Jon Flanders
Petrolio e pipelines
nella guerra
in Afghanistan
Giovane Talpa, 2001
Jon Flanders è un attivista della sinistra radicale americana e attualmente è rappresentante sindacale di base di macchinisti delle ferrovie nord di New York. Da tempo studia con passione la battaglia per il controllo delle fonti energetiche in Asia. Chi lo volesse contattare direttamente gli può scrivere a jon_flanders@compuserve.com
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Traduzione di Walter Liberati
Introduzione
La Giovane Talpa ha deciso di pubblicare questo saggio su “gas, petrolio e Afghanistan” di Jon Flanders per un semplice motivo: perché ci aiuta a comprendere il retroterra e i retroscena dell’intervento americano in Asia Centrale e della guerra in Afghanistan. In queste ultime settimane molto si è scritto e molto si è chiacchierato a spropositito di questa nuova e complessa crisi internazionale. In questo quadro, il saggio di Flanders, ci permette di tornare invece ai motivi di fondo che muovono in ultima analisi la società capitalistica, le basi materiali di ogni grande avvenimento politico e cioè la necessità da parte dei grandi monopoli capitalistici di assoggettare e sfruttare nuovi mercati e nuove risorse economiche in ogni angolo del mondo. Naturalmente non saremo certo noi a sottovalutare gli aspetti più propriamente politici degli avvenimenti ( rimandiamo a questo proposito all’articolo di Ahmed Shawki e Shelfa Lance pubblicato nel nostro volume “Sotto il vulcano”). Ma è nel vasto quadro degli scontri interimperialistici per il controllo delle risorse della zona del mar Caspio e più in generale in Asia che poi si sviluppano le ragnatele di rapporti diplomatici tra Stati e grandi e piccoli, dei sotterranei scontri politici, delle alleanze militari, le quali a loro volta, ovviamente, influenzano la stessa dinamica “puramente” economica. La necessità di dare una interpretazione materialistica alla campagna “Pace Duratura” rimane largamente inevasa, e il saggio di Flanders – per la sua caparbia capacità di mettere insieme dati, connections e percorsi interpretativi – aiuta trovare un filo conduttore importante, in questo senso. Ma il saggio di Flaunders è importante anche da un altro punto di vista. Perché rimette con i piedi per terra l’analisi del processi politici, utilizza con abilità il metodo del materialismo storico senza lasciarsi andare a profezie sul futuro, ma prospettando scenari futuri assai verosimili.. Nel movimento “antiglobal” si è fatta pericolosamente strada l’analisi che la concezione dell’imperialismo come fase suprema del capitalismo, elaborata in primo luogo da Hilferding e Bucharin e popolarizzata da Lenin all’inizio del XX secolo, non sia più in grado di decifrare la dinamica del capitalismo attuale. Ad essa andrebbe sostituito il concetto di “Impero”. In questa sorta di fase “imperiale” del capitalismo tutti i conflitti imperialistici e tra borghesie nazionali spariscono e le multinazionali perdono base nazionale, ecc. Tuttavia la realtà, e gli avvenimenti del dopo 11 settembre sono lì a testimoniarlo, è ben diversa. Dietro l’alleanza mondiale contro “il terrorismo” si può cogliere ben altro che un’alleanza mondiale tra gli attori “dell’Impero” o l’erosione del ruolo degli stati nazionali. Si confronti il quadro che Flanders ci fornisce nella lotta per la costruzione di pipelines in Asia Centrale che coinvolge Stati, multinazionali o anche intere frazioni borghesi con il celebre esempio di Lenin nell’Imperialismo a proposito dell’industria petrolifera del suo tempo (la lotta tra Standard Oil e Deutsche Bank). Si rimarrà sorpresi quanto poco sia cambiato in quasi un secolo, quanto le relazioni politiche internazionali si intersechino con le attività economiche fino al punto di farci sospirare con felicità il vecchio adagio marxiano secondo cui “i governi non sono altro che comitati d’affari della borghesia.”
Del resto molti dei teorici e dei sostenitori della teoria dell’Impero propongono ben misere risposte all’avanzare del mostro “superimperialista”: la Tobin tax, la cancellazione del debito dei paesi poveri, la riforma dell’ONU e del WTO e magari qualche sciopero dei consumi.
