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Premessa: Nel
pubblicare in versione elettronica questo libro sottoposto a copyright Rizzoli
non pensiamo di fare opera di pirataggio alcuno. La Rizzoli dopo aver pubblicato
questo volume nel 2002 ha deciso di ritiraralo dal mercato senza spiegazione
alcuna. I motivi ce li immaginiamo. Rendendo disponibile questo volume NON A
SCOPO di lucro facciamo ciò che dovrebbe essere un dovereche nei confronti di
un'opinione pubblica sempre più intorpidita culturalmente e scarsamente reattiva
intellettualmente. Il libro è vieppiù interessante nella misura in cui alcuni
commentatori come il signor A. Sofri, tendenziosamente sosetngono che
l'antisionismo altro non sarebbe una variante dell'antisemitismo (La Repubblica
28 novembre 2003). In realtà fu proprio il movimento sionista a negoziare con i
nazisti, focolare ebraico e a vedere nello sterimnio degli ebrei in Europa un
gigantesco spot da sfruttare in vista della costituzione del proprio Stato in
Palestina. I comunisti rivoluzionari - e cioè coloro che mai si macchiarono dei
crimini stalinisti anche contro gli ebrei - non possono essere antisemiti perchè
non credano che esista razza alcuna e sono per la fratellanza tra tutti gli
uomini al di là dei loro credi religiosi, delle loro culture o delle loro
preferenze sessuali. All'inizio del secolo furono migliaia i comunisti e gli
anarchici di origine ebraica.
Finkinstein non è
nè un autore negazionista nè revisionista. Appartiene invece a quella che
viene definita la sinistra liberal americana. Tuttavia nel capitalsimo la
libertà di espressione finisce laddove cominciano giganteschi interessi
economici e politici. Così nessuno si è mai sognato di chiedere conto alla
Turchia delle condanne alla detenzione di alcuni attivisti e intellettuali che
avevano cercato di pubblciizzare il genocidio degli armeni all'inizio del secolo
scorso.
Infine per
chiarezza non condividiamo neppure il revisionismo e il negazionismo "di
sinistra" sviluppatosi in Francia e che non ha mai attecchito in Italia malgrado
gli sforzi dell'Editrice Graphos. Costoro non sono più dei rivoluzionari ma solo
degli avventurieri. Non si capisce come si darebbe maggiore impulso alla
denuncia dei crimini angloamericani negando l'esistenza dei campi di sterminio.
Il libro di
Finkelstein va in tutt'altra direzione.
Siamo sempre
disponibili a togliere il libro dal nostro sito nel momento in cui la Rizzoli
S.p.A. rimetterà in commercio il libro. Non ci piacciono i roghi dei libri e le
censure preventive. Assomigliano troppo a quello che si è visto nella Germania
nazista e nella Russia stalinista. O nell'America del Maccartismo.
(2002)
Rizzoli
Proprietà letteraria riservata C 2000 Norman G. Finkelstein 0 2002 RCS Libri
Sp-4.,
Milano
ISBN 88-17-86827-2
Titolo originale dell'opera: The Holocaust Industry
Prima edizione. settembre 2002
Traduzione di Daria Restani
Traduzione dal tedesco e dall'inglese delle Appendici di Roberta Zuppet
Realizzazione editoriale. Abracadabra s.n.c., Milano
«A
me sembra che l'Olocausto venga venduto, più che insegnato.»
RABBi ARNOLD JACOB WOLF Hillel Director,
Yale University (1)
Ringraziamenti
Colin Robinson, della Verso, ha avuto l'idea di questo libro. Roane Carey ha
dato veste
narrativa alle mie riflessioni. A ogni stadio della produzione del libro, Noam
Chomsky e
Shifta Stern hanno offerto il loro contributo. Jennifer Loewenstein ed Eva
Schweitzer
hanno riveduto criticamente diverse stesure. Rudolph Baldeo mi ha dato il suo
sostegno e
incoraggiamento personale. Sono in debito con tutti loro. Con queste pagine
tento di dare
voce al lascito dei miei genitori. Il libro è quindi dedicato ai miei due
fratelli, Richard ed
Henry, e a mio nipote David.
