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Premessa: Nel
pubblicare in versione elettronica questo libro sottoposto a copyright Rizzoli
non pensiamo di fare opera di pirataggio alcuno. La Rizzoli dopo aver pubblicato
questo volume nel 2002 ha deciso di ritiraralo dal mercato senza spiegazione
alcuna. I motivi ce li immaginiamo. Rendendo disponibile questo volume NON A
SCOPO di lucro facciamo ciò che dovrebbe essere un dovereche nei confronti di
un'opinione pubblica sempre più intorpidita culturalmente e scarsamente reattiva
intellettualmente. Il libro è vieppiù interessante nella misura in cui alcuni
commentatori come il signor A. Sofri, tendenziosamente sosetngono che
l'antisionismo altro non sarebbe una variante dell'antisemitismo (La Repubblica
28 novembre 2003). In realtà fu proprio il movimento sionista a negoziare con i
nazisti, focolare ebraico e a vedere nello sterimnio degli ebrei in Europa un
gigantesco spot da sfruttare in vista della costituzione del proprio Stato in
Palestina. I comunisti rivoluzionari - e cioè coloro che mai si macchiarono dei
crimini stalinisti anche contro gli ebrei - non possono essere antisemiti perchè
non credano che esista razza alcuna e sono per la fratellanza tra tutti gli
uomini al di là dei loro credi religiosi, delle loro culture o delle loro
preferenze sessuali. All'inizio del secolo furono migliaia i comunisti e gli
anarchici di origine ebraica.
Finkinstein non è
nè un autore negazionista nè revisionista. Appartiene invece a quella che
viene definita la sinistra liberal americana. Tuttavia nel capitalsimo la
libertà di espressione finisce laddove cominciano giganteschi interessi
economici e politici. Così nessuno si è mai sognato di chiedere conto alla
Turchia delle condanne alla detenzione di alcuni attivisti e intellettuali che
avevano cercato di pubblciizzare il genocidio degli armeni all'inizio del secolo
scorso.
Infine per
chiarezza non condividiamo neppure il revisionismo e il negazionismo "di
sinistra" sviluppatosi in Francia e che non ha mai attecchito in Italia malgrado
gli sforzi dell'Editrice Graphos. Costoro non sono più dei rivoluzionari ma solo
degli avventurieri. Non si capisce come si darebbe maggiore impulso alla
denuncia dei crimini angloamericani negando l'esistenza dei campi di sterminio.
Il libro di
Finkelstein va in tutt'altra direzione.
Siamo sempre
disponibili a togliere il libro dal nostro sito nel momento in cui la Rizzoli
S.p.A. rimetterà in commercio il libro. Non ci piacciono i roghi dei libri e le
censure preventive. Assomigliano troppo a quello che si è visto nella Germania
nazista e nella Russia stalinista. O nell'America del Maccartismo.
(2002)
Rizzoli
Proprietà letteraria riservata C 2000 Norman G. Finkelstein 0 2002 RCS Libri
Sp-4.,
Milano
ISBN 88-17-86827-2
Titolo originale dell'opera: The Holocaust Industry
Prima edizione. settembre 2002
Traduzione di Daria Restani
Traduzione dal tedesco e dall'inglese delle Appendici di Roberta Zuppet
Realizzazione editoriale. Abracadabra s.n.c., Milano
«A
me sembra che l'Olocausto venga venduto, più che insegnato.»
RABBi ARNOLD JACOB WOLF Hillel Director,
Yale University (1)
Ringraziamenti
Colin Robinson, della Verso, ha avuto l'idea di questo libro. Roane Carey ha
dato veste
narrativa alle mie riflessioni. A ogni stadio della produzione del libro, Noam
Chomsky e
Shifta Stern hanno offerto il loro contributo. Jennifer Loewenstein ed Eva
Schweitzer
hanno riveduto criticamente diverse stesure. Rudolph Baldeo mi ha dato il suo
sostegno e
incoraggiamento personale. Sono in debito con tutti loro. Con queste pagine
tento di dare
voce al lascito dei miei genitori. Il libro è quindi dedicato ai miei due
fratelli, Richard ed
Henry, e a mio nipote David.
Introduzione
Questo libro si propone di essere un'anatomia dell'Industria dell'Olocausto e un
atto
d'accusa nei suoi confronti. Nelle pagine che seguono, dimostrerò che
«l'Olocausto» è
una
rappresentazione ideologica dell'Olocausto nazista (2). Come la maggior parte
delle
ideologie, mantiene un legame, per quanto labile, con la realtà. L'Olocausto non
è un
concetto arbitrario, si tratta piuttosto di una costruzione intrinsecamente
coerente, i cui
dogmi-cardine sono alla base di rilevanti interessi politici e di classe. Per
meglio dire,
l'Olocausto ha dimostrato di essere un'arma ideologica indispensabile grazie
alla quale
una
delle più formidabili potenze militari del mondo, con una fedina terrificante
quanto a
rispetto dei diritti umani, ha acquisito lo status di «vittima», e lo stesso ha
fatto il gruppo
etnico [10] di maggior successo negli Stati Uniti. Da questo specioso status di
vittima
derivano dividendi considerevoli, in particolare l'immunità alle critiche, per
quanto
fondate esse siano. Aggiungerei che coloro che godono di questa immunità non
sono
sfuggiti alla corruttela morale che di norma l'accompagna. Da questo punto di
vista, il
ruolo di Elie Wiesel come interprete ufficiale dell'Olocausto non è un caso. Per
dirla
francamente, non è arrivato alla posizione che occupa grazie al suo impegno
civile o al
suo
talento letterario (3): Wiesel ha questo ruolo di punta perché si limita a
ripetere
instancabilmente i dogmi dell'Olocausto, difendendo di conseguenza gli interessi
che lo
sostengono.
Lo
stimolo iniziale per questo libro è stato uno studio fondamentale di Peter
Novick, The
Holocaust in American Life [L'Olocausto
nella vita americana], che ho recensito per una
rivista letteraria inglese. (4) Le pagine che seguono sono pervase del dialogo
critico che
ho
avviato con Novick e ciò spiega la messe di riferimenti al suo studio. Più un
insieme
di
intuizioni provocatorie che un saggio critico strutturato, The Holocaust in
American
Life si colloca nel solco della venerabile
tradizione americana della denuncia di scandali.
Ma,
come la maggior parte dei cacciatori di scandali, Novick si concentra solamente
sugli
abusi più clamorosi. Per quanto pungente e piacevole in molti punti, The
Holocaust in
American Life non è una critica radicale.
Gli assunti di base non vengono messi in
discussione. Pur rimanendo all'interno dell'orizzonte delle opinioni
tradizionali, il libro,
né
scontato né eretico, si colloca agli estremi margini di questo stesso orizzonte,
su
posizioni controverse e, come prevedibile, ha avuto una vasta eco, suscitando
commenti
sia
positivi sia negativi sui media americani.
La
categoria analitica centrale di Novick è la «memoria». Attualmente di gran moda
tra
gli
intellettuali, il concetto di «mernoria» è senza dubbio il più impoverito fra
quelli
prodotti negli ultimi anni dal mondo accademico. Con l'allusione d'obbligo a
Maurice
Halbwachs, Novick mira a dimostrare come la «memoria dell'Olocausto» sia stata
forgiata da «preoccupazioni di oggi». C'era un tempo in cui gli intellettuali
dell'opposizione mettevano in campo robuste categorie politiche come «potere»,
«interessi» da una parte e «ideologia» dall'altra. Tutto quello che resta oggi è
il fiacco,
spoliticizzato linguaggio di «preoccupazioni» e «memoria». Eppure, data la
documentazione che Novick adduce, la memoria dell'Olocausto è una costruzione
ideologica elaborata sulla base di precisi interessi. Secondo Novick, per quanto
scelta, la
memoria dell'Olocausto è «il più delle volte» arbitraria; questa scelta, cioè,
non verrebbe
tanto condotta in base a un «calcolo di vantaggi e svantaggi», quanto piuttosto
«senza
dare troppo peso... alle conseguenze». (5) Al di là di queste sue parole, però,
la
documentazione che lui stesso raccoglie suggerisce la conclusione opposta.