Lenin quasi un secolo fa aveva già gettato nella pattumiera della storia tutte queste “riforme”:
“I dotti e i pubblicisti borghesi difendono generalmente l’imperialismo in forma un po’ larvata, dissimulando il dominio assoluto dell’imperialismo e le sue profonde radici, mettendo innanzi particolarità secondarie e distraendo l’attenzione dall’essenziale con poco seri progetti di “riforma”, come per esempio quello di stabilire una sorveglianza poliziesca sui trust o sulle banche, ecc.”. Per Lenin che scrive queste righe nel 1916, ogni tentativo di riformare il capitalismo mondiale “è una stoltezza”. Lo è tanto più oggi che l’imperialismo ha moltiplicato per mille la sua potenza distruttrice, la sua brama all’espropriazione, all’alienazione, allo sfruttamento dei lavoratori in ogni angolo del pianeta
Riforme che tentino di porre sotto “controllo democratico” i capitalisti e i loro governi sono, quando sostenute da degli ingenui delle pie illusioni da guardare con rispetto ma anche con compassione, ma da rigettare (se si intende veramente combattere il capitalismo) quando sostenuto da politici esperti o addirittura da governi di Stati imperialisti (tali sono il governo Jospin o quello Schreoder): “La proprietà privata, basata sul lavoro del piccolo proprietario, la libera concorrenza, la democrazia: tutte parole d’ordine insomma che i capitalisti e la loro stampa usano per ingannare gli operai e i contadini, sono cose del passato. Il capitalismo si è trasformato in un sistema mondiale di oppressione coloniale e di iugulamento finanziario della stragrande maggioranza della popolazione del mondo da parte di un pugno di paesi.” Tutte parole d’ordine, afferma Lenin, che servono solo ad ingannare e purtroppo ingannano i milioni di persone in tutto il mondo sostengono lo sforzo bellico imperialista in Afghanistan e in Asia Centrale. Sarebbe veramente tragico se ingannassero anche coloro i quali, le guerre e le ingiustizie che il capitalismo produce, vogliono combattere.
Giovane Talpa, novembre 2001
In mezzo alla furia e agli strepiti dei media seguiti all’attacco del World Trade Center non abbiamo ancora visto nessuna seria analisi sulle forze economiche che lavorano nel retroscena del Medio Oriente e specificatamente nell’Asia del sud e in Afghanistan. Questo negli USA, dove ogniqualvolta la borsa scenda o salga ci sia scalpore, e dove ci sono dei canali televisivi completamente dedicati alle attività economiche.
Molti di noi sanno che il Medio Oriente è il centro dell’attività per la produzione mondiale del petrolio. Alcuni hanno sentito parlare del mar Caspio e di quanto siano importanti le risorse petrolifere di quell’area. Ma pochi potrebbero pensare che la portentosa guerra che distrugge l’Afghanistan potrebbe essere inserita nel quadro delle questioni legate alla produzione di energia. Invece è in gran parte così. E le informazioni rispetto al ruolo dell’Afghanistan sono disponibili su Internet per chiunque abbia solo la voglia di indagare. E la maggioranza delle informazioni proviene da fonti governative americane, come Voice of America.
Michael Klare, l’autore del libro “Risorse di Guerra”, che si concentra maggiormente sulla regione del Caspio, è stato intervistato da Radio Free Europe / Radio Liberty, (http://www.rferl.org) il 28 maggio 2001. Klare è il direttore del Five College Program in Peace and World Security Studies al Hampshire College a Amherst, Massachusetts. Nel suo libro, Klare afferma che non sono solo gli USA che stanno cercando espedienti per fare la guerra. Gli USA se la devono vedere con tutte quelle potenze regionali che si stanno crescentemente concentrando su come proteggere o allargare il loro accesso alle risorse vitali nel corso della prossima generazione. Klare dice a Free Europe/ Radio Liberty che le immense riserve di energie in Asia Centrale e Caucaso hanno fatto della regione una priorità per gli USA, malgrado in quest’area, in generale, i progressi delle riforme post-comuniste siano stati scarsi .
“Penso che in questi casi siano le considerazioni di sicurezza nazionale a farla da padrone. Gli Stati Uniti devono ottenere petrolio da quella regione [L’Asia Centrale]. Tratteremo con qualsiasi governo in carica che abbia la volontà di lavorare con noi [e cioè gli USA], come i governi dell’Azeirbaijan, del Kazakhstan e del Turkmenistan che sono ben lungi dall’essere paesi ideali in quanto rispetto dei diritti umani e delle procedure democratiche. E io penso che ciò sia il riflesso di quel punto di vista di cui ho scritto nel mio libro: noi [gli USA] consideriamo il petrolio come un fattore di sicurezza da proteggere con tutti i mezzi necessari, senza riguardo per qualsiasi altra considerazione o valutazione.”
Noi sosterremo in questo saggio che l’attuale focalizzarsi del governo americano sull’Afghanistan è in parte basato su considerazioni legate alle garanzie rispetto al petrolio. Questo saggio è un tentativo di sistemare il puzzle della connection afgana sull’energia.
* * *
L’agenzia governativa per le Informazioni sull’Energia degli USA in un documento sull’Afghanistan del dicembre 2000 afferma che “l’importanza dell’Afghanistan dal punto di vista energetico è dovuto alla sua posizione geografica come potenziale itinerario di passaggio per l’export di petrolio e il gas naturale dall’Asia Centrale fino al mare Arabico. Ciò potenzialmente include un progetto multimilionario in dollari di pipelines di petrolio e gas da far passare attraverso l’Afghanistan, malgrado questi piani attualmente siano stati messi in forte discussione…”
Queste pipelines sorgerebbero in Turkemenistan, che è uno dei più grandi giacimenti di gas del mondo. Il Washington Post riportava, in articolo del 1988, che “nell’agosto del 1997 Il Presidente del Turkmenistan Saparmurad Niyazov, con una mossa ardita che riportava alla memoria quelle dei canati turkmeni per sfuggire ai possibili conquistatori russi, ha arrestato la distribuzione di gas per mezzo del sistema di pipelines controllate dai russi, le quali erano state costruite durante l’èra sovietica.”
