarsi in un costoso riamo militare sembra quasi inutile di fronte alla principale minaccia rappresentata dal terrorismo globale.

Spendere miliardi per satelliti, in grado di “contare i fagioli” ma non in grado di scrutare nelle caverne afgane o di origliare nei piccoli conclavi di radicali che tramano la distruzione dell’America sembra un dubbio investimento, come del resto gettare miliardi di dollari in progetti di difesa missilistica significa occuparsi di attacchi missilistici del tutto immaginari contro la patria americana.[30]

 

L’analisi di Blair è un appello al buonsenso di coloro i quali pensano che la razionalità e l’efficienza guidino oggigiorno l’azione del complesso militar-industriale americano. Ma se vediamo quanta attenzione prestino tutti principali decision-maker a analisi come quella di Blair, non farebbe alcuna differenza se questa fosse stata scritta in antico sanscrito piuttosto che in inglese. Solo pochi giorni dopo dagli attacchi, entrambe le camere del Congresso hanno approvato le spese militari proposte da Bush senza che si levasse nessuna voce d’opposizione. Piuttosto che ridurre “le dispendiose attrezzature militari […]designate a sfidare competitori strategici”, il Congresso ha devoluto a questo scopo una montagna di soldi. I prodotti più gettonati restano gli aeroplani e le navi per portare avanti i progetti americani di potenza globale. E il NMD è stato implementato di 3 bilioni di dollari, cioè del 57%. Complessivamente la spesa bellica è aumentata rispetto allo scorso anno di 32,6 bilioni di dollari (l’11%).[31]

Quando l’amministrazione ha pubblicato alla fine di settembre il “QDR”, è diventato chiaro che gli obiettivi imperiali degli USA erano rimasti inalterati.

Benché gran parte del “QDR” fosse stato scritto prima dell’11 settembre, gli attacchi hanno permesso all’Amministrazione di rilanciare il ruolo del Pentagono e la retorica “della difesa della patria”.

Malgrado il Pentagono giustifichi il proprio ruolo in termini di “difesa della patria”, il “QDR” non  perde troppo tempo a spiegare cosa ciò significhi. Dei nove principali “interessi e obiettivi principali” degli USA, solo tre possono essere considerati collegati alla difesa della “patria americana”.

Il rapporto riafferma l’obiettivo di proiettare la forza USA dovunque nel mondo Infatti essa lega questa missione di “difesa della patria […] alla capacità di proiettare la potenza in un largo raggio e ciò aiuta a dissuadere gli atti minacciosi contro gli USA e quando è necessario, a scompigliare, rinnegare o distruggere entità ostili a distanza.”[32]

Questa ultima affermazione dimostra come il governo USA utilizzi la “difesa della patria” come la più ragionevole delle giustificazioni per i suoi obiettivi globali. Con un bilancio della difesa che differisce poco dalle proposte di Bush precedenti l’11 settembre, è difficile dire che la “guerra al terrorismo” ha cambiato la politica americana. Invece, la “guerra al terrorismo di Bush” ha fornito il perfetto pretesto per il Pentagono, le agenzie di intelligence e l’autorità giudiziaria per portare avanti una lunga lista di sogni a lungo custoditi nel cassetto. La retorica dell’Amministrazione può darsi sia cambiata dopo l’11 settembre, ma non la sua politica.              

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

Noam Chomsky

 

La militarizzazione dello spazio

 

Noam Chomsky, professoreal Massachusetts Institute of Technology, è autore di numerosi libri sulla politica estera degli USA e sui diritti dell’uomo Recentemente in Italia è stato pubblicato Egemonia americana e “Stati fuorilegge” (Dedalo, Bari, 2001)

 

Circa vent’anni fa Michael Albert della rivista Z mi chiese di scrivere un libro intitolato Turning the Tide.[1] Il libro parlava di come le cose stessero andando nel modo sbagliato e alla fine, per far contento Michael, aggiunsi un paio di paragrafi abbastanza ottimisti.

Effettivamente, a quel tempo non sapevo dell’esistenza di numerosi movimenti popolari di ampio respiro nel Sud del Mondo, il cosiddetto Terzo Mondo – Brasile, India e altrove. Ho cominciato a capirne qualcosa più tardi, in alcuni casi per esperienza personale, per esempio venendo a sapere di media popolari e di villaggi autogovernati. Questi movimenti sono molto solidi e molto incoraggianti. Negli ultimi due anni si sono creati importanti rapporti fra i movimenti nel Sud e i movimenti di base qui in America. Questo è uno sviluppo davvero incoraggiante. Di tanto in tanto acquista una visibilità tale da non poter essere ignorato persino dagli ambienti più tradizionalisti.

