Ultimo Aggiornamento : 10-09-2003 : Last Release
Nei segni che confondono la borghesia, la nobiltà e i meschini profeti del regresso riconosciamo la mano del nostro valente amico, Robin Goodfellow, la vecchia talpa che scava tanto rapidamente, il grande minatore: la rivoluzione! - KARL MARX -
 
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Norman G. Finkelstein

L'industria dell'Olocausto

Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei

 

 

Premessa: Nel pubblicare in versione elettronica questo libro sottoposto a copyright Rizzoli non pensiamo di fare opera di pirataggio alcuno. La Rizzoli dopo aver pubblicato questo volume nel 2002 ha deciso di ritiraralo dal mercato senza spiegazione alcuna. I motivi ce li immaginiamo. Rendendo disponibile questo volume NON A SCOPO di lucro facciamo ciò che dovrebbe essere un dovereche nei confronti di un'opinione pubblica sempre più intorpidita culturalmente e scarsamente reattiva intellettualmente. Il libro è vieppiù interessante nella misura in cui alcuni commentatori come il signor A. Sofri, tendenziosamente sosetngono che l'antisionismo altro non sarebbe una variante dell'antisemitismo (La Repubblica 28 novembre 2003). In realtà fu proprio il movimento sionista a negoziare con i nazisti, focolare ebraico e a vedere nello sterimnio degli ebrei in Europa un gigantesco spot da sfruttare in vista della costituzione del proprio Stato in Palestina. I comunisti rivoluzionari - e cioè coloro che mai si macchiarono dei crimini stalinisti anche contro gli ebrei - non possono essere antisemiti perchè non credano che esista razza alcuna e sono per la fratellanza tra tutti gli uomini al di là dei loro credi religiosi, delle loro culture o delle loro preferenze sessuali. All'inizio del secolo furono migliaia i comunisti e gli anarchici di origine ebraica.

Finkinstein non è nè un autore negazionista  nè revisionista. Appartiene invece a quella che viene definita la sinistra liberal americana. Tuttavia nel capitalsimo la libertà di espressione finisce laddove cominciano giganteschi interessi economici e politici. Così nessuno si è mai sognato di chiedere conto alla Turchia delle condanne alla detenzione di alcuni attivisti e intellettuali che avevano cercato di pubblciizzare il genocidio degli armeni all'inizio del secolo scorso.

Infine per chiarezza non condividiamo neppure il revisionismo e il negazionismo "di sinistra" sviluppatosi in Francia e che non ha mai attecchito in Italia malgrado gli sforzi dell'Editrice Graphos. Costoro non sono più dei rivoluzionari ma solo degli avventurieri. Non si capisce come si darebbe maggiore impulso alla denuncia dei crimini angloamericani negando l'esistenza dei campi di sterminio.

Il libro di Finkelstein va in tutt'altra direzione.

Siamo sempre disponibili a togliere il libro dal nostro sito nel momento in cui la Rizzoli S.p.A. rimetterà in commercio il libro. Non ci piacciono i roghi dei libri e le censure preventive. Assomigliano troppo a quello che si è visto nella Germania nazista e nella Russia stalinista. O nell'America del Maccartismo.

    

(2002)

Rizzoli

Proprietà letteraria riservata C 2000 Norman G. Finkelstein 0 2002 RCS Libri Sp-4.,

Milano

ISBN 88-17-86827-2

Titolo originale dell'opera: The Holocaust Industry

Prima edizione. settembre 2002

Traduzione di Daria Restani

Traduzione dal tedesco e dall'inglese delle Appendici di Roberta Zuppet

Realizzazione editoriale. Abracadabra s.n.c., Milano

 

«A me sembra che l'Olocausto venga venduto, più che insegnato.»

RABBi ARNOLD JACOB WOLF Hillel Director, Yale University (1)

 

Ringraziamenti

Colin Robinson, della Verso, ha avuto l'idea di questo libro. Roane Carey ha dato veste

narrativa alle mie riflessioni. A ogni stadio della produzione del libro, Noam Chomsky e

Shifta Stern hanno offerto il loro contributo. Jennifer Loewenstein ed Eva Schweitzer

hanno riveduto criticamente diverse stesure. Rudolph Baldeo mi ha dato il suo sostegno e

incoraggiamento personale. Sono in debito con tutti loro. Con queste pagine tento di dare

voce al lascito dei miei genitori. Il libro è quindi dedicato ai miei due fratelli, Richard ed

Henry, e a mio nipote David.

 

Introduzione

Questo libro si propone di essere un'anatomia dell'Industria dell'Olocausto e un atto

d'accusa nei suoi confronti. Nelle pagine che seguono, dimostrerò che «l'Olocausto» è

una rappresentazione ideologica dell'Olocausto nazista (2). Come la maggior parte delle

ideologie, mantiene un legame, per quanto labile, con la realtà. L'Olocausto non è un

concetto arbitrario, si tratta piuttosto di una costruzione intrinsecamente coerente, i cui

dogmi-cardine sono alla base di rilevanti interessi politici e di classe. Per meglio dire,

l'Olocausto ha dimostrato di essere un'arma ideologica indispensabile grazie alla quale

una delle più formidabili potenze militari del mondo, con una fedina terrificante quanto a

rispetto dei diritti umani, ha acquisito lo status di «vittima», e lo stesso ha fatto il gruppo

etnico [10] di maggior successo negli Stati Uniti. Da questo specioso status di vittima

derivano dividendi considerevoli, in particolare l'immunità alle critiche, per quanto

fondate esse siano. Aggiungerei che coloro che godono di questa immunità non sono

sfuggiti alla corruttela morale che di norma l'accompagna. Da questo punto di vista, il

ruolo di Elie Wiesel come interprete ufficiale dell'Olocausto non è un caso. Per dirla

francamente, non è arrivato alla posizione che occupa grazie al suo impegno civile o al

suo talento letterario (3): Wiesel ha questo ruolo di punta perché si limita a ripetere

instancabilmente i dogmi dell'Olocausto, difendendo di conseguenza gli interessi che lo

sostengono.

Lo stimolo iniziale per questo libro è stato uno studio fondamentale di Peter Novick, The

Holocaust in American Life [L'Olocausto nella vita americana], che ho recensito per una

rivista letteraria inglese. (4) Le pagine che seguono sono pervase del dialogo critico che

ho avviato con Novick e ciò spiega la messe di riferimenti al suo studio. Più un insieme

di intuizioni provocatorie che un saggio critico strutturato, The Holocaust in American

Life si colloca nel solco della venerabile tradizione americana della denuncia di scandali.

Ma, come la maggior parte dei cacciatori di scandali, Novick si concentra solamente sugli

abusi più clamorosi. Per quanto pungente e piacevole in molti punti, The Holocaust in

American Life non è una critica radicale. Gli assunti di base non vengono messi in

discussione. Pur rimanendo all'interno dell'orizzonte delle opinioni tradizionali, il libro,

né scontato né eretico, si colloca agli estremi margini di questo stesso orizzonte, su

posizioni controverse e, come prevedibile, ha avuto una vasta eco, suscitando commenti

sia positivi sia negativi sui media americani.