Introduzione
Questo libro si propone di essere un'anatomia dell'Industria dell'Olocausto e un
atto
d'accusa nei suoi confronti. Nelle pagine che seguono, dimostrerò che
«l'Olocausto» è
una
rappresentazione ideologica dell'Olocausto nazista (2). Come la maggior parte
delle
ideologie, mantiene un legame, per quanto labile, con la realtà. L'Olocausto non
è un
concetto arbitrario, si tratta piuttosto di una costruzione intrinsecamente
coerente, i cui
dogmi-cardine sono alla base di rilevanti interessi politici e di classe. Per
meglio dire,
l'Olocausto ha dimostrato di essere un'arma ideologica indispensabile grazie
alla quale
una
delle più formidabili potenze militari del mondo, con una fedina terrificante
quanto a
rispetto dei diritti umani, ha acquisito lo status di «vittima», e lo stesso ha
fatto il gruppo
etnico [10] di maggior successo negli Stati Uniti. Da questo specioso status di
vittima
derivano dividendi considerevoli, in particolare l'immunità alle critiche, per
quanto
fondate esse siano. Aggiungerei che coloro che godono di questa immunità non
sono
sfuggiti alla corruttela morale che di norma l'accompagna. Da questo punto di
vista, il
ruolo di Elie Wiesel come interprete ufficiale dell'Olocausto non è un caso. Per
dirla
francamente, non è arrivato alla posizione che occupa grazie al suo impegno
civile o al
suo
talento letterario (3): Wiesel ha questo ruolo di punta perché si limita a
ripetere
instancabilmente i dogmi dell'Olocausto, difendendo di conseguenza gli interessi
che lo
sostengono.
Lo
stimolo iniziale per questo libro è stato uno studio fondamentale di Peter
Novick, The
Holocaust in American Life [L'Olocausto
nella vita americana], che ho recensito per una
rivista letteraria inglese. (4) Le pagine che seguono sono pervase del dialogo
critico che
ho
avviato con Novick e ciò spiega la messe di riferimenti al suo studio. Più un
insieme
di
intuizioni provocatorie che un saggio critico strutturato, The Holocaust in
American
Life si colloca nel solco della venerabile
tradizione americana della denuncia di scandali.
Ma,
come la maggior parte dei cacciatori di scandali, Novick si concentra solamente
sugli
abusi più clamorosi. Per quanto pungente e piacevole in molti punti, The
Holocaust in
American Life non è una critica radicale.
Gli assunti di base non vengono messi in
discussione. Pur rimanendo all'interno dell'orizzonte delle opinioni
tradizionali, il libro,
né
scontato né eretico, si colloca agli estremi margini di questo stesso orizzonte,
su
posizioni controverse e, come prevedibile, ha avuto una vasta eco, suscitando
commenti
sia
positivi sia negativi sui media americani.
La
categoria analitica centrale di Novick è la «memoria». Attualmente di gran moda
tra
gli
intellettuali, il concetto di «mernoria» è senza dubbio il più impoverito fra
quelli
prodotti negli ultimi anni dal mondo accademico. Con l'allusione d'obbligo a
Maurice
Halbwachs, Novick mira a dimostrare come la «memoria dell'Olocausto» sia stata
forgiata da «preoccupazioni di oggi». C'era un tempo in cui gli intellettuali
dell'opposizione mettevano in campo robuste categorie politiche come «potere»,
«interessi» da una parte e «ideologia» dall'altra. Tutto quello che resta oggi è
il fiacco,
spoliticizzato linguaggio di «preoccupazioni» e «memoria». Eppure, data la
documentazione che Novick adduce, la memoria dell'Olocausto è una costruzione
ideologica elaborata sulla base di precisi interessi. Secondo Novick, per quanto
scelta, la
memoria dell'Olocausto è «il più delle volte» arbitraria; questa scelta, cioè,
non verrebbe
tanto condotta in base a un «calcolo di vantaggi e svantaggi», quanto piuttosto
«senza
dare troppo peso... alle conseguenze». (5) Al di là di queste sue parole, però,
la
documentazione che lui stesso raccoglie suggerisce la conclusione opposta.
Il
mio interesse nei confronti dell'Olocausto nazista prese le mosse da vicende
personali.
Mia
madre e mio padre erano dei sopravvissuti al ghetto di Varsavia e ai campi di
concentramento. Tranne loro, tutti gli altri membri dei due rami della mia
famiglia furono
sterminati dai nazisti. Il mio primo ricordo, per così dire, dell'Olocausto
nazista è
l'immagine di mia madre incollata davanti al televisore a seguire il processo ad
Adolf
Eichmann (1961) quando io rientravo a casa da scuola. Anche se erano stati
liberati dai
campi solamente sedici anni prima del processo, nella mia mente un abisso
incolmabile
separò sempre i genitori che conoscevo da quella cosa. A una parete del
soggiorno erano
appese fotografie di parenti di mia madre. (Nessuna foto della famiglia di mio
padre
sopravvisse alla guerra.) In pratica non riuscii mai a mettere in relazione me
stesso con
quelle facce, men che mai a immaginare quello che era successo. Erano le
sorelle, il
fratello e i genitori di mia madre, non le mie zie, mio zio e i miei nonni.