Ma di una cosa potete star certi: i centri del potere non li ignorano di certo, anzi ne sono turbati. Sono preoccupati per l’esistenza di moltissime persone che hanno preso a nuotare controcorrente, con bracciate vigorose. Oggi c’è il rischio che la corrente cambi direzione e penso alla possibilità scrivere un libro molto più ottimista di allora, con lo stesso titolo e stavolta anche con un contenuto che lo giustifichi.

Un esempio simbolico di quanto dicendo, e che voi tutti conoscerete, è la decisione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio di tenere il prossimo summit in una località remota, come il Quatar, dove, almeno si spera, nessuno potrà arrivare. Se date una scorsa alla stampa finanziaria più seria, non mancherete di cogliere una viva preoccupazione nei riguardi dei movimenti popolari. Circa dieci anni fa questa preoccupazione iniziò a penetrare perlomeno nella retorica, e fino a un certo punto anche nella programmazione, di istituzioni finanziarie internazionali come la Banca Mondiale e, ultimamente, il FMI che capiscono di dover rispondere in un modo o nell’altro a una massiccia opposizione in grande ascesa.

Una delle reazioni più interessanti che abbiamo visto è stata il silenzio. Ci si limita a sopprimere le questioni principali, le questioni davvero importanti. Perché si sa che, una volta diventate di dominio pubblico, provocherebbero un’enorme opposizione. La cosiddetta Zona di Libero Scambio delle Americhe è un esempio attuale e molto rappresentativo di questo fenomeno.

Voglio parlare di cose che, se analizzate da sole, apparirebbero davvero scoraggianti. Tuttavia, se le consideriamo insieme alle reazioni che si stanno sviluppando, sembra davvero che possiamo fare qualcosa. Gli sviluppi potenziali di questa situazione sono sinistre, da tanto da arrivare a mettere in discussione la sopravvivenza del genere umano. Tuttavia, lo ripeto, i progressi delle iniziative che si oppongono a questa tendenza sono molto incoraggianti e offrono una base per allargare un movimento spontaneo di grandi proporzioni.

Iniziamo con alcuni degli sviluppi più sinistri, per esempio col rapporto del 1998 della Rumsfeld Commission sul rischio costituito dai missili balistici per gli Stati Uniti, che oggi viene presentato essenzialmente all’interno dei programmi nazionali di difesa missilistica.

Questi programmi stanno giustamente sollevando un’enorme opposizione in tutto il mondo. Ma dobbiamo anche avere un’idea chiara del loro significato. Le difese missilistiche sono solo una piccola parte di qualcosa di più ampio. La questione fondamentale è un’altra: la militarizzazione dello spazio.

Questo non è un programma ideato da Bush: ma un programma bipartisan. Alcune delle parti programmatiche più importanti e interessanti risalgono all’amministrazione Clinton. Di recente il Comando Spaziale (Space Command) degli Stati Uniti ha pubblicato un’elegante brochure patinata che vale davvero la pena di studiare. Si intitola Vision for 2020[2], ed espone le linee direttive per il futuro. Alle difese missilistiche è dedicato pochissimo spazio, forse appena una nota in calce.

La copertina della brochure è graficamente interessante e afferma che la militarizzazione dello spazio è volta a “proteggere gli interessi e l’investimento degli Stati Uniti”. Questa protezione richiede varie cose: innanzitutto, la militarizzazione dello spazio, necessita armi antisatellite in grado di distruggere tutte le comunicazioni o la sorveglianza di qualsiasi potenziale avversario, richiede misure di protezione per i satelliti USA, perché la difesa missilistica non funziona se questi satelliti non sono attivi. E ricordate: tecnicamente eliminare un satellite è molto più semplice di abbattere un missile. I satelliti sono fissi, stazionari oppure si muovono in un’orbita predeterminata. È quindi possibile prevederne sempre la loro posizione. Le armi antisatellite sono un po’ come la scelta a disposizione dei paesi poveri. Ma attaccare missili è molto più complesso. Quindi ci vogliono armi antisatellite e la protezione dalle armi antisatellite degli avversari. Richiede insomma quello che viene definito “dominio dell’intero spettro”, ovverosia devi controllare tutto perché tutto è troppo pericoloso. Ci vogliono armi che colpiscano per prime dallo spazio. Quando l’aereo-spia EP-3 americano sorvolava la Cina lo scorso aprile, stava chiaramente cercando di ottenere informazioni utili nel caso di un potenziale primo attacco nucleare. I cinesi questo lo sapevano. Colpire per primi è la regola degli Stati Uniti, persino se l’attacco è rivolto contro nazioni sprovviste di capacità nucleari.