La categoria analitica centrale di Novick è la «memoria». Attualmente di gran moda tra

gli intellettuali, il concetto di «mernoria» è senza dubbio il più impoverito fra quelli

prodotti negli ultimi anni dal mondo accademico. Con l'allusione d'obbligo a Maurice

Halbwachs, Novick mira a dimostrare come la «memoria dell'Olocausto» sia stata

forgiata da «preoccupazioni di oggi». C'era un tempo in cui gli intellettuali

dell'opposizione mettevano in campo robuste categorie politiche come «potere»,

«interessi» da una parte e «ideologia» dall'altra. Tutto quello che resta oggi è il fiacco,

spoliticizzato linguaggio di «preoccupazioni» e «memoria». Eppure, data la

documentazione che Novick adduce, la memoria dell'Olocausto è una costruzione

ideologica elaborata sulla base di precisi interessi. Secondo Novick, per quanto scelta, la

memoria dell'Olocausto è «il più delle volte» arbitraria; questa scelta, cioè, non verrebbe

tanto condotta in base a un «calcolo di vantaggi e svantaggi», quanto piuttosto «senza

dare troppo peso... alle conseguenze». (5) Al di là di queste sue parole, però, la

documentazione che lui stesso raccoglie suggerisce la conclusione opposta.

Il mio interesse nei confronti dell'Olocausto nazista prese le mosse da vicende personali.

Mia madre e mio padre erano dei sopravvissuti al ghetto di Varsavia e ai campi di

concentramento. Tranne loro, tutti gli altri membri dei due rami della mia famiglia furono

sterminati dai nazisti. Il mio primo ricordo, per così dire, dell'Olocausto nazista è

l'immagine di mia madre incollata davanti al televisore a seguire il processo ad Adolf

Eichmann (1961) quando io rientravo a casa da scuola. Anche se erano stati liberati dai

campi solamente sedici anni prima del processo, nella mia mente un abisso incolmabile

separò sempre i genitori che conoscevo da quella cosa. A una parete del soggiorno erano

appese fotografie di parenti di mia madre. (Nessuna foto della famiglia di mio padre

sopravvisse alla guerra.) In pratica non riuscii mai a mettere in relazione me stesso con

quelle facce, men che mai a immaginare quello che era successo. Erano le sorelle, il

fratello e i genitori di mia madre, non le mie zie, mio zio e i miei nonni. Ricordo di avere

letto da bambino The Wall [Il muro di Varsavia, di John Hersey, e Mila 18, di Leon Uris,

due romanzi ambientati nel ghetto di Varsavia. (Mi torna alla mente mia madre che si

lamentava perché, immersa nella lettura di The Wall aveva sbagliato fermata andando al

lavoro.) Per quanto mi sforzassi, non riuscii [13] mai, nemmeno per un istante, a fare quel

salto d'immaginazione che saldava i miei genitori, con tutta la loro normalità, a quel

passato. Francamente, non ci riesco neanche ora.

Ma il punto più importante è un altro: se si esclude questa presenza spettrale, non ricordo

intrusioni dell'Olocausto nazista nella mia infanzia e la ragione principa

le sta nel fatto che a nessuno, fuori della mia famiglia, sembrava interessare quello che

era accaduto. I miei amici di gioventù leggevano di tutto e discutevano

appassionatamente degli avvenimenti contemporanei, eppure, in tutta onestà, non ricordo

un solo amico (o un suo genitore) che abbia fàtto una sola domanda su quello che mia

madre e mio padre avevano passato. Non era un silenzio dettato dal rispetto, era semplice

indifferenza. Sotto questa luce, non si possono che accogliere con scetticismo le

manifestazioni di dolore dei decenni seguenti, quando era ormai consolidata.

A volte penso che la «scoperta» dell'Olocausto nazista da parte dell'ebraismo americano

sia stata peggiore del suo oblio. I miei genitori continuavano a ripensarci nel loro Privato

e la sofferenza che patirono non ricevette pubblici riconosciment

i. Ma non fu forse meglio dell'attuale, volgare sfruttamento del martirio degli ebrei?

Prima che l'Olocausto nazista divenisse l'Olocausto, sull'argomento furono pubblicati

solo pochi [14] studi scientifici, come The Destruction ofThe European jews [La

distruzione degli ebrei d'Europa], di Raul Hilberg, e testimonianze come Man's Search

for Meaning [Alla ricerca di un significato della vita], di Viktor Frankl, e Prisoners of

Fear [Prigionieri della paura], di Ella Lingens-Reiner. (6) Eppure questa piccola raccolta

di gemme è migliore degli scaffali di cianfrusaglie che ora affollano biblioteche e librerie.

I miei genitori, pur rivivendo giorno dopo giorno il passato fino alla fine della loro vita,

negli ultimi anni persero interesse per l'Olocausto come pubblico spettacolo. Uno degli

amici di più lunga data di mio padre era stato con lui ad Auschwitz ed era, o almeno

sembrava, un incorruttibile idealista di sinistra che per principio rifiutò dopo la guerra il

risarcimento tedesco. In seguito divenne un dirigente del museo israeliano dell'Olocausto,

lo Yad Vashem. Con riluttanza e sinceramente deluso, mio padre dovette ammettere che

perfino un uomo come quello era stato corrotto dall'industria dell'Olocausto, adattando le

proprie idee al potere e al profitto. Dal momento che l'interpretazione dell'Olocausto

assumeva forme sempre più assurde, a mia madre piaceva citare, non senza ironia, Henry

Ford: «La storia è una sciocchezza». I racconti dei «sopravvissuti all'Olocausto» (tutti

prigionieri dei campi di concentramento, tutti eroi della resistenza) a casa mia erano una

fonte particolare di amaro divertimento. D'altronde già molto tempo fa John Stuart

Mill aveva compreso che «le verità se non sottoposte a continua revisione, cessano di

essere verità. E, attraverso le esagerazioni, diventano falsità».

Mio padre e mia madre si chiesero spesso perché m'indignassi di fronte alla falsificazione

e allo sfruttamento del genocidio perpetrato dai nazisti. La risposta più ovvia è che è stato

usato per giustificare la politica criminale dello Stato d'Israele e il sostegno americano a

tale politica. Ma c'è anche un motivo personale. Ho infatti a cuore che si conservi la

memoria della persecuzione della mia famiglia. L'attuale campagna dell'industria

dell'Olocausto per estorcere denaro all'Europa in nome delle «vittime bisognose

dell'Olocausto» ha ridotto la statura morale del loro martirio a quella di un casinò di

Montecarlo. Ma anche tralasciando queste preoccupazioni, resto convinto che sia

importante preservare l'integrità della ricostruzione storica e lottare per difenderla. Alla

fine di questo libro sostengo che nello studio dell'Olocausto nazista possiamo imparare

molto non solamente riguardo ai «tedeschi» o ai «gentili», ma a noi tutti. Eppure penso

che per fare questo, cioè per imparare sinceramente dall'Olocausto nazista, occorra

ridurre la sua dimensione fisica ed enfatizzarne quella morale. Troppe risorse pubbliche e

private sono state investite nella commemorazione del genocidio e gran parte di questa

produzione è indegna, un tributo [16] non alla sofferenza degli ebrei, ma

all'accrescimento del loro prestigio. È da tempo che dobbiamo aprire il nostro cuore alle

altre sofferenze dell'umanità: questa è la lezione più importante impartitami da mia

madre. Non l'ho mai sentita dire: «Non fare paragoni». Lei li fece sempre. Certo si

devono fare distinzioni storiche, ma porre distinzioni morali tra la «nostra» sofferenza e

la «loro» è a sua volta un travisamento morale. «Non potete mettere a confronto due

sventurati» osservò Platone «e dire quale dei due sia più felice.» Di fronte alle sofferenze

degli afroamericani, dei vietnamiti e dei palestinesi, il credo di mia madre fu sempre:

siamo tutti vittime dell'Olocausto.

 

Norman G. Finkelstein Aprile 2000 New York

 

 

CAPITOLO I

IL PROFITTO DELL'OLOCAUSTO

 

In una memorabile controversia di qualche anno fa, Gore Vidal accusò di

antiamericanismo Norman Podhoretz, all'epoca direttore di «Commentary», la

pubblicazione dell'American Jewish Committee. (7 )La prova consisteva nel fatto che

Podhoretz attribuiva minore importanza alla Guerra Civile («l'unico, grande evento

tragico che continua a dare risonanza alla nostra repubblica») che alle questioni ebraiche.