Ricordo di avere
letto da bambino The Wall [Il muro di Varsavia, di John Hersey, e
Mila 18, di Leon Uris,
due
romanzi ambientati nel ghetto di Varsavia. (Mi torna alla mente mia madre che si
lamentava perché, immersa nella lettura di The Wall aveva sbagliato
fermata andando al
lavoro.) Per quanto mi sforzassi, non riuscii [13] mai, nemmeno per un istante,
a fare quel
salto d'immaginazione che saldava i miei genitori, con tutta la loro normalità,
a quel
passato. Francamente, non ci riesco neanche ora.
Ma
il punto più importante è un altro: se si esclude questa presenza spettrale, non
ricordo
intrusioni dell'Olocausto nazista nella mia infanzia e la ragione principa
le
sta nel fatto che a nessuno, fuori della mia famiglia, sembrava interessare
quello che
era
accaduto. I miei amici di gioventù leggevano di tutto e discutevano
appassionatamente degli avvenimenti contemporanei, eppure, in tutta onestà, non
ricordo
un
solo amico (o un suo genitore) che abbia fàtto una sola domanda su quello che
mia
madre e mio padre avevano passato. Non era un silenzio dettato dal rispetto, era
semplice
indifferenza. Sotto questa luce, non si possono che accogliere con scetticismo
le
manifestazioni di dolore dei decenni seguenti, quando era ormai consolidata.
A
volte penso che la «scoperta» dell'Olocausto nazista da parte dell'ebraismo
americano
sia
stata peggiore del suo oblio. I miei genitori continuavano a ripensarci nel loro
Privato
e
la sofferenza che patirono non ricevette pubblici riconosciment
i.
Ma non fu forse meglio dell'attuale, volgare sfruttamento del martirio degli
ebrei?
Prima che l'Olocausto nazista divenisse l'Olocausto, sull'argomento furono
pubblicati
solo pochi [14] studi scientifici, come The Destruction ofThe European jews
[La
distruzione degli ebrei d'Europa], di Raul
Hilberg, e testimonianze come Man's Search
for Meaning [Alla ricerca di un
significato della vita], di Viktor Frankl, e Prisoners of
Fear [Prigionieri della paura], di
Ella Lingens-Reiner. (6) Eppure questa piccola raccolta
di
gemme è migliore degli scaffali di cianfrusaglie che ora affollano biblioteche e
librerie.
I
miei genitori, pur rivivendo giorno dopo giorno il passato fino alla fine della
loro vita,
negli ultimi anni persero interesse per l'Olocausto come pubblico spettacolo.
Uno degli
amici di più lunga data di mio padre era stato con lui ad Auschwitz ed era, o
almeno
sembrava, un incorruttibile idealista di sinistra che per principio rifiutò dopo
la guerra il
risarcimento tedesco. In seguito divenne un dirigente del museo israeliano
dell'Olocausto,
lo
Yad Vashem. Con riluttanza e sinceramente deluso, mio padre dovette ammettere
che
perfino un uomo come quello era stato corrotto dall'industria dell'Olocausto,
adattando le
proprie idee al potere e al profitto. Dal momento che l'interpretazione
dell'Olocausto
assumeva forme sempre più assurde, a mia madre piaceva citare, non senza ironia,
Henry
Ford: «La storia è una sciocchezza». I racconti dei «sopravvissuti
all'Olocausto» (tutti
prigionieri dei campi di concentramento, tutti eroi della resistenza) a casa mia
erano una
fonte particolare di amaro divertimento. D'altronde già molto tempo fa John
Stuart
Mill aveva compreso che «le verità se non sottoposte a continua revisione,
cessano di
essere verità. E, attraverso le esagerazioni, diventano falsità».
Mio
padre e mia madre si chiesero spesso perché m'indignassi di fronte alla
falsificazione
e
allo sfruttamento del genocidio perpetrato dai nazisti. La risposta più ovvia è
che è stato
usato per giustificare la politica criminale dello Stato d'Israele e il sostegno
americano a
tale politica. Ma c'è anche un motivo personale. Ho infatti a cuore che si
conservi la
memoria della persecuzione della mia famiglia. L'attuale campagna dell'industria
dell'Olocausto per estorcere denaro all'Europa in nome delle «vittime bisognose
dell'Olocausto» ha ridotto la statura morale del loro martirio a quella di un
casinò di
Montecarlo. Ma anche tralasciando queste preoccupazioni, resto convinto che sia
importante preservare l'integrità della ricostruzione storica e lottare per
difenderla. Alla
fine di questo libro sostengo che nello studio dell'Olocausto nazista possiamo
imparare
molto non solamente riguardo ai «tedeschi» o ai «gentili», ma a noi tutti.
