Ultimo Aggiornamento : 10-09-2003 : Last Release
Nei segni che confondono la borghesia, la nobiltà e i meschini profeti del regresso riconosciamo la mano del nostro valente amico, Robin Goodfellow, la vecchia talpa che scava tanto rapidamente, il grande minatore: la rivoluzione! - KARL MARX -
 
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Norman G. Finkelstein

L'industria dell'Olocausto

Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei

 

 

Premessa: Nel pubblicare in versione elettronica questo libro sottoposto a copyright Rizzoli non pensiamo di fare opera di pirataggio alcuno. La Rizzoli dopo aver pubblicato questo volume nel 2002 ha deciso di ritiraralo dal mercato senza spiegazione alcuna. I motivi ce li immaginiamo. Rendendo disponibile questo volume NON A SCOPO di lucro facciamo ciò che dovrebbe essere un dovereche nei confronti di un'opinione pubblica sempre più intorpidita culturalmente e scarsamente reattiva intellettualmente. Il libro è vieppiù interessante nella misura in cui alcuni commentatori come il signor A. Sofri, tendenziosamente sosetngono che l'antisionismo altro non sarebbe una variante dell'antisemitismo (La Repubblica 28 novembre 2003). In realtà fu proprio il movimento sionista a negoziare con i nazisti, focolare ebraico e a vedere nello sterimnio degli ebrei in Europa un gigantesco spot da sfruttare in vista della costituzione del proprio Stato in Palestina. I comunisti rivoluzionari - e cioè coloro che mai si macchiarono dei crimini stalinisti anche contro gli ebrei - non possono essere antisemiti perchè non credano che esista razza alcuna e sono per la fratellanza tra tutti gli uomini al di là dei loro credi religiosi, delle loro culture o delle loro preferenze sessuali. All'inizio del secolo furono migliaia i comunisti e gli anarchici di origine ebraica.

Finkinstein non è nè un autore negazionista  nè revisionista. Appartiene invece a quella che viene definita la sinistra liberal americana. Tuttavia nel capitalsimo la libertà di espressione finisce laddove cominciano giganteschi interessi economici e politici. Così nessuno si è mai sognato di chiedere conto alla Turchia delle condanne alla detenzione di alcuni attivisti e intellettuali che avevano cercato di pubblciizzare il genocidio degli armeni all'inizio del secolo scorso.

Infine per chiarezza non condividiamo neppure il revisionismo e il negazionismo "di sinistra" sviluppatosi in Francia e che non ha mai attecchito in Italia malgrado gli sforzi dell'Editrice Graphos. Costoro non sono più dei rivoluzionari ma solo degli avventurieri. Non si capisce come si darebbe maggiore impulso alla denuncia dei crimini angloamericani negando l'esistenza dei campi di sterminio.

Il libro di Finkelstein va in tutt'altra direzione.

Siamo sempre disponibili a togliere il libro dal nostro sito nel momento in cui la Rizzoli S.p.A. rimetterà in commercio il libro. Non ci piacciono i roghi dei libri e le censure preventive. Assomigliano troppo a quello che si è visto nella Germania nazista e nella Russia stalinista. O nell'America del Maccartismo.

    

(2002)

Rizzoli

Proprietà letteraria riservata C 2000 Norman G. Finkelstein 0 2002 RCS Libri Sp-4.,

Milano

ISBN 88-17-86827-2

Titolo originale dell'opera: The Holocaust Industry

Prima edizione. settembre 2002

Traduzione di Daria Restani

Traduzione dal tedesco e dall'inglese delle Appendici di Roberta Zuppet

Realizzazione editoriale. Abracadabra s.n.c., Milano

 

«A me sembra che l'Olocausto venga venduto, più che insegnato.»

RABBi ARNOLD JACOB WOLF Hillel Director, Yale University (1)

 

Ringraziamenti

Colin Robinson, della Verso, ha avuto l'idea di questo libro. Roane Carey ha dato veste

narrativa alle mie riflessioni. A ogni stadio della produzione del libro, Noam Chomsky e

Shifta Stern hanno offerto il loro contributo. Jennifer Loewenstein ed Eva Schweitzer

hanno riveduto criticamente diverse stesure. Rudolph Baldeo mi ha dato il suo sostegno e

incoraggiamento personale. Sono in debito con tutti loro. Con queste pagine tento di dare

voce al lascito dei miei genitori. Il libro è quindi dedicato ai miei due fratelli, Richard ed

Henry, e a mio nipote David.

 

Introduzione

Questo libro si propone di essere un'anatomia dell'Industria dell'Olocausto e un atto

d'accusa nei suoi confronti. Nelle pagine che seguono, dimostrerò che «l'Olocausto» è

una rappresentazione ideologica dell'Olocausto nazista (2). Come la maggior parte delle

ideologie, mantiene un legame, per quanto labile, con la realtà. L'Olocausto non è un

concetto arbitrario, si tratta piuttosto di una costruzione intrinsecamente coerente, i cui

dogmi-cardine sono alla base di rilevanti interessi politici e di classe. Per meglio dire,

l'Olocausto ha dimostrato di essere un'arma ideologica indispensabile grazie alla quale

una delle più formidabili potenze militari del mondo, con una fedina terrificante quanto a

rispetto dei diritti umani, ha acquisito lo status di «vittima», e lo stesso ha fatto il gruppo

etnico [10] di maggior successo negli Stati Uniti. Da questo specioso status di vittima

derivano dividendi considerevoli, in particolare l'immunità alle critiche, per quanto

fondate esse siano. Aggiungerei che coloro che godono di questa immunità non sono

sfuggiti alla corruttela morale che di norma l'accompagna. Da questo punto di vista, il

ruolo di Elie Wiesel come interprete ufficiale dell'Olocausto non è un caso. Per dirla

francamente, non è arrivato alla posizione che occupa grazie al suo impegno civile o al

suo talento letterario (3): Wiesel ha questo ruolo di punta perché si limita a ripetere

instancabilmente i dogmi dell'Olocausto, difendendo di conseguenza gli interessi che lo

sostengono.

Lo stimolo iniziale per questo libro è stato uno studio fondamentale di Peter Novick, The

Holocaust in American Life [L'Olocausto nella vita americana], che ho recensito per una

rivista letteraria inglese. (4) Le pagine che seguono sono pervase del dialogo critico che

ho avviato con Novick e ciò spiega la messe di riferimenti al suo studio. Più un insieme

di intuizioni provocatorie che un saggio critico strutturato, The Holocaust in American

Life si colloca nel solco della venerabile tradizione americana della denuncia di scandali.

Ma, come la maggior parte dei cacciatori di scandali, Novick si concentra solamente sugli

abusi più clamorosi. Per quanto pungente e piacevole in molti punti, The Holocaust in

American Life non è una critica radicale. Gli assunti di base non vengono messi in

discussione. Pur rimanendo all'interno dell'orizzonte delle opinioni tradizionali, il libro,

né scontato né eretico, si colloca agli estremi margini di questo stesso orizzonte, su

posizioni controverse e, come prevedibile, ha avuto una vasta eco, suscitando commenti

sia positivi sia negativi sui media americani.

La categoria analitica centrale di Novick è la «memoria». Attualmente di gran moda tra

gli intellettuali, il concetto di «mernoria» è senza dubbio il più impoverito fra quelli

prodotti negli ultimi anni dal mondo accademico. Con l'allusione d'obbligo a Maurice

Halbwachs, Novick mira a dimostrare come la «memoria dell'Olocausto» sia stata

forgiata da «preoccupazioni di oggi». C'era un tempo in cui gli intellettuali

dell'opposizione mettevano in campo robuste categorie politiche come «potere»,

«interessi» da una parte e «ideologia» dall'altra. Tutto quello che resta oggi è il fiacco,

spoliticizzato linguaggio di «preoccupazioni» e «memoria». Eppure, data la

documentazione che Novick adduce, la memoria dell'Olocausto è una costruzione

ideologica elaborata sulla base di precisi interessi. Secondo Novick, per quanto scelta, la

memoria dell'Olocausto è «il più delle volte» arbitraria; questa scelta, cioè, non verrebbe

tanto condotta in base a un «calcolo di vantaggi e svantaggi», quanto piuttosto «senza

dare troppo peso... alle conseguenze». (5) Al di là di queste sue parole, però, la

documentazione che lui stesso raccoglie suggerisce la conclusione opposta.

Il mio interesse nei confronti dell'Olocausto nazista prese le mosse da vicende personali.

Mia madre e mio padre erano dei sopravvissuti al ghetto di Varsavia e ai campi di

concentramento. Tranne loro, tutti gli altri membri dei due rami della mia famiglia furono

sterminati dai nazisti. Il mio primo ricordo, per così dire, dell'Olocausto nazista è

l'immagine di mia madre incollata davanti al televisore a seguire il processo ad Adolf

Eichmann (1961) quando io rientravo a casa da scuola. Anche se erano stati liberati dai

campi solamente sedici anni prima del processo, nella mia mente un abisso incolmabile

separò sempre i genitori che conoscevo da quella cosa. A una parete del soggiorno erano

appese fotografie di parenti di mia madre. (Nessuna foto della famiglia di mio padre

sopravvisse alla guerra.) In pratica non riuscii mai a mettere in relazione me stesso con

quelle facce, men che mai a immaginare quello che era successo. Erano le sorelle, il

fratello e i genitori di mia madre, non le mie zie, mio zio e i miei nonni. Ricordo di avere

letto da bambino The Wall [Il muro di Varsavia, di John Hersey, e Mila 18, di Leon Uris,

due romanzi ambientati nel ghetto di Varsavia. (Mi torna alla mente mia madre che si

lamentava perché, immersa nella lettura di The Wall aveva sbagliato fermata andando al

lavoro.) Per quanto mi sforzassi, non riuscii [13] mai, nemmeno per un istante, a fare quel

salto d'immaginazione che saldava i miei genitori, con tutta la loro normalità, a quel

passato. Francamente, non ci riesco neanche ora.

Ma il punto più importante è un altro: se si esclude questa presenza spettrale, non ricordo

intrusioni dell'Olocausto nazista nella mia infanzia e la ragione principa

le sta nel fatto che a nessuno, fuori della mia famiglia, sembrava interessare quello che

era accaduto. I miei amici di gioventù leggevano di tutto e discutevano

appassionatamente degli avvenimenti contemporanei, eppure, in tutta onestà, non ricordo

un solo amico (o un suo genitore) che abbia fàtto una sola domanda su quello che mia

madre e mio padre avevano passato. Non era un silenzio dettato dal rispetto, era semplice

indifferenza. Sotto questa luce, non si possono che accogliere con scetticismo le

manifestazioni di dolore dei decenni seguenti, quando era ormai consolidata.

A volte penso che la «scoperta» dell'Olocausto nazista da parte dell'ebraismo americano

sia stata peggiore del suo oblio. I miei genitori continuavano a ripensarci nel loro Privato

e la sofferenza che patirono non ricevette pubblici riconosciment

i. Ma non fu forse meglio dell'attuale, volgare sfruttamento del martirio degli ebrei?

Prima che l'Olocausto nazista divenisse l'Olocausto, sull'argomento furono pubblicati

solo pochi [14] studi scientifici, come The Destruction ofThe European jews [La

distruzione degli ebrei d'Europa], di Raul Hilberg, e testimonianze come Man's Search

for Meaning [Alla ricerca di un significato della vita], di Viktor Frankl, e Prisoners of

Fear [Prigionieri della paura], di Ella Lingens-Reiner. (6) Eppure questa piccola raccolta

di gemme è migliore degli scaffali di cianfrusaglie che ora affollano biblioteche e librerie.

I miei genitori, pur rivivendo giorno dopo giorno il passato fino alla fine della loro vita,

negli ultimi anni persero interesse per l'Olocausto come pubblico spettacolo. Uno degli

amici di più lunga data di mio padre era stato con lui ad Auschwitz ed era, o almeno

sembrava, un incorruttibile idealista di sinistra che per principio rifiutò dopo la guerra il

risarcimento tedesco. In seguito divenne un dirigente del museo israeliano dell'Olocausto,

lo Yad Vashem. Con riluttanza e sinceramente deluso, mio padre dovette ammettere che

perfino un uomo come quello era stato corrotto dall'industria dell'Olocausto, adattando le

proprie idee al potere e al profitto. Dal momento che l'interpretazione dell'Olocausto

assumeva forme sempre più assurde, a mia madre piaceva citare, non senza ironia, Henry

Ford: «La storia è una sciocchezza». I racconti dei «sopravvissuti all'Olocausto» (tutti

prigionieri dei campi di concentramento, tutti eroi della resistenza) a casa mia erano una

fonte particolare di amaro divertimento. D'altronde già molto tempo fa John Stuart

Mill aveva compreso che «le verità se non sottoposte a continua revisione, cessano di

essere verità. E, attraverso le esagerazioni, diventano falsità».

Mio padre e mia madre si chiesero spesso perché m'indignassi di fronte alla falsificazione

e allo sfruttamento del genocidio perpetrato dai nazisti. La risposta più ovvia è che è stato

usato per giustificare la politica criminale dello Stato d'Israele e il sostegno americano a

tale politica. Ma c'è anche un motivo personale. Ho infatti a cuore che si conservi la

memoria della persecuzione della mia famiglia. L'attuale campagna dell'industria

dell'Olocausto per estorcere denaro all'Europa in nome delle «vittime bisognose

dell'Olocausto» ha ridotto la statura morale del loro martirio a quella di un casinò di

Montecarlo. Ma anche tralasciando queste preoccupazioni, resto convinto che sia

importante preservare l'integrità della ricostruzione storica e lottare per difenderla. Alla

fine di questo libro sostengo che nello studio dell'Olocausto nazista possiamo imparare

molto non solamente riguardo ai «tedeschi» o ai «gentili», ma a noi tutti. Eppure penso

che per fare questo, cioè per imparare sinceramente dall'Olocausto nazista, occorra

ridurre la sua dimensione fisica ed enfatizzarne quella morale. Troppe risorse pubbliche e

private sono state investite nella commemorazione del genocidio e gran parte di questa

produzione è indegna, un tributo [16] non alla sofferenza degli ebrei, ma

all'accrescimento del loro prestigio. È da tempo che dobbiamo aprire il nostro cuore alle

altre sofferenze dell'umanità: questa è la lezione più importante impartitami da mia

madre. Non l'ho mai sentita dire: «Non fare paragoni». Lei li fece sempre. Certo si

devono fare distinzioni storiche, ma porre distinzioni morali tra la «nostra» sofferenza e

la «loro» è a sua volta un travisamento morale. «Non potete mettere a confronto due

sventurati» osservò Platone «e dire quale dei due sia più felice.» Di fronte alle sofferenze

degli afroamericani, dei vietnamiti e dei palestinesi, il credo di mia madre fu sempre:

siamo tutti vittime dell'Olocausto.

 

Norman G. Finkelstein Aprile 2000 New York

 

 

CAPITOLO I

IL PROFITTO DELL'OLOCAUSTO

 

In una memorabile controversia di qualche anno fa, Gore Vidal accusò di

antiamericanismo Norman Podhoretz, all'epoca direttore di «Commentary», la

pubblicazione dell'American Jewish Committee. (7 )La prova consisteva nel fatto che

Podhoretz attribuiva minore importanza alla Guerra Civile («l'unico, grande evento

tragico che continua a dare risonanza alla nostra repubblica») che alle questioni ebraiche.

Ma Podhoretz era probabilmente più americano del suo accusatore, perché a quell'epoca

era la «guerra contro gli ebrei» combattuta dal nazismo e non la «guerra tra gli Stati» ad

apparire centrale nella vita culturale americana. La maggior parte dei professori di

college può testimoniare che, in confronto alla Guerra Civile, molti più studenti sono in

grado di collocare l'Olocausto nazista nel secolo giusto e in linea di massima di indicare il

numero di vittime esatto. In effetti, questo è quasi l'unico riferimento storico che oggi

risuoni in un'aula universitaria. I sondaggi mostrano che sono molti di più gli americani

che sanno identificare l'Olocausto piuttosto che Pearl Harbor o le bombe atomiche sul

Giappone.

Eppure, fino a tempi abbastanza recenti, l'Olocausto nazista era quasi assente dalla vita

americana. Tra la fine della Seconda guerra mondiale e quella degli anni Sessanta, solo

un esiguo numero di libri e di film toccò l'argomento e in tutti gli Stati Uniti si teneva un

unico corso universitario espressamente dedicato a esso. (8) Quando, nel 1963, Hannah

Arendt pubblicò Eichmann in Jerusalem. A Report on the Banality of Evil [La banalità

del male. Eichmann a Gerusalemme], poté attingere solamente a due studi in lingua

inglese: The Final Solution [La soluzione finale. Il tentativo di sterminio degli ebrei

d'Europa, 1939-1945], di Gerald Reitlinger, e The Destruction of the European jews, di

Raul Hilberg. (9) Lo stesso capolavoro di Hilberg dovette faticare per vedere la luce. Il

suo relatore alla Columbia University, l'ebreo tedesco Franz Neumann, studioso di teoria

sociale, cercò di dissuadere energicamente Hilberg dallo scrivere sull'argomento («È il

tuo funerale») e nessuna università o editore tradizionale volle toccare il manoscritto.

Quando fu finalmente pubblicato, The Destruction of the European Jews ricevette poche

recensioni, per lo più critiche (10).

Non soltanto gli americani in generale, ma anche gli ebrei americani, intellettuali

compresi, prestarono poca attenzione all'Olocausto nazista. In un'autorevole indagine del

1957, il sociologo Nathan Glazer riportò che la Soluzione Finale nazista (così come la

nascita di Israele) «aveva avuto ben poche ripercussioni sulla vita interiore della

comunità ebraica americana». In un convegno organizzato nel 1961 da «Commentary»

sul tema «L'ebraismo e i giovani intellettuali», soltanto due dei trentuno partecipanti

misero in rilievo il suo impatto. Allo stesso modo, in una tavola rotonda organizzata nel

medesimo anno dal periodico «Judaism» sul tema «La mia affermazione di ebraismo»,

alla quale parteciparono ventuno ebrei americani osservanti, l'argomento venne pressoché

ignorato. (11) Né monumenti né tributi ricordarono l'Olocausto nazista negli Stati Uniti;

anzi, le principali organizzazioni ebraiche si opposero a questa commemorazione. La

domanda è: perché?

La spiegazione più comune è che gli ebrei furono traumatizzati dal genocidio e di

conseguenza ne rimossero la memoria, ma è una teoria senza prove. Certamente, alcuni

sopravvissuti non vollero, proprio per quel motivo allora o negli anni successivi,

ricordare quello che era successo. Molti altri, però, avevano una gran voglia di parlare e,

una volta che si presentò l'occasione, non smisero più (12). Il problema era che gli

americani non avevano voglia di ascoltare.

Le vere ragioni del silenzio pubblico sull'Olocausto [24] nazista erano la politica

conformista della leadership della comunità ebraica americana e il clima politico

dell'America postbellica. Sia nella politica interna sia in quella estera le élite ebraiche

americane (13) si uniformarono alle posizioni ufficiali degli Stati Uniti. Questo

atteggiamento in effetti facilitò gli obiettivi tradizionali di assimilazione e accesso al

potere. Con l'inizio della Guerra Fredda, le organizzazioni ebraiche tradizionali assunsero

un atteggiamento ancora più risoluto. Le élite ebraiche americane «dimenticarono»

l'Olocausto nazista perché la Germania (cioè la Germania Federale, dal 1949) divenne nel

dopoguerra un alleato fondamentale degli Stati Uniti nel confronto con l'Unione

Sovietica. Rivangare il passato, oltre a essere inutile, complicava le cose.

Con minime riserve (subito peraltro superate), le maggiori organizzazioni ebraiche

americane si adeguarono velocemente alla linea del governo degli Stati Uniti, che

sosteneva una Germania riarmata e quasi per nulla denazificata. L'American Jewish

Committee (AJC), nel timore che «ogni opposizione organizzata degli ebrei americani

contro la nuova politica estera e la sua strategia potesse isolarli agli occhi della

maggioranza non ebraica e compromettere i risultati ottenuti sulla scena politica

nazionale dopo la guerra», fu il primo a elogiare le virtù del riallineamento. Il filosionista

Congresso Mondiale Ebraico (CME) e la sua sezione [25] americana rinunciarono a

opporsi dopo avere siglato accordi di compensazione con la Germania nei primi anni

Cinquanta, mentre l'Anti-Defamation League (ADL) fu la prima importante

organizzazione ebraica a inviare una delegazione ufficiale in Germania, nel 1954.

Insieme, queste organizzazioni collaborarono con il governo di Bonn per contenere

l'«onda antitedesca» del sentimento popolare ebraico (14).

La Soluzione Finale era un argomento-tabù per le élite ebraiche americane anche per un

altro motivo. Gli ebrei di sinistra, che durante la Guerra Fredda erano contrari a schierarsi

con la Germania contro l'Unione Sovietica, continuavano a battere su quel tasto. Il

semplice ricordare l'Olocausto nazista fu etichettato come un atteggiamento comunista.

Legate allo stereotipo che associava ebrei e sinistra (in effetti, gli ebrei incisero per circa

un terzo sul voto al candidato progressista Henry Wallace alle elezioni presidenziali del

1948), le élite ebraiche americane non si fecero problemi a sacrificare i compagni ebrei

sull'altare dell'anticomunismo. Mettendo a disposizione delle agenzie governative i loro

elenchi di ebrei in odore di sovversione, l'AJC e l'ADL, collaborarono attivamente alla

caccia alle streghe dell'era McCarthy. L'AJC si pronunciò a favore della condanna a

morte dei Rosenberg mentre «Commentary», la rivista mensile del comitato, sosteneva in

un editoriale che i due non erano veramente ebrei.

[26] Temendo di essere associate alla sinistra tanto all'estero quanto in patria, le

organizzazioni ebraiche tradizionali si rifiutarono di collaborare con le forze

socialdemocratiche e antinaziste tedesche, così come si opposero ai boicottaggi di

prodotti tedeschi e alle manifestazioni contro gli ex nazisti in territorio americano. D'altro

canto, dissidenti tedeschi di primo piano in visita negli Stati Uniti, come il pastore

protestante Martin Niemöller, che aveva passato otto anni nei campi di concentramento

nazisti e ora era schierato contro la crociata anticomunista, dovettero sopportare gli

insulti dei leader della comunità ebraica americana. Ansiosi di arricchire le loro

credenziali anticomuniste, le élite ebraiche diedero il proprio appoggio e sostennero

finanziariamente perfino organizzazioni dell'estrema destra come la All-American

Conference to Combat Communism e chiusero un occhio quando veterani delle SS

misero piede in America (15).

Ansiose anche d'ingraziarsi le élite dominanti americane e di dissociarsi dalla sinistra

ebraica, le organizzazioni ebraiche americane evocarono l'Olocausto nazista in un

contesto tutto particolare: per denunciare l'Unione Sovietica. «La politica [antisemita]

sovietica offre opportunità che non devono essere trascurate» annota compiaciuto un

memorandum interno dell'AJC citato da Novick «per rafforzare determinati aspetti del

programma nazionale dell'AJC.» Come era [27] ovvio, questo significava equiparare la

Soluzione Finale nazista all'antisemitismo russo. «Stalin riuscirà là dove Hider ha fallito»

preannunciava cupamente «Commentary». «Annienterà gli ebrei dell'Europa centrale e

orientale []. Il parallelo con la politica di sterminio dei nazisti è quasi completo.» Le

principali organizzazioni ebraiche americane arrivarono a denunciare l'invasione

sovietica dell'Ungheria nel 1956 come «solamente il primo passo verso una Auschwitz

russa» (16).

Con la guerra arabo-israeliana del giugno 1967 tutto cambiò. È opinione comune che

solamente in seguito a questo conflitto l'Olocausto divenne un punto fermo nella vita

degli ebrei americani (17). La spiegazione più diffusa di questa svolta fu che il totale

isolamento e la vulnerabilità di Israele nel corso della guerra dei Sei Giorni fecero

rivivere la memoria dello sterminio nazista. In effetti, questa interpretazione distorce

tanto la realtà dei rapporti di forza nel Medio Oriente a quell'epoca quanto l'evoluzione

delle relazioni tra le élite ebraiche americane e Israele.

Negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale le principali organizzazioni ebraiche

avevano minimizzato l'importanza dell'Olocausto nazista per conformarsi alle priorità

della Guerra Fredda dettate dal governo americano; allo stesso modo, anche ora il loro

atteggiamento nei confronti di Israele fu rapido a confor[28]marsi. Da subito, le élite

ebraiche guardarono con profonda apprensione alla nascita di uno Stato ebraico: il loro

principale timore era che la sua esistenza avrebbe portato a un'accusa nei loro confronti di

«doppia fedeltà» e, quando la Guerra Fredda s'intensificò, queste paure si moltiplicarono.

Ancora prima della fondazione d'Israele, i leader ebrei americani espressero la

preoccupazione che la sua dirigenza, in gran parte proveniente dall'Est europeo,

tradizionalmente progressista, avrebbe scelto il campo sovietico. Nonostante alla fine

avessero abbracciato la campagna sionista a favore della creazione di uno Stato, le

organizzazioni ebraiche americane si rivelarono caute e si tennero sulla lunghezza d'onda

dei segnali provenienti da Washington. In realtà, l'appoggio dell'AJC alla fondazione

d'Israele fu motivato soprattutto dal timore di una reazione interna contro gli ebrei, che si

sarebbe potuta scatenare nel caso non si fosse giunti a una rapida soluzione del problema

degli esuli ebrei in Europa (18). Nonostante Israele, immediatamente dopo la sua

fondazione, si fosse schierato con l'Occidente, molti israeliani dentro e fuori

l'amministrazione conservarono un forte legame con l'Unione Sovietica e, come era

prevedibile, i leader della comunità ebraica americana tennero Israele a distanza.

Dal 1948, anno della sua fondazione, fino alla guerra del giugno 1967, Israele non fu una

pedina centrale [29] sullo scacchiere americano. Quando la dirigenza degli ebrei di

Palestina si accinse a istituire il nuovo Stato, il presidente Truman temporeggiò,

soppesando considerazioni di politica interna (il voto ebraico) e i segnali d'allarme del

Dipartimento di Stato (il sostegno a uno Stato ebraico avrebbe alienato il mondo arabo).

Per salvaguardare gli interessi americani in Medio Oriente, l'amministrazione Eisenhower

alternò l'appoggio a Israele con quello alle nazioni arabe, favorendo comunque queste

ultime.

Gli intermittenti scontri politici tra Stati Uniti e Israele culminarono nella crisi di Suez del

1956, quando gli israeliani si accordarono con Gran Bretagna e Francia per attaccare il

leader nazionalista egiziano Gamal Abdel Nasser. Benché la fulminea vittoria israeliana e

la conquista della penisola dei Sinai ne avessero rivelato il potenziale strategico al

mondo, gli Stati Uniti continuarono a considerarlo come una delle tante pedine dell'area.

Così, il presidente Eisenhower costrinse Israele a ritirarsi dal Sinai pressoché

incondizionatamente. Durante la crisi, i leader ebrei americani spalleggiarono per breve

tempo gli sforzi israeliani di strappare concessioni agli americani, ma in ultima analisi,

come ricorda Arthur Hertzberg, «preferirono consigliare a Israele di dare retta [a

Eisenhower] piuttosto che opporsi alla volontà del leader statunitense» (19).

[30] Tranne che come occasionale destinatario delle loro donazioni, dopo la fondazione

fu come se Israele si eclissasse alla vista degli ebrei americani: per loro non era

importante. Nella sua indagine del 1957, Nathan Glazer osservò che Israele «aveva ben

poche ripercussioni sulla vita interiore della comunità ebraica americana» (20). I membri

della Zionist Organization of America, da centinaia di migliaia che erano nel 1948, si

ridussero a decine di migliaia negli anni Sessanta. Prima del giugno 1967, solamente un

ebreo americano su venti si dichiarava interessato a visitare Israele. Nel 1956, la

comunità ebraica diede un importante contributo alla rielezione di Eisenhower, che aveva

appena costretto Israele all'umiliante ritiro dal Sinai. All'inizio degli anni Sessanta, Israele

dovette anche affrontare una forte reprimenda da parte di settori dell'élite ebraica per il

rapimento di Eichmann: fra i critici si distinsero Joseph Proskauer, ex presidente

dell'AJC, Oscar Handlin, docente di Storia ad Harvard, e il «Washington Post», di

proprietà ebraica. «Il rapimento di Eichmann» sostenne Erich Fromm «è un atto di

un'illegalità dello stesso identico genere di quello di cui si sono macchiati [...] i

nazisti. (21)

Indipendentemente dall'appartenenza politica, gli intellettuali ebrei americani si

mostrarono indifferenti al destino d'Israele. Studi approfonditi del mondo intellettuale

della sinistra progressista ebraica risalenti [31] agli anni Sessanta fanno a malapena il

nome d'Israele (22). Appena prima della guerra dei Sei Giorni, l'AJC promosse un

convegno sul tema «L'identità ebraica qui e ora»: solamente tre delle trentuno «menti più

brillanti della comunità ebraica» fecero riferimento a Israele, e due di loro per liquidarne

la rilevanza (23). Per ironia della sorte, gli unici due intellettuali ebrei a creare un legame

con Israele prima del 1967 furono Hannah Arendt e Noam Chomsky (24).

Poi arrivò la guerra dei Sei Giorni. Colpiti dall'impressionante spiegamento di forze

israeliano, gli Stati Uniti si mossero per farne una loro risorsa strategica. (Già prima del

conflitto, l'America aveva con cautela cominciato a pendere verso Israele di fronte alle

politiche sempre più indipendenti imboccate dai regimi di Egitto e di Siria alla metà degli

anni Sessanta.) Il sostegno militare ed economico cominciò ad affluire quando Israele si

trasformò in un procuratore del potere americano in Medio Oriente.

Per le élite ebraiche americane la subordinazione israeliana al potere statunitense fu una

fortuna inaspettata. Il sionismo era nato dal presupposto che l'assimilazione fosse una

chimera e che gli ebrei sarebbero semprestati percepiti come un corpo estraneo

potenzialmente pronto a tradire.

Per sciogliere il nodo gordiano, i sionisti pensarono di creare una patria per gli ebrei, ma

in realtà la fondazione d'Israele rese più acuto il proble[32]ma, se non altro per gli ebrei

della diaspora, in quanto dava espressione istituzionale all'accusa di doppia fedeltà.

Paradossalmente, dopo il giugno 1967, Israele facilitò l'assimilazione negli Stati Uniti: gli

ebrei ora erano in prima linea a difendere l'America (o meglio l'«Occidente civilizzato»)

contro le orde barbariche degli arabi. Se prima del 1967 Israele incarnava lo spauracchio

della doppia fedeltà, ora era il simbolo della superfedeltà: dopo tutto erano israeliani, e

non americani, quelli che combattevano e morivano per proteggere gli interessi

statunitensi e, diversamente dai soldati americani in Vietnam, i militari israeliani non si

fàcevano umiliare da una banda di ultimi arrivati del Terzo Mondo (25).