Ma Podhoretz era probabilmente più americano del suo accusatore, perché a quell'epoca

era la «guerra contro gli ebrei» combattuta dal nazismo e non la «guerra tra gli Stati» ad

apparire centrale nella vita culturale americana. La maggior parte dei professori di

college può testimoniare che, in confronto alla Guerra Civile, molti più studenti sono in

grado di collocare l'Olocausto nazista nel secolo giusto e in linea di massima di indicare il

numero di vittime esatto. In effetti, questo è quasi l'unico riferimento storico che oggi

risuoni in un'aula universitaria. I sondaggi mostrano che sono molti di più gli americani

che sanno identificare l'Olocausto piuttosto che Pearl Harbor o le bombe atomiche sul

Giappone.

Eppure, fino a tempi abbastanza recenti, l'Olocausto nazista era quasi assente dalla vita

americana. Tra la fine della Seconda guerra mondiale e quella degli anni Sessanta, solo

un esiguo numero di libri e di film toccò l'argomento e in tutti gli Stati Uniti si teneva un

unico corso universitario espressamente dedicato a esso. (8) Quando, nel 1963, Hannah

Arendt pubblicò Eichmann in Jerusalem. A Report on the Banality of Evil [La banalità

del male. Eichmann a Gerusalemme], poté attingere solamente a due studi in lingua

inglese: The Final Solution [La soluzione finale. Il tentativo di sterminio degli ebrei

d'Europa, 1939-1945], di Gerald Reitlinger, e The Destruction of the European jews, di

Raul Hilberg. (9) Lo stesso capolavoro di Hilberg dovette faticare per vedere la luce. Il

suo relatore alla Columbia University, l'ebreo tedesco Franz Neumann, studioso di teoria

sociale, cercò di dissuadere energicamente Hilberg dallo scrivere sull'argomento («È il

tuo funerale») e nessuna università o editore tradizionale volle toccare il manoscritto.

Quando fu finalmente pubblicato, The Destruction of the European Jews ricevette poche

recensioni, per lo più critiche (10).

Non soltanto gli americani in generale, ma anche gli ebrei americani, intellettuali

compresi, prestarono poca attenzione all'Olocausto nazista. In un'autorevole indagine del

1957, il sociologo Nathan Glazer riportò che la Soluzione Finale nazista (così come la

nascita di Israele) «aveva avuto ben poche ripercussioni sulla vita interiore della

comunità ebraica americana». In un convegno organizzato nel 1961 da «Commentary»

sul tema «L'ebraismo e i giovani intellettuali», soltanto due dei trentuno partecipanti

misero in rilievo il suo impatto. Allo stesso modo, in una tavola rotonda organizzata nel

medesimo anno dal periodico «Judaism» sul tema «La mia affermazione di ebraismo»,

alla quale parteciparono ventuno ebrei americani osservanti, l'argomento venne pressoché

ignorato. (11) Né monumenti né tributi ricordarono l'Olocausto nazista negli Stati Uniti;

anzi, le principali organizzazioni ebraiche si opposero a questa commemorazione. La

domanda è: perché?

La spiegazione più comune è che gli ebrei furono traumatizzati dal genocidio e di

conseguenza ne rimossero la memoria, ma è una teoria senza prove. Certamente, alcuni

sopravvissuti non vollero, proprio per quel motivo allora o negli anni successivi,

ricordare quello che era successo. Molti altri, però, avevano una gran voglia di parlare e,

una volta che si presentò l'occasione, non smisero più (12). Il problema era che gli

americani non avevano voglia di ascoltare.

Le vere ragioni del silenzio pubblico sull'Olocausto [24] nazista erano la politica

conformista della leadership della comunità ebraica americana e il clima politico

dell'America postbellica. Sia nella politica interna sia in quella estera le élite ebraiche

americane (13) si uniformarono alle posizioni ufficiali degli Stati Uniti. Questo

atteggiamento in effetti facilitò gli obiettivi tradizionali di assimilazione e accesso al

potere. Con l'inizio della Guerra Fredda, le organizzazioni ebraiche tradizionali assunsero

un atteggiamento ancora più risoluto. Le élite ebraiche americane «dimenticarono»

l'Olocausto nazista perché la Germania (cioè la Germania Federale, dal 1949) divenne nel

dopoguerra un alleato fondamentale degli Stati Uniti nel confronto con l'Unione

Sovietica. Rivangare il passato, oltre a essere inutile, complicava le cose.

Con minime riserve (subito peraltro superate), le maggiori organizzazioni ebraiche

americane si adeguarono velocemente alla linea del governo degli Stati Uniti, che

sosteneva una Germania riarmata e quasi per nulla denazificata. L'American Jewish

Committee (AJC), nel timore che «ogni opposizione organizzata degli ebrei americani

contro la nuova politica estera e la sua strategia potesse isolarli agli occhi della

maggioranza non ebraica e compromettere i risultati ottenuti sulla scena politica

nazionale dopo la guerra», fu il primo a elogiare le virtù del riallineamento. Il filosionista

Congresso Mondiale Ebraico (CME) e la sua sezione [25] americana rinunciarono a

opporsi dopo avere siglato accordi di compensazione con la Germania nei primi anni

Cinquanta, mentre l'Anti-Defamation League (ADL) fu la prima importante

organizzazione ebraica a inviare una delegazione ufficiale in Germania, nel 1954.

Insieme, queste organizzazioni collaborarono con il governo di Bonn per contenere

l'«onda antitedesca» del sentimento popolare ebraico (14).

La Soluzione Finale era un argomento-tabù per le élite ebraiche americane anche per un

altro motivo. Gli ebrei di sinistra, che durante la Guerra Fredda erano contrari a schierarsi

con la Germania contro l'Unione Sovietica, continuavano a battere su quel tasto. Il

semplice ricordare l'Olocausto nazista fu etichettato come un atteggiamento comunista.

Legate allo stereotipo che associava ebrei e sinistra (in effetti, gli ebrei incisero per circa

un terzo sul voto al candidato progressista Henry Wallace alle elezioni presidenziali del

1948), le élite ebraiche americane non si fecero problemi a sacrificare i compagni ebrei

sull'altare dell'anticomunismo. Mettendo a disposizione delle agenzie governative i loro

elenchi di ebrei in odore di sovversione, l'AJC e l'ADL, collaborarono attivamente alla

caccia alle streghe dell'era McCarthy. L'AJC si pronunciò a favore della condanna a

morte dei Rosenberg mentre «Commentary», la rivista mensile del comitato, sosteneva in

un editoriale che i due non erano veramente ebrei.

[26] Temendo di essere associate alla sinistra tanto all'estero quanto in patria, le

organizzazioni ebraiche tradizionali si rifiutarono di collaborare con le forze

socialdemocratiche e antinaziste tedesche, così come si opposero ai boicottaggi di

prodotti tedeschi e alle manifestazioni contro gli ex nazisti in territorio americano. D'altro

canto, dissidenti tedeschi di primo piano in visita negli Stati Uniti, come il pastore

protestante Martin Niemöller, che aveva passato otto anni nei campi di concentramento

nazisti e ora era schierato contro la crociata anticomunista, dovettero sopportare gli

insulti dei leader della comunità ebraica americana. Ansiosi di arricchire le loro

credenziali anticomuniste, le élite ebraiche diedero il proprio appoggio e sostennero

finanziariamente perfino organizzazioni dell'estrema destra come la All-American

Conference to Combat Communism e chiusero un occhio quando veterani delle SS

misero piede in America (15).