Il “Post” va ancora oltre affermando che “il potenziale del Turkmenistan è enorme. Solo nell’entroterra della Costa del Caspio ci sono alcuni dei più antichi campi petroliferi del mondo, e gli studi della geologica sovietica indicavano che le prospettive di scoperte anche in mare erano buone. Nell’impervio Deserto Garagum, lontano dalla sottile striscia di valli isolate, i geologi sovietici trovarono un giacimento di gas dopo l’altro all’inizio degli anni ’60. Dal 1990, Dauletabad e il giacimento confinante di Sovietabad hanno prodotto ogni anno 1.6 trilioni di piedi (0,3048 m.) cubici di gas, rivaleggiando con i giacimenti della Siberia.
Quasi tutto il gas da nord dall’Uzbekistan al Kazakistan finiva nelle pipeline russa e da lì raggiungeva in mercati dell’Europa e delle repubbliche sovietiche.
Niyazov diceva di “sentire puzza delle vecchie ambizioni sovietiche” nel monopolio russo delle pipeline che sarebbe teso a tenere fuori dalla competizione dei mercati europei il gas turkemeno.
Ma chi era il consigliere di Niyazov durante i primi anni ’90? Niente altri che l’ex comandante della NATO ed ex Segretario di Stato, Alexandr Haig. Dal 1993 Haig ha fondato un consorzio per costruire una pipeline che raggiunga Turkemenistan attraverso l’Iran. Il progetto di Haig non coinvolge aziende statunitensi; la impresa di pipeline di Haig era registrata presso le Isole Vergini britanniche. Il progetto non andò poi in porto per l’opposizione dell’amministrazione Clinton. Ma l’idea di nuovi itinerari per il petrolio e il gas turkmeno non tramonarono.
In un articolo del 25 novembre 1997 il reporter di Voice of America Joan Beecher scriveva che i principali dirigenti del governo e delle aziende petrolifere americane, turche, britanniche, russe, azere e dell’Asia Centrale si erano incontrati per discutere la possibilità di una questione che li riguardava vicendevolmente: gli itinerari del gas e del petrolio del Caspio.
Il Washington Post nel 1998 riportava che “l’entusiasmo iniziale per l’itinerario afgano non era di un americano, ma di Carlos Bulgheroni, in breve il superindaffarato chairman della Bridas Group, una compagnia argentina. Nel 1993, una joint-venture tra Bridas e governo del Turkmenistan aveva cominciato a posare più di 200 miglia di linee sismiche per rilevare potenziali giacimenti di gas in Turkmenistan orientale. Due tests di trivellazione avevano confermato l’esistenza di enormi depositi di gas a 150 miglia dalla frontiera afgana.
Nella primavera del 1995, il Turkmenistan e il Pakistan commissionarono alla corporation di Bulgheroni uno studio sui possibili itinerari afgani. Ma nell’estate dello stesso anno, un concorrente entrò in gioco. John Imle, il Presidente della Unocal, una corporation che ha sede in California, iniziò a corteggiare Niyazov e Banazir Bhutto (l’allora Primo Ministro del Pakistan) proponendo nel luglio sempre del 1995 una pipeline, ma dell’Unocal, che avrebbe all’incirca seguito lo stesso itinerario di quella proposta dalla Bridas.”
Dall’inizio del 1998 un consorzio guidato dalla Unocal si accordò con i talebani per costruire una pipeline in Afghanistan dal Turkmenistan al Pakistan.
Sulla questione dell’itinerario afgano Beecher ha sostenuto che “lo svantaggio più ovvio in una pipeline che passi dal Turkmenistan al Pakistan, attraverso l’Afghanistan, e raggiunga il mar Arabico è il fatto che ci sia ancora in corso una guerra civile in Afghanistan.”
Tuttavia, secondo Bob Todor vice presidente della Unocal, la compagnia che sta guidando il consorzio internazionale per costruire la pipeline, tutte le fazioni coinvolte nella guerra civile avevano firmato degli accordi che approvavano i progetti di pipeline proposte in Asia Centrale che attraversassero l’Afghanistan.
Il signor Todor parlando a una conferenza internazionale, ha affermato che il problema centrale delle proposte occidentali attualmente esistenti, sia quelle che prevedano il passaggio nel della Russia, sia quelle che giungano ai porti del mar Nero o sotto il Caspio fino alla Turchia, è legato ai mercati europei:
“L’Europa Occidentale è un mercato difficile per il petrolio. È caratterizzato da prezzi alti dei prodotti petroliferi, da una popolazione anziana e da una crescente competizione del gas naturale. La regione è ferocemente competitiva. È ora servita dai campi petroliferi del Medio Oriente, del mare del Nord, della Scandinavia e della Russia… Benché esista certamente uno spazio per il petrolio dell’Asia Centrale, l’Europa Occidentale non è un mercato molto attrattivo per questo petrolio perché si dovrebbero costruire consistenti infrastrutture per portare il petrolio dal Caspio ai mercati dell’Europa Occidentale.