E così, le élite ebraiche americane all'improvviso scoprirono Israele. Dopo la guerra del

1967, l'impeto del suo esercito poté essere celebrato perché i suoi cannoni erano puntati

nella giusta direzione, cioè contro i nemici dell'America. Il suo valore militare poteva

persino rendere più agevole l'accesso alla stanza dei bottoni dei potere americano. Se in

precedenza le élite ebraiche potevano offrire solamente scarni elenchi di ebrei sovversivi,

ora erano in grado di porsi come gli interlocutori naturali della più recente risorsa

strategica americana e da pedine guadagnarsi un ruolo di primo piano nel gran teatro

della Guerra Fredda. Israele divenne una risorsa non solo per l'America ma per lo stesso

ebraismo americano.

[33] In un libro di memorie pubblicato appena prima della guerra dei Sei Giorni, Norman

Podhoretz ricordò con un certo senso di vertigine di avere partecipato a una cena di Stato

alla Casa Bianca dove «non c'era una sola persona che non fosse visibilmente e

assolutamente fuori di sé dalla gioia di essere lì». (26) Benché fosse già direttore di

«Commentary», il più importante periodico della comunità ebraica amerìcana, questo suo

libro contiene un'unica, fugace allusione a Israele. D'altro canto, che cosa aveva da offrire

quest'ultimo a un ambizioso ebreo americano? In un saggio successivo, Podhoretz

sottolineò come, dopo la guerra del giugno 1967, Israele fosse divenuto «la religione

degli ebrei americani» (27). Diventato sostenitore di spicco dello Stato ebraico,

Podhoretz poteva vantarsi non semplicemente di avere partecipato a una cena alla Casa

Bianca, ma di avere incontrato il presidente in un tête-à-tête per discutere di questioni di

interesse nazionale.

Dopo la guerra dei Sei Giorni, le principali organizzazioni ebraiche americane lavorarono

a pieno ritmo per rendere più salda l'alleanza tra America e Israele. Nel caso dell'ADL,

questo comportò un'ampia operazione di sorveglianza interna svolta di concerto con i

servizi segreti israeliani e sudafricani (28). Dopo il giugno 1967, sul «New York Times»

lo spazio dedicato a Israele crebbe in maniera esponenziale. Sul suo indice del 1955 e su

quello del 1965, i rimandi alla voce «Israele» occupava[34]no ciascuno meno di un

quarto dello spazio che il «New York Times Index» dedicò loro nel 1975. «Quando ho

voglia di tirarmi un po' su» osservava Elie Wiesel nel 1973 «guardo le notizie su Israele

sul "New York Times".» (29) Come Podhoretz, molti intellettuali della tradizione

ebraico-americana dopo la guerra dei Sei Giorni scoprirono altrettanto improvvisamente

la «religione» Israele. Novick racconta che Lucy Dawidowicz, la decana della letteratura

sull'Olocausto, un tempo era stata «aspramente critica nei confronti d'Israele». Nel 1953,

aveva dichiarato senza mezzi termini che gli israeliani non avevano il diritto di chiedere

risarcimenti alla Germania finché eludevano le responsabilità nei confronti dei profughi

palestinesi: «Non esistono due pesi e due misure». Eppure, subito dopo il conflitto,

Dawidowicz diventò una «fervida sostenitrice d'Israele», salutandolo come «incarnazione

del paradigma dell'immagine ideale dell'ebreo nel mondo moderno». (30)

I sionisti, rinati dopo la guerra del 1967, contrapponevano tacitamente l'esplicito sostegno

dato a un Israele sotto assedio alla vigliaccheria mostrata dagli ebrei americani di fronte

all'Olocausto nazista. In realtà, stavano facendo esattamente quello che le élite ebraiche

d'America avevano sempre fatto: andare di pari passo con il potere statunitense. Le classi

colte si rivelarono particolarmente esperte nell'assumere atteggiamenti eroici. Si consideri

il caso di Irving Howe, il noto stu[35]dioso appartenente alla sinistra progressista. Nel

1956, «Dissent», la rivista che Howe dirigeva, condannò «l'attacco combinato contro

l'Egitto» come «immorale». Nonostante si trovasse effettivamente solo, Israele fu anche

tacciato di «sciovinismo culturale», di avere un «senso paramessianico del destino

manifesto» (31) e di «tendenza latente all'espansionismo». (32) Dopo la guerra

dell'ottobre 1973, quando il sostegno americano a Israele raggiunse il suo apice, Howe

pubblicò un proprio appello «traboccante di ansia intensissima» a favore dell'isolato

Israele. Il mondo non ebraico, si lamentava in una parodia alla Woody Allen, affogava

nell'antisemitismo e persino nell'Upper Manhattan Israele «non è più chic»: tutti, tranne

lui, erano alla mercé di Mao, di Frantz Fanon e di Che Guevara. (33)

In quanto pedina strategica degli Stati Uniti, Israele non era esente da critiche. Oltre alla

sempre più pressante censura della comunità internazionale rivolta al suo rifiuto di

negoziare un accordo con gli arabi secondo le risoluzioni delle Nazioni Unite e al suo

smaccato sostegno alle ambizioni del governo statunitense, che perseguiva una politica di

controllo su base planetaria, (34) Israele dovette anche vedersela con il dissenso interno

americano. Nei circoli dominanti statunitensi, i fautori di una politica filoaraba

sostenevano che puntare tutto su questo Stato e ignorare le élite arabe minava gli interessi

nazionali americani.

[36] C'era chi argomentava che la sottomissione d'Israele al potere americano e

l'occupazione dei vicini Stati arabi non solo erano sbagliate in linea di principio, ma

anche dannose per gli stessi interessi israeliani, in quanto Israele sarebbe stato sempre più

militarizzato e isolato dal mondo arabo. Comunque, per gli ebrei americani, nuovi

sostenitori d'Israele, discorsi di questo genere sfioravano l'eresia: un Israele indipendente

e in pace con i propri vicini era privo di valore, un Israele sulla stessa lunghezza d'onda

del mondo arabo, alla ricerca dell'indipendenza dagli Stati Uniti rappresentava un

disastro. Israele poteva esistere soltanto come una specie di Sparta legata al potere

americano, perché solamente in quel caso i leader della comunità ebraica statunitense

potevano presentarsi come i portavoce delle ambizioni imperialistiche americane. Noam

Chomsky ha suggerito che questi «sostenitori d'Israele» dovrebbero essere più

propriamente chiamati «sostenitori della degenerazione morale e della distruzione

definitiva d'Israele». (35)

Per proteggere la loro posizione strategica, le élite ebraiche americane «ricordarono»

l'Olocausto. (36) La spiegazione convenzionale è che lo fecero perché, all'epoca della

guerra dei Sei Giorni, pensavano che Israele stesse correndo un pericolo mortale ed erano

quindi in preda alla paura di un «secondo Olocausto». Questa versione, però, non regge

all'analisi.

[37] Si prenda in considerazione la prima guerra arabo-israeliana. Alla vigilia

dell'independenza del 1948, la minaccia contro gli ebrei di Palestina appariva di gran

lunga più preoccupante. David Ben-Gurion dichiarò che «settecentomila ebrei» erano

«contrapposti a ventisette milioni di arabi: uno contro quaranta». Gli Stati Uniti

parteciparono all'embargo di armi decretato dalle Nazioni Unite per l'intera area,

congelando una situazione di chiara superiorità negli armamenti da parte degli eserciti

arabi. La paura di un'altra Soluzione Finale attanagliò la comunità ebraica americana.

Deplorando il fatto che gli Stati arabi stavano ora «armando il tirapiedi di Hitler, il Mufti

[di Gerusalemme], mentre gli Stati Uniti imponevano l'embargo», l'AJC predisse «un

suicidio di massa e un olocausto definitivo in Palestina». Persino George Marshall, il

segretario di Stato, e la CIA previdero, in caso di guerra, la sicura sconfina degli

ebrei. (37) Anche se «alla fine vinse il più forte» (secondo lo storico Benny Morris), per

Israele non fu comunque una passeggiata. Nel corso dei primi mesi di guerra, agli inizi

del 1948, e specialmente quando, in maggio, ci fu la dichiarazione d'indipendenza, le

speranze di sopravvivenza del nuovo Stato erano date alla pari da Yigael Yadin, capo

delle operazioni dell'Haganah. Senza un accordo segreto con la Cecoslovacchia per la

fornitura di armi, Israele probabilmente non sarebbe sopravvissuto. (38) Dopo un [38]

anno di combattimenti, contava seimila caduti, l'uno per cento della sua popolazione. Ma

allora perché l'Olocausto non divenne oggetto dell'attenzione degli ebrei d'America dopo

la guerra del 1948?

Nel 1967 Israele dimostrò prontamente di essere assai meno vulnerabile che nella lotta

per l'indipendenza. I leader israeliani e quelli americani sapevano in anticipo che Israele

avrebbe avuto facilmente la meglio in una guerra contro gli Stati arabi, realtà che divenne

chiara ed evidente quando Israele sconfisse i vicini arabi nell'arco di pochi giorni. Come

annota Novick, «nella mobilitazione degli ebrei americani a favore d'Israele prima della

guerra, è sorprendente quanto pochi siano i riferimenti espliciti all'Olocausto». (39)

L'industria dell'Olocausto fece la propria apparizione solamente dopo la dimostrazione

schiacciante del predominio militare e fiorì in mezzo al più totale trionfalismo

israeliano. (40) Come conciliare tali anomalie con l'interpretazione standard?

Gli scioccanti rovesci iniziali e le pesanti perdite subite durante la guerra arabo-israeliana

dell'ottobre 1973, e il crescente isolamento internazionale che ne seguì, non fecero che

aumentare, secondo le interpretazioni tradizionali, i timori degli ebrei americani per la

vulnerabilità d'Israele. Di conseguenza, la memoria dell'Olocausto finì sulla ribalta.

Novick registra da par suo: «Tra gli ebrei americani [ ... ] la presunta situazio[39]ne di un

Israele vulnerabile e isolato cominciò a essere percepita come terribilmente simile a

quella degli ebrei d'Europa trent'anni prima [ ... ] Il riferimento all'Olocausto negli Stati

Uniti non soltanto prese piede, ma divenne una pratica sempre più istituzionalizzata».41

Eppure Israele era stato sull'orlo del baratro e, in termini sia relativi sia assoluti, aveva

avuto molte più perdite nella guerra del 1948 che in quella del 1973.

È vero che, se si eccettua l'alleanza con gli Stati Uniti, dopo la guerra dell'ottobre 1973

Israele si ritrovò in disgrazia all'interno della comunità internazionale. Tuttavia, proviamo

a fare il confronto con la guerra di Suez del 1956. Israele e la comunità ebraica americana

asserirono che, alla vigilia dell'invasione del Sinai, l'Egitto aveva minacciato l'esistenza

stessa di Israele, e che un totale ritiro israeliano dal Sinai avrebbe fatalmente minato

«l'interesse fondamentale d'Israele: la sua sopravvivenza come Stato». (42) Ciò

nonostante, la comunità internazionale restò saldamente sulle proprie posizioni.

Rievocando il suo brillante intervento all'Assemblea generale delle Nazioni Unite, Abba

Eban ricordò con dispiacere che «dopo aver applaudito calorosamente il discorso

[l'Assemblea] votò contro di noi a larga maggioranza». (43) Gli Stati Uniti ebbero un

ruolo di primo piano in questo consenso generale. Non soltanto Eisenhower costrinse

Israele al ritiro, ma il sostegno pubblico americano a Israele subì uno [40] «spaventoso

tracollo» commenta lo storico Peter Grose. (44) Per contro, subito dopo la guerra del

1973, gli Stati Uniti fornirono a Israele una massiccia assistenza militare, in proporzioni

maggiori di quella dei quattro anni precedenti messi insieme, mentre l'opinione pubblica

americana sosteneva lo Stato ebraico a spada tratta. (45) Fu questo il frangente in cui «il

riferimento all'Olocausto [ ...] prese piede in America»: un momento in cui Israele era

meno isolato di quanto fosse stato nel 1956.

In effetti, il motivo per cui venne alla ribalta non va ricercato nel fatto che le inaspettate

battute d'arresto d'Israele nel corso della guerra dell'ottobre 1973 e il successivo

isolamento politico evocarono il ricordo della Soluzione Finale. Piuttosto. fu la

spettacolare dimostrazione militare di Sadat nella guerra del Kippur a convincere le élite

politiche americane e israeliane che non si poteva più prescindere da un accordo

diplomatico con l'Egitto e dalla restituzione dei territori sottrattigli nel giugno 1967. Per

incrementare il potere negoziale israeliano, aumentò la produzione. Il punto è che, dopo

la guerra del 1973, Israele non era isolato dagli Stati Uniti: questi sviluppi occorsero nel

quadro dell'alleanza tra i due Paesi, che rimase pienamente attiva. (46) L'analisi storica

suggerisce con forza che, se Israele si fosse trovato davvero solo dopo la guerra del 1973,

[41] le élite ebraiche americane non avrebbero ricordato l'Olocausto nazista più di quanto

fecero dopo le guerre del 1948 o del 1956.

Novick fornisce alcune spiegazioni accessorie che risultano ancora meno convincenti.

Citando gli studiosi ebrei di formazione religiosa, per esempio, suggerisce che «la guerra

dei Sei Giorni permise di elaborare una teologia popolare di "Olocausto e Redenzione"».

La «luce» della vittoria del giugno 1967 riscattava le «tenebre» del genocidio: «Aveva

dato a Dio una seconda possibilità». L'Olocausto poté affiorare nella vita americana

solamente dopo il giugno 1967 perché «l'Olocausto degli ebrei d'Europa ebbe un esito, se

non felice, tale almeno da lasciare spazi alla vita». Eppure, nella vulgata della cultura

ebraica, non fu la guerra del 1967 ma la fondazione di Israele a segnare la redenzione.

Perché l'Olocausto dovette attendere una seconda redenzione? Novick sostiene che

l'«immagine degli ebrei come eroi guerrieri» nella guerra dei Sei Giorni «ebbe l'effetto di

obliterare lo stereotipo della vittima debole e passiva che [ ... ] in precedenza aveva

impedito agli ebrei la discussione dell'Olocausto». (47) Eppure, quanto a coraggio allo

stato puro, la guerra del 1948 fu per Israele l'ora più bella. E, nel 1956, la «temeraria» e

«brillante» campagna di cento ore nel Sinai di Moshe Dayan prefigurò la vittoria a mani

basse dei giugno 1967. Perché, allora, la comunità ebraica americana ebbe bisogno

della guerra dei Sei Giorni per «obliterare lo stereotipo»?

La spiegazione di Novick di come le élite ebraiche americane giunsero a strumentalizzare

l'Olocausto nazista non è convincente. Si considerino questi passi significativi:

Quando i leader ebrei americani cercarono di capire le ragioni dell'isolamento e

della vulnerabilità israeliani (ragioni che potessero suggerire un rimedio), la

spiegazione che raccolse il più ampio consenso fu che l'affievolirsi del ricordo dei

crimini nazisti contro gli ebrei, e l'ingresso in scena di una generazione che

ignorava l'Olocausto, avevano fatto perdere a Israele il sostegno di cui aveva

goduto un tempo.

Mentre le organizzazioni ebraiche americane non erano in grado di modificare il

passato prossimo nel Medio Oriente, e potevano fare ben poco per influenzarne il

futuro, potevano fare in modo di far rivivere il ricordo dell'Olocausto. Così, la

spiegazione del «ricordo che si affievolisce» costituì un punto all'ordine del

giorno per l'azione. (48)

Perché la tesi del «ricordo che si affievolisce» per la situazione israeliana post-1967

«raccolse il più ampio consenso»? Era senza dubbio una spiegazione impro[43]babile.

Come Novick stesso documenta doviziosamente, il sostegno che Israele si guadagnò

all'inizio ha poco a che vedere con «il ricordo dei crimini nazisti» (49) e, in ogni caso,

questo ricordo era svanito molto tempo prima che Israele perdesse il sostegno

internazionale. Perché le élite ebraiche potevano «fare ben poco per influenzare» il futuro

d'Israele? È un fatto che controllavano una formidabile rete di organizzazioni. E perché

«far rivivere il ricordo dell'Olocausto» divenne l'unico punto all'ordine dei giorno?

Perché non appoggiare l'accordo internazionale che chiedeva il ritiro israeliano dai

territori occupati nella guerra del 1967 così come una «pace giusta e durevole» tra Israele

e i suoi vicini arabi (risoluzione Onu numero 242)?

Una spiegazione più coerente, anche se meno generosa, è che le élite ebraiche americane

ricordarono l'Olocausto nazista prima del giugno 1967 solamente quando fu

politicamente conveniente. Israele, loro nuovo protettore, aveva fatto buon uso

dell'Olocausto nazista durante il processo a Eichmann. (50) Accertatane l'efficacia, la

comunità ebraica americana sfruttò l'Olocausto nazista dopo la guerra dei Sei Giorni. Una

volta rimodellato ideologicamente, l'Olocausto (nel senso di industria) divenne l'arma

perfetta per deviare le critiche nei confronti d'Israele, come ora dimostrerò. Ciò che

merita di essere sottolineato, in ogni caso, è il fatto che per le élite ebraiche americane

l'Olocausto svolse la [44] stessa funzione che per Israele: un'altra fiche dal valore

incalcolabile in una partita a poker dove si gioca forte. Il dichiarato interesse per la

memoria dell'Olocausto fu qualcosa di studiato a tavolino, così come quello per il destino

d'Israele. (51) Di conseguenza, la comunità ebraica americana perdonò e dimenticò

velocemente la folle dichiarazione di Reagan al cimitero di Bitburg, nel 1985: secondo

l'allora presidente, i soldati tedeschi lì sepolti (compresi gli appartenenti alle SS) erano

«vittime dei nazisti proprio come le vittime dei campi di concentramento». Nel 1988,

Reagan venne insignito del premio Humanitarian of the Year dal Centro Simon

Wiesenthal, una delle istituzioni di maggior spicco tra quelle che si occupano

dell'Olocausto, per il suo «leale sostegno a Israele» e, nel 1994, del premio Torch of

Liberty dalla filoisraeliana ADL. (52)

Resta il fatto che il precoce sfogo, nel 1979, del reverendo Jesse Jackson che disse di

«non [poterne] più di sentir parlare dell'Olocausto» non fu perdonato né dimenticato

altrettanto rapidamente. In effetti, gli attacchi a Jackson da parte delle élite ebraiche

americane non cessarono mai, anche se non a causa delle sue «dichiarazioni antisemite»,

quanto piuttosto per l'avere sposato «le posizioni palestinesi» (Seymour Martin Lipset ed

Earl Raab). (53) Nel caso di Jackson, giocava pure un altro fattore: il reverendo

rappresentava un elettorato con cui la comunità ebraica americana era entrata in urto sin

da[45]gli ultimi anni Sessanta. Anche in questi conflitti, l'Olocausto si dimostrò un'arma

ideologica potente.

Le élite ebraiche furono indotte a potenziare dopo la guerra dei Sei Giorni non dalla tanto

sbandierata debolezza d'Israele e dal suo isolamento, che facevano temere un «secondo

Olocausto», quanto piuttosto dalla forza dimostrata dallo Stato ebraico e dalla sua

alleanza strategica con gli Stati Uniti. È lo stesso Novick a fornire, anche se

involontariamente, la prova migliore a sostegno di questa conclusione. Per dimostrare che

furono considerazioni di potere, e non la Soluzione Finale dei nazisti, a determinare la

politica americana nei confronti d'Israele, scrive: «Fu quando l'Olocausto era più vivido

nella mente dei leader americani, nel primo venticinquennio dopo la fine della guerra, che

gli Stati Uniti sostennero meno Israele [ ... ] Non fu quando Israele era percepito come

debole e vulnerabile, ma dopo che ebbe dimostrato la propria forza, nella guerra dei Sei

Giorni, che l'aiuto americano si trasformò da un rivolo a un flusso continuo» (il corsivo è

nell'originale). (54) Questa osservazione vale altrettanto per le élite ebraiche americane.

Esistono anche ragioni interne per la nascita dell'industria dell'Olocausto. Gli studiosi

sottolineano la recente apparizione della «politica dell'identità» da un lato e della «cultura

della vittimizzazione» dall'altro. In realtà, [46] ogni identità si fonda su una specifica

storia di oppressione e, di conseguenza, gli ebrei cercarono la loro nell'Olocausto.

Eppure, tra i gruppi che protestano la loro vittimizzazione, ivi compresi i neri, i latini, i

nativi americani, le donne, i gay e le lesbiche, solamente gli ebrei, nella società

americana, non sono svantaggiati. In realtà, la politica dell'identità e l'Olocausto hanno

fatto presa tra gli ebrei americani non in virtù del loro status di vittime ma proprio perché

essi non sono vittime.

Nel momento in cui, dopo la Seconda guerra mondiale. le barriere antisemitiche si

sgretolarono rapidamente, gli ebrei conobbero un'ascesa sociale negli Stati Uniti.

Secondo Lipset e Raab, il reddito pro capite degli ebrei è circa il doppio di quello dei non

ebrei; sedici dei quaranta americani più ricchi sono ebrei; il quaranta per cento dei

vincitori americani del premio Nobel in ambito scientifico ed economico è ebreo, così

come il venti per cento dei professori nelle università più importanti e il quaranta per

cento dei soci dei maggiori studi legali di New York e Washington. L'elenco

prosegue. (55) Lungi dal costituire un ostacolo al successo, l'identità ebraica ne è

divenuta l'emblema. Proprio come molti ebrei presero le distanze da Israele quando

rappresentava uno svantaggio e si riscoprirono sionisti quando divenne una risorsa, essi si

tennero alla larga dalla loro identità ebraica finché questa costi[47]tuì uno svantaggio e si

riscoprirono ebrei quando esserlo divenne un vantaggio.

In verità, il successo sociale dell'ebraismo americano convalidò un convincimento di

fondo (forse l'unico) degli ebrei circa la propria identità appena ritrovata. Chi avrebbe più

potuto mettere in discussione il fatto che gli ebrei erano il «popolo eletto»? Charles

Silberman, anche lui un ebreo «ritrovato», in A Certain People. American jews and Their

Lives Today [Un certo tipo di persone: gli ebrei americani e la loro vita oggi], si

entusiasma: «Se avessero evitato completamente qualunque idea di superiorità, gli ebrei

non sarebbero stati umani» e aggiunge che «per gli ebrei americani è terribilmente

difficile cancellare completamente il senso di superiorità, per quanto si sforzino di farlo».

Secondo il romanziere Philip Roth, quello che un bambino ebreo americano si trova come

eredità è «nessuna legge, nessun insegnamento, nessuna lingua e, in definitiva, nessun

Dio [...] ma un atteggiamento mentale che può essere tradotto in quattro parole: "Gli ebrei

sono meglio"». (56) Come vedremo, l'Olocausto costituì l'immagine ribaltata del tanto

decantato successo degli ebrei nel mondo: servì a ratificare la loro identità di popolo

eletto.

Negli anni Settanta l'antisemitismo non era più un fenomeno di rilievo nella vita

americana. Ciò nondimeno, i leader ebrei cominciarono a suonare il campa[48]nello

d'allarme: l'ebraismo americano era minacciato da un'ondata violenta di «nuovo

antisemitismo». (57) Tra le prove principali addotte da un importante studio dell'ADL,

(«per coloro che sono morti perché erano ebrei») comparivano il musical di Broadway

Jesus Christ Superstar e un tabloid alternativo che «ritraeva Kissinger come un servile

leccapiedi, vigliacco, borioso, adulatore, tiranno, arrampicatore sociale, manipolatore del

male, snob insicuro, interessato a null'altro che al potere e privo di scrupoli»: di fatto, si

trattava ancora di un giudizio alquanto moderato. (58)

Per le organizzazioni ebraiche americane, questo isterismo indotto circa un nuovo

antisemitismo serviva a diversi scopi. Accreditò ancora l'idea che Israele fosse il luogo

dell'estremo rifugio, se e quando agli ebrei americani ne fosse servito uno; per di più, gli

appelli per la raccolta di fondi da parte delle organizzazioni ebraiche in nome della lotta

all'antisemitismo trovarono portafogli più disponibili. «L'antisemitismo si trova

nell'infelice posizione» osservò una volta Sartre «di avere bisogno per sopravvivere dello

stesso nemico di cui vuole la distruzione.» (59) Per queste organizzazioni ebraiche,

l'affermazione contraria è ugualmente vera. Quando negli ultimi anni l'antisemitismo ha

cominciato a declinare, si è scatenata una spietata rivalità tra le maggiori organizzazioni

«di difesa» degli ebrei, in particolare tra l'ADL e il Centro Simon Wiesenthal. (60) Nella

que[49]stione della raccolta di fondi, tra l'altro, le presunte minacce nei confronti

d'Israele servirono a uno scopo analogo. Di ritorno da un viaggio negli Stati Uniti, lo

stimato giornalista israeliano Danny Rubinstein ebbe a osservare: «Secondo la maggior

parte delle persone che fanno parte dell'establishment ebraico, la cosa importante è dare

continuamente enfasi ai pericoli che incombono su Israele [ ... ] All'establishment ebraico

americano Israele serve solamente come vittima dei crudele attacco degli arabi. Per un

Israele in queste condizioni si possono ottenere sostegno, donazioni, denaro [ ... ] Tutti

conoscono le cifre ufficiali dei contributi raccolti dallo United Jewish Appeal in America,

in cui viene usato il nome d'Israele: qualcosa come la metà dei soldi non va a Israele ma

alle istituzioni ebraiche in America. Esiste un cinismo maggiore?». Come vedremo, lo

sfruttamento da parte dell'industria dell'Olocausto delle «vittirne bisognose

dell'Olocausto» è l'ultima e probabilmente la più turpe manifestazione di questo

cinismo. (61)

Comunque, il motivo principale e più segreto per suonare il campanello d'allarme

dell'antisemitismo sta altrove. Più crebbe il loro successo sociale, più gli ebrei americani

si spostarono politicamente a destra. Benché restassero su posizioni progressiste su

questioni culturali come la moralità sessuale e l'aborto, divennero sempre più

conservatori in materia di politica e di econo[50]mia. (62) Questa svolta a destra fu

accompagnata da un'involuzione: gli ebrei, dimentichi degli antichi alleati che contavano

tra i non abbienti, destinarono sempre più le loro risorse esclusivamente a questioni

ebraiche. Questa virata dell'ebraismo americano (63) si manifestò con chiarezza nelle

tensioni crescenti con i neri. Tradizionalmente sulle stesse posizioni della comunità nera

contro le discriminazioni di casta negli Stati Uniti, molti ebrei ruppero l'alleanza con il

movimento per i diritti civili alla fine degli anni Sessanta, quando, come scrive Jonathan

Kaufman, «i suoi obiettivi passarono dalla richiesta di uguaglianza politica e legale a

quella di uguaglianza economica». «Quando il movimento per i diritti civili si spostò a

Nord, avvicinandosi a questi ebrei progressisti» sottolinea in modo analogo Cheryl

Greenberg «la questione dell'integrazione prese una piega diversa. Con una

preoccupazione le cui motivazioni si annidavano più in questioni di classe che razziali,

gli ebrei fuggirono nelle zone residenziali periferiche quasi alla stessa velocità dei bianchi

cristiani, per evitare quello che percepivano come un deterioramento delle loro scuole e

dei loro quartieri.» Il memorabile acme fu il lungo sciopero degli insegnanti a New York

nel 1968, che contrappose un sindacato di professionisti in gran parte ebrei agli attivisti

della comunità nera in lotta per il controllo delle scuole in stato di abbandono. I resoconti

dello sciopero riferiscono spesso di manifestazioni [51] collaterali di antisemitismo, ma

l'esplosione di un razzismo di marca ebraica (che prima dello sciopero rimaneva nascosto

appena sotto la superficie) non viene ricordata altrettanto spesso. Più di recente, esperti di

diritto pubblico ebrei e organizzazioni ebraiche sono stati in prima linea nello sforzo per

smantellare i programmi dell'affirmative action (integrazione delle minoranze). In testichiave

della Corte Suprema (De Funis, del 1974, e Bakke, del 1978), l'AJC, l'ADL, e il

congresso dell'AJ, hanno tutti prodotto pareri scritti nei quali si opponevano ai

programmi dell'affirmative action (64).

Attivatesi con piglio aggressivo per difendere i loro interessi di corporazione e di classe,

le élite ebraiche tacciarono di antisemitismo tutti coloro che si opponevano al loro nuovo

corso conservatore. Perciò Nathan Perlmutter, capo dell'ADL, sostenne che «il vero

antisemitismo» in America stava nelle iniziative politiche «che danneggiano gli interessi

ebraici», come i programmi antidiscriminazione, i tagli alla spesa per la difesa e il

neoisolazionismo, come pure l'opposizione al nucleare e persino la riforma dei collegi

elettorali (65).

In questa offensiva ideologica, l'Olocausto ebbe un ruolo cruciale. Molto semplicemente,

rievocare le persecuzioni del passato serviva a respingere le critiche sul presente. Gli

ebrei giunsero addirittura a esprimere simpatia per il sistema delle ammissioni riservate e

limitate delle minoranze nell'università e nella pubblica [52] amministrazione: ne erano

stati danneggiati in passato, ma ora potevano servirsene per opporsi all'integrazione di

altre minoranze attraverso programmi di affirmative action. Oltre a ciò, comunque, lo

schema mentale dell'Olocausto rappresentava l'antisemitismo come il frutto di un odio

puramente irrazionale dei «gentili» verso gli ebrei, escludendo la possibilità che quella

disposizione nei loro confronti potesse fondarsi su un reale conflitto di interessi

(argomento che riprenderò nelle pagine successive). Di conseguenza, evocare l'Olocausto

era uno stratagemma per delegittimare ogni genere di critica nei confronti degli ebrei:

critiche di quel genere potevano nascere solamente da un odio patologico.

Proprio come l'ebraismo americano si mise a ricordare l'Olocausto quando la forza

d'Israele raggiunse il suo culmine, così Israele fece lo stesso quando si affermò il potere

degli ebrei americani. Il pretesto fu comunque che, in Israele come negli Stati Uniti,

l'ebraismo rischiava un imminente «secondo Olocausto». Le élite ebraiche americane

poterono così assumere pose eroiche nello stesso momento in cui indulgevano in

comportamenti vigliaccamente prepotenti. Per esempio, Norman Podhoretz sottolinea

che, dopo la guerra dei Sei Giorni, gli ebrei erano ormai decisi a «resistere a chiunque in

ogni modo, a qualunque livello e per qualunque ragione cerchi di recarci un qualsiasi

danno [53]. D'ora in poi resisteremo». (66) E cosi, come gli israeliani, armati fino ai denti

degli Stati Uniti, misero coraggiosamente al loro posto i ribelli palestinesi, altrettanto

coraggiosamente gli ebrei americani misero al loro posto i ribelli neri.