Ansiose anche d'ingraziarsi le élite dominanti americane e di dissociarsi dalla sinistra

ebraica, le organizzazioni ebraiche americane evocarono l'Olocausto nazista in un

contesto tutto particolare: per denunciare l'Unione Sovietica. «La politica [antisemita]

sovietica offre opportunità che non devono essere trascurate» annota compiaciuto un

memorandum interno dell'AJC citato da Novick «per rafforzare determinati aspetti del

programma nazionale dell'AJC.» Come era [27] ovvio, questo significava equiparare la

Soluzione Finale nazista all'antisemitismo russo. «Stalin riuscirà là dove Hider ha fallito»

preannunciava cupamente «Commentary». «Annienterà gli ebrei dell'Europa centrale e

orientale []. Il parallelo con la politica di sterminio dei nazisti è quasi completo.» Le

principali organizzazioni ebraiche americane arrivarono a denunciare l'invasione

sovietica dell'Ungheria nel 1956 come «solamente il primo passo verso una Auschwitz

russa» (16).

Con la guerra arabo-israeliana del giugno 1967 tutto cambiò. È opinione comune che

solamente in seguito a questo conflitto l'Olocausto divenne un punto fermo nella vita

degli ebrei americani (17). La spiegazione più diffusa di questa svolta fu che il totale

isolamento e la vulnerabilità di Israele nel corso della guerra dei Sei Giorni fecero

rivivere la memoria dello sterminio nazista. In effetti, questa interpretazione distorce

tanto la realtà dei rapporti di forza nel Medio Oriente a quell'epoca quanto l'evoluzione

delle relazioni tra le élite ebraiche americane e Israele.

Negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale le principali organizzazioni ebraiche

avevano minimizzato l'importanza dell'Olocausto nazista per conformarsi alle priorità

della Guerra Fredda dettate dal governo americano; allo stesso modo, anche ora il loro

atteggiamento nei confronti di Israele fu rapido a confor[28]marsi. Da subito, le élite

ebraiche guardarono con profonda apprensione alla nascita di uno Stato ebraico: il loro

principale timore era che la sua esistenza avrebbe portato a un'accusa nei loro confronti di

«doppia fedeltà» e, quando la Guerra Fredda s'intensificò, queste paure si moltiplicarono.

Ancora prima della fondazione d'Israele, i leader ebrei americani espressero la

preoccupazione che la sua dirigenza, in gran parte proveniente dall'Est europeo,

tradizionalmente progressista, avrebbe scelto il campo sovietico. Nonostante alla fine

avessero abbracciato la campagna sionista a favore della creazione di uno Stato, le

organizzazioni ebraiche americane si rivelarono caute e si tennero sulla lunghezza d'onda

dei segnali provenienti da Washington. In realtà, l'appoggio dell'AJC alla fondazione

d'Israele fu motivato soprattutto dal timore di una reazione interna contro gli ebrei, che si

sarebbe potuta scatenare nel caso non si fosse giunti a una rapida soluzione del problema

degli esuli ebrei in Europa (18). Nonostante Israele, immediatamente dopo la sua

fondazione, si fosse schierato con l'Occidente, molti israeliani dentro e fuori

l'amministrazione conservarono un forte legame con l'Unione Sovietica e, come era

prevedibile, i leader della comunità ebraica americana tennero Israele a distanza.

Dal 1948, anno della sua fondazione, fino alla guerra del giugno 1967, Israele non fu una

pedina centrale [29] sullo scacchiere americano. Quando la dirigenza degli ebrei di

Palestina si accinse a istituire il nuovo Stato, il presidente Truman temporeggiò,

soppesando considerazioni di politica interna (il voto ebraico) e i segnali d'allarme del

Dipartimento di Stato (il sostegno a uno Stato ebraico avrebbe alienato il mondo arabo).

Per salvaguardare gli interessi americani in Medio Oriente, l'amministrazione Eisenhower

alternò l'appoggio a Israele con quello alle nazioni arabe, favorendo comunque queste

ultime.

Gli intermittenti scontri politici tra Stati Uniti e Israele culminarono nella crisi di Suez del

1956, quando gli israeliani si accordarono con Gran Bretagna e Francia per attaccare il

leader nazionalista egiziano Gamal Abdel Nasser. Benché la fulminea vittoria israeliana e

la conquista della penisola dei Sinai ne avessero rivelato il potenziale strategico al

mondo, gli Stati Uniti continuarono a considerarlo come una delle tante pedine dell'area.

Così, il presidente Eisenhower costrinse Israele a ritirarsi dal Sinai pressoché

incondizionatamente. Durante la crisi, i leader ebrei americani spalleggiarono per breve

tempo gli sforzi israeliani di strappare concessioni agli americani, ma in ultima analisi,

come ricorda Arthur Hertzberg, «preferirono consigliare a Israele di dare retta [a

Eisenhower] piuttosto che opporsi alla volontà del leader statunitense» (19).

[30] Tranne che come occasionale destinatario delle loro donazioni, dopo la fondazione

fu come se Israele si eclissasse alla vista degli ebrei americani: per loro non era

importante. Nella sua indagine del 1957, Nathan Glazer osservò che Israele «aveva ben

poche ripercussioni sulla vita interiore della comunità ebraica americana» (20). I membri

della Zionist Organization of America, da centinaia di migliaia che erano nel 1948, si

ridussero a decine di migliaia negli anni Sessanta. Prima del giugno 1967, solamente un

ebreo americano su venti si dichiarava interessato a visitare Israele. Nel 1956, la

comunità ebraica diede un importante contributo alla rielezione di Eisenhower, che aveva

appena costretto Israele all'umiliante ritiro dal Sinai. All'inizio degli anni Sessanta, Israele

dovette anche affrontare una forte reprimenda da parte di settori dell'élite ebraica per il

rapimento di Eichmann: fra i critici si distinsero Joseph Proskauer, ex presidente

dell'AJC, Oscar Handlin, docente di Storia ad Harvard, e il «Washington Post», di

proprietà ebraica. «Il rapimento di Eichmann» sostenne Erich Fromm «è un atto di

un'illegalità dello stesso identico genere di quello di cui si sono macchiati [...] i

nazisti. (21)

Indipendentemente dall'appartenenza politica, gli intellettuali ebrei americani si

mostrarono indifferenti al destino d'Israele. Studi approfonditi del mondo intellettuale

della sinistra progressista ebraica risalenti [31] agli anni Sessanta fanno a malapena il

nome d'Israele (22). Appena prima della guerra dei Sei Giorni, l'AJC promosse un

convegno sul tema «L'identità ebraica qui e ora»: solamente tre delle trentuno «menti più

brillanti della comunità ebraica» fecero riferimento a Israele, e due di loro per liquidarne

la rilevanza (23). Per ironia della sorte, gli unici due intellettuali ebrei a creare un legame

con Israele prima del 1967 furono Hannah Arendt e Noam Chomsky (24).

Poi arrivò la guerra dei Sei Giorni. Colpiti dall'impressionante spiegamento di forze

israeliano, gli Stati Uniti si mossero per farne una loro risorsa strategica. (Già prima del

conflitto, l'America aveva con cautela cominciato a pendere verso Israele di fronte alle

politiche sempre più indipendenti imboccate dai regimi di Egitto e di Siria alla metà degli

anni Sessanta.) Il sostegno militare ed economico cominciò ad affluire quando Israele si

trasformò in un procuratore del potere americano in Medio Oriente.