Tutto ciò, secondo Todor, è in gran parte vero anche per i paesi dell’Est Europa e dell’ex Unione Sovietica. Ma l’Asia è tutta un’altra musica. Molti relatori, non solo il signor Todor, hanno affermato che sarà l’ Asia il principale mercato per il petrolio del Caspio anche se l’attuale crisi finanziaria regionale dovesse condurre a un prolungato rallentamento dell’economia. Sono state proposte tre itinerari per far giungere il petrolio dell’Asia Centrale nei mercati asiatici: attraverso la Cina, attraverso l’Iran, attraverso il Pakistan via Afghanistan. Secondo Todor la via cinese è troppo lunga e probabilmente proibitivamente costosa. Il principale argomento contro la pista iraniana, è abbastanza semplice: il governo USA si oppone a tale prospettiva.
Uno dei vantaggi, tra gli altri, della “via afghana”, sempre secondo Todor, sarebbe quello di sfociare nel mar Arabico, il quale è molto più prossimo del Golfo Persico o del Nord della Cina ai mercati asiatici “chiave”:
“C’è una volontà politica internazionale e regionale tremenda dietro le pipelines. Le pipelines recano giovamento ai paesi dell’Asia Centrale perché gli permetterebbero di vendere il loro petrolio in mercati asiatici in espansione e con grandi prospettive. La pipeline porterebbe giovamento all’Afghanistan che riceverebbe una rendita dalle tariffe di trasporto… A livello regionale, la pipeline promuoverebbe la stabilità e incoraggerebbe il commercio e lo sviluppo economico tra il sud dell’Asia e l’Asia Centrale. Infine perché la combinazione di una pipeline breve e con costi relativamente bassi di containerizzazione sarebbe l’itinerario per l’esportazione più competitivo verso i mercati dell’Asia-Pacifico.
Ma anche la costruzione di un tale itinerario potrà cominciare solo quando internazionalmente si riconoscerà il governo che si è formato in Afghanistan…”
Gli argomenti di Todor a favore di una pipeline “afgana” sono stati sostenuti anche da John Maresca, il Vice Presidente per le Relazioni Internazionali della Unocal Corporations, davanti al Congresso USA nel 1998 in una audizione del 12 febbraio 1998 alla Sottocommisione del Congresso sull’Asia e il Pacifico.
Maresca aveva concluso il suo intervento con questa perorazione: “ Lo sviluppo itinerari per l’esportazione delle risorse dell’Asia Centrale che abbiano costi effettivi, che siano profittevoli ed efficienti, è un compito formidabile ma non impossibile. È qualcosa che è già stato realizzato in precedenza. Un corridoio commerciale, una “nuova” Via della Seta, può legare i rifornimenti dall’Asia Centrale con la domanda, facendo ancora una volta dell’Asia Centrale l’incrocio tra l’Europa e l’Asia.”
La Unocal porta direttamente al consorzio Centgas di cui fanno parte le seguenti compagnie (tra parentesi la sede nazionale delle aziende, la percentuale si riferisce alle quote che queste corporations possiedono del consorzio N.d.R.):
Unocal Corporation (USA), 46.5%
Delta Oil Company Limited (Arabia Saudita), 15%
Governo del Turkmenistan, 7%
Indonesia Petroleum, LTD. (INPEX) (Giappone), 6.5%
ITOCHU Oil Exploration Co., Ltd. (CIECO) (Giappone), 6.5%
Hyundai Engineering & Construction Co., Ltd. (Korea del Sud), 5%
The Crescent Group (Pakistan), 3.5%
La pipeline del diametro di 48 pollici, lunga 1.271 chilometri, dal confine afgano-turkmenistano, avrebbe dovuto seguire la strada di Herat-to-Kandahar in Afghanistan, attraversare il confine del Pakistan nelle vicinanze di Quetta e terminare a Multan in Pakistan dove si sarebbe legato alla linea CentGas al confine e distendersi approssimativamente per 169 chilometri fino al campo di Dauletabad.
Venne anche presa in considerazione una ulteriore estensione di 664 chilometri da Multan a Nuova Dehli.
L’iniziativa della Unocal fallì nel 1998, dopo che gli USA lanciarono, come rappresaglia contro gli attentati alle sue ambasciate americane in Africa, dei missili Cruise contro i campi di addestramento bin Laden in Afghanistan.
William O. Beeman della Brown University scrisse nel 1998 che “dal punto di vista americano, il solo modo per negare qualsiasi possibilità all’Iran è che quella di far vincere la guerra civile in Afghanistan ai talebani antiracheni, accordandosi con loro per una pipeline che attraversi il loro territorio. I pakistani, che pure beneficerebbero di tale soluzione, sono decisi a sconfiggere gli iraniani pur di dividersi il bottino.”