Il
mio interesse nei confronti dell'Olocausto nazista prese le mosse da vicende
personali.
Mia
madre e mio padre erano dei sopravvissuti al ghetto di Varsavia e ai campi di
concentramento. Tranne loro, tutti gli altri membri dei due rami della mia
famiglia furono
sterminati dai nazisti. Il mio primo ricordo, per così dire, dell'Olocausto
nazista è
l'immagine di mia madre incollata davanti al televisore a seguire il processo ad
Adolf
Eichmann (1961) quando io rientravo a casa da scuola. Anche se erano stati
liberati dai
campi solamente sedici anni prima del processo, nella mia mente un abisso
incolmabile
separò sempre i genitori che conoscevo da quella cosa. A una parete del
soggiorno erano
appese fotografie di parenti di mia madre. (Nessuna foto della famiglia di mio
padre
sopravvisse alla guerra.) In pratica non riuscii mai a mettere in relazione me
stesso con
quelle facce, men che mai a immaginare quello che era successo. Erano le
sorelle, il
fratello e i genitori di mia madre, non le mie zie, mio zio e i miei nonni.
Ricordo di avere
letto da bambino The Wall [Il muro di Varsavia, di John Hersey, e
Mila 18, di Leon Uris,
due
romanzi ambientati nel ghetto di Varsavia. (Mi torna alla mente mia madre che si
lamentava perché, immersa nella lettura di The Wall aveva sbagliato
fermata andando al
lavoro.) Per quanto mi sforzassi, non riuscii [13] mai, nemmeno per un istante,
a fare quel
salto d'immaginazione che saldava i miei genitori, con tutta la loro normalità,
a quel
passato. Francamente, non ci riesco neanche ora.
Ma
il punto più importante è un altro: se si esclude questa presenza spettrale, non
ricordo
intrusioni dell'Olocausto nazista nella mia infanzia e la ragione principa
le
sta nel fatto che a nessuno, fuori della mia famiglia, sembrava interessare
quello che
era
accaduto. I miei amici di gioventù leggevano di tutto e discutevano
appassionatamente degli avvenimenti contemporanei, eppure, in tutta onestà, non
ricordo
un
solo amico (o un suo genitore) che abbia fàtto una sola domanda su quello che
mia
madre e mio padre avevano passato. Non era un silenzio dettato dal rispetto, era
semplice
indifferenza. Sotto questa luce, non si possono che accogliere con scetticismo
le
manifestazioni di dolore dei decenni seguenti, quando era ormai consolidata.
A
volte penso che la «scoperta» dell'Olocausto nazista da parte dell'ebraismo
americano
sia
stata peggiore del suo oblio. I miei genitori continuavano a ripensarci nel loro
Privato
e
la sofferenza che patirono non ricevette pubblici riconosciment
i.
Ma non fu forse meglio dell'attuale, volgare sfruttamento del martirio degli
ebrei?
Prima che l'Olocausto nazista divenisse l'Olocausto, sull'argomento furono
pubblicati
solo pochi [14] studi scientifici, come The Destruction ofThe European jews
[La
distruzione degli ebrei d'Europa], di Raul
Hilberg, e testimonianze come Man's Search
for Meaning [Alla ricerca di un
significato della vita], di Viktor Frankl, e Prisoners of
Fear [Prigionieri della paura], di
Ella Lingens-Reiner. (6) Eppure questa piccola raccolta
di
gemme è migliore degli scaffali di cianfrusaglie che ora affollano biblioteche e
librerie.
I
miei genitori, pur rivivendo giorno dopo giorno il passato fino alla fine della
loro vita,
negli ultimi anni persero interesse per l'Olocausto come pubblico spettacolo.
Uno degli
amici di più lunga data di mio padre era stato con lui ad Auschwitz ed era, o
almeno
sembrava, un incorruttibile idealista di sinistra che per principio rifiutò dopo
la guerra il
risarcimento tedesco. In seguito divenne un dirigente del museo israeliano
dell'Olocausto,
lo
Yad Vashem. Con riluttanza e sinceramente deluso, mio padre dovette ammettere
che
perfino un uomo come quello era stato corrotto dall'industria dell'Olocausto,
adattando le
proprie idee al potere e al profitto. Dal momento che l'interpretazione
dell'Olocausto
assumeva forme sempre più assurde, a mia madre piaceva citare, non senza ironia,
Henry
Ford: «La storia è una sciocchezza». I racconti dei «sopravvissuti
all'Olocausto» (tutti
prigionieri dei campi di concentramento, tutti eroi della resistenza) a casa mia
erano una
fonte particolare di amaro divertimento. D'altronde già molto tempo fa John
Stuart
Mill aveva compreso che «le verità se non sottoposte a continua revisione,
cessano di
essere verità. E, attraverso le esagerazioni, diventano falsità».
Mio
padre e mia madre si chiesero spesso perché m'indignassi di fronte alla
falsificazione
e
allo sfruttamento del genocidio perpetrato dai nazisti. La risposta più ovvia è
che è stato
usato per giustificare la politica criminale dello Stato d'Israele e il sostegno
americano a
tale politica. Ma c'è anche un motivo personale. Ho infatti a cuore che si
conservi la
memoria della persecuzione della mia famiglia. L'attuale campagna dell'industria
dell'Olocausto per estorcere denaro all'Europa in nome delle «vittime bisognose
dell'Olocausto» ha ridotto la statura morale del loro martirio a quella di un
casinò di
Montecarlo. Ma anche tralasciando queste preoccupazioni, resto convinto che sia
importante preservare l'integrità della ricostruzione storica e lottare per
difenderla. Alla
fine di questo libro sostengo che nello studio dell'Olocausto nazista possiamo
imparare
molto non solamente riguardo ai «tedeschi» o ai «gentili», ma a noi tutti.
Eppure penso
che
per fare questo, cioè per imparare sinceramente dall'Olocausto nazista, occorra
ridurre la sua dimensione fisica ed enfatizzarne quella morale. Troppe risorse
pubbliche e
private sono state investite nella commemorazione del genocidio e gran parte di
questa
produzione è indegna, un tributo [16] non alla sofferenza degli ebrei, ma
all'accrescimento del loro prestigio. È da tempo che dobbiamo aprire il nostro
cuore alle
altre sofferenze dell'umanità: questa è la lezione più importante impartitami da
mia
madre. Non l'ho mai sentita dire: «Non fare paragoni». Lei li fece sempre.
Certo si
devono fare distinzioni storiche, ma porre distinzioni morali tra la «nostra»
sofferenza e
la
«loro» è a sua volta un travisamento morale. «Non potete mettere a confronto due
sventurati» osservò Platone «e dire quale dei due sia più felice.» Di fronte
alle sofferenze
degli afroamericani, dei vietnamiti e dei palestinesi, il credo di mia madre fu
sempre:
siamo tutti vittime dell'Olocausto.
Norman G. Finkelstein Aprile 2000 New York
CAPITOLO I
IL PROFITTO DELL'OLOCAUSTO
In
una memorabile controversia di qualche anno fa, Gore Vidal accusò di
antiamericanismo Norman Podhoretz, all'epoca direttore di «Commentary», la
pubblicazione dell'American Jewish Committee. (7 )La prova consisteva nel fatto
che
Podhoretz attribuiva minore importanza alla Guerra Civile («l'unico, grande
evento
tragico che continua a dare risonanza alla nostra repubblica») che alle
questioni ebraiche.