Per le élite ebraiche americane la subordinazione israeliana al potere statunitense fu una

fortuna inaspettata. Il sionismo era nato dal presupposto che l'assimilazione fosse una

chimera e che gli ebrei sarebbero semprestati percepiti come un corpo estraneo

potenzialmente pronto a tradire.

Per sciogliere il nodo gordiano, i sionisti pensarono di creare una patria per gli ebrei, ma

in realtà la fondazione d'Israele rese più acuto il proble[32]ma, se non altro per gli ebrei

della diaspora, in quanto dava espressione istituzionale all'accusa di doppia fedeltà.

Paradossalmente, dopo il giugno 1967, Israele facilitò l'assimilazione negli Stati Uniti: gli

ebrei ora erano in prima linea a difendere l'America (o meglio l'«Occidente civilizzato»)

contro le orde barbariche degli arabi. Se prima del 1967 Israele incarnava lo spauracchio

della doppia fedeltà, ora era il simbolo della superfedeltà: dopo tutto erano israeliani, e

non americani, quelli che combattevano e morivano per proteggere gli interessi

statunitensi e, diversamente dai soldati americani in Vietnam, i militari israeliani non si

fàcevano umiliare da una banda di ultimi arrivati del Terzo Mondo (25).

E così, le élite ebraiche americane all'improvviso scoprirono Israele. Dopo la guerra del

1967, l'impeto del suo esercito poté essere celebrato perché i suoi cannoni erano puntati

nella giusta direzione, cioè contro i nemici dell'America. Il suo valore militare poteva

persino rendere più agevole l'accesso alla stanza dei bottoni dei potere americano. Se in

precedenza le élite ebraiche potevano offrire solamente scarni elenchi di ebrei sovversivi,

ora erano in grado di porsi come gli interlocutori naturali della più recente risorsa

strategica americana e da pedine guadagnarsi un ruolo di primo piano nel gran teatro

della Guerra Fredda. Israele divenne una risorsa non solo per l'America ma per lo stesso

ebraismo americano.

[33] In un libro di memorie pubblicato appena prima della guerra dei Sei Giorni, Norman

Podhoretz ricordò con un certo senso di vertigine di avere partecipato a una cena di Stato

alla Casa Bianca dove «non c'era una sola persona che non fosse visibilmente e

assolutamente fuori di sé dalla gioia di essere lì». (26) Benché fosse già direttore di

«Commentary», il più importante periodico della comunità ebraica amerìcana, questo suo

libro contiene un'unica, fugace allusione a Israele. D'altro canto, che cosa aveva da offrire

quest'ultimo a un ambizioso ebreo americano? In un saggio successivo, Podhoretz

sottolineò come, dopo la guerra del giugno 1967, Israele fosse divenuto «la religione

degli ebrei americani» (27). Diventato sostenitore di spicco dello Stato ebraico,

Podhoretz poteva vantarsi non semplicemente di avere partecipato a una cena alla Casa

Bianca, ma di avere incontrato il presidente in un tête-à-tête per discutere di questioni di

interesse nazionale.

Dopo la guerra dei Sei Giorni, le principali organizzazioni ebraiche americane lavorarono

a pieno ritmo per rendere più salda l'alleanza tra America e Israele. Nel caso dell'ADL,

questo comportò un'ampia operazione di sorveglianza interna svolta di concerto con i

servizi segreti israeliani e sudafricani (28). Dopo il giugno 1967, sul «New York Times»

lo spazio dedicato a Israele crebbe in maniera esponenziale. Sul suo indice del 1955 e su

quello del 1965, i rimandi alla voce «Israele» occupava[34]no ciascuno meno di un

quarto dello spazio che il «New York Times Index» dedicò loro nel 1975. «Quando ho

voglia di tirarmi un po' su» osservava Elie Wiesel nel 1973 «guardo le notizie su Israele

sul "New York Times".» (29) Come Podhoretz, molti intellettuali della tradizione

ebraico-americana dopo la guerra dei Sei Giorni scoprirono altrettanto improvvisamente

la «religione» Israele. Novick racconta che Lucy Dawidowicz, la decana della letteratura

sull'Olocausto, un tempo era stata «aspramente critica nei confronti d'Israele». Nel 1953,

aveva dichiarato senza mezzi termini che gli israeliani non avevano il diritto di chiedere

risarcimenti alla Germania finché eludevano le responsabilità nei confronti dei profughi

palestinesi: «Non esistono due pesi e due misure». Eppure, subito dopo il conflitto,

Dawidowicz diventò una «fervida sostenitrice d'Israele», salutandolo come «incarnazione

del paradigma dell'immagine ideale dell'ebreo nel mondo moderno». (30)

I sionisti, rinati dopo la guerra del 1967, contrapponevano tacitamente l'esplicito sostegno

dato a un Israele sotto assedio alla vigliaccheria mostrata dagli ebrei americani di fronte

all'Olocausto nazista. In realtà, stavano facendo esattamente quello che le élite ebraiche

d'America avevano sempre fatto: andare di pari passo con il potere statunitense. Le classi

colte si rivelarono particolarmente esperte nell'assumere atteggiamenti eroici. Si consideri

il caso di Irving Howe, il noto stu[35]dioso appartenente alla sinistra progressista. Nel

1956, «Dissent», la rivista che Howe dirigeva, condannò «l'attacco combinato contro

l'Egitto» come «immorale». Nonostante si trovasse effettivamente solo, Israele fu anche

tacciato di «sciovinismo culturale», di avere un «senso paramessianico del destino

manifesto» (31) e di «tendenza latente all'espansionismo». (32) Dopo la guerra

dell'ottobre 1973, quando il sostegno americano a Israele raggiunse il suo apice, Howe

pubblicò un proprio appello «traboccante di ansia intensissima» a favore dell'isolato

Israele. Il mondo non ebraico, si lamentava in una parodia alla Woody Allen, affogava

nell'antisemitismo e persino nell'Upper Manhattan Israele «non è più chic»: tutti, tranne

lui, erano alla mercé di Mao, di Frantz Fanon e di Che Guevara. (33)

In quanto pedina strategica degli Stati Uniti, Israele non era esente da critiche. Oltre alla

sempre più pressante censura della comunità internazionale rivolta al suo rifiuto di

negoziare un accordo con gli arabi secondo le risoluzioni delle Nazioni Unite e al suo

smaccato sostegno alle ambizioni del governo statunitense, che perseguiva una politica di

controllo su base planetaria, (34) Israele dovette anche vedersela con il dissenso interno

americano. Nei circoli dominanti statunitensi, i fautori di una politica filoaraba

sostenevano che puntare tutto su questo Stato e ignorare le élite arabe minava gli interessi

nazionali americani.

[36] C'era chi argomentava che la sottomissione d'Israele al potere americano e

l'occupazione dei vicini Stati arabi non solo erano sbagliate in linea di principio, ma

anche dannose per gli stessi interessi israeliani, in quanto Israele sarebbe stato sempre più

militarizzato e isolato dal mondo arabo. Comunque, per gli ebrei americani, nuovi

sostenitori d'Israele, discorsi di questo genere sfioravano l'eresia: un Israele indipendente

e in pace con i propri vicini era privo di valore, un Israele sulla stessa lunghezza d'onda

del mondo arabo, alla ricerca dell'indipendenza dagli Stati Uniti rappresentava un

disastro. Israele poteva esistere soltanto come una specie di Sparta legata al potere

americano, perché solamente in quel caso i leader della comunità ebraica statunitense

potevano presentarsi come i portavoce delle ambizioni imperialistiche americane. Noam

Chomsky ha suggerito che questi «sostenitori d'Israele» dovrebbero essere più

propriamente chiamati «sostenitori della degenerazione morale e della distruzione

definitiva d'Israele». (35)

Per proteggere la loro posizione strategica, le élite ebraiche americane «ricordarono»

l'Olocausto. (36) La spiegazione convenzionale è che lo fecero perché, all'epoca della

guerra dei Sei Giorni, pensavano che Israele stesse correndo un pericolo mortale ed erano

quindi in preda alla paura di un «secondo Olocausto». Questa versione, però, non regge

all'analisi.