Tiranneggiare chi è meno in grado di difendersi: questa è la realtà del tanto sbandierato

coraggio delle organizzazioni ebraiche americane.

 

 

Note

1.Cit. in Michael Berenbaum, After Tragedy and Triumph, Cambridge 1990, 45.

2. Nel testo, con l'espressione «Olocausto nazista» si fa riferimento all'evento storico, con

il termine «Olocausto» alla sua rappresentazione ideologica.

3. Per l'impressionante elenco di giustificazioni del comportamento di Israele firmate da

Wiesel, si veda Norman Finkelstein e Ruth Bettina Birn, A Nation on Trial. The

Goldhagen Thesis and Historical Truth, New York 1998, 91 n83, 96 n90. Altrove il suo

comportamento non è migliore. In un nuovo libro di memorie, And the Sea Is Never Full,

New York 1999, Wiesel offre questa sbalorditiva spiegazione circa il suo silenzio sul

dramma palestinese: «Malgrado l'enorme pressione, ho rifiutato di prendere

pubblicamente posizione sul conflitto arabo-israeliano» (125). Nella sua dettagliatissima

indagine sulla letteratura sull'Olocausto, il critico letterario Irving Howe (Writing and

Holocaust, in «New Republic», 27 ottobre 1986) liquida il vasto corpus delle opere di

Wiesel in un solo paragrafo con il vago elogio che «il primo libro di Elie Wiesel, La Nuit,

[è] scritto con semplicità e senza indulgere nella retorica». «Dopo La Nuit non c'è più

nulla che valga la pena d'essere letto» concorda il critico letterario Alfred Kazin. «Ora

Elie è esclusivamente un attore: rivolgendosi a me, si è definito un "conferenziere [18]

sull'angoscia"» (A Lifetime Burning in Every Moment, New York, 1996, 179).

4. New York, 1999. Norman FinkeIstein, Uses of the Holocaust, in «London Review of

Books», 6 gennaio 2000.

5. Novick, The Holocaust, 3-6.s

6. Raul Hilberg, The Destruction of the European Jews, New York, 1961; Viktor Frankl,

Man's Search for Meaning, New York 1959; Ella Lingens-Reiner, Prisoners of Fear,

London, 1948.

7. Gore Vidal, The Empire Lovers Strike Back, in «Nation», 22 marzo 1986.

8. Rochelle G. Saidel, Never Too Late to Remember, New York 1996, 32.

9. Hannah Arendt, Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil, edizione

rivista e ampliata, New York 1965, 282. La situazione in Germania non era molto

diversa. Per esempio, la giustamente ammirata biografia di Hitler, di Joachim Fest,

pubblicata in Germania nel 1973, dedica solamente quattro delle 750 pagine del volume

23

allo sterminio degli ebrei e un unico paragrafo ad Auschwitz e agli altri campi di

sterminio. Joachim C. Fest, Hitler, New York 1975, 679-82.

10. Raul Hilberg, The Politics of Memory, Chicago 1996, 66, 105-37. Come per gli studi

scientifici, la qualità dei pochi film sull'Olocausto era comunque decisamente notevole.

Sorprendentemente, Vincitori e vinti (1961) di Stanley Kramer fa esplicito riferimento

alla decisione (1927) dei giudice della Corte Suprema Oliver Wendell Holmes di

consentire la sterilizzazione dei «mentalmente inabili» come precorritrice dei programmi

eugenetici nazisti; cita gli elogi rivolti da Winston Churchill a Hitler fino al 1938; il

riarmo di Hitler reso possibile da industriali americani profittatori e l'opportunistico

proscioglimento, dopo la guerra, degli industriali tedeschi da parte del tribunale militare

americano.

11. Nathan Glazer, American Judaism, Chicago 1957, 114; Stephen J. Whitfield, The

Holocaust and the American jewish Intellectuals in «Judaism», autunno 1979.

12. Per una lucida descrizione di questi due tipi antitetici di sopravvissuto, si veda Primo

Levi, La tregua, Einaudi, Torino 1963.

13. Nel testo, il termine «élite ebraiche» designa personalità di spicco nel mondo delle

organizzazioni e nella vita culturale della comunità ebraica tradizionale.

14. Shlomo Shafir, Ambiguous Relations. The American jewish Community and Germany

Since 1945, Detroit 1999, 88, 98, 100-1, 111, 113, 114, 177, 192, 215, 231, 251.

15. Ivi, 98, 106n 123-37, 205, 215-16, 249. Robert Warshaw, The «Idealism» of Julius

and Ethel Rosenberg, in «Commentary», novembre 1953. Fu una pura coincidenza che

allo stesso tempo le organizzazioni ebraiche tradizionali misero in croce Hannah Arendt,

colpevole di avere sottolineato il collaborazionismo delle élite ebraiche durante l'era

nazista? Nel ricordare il ruolo odioso delle forze di polizia ebraica, Yitzhak Zuckerman,

un leader della rivolta del ghetto di Varsavia, osservò: «Non c'erano poliziotti «onesti»,

perché gli uomini onesti si toglievano l'uniforme e tornavano a essere semplici ebrei» (A

Surplus of Memory, Oxford 1993, 244).

16. Novick, The Holocaust, 98-100. Oltre alla Guerra Fredda, altri fattori ebbero un ruolo

sussidiario nella decisione della comunità ebraica americana di mettere la sordina, nel

dopoguerra, all'Olocausto nazista: per esempio, la paura dell'antisemitismo e la tendenza,

nell'America degli anni Cinquanta, all'ottimismo e all'assimilazione. Novick prende in

esame questi aspetti nei capitoli 4-7 di The Holocaust.

17. A quanto sembra, il solo a negare questo legame è Elie Wiesel, il quale sostiene che

l'Olocausto affiorò nella vita americana soprattutto per opera sua (Saidel, Never Too Late,

33-34).

18. Menahem Kaufman, An Ambiguous Partnership, Jerusalem 1991, 218, 276-77.

19. Arthur Hertzberg, Jewish Polemics, New York 1992, 33; per quanto ingannevolmente

apologetico, cfr. Isaac Alteras, Eisenhower, American Jewry and Israel in «American

Jewish Archives», novembre 1985, e Michael Reiner, The Reaction of US-Jewish

Organizations to the Sinai Campaign and Its Aftermath, in «Forum», inverno 1980-81.

20. Nathan Glazer, American judaism, Chicago 1957, 114. Glazer prosegue: «Israele non

significa quasi nulla per l'ebraismo americano [...] L'idea che Israele [...] possa

seriamente influenzare l'ebraismo americano [...] è percepita come un'illusione» (115).

21. Shafir, Ambiguous Relations, 222.

22. Si veda, per esempio, Alexander Bloom, Prodigal Sons, New York 1986.

23. Lucy Dawidowicz e Milton Himmelfarb (a cura di), Conference on Jewish Identity

Here and Now, American Jewish Committee 1967.

24. Dopo essere emigrata dalla Germania nel 1933, Hannah Arendt divenne un'attivista

del movimento sionista francese; durante la Seconda guerra mondiale e fino alla

fondazione d'Israele, scrisse diffusamente sul sionismo. Noam Chomsky, figlio di un

ebraista americano di fama, fu allevato in una famiglia sionista e, poco dopo

l'indipendenza d'Israele, trascorse dei tempo in un kibbutz. Entrambe le campagne

denigratorie, contro Arendt all'inizio degli anni Sessanta e contro Chomsky negli anni

Settanta, furono condotte dall'ADL. Si vedano Elisabeth Young-Bruehl, Hannah Arendt,

New Haven 1982, 105-8, 138-39, 143-44, 182-84, 223-33, 348; Robert E Barsky, Noam

Chomsky, Cambridge 1997, 9-93; David Barsamian (a cura di), Chronicles of Dissent,

Monroe (ME) 1992, 38.

25. Per una precoce anticipazione di questo mio ragionamento, si veda Hannah Arendt,

Zionism Reconsidered (1944-45), in Ron Feldman (a cura di), The Jew as Pariah, New

York 1978,159.

26. Making It, NewYork, 1967,336.

27. Breaking Ranks, New York, 1979,335.

28. Robert I. Friedman, The Anti-Defamation League Is Spying on You, in «Village

Voice», 11 maggio 1993; Abdeen Jara, The Anti-Defamation League: Civil Rights and

Wrongs, in «Covert Action», estate 1993; Matt Isaacs, Spy vs Spite, in «SF Weekly», 2-8

febbraio 2000.

29. Elie Wiesel, Against Silence, raccolta di scritti scelti e curati da Irving Abrahamson,

New York 1984, 1, 283.

30. Novick, The Holocaust, 147; Lucy S. Dawidowicz, The Jewish Presence, New York

1977, 26.

31. La «dottrina del destino manifesto» nacque nei primi decenni dell'Ottocento negli

Stati Uniti per promuovere l'espansione territoriale. John O'Sullivan parlò infatti del

«nostro destino manifesto: diffonderci nel continente assegnato dalla Provvidenza al

libero sviluppo dei nostri milioni di abitanti, che si moltiplicano di anno in anno». (NAT)

32. Eruption in the Middle East, in «Dissent», inverno 1957.

33. Israel: Thinking the Unthinkable, in «New York», 24 dicembre 1973.

34. Norman G. FinkeIstein, Image and Reality of the Israel-Palestine Conflict, New York

1995, capitoli 5-6.

35. Noam Chomsky, The Fateful Triangle, Boston 1983, 4.

36. La carriera di Elie Wiesel è illuminante per cogliere il legame tra l'Olocausto e la

guerra dei Sei Giorni: benché avesse già pubblicato le sue memorie su Auschwitz, salì

agli onori della cronaca solamente dopo avere scritto due volumi che celebravano la

vittoria israeliana (Wiesel, And the Sea, 16).

37. Kaufman, Ambiguous Partnership, 287,306-7; Steven L. Spiegel, The OtherArab-

IsraeIi Conflict, Chicago 1985, 17, 32.

38. Benny Morris, 1948 And After, Oxford 1990, 14-15; Uri Bialet, Between East and

West, Cambridge 1990, 180-8 l.

39. Novick, The Holocaust, 148.

40. Si veda, a titolo d'esempio, Amnon Kapeliouk, Israel: la fin des Mythes, Parigi 1975.

41. Novick, The Holocaust, 152.

42. Letter from Israel in «Commentary», febbraio 1975. Per tutta la durata della crisi di

Suez, «Commentary» non smise di ripetere che era in gioco «l'esistenza stessa» d'Israele.

43. Abba Eban, Personal Witness, New York 1992, 272.

44. Peter Grose, Israel in the Mind of America, New York 1983, 304.

45. A.E.K. Organski, The $36 Billion Bargain, New York 1990, 48,163.

46. Finkelstein, Image and Reality, capitolo 6.

47. Novick, The Holocaust, 149-50. L'autore cita in quest'occasione il noto studioso

ebreo Jacob Neusner.

48. Ivi, 153,155.

49. Ivi, 69-77.

50. Tom Segev, The Seventh Million, New York 1993, IV parte.

51. Ugualmente progettato a tavolino fu l'interesse nei confronti dei sopravvissuti

all'Olocausto nazista: prima del 1967 furono zittiti in quanto la loro testimonianza era

ritenuta sconveniente; dopo la guerra, divenuti utili pedine, vennero santificati.

52. «Response», dicembre 1988. I principali mercanti dell'Olocausto e sostenitori

d'Israele come il direttore nazionale dell'ADL, Abraham Foxman, l'ex presidente dell'AJC

Morris Abram e il presidente della Conferenza dei presidenti delle maggiori

organizzazioni ebraiche americane Kenneth Bialkin, per non parlare di Henry Kissinger,

tutti quanti insorsero in difesa di Reagan. In occasione della visita a Bitburg, mentre

l'AJC quella stessa settimana riceveva come ospite d'onore al proprio meeting annuale il

ministro degli Esteri tedesco, un fedelissimo dei cancelliere Helmut Kohl. Con spirito

analogo, Michael Berenbaum del Washington Holocaust Memorial Museum giustificò in

seguito la visita a Bitburg e le dichiarazioni di Reagan attribuendole all'«ottimismo naive

degli americani». Shafir, Ambiguous Relations, 302-4; Berenbaum, After Tragedy, 14.

53. Seymour Martin Lipset ed Earl Raab, Jews and the New American Scene, Cambridge

1995,159.

54. Novick, The Holocaust, 166.

55. Lipset e Raab, Jews, 26-27.

56. Charles Silberman, A Certain People. American jews and Their Lives Today, New

York 1985. 78, 80, 81 (Roth).

57. Novick, The Holocaust, 170-72.

58. Arnold Forster e Benjamin R. Epstein, The New Anti-Semitism, New York 1974, 107.

59. Jean-Paul Sartre, Anti-Semite and Jew, New York 1965, 28.

60. Saidel, Never Too Late, 222. Seth Mnookin, Will NYPD Look to Los Angeles For

Latest «Sensivity» Training?, in «Forward», 7 gennaio 2000. L'articolo riporta che l'ADI,

e il Centro Simon Viesenthal sono in competizione per l'esclusiva sui programmi che

insegnano la «tolleranza».

61. Noam Chomsky, Pirates and Emperors, New York 1986, 29-30 (Rubinstein).

62. Per un'indagine sui recenti dati elettorali che confermano questa tendenza, si veda

Murray Friedman, Are American Jews Moving to the Right?, in «Commentary», aprile

2000. Per esempio, nella sfida elettorale del 1997 per eleggere il sindaco di New York,

che vide contrapposti Ruth Messinger, democratica tradizionale, e Rudolph Giuliani, un

repubblicano sostenitore della linea «legge e ordine», un buon settantacinque per cento

del voto ebraico andò a Giuliani. È significativo che, per votare a favore di Giuliani, gli

ebrei dovettero abbandonare il loro partito tradizionale così come la loro fedeltà etnica

(Messinger è ebrea).

63. Questo cambiamento sembra in parte dovuto all'ascesa al potere di ebrei arrivisti e

sciovinisti dello shtetl provenienti dall'Europa orientale, come il sindaco di New York

Edward Koch e il direttore del «New York Times» A.M. Rosenthal, che presero il posto

della leadership centro-europea e cosmopolita. A questo riguardo, giova notare che gli

storici ebrei che dissentono dalle posizioni dogmatiche sull'Olocausto (per esempio,

Hannah Arendt, Henry Friedlander, Raul Hilberg e Arno Mayer) provengono dall'Europa

centrale.

64. Si veda per esempio Jack Salzman e Cornel West (a cura di), Struggles in the

Promised Land, New York 1997, specialmente i capitoli 6, 8, 9, 14 e 15 (Kaufman 111,

Greenberg 166). In realtà, una forte voce minoritaria all'interno del mondo ebraico

espresse il proprio dissenso da questa svolta a destra.

65. Nathan PerImutter e Ruth Ann PerImutter, The Real AntiSemitism in America, New

York 1982.

66. Novick, The Holocaust, 173 (Podhoretz).

 

CAPITOLO 2

TRUFFATORI, VENDITORI E STORIA

«L'informazione sull'Olocausto» osserva Boas Evron, rispettato scrittore israeliano, è in

realtà «un'operazione d'indottrinamento e di propaganda, un ribollio di slogan e una falsa

visione del mondo il cui vero intendimento non è affatto la comprensione del passato, ma

la manipolazione del presente.» Di per sé, l'Olocausto nazista non è al servizio di un

particolare ordine del giorno politico: può altrettanto facilmente motivare il dissenso o il

sostegno alla politica israeliana. Filtrata dalla lente dell'ideologia, però, «la memoria

dello sterminio nazista» fini col diventare, secondo Evron, «un potente strumento nelle

mani della dirigenza israeliana e degli ebrei della diaspora». (1) L'Olocausto nazista

divenne «l'Olocausto» per antonomasia.

Due assiomi centrali stanno a sostegno dell'impalcatura ideologica dell'Olocausto: il

primo è che esso costituisce un evento storico unico e senza paragoni; il se[66]condo è

che segna l'apice dell'eterno odio irrazionale dei gentili nei confronti degli ebrei. Nessuna

delle due affermazioni appare in interventi pubblici prima della guerra del giugno 1967,

né, per quanto esse siano diventate la pietra angolare della letteratura sull'Olocausto,

figurano negli studi critici sull'Olocausto nazista (2). D'altro canto, i due assiomi

attingono a componenti importanti dell'ebraismo e del sionismo.

Subito dopo la Seconda guerra mondiale, l'Olocausto nazista non era considerato un

evento unicamente ebraico, tanto meno un evento storico unico. L'ebraismo americano, in

particolare, si diede cura d'inserirlo in un contesto di tipo universalista. Ma dopo la guerra

dei Sei Giorni la Soluzione Finale fu radicalmente ridisegnata. «La prima e più

importante convinzione che emerse dal conflitto del 1967 e che divenne l'emblema

dell'ebraismo americano» fu, come ricorda Jacob Neusner, che «l'Olocausto [...] era

qualcosa di unico, senza paragoni nella storia umana» (3). In un saggio illuminante, lo

storico David Stannard mette in ridicolo la «piccola industria degli agiografi

dell'Olocausto che sostengono l'unicità dell'esperienza ebraica con tutta l'energia e

l'ingenuità di zeloti della teologia». (4) Il dogma della sua unicità, dopo tutto, non ha

senso.

Al livello più elementare, qualunque evento storico è unico, se non altro in virtù del

tempo e del luogo in cui accade, e presenta tanto caratteristiche sue proprie [67] quanto

tratti comuni ad altri eventi storici. L'anomalia dell'Olocausto consiste nel fatto che la sua

unicità è ritenuta assolutamente decisiva. Quale altro evento storico, si potrebbe chiedere,

è definito in larga parte dalla sua categorica unicità? Come è evidente, i tratti distintivi

dell'Olocausto vengono isolati allo scopo di porre l'evento in una categoria

completamente separata. Non si capisce perché, in ogni modo, i molti tratti comuni

debbano essere considerati insignificanti a confronto di questa specificità.

Tutti coloro che hanno scritto dell'Olocausto concordano sul fatto che sia unico, ma ben

pochi concordano sul perché. Ogni volta che un argomento a sostegno della sua unicità

viene confutato, ne viene addotto uno nuovo in sostituzione. Il risultato, secondo Jean-

Michel Chaumont, è una massa di argomenti contraddittori che si elidono a vicenda: «La

conoscenza in proposito non procede per accumulazione. Anzi: per superare quello

precedente, ogni nuovo argomento parte da zero». (5) Detto in altri termini, l'unicità

dell'Olocausto è un assioma: provarla è il compito assegnato, confutarla equivale a negare

l'Olocausto stesso. Forse il problema sta nella premessa e non nella dimostrazione. Anche

se l'Olocausto fosse unico, che differenza farebbe? Come potrebbe cambiare la nostra

comprensione se non fosse il primo, ma il quarto o il quinto di una serie di catastrofi

comparabili?

[68] L'ultimo a fare il proprio ingresso nella lotteria sull'unicità dell'Olocausto è stato

Steven Katz, con la sua opera The Holocaust in Historical Context [L'Olocausto in un

contesto storico], progettata in tre volumi. Nel primo di essi, citando circa cinquemila

titoli, Katz prende in esame l'intero orizzonte della storia umana per dimostrare che

«l'Olocausto è fenomenologicamente unico in virtù del fàtto che mai in precedenza uno

Stato si era proposto, come una questione di principio e di programma politico,

l'annientamento fisico di ogni uomo, donna e bambino appartenente a un determinato

popolo». Per chiarire la propria tesi, Katz spiega: « [La qualità] C è attribuita

esclusivamente a f . Può condividere A, B, D... X con ® ma non C. E ancora, può

condividere A, B, D... X con tutti i ® ma non C. Ogni dato essenziale s'incentra, per così

dire, sul fatto che f è l'unico a essere una qualità di C [...] Mancando di C, p non è f [...]

Per definizione, non sono ammesse eccezioni a questa regola. Condividendo A, B, D... X

con f , ® può essere come f sotto vari aspetti [...] ma per quanto concerne la nostra

definizione di unicità qualunque ® mancante di C non è f [...] Naturalmente, preso nella

sua totalità f è più di C, ma non c'è mai f senza C». Traduzione: un evento storico che

contenga un tratto distintivo è un evento storico distinto. Per evitare ogni confusione,

Katz spiega ulteriormente che utilizza il termine fenomenologicamente «in un senso nonhusserliano,

non-schutzea[69]no, non-scheleriano, non-heideggeriano, non-merleaupontiano». Traduzione: il tentativo di Katz è un nonsenso fenomenico. (6) Anche

se la dimostrazione sostenesse la tesi portante di Katz, e non lo fà, proverebbe soltanto

che l'Olocausto presenta un tratto distintivo. Sarebbe strano se non fosse così. Chaumont

ne deduce che lo studio di Katz è in realtà «ideologia» travestita da «scienza», questione

che verrà approfondita tra breve. (7)

Solo un capello separa l'affermazione di unicità dell'Olocausto da quella che questo

evento non può essere compreso razionalmente. Se l'Olocausto non ha precedenti nella

storia, deve starne al di sopra e quindi non può essere oggetto di una spiegazione storica.

E infatti l'Olocausto è unico in quanto inesplicabile e inesplicabile in quanto unico.

Etichettata da Novick come «sacralizzazione dell'Olocausto», questa mistificazione ha il

suo campione più esperto in Elie Wiesel, per il quale, osserva giustamente Novick,

l'Olocausto è una vera e propria religione «misterica». Perciò Wiesel salmodia che

l'Olocausto «conduce nelle tenebre», «nega tutte le risposte», «sta al di fuori, anzi al di là,

della storia», «resiste tanto alla comprensione quanto alla descrizione», «non può essere

né spiegato né visualizzato», è incomprensibile e intramandabile», segna il punto di

«distruzione della storia» e di una «mutazione su scala cosmica». Solamente il

sopravvissuto-sacerdote (vale a dire solamente Wie[70]sel) è qualificato per divinarne il

mistero. Eppure il mistero dell'Olocausto - Wiesel lo dichiara apertamente - è

«incomunicabile»: «Non possiamo nemmeno parlarne». Così, per il suo normale onorario

di venticinquemila dollari (più limousine con autista), Wiesel ci tiene conferenze sul fatto

che il «segreto» della «verità» di Auschwitz «giace nel silenzio». (8)

Secondo questa prospettiva, comprendere razionalmente l'Olocausto equivale a negarlo,

perché la ragione nega l'unicità e il mistero dell'Olocausto; metterlo poi a confronto con

le sofferenze di altri costituisce, secondo Wiesel, «un completo tradimento della storia

ebraica». (9) Qualche anno fa, nella parodia di un tabloïd newyorkese apparve il titolo

«Michael Jackson e altri sessanta milioni di persone muoiono in un olocausto nucleare»,

che suscitò un'irata protesta di Wiesel sulla pagina delle lettere al direttore: «Come osano

riferirsi a ciò che è accaduto ieri come a un Olocausto? C'è stato un solo Olocausto [...]».

Nel suo nuovo libro di memorie, a riprova del fatto che la vita può anche imitare la

parodia, Wiesel bacchetta Shimon Peres per aver parlato «senza esitazione dei "due

olocausti del ventesimo secolo: Auschwitz e Hiroshima. Non avrebbe dovuto». (10) Uno

dei pistolotti finali favoriti di Wiesel è che «l'universalità dell'Olocausto sta nella sua

unicità». (11) Ma se è incomparabilmente e incomprensibilmente unico, come è possibile

che l'Olocausto abbia una dimensione universale?

[71] Il dibattito sull'unicità dell'Olocausto è sterile e in realtà l'insistenza sulla sua unicità

ha finito col costituire una forma di «terrorismo intellettuale» (Chaumont). Coloro che

mettono in pratica le normali procedure comparative della ricerca scientifica devono

prima chiedere mille e una sospensiva per cautelarsi dall'accusa di «banalizzare

l'Olocausto». (12)

Un corollario del dogma sull'unicità dell'Olocausto è che esso è il male nella sua unicità:

per quanto terribile, la sofferenza di un altro popolo non si può neppure paragonare a

esso. I sostenitori dell'unicità dell'Olocausto si rifiutano ovviamente di ammettere questa

implicita conseguenza, ma si tratta di una posizione in malafede. (13)

Queste dichiarazioni di unicità dell'Olocausto sono sterili dal punto di vista intellettuale e

indegne da quello morale, eppure persistono. Il punto è capire perché. In primo luogo,

una sofferenza unica conferisce diritti unici. Il male unico dell'Olocausto, secondo Jacob

Neusner, non soltanto pone gli ebrei su un piano diverso rispetto agli altri, ma concede

loro anche una «rivendicazione nei confronti di questi altri». Per Edward Alexander,

l'unicità dell'Olocausto è un «capitale morale» e gli ebrei devono «rivendicare la

sovranità» su questo «patrimonio prezioso». (14)

In effetti, l'unicità dell'Olocausto (questa «rivendicazione» nei confronti dì altri, questo

«capitale morale») [72] serve a Israele come alibi. «La singolarità della sofferenza degli

ebrei» sostiene lo storico Peter Baldwin «aumenta le rivendicazioni morali ed emotive

che Israele può avanzare [...] nei confronti di altre nazioni.» (15) Di conseguenza,

secondo Nathan Glazer, l'Olocausto, che ha messo in evidenza il «tratto distintivo

peculiare degli ebrei» ha dato loro «il diritto di considerarsi particolarmente minacciati e

particolarmente meritevoli di ogni sforzo possibile per la loro salvezza» (16) (il corsivo è

nell'originale). Per fare un esempio classico, qualunque articolo o libro dedicato alla

decisione israeliana di mettere a punto armi nucleari evoca lo spettro dell'Olocausto. (17)

Quasi che, se l'Olocausto non fosse avvenuto, Israele non sarebbe diventata una potenza

nucleare.

C'è in gioco un altro fattore. La rivendicazione dell'unicità dell'Olocausto è una

rivendicazione dell'unicità degli ebrei. Non la sofferenza degli ebrei, ma il fatto che gli

ebrei hanno sofferto è quello che ha reso unico l'Olocausto. Oppure: l'Olocausto è

speciale perché gli ebrei sono speciali. Perciò Ismar Schorsch, segretario del Jewish

Theological Seminary, ridicolizza l'affermazìone di unicità dell'Olocausto come «una

versione secolare e di cattivo gusto dell'ideologia del popolo eletto». (18) Veemente

nell'affermare l'unìcìtà dell'Olocausto, Elie Wiesel lo è altrettanto nel rivendicare quella

degli ebrei. «Tutto quello che ci riguarda è diverso.» Gli ebrei sono «ontologicamente»

eccezionali. (19) Segnando l'apice di un odio millenario dei gentili nei confronti degli

ebrei, l'Olocausto ha testimoniato non soltanto l'unicità della sofferenza degli ebrei, ma

l'unicità degli ebrei stessi.

Durante e immediatamente dopo la Seconda guerra mondiale, dice Novick, «quasi

nessuno all'interno dell'amministrazione [americana] - e quasi nessuno al di fuori di essa,

ebreo o non ebreo - avrebbe capito l'espressione "abbandono degli ebrei"». Dopo il

giugno 1967 si verificò un capovolgimento di prospettiva. «Il silenzio del mondo»,

«l'indifferenza del mondo», «l'abbandono degli ebrei»: queste espressioni divennero

l'ingrediente di base del discorso sull'Olocausto. (20)

Facendo proprio un principio sionista, la rappresentazione dell'Olocausto giunse a

considerare la Soluzione Finale di Hider come l'apice dell'odio millenario dei gentili nei

confronti degli ebrei: gli ebrei erano morti perché i gentili, che fossero esecutori materiali

o collaboratori passivi, li volevano morti. «Il mondo libero e "civile"», secondo Wiesel,

consegnò gli ebrei «nelle mani dei loro carnefici. Ci furono gli assassini - i killer - e ci

furono quelli che rimasero in silenzio». (21) È inutile cercare qualche prova storica di tale

impulso omicida dei gentili. Lo sforzo titanico di Daniel Goldhagen di dimostrare una

variante di questa affermazione in Hitler's Willing Executioners [I volonterosi carnefici di

Hitler] sfiora il ridicolo. (22) Comunque, la sua utilità politi[74]ca è considerevole. Si

potrebbe incidentalmente notare che la teoria dell'«antisemitismo eterno» finisce col

sostenere l'antisemitismo. Come dice Hannah Arendt in The Origins of Totalitarism [Le

origini del totalitarismo]: «Non meraviglia che la storiografia antisemita abbia

professionalmente adottato tale teoria; essa fornisce infatti il miglior alibi possibile per

ogni orrore: se è vero che l'umanità non ha mai smesso di ammazzare ebrei, vuol dire che

l'uccisione di ebrei è una normale occupazione umana e l'odio per essi una reazione che

non occorre neppure giustificare. Quel che sorprende e confonde è che questa ipotesi sia

stata accettata da parte di moltissimi storici non prevenuti e di quasi tutti gli storici

ebrei». (23)

Il dogma dell'odio eterno dei gentili è stato utile tanto per giustificare la necessità di uno

Stato ebraico quanto per rendere conto dell'ostilità rivolta contro Israele. Lo Stato ebraico

è l'unico baluardo contro la prossima, e inevitabile, esplosione di antisemitismo omicida;

viceversa, l'antisemitismo omicida sta dietro ogni attacco o anche ogni manovra difensiva

contro lo Stato ebraico. Per rendere conto delle critiche nei confronti d'Israele, la

scrittrice Cynthia Ozick ha la risposta pronta: «Il mondo vuole cancellare gli ebrei [...] il

mondo ha sempre voluto cancellare gli ebrei». (24) Se il mondo vuole vedere morti gli

ebrei, c'è davvero da stupirsi del fatto che essi siano vivi e che, diversamente[75] dalla

maggior parte dell'umanità, non stiano proprio morendo di fame.

Questo dogma ha anche dato carta bianca a Israele: vista la ferrea determinazione dei

gentili nell'uccidere gli ebrei, questi hanno tutti i diritti di proteggersi come meglio

credono. Qualunque espediente a cui possano ricorrere gli ebrei, perfino l'aggressione e la

tortura, costituisce una legittima difesa. Nel deplorare il dogma dell'odio eterno dei

gentili, Boas Evron osserva che «equivale davvero a un'educazione alla paranoia [...]