Ma
Podhoretz era probabilmente più americano del suo accusatore, perché a
quell'epoca
era
la «guerra contro gli ebrei» combattuta dal nazismo e non la «guerra tra gli
Stati» ad
apparire centrale nella vita culturale americana. La maggior parte dei
professori di
college può testimoniare che, in confronto alla Guerra Civile, molti più
studenti sono in
grado di collocare l'Olocausto nazista nel secolo giusto e in linea di massima
di indicare il
numero di vittime esatto. In effetti, questo è quasi l'unico riferimento storico
che oggi
risuoni in un'aula universitaria. I sondaggi mostrano che sono molti di più gli
americani
che
sanno identificare l'Olocausto piuttosto che Pearl Harbor o le bombe atomiche
sul
Giappone.
Eppure, fino a tempi abbastanza recenti, l'Olocausto nazista era quasi assente
dalla vita
americana. Tra la fine della Seconda guerra mondiale e quella degli anni
Sessanta, solo
un
esiguo numero di libri e di film toccò l'argomento e in tutti gli Stati Uniti si
teneva un
unico corso universitario espressamente dedicato a esso. (8) Quando, nel 1963,
Hannah
Arendt pubblicò Eichmann in Jerusalem.
A Report on the Banality of Evil
[La banalità
del male. Eichmann a Gerusalemme], poté
attingere solamente a due studi in lingua
inglese: The Final Solution [La soluzione finale. Il tentativo di
sterminio degli ebrei
d'Europa, 1939-1945], di Gerald Reitlinger,
e The Destruction of the European jews, di
Raul Hilberg. (9) Lo stesso capolavoro di Hilberg dovette faticare per vedere la
luce. Il
suo
relatore alla Columbia University, l'ebreo tedesco Franz Neumann, studioso di
teoria
sociale, cercò di dissuadere energicamente Hilberg dallo scrivere sull'argomento
(«È il
tuo
funerale») e nessuna università o editore tradizionale volle toccare il
manoscritto.
Quando fu finalmente pubblicato, The Destruction of the European Jews
ricevette poche
recensioni, per lo più critiche (10).
Non
soltanto gli americani in generale, ma anche gli ebrei americani, intellettuali
compresi, prestarono poca attenzione all'Olocausto nazista. In un'autorevole
indagine del
1957, il sociologo Nathan Glazer riportò che la Soluzione Finale nazista (così
come la
nascita di Israele) «aveva avuto ben poche ripercussioni sulla vita interiore
della
comunità ebraica americana». In un convegno organizzato nel 1961 da «Commentary»
sul
tema «L'ebraismo e i giovani intellettuali», soltanto due dei trentuno
partecipanti
misero in rilievo il suo impatto. Allo stesso modo, in una tavola rotonda
organizzata nel
medesimo anno dal periodico «Judaism» sul tema «La mia affermazione di
ebraismo»,
alla quale parteciparono ventuno ebrei americani osservanti, l'argomento venne
pressoché
ignorato. (11) Né monumenti né tributi ricordarono l'Olocausto nazista negli
Stati Uniti;
anzi, le principali organizzazioni ebraiche si opposero a questa commemorazione.
La
domanda è: perché?
La
spiegazione più comune è che gli ebrei furono traumatizzati dal genocidio e di
conseguenza ne rimossero la memoria, ma è una teoria senza prove. Certamente,
alcuni
sopravvissuti non vollero, proprio per quel motivo allora o negli anni
successivi,
ricordare quello che era successo. Molti altri, però, avevano una gran voglia di
parlare e,
una
volta che si presentò l'occasione, non smisero più (12). Il problema era che gli
americani non avevano voglia di ascoltare.
Le
vere ragioni del silenzio pubblico sull'Olocausto [24] nazista erano la politica
conformista della leadership della comunità ebraica americana e il clima
politico
dell'America postbellica. Sia nella politica interna sia in quella estera le
élite ebraiche
americane (13) si uniformarono alle posizioni ufficiali degli Stati Uniti.
Questo
atteggiamento in effetti facilitò gli obiettivi tradizionali di assimilazione e
accesso al
potere. Con l'inizio della Guerra Fredda, le organizzazioni ebraiche
tradizionali assunsero
un
atteggiamento ancora più risoluto. Le élite ebraiche americane «dimenticarono»
l'Olocausto nazista perché la Germania (cioè la Germania Federale, dal 1949)
divenne nel
dopoguerra un alleato fondamentale degli Stati Uniti nel confronto con l'Unione
Sovietica. Rivangare il passato, oltre a essere inutile, complicava le cose.
Con
minime riserve (subito peraltro superate), le maggiori organizzazioni ebraiche
americane si adeguarono velocemente alla linea del governo degli Stati Uniti,
che
sosteneva una Germania riarmata e quasi per nulla denazificata. L'American
Jewish
Committee (AJC), nel timore che «ogni opposizione organizzata degli ebrei
americani
contro la nuova politica estera e la sua strategia potesse isolarli agli occhi
della
maggioranza non ebraica e compromettere i risultati ottenuti sulla scena
politica
nazionale dopo la guerra», fu il primo a elogiare le virtù del riallineamento.
Il filosionista
Congresso Mondiale Ebraico (CME) e la sua sezione [25] americana rinunciarono a
opporsi dopo avere siglato accordi di compensazione con la Germania nei primi
anni
Cinquanta, mentre l'Anti-Defamation League (ADL) fu la prima importante
organizzazione ebraica a inviare una delegazione ufficiale in Germania, nel
1954.
Insieme, queste organizzazioni collaborarono con il governo di Bonn per
contenere
l'«onda antitedesca» del sentimento popolare ebraico (14).
La
Soluzione Finale era un argomento-tabù per le élite ebraiche americane anche per
un
altro motivo. Gli ebrei di sinistra, che durante la Guerra Fredda erano contrari
a schierarsi
con
la Germania contro l'Unione Sovietica, continuavano a battere su quel tasto. Il
semplice ricordare l'Olocausto nazista fu etichettato come un atteggiamento
comunista.
Legate allo stereotipo che associava ebrei e sinistra (in effetti, gli ebrei
incisero per circa
un
terzo sul voto al candidato progressista Henry Wallace alle elezioni
presidenziali del
1948), le élite ebraiche americane non si fecero problemi a sacrificare i
compagni ebrei
sull'altare dell'anticomunismo. Mettendo a disposizione delle agenzie
governative i loro
elenchi di ebrei in odore di sovversione, l'AJC e l'ADL, collaborarono
attivamente alla
caccia alle streghe dell'era McCarthy. L'AJC si pronunciò a favore della
condanna a
morte dei Rosenberg mentre «Commentary», la rivista mensile del comitato,
sosteneva in
un
editoriale che i due non erano veramente ebrei.
[26] Temendo di essere associate alla sinistra tanto all'estero quanto in
patria, le
organizzazioni ebraiche tradizionali si rifiutarono di collaborare con le forze
socialdemocratiche e antinaziste tedesche, così come si opposero ai boicottaggi
di
prodotti tedeschi e alle manifestazioni contro gli ex nazisti in territorio
americano. D'altro
canto, dissidenti tedeschi di primo piano in visita negli Stati Uniti, come il
pastore
protestante Martin Niemöller, che aveva passato otto anni nei campi di
concentramento
nazisti e ora era schierato contro la crociata anticomunista, dovettero
sopportare gli
insulti dei leader della comunità ebraica americana. Ansiosi di arricchire le
loro
credenziali anticomuniste, le élite ebraiche diedero il proprio appoggio e
sostennero
finanziariamente perfino organizzazioni dell'estrema destra come la All-American
Conference to Combat Communism e chiusero un occhio quando veterani delle SS
misero piede in America (15).