[37] Si prenda in considerazione la prima guerra arabo-israeliana. Alla vigilia

dell'independenza del 1948, la minaccia contro gli ebrei di Palestina appariva di gran

lunga più preoccupante. David Ben-Gurion dichiarò che «settecentomila ebrei» erano

«contrapposti a ventisette milioni di arabi: uno contro quaranta». Gli Stati Uniti

parteciparono all'embargo di armi decretato dalle Nazioni Unite per l'intera area,

congelando una situazione di chiara superiorità negli armamenti da parte degli eserciti

arabi. La paura di un'altra Soluzione Finale attanagliò la comunità ebraica americana.

Deplorando il fatto che gli Stati arabi stavano ora «armando il tirapiedi di Hitler, il Mufti

[di Gerusalemme], mentre gli Stati Uniti imponevano l'embargo», l'AJC predisse «un

suicidio di massa e un olocausto definitivo in Palestina». Persino George Marshall, il

segretario di Stato, e la CIA previdero, in caso di guerra, la sicura sconfina degli

ebrei. (37) Anche se «alla fine vinse il più forte» (secondo lo storico Benny Morris), per

Israele non fu comunque una passeggiata. Nel corso dei primi mesi di guerra, agli inizi

del 1948, e specialmente quando, in maggio, ci fu la dichiarazione d'indipendenza, le

speranze di sopravvivenza del nuovo Stato erano date alla pari da Yigael Yadin, capo

delle operazioni dell'Haganah. Senza un accordo segreto con la Cecoslovacchia per la

fornitura di armi, Israele probabilmente non sarebbe sopravvissuto. (38) Dopo un [38]

anno di combattimenti, contava seimila caduti, l'uno per cento della sua popolazione. Ma

allora perché l'Olocausto non divenne oggetto dell'attenzione degli ebrei d'America dopo

la guerra del 1948?

Nel 1967 Israele dimostrò prontamente di essere assai meno vulnerabile che nella lotta

per l'indipendenza. I leader israeliani e quelli americani sapevano in anticipo che Israele

avrebbe avuto facilmente la meglio in una guerra contro gli Stati arabi, realtà che divenne

chiara ed evidente quando Israele sconfisse i vicini arabi nell'arco di pochi giorni. Come

annota Novick, «nella mobilitazione degli ebrei americani a favore d'Israele prima della

guerra, è sorprendente quanto pochi siano i riferimenti espliciti all'Olocausto». (39)

L'industria dell'Olocausto fece la propria apparizione solamente dopo la dimostrazione

schiacciante del predominio militare e fiorì in mezzo al più totale trionfalismo

israeliano. (40) Come conciliare tali anomalie con l'interpretazione standard?

Gli scioccanti rovesci iniziali e le pesanti perdite subite durante la guerra arabo-israeliana

dell'ottobre 1973, e il crescente isolamento internazionale che ne seguì, non fecero che

aumentare, secondo le interpretazioni tradizionali, i timori degli ebrei americani per la

vulnerabilità d'Israele. Di conseguenza, la memoria dell'Olocausto finì sulla ribalta.

Novick registra da par suo: «Tra gli ebrei americani [ ... ] la presunta situazio[39]ne di un

Israele vulnerabile e isolato cominciò a essere percepita come terribilmente simile a

quella degli ebrei d'Europa trent'anni prima [ ... ] Il riferimento all'Olocausto negli Stati

Uniti non soltanto prese piede, ma divenne una pratica sempre più istituzionalizzata».41

Eppure Israele era stato sull'orlo del baratro e, in termini sia relativi sia assoluti, aveva

avuto molte più perdite nella guerra del 1948 che in quella del 1973.

È vero che, se si eccettua l'alleanza con gli Stati Uniti, dopo la guerra dell'ottobre 1973

Israele si ritrovò in disgrazia all'interno della comunità internazionale. Tuttavia, proviamo

a fare il confronto con la guerra di Suez del 1956. Israele e la comunità ebraica americana

asserirono che, alla vigilia dell'invasione del Sinai, l'Egitto aveva minacciato l'esistenza

stessa di Israele, e che un totale ritiro israeliano dal Sinai avrebbe fatalmente minato

«l'interesse fondamentale d'Israele: la sua sopravvivenza come Stato». (42) Ciò

nonostante, la comunità internazionale restò saldamente sulle proprie posizioni.

Rievocando il suo brillante intervento all'Assemblea generale delle Nazioni Unite, Abba

Eban ricordò con dispiacere che «dopo aver applaudito calorosamente il discorso

[l'Assemblea] votò contro di noi a larga maggioranza». (43) Gli Stati Uniti ebbero un

ruolo di primo piano in questo consenso generale. Non soltanto Eisenhower costrinse

Israele al ritiro, ma il sostegno pubblico americano a Israele subì uno [40] «spaventoso

tracollo» commenta lo storico Peter Grose. (44) Per contro, subito dopo la guerra del

1973, gli Stati Uniti fornirono a Israele una massiccia assistenza militare, in proporzioni

maggiori di quella dei quattro anni precedenti messi insieme, mentre l'opinione pubblica

americana sosteneva lo Stato ebraico a spada tratta. (45) Fu questo il frangente in cui «il

riferimento all'Olocausto [ ...] prese piede in America»: un momento in cui Israele era

meno isolato di quanto fosse stato nel 1956.

In effetti, il motivo per cui venne alla ribalta non va ricercato nel fatto che le inaspettate

battute d'arresto d'Israele nel corso della guerra dell'ottobre 1973 e il successivo

isolamento politico evocarono il ricordo della Soluzione Finale. Piuttosto. fu la

spettacolare dimostrazione militare di Sadat nella guerra del Kippur a convincere le élite

politiche americane e israeliane che non si poteva più prescindere da un accordo

diplomatico con l'Egitto e dalla restituzione dei territori sottrattigli nel giugno 1967. Per

incrementare il potere negoziale israeliano, aumentò la produzione. Il punto è che, dopo

la guerra del 1973, Israele non era isolato dagli Stati Uniti: questi sviluppi occorsero nel

quadro dell'alleanza tra i due Paesi, che rimase pienamente attiva. (46) L'analisi storica

suggerisce con forza che, se Israele si fosse trovato davvero solo dopo la guerra del 1973,

[41] le élite ebraiche americane non avrebbero ricordato l'Olocausto nazista più di quanto

fecero dopo le guerre del 1948 o del 1956.

Novick fornisce alcune spiegazioni accessorie che risultano ancora meno convincenti.

Citando gli studiosi ebrei di formazione religiosa, per esempio, suggerisce che «la guerra

dei Sei Giorni permise di elaborare una teologia popolare di "Olocausto e Redenzione"».

La «luce» della vittoria del giugno 1967 riscattava le «tenebre» del genocidio: «Aveva

dato a Dio una seconda possibilità». L'Olocausto poté affiorare nella vita americana

solamente dopo il giugno 1967 perché «l'Olocausto degli ebrei d'Europa ebbe un esito, se

non felice, tale almeno da lasciare spazi alla vita». Eppure, nella vulgata della cultura

ebraica, non fu la guerra del 1967 ma la fondazione di Israele a segnare la redenzione.