Eppure penso
che
per fare questo, cioè per imparare sinceramente dall'Olocausto nazista, occorra
ridurre la sua dimensione fisica ed enfatizzarne quella morale. Troppe risorse
pubbliche e
private sono state investite nella commemorazione del genocidio e gran parte di
questa
produzione è indegna, un tributo [16] non alla sofferenza degli ebrei, ma
all'accrescimento del loro prestigio. È da tempo che dobbiamo aprire il nostro
cuore alle
altre sofferenze dell'umanità: questa è la lezione più importante impartitami da
mia
madre. Non l'ho mai sentita dire: «Non fare paragoni». Lei li fece sempre.
Certo si
devono fare distinzioni storiche, ma porre distinzioni morali tra la «nostra»
sofferenza e
la
«loro» è a sua volta un travisamento morale. «Non potete mettere a confronto due
sventurati» osservò Platone «e dire quale dei due sia più felice.» Di fronte
alle sofferenze
degli afroamericani, dei vietnamiti e dei palestinesi, il credo di mia madre fu
sempre:
siamo tutti vittime dell'Olocausto.
Norman G. Finkelstein Aprile 2000 New York
CAPITOLO I
IL PROFITTO DELL'OLOCAUSTO
In
una memorabile controversia di qualche anno fa, Gore Vidal accusò di
antiamericanismo Norman Podhoretz, all'epoca direttore di «Commentary», la
pubblicazione dell'American Jewish Committee. (7 )La prova consisteva nel fatto
che
Podhoretz attribuiva minore importanza alla Guerra Civile («l'unico, grande
evento
tragico che continua a dare risonanza alla nostra repubblica») che alle
questioni ebraiche.
Ma
Podhoretz era probabilmente più americano del suo accusatore, perché a
quell'epoca
era
la «guerra contro gli ebrei» combattuta dal nazismo e non la «guerra tra gli
Stati» ad
apparire centrale nella vita culturale americana. La maggior parte dei
professori di
college può testimoniare che, in confronto alla Guerra Civile, molti più
studenti sono in
grado di collocare l'Olocausto nazista nel secolo giusto e in linea di massima
di indicare il
numero di vittime esatto. In effetti, questo è quasi l'unico riferimento storico
che oggi
risuoni in un'aula universitaria. I sondaggi mostrano che sono molti di più gli
americani
che
sanno identificare l'Olocausto piuttosto che Pearl Harbor o le bombe atomiche
sul
Giappone.
Eppure, fino a tempi abbastanza recenti, l'Olocausto nazista era quasi assente
dalla vita
americana. Tra la fine della Seconda guerra mondiale e quella degli anni
Sessanta, solo
un
esiguo numero di libri e di film toccò l'argomento e in tutti gli Stati Uniti si
teneva un
unico corso universitario espressamente dedicato a esso. (8) Quando, nel 1963,
Hannah
Arendt pubblicò Eichmann in Jerusalem.
A Report on the Banality of Evil
[La banalità
del male. Eichmann a Gerusalemme], poté
attingere solamente a due studi in lingua
inglese: The Final Solution [La soluzione finale. Il tentativo di
sterminio degli ebrei
d'Europa, 1939-1945], di Gerald Reitlinger,
e The Destruction of the European jews, di
Raul Hilberg. (9) Lo stesso capolavoro di Hilberg dovette faticare per vedere la
luce. Il
suo
relatore alla Columbia University, l'ebreo tedesco Franz Neumann, studioso di
teoria
sociale, cercò di dissuadere energicamente Hilberg dallo scrivere sull'argomento
(«È il
tuo
funerale») e nessuna università o editore tradizionale volle toccare il
manoscritto.
Quando fu finalmente pubblicato, The Destruction of the European Jews
ricevette poche
recensioni, per lo più critiche (10).
Non
soltanto gli americani in generale, ma anche gli ebrei americani, intellettuali
compresi, prestarono poca attenzione all'Olocausto nazista. In un'autorevole
indagine del
1957, il sociologo Nathan Glazer riportò che la Soluzione Finale nazista (così
come la
nascita di Israele) «aveva avuto ben poche ripercussioni sulla vita interiore
della
comunità ebraica americana». In un convegno organizzato nel 1961 da «Commentary»
sul
tema «L'ebraismo e i giovani intellettuali», soltanto due dei trentuno
partecipanti
misero in rilievo il suo impatto. Allo stesso modo, in una tavola rotonda
organizzata nel
medesimo anno dal periodico «Judaism» sul tema «La mia affermazione di
ebraismo»,
alla quale parteciparono ventuno ebrei americani osservanti, l'argomento venne
pressoché
ignorato. (11) Né monumenti né tributi ricordarono l'Olocausto nazista negli
Stati Uniti;
anzi, le principali organizzazioni ebraiche si opposero a questa commemorazione.
La
domanda è: perché?