E Beeman continua così: “Qui entra in gioco Osama bin Laden, un nemico giurato degli USA che vive in Afghanistan. Egli pensava che le cose avessero seguito il loro corso probabilmente i talebani sarebbero finiti nel campo americano. Le sue bombe (di bin Laden) contro le ambasciate USA in Africa Orientale (in quanto non c’è ambasciata americana in Afghanistan) furono accompagnate da un messaggio agli americani che li invitava ad abbandonare i “paesi islamici”. E cioè, in primo luogo, l’Afghanistan. La risposta americana fu quella di bombardare gli avamposti di bin Laden. Tuttavia il governo americano, allo stesso tempo, si premurava di far notare che le forze guerrigliere “non erano sostenute da alcun Stato.” Quest’ultima affermazione era un tentativo di salvare i rapporti con i talebani, mentre allo stesso tempo si invitava gli stessi leaders talebani ad abbandonare bin Laden al suo destino. Come misura precauzionale i missili americani colpirono anche una fabbrica in Sudan, un diversivo per oscurare il reale obiettivo della loro azione…” (William O. Beeman è un antropologo della Brown University specializzato in Medio Oriente. L’articolo venne pubblicato per la prima volta su The Providence Journal e fu distribuito da Knight Ridder/Tribune Information Services nell’agosto 1998.)
Allo stesso tempo la Unocal, a causa della sua “luna di miele” con i talebani, fu posta sotto accusa dalle organizzazioni internazionali delle donne. La questione dei diritti delle donne più che il bombardamento delle ambasciate, fu usata come una scusa per mettere con le spalle al muro la Unocal. La Unocal, allora, aveva già firmato un contratto per un milione di dollari con l’Università del Nebraska per addestrare operai in Afghanistan specificatamente in vista della costruzione della pipeline. Le organizzazione femministe focalizzarono la loro protesta su questo accordo.
La defezione della Unocal non mise fine ai piani per la costruzione di pipeline. Secondo Sara Horner di Voice of America “il sogno della pipeline era destinato a tornare a galla. Nel maggio del 2000 girarono voci di discussioni che coinvolgevano i governi dell’Afghanistan, dell’India, del Pakistan, dell’Iran e del Turkmenistan. Inoltre il giornale dei talebani, il Kabul Times, ha recentemente riportato che il Ministro per l’industria e le miniere, il Mullah Mohammed Isa Akhond, ha incontrato i rappresentanti della Central Asia Oil and Gas Industry, una azienda americana che agisce in Asia Centrale. Il giornale citava le dichiarazioni del rappresentante della compagnia, Rafiq Yadgar il quale sosteneva che: "la Central Asia Oil and Gas Industry è pronta a investire in Afghanistan, nei campi petroliferi e nell’industria estrattiva di gas, e allo stesso tempo è pronta a costruire una raffineria di gas e petrolio nello stesso Afghanistan.” Aggiungeva anche che le autorità turkmene erano pronte a collaborare con la sua compagnia.
Ma questi piani fallirono con il riaccendersi della guerra civile all’interno del paese. Secondo la Horner, “L’installazione di ogni tipo di pipeline oggi diventerebbe il primo obiettivo di sabotaggio dell’Alleanza del Nord. Il suo leader, Ahmad Shah Massoud, infatti, è un eccellente guerrigliero.”
Segnaliamo che pochi giorni prima dell’attacco al World Trade Center, Massoud fu ucciso da dei kamikaze che si erano fatti passare per giornalisti.
Così prima dell’“elezione” di George W. Bush, il ruolo dell’Afghanistan nei futuri piani nel mondo della produzione dell’energia erano nell’impasse più totale.
Come molti di noi sanno, il ticket Bush-Cheney che si insediò alla Casa Bianca nel gennaio 2001, era pesantemente influenzato dai gruppi petroliferi. Bush stesso del resto è un veterano di un certo numero di imprese petrolifere poi fallite. Cheney è stato il Consigliere d’Amministrazione della Hailliburton, uno dei maggiori attori nell’affare dell’industria petrolifera.
Cheney descrisse il ruolo della Halliburton in un discorso del 1998 in una conferenza con un certo spirito definita la “Conferenza dei Danni Collaterali” al Cato Institute, un centro di ricerca conservatore di Washington. Secondo il Cato “ in questa conferenza, che durò un giorno intero, si investigarono i conflitti attuali e potenziali tra la politica estera americana e la libertà e il benessere dei cittadini americani. La conferenza si focalizzò sui modi in cui la politica estera americana viola la libertà degli americani a commerciare, investire, comunicare con il resto del mondo.”
Cheney raccontò nel suo intervento che “la Halliburton fu fondata circa 70 anni fa a Ducan, Oklahoma, da un uomo che con il suo camion cementava e rivestiva pozzi di petrolio. Negli anni sviluppammo la capacità di fare qualunque cosa si necessaria per produrre petrolio e gas: trivelliamo, allestiamo i pozzi, li cementiamo, li stimoliamo e ci incarichiamo di tutta un’altra serie di attività che concernono la produzione di petrolio e gas. Siamo anche proprietari della Brown & Root Engineering, una compagnia che ha iniziato a ad operare circa 70 anni fa, fondata da due fratelli, che non avevano nient’altro che una scavatrice, a Austin in Texas. La Brown & Root Engineering è nel business della costruzione delle piattaforme sul mare, delle pipelines sott’acqua, delle raffinerie, ecc. Essa è anche profondamente coinvolta nelle operazioni e nel consolidamento di tutto il lavoro della Halliburton. Essa attualmente ha un contratto logistico con l’esercito USA in Bosnia, per la costruzione e l’operatività di tutti campi dell’esercito USA distaccati in quella regione. Solo per dimostrare il raggio d’azione della nostra compagnia, menzionerò il fatto che stiamo costruendo il nuovo stadio di baseball di Houston.