Perché l'Olocausto dovette attendere una seconda redenzione? Novick sostiene che

l'«immagine degli ebrei come eroi guerrieri» nella guerra dei Sei Giorni «ebbe l'effetto di

obliterare lo stereotipo della vittima debole e passiva che [ ... ] in precedenza aveva

impedito agli ebrei la discussione dell'Olocausto». (47) Eppure, quanto a coraggio allo

stato puro, la guerra del 1948 fu per Israele l'ora più bella. E, nel 1956, la «temeraria» e

«brillante» campagna di cento ore nel Sinai di Moshe Dayan prefigurò la vittoria a mani

basse dei giugno 1967. Perché, allora, la comunità ebraica americana ebbe bisogno

della guerra dei Sei Giorni per «obliterare lo stereotipo»?

La spiegazione di Novick di come le élite ebraiche americane giunsero a strumentalizzare

l'Olocausto nazista non è convincente. Si considerino questi passi significativi:

Quando i leader ebrei americani cercarono di capire le ragioni dell'isolamento e

della vulnerabilità israeliani (ragioni che potessero suggerire un rimedio), la

spiegazione che raccolse il più ampio consenso fu che l'affievolirsi del ricordo dei

crimini nazisti contro gli ebrei, e l'ingresso in scena di una generazione che

ignorava l'Olocausto, avevano fatto perdere a Israele il sostegno di cui aveva

goduto un tempo.

Mentre le organizzazioni ebraiche americane non erano in grado di modificare il

passato prossimo nel Medio Oriente, e potevano fare ben poco per influenzarne il

futuro, potevano fare in modo di far rivivere il ricordo dell'Olocausto. Così, la

spiegazione del «ricordo che si affievolisce» costituì un punto all'ordine del

giorno per l'azione. (48)

Perché la tesi del «ricordo che si affievolisce» per la situazione israeliana post-1967

«raccolse il più ampio consenso»? Era senza dubbio una spiegazione impro[43]babile.

Come Novick stesso documenta doviziosamente, il sostegno che Israele si guadagnò

all'inizio ha poco a che vedere con «il ricordo dei crimini nazisti» (49) e, in ogni caso,

questo ricordo era svanito molto tempo prima che Israele perdesse il sostegno

internazionale. Perché le élite ebraiche potevano «fare ben poco per influenzare» il futuro

d'Israele? È un fatto che controllavano una formidabile rete di organizzazioni. E perché

«far rivivere il ricordo dell'Olocausto» divenne l'unico punto all'ordine dei giorno?

Perché non appoggiare l'accordo internazionale che chiedeva il ritiro israeliano dai

territori occupati nella guerra del 1967 così come una «pace giusta e durevole» tra Israele

e i suoi vicini arabi (risoluzione Onu numero 242)?

Una spiegazione più coerente, anche se meno generosa, è che le élite ebraiche americane

ricordarono l'Olocausto nazista prima del giugno 1967 solamente quando fu

politicamente conveniente. Israele, loro nuovo protettore, aveva fatto buon uso

dell'Olocausto nazista durante il processo a Eichmann. (50) Accertatane l'efficacia, la

comunità ebraica americana sfruttò l'Olocausto nazista dopo la guerra dei Sei Giorni. Una

volta rimodellato ideologicamente, l'Olocausto (nel senso di industria) divenne l'arma

perfetta per deviare le critiche nei confronti d'Israele, come ora dimostrerò. Ciò che

merita di essere sottolineato, in ogni caso, è il fatto che per le élite ebraiche americane

l'Olocausto svolse la [44] stessa funzione che per Israele: un'altra fiche dal valore

incalcolabile in una partita a poker dove si gioca forte. Il dichiarato interesse per la

memoria dell'Olocausto fu qualcosa di studiato a tavolino, così come quello per il destino

d'Israele. (51) Di conseguenza, la comunità ebraica americana perdonò e dimenticò

velocemente la folle dichiarazione di Reagan al cimitero di Bitburg, nel 1985: secondo

l'allora presidente, i soldati tedeschi lì sepolti (compresi gli appartenenti alle SS) erano

«vittime dei nazisti proprio come le vittime dei campi di concentramento». Nel 1988,

Reagan venne insignito del premio Humanitarian of the Year dal Centro Simon

Wiesenthal, una delle istituzioni di maggior spicco tra quelle che si occupano

dell'Olocausto, per il suo «leale sostegno a Israele» e, nel 1994, del premio Torch of

Liberty dalla filoisraeliana ADL. (52)

Resta il fatto che il precoce sfogo, nel 1979, del reverendo Jesse Jackson che disse di

«non [poterne] più di sentir parlare dell'Olocausto» non fu perdonato né dimenticato

altrettanto rapidamente. In effetti, gli attacchi a Jackson da parte delle élite ebraiche

americane non cessarono mai, anche se non a causa delle sue «dichiarazioni antisemite»,

quanto piuttosto per l'avere sposato «le posizioni palestinesi» (Seymour Martin Lipset ed

Earl Raab). (53) Nel caso di Jackson, giocava pure un altro fattore: il reverendo

rappresentava un elettorato con cui la comunità ebraica americana era entrata in urto sin

da[45]gli ultimi anni Sessanta. Anche in questi conflitti, l'Olocausto si dimostrò un'arma

ideologica potente.

Le élite ebraiche furono indotte a potenziare dopo la guerra dei Sei Giorni non dalla tanto

sbandierata debolezza d'Israele e dal suo isolamento, che facevano temere un «secondo

Olocausto», quanto piuttosto dalla forza dimostrata dallo Stato ebraico e dalla sua

alleanza strategica con gli Stati Uniti. È lo stesso Novick a fornire, anche se

involontariamente, la prova migliore a sostegno di questa conclusione. Per dimostrare che

furono considerazioni di potere, e non la Soluzione Finale dei nazisti, a determinare la

politica americana nei confronti d'Israele, scrive: «Fu quando l'Olocausto era più vivido

nella mente dei leader americani, nel primo venticinquennio dopo la fine della guerra, che

gli Stati Uniti sostennero meno Israele [ ... ] Non fu quando Israele era percepito come

debole e vulnerabile, ma dopo che ebbe dimostrato la propria forza, nella guerra dei Sei

Giorni, che l'aiuto americano si trasformò da un rivolo a un flusso continuo» (il corsivo è

nell'originale). (54) Questa osservazione vale altrettanto per le élite ebraiche americane.

Esistono anche ragioni interne per la nascita dell'industria dell'Olocausto. Gli studiosi

sottolineano la recente apparizione della «politica dell'identità» da un lato e della «cultura

della vittimizzazione» dall'altro. In realtà, [46] ogni identità si fonda su una specifica

storia di oppressione e, di conseguenza, gli ebrei cercarono la loro nell'Olocausto.

Eppure, tra i gruppi che protestano la loro vittimizzazione, ivi compresi i neri, i latini, i

nativi americani, le donne, i gay e le lesbiche, solamente gli ebrei, nella società

americana, non sono svantaggiati. In realtà, la politica dell'identità e l'Olocausto hanno

fatto presa tra gli ebrei americani non in virtù del loro status di vittime ma proprio perché

essi non sono vittime.

Nel momento in cui, dopo la Seconda guerra mondiale. le barriere antisemitiche si

sgretolarono rapidamente, gli ebrei conobbero un'ascesa sociale negli Stati Uniti.

Secondo Lipset e Raab, il reddito pro capite degli ebrei è circa il doppio di quello dei non

ebrei; sedici dei quaranta americani più ricchi sono ebrei; il quaranta per cento dei

vincitori americani del premio Nobel in ambito scientifico ed economico è ebreo, così

come il venti per cento dei professori nelle università più importanti e il quaranta per

cento dei soci dei maggiori studi legali di New York e Washington. L'elenco

prosegue. (55) Lungi dal costituire un ostacolo al successo, l'identità ebraica ne è

divenuta l'emblema. Proprio come molti ebrei presero le distanze da Israele quando

rappresentava uno svantaggio e si riscoprirono sionisti quando divenne una risorsa, essi si

tennero alla larga dalla loro identità ebraica finché questa costi[47]tuì uno svantaggio e si

riscoprirono ebrei quando esserlo divenne un vantaggio.