La
spiegazione più comune è che gli ebrei furono traumatizzati dal genocidio e di
conseguenza ne rimossero la memoria, ma è una teoria senza prove. Certamente,
alcuni
sopravvissuti non vollero, proprio per quel motivo allora o negli anni
successivi,
ricordare quello che era successo. Molti altri, però, avevano una gran voglia di
parlare e,
una
volta che si presentò l'occasione, non smisero più (12). Il problema era che gli
americani non avevano voglia di ascoltare.
Le
vere ragioni del silenzio pubblico sull'Olocausto [24] nazista erano la politica
conformista della leadership della comunità ebraica americana e il clima
politico
dell'America postbellica. Sia nella politica interna sia in quella estera le
élite ebraiche
americane (13) si uniformarono alle posizioni ufficiali degli Stati Uniti.
Questo
atteggiamento in effetti facilitò gli obiettivi tradizionali di assimilazione e
accesso al
potere. Con l'inizio della Guerra Fredda, le organizzazioni ebraiche
tradizionali assunsero
un
atteggiamento ancora più risoluto. Le élite ebraiche americane «dimenticarono»
l'Olocausto nazista perché la Germania (cioè la Germania Federale, dal 1949)
divenne nel
dopoguerra un alleato fondamentale degli Stati Uniti nel confronto con l'Unione
Sovietica. Rivangare il passato, oltre a essere inutile, complicava le cose.
Con
minime riserve (subito peraltro superate), le maggiori organizzazioni ebraiche
americane si adeguarono velocemente alla linea del governo degli Stati Uniti,
che
sosteneva una Germania riarmata e quasi per nulla denazificata. L'American
Jewish
Committee (AJC), nel timore che «ogni opposizione organizzata degli ebrei
americani
contro la nuova politica estera e la sua strategia potesse isolarli agli occhi
della
maggioranza non ebraica e compromettere i risultati ottenuti sulla scena
politica
nazionale dopo la guerra», fu il primo a elogiare le virtù del riallineamento.
Il filosionista
Congresso Mondiale Ebraico (CME) e la sua sezione [25] americana rinunciarono a
opporsi dopo avere siglato accordi di compensazione con la Germania nei primi
anni
Cinquanta, mentre l'Anti-Defamation League (ADL) fu la prima importante
organizzazione ebraica a inviare una delegazione ufficiale in Germania, nel
1954.
Insieme, queste organizzazioni collaborarono con il governo di Bonn per
contenere
l'«onda antitedesca» del sentimento popolare ebraico (14).
La
Soluzione Finale era un argomento-tabù per le élite ebraiche americane anche per
un
altro motivo. Gli ebrei di sinistra, che durante la Guerra Fredda erano contrari
a schierarsi
con
la Germania contro l'Unione Sovietica, continuavano a battere su quel tasto. Il
semplice ricordare l'Olocausto nazista fu etichettato come un atteggiamento
comunista.
Legate allo stereotipo che associava ebrei e sinistra (in effetti, gli ebrei
incisero per circa
un
terzo sul voto al candidato progressista Henry Wallace alle elezioni
presidenziali del
1948), le élite ebraiche americane non si fecero problemi a sacrificare i
compagni ebrei
sull'altare dell'anticomunismo. Mettendo a disposizione delle agenzie
governative i loro
elenchi di ebrei in odore di sovversione, l'AJC e l'ADL, collaborarono
attivamente alla
caccia alle streghe dell'era McCarthy. L'AJC si pronunciò a favore della
condanna a
morte dei Rosenberg mentre «Commentary», la rivista mensile del comitato,
sosteneva in
un
editoriale che i due non erano veramente ebrei.
[26] Temendo di essere associate alla sinistra tanto all'estero quanto in
patria, le
organizzazioni ebraiche tradizionali si rifiutarono di collaborare con le forze
socialdemocratiche e antinaziste tedesche, così come si opposero ai boicottaggi
di
prodotti tedeschi e alle manifestazioni contro gli ex nazisti in territorio
americano. D'altro
canto, dissidenti tedeschi di primo piano in visita negli Stati Uniti, come il
pastore
protestante Martin Niemöller, che aveva passato otto anni nei campi di
concentramento
nazisti e ora era schierato contro la crociata anticomunista, dovettero
sopportare gli
insulti dei leader della comunità ebraica americana. Ansiosi di arricchire le
loro
credenziali anticomuniste, le élite ebraiche diedero il proprio appoggio e
sostennero
finanziariamente perfino organizzazioni dell'estrema destra come la All-American
Conference to Combat Communism e chiusero un occhio quando veterani delle SS
misero piede in America (15).