Questa mentalità [...] giustifica in anticipo qualsiasi trattamento inumano dei non ebrei,

perché la mitologia prevalente è che «tutti collaborarono con i nazisti nella distruzione

degli ebrei, e dunque agli ebrei è permessa qualsiasi cosa nei confronti degli altri

popoli». (25)

Nella rappresentazione dell'Olocausto, l'antisemitismo dei gentili non è solo inestirpabile,

ma anche e sempre irrazionale. Superando di molto le posizioni classiche del sionismo,

per non parlare di quelle del mondo accademico, Goldhagen spiega l'antisemitismo come

«svincolato dagli ebrei in quanto tali», «sostanzialmente non una reazione a una

valutazione oggettiva delle azioni degli ebrei» e «indipendente dalla natura e dal

comportamento degli ebrei». Patologia mentale dei gentili, ha il suo «dominio» nella

«mente». Guidati da «argomenti irrazionali», secondo Wiesel, gli antisemiti «detestano il

[76] semplice fatto che gli ebrei esistono». (26) «Non solo le azioni e le omissioni degli

ebrei non hanno nulla a che fare con l'antisemitismo» osserva criticamente il sociologo

John Murray Cuddihy «ma qualunque tentativo di spiegarlo facendo riferimento al ruolo

degli ebrei è di per sé un'affermazione di antisemitismo!» (il corsivo è

nell'originale) (27). II punto centrale, naturalmente, non è che l'antisemitismo sia

giustificabile, né che gli ebrei siano responsabili dei crimini commessi contro di loro, ma

che l'antisemitismo si sviluppa in un contesto storico preciso, con il suo intreccio di

interessi connessi. «Una minoranza dotata, ben organizzata e di successo può ispirare

conflitti che derivano da oggettive tensioni tra gruppi» sottolinea Ismar Schorsch, per

quanto tali conflitti siano «spesso confezionati in stereotipi antisemiti.» (28)

L'essenza irrazionale dell'antisemitismo dei gentili viene inferita dall'essenza irrazionale

dell'Olocausto. Vale a dire che la Soluzione Finale di Hitler rivelava un' assenza del tutto

unica di razionalità: era «male per il gusto del male», omicidio di massa «privo di

scopo»; la Soluzione Finale segnò il culmine dell'antisemitismo dei gentili, dunque

l'antisemitismo dei gentili è sostanzialmente irrazionale. Prese separatamente o insieme,

queste affermazioni non reggono neanche a un esame superficiale. Ma da un punto di

vista politico, si tratta di un'argomentazione molto utile. (29)

Nel concedere una totale innocenza agli ebrei, il [77] dogma dell'Olocausto conferisce a

Israele e alla comunità ebraica americana l'immunità da ogni legittima censura. L'ostilità

degli arabi e quella degli afroamericani? «In sostanza non sono una reazione a una

valutazione oggettiva delle azioni degli ebrei». (Goldhagen) (30) Si consideri Wiesel

sulle persecuzioni degli ebrei: «Per duemila anni [...] siamo sempre stati minacciati [...]

Perché? Non c'è una ragione». Sull'ostilità degli arabi nei confronti d'Israele: «A causa di

ciò che siamo, di quello che la nostra patria, Israele, rappresenta (il centro della nostra

vita, il sogno dei nostri sogni), quando i nostri nemici cercano di distruggerci, lo fanno

cercando di distruggere Israele». Sull'ostilitá dei neri nei confronti degli ebrei americani:

«Il popolo che ha tratto ispirazione da noi non ci ringrazia ma ci si rivolta contro. Ci

troviamo in una situazione molto pericolosa. Ancora una volta siamo il capro espiatorio

per tutti [...] Abbiamo aiutato i neri, li abbiamo sempre aiutati. Provo dispiacere per loro.

C'è una cosa che dovrebbero imparare da noi ed è la gratitudine. Nessun popolo al mondo

conosce la gratitudine meglio di noi; noi siamo eternamente grati». (31) Sempre puniti,

sempre innocenti: è il fardello dell'essere ebreo. (32)

Il dogma dell'odio eterno dei gentili convalida inoltre il dogma complementare

dell'unicità. Se l'Olocausto ha segnato l'apice dell'odio millenario dei gentili nei confronti

degli ebrei, la persecuzione di non ebrei [78] nel corso dell'Olocausto fu puramente

accidentale, così come furono soltanto episodiche le persecuzioni di non ebrei nel corso

della storia. Quindi, da qualunque punto la si osservi, la sofferenza degli ebrei

nell'Olocausto fu unica.

In ultima analisi, la loro sofferenza fu unica perché loro stessi sono unici. L'Olocausto fu

unico in quanto non razionale e il suo impeto fu la più irrazionale, anche se umanissima,

delle passioni. I gentili odiavano gli ebrei per una questione d'invidia, di gelosia:

ressentiment. Secondo Nathan e Ruth Ann Perlmutter, l'antisemitismo nacque dalla

«gelosia e [dal] risentimento dei gentili dovuti al fatto che negli affari gli ebrei erano

migliori dei cristiani [...] Un piccolo numero di ebrei di successo irritava un gran numero

di gentili di scarso successo». (33) Per quanto in negativo, l'Olocausto conferma quindi

che gli ebrei erano gli eletti: dal momento che sono migliori, o hanno più successo, vanno

incontro all'ira dei gentili, che per questo li hanno uccisi.

In una breve digressione, Novick si interroga su «come sarebbe stato il discorso

sull'Olocausto in America» se Elie Wiesel non ne fosse stato il suo «interprete

principale». (34) La risposta è abbastanza semplice: prima del giugno 1967, tra gli ebrei

americani risuonava il messaggio universalista del sopravvissuto ai campi di sterminio

Bruno Bettelheim. Dopo la guerra dei Sei Giorni, Bettelheim fu messo da parte a favore

di Wiesel, la [79] cui posizione di primo piano deriva dalla sua utilità ideologica. Unicità

della sofferenza degli ebrei/unicità degli ebrei; eterna colpevolezza dei gentili/eterna

innocenza degli ebrei; difesa incondizionata d'Israele/difesa incondizionata degli interessi

degli ebrei: Elie Wiesel è l'Olocausto.

Nel declinare i dogmi chiave dell'Olocausto, gran parte della letteratura sulla Soluzione

Finale di Hitler perde ogni valore scientifico; non per niente, quel campo di studi è zeppo

di assurdità, se non di vere e proprie frodi. Il milieu culturale che alimenta questa

letteratura è particolarmente illuminante.

La prima grande truffa sull'Olocausto fu The Painted Bird [L'uccello dipinto],

dell'emigrato polacco Jerzy Kosinski. (35) L'autore spiega che il libro fu «scritto in

inglese» in modo che «io potessi esprimermi spassionatamente, libero dalla connotazione

emotiva che è insita nella lingua d'origine». In realtà, tutte le parti davvero di suo pugno

(quali fossero precisamente è questione irrisolta) vennero stese in polacco. Il libro venne

spacciato come il racconto autobiografico delle solitarie peregrinazioni di Kosinski

bambino attraverso la campagna polacca durante la Seconda guerra mondiale, ma in

realtà per tutto il conflitto lui visse con i genitori. Il leitmotiv del volume sono le sadiche

torture sessuali inflitte dai contadini polacchi. Chi lesse il testo prima [80] della

pubblicazione lo derise come «pornografia della violenza» e «il prodotto di una mente

con ossessioni per la violenza sadomasochistica». In effetti, Kosinski s'inventò quasi tutti

gli episodi di violenza patologica che narra e il libro dipinge i contadini polacchi con i

quali viveva come violentemente antisemiti. «Dagli al giudeo» scherzano beffardi

«dagliele a quei bastardi.» In realtà, i contadini polacchi diedero ospitalità alla famiglia

Kosinski, pur essendo perfettamente consapevoli del fatto che i Kosinski erano ebrei e

delle terribili conseguenze che avrebbero dovuto affrontare se fossero stati scoperti.

Sulla «New York Times Book Review», Elie Wiesel salutò The Painted Bird come «uno

dei migliori» atti d'accusa dell'era nazista, «scritto con sincerità e sensibilità profonde».

Più tardi Cynthia Ozick disse di avere «immediatamente» riconosciuto l'autenticità di

Kosinski come «ebreo sopravvissuto e testimone dell'Olocausto». Quando già da tempo

Kosinski era stato smascherato come abile truffatore letterario, Wiesel continuò a tessere

elogi della sua «opera meritevole». (36)

The Painted Bird divenne un testo di riferimento per l'Olocausto: vendette moltissimo,

vinse premi, venne tradotto in molte lingue e fu adottato come libro di lettura nelle scuole

superiori e nei college. Nel compiere i suoi giri di conferenze sull'Olocausto, Kosinski si

autodefinì un «Elie Wiesel a tariffe scontate». (Quelli che [81] non potevano permettersi

l'onorario di una conferenza di Wiesel - il «silenzio» non è a buon mercato - si

rivolgevano a lui.) Pur smascherato alla fine dall'inchiesta di un settimanale, fu ancora

fermamente difeso dal «New York Times», che sostenne che Kosinski era vittima di un

complotto comunista. (37)

Un libro-truffa più recente, Fragments [Frantumi: un infanzia 1939-1948], di Binjamin

Wilkomirski , (38) adotta indiscriminatamente il kitsch di The Painted Bird. Come

Kosinski, Wilkomirski ritrae se stesso nei panni di un bambino solo, sopravvissuto

all'Olocausto, che diventa muto, finisce in un orfanotrofio e solo alla fine scopre di essere

ebreo. Come in The Painted Bird, l'idea-guida narrativa è la voce sommessa di un

bambino, a cui si consente anche di lasciare nel vago i riferimenti temporali e i nomi di

luogo. Come in The Painted Bird, ogni capitolo di Fragments culmina in un'orgia di

violenza. Kosinski spiegava The Painted Bird come «il lento scongelamento della

mente», Wilkomirski definisce Fragments come «memoria ritrovata». (39)

Per quanto sia una mistificazione in piena regola, Fragments rappresenta l'archetipo dei

libri di memorie sull'Olocausto, in primo luogo perché è ambientato nei campi di

concentramento, dove ogni guardia è un mostro di follia e sadismo che gode nel

fracassare il cranio ai neonati ebrei. Eppure, la tradizione memorialistica dei campi di

concentramento concorda con le afferma[82]zioni della dottoressa Ella Lingens-Reiner,

reduce di Auschwitz: «Di sadici ce n'erano pochi: non più del cinque o dieci per

cento». (40) Tuttavia, l'onnipresente sadismo dei tedeschi appare soprattutto nella

letteratura dell'Olocausto rendendo un duplice servizio: «documenta» l'irrazionalità unica

dell'Olocausto come pure l'antisemitismo fanatico di coloro che lo perpetrarono.

La particolarità di Fragments sta nella sua descrizione della vita non durante ma dopo

l'Olocausto. Adottato da una famiglia svizzera, il piccolo Binjamin deve patire nuovi

supplizi, perché è intrappolato in un mondo di persone che negano l'Olocausto.

«Dimenticalo: è un brutto sogno» strilla la madre. «È stato solo un brutto sogno [...] non

devi pensarci più.» «In questo Paese» si arrabbia «tutti non fanno che dirmi che devo

dimenticare, che non è mai successo, che l'ho soltanto sognato. Ma loro sanno tutto!»

Anche a scuola «i ragazzi mi indicano, mi mostrano i pugni e gridano: "È matto, quello

che dice non esiste. Bugiardo! È un pazzo furioso, un demente"». (Detto tra noi: avevano

ragione.) Nel prenderlo a pugni, nel canzonarlo urlandogli filastrocche antisemite, tutti i

piccoli gentili si schierano contro il povero Binjamin, mentre gli adulti lo rimproverano

aspramente: «Stai dicendo bugie!»

Trascinato alla disperazione più nera, Binjamin ha un'epifania dell'Olocausto . «II campo

è ancora là, solo [83] che è nascosto e ben mimetizzato. Hanno gettato le uniformi e si

sono messi vestiti eleganti in modo da non essere riconosciuti [...] Ma fate anche solo

intuire loro che forse, chissà, siete ebrei e vedrete: è la stessa gente, ne sono sicuro.

Possono ancora uccidere, anche senza uniforme.» Più che un omaggio al dogma

dell'Olocausto, Fragments è la prova inconfutabile che perfino in Svizzera, nella Svizzera

neutrale, tutti i gentili vogliono uccidere gli ebrei.

Fragments fu da molti salutato come un classico della letteratura dell'Olocausto: fu

tradotto in una dozzina di lingue e vinse il Jewish National Book Award, il premio di

«Jewish Quarterly» e il Prix de la Mémoire de la Shoah. Star dei documentari televisivi,

presenza dominante a conferenze e seminari sull'Olocausto, personaggio pubblico

impegnato nella raccolta di fondi per lo United States Holocaust Memorial Museum,

Wilkomirski divenne in breve tempo un uomo-immagine dell'Olocausto.

Daniel Goldhagen, nell'acclamare Fragments come un «piccolo capolavoro», fu il

principale sostenitore di Wilkomirski in ambito accademico. Comunque, storici di fama

come Raul Hilberg ci misero poco a giudicare il libro un imbroglio. Fu Hilberg a porre le

domande giuste dopo la scoperta della truffa: «Come è possibile che questo volume abbia

circolato come libro di memorie in molte case editrici? Come può essere [84] valso al

signor Wilkomirski inviti presso lo United States Holocaust Museum e presso università

di fama? Come è possibile che non abbiamo un controllo della qualità degno di questo

nome quando bisogna decidere della pubblicazione di testi sull'Olocausto?». (41)

Metà matto e metà saltimbanco, Wilkomirski, si scoprì, aveva trascorso in Svizzera tutto

il periodo della guerra e non era nemmeno ebreo. Ma restano interessanti le parole

pronunciate post factum da parte dell'industria dell'Olocausto: (42)

Arthur Samuelson (editore): «Fragments è un libro davvero riuscito [...] ed è un

imbroglio solo se lo considerate non-fiction. In una collana di fiction lo

ripubblicherei. E se quello che scrive non è vero, significa che è un bravo

scrittore!»

Ma c'è di più. Israel Gutman è un dirigente dello Yad Vashem e tiene conferenze

sull'Olocausto alla Hebrew University. È anche stato internato ad Auschwitz. Secondo

lui, che Fragments sia un imbroglio «non è così importante». «Wilkomirski ha scritto una

storia che ha sentito nel profondo, questo è certo [...] Non è un impostore, è uno che ha

vissuto questa storia fin dentro l'anima. Il dolore è autentico.» Quindi non importa se

abbia passato la guerra in un campo di concentramento o in uno chalet svizzero:

Wilkomirski non è un [85] impostore se il suo dolore «è autentico». Così parla un

sopravvissuto ad Auschwitz diventato un esperto di Olocausto. Gli altri meritano

disprezzo, Gutman solamente pietà.

«The New Yorker» titolò il suo servizio sulla truffa di Wilkomirski Stealing the

Holocaust [Rubare l'Olocausto]. Ieri Wilkomirski veniva acclamato per le sue storie sulla

malvagità dei gentili, oggi viene messo in croce come un gentile malvagio. In ogni caso,

è sempre colpa dei gentili. È certamente vero che Wilkomirski ha costruito il suo passato

di persecuzioni, ma è ancora più vero che l'industria dell'Olocausto, edificata su un

appropriazione indebita della storia a fini ideologici, era pronta per celebrare la

falsificazione di Wilkomirski, un «sopravvissuto» all'Olocausto in attesa di essere

scoperto.

Nell'ottobre 1999, l'editore tedesco di Wilkomirski, ritirando Fragments dalle librerie,

ammise pubblicamente che l'autore non era un orfano ebreo ma uno svizzero di nome

Bruno Doessecker. Informato del fatto che la montatura era stata scoperta, Wilkomirski

tuonò con insolenza: «Binjamin Wilkomirski sono io!». Non più di un mese dopo,

Schocken, l'editore americano, mise Fragments fuori catalogo. (43)

Si consideri ora la letteratura secondaria sull'Olocausto. Un segno rivelatore di questo

genere di pubblicistica è lo spazio accordato al «complotto arabo». Benché, co[86]me

afferma Novick, il Mufti di Gerusalemme non ebbe «alcuna parte significativa

nell'Olocausto», l'Encyclopedia of tbe Holocaust [L'enciclopedia dell'Olocausto],

un'opera in quattro volumi curata da Israel Gutman, gli assegna un «ruolo di primo

piano». Il Mufti ha il suo nome in bella evidenza anche allo Yad Vashem, dove «il

visitatore è portato a concludere» scrive Tom Segev, «che i piani nazisti di sterminio

degli ebrei e l'odio arabo nei confronti d'Israele hanno molto in comune». Commentando

una commemorazione di Auschwitz officiata da rappresentanti del clero di tutte le

religioni, Wiesel. sollevò obiezioni solamente alla presenza di un qadi musulmano:

«Vogliamo dimenticarci [...] del Mufti Hajj Amin el-Husseini di Gerusalemme, l'amico di

Heinrich Himmler?» Tra l'altro, se il Mufti è stato una figura così centrale nella

Soluzione Finale, c'è da chiedersi perché Israele non l'abbia trascinato in tribunale, come

fece con Eichmann: dopo la guerra, il Mufti visse a un passo da Israele, in Libano, e

senza nascondersi. (44)

Fu soprattutto alla vigilia della sfortunata invasione del Libano del 1982, e quando i

proclami della propaganda ufficiale israeliana finirono sotto il pesante attacco dei «nuovi

storici» israeliani, che i difensori cercarono disperatamente di fare un solo fascio di arabi

e nazisti. Il famoso storico Bernard Lewis riuscì a dedicare al nazismo arabo un intero

capitolo della sua breve storia dell'antisemitismo e ben tre pagine della sua «breve [87]

storia degli ultimi duemila anni» del Medio Oriente. All'estremo opposto, quello

progressista, Michael Berenbaum, del Washington Holocaust Memorial Museum,

concesse generosamente che «le pietre lanciate dai giovani palestinesi infuriati dalla

presenza israeliana [...] non stanno sullo stesso piano dell'attacco nazista contro civili

ebrei inermi». (45)

La bizzarria più recente sull'Olocausto è il libro di Daniel Jonah Goldhagen, Hitler's

Willing Executioners. Tutti i più importanti giornali d'opinione pubblicarono una o più

recensioni del volume nelle settimane in cui uscì in libreria. Il «New York Times» gli

concesse ampio spazio e lo acclamò come «uno di quei rari nuovi libri che meritano

l'appellativo di pietra miliare» (Richard Bernstein). Forte del mezzo milione di copie

vendute e delle traduzioni in tredici lingue, HitIer's Wiling Executioners venne salutato

da «Time» come il libro «di cui si parla di più» e il secondo miglior saggio

dell'anno. (46)

Sottolineando il «notevole lavoro di ricerca» e la «profusione di prove [...] sostenuta da

una mole impressionante di documenti e fatti», Elie Wiesel celebrò Hitler's Willing

Executioners come un «contributo determinante per la comprensione e l'insegnamento

dell'Olocausto». Israel Gutman lo elogio per «aver sollevato con chiarezza nuovi

fondamentali problemi» che «la maggior parte degli studi sull'Olocausto» aveva ignorato.

Chiamato a coprire la cattedra di storia dell'Olocausto alla Harvard University (47),

elevato allo stesso rango di Wiesel dai media americani, in breve tempo Goldhagen

divenne omnipresente nel sistema propagandistico dell'Olocausto.

La tesi centrale del libro è il dogma dell'Olocausto nella versione più diffusa: trascinato

da un odio patologico, il popolo tedesco approfittò dell'opportunità offerta da Hitler per

uccidere gli ebrei. Anche Yehuda Bauer, scrittore di punta dell'Olocausto, dirigente dello

Yad Vashem e con un incarico alla Hebrew University, ha abbracciato questo dogma.

Molti anni fa, riflettendo sull'atteggiamento mentale dei tedeschi, scrisse: «Gli ebrei

furono uccisi da persone che per la maggior parte non provavano odio verso di loro [...] I

tedeschi non avevano bisogno di odiare gli ebrei per ammazzarli». Eppure, in una recente

recensione al libro di Goldhagen, Bauer ha sostenuto l'esatto contrario: «Dalla fine degli

anni Trenta in poi, la scena fu dominata dalle forme più radicali di tendenze omicide [...]

A partire dallo scoppio della Seconda guerra mondiale, la stragrande maggioranza dei

tedeschi si era identificata con il regime e con la sua politica antisemita a un punto tale

che reclutare gli assassini era facile». A chi gli fece notare questa discrepanza, Bauer

rispose: «Non vedo alcuna contraddizione tra queste due affermazioni». (48)

Nonostante sfoggi l'apparato di un saggio accademico, Hitler's Willing Executioners

si riduce a poco più di un campionario di violenza sadica. Non c'è dunque da stupirsi che

Goldhagen abbia difeso Wilkomirski a spada tratta: Hitler's Willing Executioners non è

che Fragments con l'aggiunta delle note a piè di pagina. Zeppo di grossolani errori di

interpretazione delle fonti e di contraddizioni interne, Hitler's Willing Executioners è

privo di valore scientifico. In A Nation on Trial [Una nazione sotto processo], Ruth

Bettina Birn e chi scrive hanno documentato la pochezza dell'opera di Goldhagen. La

successiva controversia ha gettato utilmente luce sul funzionamento dell'industria

dell'Olocausto.

Birn, la maggiore autorità riconosciuta a livello mondiale sugli archivi consultati da

Goldhagen, dapprima pubblicò i suoi rilievi critici sull'«Historical journal» di Cambridge.

Rifiutando l'invito della rivista a confutare le tesi della studiosa, Goldhagen si rivolse

invece a un potentissimo studio legale di Londra perchè citasse «per le molte gravi

calunnie» Birn e la Cambridge University Press. Nell'avanzare una formale richiesta di

scuse, di una ritrattazione e della promessa da parte di Bim che non avrebbe ripetuto le

sue critiche, gli avvocati di Goldhagen minacciarono inoltre che «qualunque forma di

pubblicità che lei darà a questa lettera comporterà un ulteriore aggravio dei danni».

Quando le analoghe critiche del sottoscritto furono pubblicate sulla «New Left: Review»,

Metropolitan, una casa editrice del gruppo Henry Holt, acconsentì a pubblicare i due

saggi riuniti in un volume. In un articolo di prima pagina, il «Forward» avvertiva che

Metropolitan si stava «preparando a pubblicare un libro di Norman Finkelstein, noto

oppositore ideologico dello Stato d'Israele». Il «Forward» riveste il ruolo di guardiano

principale della «correttezza (politica) sull'Olocausto» negli Stati Uniti.

Sostenendo che «gli evidenti pregiudizi e le dichiarazioni temerarie di Finkelstein [...]

sono infettati dalla sua posizione antisionista», Abraham Foxman, capo dell'ADL, invitò

Holt a sospendere la pubblicazione del libro: «La questione [...] non è se la tesi di

Goldhagen sia giusta o sbagliata, ma che cosa sia "critica legittimá" e che cosa sia

inaccettabile». «La questione» fu la risposta di Sara Bershtel, condirettore editoriale di

Metropolitan, «è precisamente se la tesi di Goldhagen sia giusta o sbagliata.»

Leon Wieseltier, responsabile della sezione letteraria del filoisraeliano «New Republic»,

intervenne personalmente presso il presidente del gruppo Holt, Michael Naumann. «Lei

non conosce Finkelstein: è veleno, è uno di quei disgustosi ebrei odiatori di se stessi, un

verme.» Nel definire «una disgrazia» la decisione della Holt, Elan Steinberg, segretario

del Congresso Mondiale Ebraico, commentò: «Se hanno voglia di rovistare nella

spazzatura, che almeno indossino tute protettive».

In seguito Naumann ricordò: «Non avevo mai visto un simile tentativo, da parte di

una fazione interessata, di gettare pubblicamente un'ombra su un libro in fase di

pubblicazione». Tom Segev, noto storico e giornalista israeliano, osservò su «Haaretz»

che quella campagna sfiorava il «terrorismo culturale».

In qualità di storico responsabile della Sezione crimini di guerra e crimini contro

l'umanità del Canadian Department of justice, Birn venne subito attaccata dalle

organizzazioni ebraiche canadesi. Sostenendo che io ero «detestato dalla stragrande

maggioranza degli ebrei di questo continente», il Canadian Jewish Congress denunciò la

collaborazione di Birn al libro. Tentando di utilizzare il datore di lavoro di Birn per

esercitare pressione su di lei, il CJC presentò una protesta al Dipartimento di Giustizia.

Questa azione, accompagnata da un rapporto ispirato dal CJC che definiva Birn «un

membro della razza che ha perpetrato l'Olocausto» (è nata in Germania), le valse

un'indagine ufficiale.

Persino dopo la pubblicazione del libro, gli attacchi personali non cessarono. Goldhagen

sostenne che Birn, che ha fatto della caccia ai criminali di guerra nazisti la ragione della

sua vita, era una sostenitrice dell'antisemitismo e che io ero dell'opinione che le vittime

del nazismo, compresa tutta la mia famiglia, meritavano di morire. (49) Stanley

Hoffmann e Charles Maier, colleghi di Goldhagen all'Harvard Center for Euro[92]pean

Studies, presero pubblicamente posizione schierandosi al suo fianco. (50)

Definendo una «fandonia» le accuse di censura, «New Republic» replicò che «tra

censurare e mantenere standard di decenza storiografica c'è differenza». A Nation on

Trial ha ricevuto apprezzamenti da storici di chiara fama dell'Olocausto nazista, tra i

quali Raul Hilberg, Christopher Browning e Ian Kershaw. Questi stessi studiosi non

hanno apprezzato il libro di Goldhagen (Hilberg l'ha definito «di nessun valore»). Questo

per rispondere a «New Republic» e ai suoi standard.

Si consideri infine questo schema: Wiesel e Gutman hanno sostenuto Goldhagen; Wiesel

ha sostenuto Kosinski; Gutman e Goldhagen hanno sostenuto Wilkomirski. Mettete

insieme i giocatori: questa è la letteratura dell'Olocausto.

Nonostante tutto il sensazionalismo, non c'è prova che coloro che negano l'esistenza

dell'Olocausto esercitino negli Stati Uniti più influenza di chi sostiene che la Terra è

piatta. Se si considera il profluvio di sciocchezze prodotto quotidianamente

dall'industria dell'Olocausto, c'è da stupirsi che gli scettici siano così pochi. Il motivo

che sta dietro alla denuncia del presunto diffondersi del negazionismo dell'Olocausto è

facilmente comprensibile: in una società saturata dall'Olocausto, come meglio giustificare

l'ennesimo museo, libro, film e programma se non agitando lo spauracchio della

negazione? Per questo motivo l'acclamato libro di Deborah Lipstadt, Denying the

Holocaust [Negare l'Olocausto], (51) insieme ai risultati di un'indagine mal formulata

dell'AJC che sosteneva il diffondersi della negazione, (52) furono pubblicati proprio

mentre il Washington Holocaust Memorial Muscum apriva i battenti.

Denying the Holocaust riesce se non altro ad aggiornarci su quali siano i libelli del

«nuovo antisemitismo». Per documentare la diffusione del negazionismo, Lipstadt cita

infatti un piccolo numero di pubblicazioni strambe. Il suo pezzo forte è Arthur Butz, un

emerito sconosciuto che insegna ingegneria elettrica alla Northwestern University e che

ha pubblicato il suo lìbro, The Hoax of the Twentieth Century [La truffa del ventesimo

secolo], presso un'oscura casa editrice. Lipstadt intitola il capitolo che lo riguarda

«Dentro la tradizione». Non fosse per studiosi come Lipstadt, non avremmo mai sentito

parlare di Arthur Butz.

In verità, l'unico, vero negatore tradizionale dell'Olocausto è Bernard Lewis. Un tribunale

francese lo ha persino riconosciuto colpevole di avere negato il genocidio. Solo che

Lewis ha negato il genocidio degli armeni perpetrato dai turchi durante la Prima guerra

mondiale, non quello degli ebrei; inoltre Lewis è filoisraeliano. (53) Di conseguenza,

questa negazione di un olocausto non ha indignato nessuno negli Stati Uniti. A

peggiorare le cose, la Turchia è un alleato d'Israele; di conseguenza, fare menzione

di un genocidio degli armeni è tabù. Elie Wiesel e il rabbino Arthur Hertzberg, come pure

l'AJC e lo Yad Vashem, si ritirarono da un convegno internazionale sul genocidio a Tel

Aviv perché i suoi organizzatori, resistendo alle insistenze del governo israeliano,

avevano incluso alcune sessioni dedicate al caso armeno. Wiesel tentò anche,

unilateralmente, di fare fallire la conferenza e, secondo Yehuda Bauer, fece

personalmente pressione su altri perché non partecipassero. (54) Agendo su ordine

d'Israele, lo US Holocaust Council eliminò in pratica ogni riferimento agli armeni nel

Washington Holocaust Memorial Museum e i lobbisti ebrei del Congresso impedirono

l'istituzione dì una giornata di ricordo del genocidio armeno. (55)

Mettere in discussione la testimonianza di un sopravvissuto, denunciare il ruolo degli

ebrei collaborazionisti, far presente che i tedeschi soffrirono sotto il bombardamento di

Dresda o che nel corso della Seconda guerra mondiale altri Stati oltre la Germania

commisero crimini: tutto ciò, secondo Lipstadt, equivale a negare l'Olocausto. (56) Allo

stesso modo, asserire che Wiesel ha tratto profitto dall'industria dell'Olocausto, o anche

soltanto mettere in discussione le sue parole, equivale a negare l'Olocausto. (57)

Le forme più «insidiose» di negazione dell'Olocausto, suggerisce Lipstadt, sono i

«paragoni immorali», [95] vale a dire le negazioni dell'unicità dell'Olocausto. (58) Questo

argomento ha conseguenze interessanti. Daniel Goldhagen sostiene che le azioni serbe in

Kosovo «sono, nella loro sostanza, diverse solamente nelle proporzioni da quelle dei

nazisti». (59) La qual cosa farebbe «in sostanza» di Goldhagen un negatore

dell'Olocausto. In verità, i commentatori israeliani indipendentemente dall'appartenenza

politica paragonarono le azioni della Serbia in Kosovo a quelle degli israeliani contro i

palestinesi nel 1948. (60)

Dunque, secondo il ragionamento di Goldhagen, Israele perpetrò un olocausto. Nemmeno

i palestinesi lo sostenevano più.