Ansiose anche d'ingraziarsi le élite dominanti americane e di dissociarsi dalla
sinistra
ebraica, le organizzazioni ebraiche americane evocarono l'Olocausto nazista in
un
contesto tutto particolare: per denunciare l'Unione Sovietica. «La politica
[antisemita]
sovietica offre opportunità che non devono essere trascurate» annota compiaciuto
un
memorandum interno dell'AJC citato da Novick «per rafforzare determinati aspetti
del
programma nazionale dell'AJC.» Come era [27] ovvio, questo significava
equiparare la
Soluzione Finale nazista all'antisemitismo russo. «Stalin riuscirà là dove Hider
ha fallito»
preannunciava cupamente «Commentary». «Annienterà gli ebrei dell'Europa centrale
e
orientale []. Il parallelo con la politica di sterminio dei nazisti è quasi
completo.» Le
principali organizzazioni ebraiche americane arrivarono a denunciare l'invasione
sovietica dell'Ungheria nel 1956 come «solamente il primo passo verso una
Auschwitz
russa» (16).
Con
la guerra arabo-israeliana del giugno 1967 tutto cambiò. È opinione comune che
solamente in seguito a questo conflitto l'Olocausto divenne un punto fermo nella
vita
degli ebrei americani (17). La spiegazione più diffusa di questa svolta fu che
il totale
isolamento e la vulnerabilità di Israele nel corso della guerra dei Sei Giorni
fecero
rivivere la memoria dello sterminio nazista. In effetti, questa interpretazione
distorce
tanto la realtà dei rapporti di forza nel Medio Oriente a quell'epoca quanto
l'evoluzione
delle relazioni tra le élite ebraiche americane e Israele.
Negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale le principali organizzazioni
ebraiche
avevano minimizzato l'importanza dell'Olocausto nazista per conformarsi alle
priorità
della Guerra Fredda dettate dal governo americano; allo stesso modo, anche ora
il loro
atteggiamento nei confronti di Israele fu rapido a confor[28]marsi. Da subito,
le élite
ebraiche guardarono con profonda apprensione alla nascita di uno Stato ebraico:
il loro
principale timore era che la sua esistenza avrebbe portato a un'accusa nei loro
confronti di
«doppia fedeltà» e, quando la Guerra Fredda s'intensificò, queste paure si
moltiplicarono.
Ancora prima della fondazione d'Israele, i leader ebrei americani espressero la
preoccupazione che la sua dirigenza, in gran parte proveniente dall'Est europeo,
tradizionalmente progressista, avrebbe scelto il campo sovietico. Nonostante
alla fine
avessero abbracciato la campagna sionista a favore della creazione di uno Stato,
le
organizzazioni ebraiche americane si rivelarono caute e si tennero sulla
lunghezza d'onda
dei
segnali provenienti da Washington. In realtà, l'appoggio dell'AJC alla
fondazione
d'Israele fu motivato soprattutto dal timore di una reazione interna contro gli
ebrei, che si
sarebbe potuta scatenare nel caso non si fosse giunti a una rapida soluzione del
problema
degli esuli ebrei in Europa (18). Nonostante Israele, immediatamente dopo la sua
fondazione, si fosse schierato con l'Occidente, molti israeliani dentro e fuori
l'amministrazione conservarono un forte legame con l'Unione Sovietica e, come
era
prevedibile, i leader della comunità ebraica americana tennero Israele a
distanza.
Dal
1948, anno della sua fondazione, fino alla guerra del giugno 1967, Israele non
fu una
pedina centrale [29] sullo scacchiere americano. Quando la dirigenza degli ebrei
di
Palestina si accinse a istituire il nuovo Stato, il presidente Truman
temporeggiò,
soppesando considerazioni di politica interna (il voto ebraico) e i segnali
d'allarme del
Dipartimento di Stato (il sostegno a uno Stato ebraico avrebbe alienato il mondo
arabo).
Per
salvaguardare gli interessi americani in Medio Oriente, l'amministrazione
Eisenhower
alternò l'appoggio a Israele con quello alle nazioni arabe, favorendo comunque
queste
ultime.
Gli
intermittenti scontri politici tra Stati Uniti e Israele culminarono nella crisi
di Suez del
1956, quando gli israeliani si accordarono con Gran Bretagna e Francia per
attaccare il
leader nazionalista egiziano Gamal Abdel Nasser. Benché la fulminea vittoria
israeliana e
la
conquista della penisola dei Sinai ne avessero rivelato il potenziale strategico
al
mondo, gli Stati Uniti continuarono a considerarlo come una delle tante pedine
dell'area.
Così, il presidente Eisenhower costrinse Israele a ritirarsi dal Sinai pressoché
incondizionatamente. Durante la crisi, i leader ebrei americani spalleggiarono
per breve
tempo gli sforzi israeliani di strappare concessioni agli americani, ma in
ultima analisi,
come ricorda Arthur Hertzberg, «preferirono consigliare a Israele di dare retta
[a
Eisenhower] piuttosto che opporsi alla volontà del leader statunitense» (19).
[30] Tranne che come occasionale destinatario delle loro donazioni, dopo la
fondazione
fu
come se Israele si eclissasse alla vista degli ebrei americani: per loro non era
importante. Nella sua indagine del 1957, Nathan Glazer osservò che Israele
«aveva ben
poche ripercussioni sulla vita interiore della comunità ebraica americana» (20).
I membri
della Zionist Organization of America, da centinaia di migliaia che erano nel
1948, si
ridussero a decine di migliaia negli anni Sessanta. Prima del giugno 1967,
solamente un
ebreo americano su venti si dichiarava interessato a visitare Israele. Nel 1956,
la
comunità ebraica diede un importante contributo alla rielezione di Eisenhower,
che aveva
appena costretto Israele all'umiliante ritiro dal Sinai. All'inizio degli anni
Sessanta, Israele
dovette anche affrontare una forte reprimenda da parte di settori dell'élite
ebraica per il
rapimento di Eichmann: fra i critici si distinsero Joseph Proskauer, ex
presidente
dell'AJC, Oscar Handlin, docente di Storia ad Harvard, e il «Washington Post»,
di
proprietà ebraica. «Il rapimento di Eichmann» sostenne Erich Fromm «è un atto di
un'illegalità dello stesso identico genere di quello di cui si sono macchiati
[...] i
nazisti. (21)
Indipendentemente dall'appartenenza politica, gli intellettuali ebrei americani
si
mostrarono indifferenti al destino d'Israele. Studi approfonditi del mondo
intellettuale
della sinistra progressista ebraica risalenti [31] agli anni Sessanta fanno a
malapena il
nome d'Israele (22). Appena prima della guerra dei Sei Giorni, l'AJC promosse un
convegno sul tema «L'identità ebraica qui e ora»: solamente tre delle trentuno
«menti più
brillanti della comunità ebraica» fecero riferimento a Israele, e due di loro
per liquidarne
la
rilevanza (23). Per ironia della sorte, gli unici due intellettuali ebrei a
creare un legame
con
Israele prima del 1967 furono Hannah Arendt e Noam Chomsky (24).
Poi
arrivò la guerra dei Sei Giorni. Colpiti dall'impressionante spiegamento di
forze
israeliano, gli Stati Uniti si mossero per farne una loro risorsa strategica.
(Già prima del
conflitto, l'America aveva con cautela cominciato a pendere verso Israele di
fronte alle
politiche sempre più indipendenti imboccate dai regimi di Egitto e di Siria alla
metà degli
anni Sessanta.) Il sostegno militare ed economico cominciò ad affluire quando
Israele si
trasformò in un procuratore del potere americano in Medio Oriente.
Per
le élite ebraiche americane la subordinazione israeliana al potere statunitense
fu una
fortuna inaspettata. Il sionismo era nato dal presupposto che l'assimilazione
fosse una
chimera e che gli ebrei sarebbero semprestati percepiti come un corpo estraneo
potenzialmente pronto a tradire.