La Halliburton impiega circa 70.000 persone. Nella classifica delle più grandi aziende del mondo di Fortune siamo attualmente al duecentesimo posto, ma abbiamo in corso un processo di fusione con la Dresser Industries. Una volta che la fusione sarà giunta termine farà parte della Haliburton non solo Brown & Root, ma anche M. W. Kellogg, una delle aziende leaders mondiali nella progettazione e nella creazione del design per le compagnie. Inoltre Dresser è profondamente coinvolta nella produzione di pompe, compressori, e in tutti i tipi di attrezzature meccaniche complesse che servono nell’industria energetica. Complessivamente una volta che avremo completato la fusione, avremo circa 100.000 dipendenti. Le nostre vendite del 1999 dovrebbero porci tra le prime cento compagnie statunitensi in termini di fatturato. Diventeremo probabilmente la più grande impresa texana e opereremo in oltre 130 paesi del mondo. Circa tra il 70 e il 75% dei nostri affari sono legati al business dell’energia e serviamo clienti come Unocal, Exxon, Shell, Chevron, e alter grandi imprese petrolifere mondiali. Quindi ci troviamo spesso a dover operare in luoghi molti difficili. Il “buon lord”, il democratico tutto d’un pezzo, non vede di buon occhio il fatto di acquistare petrolio e gas da paesi dove non c’è un governo democraticamente eletto amico degli USA. Ma di tanto in tanto noi dobbiamo operare in paesi che, in linea di massima, si dovrebbero evitare. Ma noi andiamo laddove c’è il business.”
Si va dove c’è il busness, quindi. In un articolo di Kenny Bruno e Jim Valette nella rivista Multinational Monitor del maggio 2001 si riporta che: “…durante la gestione Cheney, Halliburton ha creato o ha consolidato la partnership con alcuni dei governi più conosciuti del mondo come Azerbaijan, Indonesia, Iran, Iraq, Libia e Nigeria.”
Per fare affari con questi dittatori e despoti la Halliburton ha aggirato le sanzioni americane e ha fatto notevoli sforzi per eliminare tali sanzioni. Il “modello Halliburton”, fare affari con i dittatori e nemici degli USA, era iniziato prima Cheney entrasse nel gruppo, come Amministratore Delegato.
Il fatto che la Halliburton faccia affari con questi sei paesi dimostra solo che tale società è disponibile a lavorare in paesi dove non si rispettano i diritti umani:
* L’Azerbaijan. Dick Cheney ha fatto pressioni perchè si rimuovesse le sanzioni che il Congresso aveva imposto contro aiuti al governo di Baku, a causa delle pulizie etniche attuate nel paese del Caspio. Cheney ha affermato che le sanzioni erano il risultato di una campagna senza fondamenti dalla lobby armeno-americana. Nel 1997 la sussidiaria della Halliburton, Brown & Root hanno messo le mani su uno dei maggiori progetti della Azerbaijan International Operating Company.
* Indonesia. La Halliburton ha investito e sottoscritto contratti importanti con l’Indonesia di Suharto. Uno di questi contratti fu cancellato dal governo che venne dopo Suharto durante le purghe dei contratti concessi grazie alla corruzione. L’osservatorio indonesiano per la corruzione ha definito la Kellogg Brown & Root una delle 59 compagnie che operano nel paese che utilizza pratiche nepotistiche, collusive e corruttive nei rapporti con il regime di Suharto.
* Iran. Dick Cheney ha fatto pressioni contro le sanzioni che colpivano l’Iran e la Libia. Anche quando le sanzioni erano vigenti la Halliburton ha continuato ad operare in Iran. Si è accordata con il Dipartimento al Commercio del governo USA, per sanare le irregolarità commesse pagando 15.000 dollari, ma senza dover riconoscere di aver compiuto alcuna violazione.
* Iraq. Dick Cheney cita le sanzioni multilaterali contro l’Iraq, come un esempio da seguire. Tuttavia le aziende legate alla Halliburton hanno aiutato la ricostruzione dell’industria petrolifera irachena. Nel luglio del 2000 l’ International Herald Tribune riportava che: “ Le imprese Dresser-Rand e Ingersoll-Dresser Pump Co., joint ventures che la Halliburton ha venduto lo scorso anno, hanno lavorato con l’Iraq firmando dei contratti per la costruzione dell’industria irachena, sotto gli auspici del programma dell’ONU «Oil for food».” Un portavoce della Halliburton ha riconosciuto al Tribune che le sussidiarie Dresser hanno venduto attrezzature per il pompaggio del petrolio all’Iraq per mezzo di agenti europei.