In verità, il successo sociale dell'ebraismo americano convalidò un convincimento di

fondo (forse l'unico) degli ebrei circa la propria identità appena ritrovata. Chi avrebbe più

potuto mettere in discussione il fatto che gli ebrei erano il «popolo eletto»? Charles

Silberman, anche lui un ebreo «ritrovato», in A Certain People. American jews and Their

Lives Today [Un certo tipo di persone: gli ebrei americani e la loro vita oggi], si

entusiasma: «Se avessero evitato completamente qualunque idea di superiorità, gli ebrei

non sarebbero stati umani» e aggiunge che «per gli ebrei americani è terribilmente

difficile cancellare completamente il senso di superiorità, per quanto si sforzino di farlo».

Secondo il romanziere Philip Roth, quello che un bambino ebreo americano si trova come

eredità è «nessuna legge, nessun insegnamento, nessuna lingua e, in definitiva, nessun

Dio [...] ma un atteggiamento mentale che può essere tradotto in quattro parole: "Gli ebrei

sono meglio"». (56) Come vedremo, l'Olocausto costituì l'immagine ribaltata del tanto

decantato successo degli ebrei nel mondo: servì a ratificare la loro identità di popolo

eletto.

Negli anni Settanta l'antisemitismo non era più un fenomeno di rilievo nella vita

americana. Ciò nondimeno, i leader ebrei cominciarono a suonare il campa[48]nello

d'allarme: l'ebraismo americano era minacciato da un'ondata violenta di «nuovo

antisemitismo». (57) Tra le prove principali addotte da un importante studio dell'ADL,

(«per coloro che sono morti perché erano ebrei») comparivano il musical di Broadway

Jesus Christ Superstar e un tabloid alternativo che «ritraeva Kissinger come un servile

leccapiedi, vigliacco, borioso, adulatore, tiranno, arrampicatore sociale, manipolatore del

male, snob insicuro, interessato a null'altro che al potere e privo di scrupoli»: di fatto, si

trattava ancora di un giudizio alquanto moderato. (58)

Per le organizzazioni ebraiche americane, questo isterismo indotto circa un nuovo

antisemitismo serviva a diversi scopi. Accreditò ancora l'idea che Israele fosse il luogo

dell'estremo rifugio, se e quando agli ebrei americani ne fosse servito uno; per di più, gli

appelli per la raccolta di fondi da parte delle organizzazioni ebraiche in nome della lotta

all'antisemitismo trovarono portafogli più disponibili. «L'antisemitismo si trova

nell'infelice posizione» osservò una volta Sartre «di avere bisogno per sopravvivere dello

stesso nemico di cui vuole la distruzione.» (59) Per queste organizzazioni ebraiche,

l'affermazione contraria è ugualmente vera. Quando negli ultimi anni l'antisemitismo ha

cominciato a declinare, si è scatenata una spietata rivalità tra le maggiori organizzazioni

«di difesa» degli ebrei, in particolare tra l'ADL e il Centro Simon Wiesenthal. (60) Nella

que[49]stione della raccolta di fondi, tra l'altro, le presunte minacce nei confronti

d'Israele servirono a uno scopo analogo. Di ritorno da un viaggio negli Stati Uniti, lo

stimato giornalista israeliano Danny Rubinstein ebbe a osservare: «Secondo la maggior

parte delle persone che fanno parte dell'establishment ebraico, la cosa importante è dare

continuamente enfasi ai pericoli che incombono su Israele [ ... ] All'establishment ebraico

americano Israele serve solamente come vittima dei crudele attacco degli arabi. Per un

Israele in queste condizioni si possono ottenere sostegno, donazioni, denaro [ ... ] Tutti

conoscono le cifre ufficiali dei contributi raccolti dallo United Jewish Appeal in America,

in cui viene usato il nome d'Israele: qualcosa come la metà dei soldi non va a Israele ma

alle istituzioni ebraiche in America. Esiste un cinismo maggiore?». Come vedremo, lo

sfruttamento da parte dell'industria dell'Olocausto delle «vittirne bisognose

dell'Olocausto» è l'ultima e probabilmente la più turpe manifestazione di questo

cinismo. (61)

Comunque, il motivo principale e più segreto per suonare il campanello d'allarme

dell'antisemitismo sta altrove. Più crebbe il loro successo sociale, più gli ebrei americani

si spostarono politicamente a destra. Benché restassero su posizioni progressiste su

questioni culturali come la moralità sessuale e l'aborto, divennero sempre più

conservatori in materia di politica e di econo[50]mia. (62) Questa svolta a destra fu

accompagnata da un'involuzione: gli ebrei, dimentichi degli antichi alleati che contavano

tra i non abbienti, destinarono sempre più le loro risorse esclusivamente a questioni

ebraiche. Questa virata dell'ebraismo americano (63) si manifestò con chiarezza nelle

tensioni crescenti con i neri. Tradizionalmente sulle stesse posizioni della comunità nera

contro le discriminazioni di casta negli Stati Uniti, molti ebrei ruppero l'alleanza con il

movimento per i diritti civili alla fine degli anni Sessanta, quando, come scrive Jonathan

Kaufman, «i suoi obiettivi passarono dalla richiesta di uguaglianza politica e legale a

quella di uguaglianza economica». «Quando il movimento per i diritti civili si spostò a

Nord, avvicinandosi a questi ebrei progressisti» sottolinea in modo analogo Cheryl

Greenberg «la questione dell'integrazione prese una piega diversa. Con una

preoccupazione le cui motivazioni si annidavano più in questioni di classe che razziali,

gli ebrei fuggirono nelle zone residenziali periferiche quasi alla stessa velocità dei bianchi

cristiani, per evitare quello che percepivano come un deterioramento delle loro scuole e

dei loro quartieri.» Il memorabile acme fu il lungo sciopero degli insegnanti a New York

nel 1968, che contrappose un sindacato di professionisti in gran parte ebrei agli attivisti

della comunità nera in lotta per il controllo delle scuole in stato di abbandono. I resoconti

dello sciopero riferiscono spesso di manifestazioni [51] collaterali di antisemitismo, ma

l'esplosione di un razzismo di marca ebraica (che prima dello sciopero rimaneva nascosto

appena sotto la superficie) non viene ricordata altrettanto spesso. Più di recente, esperti di

diritto pubblico ebrei e organizzazioni ebraiche sono stati in prima linea nello sforzo per

smantellare i programmi dell'affirmative action (integrazione delle minoranze). In testichiave

della Corte Suprema (De Funis, del 1974, e Bakke, del 1978), l'AJC, l'ADL, e il

congresso dell'AJ, hanno tutti prodotto pareri scritti nei quali si opponevano ai

programmi dell'affirmative action (64).

Attivatesi con piglio aggressivo per difendere i loro interessi di corporazione e di classe,

le élite ebraiche tacciarono di antisemitismo tutti coloro che si opponevano al loro nuovo

corso conservatore. Perciò Nathan Perlmutter, capo dell'ADL, sostenne che «il vero

antisemitismo» in America stava nelle iniziative politiche «che danneggiano gli interessi

ebraici», come i programmi antidiscriminazione, i tagli alla spesa per la difesa e il

neoisolazionismo, come pure l'opposizione al nucleare e persino la riforma dei collegi

elettorali (65).

In questa offensiva ideologica, l'Olocausto eb