Per
sciogliere il nodo gordiano, i sionisti pensarono di creare una patria per gli
ebrei, ma
in
realtà la fondazione d'Israele rese più acuto il proble[32]ma, se non altro per
gli ebrei
della diaspora, in quanto dava espressione istituzionale all'accusa di doppia
fedeltà.
Paradossalmente, dopo il giugno 1967, Israele facilitò l'assimilazione negli
Stati Uniti: gli
ebrei ora erano in prima linea a difendere l'America (o meglio l'«Occidente
civilizzato»)
contro le orde barbariche degli arabi. Se prima del 1967 Israele incarnava lo
spauracchio
della doppia fedeltà, ora era il simbolo della superfedeltà: dopo tutto erano
israeliani, e
non
americani, quelli che combattevano e morivano per proteggere gli interessi
statunitensi e, diversamente dai soldati americani in Vietnam, i militari
israeliani non si
fàcevano umiliare da una banda di ultimi arrivati del Terzo Mondo (25).
E
così, le élite ebraiche americane all'improvviso scoprirono Israele. Dopo la
guerra del
1967, l'impeto del suo esercito poté essere celebrato perché i suoi cannoni
erano puntati
nella giusta direzione, cioè contro i nemici dell'America. Il suo valore
militare poteva
persino rendere più agevole l'accesso alla stanza dei bottoni dei potere
americano. Se in
precedenza le élite ebraiche potevano offrire solamente scarni elenchi di ebrei
sovversivi,
ora
erano in grado di porsi come gli interlocutori naturali della più recente
risorsa
strategica americana e da pedine guadagnarsi un ruolo di primo piano nel gran
teatro
della Guerra Fredda. Israele divenne una risorsa non solo per l'America ma per
lo stesso
ebraismo americano.
[33] In un libro di memorie pubblicato appena prima della guerra dei Sei Giorni,
Norman
Podhoretz ricordò con un certo senso di vertigine di avere partecipato a una
cena di Stato
alla Casa Bianca dove «non c'era una sola persona che non fosse visibilmente e
assolutamente fuori di sé dalla gioia di essere lì». (26) Benché fosse già
direttore di
«Commentary»,
il più importante periodico della comunità ebraica amerìcana, questo suo
libro contiene un'unica, fugace allusione a Israele. D'altro canto, che cosa
aveva da offrire
quest'ultimo a un ambizioso ebreo americano? In un saggio successivo, Podhoretz
sottolineò come, dopo la guerra del giugno 1967, Israele fosse divenuto «la
religione
degli ebrei americani» (27). Diventato sostenitore di spicco dello Stato
ebraico,
Podhoretz poteva vantarsi non semplicemente di avere partecipato a una cena alla
Casa
Bianca, ma di avere incontrato il presidente in un tête-à-tête per discutere di
questioni di
interesse nazionale.
Dopo la guerra dei Sei Giorni, le principali organizzazioni ebraiche americane
lavorarono
a
pieno ritmo per rendere più salda l'alleanza tra America e Israele. Nel caso
dell'ADL,
questo comportò un'ampia operazione di sorveglianza interna svolta di concerto
con i
servizi segreti israeliani e sudafricani (28). Dopo il giugno 1967, sul «New
York Times»
lo
spazio dedicato a Israele crebbe in maniera esponenziale. Sul suo indice del
1955 e su
quello del 1965, i rimandi alla voce «Israele» occupava[34]no ciascuno meno di
un
quarto dello spazio che il «New York Times Index» dedicò loro nel 1975. «Quando
ho
voglia di tirarmi un po' su» osservava Elie Wiesel nel 1973 «guardo le notizie
su Israele
sul
"New York Times".» (29) Come Podhoretz, molti intellettuali della tradizione
ebraico-americana dopo la guerra dei Sei Giorni scoprirono altrettanto
improvvisamente
la
«religione» Israele. Novick racconta che Lucy Dawidowicz, la decana della
letteratura
sull'Olocausto, un tempo era stata «aspramente critica nei confronti d'Israele».
Nel 1953,
aveva dichiarato senza mezzi termini che gli israeliani non avevano il diritto
di chiedere
risarcimenti alla Germania finché eludevano le responsabilità nei confronti dei
profughi
palestinesi: «Non esistono due pesi e due misure». Eppure, subito dopo il
conflitto,
Dawidowicz diventò una «fervida sostenitrice d'Israele», salutandolo come
«incarnazione
del
paradigma dell'immagine ideale dell'ebreo nel mondo moderno». (30)
I
sionisti, rinati dopo la guerra del 1967, contrapponevano tacitamente
l'esplicito sostegno
dato a un Israele sotto assedio alla vigliaccheria mostrata dagli ebrei
americani di fronte
all'Olocausto nazista. In realtà, stavano facendo esattamente quello che le
élite ebraiche
d'America avevano sempre fatto: andare di pari passo con il potere statunitense.
Le classi
colte si rivelarono particolarmente esperte nell'assumere atteggiamenti eroici.
Si consideri
il
caso di Irving Howe, il noto stu[35]dioso appartenente alla sinistra
progressista. Nel
1956, «Dissent», la rivista che Howe dirigeva, condannò «l'attacco combinato
contro
l'Egitto» come «immorale». Nonostante si trovasse effettivamente solo, Israele
fu anche
tacciato di «sciovinismo culturale», di avere un «senso paramessianico del
destino
manifesto» (31) e di «tendenza latente all'espansionismo». (32) Dopo la guerra
dell'ottobre 1973, quando il sostegno americano a Israele raggiunse il suo
apice, Howe
pubblicò un proprio appello «traboccante di ansia intensissima» a favore
dell'isolato
Israele. Il mondo non ebraico, si lamentava in una parodia alla Woody Allen,
affogava
nell'antisemitismo e persino nell'Upper Manhattan Israele «non è più chic»:
tutti, tranne
lui, erano alla mercé di Mao, di Frantz Fanon e di Che Guevara. (33)
In
quanto pedina strategica degli Stati Uniti, Israele non era esente da critiche.
Oltre alla
sempre più pressante censura della comunità internazionale rivolta al suo
rifiuto di
negoziare un accordo con gli arabi secondo le risoluzioni delle Nazioni Unite e
al suo
smaccato sostegno alle ambizioni del governo statunitense, che perseguiva una
politica di
controllo su base planetaria, (34) Israele dovette anche vedersela con il
dissenso interno
americano. Nei circoli dominanti statunitensi, i fautori di una politica
filoaraba
sostenevano che puntare tutto su questo Stato e ignorare le élite arabe minava
gli interessi
nazionali americani.
[36] C'era chi argomentava che la sottomissione d'Israele al potere americano e
l'occupazione dei vicini Stati arabi non solo erano sbagliate in linea di
principio, ma
anche dannose per gli stessi interessi israeliani, in quanto Israele sarebbe
stato sempre più
militarizzato e isolato dal mondo arabo. Comunque, per gli ebrei americani,
nuovi
sostenitori d'Israele, discorsi di questo genere sfioravano l'eresia: un Israele
indipendente
e
in pace con i propri vicini era privo di valore, un Israele sulla stessa
lunghezza d'onda
del
mondo arabo, alla ricerca dell'indipendenza dagli Stati Uniti rappresentava un
disastro. Israele poteva esistere soltanto come una specie di Sparta legata al
potere
americano, perché solamente in quel caso i leader della comunità ebraica
statunitense
potevano presentarsi come i portavoce delle ambizioni imperialistiche americane.
Noam
Chomsky ha suggerito che questi «sostenitori d'Israele» dovrebbero essere più
propriamente chiamati «sostenitori della degenerazione morale e della
distruzione
definitiva d'Israele». (35)
Per
proteggere la loro posizione strategica, le élite ebraiche americane
«ricordarono»
l'Olocausto. (36) La spiegazione convenzionale è che lo fecero perché, all'epoca
della
guerra dei Sei Giorni, pensavano che Israele stesse correndo un pericolo mortale
ed erano
quindi in preda alla paura di un «secondo Olocausto». Questa versione, però, non
regge
all'analisi.