Alcuni critici tradizionali hanno sottolineato, per esempio sulle pagine di Foreign Affairs, una contraddizione implicita negli attuali piani preoccupa gli analisti: non è possibile avere sia la difesa missilistica sia le armi antisatellite, visto che un sistema di difesa missilistica richiede il coordinamento e il controllo da parte di vari satelliti. Quindi, se ci saranno armi antisatellite, verranno usate per distruggere i sistemi di difesa missilistica. Ma Vision for 2020 e la Commissione Rumsfeld hanno una soluzione per questo problema.

La risposta è, come ho detto, il dominio dell’intero spettro – un dominio così assoluto dello spazio che nessun avversario potrà competere neppure lontanamente. Nessuno pensa seriamente che sarà possibile riuscire in questo intento, ma non importa. Questo meccanismo mette comunque in moto una nuova corsa al riarmo, in cui gli USA sono tecnologicamente così avvantaggiati sui potenziali avversati che nessuno dirà mai: bene, fatelo pure questo primo attacco nucleare se volete. La macchina si è messa in moto e continuerà a funzionare secondo le previsioni ossia con lo sviluppo di armi antisatellite, a cui gli USA dovranno rispondere con una militarizzazione persino più intensa.

Inoltre, si sa già chi si porrà alla testa della proliferazione. La Cina reagirà di certo idem La Russia. Se la Cina sviluppa il suo deterrente, che finora è di dimensioni molto modeste, in grado di rispondere a questo sistema ampliato, allora l’India reagirà impaurita della crescita della Cina. Il Pakistan, a sua volta, reagirà agli sviluppi in India.

Israele reagirà agli sviluppi in Pakistan. Altri paesi entreranno in gioco e tutto questo avrà chiaramente l’effetto di portare alla proliferazione delle armi di distruzione di massa. Nessuno crede seriamente che un avversario potenziale degli USA sia così folle da cercare di lanciare un missile. Quindi il sistema di difesa missilistica non è concepito a scopi difensivi.

È invece concepito come protezione per le forze USA a terra o nei cieli. In teoria dovrebbe consentire di lanciare un attacco con relativa fiducia che nessuno cercherà di reagire.

Questo è risaputo. Le forze armate del Canada hanno informato il loro governo in vari documenti, diventati di dominio pubblico, del fatto che l’obiettivo della difesa missilistica non ha nulla a che fare con la difesa. Serve invece a creare una copertura per azioni militari offensive, compreso forse un primo attacco. Il programma Guerre Stellari o SDI è stato interpretato nello stesso modo. Quindi, si tratta essenzialmente di un’arma offensiva.

Ora c’è un grande dibattito sulla fattibilità tecnica della difesa missilistica nazionale. Funzionerà? Questo non è il punto. Se anche c’è il minimo sospetto che funzioni, i potenziali avversari devono prenderla sul serio. Quando si parla di armi di distruzione totale – della probabilità e della sicurezza di una distruzione totale – anche una minima probabilità dev’essere interpretata come realtà. Non si possono correre rischi.

Il Comando Spaziale non si preoccupa veramente del pericolo di far saltare in aria l’intero Pianeta. Gli preme gettare le basi per un’azione militare USA, compreso il primo attacco se necessario. Ma, soprattutto, gli preme proteggere gli investimenti e gli interessi commerciali degli Stati Uniti. Il Comando Spaziale afferma che la militarizzazione dello spazio è un po’ come lo sviluppo delle marine militari. La marina inglese aveva il dominio sui mari per proteggere gli investimenti e gli interessi commerciali della Gran Bretagna. A lungo andare, ovviamente, altre marine hanno reagito, come quella tedesca. Continuando su questa strada, si arriva alla Prima Guerra mondiale.