Ansiose anche d'ingraziarsi le élite dominanti americane e di dissociarsi dalla
sinistra
ebraica, le organizzazioni ebraiche americane evocarono l'Olocausto nazista in
un
contesto tutto particolare: per denunciare l'Unione Sovietica. «La politica
[antisemita]
sovietica offre opportunità che non devono essere trascurate» annota compiaciuto
un
memorandum interno dell'AJC citato da Novick «per rafforzare determinati aspetti
del
programma nazionale dell'AJC.» Come era [27] ovvio, questo significava
equiparare la
Soluzione Finale nazista all'antisemitismo russo. «Stalin riuscirà là dove Hider
ha fallito»
preannunciava cupamente «Commentary». «Annienterà gli ebrei dell'Europa centrale
e
orientale []. Il parallelo con la politica di sterminio dei nazisti è quasi
completo.» Le
principali organizzazioni ebraiche americane arrivarono a denunciare l'invasione
sovietica dell'Ungheria nel 1956 come «solamente il primo passo verso una
Auschwitz
russa» (16).
Con
la guerra arabo-israeliana del giugno 1967 tutto cambiò. È opinione comune che
solamente in seguito a questo conflitto l'Olocausto divenne un punto fermo nella
vita
degli ebrei americani (17). La spiegazione più diffusa di questa svolta fu che
il totale
isolamento e la vulnerabilità di Israele nel corso della guerra dei Sei Giorni
fecero
rivivere la memoria dello sterminio nazista. In effetti, questa interpretazione
distorce
tanto la realtà dei rapporti di forza nel Medio Oriente a quell'epoca quanto
l'evoluzione
delle relazioni tra le élite ebraiche americane e Israele.
Negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale le principali organizzazioni
ebraiche
avevano minimizzato l'importanza dell'Olocausto nazista per conformarsi alle
priorità
della Guerra Fredda dettate dal governo americano; allo stesso modo, anche ora
il loro
atteggiamento nei confronti di Israele fu rapido a confor[28]marsi. Da subito,
le élite
ebraiche guardarono con profonda apprensione alla nascita di uno Stato ebraico:
il loro
principale timore era che la sua esistenza avrebbe portato a un'accusa nei loro
confronti di
«doppia fedeltà» e, quando la Guerra Fredda s'intensificò, queste paure si
moltiplicarono.
Ancora prima della fondazione d'Israele, i leader ebrei americani espressero la
preoccupazione che la sua dirigenza, in gran parte proveniente dall'Est europeo,
tradizionalmente progressista, avrebbe scelto il campo sovietico. Nonostante
alla fine
avessero abbracciato la campagna sionista a favore della creazione di uno Stato,
le
organizzazioni ebraiche americane si rivelarono caute e si tennero sulla
lunghezza d'onda
dei
segnali provenienti da Washington. In realtà, l'appoggio dell'AJC alla
fondazione
d'Israele fu motivato soprattutto dal timore di una reazione interna contro gli
ebrei, che si
sarebbe potuta scatenare nel caso non si fosse giunti a una rapida soluzione del
problema
degli esuli ebrei in Europa (18). Nonostante Israele, immediatamente dopo la sua
fondazione, si fosse schierato con l'Occidente, molti israeliani dentro e fuori
l'amministrazione conservarono un forte legame con l'Unione Sovietica e, come
era
prevedibile, i leader della comunità ebraica americana tennero Israele a
distanza.
Dal
1948, anno della sua fondazione, fino alla guerra del giugno 1967, Israele non
fu una
pedina centrale [29] sullo scacchiere americano. Quando la dirigenza degli ebrei
di
Palestina si accinse a istituire il nuovo Stato, il presidente Truman
temporeggiò,
soppesando considerazioni di politica interna (il voto ebraico) e i segnali
d'allarme del
Dipartimento di Stato (il sostegno a uno Stato ebraico avrebbe alienato il mondo
arabo).
Per
salvaguardare gli interessi americani in Medio Oriente, l'amministrazione
Eisenhower
alternò l'appoggio a Israele con quello alle nazioni arabe, favorendo comunque
queste
ultime.
Gli
intermittenti scontri politici tra Stati Uniti e Israele culminarono nella crisi
di Suez del
1956, quando gli israeliani si accordarono con Gran Bretagna e Francia per
attaccare il
leader nazionalista egiziano Gamal Abdel Nasser. Benché la fulminea vittoria
israeliana e
la
conquista della penisola dei Sinai ne avessero rivelato il potenziale strategico
al
mondo, gli Stati Uniti continuarono a considerarlo come una delle tante pedine
dell'area.
Così, il presidente Eisenhower costrinse Israele a ritirarsi dal Sinai pressoché
incondizionatamente. Durante la crisi, i leader ebrei americani spalleggiarono
per breve
tempo gli sforzi israeliani di strappare concessioni agli americani, ma in
ultima analisi,
come ricorda Arthur Hertzberg, «preferirono consigliare a Israele di dare retta
[a
Eisenhower] piuttosto che opporsi alla volontà del leader statunitense» (19).