Non tutta la letteratura revisionista, per quanto volgari possano essere la politica o le

motivazioni di chi la pratica, è inutile. Lipstadt bolla David Irving come «uno dei più

pericolosi portavoce della negazione dell'Olocausto» (Irving ha perso qualche tempo fa a

Londra una causa per diffamazione innescata da questa e altre affermazioni). Ma Irving,

notorio ammiratore di Hìtler e simpatizzante del nazionalsocialismo tedesco, ha

nondimeno - sottolinea Gordon Craig - dato un contributo «fondamentale» alla nostra

conoscenza della Seconda guerra mondiale. Arno Mayer, nel suo importante studio

sull'Olocausto nazista, e Raul Hilberg fanno riferimento a pubblicazioni che negano

l'Olocausto. «Se queste persone vogliono dire qualcosa, lasciatele fare» dice Hilberg.

«Fanno in modo che quelli di noi che [96] fanno ricerca riprendano in esame ciò che

avrebbero potuto considerare ovvio. E per noi è utile.» (61)

I giorni della Memoria dell'Olocausto sono un evento nazionale: tutti e cinquanta gli Stati

americani organizzano commemorazioni, che spesso si tengono nelle aule dei parlamenti.

L'Association of Holocaust Organizations conta oltre cento istituzioni legate

all'Olocausto negli Stati Uniti, sul cui territorio esistono sette grandi musei

dell'Olocausto. Il nucleo centrale è lo United States Holocaust Memorial Museum di

Washington.

La prima domanda è perché dobbiamo avere nella capitale un museo dell'Olocausto

finanziato e diretto dall'autorità federale. La sua presenza sul Washington Mall risulta

particolarmente incoerente, vista l'assenza di un museo che commemori i crimini

perpetrati durante la storia americana. Immaginate quali lamenti e accuse d'ipocrisia si

leverebbero in America se in Germania decidessero di costruire un museo nazionale a

Berlino per commemorare non l'Olocausto nazista, ma lo schiavismo americano oppure il

genocidio dei nativi americani. (62)

Il museo «cerca meticolosamente di astenersi da ogni tentativo di indottrinamento» ha

scritto il suo ideatore «e da ogni manipolazione delle emozioni e dei sentimenti». Eppure,

dal progetto fino alla sua realizzazione, la storia del museo è una storia politica. (63)

Con una campagna per la rielezione all'orizzonte, Jimmy Carter diede il via al progetto

per placare finanziatori e sostenitori ebrei, irritati dal riconoscimento da parte del

presidente dei «legittimi diritti» dei palestinesi. Il presidente della Conferenza dei

presidenti delle maggiori organizzazioni ebraiche americane, il rabbino Alexander

SchindIer, deplorò il riconoscimento da parte di Carter dei diritti umani dei palestinesi

come un'iniziativa «scandalosa». Carter annunciò il progetto del museo mentre il Primo

ministro Menachem Begin si trovava in visita a Washington e il Congresso era nel pieno

di una dura battaglia circa la proposta da parte del governo di vendere armi all'Arabia

Saudita. Ma una visita al museo evidenzia altre questioni politiche: l'allestimento mette la

sordina all'origine cristiana dell'antisemitismo europeo in modo da non offendere una

consistente forza elettorale, minimizza la discriminazione delle quote d'immigrazione

americane prima della guerra, esagera il ruolo statunitense nella liberazione dei campi di

concentramento e passa sotto silenzio il massiccio reclutamento, da parte degli americani,

di criminali di guerra nazisti alla fine del conflitto. Il messaggio dominante, nel museo, è

che «noi» non potremmo neppure concepire, tanto meno commettere, simili malvagità.

L'Olocausto «è in aperta contraddizione con lo spirito americano» osserva Michael

Beren[98]baum nella guida al museo. «Nella [sua] perpetrazione vediamo la violazione di

ogni valore fondamentale per l'America.» Alla fine, con le scene degli ebrei sopravvissuti

che cercano di entrare in Palestina, il museo dell'Olocausto esprime la tesi sionista,

secondo cui Israele fu la «risposta appropriata al nazismo». (64)

La politicizzazione ha inizio ben prima che si varchi la soglia del museo. La sua sede è in

Raoul Wallenberg Place. Wallenberg era un diplomatico svedese, onorato perché salvò

migliaia di ebrei e finì i suoi giorni in una prigione sovietica. Un altro svedese, il conte

Folke Bernadotte, non ha ricevuto gli stessi onori perché, pur avendo anche lui salvato

migliaia di ebrei, venne ucciso per ordine dell'ex Primo ministro israeliano Yitzak Shamir

in quanto troppo «filoarabo». (65)

Il punto cruciale della politica del museo dell'Olocausto, comunque, riguarda l'oggetto di

quest'opera di memorializzazione. Gli ebrei furono le sole vittime dell'Olocausto oppure

contano anche gli altri che perirono a causa delle persecuzioni naziste? (66) Durante le

fasi di progettazione del museo, Elie Wiesel (insieme a Yehuda Bauer dello Yad

Vashem) condusse l'offensiva a favore della commemorazione dei soli ebrei. Presentato

come l'«esperto incontestabile dell'epoca dell'Olocausto», Wiesel sostenne tenacemente la

tesi secondo cui gli ebrei furono le vittime preminenti. «Come sempre, hanno cominciato

con gli ebrei» intonò «e come [99] sempre, non si sono fermati agli ebrei.» (67) Eppure,

non gli ebrei ma i comunisti furono le prime vittime politiche e non gli ebrei ma gli

handicappati furono oggetto del primo genocidio da parte dei nazisti. (68)

Giustificare la preminenza data al genocidio degli ebrei rispetto a quello degli zingari é

stata l'impresa più difficile per l'Holocaust Museum. I nazisti uccisero sistematicamente

non meno di mezzo milione di zingari, una cifra, in proporzione, pari a quella del

genocidio degli ebrei. (69) Gli scrittori dell'industria dell'Olocausto come Yehuda Bauer

ritengono che gli zingari non furono vittime della stessa violenza genocida, ma rispettati

storici della Shoah come Henry Friedlander e Raul Hilberg hanno sostenuto il

contrario. (70)

Dietro la scarsa attenzione prestata al genoddio degli zingari da parte del museo si

nascondono svariate ragioni. Innanzitutto, paragonare la perdita della vita di un ebreo e

quella di uno zingaro è semplicemente impossibile. Liquidando come «assurda» la

richiesta di una rappresentanza zingara allo US Holocaust Memorial Council, il rabbino

Seymour Siegel, direttore generale dell'organizzazione, mise in dubbio persino la stessa

«esistenza» degli zingari come gruppo etnico: «Bisognerebbe dare un qualche

riconoscimento al popolo zingaro sempre ammesso che esista». Il rabbino ha peraltro

ammesso che «sotto il nazismo ebbero a soffrire». Edward Linenthal ricorda il «profondo

sospetto» dei [100] rappresentanti zingari nei confronti dell'Holocaust Memorial Council,

«rafforzato dalla piena evidenza che alcuni suoi membri vedevano la partecipazione dei

Rom al museo nello stesso modo in cui una famiglia si trova tra i piedi dei parenti non

invitati e imbarazzanti». (71)

Secondo motivo: riconoscere il genocidio degli zingari avrebbe comportato la perdita

dell'esclusiva degli ebrei sull'Olocausto, con una perdita cospicua di «capitale morale».

Terzo motivo: se i nazisti hanno perseguitato zingari ed ebrei allo stesso modo, allora

l'assioma che l'Olocausto ha segnato il culmine dell'odio millenario dei gentili nei

confronti degli ebrei è evidentemente insostenibile. Parimenti, se l'invidia dei gentili ha

spinto al genocidio, con gli zingari è forse successa la stessa cosa? Nella parte del museo

dedicata alla mostra permanente, i non ebrei vittime del nazismo ricevono un

riconoscimento solamente simbolico. (72)

Infine, l'agenda politica del museo dell'Olocausto ha subito anche l'influenza del conflitto

tra israeliani e palestinesi. Prima di diventare direttore del museo, Walter Reich ha scritto

un peana in onore di From Time Immemorial [Da tempo immemorabile], il fraudolento

libro dove Joan Peters sostiene che la Palestina, prima della colonizzazione sionista, era

completamente vuota. (73) Sotto pressioni del Dipartimento di Stato, Reich è stato

costretto a dare le dimissioni dopo essersi rifiutato di invitare Yasser Arafat, nel

frattempo divenuto alleato compiacente degli Stati Uniti, a visitare il museo. In seguito,

dopo avere accettato una posizione da vicedirettore, il teologo dell'Olocausto John Roth é

stato portato per esasperazione alle dimissioni a causa delle critiche che in passato aveva

rivolto a Israele. Nel ripudiare un libro originariamente sostenuto dal museo con la

spiegazione che comprendeva un capitolo firmato da Benny Morris, un noto storico

israeliano critico nei confronti d'Israele, il presidente del museo, Miles Lerman, ha

dichiarato: «Mettere questo museo sul fronte opposto d'Israele è inconcepibile». (74)

Sulla scia dei terribili attacchi israeliani al Libano nel 1996, culminati nel massacro di

oltre cento civili a Qana, Ari Shavit, editorialista di «Haaretz», osservò che Israele poteva

agire impunemente perché «abbiamo l'Anti-Defamation League e lo Yad Vashem e il

museo dell'Olocausto». (75)

 

capitolo 2

Note

1. Boas Evron, Holocaust. The Uses of Disaster, in «Radical America», luglio-agosto

1983, 15.

2. Sulla distinzione tra letteratura sull'Olocausto e studi sull'Olocausto nazista si veda

Finkelstein e Birn, Nation, parte prima, terza sezione.

3. Jacob Neusner (a cura di), Judaism in Cold War America, 1945-1990, II volume: In the

Aftermath of the Holocaust, New York 1993, VIII.

4. David Stannard, Uniqueness as Denial in Alan Rosenbaum (a cura di), Is the

Holocaust Unique?, Boulder 1996, 193.

5. Jean-Michel Chaumont, La concurrence des victimes, Parigi 1997, 148-49. L'analisi

del dibattito sull'«unicità dell'Olocausto» condotta da Chaumont è un tour de force.

Eppure, la sua tesi portante non è convincente, almeno per quanto riguarda lo scenario

americano. Secondo il autore, il fenomeno dell'Olocausto trae origine dalla tardiva

ricerca, da parte degli ebrei sopravvissuti, di un riconoscimento pubblico per le

sofferenze passate. Ma i sopravvissuti quasi non appaiono nella fase iniziale in cui

l'Olocausto fu spinto sotto i riflettori.

6. Steven T. Katz, The Holocaust Context, Oxford 1994, 28, 58,60.

7. Chaumont, La Concurrence, 137.

8. Novick, The Holocaust, 200-1, 211-12. Wiesel, Against Silence, I volume, 158, 211,

239, 272; II volume, 62, 81, 111, 278, 293, 347, 371; III volume, 153, 243. Elie Wiesel,

All Rivers Run to the Sea, New York 1995, 89. L'informazione sul cachet per una

conferenza di Wiesel è stata fornita da Ruth Wheat, del Bnai Brith Lecture Bureau. «Le

parole» secondo Wiesel. «sono una sorta di approccio orizzontale, mentre il silenzio ve

ne offre uno verticale, in cui tuffarsi.» Wiesel si paracaduta nelle sue conferenze ?

9. Wiesel, Against Silence, III volume, 146.

10. Wiesel, And the Sea, 95. Si confrontino questi due brani tratti da due articoli:

«Ken Livingstone, ex membro del Partito laburista, attualmente in corsa come

indipendente per la carica di sindaco a Londra, ha irritato gli ebrei inglesi dicendo che il

capitalismo globale è costato tante vittime quante la Seconda guerra mondiale. "Ogni

anno il sistema finanziario internazionale uccide più persone di quanto abbia fatto la

Seconda guerra mondiale, ma almeno Hitler era un pazzo, no?» [...] "È un insulto a tutti

quelli che sono stati uccisi e perseguitati da HitIer" ha detto John Butterfill, membro

conservatore del Parlamento. Butterfill ha aggiunto che l'accusa di Livingstone nei

confronti del sistema finanziario globale sconfinava decisamente nell'antisemitismo.»

(Livingstone's Words Anger Jews, in «International Herald Tribune», 13 aprile 2000).

«Il presidente cubano Fidel Castro ha accusato il sistema capitalistico di essere

regolarmente la causa di morti in numero paragonabile alle vittime della Seconda guerra

mondiale perché ignora i bisogni dei poveri. 'Ie immagini che vediamo di madri e

bambini che soffrono la sete e altri flagelli nelle regioni africane richiamano alla mente

quelle dei campi di concentramento della Germania nazista." Riferendosi ai processi per i

crimini di guerra dopo la Seconda guerra mondiale, il leader cubano ha affermato: "Ci

manca una Norimberga che giudichi l'ordine economico impostoci, grazie al quale ogni

tre anni muoiono di fame e di malattie più uomini, donne e bambini di quanti ne sono

morti nella Seconda guerra mondiale». [...]

A New York, Abraham Foxman, direttore nazionale dell'Anti-Defamation League, ha

commentato [...]: "La povertà è una questione grave, dolorosa e forse mortale, ma non

c'entra con l'Olocausto e i campi di c concentramento".» (John Rice, Castro Viciously

Attacks Capitalism, in «Associated Press», 13 aprile 2000. )

11. Wiesel, Against Silence, III volume, 156, 160, 163, 177.

12. Chaumont, La concurrence, 156. L'autore sottolinea efficacemente anche il fatto che

sostenere la malvagità incomprensibile dell'Olocausto non può conciliarsi con

l'affermazione per la quale i suoi esecutori erano del tutto normali (310).

13. Katz, The Holocaust, 19, 22. «Pretendere che l'affermazione di unicità dell'Olocausto

non sia una forma di odioso paragone produce sistematicamente delle acrobazie verbali»,

osserva Novick. «C'è qualcuno [...] che crede che l'affermazione di unicità sia qualcosa di

diverso da un'affermazione di primato?» (In corsivo nell'originale.) Ma lo stesso Novick

indulge deplorevolmente in questo odioso paragone. Così, sostiene che, pur costituendo

un modo per sfuggire alle responsabilità morali degli americani, «l'affermazione reiterata

che qualunque cosa gli Stati Uniti possano avere fatto ai neri, ai nativi americani, ai

vietnamiti o ad altri scompare in confronto all'Olocausto è vera». (The Holocaust, 197,

15).

14. Jacob Neusner, A «Holocaust» Primer, 178. Edward Alexander, Stealing the

Holocaust, 15-16, in Neusner, Aftermath.

15. Peter Baldwin (a cura di), Reworking the Past, Boston 1990, 21.

16. Nathan Glazer, American Judaism, Chicago 1973 (seconda edizione), 171.

17. Seymour M. Hersh, The Samson Option, New York 1991, 22. Avner Cohen, Israel

and the Bomb, New York 1998, 10, 122, 342.

18. Ismar Schorsch, The Holocaust and jewish Survival in «Midstream», gennaio 1981,

39. Chaumont dimostra in modo assolutamente convincente che l'affermazione di unicità

dell'Olocausto trae la propria origine (e acquista un senso coerente solamente all'interno

di quel contesto) dal dogma religioso degli ebrei come popolo eletto.

19. Wiesel, Against Silence, I volume, 153. Wiesel, And the Sea, 133.

20. Novick, The Holocaust, 59, 158-59.

21. Wiesel, And the Sea, 68.

22. Daniel Jonah Goldhagen, Hitler's Willing Executioners, New York 1996. Per una

critica, si veda FinkeIstein e Birn, Nation.

23. Hannah Arendt, The Origins of Totalitarism, 7.

24. Cynthia Ozick, All the World Wants the Jews Dead, in «Esquire», novembre 1974.

25. Boas Evron, Jewish State or Israeli Nation, Bloomington 1995, 226-27.

26. Goldhagen, Hitler's Willing Executioners, 34-35, 39, 42. Wiesel, And the Sea, 48.

27. John Murray Cuddihy, The Elephant and the Angels: The Incivil Irritatingness of

jewish Theodicy, in Robert N. Bellah e Frederick E. Greenspahn (a cura di), Uncivil

Religion, New York 1987, 24. Oltre a questo articolo, si veda il suo The Holocaust. The

Latent Issue in the Uniqueness Debate, in P.E Gallagher (a cura di), Christians, Jews,

and Other World, HighIand Lakes (NJ) 1987.

28. Schorsch, The Holocaust, 39. Incidentalmente, anche l'asserzione che gli ebrei

costituiscano una minoranza «dotata» è, a mio modo di vedere, una «versione secolare e

di cattivo gusto dell'ideologia del popolo eletto».

29. Dal momento che un'esposizione completa di questo punto non rientra negli obiettivi

di questo saggio, si consideri solamente la prima proposizione. La guerra mossa da Hitler

contro gli ebrei, anche se irrazionale (e già questa è di per sé una questione complessa),

certo non potrebbe costituire un caso storico unico. Si ricordi, per esempio, la tesi

portante del trattato di Joseph Schumpeter sull'imperialismo: «La propensione nonrazionale

e irrazionale, puramente istintiva verso la guerra e la conquista gioca un ruolo

di primo piano nella storia dell'umanità [[...] Un numero incalcolabile di guerre, forse la

maggior parte di esse, è stato mosso senza che in gioco ci fossero [...] interessi

ragionevoli e ragionati». Joseph Schumpeter, The Sociology of Imperialism, in Paul

Sweezy (a cura di), Imperialism and Social Classes, New York 1951, 83.

30. Per Goldhagen, si veda la nota 26. Evitando esplicitamente la rappresentazione

dell'Olocausto, il recente saggio di Albert S. Lindemann sull'antisemitisimo prende le

mosse dalla premessa che «per quanto grande sia il potere dei mito, non tutta l'ostilità nei

confronti degli ebrei - quella individuale come quella collettiva - si è fondata su una

percezione fantastica o chimerica o su proiezioni sganciate da una realtà esperibile. In

quanto esseri umani, gli ebrei sono stati capaci come qualunque altro gruppo di suscitare

ostilità nella vita di tutti i giorni». (Esau's Tears, Cambridge 1997, XVII).

31. Wiesel, Against Silence, I volume, 255, 384.

32. Chaumont sottolinea con efficacia il fatto che il dogma dell'Olocausto sortisce

l'effetto di rendere più accettabili gli altri crimini. L'insistenza sulla completa innocenza

degli ebrei (per esempio, l'assenza di un qualunque motivo razionale a sostegno della loro

persecuzione, per non parlare dei loro sterminio) «presuppone che, in altre circostanze,

persecuzioni e sterminio possano essere qualcosa di "normale" e crea una divisione di

fatto tra crimini incondizionatamente intollerabili e crimini con i quali si deve (e di

conseguenza si può) convivere» (La concurrence, 176).

33. Perlmutter, Anti-Semitism, 36, 40.

34. Novick, The Holocaust, 351 n.19.

35. New York 1965. Per il contesto, faccio riferimento a James Park Sloan, Jerzy

Kosinski, New York 1996.

36. Elie Wiesel, Everybody's Victim, in «New York Times Book Review», 31 ottobre

1965. La citazione di Ozick è tratta da Sloan, 304-5. L'ammirazione di Wiesel per

Kosinski non sorprende. Questi voleva analizzare il «nuovo linguaggio», Wiesel

«forgiare il nuovo linguaggio» dell'Olocausto. Per Kosinski «ciò che sta tra due momenti

è al tempo stesso un commento su quel momento e qualcosa che viene commentato da

quel momento». Per Wiesel «lo spazio tra due parole qualsiasi è più vasto della distanza

tra la terra e il cielo». C'è un detto polacco che esprime questo concetto: «Dal vacuo al

vuoto». Sia Kosinski sia Wiesel disseminarono generosamente le loro riflessioni di

citazioni da Albert Camus, il che rivela sempre un ciarlatano. Ricordando che Camus una

volta gli disse: «La invidio per Auschwitz», Wiesel glossa: «Camus non riusciva a

perdonarsi di non conoscere quell'evento maestoso, quel mistero dei misteri». Wiesel, All

Rivers, 321; Wiesel, Against Silence, II volume, 133. )

37. Geoffrey Stokes ed Eliot Fremont-Smith, Jerzy Kosinski's Tainted Words, in «Village

Voice», 22 giugno 1982. John Corry, A Case History: 17 Years of Ideological Attack on a

Cultural Target, in «New York Times», 7 novembre 1982. A suo credito, va detto che

Kosinski procedette a una sorta di conversione sul letto di morte. Nei pochi anni che

trascorsero dal suo smascheramento al suicidio, deplorò che l'industria dell'Olocausto

avesse escluso le vittime non ebree. «Molti ebrei nordamericani tendono a percepire la

Shoah come una tragedia esclusivamente ebraica [...] Ma del genocidio furono vittime

anche almeno la metà del popolo Rom (ingiustamente chiamati zingari), circa due milioni

e mezzo di cattolici polacchi, milioni di cittadini sovietici e di altre nazionalità [...]»

Kosinski riconobbe inoltre il «coraggio dei polacchi» che gli «diedero asilo durante

l'Olocausto» nonostante il suo cosiddetto «aspetto semitico». Jerzy Kosinski, Passing By,

New York 1992, 165-66, 178-79). A una conferenza sull'Olocausto, a chi gli domandava

con rabbia che cosa avessero fatto i polacchi per salvare gli ebrei rispose seccamente:

«Che cosa hanno fatto gli ebrei per salvare i polacchi?».

38. New York 1996. Per il contesto della truffa Wilkomirski, si veda soprattutto Elena

Lappin, The Man With Two Heads, in «Granta», n. 66, e Philip Gourevitch, Stealing the

Holocaust, in «New Yorker», 14 giugno 1999.

39. Un'altra importante influenza «letteraria» su Wilkomirski fu quella di Wiesel. Si

confrontino i brani seguenti:

Wilkomirski: «Vidi i suoi occhi spalancati e all'improvviso capii: quegli occhi sapevano

tutto, avevano visto tutto ciò che avevano visto i miei e sapevano infinitamente più di

chiunque altro in questo Paese. E io occhi così li conoscevo: li avevo visti migliaia di

volte, al campo e dopo. Erano gli occhi di Mila. Noi bambini ci dicevamo sempre tutto

con quegli occhi, e lei sapeva anche questo. Mi guardava dritto negli occhi e nel cuore»

(Fragments).

Wiesel: «Gli occhi, devo parlare dei loro occhi. Devo cominciare da lì, perché i loro

occhi vengono prima di tutto il resto, e ogni cosa sta dentro quegli occhi. Il resto può

aspettare. Mi limiterò a confermare quello che già sai. Ma i loro occhi, il fuoco dei loro

occhi, che hanno dentro una specie di verità irriducibile che brucia e non si consuma.

Ridotto al silenzio di fronte a loro, puoi solamente chinare il capo e accettare il giudizio.

Ora il tuo solo desiderio è di vedere il mondo come lo vedono loro. Sei un uomo fatto,

saggio ed esperto, eppure improvvisamente ti ritrovi impotente e spaventosamente

debole. Quegli occhi ti ricordano la tua fanciullezza, il tuo essere orfano, ti fanno perdere

tutta la fiducia nel potere del linguaggio. Quegli occhi negano il valore delle parole,

eliminano la necessità di ogni discorso». (The Jews of silence, New York 1966, 1)

Wiesel. continua a cantare «gli occhi» per un'altra pagina e mezza. La sua perizia

letteraria è superata dalla sua maestria dialettica. In un punto, ammette: «Diversamente da

molti progressisti, credo nella colpa collettiva». E in un altro: «Tengo a sottolineare che

non credo nella colpa collettiva». (Wiesel, Against Silence, II volume, 134; Wiesel, And

the Sea, 152, 235.)

40. Bernd Nauman, Auschwitz, New York 1966, 91. Per una documentazione esauriente

si veda FinkeIstein e Birn, Nation, 67-8.

41. Lappin, 49. Hilberg ha sempre posto le domande giuste. Da qui la sua condizione di

paria nella comunità che si occupa dell'Olocausto; si veda Hilberg, The Politics of

Memory, passim.

42. Lappin.

43. Publisher Drops Holocaust Book, in «New York Times», 3 novembre 1999. Allan

Hall e Laura Williams, Holocaust Hoaxer? in «New York Post», 4 novembre 1999.

44. Novick, The Holocaust, 158. Segev, Seventh Million, 425. Wiesel, And the Sea, 198.

45. Bernard Lewis, Semites and Anti-Semites, New York 1986, capitolo 6; Bernard

Lewis, The Middle East, New York 1995, 348-50. Berenbaum, After Tragedy, 84.

46. «New York Times», 27 marzo, 2 aprile, 3 aprile 1996. «Time», 23 dicembre 1996.

47. Nota dell'AAARGH: non è vero: fu per un attimo lettore presso l'Università, ma è

stato licenziato da lungo tempo.

48. Yehuda Bauer, Reflections Concerning Holocaust History, in Louis Greenspan e

Graeme Nicholson (a cura di), Fackenheim, Toronto 1993, 164, 169. Yehuda Bauer, On

Perpetrators of the Holocaust and the Public Discourse, in «Jewish Quarterly Review»,

n. 87 (1997), 348-50. Norman G. FinkeIstein e Yehuda Bauer, Goldhagen's «Hitler's

Willing Executioners»: An Exchange of Views, in «jewish Quarterly Review», nn. 1-2

(1998), 126.

49. Per i retroscena e gli sviluppi, si vedano Charles Glass, Hitler's (un)willing

executioners, in «New Statesman», 23 gennaio 1998; Laura Shapiro, A Battle Over the

Holocaust, in «Newsweek», 23 marzo 1998; Tibor Krausz, The Goldhagen Wars, in

«Jerusalem Report», 3 agosto 1998. Per questa e altre questioni, cfr.

www.NormanFinkelstein.com, con un link al sito web di Goldhagen.

50. Daniel Jonah Goldhagen, Daniel Jonah Goldhagen Comments on Birn in «German

Politics and Society», estate 1998, 88, 91 n2. Daniel Jonah Goldhagen, The New

Discourse of Avoidance, n. 25 (www.Goldhagen.com/nda01.html).

51. Hoffmann fu il relatore di Goldhagen per la dissertazione che divenne Hitler's Willing

Executioners. Ciò nonostante, commettendo una grave infrazione del protocollo

accademico, non soltanto scrisse un entusiastica recensione del libro di Goldhagen per

«Foreign Affairs», ma addirittura attaccò A Nation on Trial come «scandaloso» in un

secondo articolo per la medesima rivista («Foreign Affairs», maggio-giugno 1996 e

luglio-agosto 1998). Maier mise in rete un prolisso intervento sul sito tedesco www2.hnet.

msu.edu. In definitiva, gli unici «aspetti di questa situazione» che trovò «davvero

spiacevoli e censurabili» erano le critiche a Goldhagen. Perciò prestò «sostegno a un

ulteriore accertamento delle colpe» nell'azione legale di Goldhagen contro Birn e accusò

la mia argomentazione di essere una «speculazione fantasiosa ed eccessivamente

polemica» (23 novembre 1997).

52. New York 1994. Lipstadt ricoprì la cattedra universitaria di storia dell'Olocausto alla

Emory University ed è stata recentemente chiamata allo United States Holocaust

Memorial Council.

53. Grazie all'escamotage dell'uso di una doppia negazione, in pratica l'indagine

dell'American Jewish Committee favoriva la confusione: «Le sembra possibile o

impossibile che lo sterminio nazista degli ebrei non sia mai accaduto?» li ventidue per

cento degli intervistati rispose: «Possibile». In questionari successivi, che riformulavano

la domanda in termini più chiari, la negazione dell'Olocausto era prossima a zero. Una

recente indagine condotta dall'AJC in undici Paesi ha rivelato che, nonostante le diffuse

asserzioni di segno contrario da parte dell'estrema destra, «poche persone negano

l'Olocausto» (Jennifer Golub e Renae Cohen, What Do Americans Know About the

Holocaust?, The American Jewish Committee 1993; Holocaust Deniers Unconvincing -

Surveys, in «Jerusalem Post», 4 febbraio 2000). Eppure, in un intervento congressuale

dedicato all'«antisemitismo in Europa», David Harris dell'AJC dava risalto alla negazione

dell'Olocausto nella destra europea senza far parola una sola volta dei risultati

dell'indagine dello stesso AJC secondo cui questa negazione non trova praticamente

alcuna eco presso l'opinione pubblica generale. (Audizioni presso il Foreign Relations

Committee, Senato degli Stati Uniti, 5 aprile 2000. )

54. Si vedano France Historian Over Armenian Denial in «Boston Globe», 22 giugno

1995, e Bernard Lewis and the Armenians, in «Counterpunch», 16-31 dicembre 1997.

55. Israel Charny, The Conference Crisis. The Turks, Armenians and Jews, in The Book

of the International Conference on the Holocaust and Genocide. Book One. The

Conference Program and Crisis, Tel Aviv 1982. Israel Amrani, A Little Help for Friends,

in «Haaretz», 20 aprile 1990 (Bauer). Secondo la bizzarra versione di Wiesel, lui si ritirò

dalla presidenza della conferenza «per non offendere i nostri ospiti armeni». Forse cercò

di fare fallire la conferenza e fece pressioni sugli altri per una questione di cortesia nei

confronti degli armeni. Wiesel, And the Sea, 92. )

56. Edward T.Linenthal, Preserving Memory, New York l995, 228 e ss., 263, 312-13.

57. Lipstadt, Denying, 6, 12, 22, 89-90.

58. Wiesel, All Rivers, 333, 336.

59. Lipstadt, Denying, capitolo II.

60. A New Serbia, in «New Republic», 17 maggio 1999.

61. Si vedano, per esempio, Meron Benvenisti, Seeking Tragedy, in «Haaretz», 16 aprile

1999; Zeev Chafets, What Undergraduate Clinton Has Forgotten in «Jerusalem Report»,

10 maggio 1999; Gideon Levi, Kosovo: It Is Here, in «Haaretz», 4 aprile 1999.

(Benvenisti limita il paragone tra le azioni serbe e quelle compiute da Israele dopo il

maggio 1948. )

62. Arno Mayer, Why Did the Heavens Not Darken?, New York 1988. Christopher

Hitchens, Hitler's Ghost, in «Vanity Fair», giugno 1996 (Hilberg). Per un giudizio

equilibrato su Irving, si veda Gordon A. Craig, The Devil in the Details, in «New York

Review of Books», 19 settembre 1996. Pur liquidando com'è giusto le asserzioni di Irving

sull'Olocausto nazista definendole «ottuse e infondate», Craig prosegue affermando che

«egli conosce il nazional-socialismo molto meglio della maggior parte degli studiosi del

suo stesso campo, e coloro che studiano il periodo 1933-1945 devono molto di più di

quello che mai ammetteranno alla sua energia di ricercatore e alla portata e al vigore delle

sue pubblicazioni [...] Il suo volume Hitler's War [...] resta il miglior saggio che abbiamo

sulla Seconda guerra mondiale vista dalla parte tedesca e perciò è indispensabile a tutti

coloro che si occupano di quel conflitto [...] Persone come David Irving hanno quindi un

ruolo fondamentale nella ricerca storica e noi non dobbiamo ignorare il loro punto di

vista».