* Libia. Prima dell’arrivo di Cheney, la Halliburton era profondamente coinvolta in Libia; nel 1993 in quel paese aveva guadagnato 44,7 milioni di dollari. Dopo le sanzioni che furono imposte alla Libia, i guadagni scesero a 12,4 milioni di dollari. La Halliburton ha continuato a fare affari con la Libia durante la “reggenza” di Cheney. Un membro del Congresso ha accusato la compagnia di “indebolire la politica estera americana sfruttando tutti i margini consentiti dalla legge.”
* Nigeria. I capi locali dei villaggi hanno accusato la Halliburton di complicità nell’uccisione di un dimostrante da parte delle Unità Mobili della polizia nigeriana e di giocare un ruolo simile a quello della Shell e della Chevron nell’organizzazione delle cellule “kill and go” che proteggono le proprietà delle compagnie.
Dick Cheney è stato un fautore dell’abrogazione delle leggi federali che pongono limiti alle possibilità della Halliburton a fare affari con questi paesi.”
* * *
Ma “andare laddove c’è il business” oggi significa soprattutto mar Caspio. In un editoriale del 10 agosto 2000 Marjorie Cohn del Chicago Tribune, un professore alla Jefferson School di Giurisprudenza a San Diego ha segnalato:
“Data l’instabilità del Golfo Persico, Cheney e i suoi amici petrolieri si sono concentrati sulla zona che è la più grande fonte di petrolio del mondo: il mar Caspio. Le risorse di petrolio e gas di questa regione sono stimate in 4.trilioni di dollari da US News and World Report. L’ American Petroleum Institute che ha sede a Washington e che è il portavoce delle principali compagnie petrolifere americane ha definito la regione del Caspio “la più grande area potenziale di risorse dopo il Medio Oriente.” Cheney parlando a un gruppo di managers di compagnie petrolifere nel 1998 ha detto : “Non ricordo un’altra regione che sia diventata improvvisamente strategicamente significativa come il Caspio…”
La Halliburton prevede di fare anche investimenti anche in Turkenistan.
Il 27 ottobre del 1997, nello stesso periodo in cui la pipeline della Unocal era in progettazione, un comunicato stampa della Hailliburton annunciava che “ la Halliburton aveva ricevuto una lettera d’intenti da parte della Petronas Carigali (Turkmenistan) SDN. BHD, per la fornitura di servizi integrati di trivellazione per lo sfruttamento e lo svolgimento di una perizia valutativa nel mar Caspio. (…) Il valore complessivo dell’accordo era stimato in 30 milioni di dollari.
Dopo il collasso del progetto Unocal, il Turkemenistan ha riallacciato i rapporti con la Russia. Nyazarov ha anche iniziato a discutere con i cinesi. Nel luglio 2000 il Turkmenistan si è dichiarato disponibile a condurre degli studi di fattibilità sulla costruzione di una pipeline per il gas naturale che colleghi il Turkmenistan con la Cina.
È in questo quadro che la presidenza Putin ha sviluppato la sua offensiva politica, economica, diplomatica e militare nel Caspio e in Asia Centrale. Questa offensiva (il corteggiamento russo nei confronti dell’Iran, del Turkmenistan, dell’Uzbekistan e altri stati con importanti risorse energetiche nella zona) minaccia seriamente gli interessi degli USA e dell’Europa Occidentale nella regione.
P.V. Vivekanand, il redattore capo di The Gulf Today riassume il quadro della battaglia sulle pipelines, in questo modo: “Ci sono decine di progetti di pipeline in Asia Centrale, alcuni dei quali costano centinaia di milioni di dollari e ciò produce scintille, dispute e controversie internazionali. Molti di questi progetti sono stati discussi per anni dai “giganti del petrolio”, che attendevano il momento politico buono per poterli realizzare. Dato che le pipelines sono il metodo migliore per trasportare il petrolio via terra, l’efficienza di tale sistema di trasporto è troppo importante perché gli esportatori e gli importatori facciano le cose in modo frettoloso, tenendo conto che per molti paesi esportatori la realizzazione di tali progetti potrebbe significare niente di meno che la sopravvivenza.”
Il Business Recorder nel marzo del 2000 ha segnalato come la Unocal aveva ripreso le trattative con i talebani a proposito dell’itinerario afgano della pipeline. Secondo il giornale pakistano: “L’attrattività economica di lungo periodo delle pipeline del petrolio e del gas sono così forti da far sì che qualsiasi multinazionale sia pronta a prendersi dei rischi. Un osservatore ha segnalato come i prossimi anni “saranno di importanza decisiva se una catena di infrastrutture saranno costituite tra il sudest asiatico, il sud e il centro Asia. In questo quadro un ruolo chiave sarà giocato dalla ferrovia pakistana e dalle pipelines che faranno confluire i prodotti energetici verso l’India e verso i porti del mar Arabico (Karachi e Gwadar), che dovranno passare attraverso il territorio afgano. Inoltre questa è la grande ed “unica” possibilità di sviluppo per il Pakistan.”