[30] Tranne che come occasionale destinatario delle loro donazioni, dopo la
fondazione
fu
come se Israele si eclissasse alla vista degli ebrei americani: per loro non era
importante. Nella sua indagine del 1957, Nathan Glazer osservò che Israele
«aveva ben
poche ripercussioni sulla vita interiore della comunità ebraica americana» (20).
I membri
della Zionist Organization of America, da centinaia di migliaia che erano nel
1948, si
ridussero a decine di migliaia negli anni Sessanta. Prima del giugno 1967,
solamente un
ebreo americano su venti si dichiarava interessato a visitare Israele. Nel 1956,
la
comunità ebraica diede un importante contributo alla rielezione di Eisenhower,
che aveva
appena costretto Israele all'umiliante ritiro dal Sinai. All'inizio degli anni
Sessanta, Israele
dovette anche affrontare una forte reprimenda da parte di settori dell'élite
ebraica per il
rapimento di Eichmann: fra i critici si distinsero Joseph Proskauer, ex
presidente
dell'AJC, Oscar Handlin, docente di Storia ad Harvard, e il «Washington Post»,
di
proprietà ebraica. «Il rapimento di Eichmann» sostenne Erich Fromm «è un atto di
un'illegalità dello stesso identico genere di quello di cui si sono macchiati
[...] i
nazisti. (21)
Indipendentemente dall'appartenenza politica, gli intellettuali ebrei americani
si
mostrarono indifferenti al destino d'Israele. Studi approfonditi del mondo
intellettuale
della sinistra progressista ebraica risalenti [31] agli anni Sessanta fanno a
malapena il
nome d'Israele (22). Appena prima della guerra dei Sei Giorni, l'AJC promosse un
convegno sul tema «L'identità ebraica qui e ora»: solamente tre delle trentuno
«menti più
brillanti della comunità ebraica» fecero riferimento a Israele, e due di loro
per liquidarne
la
rilevanza (23). Per ironia della sorte, gli unici due intellettuali ebrei a
creare un legame
con
Israele prima del 1967 furono Hannah Arendt e Noam Chomsky (24).
Poi
arrivò la guerra dei Sei Giorni. Colpiti dall'impressionante spiegamento di
forze
israeliano, gli Stati Uniti si mossero per farne una loro risorsa strategica.
(Già prima del
conflitto, l'America aveva con cautela cominciato a pendere verso Israele di
fronte alle
politiche sempre più indipendenti imboccate dai regimi di Egitto e di Siria alla
metà degli
anni Sessanta.) Il sostegno militare ed economico cominciò ad affluire quando
Israele si
trasformò in un procuratore del potere americano in Medio Oriente.
Per
le élite ebraiche americane la subordinazione israeliana al potere statunitense
fu una
fortuna inaspettata. Il sionismo era nato dal presupposto che l'assimilazione
fosse una
chimera e che gli ebrei sarebbero semprestati percepiti come un corpo estraneo
potenzialmente pronto a tradire.
Per
sciogliere il nodo gordiano, i sionisti pensarono di creare una patria per gli
ebrei, ma
in
realtà la fondazione d'Israele rese più acuto il proble[32]ma, se non altro per
gli ebrei
della diaspora, in quanto dava espressione istituzionale all'accusa di doppia
fedeltà.
Paradossalmente, dopo il giugno 1967, Israele facilitò l'assimilazione negli
Stati Uniti: gli
ebrei ora erano in prima linea a difendere l'America (o meglio l'«Occidente
civilizzato»)
contro le orde barbariche degli arabi. Se prima del 1967 Israele incarnava lo
spauracchio
della doppia fedeltà, ora era il simbolo della superfedeltà: dopo tutto erano
israeliani, e
non
americani, quelli che combattevano e morivano per proteggere gli interessi
statunitensi e, diversamente dai soldati americani in Vietnam, i militari
israeliani non si
fàcevano umiliare da una banda di ultimi arrivati del Terzo Mondo (25).
E
così, le élite ebraiche americane all'improvviso scoprirono Israele. Dopo la
guerra del
1967, l'impeto del suo esercito poté essere celebrato perché i suoi cannoni
erano puntati
nella giusta direzione, cioè contro i nemici dell'America. Il suo valore
militare poteva
persino rendere più agevole l'accesso alla stanza dei bottoni dei potere
americano. Se in
precedenza le élite ebraiche potevano offrire solamente scarni elenchi di ebrei
sovversivi,
ora
erano in grado di porsi come gli interlocutori naturali della più recente
risorsa
strategica americana e da pedine guadagnarsi un ruolo di primo piano nel gran
teatro
della Guerra Fredda. Israele divenne una risorsa non solo per l'America ma per
lo stesso
ebraismo americano.