63. Per i tentativi falliti tra il 1984 e il 1994 di costruire un museo nazionale

afroamericano sul Washington Mall, si veda Fath Davis Ruffins, Culture Wars Won and

Lost, Part II, The National African-American Museum Project, in « Radical History

Review», inverno 1998. Un'iniziativa del Congresso fu alla fine affossata dal senatore

Jesse Helms del North Carolina. Il budget annuale del Washington Holocaust Museum è

di cinquanta milioni di dollari, trenta dei quali provenienti dalle casse federali.

64. Per il contesto, si vedano Linenthal, Preserving Memory, Saidel, Never Too Late,

specialmente i capitoli 7 e 15; Tim Cole, Selling the Holocaust, New York 1999, capitolo

6.

65. Michael Berenbaum, The World Must Know, New York 1993, 2, 214. Omer Bartov,

Murder in Our Midst, Oxford 1996,180.

66. Per i particolari, si veda Kati Marton, A Death in Jerusalem, New York 1994,

capitolo 9. Nelle sue memorie, Wiesel rievoca il «passato leggendario di "terrorista"»

dell'uccisore di Bernadotte, Yehoshua Cohen. Si noti la parola terrorista virgolettata

(Wiesel, And the Sea, 58). Il New York City Holocaust Museum, per quanto non meno

politicizzato (tanto il sindaco Ed Koch quanto il governatore Mario Cuomo

corteggiavano il voto e il denaro ebraico), rientrò sin dall'inizio anche nei giochi di

investitori e finanzieri ebrei newyorkesi. A un certo punto, gli investitori cercarono di

dare il minor risalto possibile al termine «Olocausto» nel nome del museo per paura che

potesse far scendere il valore dell'adiacente complesso di appartamenti di lusso. Wags

suggerì con sarcasmo che avrebbero dovuto chiamare il complesso «Treblinka Towers» e

le strade vicine «Auschwitz Avenue» e «Birkenau Boulevard». Il museo chiese un

contributo a J. Peter Grace (nonostante fossero stati rivelati i suoi legami con un

criminale di guerra nazista) e organizzò una festa di gala nella discoteca The Hot Rod:

«La New York Holocaust Memorial Commission invita la SV a ballare il rock and roll

tutta la notte». (Saidel, Never Too Late, 8, 121, 132, 145, 158, 161, 191, 240).

67. Novick la chiama la controversia dei «sei milioni» contro gli «undici milioni». A

cinque milioni assommano le morti di civili non ebrei, cifra dovuta al famoso «cacciatore

di nazisti» Simon Wiesenthal. Osservando che «non ha senso dal punto di vista storico»,

Novick scrive: «Cinque milioni è un numero sia troppo basso (per tutti i civili non ebrei

uccisi dal Terzo Reich) sia troppo alto (per i gruppi non ebraici che furono, come gli

ebrei, un bersaglio designato)». Si premura tuttavia di aggiungere che il punto

ovviamente non sono i numeri di per sé, ma ciò che noi intendiamo, ciò a cui facciamo

riferimento quando parliamo dell'Olocausto"». Stranamente, dopo questo ammonimento,

Novick si schiera a favore della commemorazione esclusivamente degli ebrei in quanto i

sei milioni «rappresentano qualcosa di specifico e determinato», mentre gli undici milioni

«sono un miscuglio inaccettabile». (Novick, The Holocaust, 214-26. )

68. Wiesel, Against Silence, III volume, 166.

69. Per gli handicappati in quanto oggetto del primo genocidio nazista, si veda soprattutto

Henry Friedlander, The Origins of Nazi Genocide, Chapel Hill, 1995. Secondo Leon

Wieseltier, i non ebrei morti ad Auschwitz «ebbero una morte pensata per gli ebrei [...],

vittime di una "soluzione" progettata per altri» (Leon Wieseltier, At Auschwitz Decency

Dies Again, in «New York Times», 3 settembre 1989). Eppure, come mostra un numero

cospicuo di studi, fu la morte inventata per gli handicappati tedeschi a essere inflitta agli

ebrei; oltre al saggio di FriedIander, si veda, per esempio, Michael Burleigh, Death and

Deliverance, Cambridge 1994.

70. Sybil Milton, autrice di numerose pubblicazioni sulla storia degli zingari ed ex

direttrice della sezione storia dello United States Holocaust Museum, afferma che

«durante l'Olocausto furono uccisi almeno duecentoventimila Rom e zingari di origine

tedesca» e che «tale cifra» va «incrementata, probabilmente a cinquecentomila»

(Statistical Considerations, Sinti Mortality during the Holocaust, Roma, 24 dicembre

1999).

71. Friedlander, Origins: «Insieme agli ebrei, i nazisti uccisero gli zingari d'Europa.

Definiti come una razza «dalla pelle scura, uomini, donne e bambini zingari non poterono

sfuggire al loro destino di vittime del genocidio nazista [...] Il regime nazista uccise con

sistematicità solamente tre gruppi umani: gli handicappati, gli ebrei e gli zingari» (XIIXIII).

Oltre che essere uno storico di prima grandezza, Friedlander è anche un ex

internato ad Auschwitz. Raul Hilberg, The Destruction of European Jews, New York 198

5 (in tre volumi), III volume, 999-1000. Con la sincerità che lo contaddistingue, Wiesel

nella sua autobiografia proclama il suo disappunto per la mancata inclusione

nell'Holocaust Memorial Council, da lui presieduto, di un rappresentante degli zingari.

Come se lui non avesse avuto il potere di nominarne uno. (Wiesel, And the Sea, 211).

72. Linenthal, Preserving Memory, 241-46, 315.

73. Benché l'«indinazione a favore degli ebrei» (Saidel) dell'Holocaust Museum di New

York fosse ancor più pronunciata (ai non ebrei vittime del nazismo fu annunciato sin

dall'inizio che era «solo per gli ebrei»), Yehuda Bauer andò su tutte le furie quando la

commissione accennò timidamende al fàtto che l'Olocausto potesse abbracciare altre

vittime oltre agli ebrei. «A meno che questa posizione non cambi immediatamente e

radicalmente» minacciò in una lettera ai membri della commissione «non perderò

occasione di [...] attaccare questo vergognoso progetto da qualunque palco mi venga

offerto.» (Saidel, Never Too Late, 125-26, 129, 212, 221, 224-25.)

74. ZOA Criticizes Holocaust Museum Hiring of Professor Who Compared Israel to

Nazis, in «Israel Wire», 5 giugno 1998. Neal M. Sher, Sweep the Holocaust Museum

Clean, in «Jewish World Review», 22 giugno 1998. Scoundrel Time, in «PS - The

Intelligent Guide to Jewish Affairs», 21 agosto 1998. Daniel Kurtzman, Holocaust

Museum Taps One of Its Own for Top Spot, in «Jewish Telegraphic Agency», 5 marzo

1999. Ira Stoll, Holocaust Museum Acknowledges a Mistake, in «Forward», 13 agosto

1999.

75. Noam Chomsky, World Orders Old and New, New York 1996, 293-94 (Shavit).

 

CAPITOLO 3

LA DUPLICE ESTORSIONE

In origine, con il termine «sopravvissuto all'Olocausto» si indicava chi aveva patito il

terribile trauma dei ghetti ebraici, dei campi di concentramento e dei campi di lavoro

schiavistico, spesso in questa sequenza. I sopravvissuti alla fine della guerra sono

generalmente stimati nell'ordine delle centomila persone (1); di queste, oggi saranno

ancora in vita non più del venticinque per cento. Dal momento che a coloro che avevano

subito l'esperienza dei campi veniva concessa la palma del martirio, molti ebrei che

trascorsero altrove il periodo della guerra e delle persecuzioni sì presentarono come

sopravvissuti. Dietro questa impostura stava anche un altro valido motivo, di ordine

materiale: il governo della Germania postbellica pagava un risarcimento agli ebrei che

erano stati nei ghetti o nei campi e molti ebrei si costruirono un passato in grado di

soddisfare tali requisiti (2). «Se tutti quelli che pretendono di essere dei sopravvissuti lo

fossero dawero» inveiva mia madre «Hitler chi avrebbe ammazzato?»

[124] In effetti, molti studiosi hanno messo in dubbio l'attendibilità delle testimonianze

dei sopravvissuti. «Un'alta percentuale di errori che ho scoperto nelle mie stesse opere»

ricorda Hilberg «potrebbe essere attribuita ai testimoni.» Anche chi lavora nell'industria

dell'Olocausto, come Deborah Lipstadt per esempio, osserva ironicamente come spesso i

sopravvissuti all'Olocausto sostengano di essere stati esaminati ad Auschwitz da Josef

Mengele in persona. (3)

A parte gli inganni della memoria, qualche testimonianza di sopravvissuti all'Olocausto

può essere considerata sospetta per altre ragioni. Dal momento che oggi i sopravvissuti

sono venerati come santi laici, non si osa metterli in dubbio. Dichiarazioni assurde

passano incontestate. Nel suo acclamato libro di memorie, Elie Wiesel ricorda di avere

letto, appena liberato da Buchenwald, all'età di diciotto anni, «la Critica della ragion

pura», non ridete!, «in yiddish». A parte il fatto che lo stesso Wiesel ammette di essere

stato all'epoca «completamente a digiuno di grammatica yiddish», resta comunque che la

Critica della ragion pura non fu mai tradotta in yiddish.

Narra anche, con dovizia di particolari, di un «misterioso studioso del Talmud» che «in

due settimane, solamente per stupirmi, imparò a fondo l'ungherese». Dichiara a un

settimanale ebraico di «diventare spesso rauco o afono» quando legge mentalmente le

proprie ope[125]re «ad alta voce, interiormente». E a un giornalista del «New York

Times», poi, racconta di quando una volta fu investito da un taxi in Times Square: «Feci

un volo di un intero isolato. Fui investito tra la Quarantacinquesima Strada e Broadway e

l'ambulanza mi raccolse alla Quaranta-quattresima». «La verità che presento è nuda e

cruda» sospira Wiesel. «Non potrei fare altrimenti» (4).

In anni recenti, l'espressione «sopravvissuto all'Olocausto» ha assunto un nuovo, più

ampio significato: designa non soltanto chi ha sofferto nei campi, ma anche chi è riuscito

a sfuggire ai nazisti; così, nella categoria rientrano, per esempio, gli oltre centomila ebrei

polacchi che dopo l'invasione tedesca della Polonia trovarono rifugio in Unione

Sovietica. Eppure, osserva lo storico Leonard Dinnerstein, «quelli che si erano sistemati

in Unione Sovietica non vennero trattati in modo diverso dai cittadini russi» mentre «i

sopravvissuti al campi di concentramento sembravano dei morti viventi» (5). Qualcuno

ha scritto a un sito web sull'Olocausto per sostenere che, nonostante sia vissuto a Tel

Aviv durante la guerra, anche lui è un sopravvissuto all'Olocausto: sua nonna è morta ad

Auschwitz. A sentire Israel Gutman, Wilkomirski è un sopravvissuto all'Olocausto

perché il suo «dolore è autentico». L'ufficio del rex Primo ministro israeliano Netanyahu

ha recentemente calcolato il numero di sopravvissuti all'Olocausto tuttora in vita in circa

un milione. Ancora una volta, il motivo principale di [126] questo gioco al rialzo sul

numero dei superstiti non è difficile da capire: è difficile sostenere nuove e imponenti

richieste di risarcimento quando sono ancora in vita solo pochi sopravvissuti. Infatti, i

principali complici di Wilkomirski erano, in un modo o nell'altro, inseriti nel network dei

risarcimenti per l'Olocausto. La sua amica infanzia ad Auschwitz, la «piccola Laura»,

attinse soldi da un fondo svizzero per l'Olocausto, quando in realtà era di nascita

americana, e per giunta un'adepta di culti satanici. I principali sponsor israeliani di

Wilkomirski erano sovvenzionati da (o attivi in) organizzazioni coinvolte nei risarcimenti

per l'Olocausto (6).

La questione dei risarcimenti risulta particolarmente illuminante per comprendere

l'industria dell'Olocausto. Come abbiamo visto, allineandosi alle posizioni degli Stati

Uniti durante la Guerra Fredda, la Germania venne in gran fretta riabilitata e l'Olocausto

nazista cadde nel dimenticatoio. Ciò nonostante, nei primi anni Cinquanta, la Germania

entrò in trattativa con le istituzioni ebraiche e firmò accordi di risarcimento. Dietro poche

(o nessuna) pressioni esterne, ha pagato finora qualcosa come sessanta miliardi di dollari.

Facciamo un confronto con il caso americano. Le guerre statunitensi in Indocina hanno

mietuto tra i quattro e i cinque milioni di vite tra uomini, donne e bambini. Uno storico

ricorda che, dopo il ritiro americano, il Vietnam aveva disperatamente bisogno di

aiu[127]to. «Nel Sud, novemila dei quindicimila villaggi, oltre dieci milioni di ettari di

suolo coltivabile e quasi cinque milioni di ettari di foresta erano stati distrutti; un milione

e mezzo di animali da allevamento erano stati abbattuti; le stime parlavano di

duecentomila prostitute, ottocentosettantanovemila orfani, centottantunomila disabili e un

milione di vedove. Tutte le sei città industriali del Nord erano state gravemente

danneggiate, così come i centri minori e quattromila delle cinquemilaottocento comuni

agricole.» Rifiutandosi, comunque, di rifondere i danni, il presidente Carter spiegò che

«la distruzione era [stata] reciproca». Nel dichiarare che non vedeva certo la necessità di

«alcun tipo di scuse per la guerra» il segretario alla Difesa del presidente Clinton,

William Cohen, ha svolto considerazioni analoghe: «Entrambi i Paesi ne sono stati

segnati. Loro hanno le loro ferite, noi certamente abbiamo le nostre» (7).

Il governo tedesco cercò di risarcire gli ebrei attraverso tre diversi accordi siglati nel

1952. I singoli che ne avevano fatto richiesta furono risarciti secondo i termini del

Bundesentschädigungsgesetz, la legge d'indennizzo federale: un accordo separato con

Israele prevedeva sussidi per la reintegrazione e la riabilitazione di diverse centinaia di

migliaia di ebrei rifugiati. Contemporaneamente, il governo tedesco negoziò anche un

accordo finanziario con la Conference on Jewish Material Claims Against Germany, che

comprendeva tutte [128] le maggiori organizzazioni ebraiche, tra le quali l'American

Jewish Committee, l'American Jewish Congress, Bnai Brith, il Joint Distribution

Committee e così via. La Claims Conference avrebbe dovuto utilizzare il denaro (dieci

milioni di dollari l'anno per dodici anni, in valuta attuale pari a circa un miliardo di

dollari) in favore degli ebrei vittime delle persecuzioni naziste che per qualche motivo

erano stati poco o per nulla risarciti (8). Mia madre era uno di questi casi. Sopravvissuta

al ghetto di Varsavia, al campo di concentramento di Majdanek e ai campi di lavoro di

Czestochowa e Skarszysko-Kamiena, ricevette dal governo tedesco un indennizzo di soli

tremilacinquecento dollari. Altri ebrei vittime (e molti di loro in realtà non lo erano

affatto) ottennero invece dalla Germania pensioni a vita per un valore complessivo di

centinaia di migliaia di dollari a testa. Il denaro dato alla Claims Conference era stato

stanziato a favore di quegli ebrei vittime dei campi che avevano ricevuto solamente un

risarcimento minimo.

In effetti, il governo tedesco tentò di rendere esplicito nell'accordo che il denaro sarebbe

stato destinato esclusivamente agli ebrei sopravvissuti, in senso stretto, che erano stati

compensati iniquamente o inadeguatamente dai tribunali tedeschi. La Claims Conference

disse di sentirsi offesa del fatto che si dubitasse della sua buona fede. Quando l'intesa fu

raggiunta, fece pubblicare un comunicato stampa nel quale si sottoli[129]neava che il

denaro sarebbe stato usato per «gli ebrei perseguitati dal regime nazista ai quali la

legislazione esistente non poteva fornire una riparazione». raccordo finale impegnava la

Claims Conference a impiegare il denaro «per soccorrere, riabilitare e garantire una

nuova sistemazione alle vittime».

La Claims Conference annullò prontamente l'intesa. In flagrante violazione della lettera e

dello spirito dell'accordo, destinò i soldi non alla riabilitazione delle singole vittime,

quanto piuttosto a quella delle comunità ebraiche. Anzi, un principio-guida della Claims

Conference proibiva l'uso di denaro a «beneficio diretto di singole persone». Fornendo un

classico esempio di attenzione ai propri interessi, comunque, la Claims Conference fece

eccezione per due categorie di vittime: rabbini e «leader ebrei di primo piano» ricevettero

pagamenti individuali. Le organizzazioni che facevano parte della Claims Conference

usarono quella massa di denaro per finanziare i loro vari progetti. Qualunque beneficio

(Sempre che ve ne siano stati) abbiano ricevuto gli ebrei realmente classificabili come

vittime, fu indiretto o casuale (9). Attraverso giri tortuosi, grosse somme furono dirette

alle comunità ebraiche nel mondo arabo e si facilitò l'emigrazione dall'Europa dell'Est

(10). Si finanziarono anche iniziative culturali come musei dell'Olocausto e cattedre

universitarie di studi sull'Olocausto; con un'iniziativa puramente propagandistica, [130]

poi, lo Yad Vashem istituì un riconoscimento a favore dei «gentili giusti».

Più recentemente, la Claims Conference cercò di entrare in possesso delle proprietà

ebraiche denazionalizzate nell'ex Germania Orientale, che valgono centinaia di milioni di

dollari e che appartengono di diritto agli attuali eredi degli ebrei a cui vennero tolte.

Quando la Claims Conference, per questo e per altri abusi, venne attaccata dagli ebrei

defraudati, il rabbino Arthur Hertzberg fiagellò entrambe le parti osservando

sarcasticamente che «non si tratta[va] di giustizia: è una contesa per questioni di

soldi» (11). Quando la Germania o la Svizzera si rifiutano di pagare risarcimenti, si leva

incontenibile la giusta protesta della comunità ebraica americana, ma quando le élite

ebraiche derubano gli ebreì sopravvissuti, non si solleva alcuna questione etica: sì tratta

solo di soldi.

Benché mia madre avesse ricevuto solamente tremilacinquecento dollari a titolo di

risarcimento, altre persone coinvolte nei processi di indennizzo se la sono cavata molto

meglio. Lo stipendio annuale documentato di Saul Kagan, per lungo tempo segretario

generale della Claims Conference, è di centocinquemila dollari. Durante la sua gestione,

fu incriminato per trentatré casi di assegnazione indebita di fondi e crediti, di cui si rese

colpevole, in malafede, mentre era alla guida di una banca newyorkese. (La sentenza di

condanna fu ribalta[131]ta solamente dopo numerosi appelli.) Alfonse D'Amato, l'ex

senatore di New York, fece da mediatore nell'azione legale contro le banche tedesche e

austriache per trecentocinquanta dollari l'ora più le spese; per i primi sei mesi di lavoro

incassò centotremila dollari. Wiesel. si affrettò a ricoprire pubblicamente di lodi D'Amato

per la sua «sensibilità alla sofferenza degli ebrei». Lawrence Eagleburger, segretario di

Stato sotto il presidente Bush senior, percepisce uno stipendio annuale di trecentomila

dollari in quanto presidente della International Commission On Holocaust-Era Insurance

Claims. «Qualunque cifra gli diano» ha sostenuto Elan Steinberg del Congresso Mondiale

Ebraico «è un vero affare.» Kagan incassa in dodici giorni, Eagleburger in quattro e

D'Amato in dieci ore quello che mia madre ha ricevuto per avere patito sei anni di

persecuzioni naziste (12).

Il premio per il più intraprendente venditore dell'Olocausto, comunque, spetta

sicuramente a Kenneth Bialkin. Per decenni uno dei principali leader ebrei americani,

guidò l'ADL, e presiedette la Conferenza dei presidenti delle maggiori organizzazioni

ebraiche americane. Attualmente, Bialkin rappresenta le Assicurazioni Generali contro la

commissione Eagleburger per, si dice, una «grossa somma di denaro» (13).

Negli ultimi anni, l'industria dell'Olocausto è diventata un vero e proprio racket di

estorsioni. Dando a in[132]tendere di rappresentare tutto il mondo ebraico, i vivi come i

morti, essa sta avanzando pretese in tutta Europa sui beni degli ebrei dell'Olocausto.

Giustamente battezzata «l'ultimo capitolo dell'Olocausto», questa duplice estorsione,

rivolta sia contro i Paesi europei sia contro gli ebrei legittimi beneficiari, ha dapprima

preso di mira la Svizzera.

In primo luogo, esaminerò le dichiarazioni contro questo Paese, poi passerò alle prove,

dimostrando come molti degli addebiti non soltanto si fondino su dichiarazioni

fraudolente, ma si addicano molto meglio a coloro che li hanno mossi che al loro

bersaglio.

Durante le commemorazioni del cinquantesimo anniversario della fine della Seconda

guerra mondiale, nel maggio 1995, il presidente svizzero presentò le scuse formali della

sua nazione per avere negato rifugio agli ebrei durante l'Olocausto nazista (14). Allo

stesso tempo si riaprì la discussione sull'antica questione dei beni degli ebrei in deposito

presso conti svizzeri prima e durante la guerra. In un reportage che ebbe vasta eco, un

giornalista israeliano citò un documento (mal interpretandolo, come risultò in seguito)

che provava che le banche svizzere gestivano ancora conti di ebrei risalenti al periodo

dell'Olocausto, per un valore di diversi miliardi di dollari (15).

Il Congresso Mondiale Ebraico, un'organizzazione moribonda fino alla sua campagna di

denuncia di Kurt Waldheim come criminale di guerra, colse questa nuo[133]va occasione

per mostrare i muscoli. Da subito risultò chiaro che la Svizzera era una facile preda:

pochi si sarebbero schierati a fianco dei ricchi banchieri svizzeri contro le «vittime

bisognose dell'Olocausto», ma, cosa ancora più importante, le banche svizzere erano

altamente vulnerabili alle pressioni economiche provenienti dagli Stati Uniti (16).

Verso la fine dei 1995, Edgar Bronfman, presidente del Congresso Mondiale Ebraico e

figlio di un funzionario della Jewish Claims Conference, e il rabbino Israel Singer,

segretario generale del Congresso Mondiale Ebraico e magnate immobiliare, si

incontrarono con i banchieri svizzeri (17). Bronfman, erede della fortuna dell'azienda di

liquori Seagram (il suo patrimonio personale è stimato in tre miliardi di dollari), avrebbe

poi fatto modestamente sapere alla commissione sulle attività bancarie del Senato che lui

parlava «a nome del popolo ebraico» come pure dei «sei milioni di persone che non

possono parlare per se stesse» (18). Le banche svizzere dichiararono di essere riuscite a

individuare solamente settecentosettantacinque conti inattivi giacenti, per un valore totale

di trentadue milioni di dollari. Offrirono questa cifra come base per i negoziati con il

Congresso Mondiale Ebraico, il quale la rifiutò in quanto inadeguata. Nel dicembre 1995,

Bronfman lavorò in squadra con il senatore D'Amato. Con i sondaggi elettorali che lo

davano in netto svantaggio e una [134] corsa per il Senato all'orizzonte, D'Amato vide

l'occasione di migliorare nettamente la propria immagine agli occhi della comunità

ebraica, con il suo forte peso elettorale e i suoi munifici finanziamenti. Prima di riuscire a

mettere definitivamente in ginocchio la Svizzera, il CME, lavorando con l'intero

ventaglio delle istituzioni che si occupano dell'Olocausto (ivi inclusi lo US Holocaust

Memorial Museum e il Centro Simon Wiesenthal), aveva mobilitato l'intero

establishment politico americano. A partire dal presidente Clinton, che sotterrò l'ascia di

guerra con D'Amato (le udienze del caso Whitewater erano ancora in corso) per fornire il

proprio appoggio, passando per undici agenzie del governo federale, come anche la

Camera e il Senato, fino ai governi dei vari Stati e alle amministrazioni locali in tutto il

Paese, da ogni parte venne montata una campagna di pressioni che spinse una sfilza di

funzionari pubblici a denunciare il comportamento dei perfidi svizzeri.

Usando come trampolino le commissioni sulle attività bancarie di Camera e Senato,

l'industria dell'Olocausto orchestrò una indegna campagna diffamatoria. Grazie all'aiuto

di una stampa credulona e infinitamente compiacente, pronta a concedere titoli a nove

colonne a qualunque storia, per quanto ridicola, avesse una relazione con l'Olocausto, la

campagna denigratoria risultò inarrestabile. Gregg Rickman, primo [135] assistente

lesrale di D'Amato, nella sua ricostruzione si vanta del fatto che i banchieri svizzeri

furono portati a forza «nell'aula dell'opinione pubblica, dove stabilivamo noi l'ordine del

giorno. I banchieri erano nel nostro territorio e noi eravamo, secondo le convenienze, il

giudice, la giuria e il boia». Tom Bower, ricercatore di punta nella campagna

antisvizzera, definisce la richiesta di un'udienza da parte di D'Amato un «eufemismo per

indicare un processo pubblico o un tribunale illegale» (19).

Il «portavoce» della valanga antisvizzera fu il direttore generale del Congresso Mondiale

Ebraico, Elan Steinberg, la cui funzione principale fu quella di dispensare

disinformazione. «Il terrore attraverso lo scandalo» a quanto dice Bower «era l'arma

preferita di Steinberg, perché sparava una serie d'accuse allo scopo di creare disagio e di

scioccare. I rapporti dell'OSS [Office of Strategic Services, un ramo dei servizi segreti

americani durante la Seconda guerra mondiale], che spesso si basavano su dicerie e su

fonti non controllate e guardate per anni con sospetto dagli storici in quanto voci non

comprovate, d'improvviso e senza alcun vaglio critico assumevano credibilità ottenendo

vasta eco.» «L'ultima cosa di cui le banche hanno bisogno è una pubblicità negativa»

spiegò il rabbino Singer. «E noi gliela faremo fino a quando le banche diranno: "Basta.

Scendiamo a patti".» Ansioso di godere a sua [136] volta delle luci della ribalta, il

rabbino Marvin Hier, responsabile del Centro Simon Wiesenthal, fece una dichiarazione

spettacolare: la Svizzera aveva imprigionato i rifugiati ebrei in «campi di lavoro

schiavistico». (Con moglie e figlio sul libro paga, Hier dirige il Centro Simon Wiesenthal

come un'azienda di famiglia: insieme, nel 1992 hanno racimolato uno stipendio di

cinquecentoventimila dollari. Il Centro è rinomato per le sue mostre sull'Olocausto «alla

Disneyland» e per «l'uso vincente di tattiche di terrore sensazionalistico per raccogliere

fondi».) «Vedendo l'infinito miscuglio di verità e supposizioni, di fatti e invenzioni

messo in piedi dai media» conclude Itamar Levin «è facile capire come mai molti svizzeri

credono che il loro Paese sia stato vittima di un qualche complotto internazionale. (20)»

La campagna degenerò rapidamente in una diffamazione del popolo svizzero. In uno

studio sponsorizzato dall'ufficio di D'Amato e dal Centro Simon Wiesenthai, Bower

scrive per esempio che «una nazione i cui abitanti [...] si vantavano con i loro vicini della

propria invidiabile ricchezza trasse coscientemente profitto da denaro sporco di sangue»;

che «i cittadini apparentemente rispettabili del Paese più pacifico del mondo [...]

commisero un furto senza precedenti»; che «la disonestà era un connotato culturale che

gli svizzeri avevano assimilato a fondo per proteggere l'immagine della nazione e la sua

prosperità; che gli svizzeri erano «istinti[137]vamente attratti dal profitto» (solamente gli

svizzeri?); che «gli interessi privati erano l'unico scopo di tutte le banche svizzere»

(Solamente di quelle svizzere?); che «la piccola consorteria di banchieri svizzeri era

diventata la più avìda e la più immorale»; che «la diplomazia svizzera praticava le arti

della dissimulazione e dell'inganno» (solamente la diplomazia svizzera?); che «le scuse e

le dimissioni non erano una pratica diffisa nella tradizione politica svizzera» (e da noi?);

che «la cupidigia svizzera era senza pari»; che «il carattere svizzero» era una

combinazione di «semplicità e doppiezza» e che «dietro la facciata di civiltà c'era uno

strato di ostinazione, che celava una granitica ed egoistica mancanza di comprensione per

le opinioni di chiunque altro»; che gli svizzeri non erano «Semplicemente un popolo

particolarmente privo di fascino che non aveva prodotto artisti, né eroi dall'epoca di

Guglielmo Tell, né statisti, ma erano stati collaboratori disonesti dei nazisti e avevano

tratto profitto dal genocidio» e via dicendo. Rickman sottolinea questa «verità più

profonda» riguardo agli svizzeri: «Giù nel profondo, probabilmente più nel profondo di

quanto loro stessi pensassero, conservavano nel loro temperamento un'arroganza latente

nei confronti degli altri. Pur con tutti i loro sforzi, non riuscivano a nascondere la loro

educazìone» (21). Molti di questi insulti sono terribilmente simili a quelli che gli

antisemiti lanciano contro gli ebrei.

[138] L'accusa principale era che c'era stata, come recita il sottotitolo del libro scritto da

Bower, «una cospirazione elvetico-nazista durata cinquant'anni per sottrarre miliardi agli

ebrei europei e ai sopravvissuti all'Olocausto». Per citare il mantra del racket della

restituzione dei beni dell'Olocausto, questa cospirazione costituì «il più grande ladrocinio

nella storia dell'umanità»; per l'industria dell'Olocausto tutto ciò che riguarda gli ebrei

appartiene a una categoria separata e superlativa: il peggiore, il più grande

Come prima cosa, l'industria dell'Olocausto dichiarò che le banche svizzere avevano

sistematicamente negato agli eredi delle vittime dell'Olocausto l'accesso a conti inattivi su

cui giacevano tra i sette e i venti miliardi di dollari. «Nel corso degli ultimi

cinquant'anni», riportò «Time» in una storia di copertina, un «ordine permanente» delle

banche svizzere «è stato quello di essere evasivi e di fare ostruzionismo quando

sopravvissuti all'Olocausto fanno domande circa i conti correnti dei loro parenti

deceduti.» Ricordando le regole di segretezza attuate dalle banche svizzere nel 1934, in

parte per prevenire un ricatto nazista nei confronti di titolari di conto ebrei, D'Amato

sentenziò di fronte alla commissione sulle attività bancarie della Camera: «Non è

un'ironia il fatto che lo stesso sistema che aveva incoraggiato la gente a venire ad aprire

conti usi poi la segretezza per negare a quelle stesse persone e [139] ai loro credi ciò che

loro spetta di diritto? Era una logica perversa, distorta, alterata».