In un articolo di Franz Schurmann intitolato “Crescita dei conflitti nel Caspio ricco di petrolio” del 6 settembre 2001 (NCM Online), si afferma che: “Il Caspio è qualcosa che non può essere definito “grande lago” e neppure “mare d’entroterra”. Secondo le leggi internazionali se fosse un lago nessuno dei paesi litorali avrebbe diritti di sovranità sulle sue acque. Ciò significa che di per sé stesso che nessun paese potrebbe ritagliarsi una zona economica autonoma”. Così il solo modo per estrarre petrolio da questo mare sarebbe la reciproca collaborazione tra i paesi che vi si affacciano (la Cina e Taiwan si sono accordate per estrarre assieme petrolio dalle Isole Spratley perché ne reclamano entrambe i diritti di sovranità. N.d.R.). Ma se uno di questi paesi, o tutti insieme, affermassero che si tratta di un mare, allora sarebbe possibile ritagliarsi una “zona economica” propria. Ciò li potrebbe condurre a una guerra. Stanno crescendo i segnali che lo scontro semantico sta creando tensione tra i paesi che si affacciano sul Caspio, e ciò potrebbe condurre a grandi dispute o anche a qualcosa di peggio.” Solo un mese dopo che questo articolo era stato scritto la guerra fiammeggiva in Asia Centrale.
In uno studio pubblicato per la Woodrom Wilson School nel 1999 intitolato “La diplomazia delle pipeline: l’amministrazione Clinton lotta per Baku-Ceyhan”, Jefi Joseph sviluppa alcune critiche all’approccio del team clintoniano in relazione alla politica energetica del Caspio.
“Mentre comprensibilmente dal punto di vista dell’attuabilità politica, Washington fermamente rifiuta di prendere in considerazione qualsiasi assistenza diretta americana, per ridurre i costi del’itinierario Baku-Ceyhan, allo stesso tempo riduce così notevolmente le sue prospettive di successo. Amoco, Mobil, and British Oil non sono molto interessate agli interessi geopolitci USA o all’interesse dell’ Occidente per le repubbliche dell’Asia Centrale; le loro priorità sono prima di tutto legate ai loro interessi fondamentali.” Abbiamo timore che gli scrupoli come non appartengono all’universo delle grandi compagnie petrolifere non appartengano neppure a quello di Gorge W. Bush. Non è passato un anno dal suo insediamento che le bombe hanno iniziato a piovere in Afghanistan e le truppe della Nato a prendere posizione in Asia Centrale.
Lasciateci ricordare che nella memoria di Maresca della Unocal presentata al Congresso USA nel 1998 si affermava che “Abbiamo chiarito sin dall’inizio che la costruzione di una pipeline che noi proponevamo attraversasse l’Afghanistan non avrebbe potuto iniziare senza il riconoscimento del governo in carica che ha la fiducia dei prestatori d’opera e della nostra compagnia.” L’amministrazione Bush, a una settimana dall’inizio della guerra contro i talebani, ha iniziato a discutere quale sembianze dovrà avere il prossimo governo afgano postbellico.
Dunque a che punto siamo dopo il disastro delle Twin Towers? L’amminsitrazione Bush-Cheney ha afferrato al volo il vantaggio che si è trovata per le mani e hanno sfruttato a dovere lo shock e l’orrore che si sono fatte largo tra la popolazione americana dopo questo attacco disgraziato. In ogni fronte sono impegnati a implementare un programma conservatore draconiano, facendo passare all’interno leggi antidemocratiche in nome della lotta contro il terrorismo, e all’esterno mobilitando l’esercito per combattere il “terrorismo”.
La focalizzazione sull’Afghanistan esige delle ulteriori osservazioni. Dopo tutto il Medio Oriente è pieno di gente e di governi che non amano gli USA. I dirottatori delle “Torri Gemelle” venivano essenzialmente dall’Egitto e dall’Arabia Saudita. Non c’erano afgani nei commando. Gente di destra come i redattori della National Review di William Buckley sono scatenatamente per una Guerra contro l’ Iraq di Saddam Hussein. Altri pensano all’Iran.
Ma bin Laden e i talebani, in fin dei conti, rappresentano solo un comodo capro espiatorio. Perché affermiamo ciò? Semplicemente perché Bin Laden e compagnia aprono la strada a un ingresso in forze dell’esercito americano nell’area con l’obiettivo di rendere il Caspio e l’Asia Centrale una zona sicura per il trasporto del gas e del petrolio. Ciò è di una evidenza strabiliante. Il piano dell’amministrazione Bush è quello di usare l’attacco al World Trade Center come un opportunità per fare dell’esercito americano la “polizia delle pipelines”. Il primo obiettivo è quello di scindere il governo pakistano e afgano dai militanti islamici di bin Laden. Se questo obiettivo sarà raggiunto, si potrebbe rilanciare il progetto di una pipeline che attraversasse l’Afghanistan e si creerebbero le condizioni per una ulteriore penetrazione nelle ex Repubbliche Sovietiche ricche di petrolio come parte di un progetto più generale di ridurre l’influenza russa nel Caspio e in Asia Centrale.