La militarizzazione dello spazio è paragonata all’esercito statunitense nel XIX secolo che aveva la responsabilità di proteggere le carovane di carri e gli insediamenti dei coloni. Questo è un modo di vedere le cose. Per tradurre questa rappresentazione nell’effettiva realtà storica, diremo che l’esercito aveva la responsabilità per la vastissima pulizia etnica ai danni dei nativi e per la conquista di mezzo Messico, destinata a estendersi poi ai Caraibi e alle Filippine, e poi per la difesa di ciò che c’era, ossia la difesa di ciò.

Ma anche quando conduci una pulizia etnica e annienti la popolazione, devi pur sempre proteggerti da qualsiasi eventuale sacca di resistenza rimasta. Quindi serve l’esercito. E fu proprio così che tutelarono gli investimenti e gli interessi commerciali. Sembra che ora lo spazio sia solo un’ennesima frontiera.

Eserciti e marine militari avevano anche altre funzioni. Per esempio, gettarono le basi dell’economia industriale in via di sviluppo. Nel caso degli USA, nel XIX, secolo l’esercito gettò le basi di quello che sarebbe diventato il sistema di produzione in serie. Troppo costoso e complicato per attirare gli investimenti dei singoli imprenditori, il sistema americano di produzione in serie, quello stesso che abbagliò il mondo intero con l’inizio della sua applicazione commerciale, fu in verità preceduto da circa quarant’anni di esperienze condotte dal servizio approvvigionamento delle forze armate. Quest’ultimo creò ed utilizzò componenti intercambiabili, la produzione in serie e via dicendo. Il sistema, insomma, fu sviluppato nelle armerie di Springfield e in posti del genere, per la produzione degli armamenti.

Qualcuno ha detto che i problemi tecnici della militarizzazione dello spazio, che rappresenta quanto vi è di più avanzato oggi dal punto di vista della tecnologia e dello sviluppo industriale, sono per certi versi simili a quelli connessi con l’armamento navale di circa un secolo fa. Questo processo fu la base dello sviluppo della futura industria automobilistica e di altre. Fu lì che si svilupparono l’esperienza e le tecnologie necessarie.

La prima corporation miliardaria a nascere negli Stati Uniti fu, non a caso, la U.S. Steel Corporation di proprietà di Andrew Carnegie. Carnegie era un noto pacifista, ma fece i soldi, e soldi a palate, con la produzione di acciaio per le corazzate. Era un business molto redditizio, che gettò anche le fondamenta dell’industria dell’acciaio prima e di altri rami della produzione dopo compreso il settore automobilistico che cambiò tutti i connotati dello sviluppo industriale USA e, in ultima analisi, anche la vita sociale ed economica del paese.

Creare innovazioni e apportare sviluppi ai sistemi militari è un’attività che praticamente non pone problemi di redittività, visto che sono i contribuenti a pagare di tasca loro. E poi si può ricorrere a una loro comoda e perenne copertura: le esigenze della difesa.

Con la fine della Seconda Guerra Mondiale si ebbe un’esplosione degli investimenti. La cosiddetta new economy moderna dipende in larghissima misura da quel boom. I computer e l’elettronica in generale, l’automazione, l’intermodalità nel trasporto merci, containerizzazione, l’aeronautica, Internet e le telecomunicazioni sono tutti nati dalla grande spesa pubblica sotto la copertura dell’industria militare – una spesa pubblica che poi va a finire nelle tasche dei privati.

Si tratta di un processo lungo, quindi è perfettamente corretto pensare alla militarizzazione dello spazio come a qualcosa che assolverà le funzioni che le marine militari e, fino a un certo punto, anche gli eserciti, ebbero un secolo fa: proteggere gli interessi commerciali e gli investimenti, fungere da copertura per la socializzazione della prossima fase dello sviluppo tecnologico e offrire i mezzi per un primo attacco in caso di necessità, o per l’uso della forza senza doversi curare della deterrenza.

L’Europa ha criticato duramente della difesa missilistica nazionale, che, come ormai tutti capiscono, non è solo un elemento della militarizzazione dello spazio. Ma negli ultimi tempi anche la posizione dell’Europa sta cambiando. Il cancelliere tedesco Schreöder ha affermato che anche l’Unione Europea dovrebbe prendere parte a questi programmi, pena il rischio di venire lasciata indietro nello sviluppo tecnologico per la prossima fase del progresso economico. Gli europei, insomma, vogliono assolutamente essere coinvolti in questo aspetto della faccenda. Certo, si preoccupano dei pericoli, molto tangibili. La militarizzazione dello spazio potrebbe portare all’ecatombe del Pianeta. Per loro le cose importanti sono altre.