Bower racconta concitatamente la scoperta di una prova-chiave per dimostrare la perfidia

degli svizzeri nei confronti delle vittime dell'Olocausto: «La fortuna e la scrupolosità ci

fornirono un frammento che confermò la validità delle accuse di Bronfman. Un rapporto

dalla Svizzera dei servizi segreti, datato luglio 1945, affermava che Jacques Salmanovitz,

titolare della Société Générale de Surveillance (una società di procura e fiduciaria con

sede a Ginevra, operante anche sui mercati balcanici), era in possesso di un elenco di

centottantadue clienti ebrei che avevano affidato otto milioni e quattrocentomila franchi

svizzeri e circa novantamila dollari alla società in attesa del loro ritorno dai Balcani. Il

rapporto aggiungeva che gli ebrei non avevano ancora reclamato i loro averi. Rickman e

D'Amato erano al settimo cielo». Anche Rickman, nella sua ricostruzione, brandisce

questa «prova della criminalità della Svizzera», ma nessuno dei due, comunque, fa

menzione in questo contesto specifico del fatto che Salmanovitz fosse ebreo. (L'effettiva

validità di queste accuse verrà discussa più avanti.) (22)

Alla fine del 1996 una teoria di anziane signore ebree e un uomo rilasciarono

commoventi testimonianze di fronte alle commissioni sulle attività bancarie del

Congresso sulle prevaricazioni dei banchieri svizze[140]ri. Ciò nonostante, secondo

Itamar Levin, direttore del maggiore quotidiano economico israeliano, praticamente

nessuno di questi testimoni «era in possesso di prove effettive circa l'esistenza di beni

depositati presso banche svizzere». Per rafforzare l'effetto teatrale di queste deposizioni,

D'Amato portò sul banco dei testimoni Elie Wiesel che, nelle sue dichiarazioni poi

ampiamente riportate, espresse indignazione (indignazione!) nello scoprire che chi aveva

perpetrato l'Olocausto aveva cercato di derubare gli ebrei prima di ammazzarli:

«All'inizio credevamo che la Soluzione Finale avesse come unica motivazione

un'ideologia perversa. Ora veniamo a sapere che non volevano semplicemente uccidere

gli ebrei, per quanto orribile possa suonare, ma volevano anche derubarli. Ogni giorno

impariamo qualcosa di più su questa tragedia. Non esiste un limite alla sofferenza? Un

limite all'oltraggio?». Ovviamente, è difficile definire il saccheggio nazista dei beni degli

ebrei come una novità: gran parte dei saggio di Raul Hilberg, The Destruction of tbe

European Jews, pubblicato nel 1961, è dedicato alle espropriazioni messe in atto dai

nazisti contro gli ebrei (23).

Si è anche affermato che i banchieri svizzeri hanno rubato i depositi delle vittime

dell'Olocausto e distrutto sistematicamente documenti d'importanza vitale per coprire le

loro tracce e che solamente agli ebrei sia toccato un simile abominio. Nel corso di

un'udienza, [141] attaccando violentemente la Svizzera, la senatrice Barbara Boxer

dichiarò: «Questa commissione non tollererà un atteggiamento ipocrita da parte delle

banche svizzere. Non andate a raccontare che cercate le prove, quando le state

distruggendo» (24).

Ahimè, il «valore di propaganda» (Bower) dei vecchi ebrei che chiedevano risarcimenti,

rendendosi testimonì della perfidia degli svizzeri, si esauri velocemente: l'industria

dell'Olocausto dovette allora cercare un altro capo d'accusa. La frenesia dei media si era

fissata sull'acquisto, da parte della Svizzera, dell'oro che i nazisti avevano rapinato dalle

tesorerie centrali dei Paesi europei durante la guerra. Per quanto spacciate come

rivelazioni sensazionali, si trattava in effetti di notizie risapute. Arthur Smith, autore dello

studio di riferimento sulla questione, dichiarò all'udienza alla Camera dei rappresentanti:

«Per tutta la mattina e il pomeriggio ho ascoltato un elenco di fatti che, in gran parte, in

linea generale, erano noti da anni; e mi sorprende che molti di essi vengano presentati

come nuovi e sensazionali». L'obiettivo delle udienze non era comunque quello di

informare ma, secondo quanto disse la giornalista Isabel Vincent, di «inventare storie

sensazionalistiche». Se si fosse gettato fango a sufficienza, era ragionevole pensare che la

Svizzera avrebbe gettato la spugna (25).

L'unica vera nuova accusa era che la Svizzera aveva consapevolmente trafficato con

l'«oro dei campi» e cioè [142] che aveva comprato grossi quantitativi di oro che i nazisti

avevano strappato alle vittime dei campi di concentramento e di sterminio e poi fuso in

lingotti. Bower riferisce che il Congresso Mondiale Ebraico «aveva bisogno di un legame

emotivo per associare la Svizzera all'Olocausto» e questa nuova rivelazione della perfidia

svizzera venne di conseguenza considerata un dono del Cielo. «Poche immagini»

prosegue Bower «suscitavano più emozione delle metodiche operazioni di estrazione dei

denti d'oro dalle bocche dei cadaveri recuperati dalle camere a gas.» «Si tratta di fatti

davvero molto angoscianti» intonò con aria triste D'Amato a un'udienza alla Camera dei

rappresentanti «perché tali sono la sottrazione e il furto di beni dalle case, dalle banche

nazionali, dai campi di sterminio, di orologi d'oro, di braccialetti, di montature di occhiali

e di denti dalle bocche delle persone. (26)»

Oltre che di avere bloccato l'accesso ai conti dell'Olocausto e di avere acquistato oro

rubato. la Svizzera venne anche accusata di avere complottato con la Polonia e l'Ungheria

per defraudare gli ebrei, perché aveva usato come compensazione per le proprietà

elvetiche nazionalizzate da quei governi il denaro depositato presso conti svizzeri inattivi

intestati a cittadini polacchi e ungheresi (in gran parte, ma non tutti, ebrei). Rickman

considera tutto ciò una «rivelazione talmente sensazionale da mandare la Svizzera al

tappeto e da sol[143]levare una tempesta», ma questi fatti erano già ampiamente noti e

riportati sulle riviste americane di giurisprudenza agli inizi degli anni Cinquanta e, con

tutto lo strombazzamento dei mezzi di comunicazione, la cifra complessiva finale non

raggiungeva il milione di dollari in valuta corrente (27).

Già prima dell'udienza inaugurale al Senato sui conti inattivi, nell'aprile 1996, le banche

svizzere si erano accordate per istituire una commissione investigativa e avevano

accettato di attenersi alle indicazioni di questa. Formata da sei membri (tre della World

Jewish Restitution Organization e tre dell'Unione delle banche svizzere) e guidata da Paul

Volcker, ex presidente della US Federal Reserve Bank, la «commissione indipendente di

personalità illustri» venne istituita formalmente con un «Memorandurn d'intesa» del

maggio 1996. Oltre a ciò, il governo svizzero nel dicembre dello stesso anno nominò una

«commissione indipendente di esperti» presieduta dal professor Jean-Frangois Bergier e

della quale faceva parte un famoso studioso dell'Olocausto, l'israeliano Saul Friedlander;

la commissione avrebbe svolto indagini sul commercio di oro tra Svizzera e Germania

durante la Seconda guerra mondiale.

Comunque, ancor prima che questi organismi si mettessero al lavoro, l'industria

dell'Olocausto fece pressioni per trovare un accordo finanziario con la Svizzera, la quale

protestò che qualunque accordo avrebbe [144] dovuto naturalmente attendere le

risultanze della commissione, altrimenti avrebbe costituito «un'estorsione e un ricatto».

Giocando il solito asso nella manica, il Congresso Mondiale Ebraico si mostrò angosciato

dalle condizioni in cui versavano le «vittime bisognose dell'Olocausto». «Il mio problema

è il tempo» disse Bronfman alla commissione sulle attività bancarie della Camera «e ci

sono molti sopravvissuti all'Olocausto per cui sono preoccupato.» Viene da chiedersi

come mai l'angosciato miliardario non potesse personalmente porre temporaneo rimedio

a questa situazione. Rifiutando una proposta di accordo per duecentocinquanta milioni di

dollari da parte della Svizzera, Bronfman singhiozzò: «Non fate favori. Metterò i soldi io

stesso». Non lo fece. La Svizzera, comunque, nel febbraio 1997 si accordò per stabilire

un «Fondo speciale per le vittime bisognose dell'Olocausto» del valore di duecento

milioni di dollari per aiutare a tirare avanti quelle «persone che necessitano in particolar

modo di aiuto o di sostegno» fino a quando le commissioni avessero terminato i lavori. (il

fondo aveva ancora liquidità disponibile quando le commissioni Bergier e Volcker

pubblicarono i loro rapporti.) Le pressioni dell'industria dell'Olocausto per un accordo

finale, comunque, non diminuirono, ma piuttosto si fecero sempre più pressanti. Le

rinnovate richieste della Svizzera che per arrivare a un accordo si sarebbero dovute

attendere le conclu[145]sioni delle commissioni (dopo tutto, era stato il Congresso

Mondiale Ebraico a chiedere in origine questo risarcimento morale) restarono inascoltate.

Di fatto, da queste conclusioni l'industria dell'Olocausto aveva soltanto da perdere: se alla

fine si fossero dimostrate legittime poche richieste di risarcimento, la causa contro le

banche svizzere avrebbe perso credibilità; e se quelli che richiedevano legittimamente un

risarcimento fossero stati identificati, la Svizzera sarebbe stata costretta a pagare solo

loro, anche se numerosi, ma non le organizzazioni ebraiche. Un altro mantra dell'industria

dell'Olocausto era che quel risarcimento «non è questione di soldi, ma di verità e

giustizia». «Non è questione di soldi» fu l'ironica risposta degli svizzeri: «È questione di

più soldi» (28).

Oltre a fomentare l'isteria collettiva, l'industria dell'Olocausto coordinò una strategia a

due livelli per «costringere con il terrore» (l'espressione è di Bower) la Svizzera a cedere:

class actions (29) e boicotaggio economico. La prima class action fu intentata agli inizi

dell'ottobre 1996 da Edward Fagan e Robert Swift per conto di Gizella Weisshaus (prima

che morisse ad Auschwitz, suo padre aveva parlato di un proprio conto in Svizze[146]ra,

ma dopo la guerra le banche respinsero le sue richieste) e «altri che si trovano in

posizione analoga» per venti miliardi di dollari. Poche settimane più tardi, il Centro

Simon Wiesenthal, rivolgendosi agli avvocati Michael Hausfeld e Melvyn Weiss, intentò

una seconda class action e, nel gennaio 1997, il Consiglio mondiale delle comunità

ebraiche ortodosse ne promosse una terza. Tutti e tre i procedimenti furono intentati

presso il giudice Edward Korman, della corte distrettuale di Brooklyn, il quale li unificò.

Almeno una delle parti della causa, l'avvocato di Toronto Sergio Karas, deplorò questa

tattica: «Le class actions non hanno fatto altro che provocare isteria di massa e violenti

attacchi alla Svizzera. Esse non fanno che perpetuare il mito degli avvocati ebrei che

pensano solamente ai soldi». Paul Volcker si espresse contro le class actions sulla base

del fatto che esse «danneggeranno il nostro lavoro, potenzialmente fino al punto di

vanificarlo»: ma per l'industria dell'Olocausto questa era una preoccupazione irrilevante,

se non un ulteriore incentivo (30).

Tuttavia, l'arma principale per spezzare la resistenza svizzera fu il boicottaggio

economico. «Adesso il gioco si farà più sporco» avverti nel gennaio 1997 Abraham Burg,

presidente dell'Agenzia ebraica e uomo di riferimento d'Israele nel caso delle banche

svizzere. «Fino a ora abbiamo tenuto a freno la pressione ebraica internazionale.» Il

Congresso Mondiale Ebraico aveva co[147]minciato a progettare il boicottaggio già nel

gennaio 1996. Bronfman e Singer contattarono il revisore dei conti del comune di New

York, Alan Hevesi (il cui padre era stato un importante funzionario dell'AJC) e quello

dello Stato di New York, Carl Mc Call. Tra tutti e due, gestivano investimenti per

miliardi di dollari in fondi pensione; Hevesi era anche presidente della US Comptrollers

Association, che investiva trentamila miliardi di dollari in fondi pensione. Alla fine di

gennaio, al matrimonio di sua figlia, Singer si incontrò con D'Amato e con Bronfman per

mettere a punto la strategia. «Guardate che razza di uomo sono» scherzò Singer: «Faccio

affari alle nozze di mia figlia» (31).

Nel febbraio 1996, Hevesi e Mc Call scrissero alle banche svizzere minacciando sanzioni.

In ottobre, il governatore Pataki diede pubblicamente il suo appoggio. Nei mesi

successivi, le amministrazioni locali e governative a New York, nel New Jersey, nel

Rhode Island e nell'Illinois stabilirono tutte risoluzioni che minacciavano il boicottaggio

economico a meno che le banche svizzere ammettessero le loro colpe. Nel maggio 1997,

il comune di Los Angeles, con il ritiro di milioni di dollari in fondi pensione da una banca

svizzera, impose le prime sanzioni. Hevesi si affrettò a seguirne l'esempio a New York e,

nell'arco di pochi giorni, anche California, Massachusetts e Illinois presero la stessa

strada.

«Voglio tre miliardi di dollari» proclamò Bronfman [148] nel dicembre 1997 «per farla

finita con tutto: le class actions, il processo Volcker e il resto.» Nel frattempo, D'Amato e

i responsabili delle operazioni bancarie dello Stato di New York cercarono di impedire

alla neonata Unione delle banche svizzere (una fusione dei principali istituti di credito

svizzeri) di operare negli Stati Uniti. «Se gli svizzeri insistono nel puntare i piedi, allora

dovrò chiedere a tutti gli azionisti americani di sospendere le loro operazioni con loro»

mise in guardia Bronfman nel marzo 1998. «La faccenda sta arrivando a un punto in cui o

si risolve da sé o si trasforma in una guerra senza quartiere.» In aprile, le banche svizzere

cominciarono a piegarsi sotto il peso della pressione, ma non volevano ancora accettare

una resa disonorevole. (Da quel che si dice, nel corso del 1997 gli svizzeri spesero

cinquecento milioni di dollari per rintuzzare gli attacchi dell'industria dell'Olocausto.)

«Un cancro terribile affligge la società svizzera» si lamentò Melvyn Weiss, uno degli

avvocati delle class actions. «Abbiamo dato loro la possibilità di liberarsene con una dose

massiccia di radiazioni a un prezzo davvero esiguo e loro l'hanno rifiutata.» In giugno, le

banche svizzere fecero la loro «ultima offerta» di seicento milioni di dollari. Abraham

Foxman, responsabile dell'ADL, sconcertato dall'arroganza degli svizzeri, riuscì a stento

a trattenere la collera: «Questo ultimatum è un insulto alla memoria delle vittime, ai

sopravvissuti e ai [149]membri della comunità ebraica che in buona fede si sono rivolti

agli svizzeri per lavorare insieme al fine di risolvere questo problema cosi

complesso» (32).

Nel luglio 1998, Hevesi e Mc Call minacciarono nuove e pesanti sanzioni. New Jersey,

Pennsylvania, Connecticut, Florida, Michigan e California aderirono nel giro di pochi

giorni. A metà agosto, gli svizzeri capitolarono. Nell'accordo per la class action raggiunto

con la mediazione del giudice Korman, le banche svizzere accettarono di pagare un

miliardo e duecentocinquanta milioni di dollari. «Lo scopo del pagamento addizionale»

recitava il comunicato stampa di una banca svizzera «è di allontanare la minaccia di

sanzioni come pure di lunghe e costose azioni legali. (33)»

«Lei è stato un vero pioniere in questa saga» si congratulò con D'Amato il Primo ministro

israeliano Binyamin Netanyahu. «Il risultato non è soltanto ciò che si è ottenuto in

termini materiali, ma anche una vittoria morale e un trionfo dello spirito. (34)»

Il miliardo e duecentocinquanta milioni di dollari dell'accordo con la Svizzera copriva in

linea di massima tre gruppi di casi: i conti inattivi depositati in banche svizzere e

reclamati, il rifiuto di concessione di asilo a rifugiati e il beneficio che la Svizzera aveva

ricavato dal lavoro degli internati nei suoi campi (35). Nonostante la virtuosa

indignazione nei confronti dei «perfidi svizzeri», comunque, l'analogo operato degli

americani è, da [150] ogni punto di vista, altrettanto negativo, se non peggiore. Tra breve

tornerò alla questione dei conti inattivi negli Stati Uniti. Come la Svizzera, l'America

negò l'accesso a rifugiati ebrei in fuga dai nazisti prima e durante la Seconda guerra

mondiale. Ciò nonostante, il governo americano non ha trovato opportuno, per esempio,

risarcire i rifugiati ebrei che si trovavano a bordo della sfortunata nave St. Louis.

Immaginate la reazione se le migliaia di rifugiati dell'America Centrale e di Haiti, cui

venne negato asilo dopo la fuga dagli squadroni della morte appoggiati dagli Stati Uniti,

venissero qui a chiedere un risarcimento. E, per quanto molto più piccola per estensione e

per risorse, la Svizzera all'epoca dell'Olocausto nazista accolse tanti ebrei rifugiati quanti

gli Stati Uniti: circa ventimila (36).

Il solo modo di espiare le colpe del passato - era la lezioncina dei politici americani alla

Svizzera - consisteva nel concedere un risarcimento materiale. Stuart Eizenstat,

sottosegretario al Commercio e inviato speciale di Clinton per le restituzioni dei beni,

giudicò l'indennizzo della Svizzera agli ebrei «una conferma importante della volontà di

questa generazione di affrontare il passato e di ripararne i torti». Benché non potessero

essere «ritenuti responsabili per ciò che era accaduto anni prima» riconobbe D'Amato alla

stessa udienza al Senato, gli svizzeri avevano ancora «la responsabilità e il dovere di

tentare di fare ciò che è giusto in questo momento».

[151] Analogamente, appoggiando pubblicamente le richieste di risarcimento del

Congresso Mondiale Ebraico, il presidente Clinton osservò che «dobbiamo guardare in

faccia e correggere, meglio che possiamo, le terribili ingiustizie del passato». «La storia

non cade in prescrizione» disse il presidente James Leach durante le udienze della

commissione sulle attività bancarie della Camera e «non bisogna mai dimenticare il

passato». «Dovrebbe essere chiaro», scrissero i capigruppo al Congresso di entrambi i

partiti in una lettera al segretario di Stato, che «la risposta alla questione della restituzione

verrà considerata come una prova del rispetto per i diritti umani fondamentali e per

l'autorità della legge». E in un messaggio al parlamento svizzero, il segretario di Stato

Madeleine Albright spiegò che i benefici economici derivanti dai conti nascosti degli

ebrei «sono stati trasmessi alle generazioni successive e questo è il motivo per cui il

mondo ora guarda al popolo svizzero non perché si assuma la responsabilità di azioni

commesse dai loro padri, ma perché si comporti generosamente nel fare ora ciò che è

possibile per riparare i torti passati» (37). Tutti nobili sentimenti, ma ai quali non si presta

nemmeno lontanamente attenzione - se non per metterli immediatamente alla berlina -

quando si tratta di risarcire gli afroamericani per la schiavitù (38).

Resta poco chiaro, nell'accordo finale, come andranno le cose per le «vittime bisognose

dell'Olocausto».

Gizella Weisshaus, la prima a intentare causa per entrare in possesso di un conto

inattivo in Svizzera, ha tolto l'incarico al suo avvocato, Edward Fagan, accusandolo con

amarezza di averla usata. La parcella di Fagan ammontava a quattro milioni di dollari.

Quelle degli altri avvocati arrivavano ai quindici milioni di dollari, con «molti» conti da

seicento dollari l'ora. C'è un avvocato che chiede duemilaquattrocento dollari per avere

letto Nazi Gold [I cassieri dell'Olocausto], il libro di Tom Bower. «I gruppi ebraici e i

soprawissuti» riportò il «Jewish Week» di New York «in concorrenza per avere una parte

di quel miliardo e duecentocinquanta milioni di dollari versato dalle banche svizzere in

base all'accordo sull'Olocausto, stanno iniziando a litigare tra di loro.» Querelanti e

sopravvissuti sostengono che tutto quel denaro dovrebbe andare direttamente a loro. Ma

le organizzazioni ebraiche non vogliono rinunciare a prendersi una fetta della torta. Nel

denunciare l'invadenza delle organizzazioni ebraiche, Greta Beer, una testimone chiave

del Congresso nella causa contro le banche svizzere, implorò la corte del giudice

Korman: «Non voglio essere schiacciata sotto una scarpa come un insetto». Malgrado la

sua sollecitudine verso le «vittime bisognose dell'Olocausto», il Congresso Mondiale

Ebraico vuole che circa la metà del denaro degli svizzeri sia destinato alle organizzazioni

ebraiche e all'«educazione all'Olocausto». Il Centro Simon Wie[153]senthal sostiene che

se ricevono denaro organizzazioni ebraiche «degne», «una parte dovrebbe andare ai

centri di educazione ebraici». Pur di «mettere le mani» su una fetta più grossa della torta,

ciascuna delle organizzazioni di ebrei, sia riformati sia ortodossi, si presenta come quella

che i sei milioni di morti avrebbero preferito come beneficiaria di questi soldi. L'industria

dell'Olocausto aveva costretto la Svizzera a raggiungere un accordo perché, si diceva, la

cosa essenziale era il tempo: «Le vittime bisognose dell'Olocausto muoiono ogni giorno».

Tuttavia, una volta che la Svizzera ebbe messo il denaro a disposizione, l'urgenza svanì

per miracolo: oltre un anno dopo il raggiungimento dell'accordo non esisteva ancora un

piano di distribuzione. Quando il denaro verrà finalmente suddiviso, tutte le «vittime

bisognose dell'Olocausto» probabilmente saranno morte. In effetti, al dicembre 1999

meno della metà dei duecento milioni di dollari del «Fondo speciale per le vittime

bisognose dell'Olocausto» istituito nel febbraio 1997 era stata distribuita alle vittime vere

e proprie. Una volta pagate le parcelle degli avvocati, il denaro svizzero finirà nelle casse

delle organizzazioni ebraiche «degne» (39).

«Forse nessun accordo è difendibile» scrisse sul «New York Times» Burt Neuborne,

professore di legge alla New York University e membro del team legale che promosse la

class action «se consente che per le banche [154] svizzere l'Olocausto si configuri come

un'impresa che produce profitti.» Edgar Bronfman, con toni patetici, testimoniò davanti

alla commissione sulle attività bancarie della Camera che non si sarebbe dovuto

permettere agli svizzeri di «trarre profitto dalle ceneri dell'Olocausto». D'altro canto,

Bronfman ha ammesso di recente che la tesoreria del Congresso Mondiale Ebraico ha

ammassato non meno di «sette miliardi di dollari circa» grazie al denaro dei

risarcimenti (40).

Le autorevoli relazioni sulle banche svizzere sono state nel frattempo pubblicate e ora è

possibile giudicare se davvero ci sia stata, come sostiene Bower, una «cospirazione

elvetico-nazista durata cinquant'anni per sottrarre miliardi agli ebrei europei e ai

sopravvissuti all'Olocausto».

Nel luglio 1998, la Commissione indipendente di esperti (presieduta da Bergier) diede

alle stampe il suo rapporto, Switzerland and Gold Transactions in Second World War [La

Svizzera e la compravendita d'oro durante la Seconda guerra mondiale]. (41) La

commissione confermò che le banche svizzere acquistarono oro dalla Germania nazista,

per un valore di circa quattro miliardi di dollari in valuta corrente, sapendo che era stato

sottratto alle banche centrali degli Stati europei occupati. Nel corso delle udienze in

Campidoglio, i membri del Congresso espressero sconcerto per il fatto che le banche

svizzere avessero trafficato in beni rubati [155] e, cosa persino peggiore, che indulgessero

ancora a queste spregevoli pratiche. Deplorando il fatto che i politici corrotti depositino i

loro guadagni illeciti in banche svizzere, un membro del Congresso fece appello alla

Svizzera affinché emanasse finalmente una legge «contro la movimentazione segreta di

denaro [...] da parte di personaggi di spicco, o con ruoli dirigenziali in politica, e di

persone che rubano». Lamentando come «nelle banche svizzere abbiano trovato un

rifugio per le loro cospicue ricchezze un gran numero di affaristi e di alti funzionari

governativi corrotti, provenienti da tutto il mondo», un altro membro del Congresso si

domandò se «il sistema bancario svizzero stia accogliendo malviventi di tal fatta, e i

Paesi che essi rappresentano, [...] come venne concesso un luogo sicuro al regime nazista

cinquantacinque anni fa? (42)» . Davvero il problema giustifica la preoccupazione. Ogni

anno, una cifra stimata tra i cento e i duecento miliardi di dollari, frutto della corruzione

politica, attraversa i confini di ogni Paese e viene depositata in banche private. Le

reprimende della commissione sulle attività bancarie del Congresso avrebbero comunque

avuto maggior peso se una buona metà di questi «capitali illegali in fuga» non fossero

depositati in banche americane con la benedizione della legge americana. (43) Tra i

beneficiari recenti di questo «santuario» americano, si annoverano Raul Salinas de

Gortari, fratello dell'ex presidente messica[156]no, e la famiglia dell'ex dittatore

nigeriano, il generale Sani Abacha. «L'oro rubato da Hitler e dai suoi scagnozzi» osserva

Jean Ziegler, un parlamentare elvetico duramente critico nei confronti delle banche del

suo Paese, «nella sostanza non è diverso dai soldi sporchi di sangue» che oggi i dittatori

del Terzo Mondo tengono sui loro conti privati in Svizzera. «Milioni di uomini, donne e

bambini furono condotti alla morte dai ladri autorizzati di Hitler» e «ogni anno centinaia

di migliaia di bambini [muoiono] di malattie e malnutrizione» nel Terzo Mondo perché «i

tiranni spogliano i propri Paesi con l'aiuto degli squali della finanza svizzera (44)» . E

anche con l'aiuto degli squali della finanza americana, senza parlare del fatto, ancor più

importante, che molti di questi dittatori sono stati portati al governo dal potere americano,

che li appoggia e li autorizza a depredare i loro Paesi.

Sul caso specifico dell'Olocausto nazista, la commissione indipendente arrivò alla

conclusione che le banche svizzere acquistarono «lingotti contenenti oro strappato dai

criminali nazisti alle vittime dei campi di lavoro e dei campi di sterminio», ma che

comunque non lo fecero consapevolmente: «Non esistono prove che i responsabili della

decisione alla banca centrale svizzera sapessero che la Reichsbank stesse consegnando

alla Svizzera lingotti contenenti oro ottenuto in quel modo». La commissione valutò

l'«oro delle vittime» acquistato in[157]consapevolmente dalla Svizzera in 134.428 dollari

in valuta dell'epoca, pari a circa un milione di dollari attuali. Questa cifra si riferisce

aff'«oro delle vittime» strappato a internati sia ebrei sia non ebrei. (45)

Nel dicembre 1999, la «commissìone indipendente di personalità illustri» (presieduta da

Volcker) diede alle stampe il suo Report on Dormant Accounts of Victims o f Nazi

Persecution in Swiss Banks (46) [Relazione sui conti inattivi delle vittime della

persecuzione nazista giacenti nelle banche svizzere]. La Relazione documenta le

risultanze di un'esauriente verifica che durò tre anni e costò non meno di cinquecento

milioni di dollari . (47) Il nucleo delle conclusioni, riguardante il «trattamento dei conti

inattivi delle vittime della persecuzione nazista» merita di essere citato per esteso:

Per quanto concerne le vittime della persecuzione nazista, non sono emerse prove di

discriminazione sistematica, di impedimento all'accesso, di appropriazione indebita o di

violazione della legge svizzera sulla conservazione dei documenti. Tuttavia, la Relazione

critica anche le azioni di alcune banche per il modo in cui hanno trattato i conti di vittime

della persecuzione nazista. È necessario porre in evidenza il termine «alcune» nella frase

precedente, dal momento che le azioni oggetto di critica sono principalmente quelle di

specifiche banche nella loro gestione di conti individuali intestati a vittime della [158]

persecuzione nazista, e che queste azioni sono emerse nel contesto di un'indagine che ha

riguardato duecentocinquattaquattro banche e coperto un arco temporale di circa

sessant'anni. Per quanto riguarda le azioni criticate, la Relazione riconosce anche che per

la condotta delle banche coinvolte in queste attività ci furono circostanze attenuanti. La

Relazione riconosce inoltre che ci sono molti casi documentati in cui le banche cercarono

attivamente i titolari scomparsi dei conti o i loro eredi, ivi compresi alcune vittime

dell'Olocausto, e pagarono il saldo dei conti inattivi alle legittime parti.

La mite conclusione del paragrafo è che «la commissione ritiene che le azioni oggetto di

critica siano di sufficiente importanza perché sia auspicabile documentare in questa

sezione quali furono gli errori in modo da imparare da essi e non ripeterli in faturo (48)» .

La Relazione concluse inoltre che, nonostante la commissione non fosse in grado di

seguire le tracce di tutti i documenti bancari per il «periodo attinente» (1933-45),

distruggere documenti senza essere scoperti «sarebbe stato difficile, se non impossibile»

e che «in effetti non è emersa alcuna prova di distruzione sistematica delle registrazioni

di conto allo scopo di nascondere i comportamenti passati». La Relazione conclude che la

percentuale di documenti recuperati (sessanta per cento) era «davvero straordinaria» e

«degna di nota», tenuto soprattutto conto del fatto che la legge svizzera non

richiede che i documenti siano conservati oltre i dieci anni. (49)

Ebbene, si metta a confronto il tutto con la versione che il «New York Times» riporta

delle conclusioni della commissione presieduta da Volcker. Sotto il titolo The Deceptions

of Swiss Banks [I raggiri delle banche svizzere], (50) il «New York Times» scrisse che il

comitato non aveva trovato «prove decisive» che le banche svizzere avessero trafficato

con i conti inattivi di ebrei. Eppure, la Relazione affermava categoricamente che non

esisteva «alcuna prova». Il giornale prosegue asserendo che la commissione aveva

scoperto che «le banche svizzere avevano in qualche maniera trovato il modo di far

perdere le tracce di un numero impressionante di questi conti». La verità è che la

Relazione sottolineava il fatto che gli svizzeri avevano conservato una quantità di

documenti «davvero straordinaria» e «degna di nota». Per finire, il «New York Times»

riporta che secondo la commissione «molte banche avevano respinto con crudeltà e con

l'inganno molti familiari che cercavano di rientrare in possesso dei patrimoni perduti». In

realtà, la Relazione sottolineò che solamente «alcune» banche avevano agito male e che

in quei casi c'erano «circostanze attenuanti», facendo parimenti rilevare i «molti casi» in

cui le banche cercarono attivamente i legittimi aventi diritto.