[37] Si prenda in considerazione la prima guerra arabo-israeliana. Alla vigilia
dell'independenza del 1948, la minaccia contro gli ebrei di Palestina appariva
di gran
lunga più preoccupante. David Ben-Gurion dichiarò che «settecentomila ebrei»
erano
«contrapposti a ventisette milioni di arabi: uno contro quaranta». Gli Stati
Uniti
parteciparono all'embargo di armi decretato dalle Nazioni Unite per l'intera
area,
congelando una situazione di chiara superiorità negli armamenti da parte degli
eserciti
arabi. La paura di un'altra Soluzione Finale attanagliò la comunità ebraica
americana.
Deplorando il fatto che gli Stati arabi stavano ora «armando il tirapiedi di
Hitler, il Mufti
[di
Gerusalemme], mentre gli Stati Uniti imponevano l'embargo», l'AJC predisse «un
suicidio di massa e un olocausto definitivo in Palestina». Persino George
Marshall, il
segretario di Stato, e la CIA previdero, in caso di guerra, la sicura sconfina
degli
ebrei. (37) Anche se «alla fine vinse il più forte» (secondo lo storico Benny
Morris), per
Israele non fu comunque una passeggiata. Nel corso dei primi mesi di guerra,
agli inizi
del
1948, e specialmente quando, in maggio, ci fu la dichiarazione d'indipendenza,
le
speranze di sopravvivenza del nuovo Stato erano date alla pari da Yigael Yadin,
capo
delle operazioni dell'Haganah. Senza un accordo segreto con la Cecoslovacchia
per la
fornitura di armi, Israele probabilmente non sarebbe sopravvissuto. (38) Dopo un
[38]
anno di combattimenti, contava seimila caduti, l'uno per cento della sua
popolazione. Ma
allora perché l'Olocausto non divenne oggetto dell'attenzione degli ebrei
d'America dopo
la
guerra del 1948?
Nel
1967 Israele dimostrò prontamente di essere assai meno vulnerabile che nella
lotta
per
l'indipendenza. I leader israeliani e quelli americani sapevano in anticipo che
Israele
avrebbe avuto facilmente la meglio in una guerra contro gli Stati arabi, realtà
che divenne
chiara ed evidente quando Israele sconfisse i vicini arabi nell'arco di pochi
giorni. Come
annota Novick, «nella mobilitazione degli ebrei americani a favore d'Israele
prima della
guerra, è sorprendente quanto pochi siano i riferimenti espliciti
all'Olocausto». (39)
L'industria dell'Olocausto fece la propria apparizione solamente dopo la
dimostrazione
schiacciante del predominio militare e fiorì in mezzo al più totale trionfalismo
israeliano. (40) Come conciliare tali anomalie con l'interpretazione standard?
Gli
scioccanti rovesci iniziali e le pesanti perdite subite durante la guerra
arabo-israeliana
dell'ottobre 1973, e il crescente isolamento internazionale che ne seguì, non
fecero che
aumentare, secondo le interpretazioni tradizionali, i timori degli ebrei
americani per la
vulnerabilità d'Israele. Di conseguenza, la memoria dell'Olocausto finì sulla
ribalta.
Novick registra da par suo: «Tra gli ebrei americani [ ... ] la presunta
situazio[39]ne di un
Israele vulnerabile e isolato cominciò a essere percepita come terribilmente
simile a
quella degli ebrei d'Europa trent'anni prima [ ... ] Il riferimento
all'Olocausto negli Stati
Uniti non soltanto prese piede, ma divenne una pratica sempre più
istituzionalizzata».41
Eppure Israele era stato sull'orlo del baratro e, in termini sia relativi sia
assoluti, aveva
avuto molte più perdite nella guerra del 1948 che in quella del 1973.
È
vero che, se si eccettua l'alleanza con gli Stati Uniti, dopo la guerra
dell'ottobre 1973
Israele si ritrovò in disgrazia all'interno della comunità internazionale.
Tuttavia, proviamo
a
fare il confronto con la guerra di Suez del 1956. Israele e la comunità ebraica
americana
asserirono che, alla vigilia dell'invasione del Sinai, l'Egitto aveva minacciato
l'esistenza
stessa di Israele, e che un totale ritiro israeliano dal Sinai avrebbe
fatalmente minato
«l'interesse fondamentale d'Israele: la sua sopravvivenza come Stato». (42) Ciò
nonostante, la comunità internazionale restò saldamente sulle proprie posizioni.
Rievocando il suo brillante intervento all'Assemblea generale delle Nazioni
Unite, Abba
Eban ricordò con dispiacere che «dopo aver applaudito calorosamente il discorso
[l'Assemblea] votò contro di noi a larga maggioranza». (43) Gli Stati Uniti
ebbero un
ruolo di primo piano in questo consenso generale. Non soltanto Eisenhower
costrinse
Israele al ritiro, ma il sostegno pubblico americano a Israele subì uno [40]
«spaventoso
tracollo» commenta lo storico Peter Grose. (44) Per contro, subito dopo la
guerra del
1973, gli Stati Uniti fornirono a Israele una massiccia assistenza militare, in
proporzioni
maggiori di quella dei quattro anni precedenti messi insieme, mentre l'opinione
pubblica
americana sosteneva lo Stato ebraico a spada tratta. (45) Fu questo il frangente
in cui «il
riferimento all'Olocausto [ ...] prese piede in America»: un momento in cui
Israele era
meno isolato di quanto fosse stato nel 1956.
In
effetti, il motivo per cui venne alla ribalta non va ricercato nel fatto che le
inaspettate
battute d'arresto d'Israele nel corso della guerra dell'ottobre 1973 e il
successivo
isolamento politico evocarono il ricordo della Soluzione Finale. Piuttosto. fu
la
spettacolare dimostrazione militare di Sadat nella guerra del Kippur a
convincere le élite
politiche americane e israeliane che non si poteva più prescindere da un accordo
diplomatico con l'Egitto e dalla restituzione dei territori sottrattigli nel
giugno 1967. Per
incrementare il potere negoziale israeliano, aumentò la produzione. Il punto è
che, dopo
la
guerra del 1973, Israele non era isolato dagli Stati Uniti: questi sviluppi
occorsero nel
quadro dell'alleanza tra i due Paesi, che rimase pienamente attiva. (46)
L'analisi storica
suggerisce con forza che, se Israele si fosse trovato davvero solo dopo la
guerra del 1973,
[41] le élite ebraiche americane non avrebbero ricordato l'Olocausto nazista più
di quanto
fecero dopo le guerre del 1948 o del 1956.
Novick fornisce alcune spiegazioni accessorie che risultano ancora meno
convincenti.
Citando gli studiosi ebrei di formazione religiosa, per esempio, suggerisce che
«la guerra
dei
Sei Giorni permise di elaborare una teologia popolare di "Olocausto e
Redenzione"».
La
«luce» della vittoria del giugno 1967 riscattava le «tenebre» del genocidio:
«Aveva
dato a Dio una seconda possibilità». L'Olocausto poté affiorare nella vita
americana
solamente dopo il giugno 1967 perché «l'Olocausto degli ebrei d'Europa ebbe un
esito, se
non
felice, tale almeno da lasciare spazi alla vita». Eppure, nella vulgata
della cultura
ebraica, non fu la guerra del 1967 ma la fondazione di Israele a segnare la
redenzione.