Conviviamo col pericolo della distruzione totale del mondo sin dall’ascesa delle armi di distruzione di massa durante la Seconda Guerra Mondiale, ma è interessante analizzare le reazioni che ha suscitato. Gli USA godono di una posizione di assoluta sicurezza che non ha paralleli nella storia. Controllano l’intero emisfero, entrambi gli oceani. Nessuno è mai riuscito a fare altrettanto. Dopo la guerra del 1812, gli USA non si sono mai sentiti minacciati. Il loro potere è immenso e dopo l’ultimo conflitto mondiale ha assunto proporzioni fenomenali. Rimaneva un’unica minaccia potenziale, ossia i missili balistici intercontinentali provvisti di testate nucleari, che avrebbero potuto rappresentare un rischio per la sicurezza degli USA.

Ormai disponiamo di alcuni libri di storia abbastanza accurati sulla corsa agli armamenti nel secondo dopoguerra. Vari esperti, come McGeorge Bundy, autore di uno dei volumi più approfonditi sull’argomento, hanno sottolineato di non aver mai trovato la benché minima traccia di una preoccupazione, nei primi anni ’50, circa lo sviluppo dei missili balistici intercontinentali (ICBM) e la loro possibile prevenzione, né alla luce dei trattati siglati in quegli anni, né sulla base di altri negoziati che probabilmente si sarebbero potuti organizzare. Gli USA erano notevolmente in vantaggio. I russi, da parte loro, caldeggiavano in qualche misura il disarmo, non perché fossero brava gente ma perché sapevano benissimo di essere molto indietro, e si rendevano conto dei gravi pericoli che correvano. È quindi più che possibile che un trattato avrebbe potuto prevenire lo sviluppo dei missili ICBM. Ma nessuno ha mai cercato di proporre questo trattato. Nessuno se ne dava molta preoccupazione.

Dopo la morte di Stalin, Chrušev, assunto il potere dopo un breve interregno, alla metà degli anni ’50, iniziò a adoperarsi notevolmente per ridurre il livello di scontro militare. Questo è tutto quello che si poté cogliere allora. Ora sappiamo che Chrušev ci stava davvero provando, che gli USA lo sapevano ma respinsero questa possibilità. L’amministrazione Eisenhower rifiutò di rispondere alle offerte di Chrušev per la riduzione delle forze militari offensive, inclusi cacciabombardieri, truppe e così via. E l’amministrazione Kennedy ci mise definitivamente una pietra sopra.

A quei tempi i russi avevano operato una riduzione degli armamenti molto notevole. Chrušev aveva tagliato del 30% circa le forze aeree d’attacco. La Russia aveva pochi missili e i suoi scienziati erano lontanissimi dallo sviluppo di nuovi missili. Disponiamo di abbastanza documenti interni per affermare che l’amministrazione Eisenhower, sia quella Kennedy, ne erano perfettamente a conoscenza ma decisero di procedere in senso opposto, con un’escalation della corsa agli armamenti, creando un serio pericolo non solo per gli USA ma per il mondo in generale. La ragione di questa decisione degli Stati Uniti è che a quel tempo vi erano considerazioni ben più importanti, per esempio garantire il predominio su gran parte del mondo, proteggere gli investimenti e gli interessi commerciali degli USA e dare un’enorme boccata d’ossigeno all’economia, sotto la copertura della produzione militare. Dieci anni più tardi, con l’avvento dei MIRV (i veicoli spaziali multipli di rientro controllabili indipendentemente), la stessa storia si è ripetuta.

Ma oggi possiamo fermare questo processo? Possiamo fermare la militarizzazione dello spazio? A prima vista sembra certamente di sì, per via del fatto che sono solo gli USA, letteralmente solo loro, a spingere in questa direzione. Tutto il mondo è contrario, principalmente perché ha paura. Gli USA sono molto in vantaggio su qualsiasi Paese e nessuno può neppure sognare il dominio dell’intero spettro e il controllo planetario. Certo, alcuni Stati non mancheranno di reagire, ma innanzitutto vorrebbero fermare questo processo sul nascere. Esistono numerosi trattati, già in vigore e appoggiati letteralmente dal mondo intero, che gli USA stanno cercando di smantellare. Uno è il Trattato sullo spazio aperto del 1967 (Outer Space Treaty), che vieta la collocazione di armamenti nello spazio aperto. Tutti i Paesi del mondo l’hanno sottoscritto, inclusi gli Stati Uniti. Finora nessuno ha cercato di mettere armi nello spazio. Il trattato è stato rispettato e chiunque lo violasse verrebbe facilmente scoperto.