La Relazione accusa effettivamente le banche svizze[160]re di non essere state «leali e

franche» sin dalle precedenti indagini sui conti inattivi del periodo dell'Olocausto. Ciò

nondimeno, sembra attribuire queste mancanze più a fattori tecnici che a malafede. (51)

La Relazione identifica cinquantaquattromila conti che presentano «una probabile o

possibile relazione con vittime della persecuzione nazista», ma ritiene che solamente in

metà (venticinquemila) di questi casi la probabilità fosse abbastanza significativa da

giustificare la pubblicazione dei nomi dei titolari dei conti. In moneta corrente, il valore

stimato per diecimila di questi conti, per i quali era reperibile qualche informazione,

oscilla tra i centosettanta e i duccentosessanta milioni di dollari. Stimare il valore corrente

dei restanti conti si rivelò impossibile. (52) Il valore totale dei conti inattivi realmente

riguardanti l'epoca dell'Olocausto sarà probabilmente molto superiore ai trentadue milioni

di dollari stimati in origine dalle banche svizzere, ma sarà decisamente inferiore alla cifra

oscillante tra i sette e i venti miliardi di dollari dichiarata dal Congresso Mondiale

Ebraico. Nella testimonianza in seguito resa alla commissione sulle attività bancarie,

Volcker osservò che il numero di banche che fossero «probabilmente o possibilmente» in

relazione con vittime dell'Olocausto era «molte volte superiore a quello emerso dalle

precedenti indagini degli svizzeri». Comunque, continuava: «Sottolineo le parole

"probabilmente o possibilmente" in quanto, fatta eccezione per un numero

relativamente esiguo di casi, dopo oltre mezzo secolo, non siamo in grado di stabilire con

certezza inconfutabile una relazione tra vittime e titolari dei conti» (53).

La scoperta più esplosiva effettuata dalla commissione presieduta da Volcker non venne

riportata dai media americani: oltre alla Svizzera, anche gli Stati Uniti rientravano tra i

luoghi dove gli ebrei d'Europa avevano cercato di mettere al sicuro i propri beni:

Il clima di attesa della guerra e le difficoltà economiche, insieme alla

persecuzione degli ebrei e di altre minoranze per mano dei nazisti prima e durante

la Seconda guerra mondiale, fecero sì che molte persone, e tra esse le vittime di

queste persecuzioni, spostassero i loro beni verso Paesi ritenuti in grado di fornire

un rifugio sicuro (con la significativa presenza di Stati Uniti e Regno Unito) [...]

In considerazione del fatto che la neutrale Svizzera confinava con Paesi dell'Asse

(o comunque occupati dalle forze dell'Asse), anche le banche svizzere e altre

società elvetiche d'intermediazione finanziaria divennero collettori di parte dei

patrimoni in cerca di un rifugio.

Un'appendice importante elenca le «destinazioni preferite» dei beni mobili appartenenti

agli ebrei europei: le più ricorrenti risultarono gli Stati Uniti e la Svizzera.

(In terza posizione «con molto distacco» veniva il Regno Unito.) (54)

La domanda che sorge ovvia è: che fine hanno fatto i conti inattivi dell'epoca

dell'Olocausto depositati nelle banche americane? La commissione sulle attività bancarie

della Camera chiamò un esperto a testimoniare sulla questione. Seymour Rubin,

attualmente docente all'American Universìty, fu vicecapo della delegazione statunitense

nei negoziati con la Svizzera dopo la Seconda guerra mondiale. Sotto gli auspici delle

organizzazioni ebraiche americane, Rubin aveva anche lavorato, nel corso degli anni

Cinquanta, con un «gruppo di esperti della vita delle comunità ebraiche in Europa» per

identificare conti inattivi dell'epoca dell'Olocausto nelle banche americane. Nella sua

deposizione, Rubin affermò che, dopo una rapida e molto superficiale analisi limitata alle

banche di New York, il valore di questi conti fu stimato in sei milioni di dollari. Le

organizzazioni richiesero al Congresso questa somma per le «vittime bisognose» (negli

Stati Uniti, per via della dottrina della proprietà caduca, i conti inattivi abbandonati

vengono incamerati dallo Stato). Quindi Rubin ricordò:

La stima iniziale di sei milioni di dollari venne rifiutata dai deputati interessati a

promuovere un disegno di legge sull'argomento, e nella bozza originaria fu

stabilito un tetto di tre milioni di dollari [...] Di fatto, nel corso delle udienze

alla commissione, i tre milioni furono portati a uno. L'azione legislativa ridusse

ulteriormente l'ammontare a cinquecentomila dollari, cifra cui la Corte dei Conti

si oppose, proponendo un limite di duecentocinquantamila dollari. La legge,

comunque, passò con uno stanziamento di cinquecentomila dollari.

«Gli Stati Uniti» concluse Rubin «adottarono solamente provvedimenti molto limitati per

identificare i conti privi di eredi e stanziarono [...] solamente cinquecentomila dollari

contro i trentadue milioni riconosciuti dalle banche svizzere anche prima dell'indagine

Volcker. (55)» In altre parole, il comportamento americano è molto peggiore di quello

svizzero. Va sottolineato che, fatta eccezione per un accenno fugace di Eizenstat, durante

le udienze delle commissioni sulle attività bancarie della Camera e del Senato aventi

come oggetto le banche svizzere, non venne fatta menzione di conti inattivi negli Stati

Uniti. Inoltre, benché Rubin giochi un ruolo centrale nelle ricostruzioni dell'affare, delle

banche svizzere (Bower dedica pagine e pagine a questo «crociato del Dipartimento di

Stato»), nessuno fà parola della sua testimonianza alla commissione della Camera dei

rappresentanti, dove espresse anche «una certa dose di scetticismo circa le grosse somme

di denaro [nei conti inattivi in Svizzera] di cui si va parlan[164]do». È inutile dire che i

puntuali rilievi di Rubin su questo argomento vennero altrettanto puntualmente ignorati.

Dove erano le proteste del Congresso contro i «perfidi» banchieri americani? Uno dopo

l'altro, i membri delle commissioni sulle attività bancarie di Camera e Senato chiesero a

gran voce che la Svizzera «alla fine pagasse», ma nessuno chiese che gli Stati Uniti

facessero lo stesso. Anzi, un membro della commissione sulle attività bancarie della

Camera affermò sfacciatamente, con l'approvazione di Bronfman, che «soltanto» la

Svizzera «non è riuscita a dimostrare di avere il coraggio di confrontarsi con la sua

storia» (56). Non sorprende che l'industria dell'Olocausto non abbia lanciato una

campagna per un'indagine sulle banche americane: una verifica condotta con lo stesso

grado di scientificità di quella svizzera ai cittadini americani sarebbe costata in

proporzione non milioni ma miliardi di dollari (57) e, nel momento in cui fosse stata

portata a termine, gli ebrei americani avrebbero chiesto asilo a Monaco di Baviera. Il

coraggio ha i suoi limiti.

Già alla fine degli anni Quaranta, quando gli Stati Uniti stavano facendo pressione sulla

Svizzera perché identificasse i conti inattivi intestati a ebrei, gli svizzeri protestarono che

l'America avrebbe fatto meglio a occuparsi degli affari suoi (58). A metà del 1997, il

governatore di New York Pataki annunciò l'istituzione di una [165] commissione di Stato

per il recupero dei beni delle vittime dell'Olocausto con il compito di esaminare i reclami

contro le banche svizzere. Tutt'altro che impressionati, gli svizzeri suggerirono che la

commissione avrebbe potuto impiegare meglio il proprio tempo vagliando i reclami

contro le banche americane e israeliane (59). In effetti, Bower ricorda che i banchieri

israeliani avevano «rifiutato di stilare elenchi di conti inattivi intestati a ebrei» dopo la

guerra del 1948; inoltre, il «Financial Times» ha riportato che «diversamente dai Paesi

europei, le banche d'Israele e le organizzazioni sioniste stanno resistendo alle pressioni

per costituire commissioni indipendenti che stabiliscano quante proprietà e quanti conti

inattivi fossero intestati a sopravvissuti all'Olocausto e come rintracciare i titolari».

(All'epoca del mandato britannico, gli ebrei europei comprarono appezzamenti di terra e

aprirono conti correnti in Palestina per sostenere il movimento sionista o per prepararsi a

una futura immigrazione.) Nell'ottobre 1998, il Congresso Mondiale Ebraico e la World

Jewish Restitution Organization «presero la decisione di massima di non porre la

questione dei beni appartenenti alle vittime dell'Olocausto in territorio israeliano sulla

base del fatto che questa responsabilità era di competenza del governo israeliano»

(«Haaretz»). Quindi il mandato di queste organizzazioni arriva fino alla Svizzera, ma non

allo Stato israeliano. L'accusa più sensa[166]zionale mossa contro le banche svizzere fu

che queste avevano richiesto agli eredi delle vittime dell'Olocausto nazista i certificati di

morte. L'avevano fatto anche le banche israeliane, ma si cercherebbero invano denunce

nei confronti dei «perfidi israeliani». A dimostrazione del fatto che «non si può porre

equivalenza morale tra le banche in Israele e quelle in Svizzera» il «New York Times»

riportò le parole di un ex legislatore israeliano: «Da noi si è trattato al massimo di

negligenza; in Svizzera fu un crimine» (60). Ogni commento è superfluo.

Nel maggio 1998, una commissione consultiva presidenziale sui beni dell'Olocausto negli

Stati Uniti fu incaricata dal Congresso di «condurre una nuova ricerca sul destino dei beni

sottratti alle vittime dell'Olocausto e giunti in possesso del governo federale americano» e

di «suggerire al presidente la politica che si dovrebbe adottare per restituire tali beni

rubati ai legittimi proprietari o ai loro eredi». «Il lavoro della commissione dimostra

inconfitabilmente» dichiarò il suo presidente Bronfman «che quanto ai beni

dell'Olocausto negli Stati Uniti vogliamo attenerci a quegli stessi standard di verità su cui

abbiamo portato altre nazioni.» Ma una commissione consultiva presidenziale con un

budget di sette milioni di dollari è una cosa piuttosto diversa da un'indagine esterna

(costata cinquecento milioni di dollari) che ha coinvolto l'intero sistema bancario di una

nazione e ha comportato l'accesso sen[167]za restrizioni a tutti i suoi documenti (61). Per

dissipare ogni dubbio sul fatto che gli Stati Uniti erano schierati dalla parte di quelli che

non lasciavano nulla di intentato per restituire i beni degli ebrei rubati all'epoca

dell'Olocausto, James Leach, presidente della commissione sulle attività bancarie della

Camera dei rappresentanti, nel febbraio 2000 annunciò con orgoglio che un museo del

North Carolina aveva restituito un quadro a una famiglia austriaca. «È un segno del senso

di responsabilità americano [...] e penso che sia un gesto cui questa commissione debba

dare risalto. (62)»

Per l'industria dell'Olocausto la vicenda delle banche svizzere, come i tormenti postbellici

patiti dal «sopravvissuto» svizzero Binjamin Wilkomirski, era un'ulteriore conferma

dell'inveterato e irrazionale odio dei gentili. Il caso mise in risalto la grossolana

insensibilità che anche un «Paese europeo liberal-democratico», conclude Itamar Levin,

poteva mostrare «nei confronti di quanti portano sulla propria pelle le ferite fisiche e

psicologiche del più grave crimine della storia». Nell'aprile 1997, una ricerca compiuta

dall'Università di Tel Aviv documentò «un'evidente impennata» dell'antisemitismo

svizzero. Eppure questa inquietante scoperta non poteva essere messa in alcun modo in

relazione con l'estorsione attuata dall'industria dell'Olocausto nei confronti della Svizzera.

«L'antisemitismo non è colpa degli ebrei» sospirò Bronfman «è colpa degli

antisemiti. (63)»

[168] Il risarcimento materiale per l'Olocausto «è la più importante prova morale che

l'Europa si trovi ad affrontare alla fine del ventesimo secolo» sostiene Itamar Levin.

«Sarà questa la vera prova del trattamento riservato agli ebrei da parte del

Continente. (64)» E anzi, imbaldanzita dal fatto di essere riuscita a spillare soldi alla

Svizzera, l'industria dell'Olocausto è passata in fretta a «mettere alla prova» il resto

dell'Europa. La tappa successiva è stata la Germania.

Dopo avere regolato i conti con la Svizzera nell'agosto 1998, in settembre l'industria

dell'Olocausto attuò la medesima strategia vincente contro la Germania. Gli stessi tre

team legali (Hausfeld-Weiss, Fagan-Swift, e il Consiglio mondiale delle comunità

ebraiche ortodosse) intentarono una class action contro l'industria privata tedesca,

domandando non meno di venti miliardi di dollari di risarcimento. Hevesi, il revisore dei

conti della città di New York, brandendo l'arma del boicottaggio economico, cominciò a

«tenere sotto controllo» i negoziati nell'aprile 1999. La commissione sulle attività

bancarie della Camera dei rappresentanti tenne le udienze in settembre. Il membro dei

Congresso Carolyn Maloney dichiarò che «il tempo trascorso non deve essere una

scusante per un arricchimento iniquo» (in ogni caso, un conto è il lavoro schiavistico

degli ebrei, un altro quello degli afroamericani) mentre Leach, presidente della

commissione,[169] recitò il solito vecchio copione: «La storia non cade in prescrizione».

Stuart Eizenstat disse alla commissione che le società tedesche in rapporti d'affari con gli

Stati Uniti «danno prova qui della loro buona volontà, e vorranno continuare sulla strada

del civismo di cui hanno sempre dato prova negli Stati Uniti e in Germania». Mettendo

da parte le amenità diplomatiche, il membro del Congresso Rick Lazio raccomandò senza

mezzi termini alla commissione di «concentrarsi sulle aziende private tedesche, in

particolare quelle che fanno affari con gli Stati Uniti» (65).

Per fomentare l'isteria collettiva contro la Germania, nell'ottobre 1999 l'industria

dell'Olocausto si servì di molteplici annunci pubblicitari a piena pagina sui quotidiani. La

terribile verità non bastava: si ricorse a qualunque mezzo. In un'inserzione pubblicitaria

che denunciava la casa farmaceutica tedesca Bayer venne fatto il nome di Josef Mengele,

nonostante non ci sia alcuna prova che la Bayer abbia «diretto» i suoi terrificanti

esperimenti. Rendendosi conto dell'inesorabilità dell'infernale macchina dell'Olocausto,

verso la fine dell'anno i tedeschi cedettero e accettarono un accordo per una cifra

considerevole. Il «Times» di Londra attribuì questa resa alla campagna «Holo-cash»

portata avanti negli Stati Uniti. «Non avremmo potuto raggiungere un accordo» riferì in

seguito Eizenstat alla commissione sulle attività bancarie della Camera «sen[170]za il

coinvolgimento personale e la presa di posizione del presidente Clinton [ ... ] e di altri

influenti funzionari» del governo americano (66).

L'industria dell'Olocausto ribadì che la Germania aveva l'«obbligo morale e giuridico» di

risarcire gli ex internati nei campi di lavoro. «Questi prigionieri costretti al lavoro

schiavistico meritano un minimo di giustizia» sostenne Eizenstat «nei pochi anni che

restano loro da vivere.» Tuttavia, come si è già detto, è semplicemente falso sostenere

che essi non avessero ricevuto alcun risarcimento. In base agli accordi originari, il

governo tedesco garantiva un indennizzo ai prigionieri dei campi di lavoro. Il governo

risarcì anche gli ex internati per «la privazione della libertà» e per «danni fisici e

materiali». Soltanto il mancato versamento dei salari non era coperto da indennizzo. Tutti

coloro che sostennero di avere subito danni permanenti ricevettero un consistente

vitalizio (67). Inoltre la Germania versò alla Claims Conference circa un miliardo di

dollari (in valuta corrente) per quegli ex internati ebrei che avevano ricevuto un

indennizzo minimo. Come si è già detto, la Claims Conference, venendo meno agli

accordi con la Germania, utilizzò invece il denaro per vari progetti che le stavano a cuore.

La giustificazione che fornì per questo (ab)uso del risarcimento tedesco partiva dal

presupposto che «ancor prima che si potesse attingere ai fondi [...] le necessità delle

vittime "bisognose" del na[171]zismo erano già state ampiamente soddisfatte» (68).

Eppure, ancora cinquant'anni dopo, l'industria dell'Olocausto stava domandando soldi per

«le vittime bisognose dell'Olocausto» che erano vissute nell'indigenza perché, a suo dire,

i tedeschi non le avevano mai risarcite.

Che cosa costituisca un «giusto» risarcimento per gli ex internati ebrei costretti al lavoro

schiavistico è decisamente un interrogativo senza risposta. Tuttavia, si può dire questo: in

base ai termini del nuovo accordo, a ciascuno di loro è destinata una cifra pari a circa

settemilacinquecento dollari. Se la Claims Conference avesse distribuito correttamente

fin dall'inizio il denaro della Germania, un maggior numero di ex internati avrebbe

ricevuto molto di più e molto prima.

Se «le vittime bisognose dell'Olocausto» vedranno o no una parte dei nuovi soldi della

Germania è una questione tuttora aperta. La Claims Conference vuole una bella fetta di

torta a titolo di suo «fondo speciale». Secondo il «Jerusalem Report», la Claims

Conference ha «tutto da guadagnare nel fare in modo che i sopravvissuti non ottengano

niente». Michael Kleiner, deputato della Knesset israeliana (Herut), tacciò la Claims

Conference di essere uno «Judenrat, che svolge, in modo diverso, la stessa opera dei

nazisti». «Un'associazione disonesta, che si muove costantemente in segreto, e inquinata

da una vergognosa e ben nota corruzione morale», ribadiva Kleiner «un ente malvagio

che maltratta gli ebrei [172] sopravvissuti all'Olocausto e i loro eredi mentre se ne sta

seduto su un enorme mucchio di denaro che appartiene a singoli individui ma che esso

cerca di incamerare con ogni mezzo, sebbene queste persone siano ancora in vita. (69)»

Nel frattempo, Stuart Eizenstat, testimoniando davanti alla commissione sulle attività

bancarie della Camera, continuava a incensare la «trasparenza dell'operato della Jewish

Material Claims Conference nel corso degli ultimi quarantanni». A eccellere per cinismo

fu il rabbino Israel Singer. Oltre all'incarico di segretario generale al Congresso Mondiale

Ebraico, Singer ricopriva quello di vicepresidente della Claims Conference e aveva il

compito di condurre i negoziati nelle trattative con la Germania sulla questione del lavoro

schiavistico. Dopo il raggiungimento degli accordi con la Svizzera e con la Germania,

egli, mostrando di essere un uomo pio, ribadi più volte alla commissione sulle attività

bancarie della Camera che «sarebbe [stata] una vergogna» se gli indennizzi per

l'Olocausto fossero stati «pagati agli eredi invece che ai sopravvissuti». «Non vogliamo

che quei soldi vadano agli eredi. Vogliamo che vadano alle vittime.» Però, «Haaretz»

riferisce che Singer fu uno dei più convinti sostenitori dell'utilizzo del denaro dei

risarcimenti «per far fronte alle necessità dell'intera comunità ebraica, e non solo di

quegli ebrei che furono così fortunati da sopravvivere all'Olocausto e raggiungere la

vecchiaia» (70).

[173] In una pubblicazione dello US Holocaust Memorial Museum, Henry Friedlander,

autorevole studioso di storia dell'Olocausto nazista ed ex internato ad Auschwitz, in

relazione al numero dei sopravvissuti alla fine della guerra ipotizzò:

Se all'inizio del 1945 c'erano circa 715.000 prigionieri nei campi, e almeno un

terzo, vale a dire circa 238.000, morì nella primavera del 1945, possiamo supporre

che sopravvissero al massimo 475.000 prigionieri. Dato che gli ebrei erano stati

uccisi in modo sistematico, e soltanto quelli scelti per lavorare (ad Auschwitz pari

circa al quindici per cento) avevano una possibilità di sopravvivenza, dobbiamo

supporre che al momento della liberazione gli ebrei costituissero non più del venti

per cento della popolazione dei campi.

«Perciò possiamo stimare» concludeva «che il numero di sopravvissuti ebrei non

superasse le centomila unità. » La stima di Friedlander degli ex internati ebrei costretti al

lavoro schiavistico alla fine della guerra, tra l'altro, è considerata relativamente alta dagli

economisti. In un autorevole saggio, Leonard Dinnerstein calcolava: «Sessantamila ebrei

[...] uscirono dai campi di concentramento. Nel giro di una settimana ne morirono più di

ventimila» (71).

In un briefing del Dipartimento di Stato del maggio [174] 1999, Stuart Eizenstat stimò il

numero totale degli ex internati ancora in vita, ebrei e non ebrei, citando come fonte

«gruppi che li rappresentano», in un numero «compreso tra le settanta e le novantamila

persone» (72). Eizenstat era l'inviato americano ai negoziati sui campi di lavoro tedeschi

e lavorò a stretto contatto con la Claims Conference (73). La sua stima portava il numero

totale degli ex deportati ancora vivi a una cifra oscillante tra i quattordicimila e i

diciottomila (il venti per cento dei settanta-novantamila). Ciò nonostante, non appena

iniziarono i negoziati, l'industria dell'Olocausto chiese risarcimenti per

centotrentacinquemila ex internati ebrei costretti al lavoro schiavistico e il loro numero

totale, comprendendo i non ebrei, passò a duecentocinquantamila (74). In altre parole, il

numero degli ex deportati ebrei nei campi di lavoro ancora in vita fu quasi decuplicato

rispetto al maggio 1999 e la forbice tra ex deportati ebrei e non ebrei si restrinse

drasticamente. In effetti, a voler credere all'industria dell'Olocausto, oggi sono vivi più ex

deportati ebrei nei campi di lavoro rispetto a cinquant'anni fa. «Quale rete aggrovigliata

tessiamo» scrisse Sir Walter Scott «quando stiamo imparando a mentire.»

Quando l'industria dell'Olocausto gioca con i numeri per aumentare le richieste di

risarcimento, gli antisemiti sfottono allegramente gli «ebrei bugiardi» che

«mercanteggiano» perfino sulla propria morte. Con i suoi [175] giochi di prestigio,

l'industria dell'Olocausto ha, per quanto involontariamente, riabilitato il nazismo. Raul

Hilberg, l'autorità per antonomasia sull'Olocausto nazista, stima che gli ebrei uccisi siano

stati cinque milioni e centomila (75). Eppure, se oggi fossero vivi centotrentacinquemila

ex internati nei campi di lavoro, alla guerra dovrebbero essere sopravvissuti circa

seicentomila, che sono almeno cinquecentomila in più rispetto alle stime normali. Si

dovrebbe poi sottrarre questo mezzo milione ai cinque milioni e centomila uccisi. Non

soltanto i «sei milioni» diventano una cifra insostenibile, ma le cifre stimate dall'industria

dell'Olocausto si avvicinano di molto a quelle di coloro che negano l'Olocausto. Si

consideri che Heinrich Himmler, l'organizzatore della Soluzione Finale, nel gennaio 1945

calcolò tutta la popolazione dei campi in poco più di settecentomila persone e che,

secondo Friedlander, circa un terzo di loro era stato eliminato entro il mese di maggio.

Ebbene, se gli ebrei costituivano solamente il venti per cento della popolazione uscita

viva dai campi, e se, come sostiene l'industria dell'Olocausto, alla guerra sopravvissero

seicentomila ebrei deportati, allora in tutto sarebbero dovuti sopravvivere tre milioni di

prigionieri. Sulla base dei calcoli dell'industria dell'Olocausto, le condizioni di vita dei

campi di concentramento non sarebbero state così dure e si dovrebbero ipotizzare un

tasso di natalità decisamente alto e uno di mortalità decisamente basso (76).

[176] È risaputo che la Soluzione Finale fu uno sterminio industriale, portato a termine

con efficienza senza precedenti, con tecniche da catena di montaggio (77). Ma se, come

sostiene l'industria dell'Olocausto, sopravvissero svariate centinaia di migliaia di ebrei,

dopo tutto la Soluzione Finale non fu così efficiente. Deve essere stato un massacro

condotto in modo casuale: esattamente quello che sostengono coloro che negano

l'esistenza dell'Olocausto. Les extrêmes se touchent.

In una recente intervista, Raul Hilberg sottolinea che per capire l'Olocausto nazista i

numeri sono fondamentali. In effetti, con la sua radicale revisione delle cifre, la Claims

Conference solleva dubbi sulla sua stessa interpretazione. Secondo la sua «dichiarazione

programmatica» per i negoziati con la Germania «il lavoro schiavistico costituì uno dei

tre metodi principali che i nazisti impiegarono per uccidere gli ebrei: gli altri furono le

fucilazioni e le camere a gas. Uno degli obiettivi del lavoro schiavistico era di sfruttare i

prigionieri fino a provocarne la morte [...] Il termine "schiavistico" è inesatto in questo

contesto, perché in linea di massima i padroni hanno interesse a preservare la vita e la

salute dei loro schiavi. Il progetto nazista per gli "schiavi", invece, era quello di sfruttare

il loro potenziale lavorativo per poi eliminarli». Tranne coloro che negano l'Olocausto,

nessuno ha ancora messo in discussione il fatto che i nazisti consegnarono a questo

terribile de[177]stino gli internati costretti al lavoro schiavistico. Come è possibile però

conciliare questi fatti riconosciuti con l'asserzione che molte centinaia di migliaia di ebrei

impiegati siano sopravvissuti? La Claims Conference non ha in questo modo aperto una

breccia nel muro che separa la spaventosa verità sull'Olocausto nazista dalla sua

negazione? (78)

In un'inserzione a piena pagina sul «New York Times», luminari dell'industria

dell'Olocausto come Elie Wiesel, il rabbino Marvin Hier e Steven T. Katz condannarono

«la negazione dell'Olocausto da parte della Siria». Il testo criticava duramente un

editoriale apparso su un quotidiano ufficiale del governo siriano che sosteneva che Israele

«inventa storie sull'Olocausto» allo scopo di «prendere più soldi dalla Germania e da altri

Paesi occidentali». Per quanto spiacevole, l'accusa siriana è vera. L'ironia, che sfugge

tanto al governo siriano quanto ai firmatari della pagina a pagamento, è che questa stessa

storia delle molte centinaia di migliaia di sopravvissuti costituisce una forma di

negazione dell'Olocausto. (79)

L'estorsione nei confronti di Svizzera e Germania è stata solamente il preludio del gran

finale: l'estorsione nei confronti dell'Europa dell'Est. Con il crollo del blocco sovietico, in

quello che era stato il cuore geografico della comunità ebraica europea si aprirono

prospettive allettanti. Intonando la salmodia ipocrita delle «vit[178]time bisognose

dell'Olocausto», l'industria dell'Olocausto ha cercato di estorcere miliardi di dollari a

questi Paesi già impoveriti e, perseguendo il suo fine senza alcun riguardo e in modo

inflessibile, è diventata la principale fomentatrice dell'antisemitismo in Europa.

L'industria dell'Olocausto si è presentata nelle vesti dell'unico legittimo avente diritto a

reclamare i beni comuni e personali di coloro che perirono durante l'Olocausto nazista.

«Esiste un accordo con il governo israeliano» riferì Edgar Bronfman alla commissione

sulle attività bancarie della Camera dei rappresentanti «in base al quale i beni senza eredi

dovrebbero essere accreditati alla World Jewish Restitution Organization.» Utilizzando

questo «mandato», l'industria dell'Olocausto ha chiesto ai Paesi dell'ex blocco sovietico

di consegnare tutti i beni che prima della guerra erano di proprietà di ebrei o di

provvedere a un risarcimento in denaro. (80) Tuttavia, diversamente dal caso di Svizzera

e Germania, avanza queste richieste senza dare loro troppo risalto pubblicitario:

l'opinione pubblica, infatti, non è stata troppo contraria al ricatto nei confronti dei

banchieri svizzeri e degli industriali tedeschi, ma potrebbe guardare con meno favore al

ricatto degli stremati contadini polacchi. inoltre, gli ebrei che hanno perso parenti

nell'Olocausto nazista potrebbero anche lanciare qualche occhiata risentita alle

macchinazioni della VJRO: la pretesa di essere i legittimi eredi dei morti per

incame[179]rarne i beni potrebbe essere facilmente scambiata per sciacallaggio. D'altro

canto, l'industria dell'Olocausto non ha bisogno di mobilitare l'opinione pubblica: con il

sostegno dei funzionari-chiave dell'amministrazione americana, può annientare

facilmente la debole resistenza di nazioni già prostrate.

«È importante comprendere che i nostri sforzi per la restituzione di proprietà

comunitarie» spiegò Stuart Eizenstat a una commissione parlamentare «sono tutti

finalizzati alla rinascita e al rinnovamento della vita degli ebrei» nell'Europa dell'Est. Al

fine di «promuovere il rinnovarnento» della vita ebraica in Polonia, la World Jewish

Restitution Organization sta avanzando pretese su oltre seimila proprietà comunitarie

ebraiche prebelliche, comprese quelle attualmente usate come scuole e ospedali. Prima

della guerra, la popolazione ebraica della Polonia era nell'ordine dei tre milioni e mezzo

di persone; quella attuale è di alcune migliaia. Promuovere la rinascita della vita ebraica

deve per forza comportare l'assegnazione di una sinagoga o di un edificio scolastico a

ogni ebreo polacco? La WJRO sta anche redamando la proprietà di centinaia di migliaia

di appezzamenti di terra polacca, valutati in svariate decine di miliardi di dollari. «Gli

amministratori polacchi temono», riporta «Jewish Week», che la richiesta «possa portare

la nazione alla bancarotta.» Quando il parlamento polacco propose di porre dei limiti ai

risarcimenti per evitare l'in[180]solvenza, Elan Steinberg del CME denunciò la legge

come un «atto fondamentalmente antiamericano». (81)

Esercitando pesanti pressioni sulla Polonia, gli avvocati dell'industria dell'Olocausto

intentarono una class action presso la corte del giudice Korman per risarcire i

«sopravvissuti all'Olocausto che stanno invecchiando e morendo». Nella denuncia si

sosteneva che i governi postbellici della Polonia «proseguirono nel corso degli ultimi

cinquantaquattro anni» una politica genocida tesa a «espellere fino all'ultimo» ebreo. I

membri dei New York City Council concordarono una risoluzione all'unanimità che

chiedeva alla Polonia «di approvare adeguate norme legislative che mettessero in atto la

restituzione completa dei beni dell'Olocausto», mentre cinquantasette membri del

Congresso (capeggiati da Anthony Weiner, di New York) invi