Perché l'Olocausto dovette attendere una seconda redenzione? Novick
sostiene che
l'«immagine degli ebrei come eroi guerrieri» nella guerra dei Sei Giorni «ebbe
l'effetto di
obliterare lo stereotipo della vittima debole e passiva che [ ... ] in
precedenza aveva
impedito agli ebrei la discussione dell'Olocausto». (47) Eppure, quanto a
coraggio allo
stato puro, la guerra del 1948 fu per Israele l'ora più bella. E, nel 1956, la
«temeraria» e
«brillante» campagna di cento ore nel Sinai di Moshe Dayan prefigurò la vittoria
a mani
basse dei giugno 1967. Perché, allora, la comunità ebraica americana ebbe
bisogno
della guerra dei Sei Giorni per «obliterare lo stereotipo»?
La
spiegazione di Novick di come le élite ebraiche americane giunsero a
strumentalizzare
l'Olocausto nazista non è convincente. Si considerino questi passi
significativi:
Quando i leader ebrei americani cercarono di capire le ragioni dell'isolamento e
della vulnerabilità israeliani (ragioni che potessero suggerire un rimedio), la
spiegazione che raccolse il più ampio consenso fu che l'affievolirsi del ricordo
dei
crimini nazisti contro gli ebrei, e l'ingresso in scena di una generazione che
ignorava l'Olocausto, avevano fatto perdere a Israele il sostegno di cui aveva
goduto un tempo.
Mentre le organizzazioni ebraiche americane non erano in grado di modificare il
passato prossimo nel Medio Oriente, e potevano fare ben poco per influenzarne il
futuro, potevano fare in modo di far rivivere il ricordo dell'Olocausto.
Così, la
spiegazione del «ricordo che si affievolisce» costituì un punto all'ordine del
giorno per l'azione. (48)
Perché la tesi del «ricordo che si affievolisce» per la situazione israeliana
post-1967
«raccolse il più ampio consenso»? Era senza dubbio una spiegazione impro[43]babile.
Come Novick stesso documenta doviziosamente, il sostegno che Israele si guadagnò
all'inizio ha poco a che vedere con «il ricordo dei crimini nazisti» (49) e, in
ogni caso,
questo ricordo era svanito molto tempo prima che Israele perdesse il sostegno
internazionale. Perché le élite ebraiche potevano «fare ben poco per
influenzare» il futuro
d'Israele? È un fatto che controllavano una formidabile rete di organizzazioni.
E perché
«far rivivere il ricordo dell'Olocausto» divenne l'unico punto all'ordine dei
giorno?
Perché non appoggiare l'accordo internazionale che chiedeva il ritiro israeliano
dai
territori occupati nella guerra del 1967 così come una «pace giusta e
durevole» tra Israele
e i
suoi vicini arabi (risoluzione Onu numero 242)?
Una
spiegazione più coerente, anche se meno generosa, è che le élite ebraiche
americane
ricordarono l'Olocausto nazista prima del giugno 1967 solamente quando fu
politicamente conveniente. Israele, loro nuovo protettore, aveva fatto buon uso
dell'Olocausto nazista durante il processo a Eichmann. (50) Accertatane
l'efficacia, la
comunità ebraica americana sfruttò l'Olocausto nazista dopo la guerra dei Sei
Giorni. Una
volta rimodellato ideologicamente, l'Olocausto (nel senso di industria) divenne
l'arma
perfetta per deviare le critiche nei confronti d'Israele, come ora dimostrerò.
Ciò che
merita di essere sottolineato, in ogni caso, è il fatto che per le élite
ebraiche americane
l'Olocausto svolse la [44] stessa funzione che per Israele: un'altra fiche dal
valore
incalcolabile in una partita a poker dove si gioca forte. Il dichiarato
interesse per la
memoria dell'Olocausto fu qualcosa di studiato a tavolino, così come quello per
il destino
d'Israele. (51) Di conseguenza, la comunità ebraica americana perdonò e
dimenticò
velocemente la folle dichiarazione di Reagan al cimitero di Bitburg, nel 1985:
secondo
l'allora presidente, i soldati tedeschi lì sepolti (compresi gli appartenenti
alle SS) erano
«vittime dei nazisti proprio come le vittime dei campi di concentramento». Nel
1988,
Reagan venne insignito del premio Humanitarian of the Year dal Centro Simon
Wiesenthal, una delle istituzioni di maggior spicco tra quelle che si occupano
dell'Olocausto, per il suo «leale sostegno a Israele» e, nel 1994, del premio
Torch of
Liberty dalla filoisraeliana ADL. (52)
Resta il fatto che il precoce sfogo, nel 1979, del reverendo Jesse Jackson che
disse di
«non [poterne] più di sentir parlare dell'Olocausto» non fu perdonato né
dimenticato
altrettanto rapidamente. In effetti, gli attacchi a Jackson da parte delle élite
ebraiche
americane non cessarono mai, anche se non a causa delle sue «dichiarazioni
antisemite»,
quanto piuttosto per l'avere sposato «le posizioni palestinesi» (Seymour Martin
Lipset ed
Earl Raab). (53) Nel caso di Jackson, giocava pure un altro fattore: il
reverendo
rappresentava un elettorato con cui la comunità ebraica americana era entrata in
urto sin
da[45]gli ultimi anni Sessanta. Anche in questi conflitti, l'Olocausto si
dimostrò un'arma
ideologica potente.
Le
élite ebraiche furono indotte a potenziare dopo la guerra dei Sei Giorni non
dalla tanto
sbandierata debolezza d'Israele e dal suo isolamento, che facevano temere un
«secondo
Olocausto», quanto piuttosto dalla forza dimostrata dallo Stato ebraico e dalla
sua
alleanza strategica con gli Stati Uniti. È lo stesso Novick a fornire, anche se
involontariamente, la prova migliore a sostegno di questa conclusione. Per
dimostrare che
furono considerazioni di potere, e non la Soluzione Finale dei nazisti, a
determinare la
politica americana nei confronti d'Israele, scrive: «Fu quando l'Olocausto era
più vivido
nella mente dei leader americani, nel primo venticinquennio dopo la fine della
guerra, che
gli
Stati Uniti sostennero meno Israele [ ... ] Non fu quando Israele era
percepito come
debole e vulnerabile, ma dopo che ebbe dimostrato la propria forza, nella guerra
dei Sei
Giorni, che l'aiuto americano si trasformò da un rivolo a un flusso continuo»
(il corsivo è
nell'originale). (54) Questa osservazione vale altrettanto per le élite ebraiche
americane.
Esistono anche ragioni interne per la nascita dell'industria dell'Olocausto. Gli
studiosi
sottolineano la recente apparizione della «politica dell'identità» da un lato e
della «cultura
della vittimizzazione» dall'altro. In realtà, [46] ogni identità si fonda su una
specifica
storia di oppressione e, di conseguenza, gli ebrei cercarono la loro
nell'Olocausto.
Eppure, tra i gruppi che protestano la loro vittimizzazione, ivi compresi i
neri, i latini, i
nativi americani, le donne, i gay e le lesbiche, solamente gli ebrei, nella
società
americana, non sono svantaggiati. In realtà, la politica dell'identità e
l'Olocausto hanno
fatto presa tra gli ebrei americani non in virtù del loro status di vittime ma
proprio perché
essi non sono vittime.
Nel
momento in cui, dopo la Seconda guerra mondiale. le barriere antisemitiche si
sgretolarono rapidamente, gli ebrei conobbero un'ascesa sociale negli Stati
Uniti.
Secondo Lipset e Raab, il reddito pro capite degli ebrei è circa il
doppio di quello dei non
ebrei; sedici dei quaranta americani più ricchi sono ebrei; il quaranta per
cento dei
vincitori americani del premio Nobel in ambito scientifico ed economico è ebreo,
così
come il venti per cento dei professori nelle università più importanti e il
quaranta per
cento dei soci dei maggiori studi legali di New York e Washington. L'elenco
prosegue. (55) Lungi dal costituire un ostacolo al successo, l'identità ebraica
ne è
divenuta l'emblema. Proprio come molti ebrei presero le distanze da Israele
quando
rappresentava uno svantaggio e si riscoprirono sionisti quando divenne una
risorsa, essi si
tennero alla larga dalla loro identità ebraica finché questa costi[47]tuì uno
svantaggio e si
riscoprirono ebrei quando esserlo divenne un vantaggio.