Nel 1999 il trattato fu oggetto di votazione nel corso dell’assemblea generale delle Nazioni Unite. I voti a favore furono 163, i contrari 0, con 2 astensioni da parte di USA e Israele, un paese che vota automaticamente come gli USA. Nello scorso novembre fu nuovamente votato. Questa volta i voti a favore furono 160, quelli contro 0 e furono 3 i paesi ad astenersi. Per un motivo o per l’altro, la Micronesia votò con gli Stati Uniti.

A partire da gennaio le commissioni dell’ONU per il disarmo si sono riunite in numerose occasioni, cercando di ribadire il principio della non militarizzazione dello spazio e gli USA da soli stanno bloccando l’intero processo. Questo non perché gli altri Paesi del mondo siano “buoni”, ma per via dell’equilibrio del potere. Le altre nazioni ci penseranno due volte prima di entrare in questo gioco.

Questo trattato non è molto conosciuto, non si sa perché. L’altro è quello del 1972 sui missili antibalistici (Anti-Ballistic Treaty), che l’amministrazione Bush si è ripromessa di smantellare. Dobbiamo ricordare che questo trattato vieta le armi antisatellite, che formano parte integrante degli progetti americani. Vieta anche qualsiasi interferenza coi satelliti. Gli USA vogliono quindi disfarsi del trattato perché vogliono poter distruggere satelliti, comunicazioni e sorveglianza delle altre nazioni. E il resto del mondo appoggia il trattato ABM nella speranza di prevenire lo sviluppo delle armi antisatellite.

Quindi esistono già almeno due importanti trattati sottoscritti pressoché universalmente, almeno sulla carta e in vigore ormai da anni, che gli USA stanno tentando di smantellare. Questi sforzi procedono con grande rapidità e vedono l’appoggio congiunto di entrambi i partiti statunitensi. L’amministrazione Bush non fa che ampliare i programmi di Clinton, senza alterarli nell’essenza.

Ma non basta: tutti ormai sanno, e i media lo dicono a destra e a manca da tempo, che oggi la maggiore minaccia per la sicurezza di tutti noi è probabilmente rappresentata dal collasso dell’economia sovietica. Da quando l’Occidente ha assunto il controllo dell’ex-URSS, dieci anni fa, l’economia di quel paese è andata allo sfascio. Si tratta di una catastrofe demografica di enormi proporzioni. Milioni di persone sono già morte e la povertà è abissale. L’intero edificio russo sta crollando. Ma l’ex-Unione Sovietica non è una nazione del terzo Mondo; in passato aveva un sistema militare molto avanzato. Si dice che possieda tuttora circa 40.000 armi nucleari. I sistemi di comando e di controllo di queste si stanno deteriorando, come tutto il resto del paese. In più, ci sono molti scienziati nucleari esperti che non hanno niente da fare se non guidare un taxi per sbarcare il lunario. È quindi molto probabile che queste armi rispunteranno altrove nel mondo o, semplicemente, che esploderanno. I loro sistemi di controllo non funzionano più.

L’amministrazione Clinton aveva sollecitato i russi ad adottare una strategia di lancio ossia un sistema automatizzato che attaccasse le armi nucleari senza alcun intervento nucleare. Questo è il sistema che hanno gli USA. Gli americano volevano far accettare alla Russia i suoi programmi di difesa missilistica basati sulla militarizzazione dello spazio. Insomma, se i russi avessero adottato questo sistema, si sarebbero sentiti più al sicuro. Di conseguenza che non si sarebbero più tanto preoccupati della militarizzazione dello spazio.

Dal punto di vista della sopravvivenza, questa è una strategia suicida. Cercare di convincere una nazione a adottare al lancio automatizzato di missili, quando si sa benissimo che i suoi sistemi di comando e di controllo si stanno deteriorando giorno dopo giorno, significa cercare una guerra nucleare accidentale. Ci sarà qualche incidente, un guasto del sistema, nessun intervento da parte dell’uomo e i missili esploderanno e basta. E