In
verità, il successo sociale dell'ebraismo americano convalidò un convincimento
di
fondo (forse l'unico) degli ebrei circa la propria identità appena ritrovata.
Chi avrebbe più
potuto mettere in discussione il fatto che gli ebrei erano il «popolo eletto»?
Charles
Silberman, anche lui un ebreo «ritrovato», in A Certain People. American jews
and Their
Lives Today [Un certo tipo di persone: gli
ebrei americani e la loro vita oggi], si
entusiasma: «Se avessero evitato completamente qualunque idea di superiorità,
gli ebrei
non
sarebbero stati umani» e aggiunge che «per gli ebrei americani è terribilmente
difficile cancellare completamente il senso di superiorità, per quanto si
sforzino di farlo».
Secondo il romanziere Philip Roth, quello che un bambino ebreo americano si
trova come
eredità è «nessuna legge, nessun insegnamento, nessuna lingua e, in definitiva,
nessun
Dio
[...] ma un atteggiamento mentale che può essere tradotto in quattro parole:
"Gli ebrei
sono meglio"». (56) Come vedremo, l'Olocausto costituì l'immagine ribaltata del
tanto
decantato successo degli ebrei nel mondo: servì a ratificare la loro identità di
popolo
eletto.
Negli anni Settanta l'antisemitismo non era più un fenomeno di rilievo nella
vita
americana. Ciò nondimeno, i leader ebrei cominciarono a suonare il
campa[48]nello
d'allarme: l'ebraismo americano era minacciato da un'ondata violenta di «nuovo
antisemitismo». (57) Tra le prove principali addotte da un importante studio
dell'ADL,
(«per coloro che sono morti perché erano ebrei») comparivano il musical di
Broadway
Jesus Christ Superstar e un tabloid
alternativo che «ritraeva Kissinger come un servile
leccapiedi, vigliacco, borioso, adulatore, tiranno, arrampicatore sociale,
manipolatore del
male, snob insicuro, interessato a null'altro che al potere e privo di
scrupoli»: di fatto, si
trattava ancora di un giudizio alquanto moderato. (58)
Per
le organizzazioni ebraiche americane, questo isterismo indotto circa un nuovo
antisemitismo serviva a diversi scopi. Accreditò ancora l'idea che Israele fosse
il luogo
dell'estremo rifugio, se e quando agli ebrei americani ne fosse servito uno; per
di più, gli
appelli per la raccolta di fondi da parte delle organizzazioni ebraiche in nome
della lotta
all'antisemitismo trovarono portafogli più disponibili. «L'antisemitismo si
trova
nell'infelice posizione» osservò una volta Sartre «di avere bisogno per
sopravvivere dello
stesso nemico di cui vuole la distruzione.» (59) Per queste organizzazioni
ebraiche,
l'affermazione contraria è ugualmente vera. Quando negli ultimi anni
l'antisemitismo ha
cominciato a declinare, si è scatenata una spietata rivalità tra le maggiori
organizzazioni
«di
difesa» degli ebrei, in particolare tra l'ADL e il Centro Simon Wiesenthal. (60)
Nella
que[49]stione
della raccolta di fondi, tra l'altro, le presunte minacce nei confronti
d'Israele servirono a uno scopo analogo. Di ritorno da un viaggio negli Stati
Uniti, lo
stimato giornalista israeliano Danny Rubinstein ebbe a osservare: «Secondo la
maggior
parte delle persone che fanno parte dell'establishment ebraico, la cosa
importante è dare
continuamente enfasi ai pericoli che incombono su Israele [ ... ]
All'establishment ebraico
americano Israele serve solamente come vittima dei crudele attacco degli arabi.
Per un
Israele in queste condizioni si possono ottenere sostegno, donazioni, denaro [
... ] Tutti
conoscono le cifre ufficiali dei contributi raccolti dallo United Jewish Appeal
in America,
in
cui viene usato il nome d'Israele: qualcosa come la metà dei soldi non va a
Israele ma
alle istituzioni ebraiche in America. Esiste un cinismo maggiore?». Come
vedremo, lo
sfruttamento da parte dell'industria dell'Olocausto delle «vittirne bisognose
dell'Olocausto» è l'ultima e probabilmente la più turpe manifestazione di questo
cinismo. (61)
Comunque, il motivo principale e più segreto per suonare il campanello d'allarme
dell'antisemitismo sta altrove. Più crebbe il loro successo sociale, più gli
ebrei americani
si
spostarono politicamente a destra. Benché restassero su posizioni progressiste
su
questioni culturali come la moralità sessuale e l'aborto, divennero sempre più
conservatori in materia di politica e di econo[50]mia. (62) Questa svolta a
destra fu
accompagnata da un'involuzione: gli ebrei, dimentichi degli antichi alleati che
contavano
tra
i non abbienti, destinarono sempre più le loro risorse esclusivamente a
questioni
ebraiche. Questa virata dell'ebraismo americano (63) si manifestò con chiarezza
nelle
tensioni crescenti con i neri. Tradizionalmente sulle stesse posizioni della
comunità nera
contro le discriminazioni di casta negli Stati Uniti, molti ebrei ruppero
l'alleanza con il
movimento per i diritti civili alla fine degli anni Sessanta, quando, come
scrive Jonathan
Kaufman, «i suoi obiettivi passarono dalla richiesta di uguaglianza politica e
legale a
quella di uguaglianza economica». «Quando il movimento per i diritti civili si
spostò a
Nord, avvicinandosi a questi ebrei progressisti» sottolinea in modo analogo
Cheryl
Greenberg «la questione dell'integrazione prese una piega diversa. Con una
preoccupazione le cui motivazioni si annidavano più in questioni di classe che
razziali,
gli
ebrei fuggirono nelle zone residenziali periferiche quasi alla stessa velocità
dei bianchi
cristiani, per evitare quello che percepivano come un deterioramento delle loro
scuole e
dei
loro quartieri.» Il memorabile acme fu il lungo sciopero degli insegnanti a New
York
nel
1968, che contrappose un sindacato di professionisti in gran parte ebrei agli
attivisti
della comunità nera in lotta per il controllo delle scuole in stato di
abbandono. I resoconti
dello sciopero riferiscono spesso di manifestazioni [51] collaterali di
antisemitismo, ma
l'esplosione di un razzismo di marca ebraica (che prima dello sciopero rimaneva
nascosto
appena sotto la superficie) non viene ricordata altrettanto spesso. Più di
recente, esperti di
diritto pubblico ebrei e organizzazioni ebraiche sono stati in prima linea nello
sforzo per
smantellare i programmi dell'affirmative action (integrazione delle
minoranze). In testichiave
della Corte Suprema (De Funis, del 1974, e Bakke, del 1978), l'AJC,
l'ADL, e il
congresso dell'AJ, hanno tutti prodotto pareri scritti nei quali si opponevano
ai
programmi dell'affirmative action (64).
Attivatesi con piglio aggressivo per difendere i loro interessi di corporazione
e di classe,
le
élite ebraiche tacciarono di antisemitismo tutti coloro che si opponevano al
loro nuovo
corso conservatore. Perciò Nathan Perlmutter, capo dell'ADL, sostenne che «il
vero
antisemitismo» in America stava nelle iniziative politiche «che danneggiano gli
interessi
ebraici», come i programmi antidiscriminazione, i tagli alla spesa per la difesa
e il
neoisolazionismo, come pure l'opposizione al nucleare e persino la riforma dei
collegi
elettorali (65).
In
questa offensiva ideologica, l'Olocausto eb |