[33] In un libro di memorie pubblicato appena prima della guerra dei Sei Giorni,
Norman
Podhoretz ricordò con un certo senso di vertigine di avere partecipato a una
cena di Stato
alla Casa Bianca dove «non c'era una sola persona che non fosse visibilmente e
assolutamente fuori di sé dalla gioia di essere lì». (26) Benché fosse già
direttore di
«Commentary»,
il più importante periodico della comunità ebraica amerìcana, questo suo
libro contiene un'unica, fugace allusione a Israele. D'altro canto, che cosa
aveva da offrire
quest'ultimo a un ambizioso ebreo americano? In un saggio successivo, Podhoretz
sottolineò come, dopo la guerra del giugno 1967, Israele fosse divenuto «la
religione
degli ebrei americani» (27). Diventato sostenitore di spicco dello Stato
ebraico,
Podhoretz poteva vantarsi non semplicemente di avere partecipato a una cena alla
Casa
Bianca, ma di avere incontrato il presidente in un tête-à-tête per discutere di
questioni di
interesse nazionale.
Dopo la guerra dei Sei Giorni, le principali organizzazioni ebraiche americane
lavorarono
a
pieno ritmo per rendere più salda l'alleanza tra America e Israele. Nel caso
dell'ADL,
questo comportò un'ampia operazione di sorveglianza interna svolta di concerto
con i
servizi segreti israeliani e sudafricani (28). Dopo il giugno 1967, sul «New
York Times»
lo
spazio dedicato a Israele crebbe in maniera esponenziale. Sul suo indice del
1955 e su
quello del 1965, i rimandi alla voce «Israele» occupava[34]no ciascuno meno di
un
quarto dello spazio che il «New York Times Index» dedicò loro nel 1975. «Quando
ho
voglia di tirarmi un po' su» osservava Elie Wiesel nel 1973 «guardo le notizie
su Israele
sul
"New York Times".» (29) Come Podhoretz, molti intellettuali della tradizione
ebraico-americana dopo la guerra dei Sei Giorni scoprirono altrettanto
improvvisamente
la
«religione» Israele. Novick racconta che Lucy Dawidowicz, la decana della
letteratura
sull'Olocausto, un tempo era stata «aspramente critica nei confronti d'Israele».
Nel 1953,
aveva dichiarato senza mezzi termini che gli israeliani non avevano il diritto
di chiedere
risarcimenti alla Germania finché eludevano le responsabilità nei confronti dei
profughi
palestinesi: «Non esistono due pesi e due misure». Eppure, subito dopo il
conflitto,
Dawidowicz diventò una «fervida sostenitrice d'Israele», salutandolo come
«incarnazione
del
paradigma dell'immagine ideale dell'ebreo nel mondo moderno». (30)
I
sionisti, rinati dopo la guerra del 1967, contrapponevano tacitamente
l'esplicito sostegno
dato a un Israele sotto assedio alla vigliaccheria mostrata dagli ebrei
americani di fronte
all'Olocausto nazista. In realtà, stavano facendo esattamente quello che le
élite ebraiche
d'America avevano sempre fatto: andare di pari passo con il potere statunitense.
Le classi
colte si rivelarono particolarmente esperte nell'assumere atteggiamenti eroici.
Si consideri
il
caso di Irving Howe, il noto stu[35]dioso appartenente alla sinistra
progressista. Nel
1956, «Dissent», la rivista che Howe dirigeva, condannò «l'attacco combinato
contro
l'Egitto» come «immorale». Nonostante si trovasse effettivamente solo, Israele
fu anche
tacciato di «sciovinismo culturale», di avere un «senso paramessianico del
destino
manifesto» (31) e di «tendenza latente all'espansionismo». (32) Dopo la guerra
dell'ottobre 1973, quando il sostegno americano a Israele raggiunse il suo
apice, Howe
pubblicò un proprio appello «traboccante di ansia intensissima» a favore
dell'isolato
Israele. Il mondo non ebraico, si lamentava in una parodia alla Woody Allen,
affogava
nell'antisemitismo e persino nell'Upper Manhattan Israele «non è più chic»:
tutti, tranne
lui, erano alla mercé di Mao, di Frantz Fanon e di Che Guevara. (33)
In
quanto pedina strategica degli Stati Uniti, Israele non era esente da critiche.
Oltre alla
sempre più pressante censura della comunità internazionale rivolta al suo
rifiuto di
negoziare un accordo con gli arabi secondo le risoluzioni delle Nazioni Unite e
al suo
smaccato sostegno alle ambizioni del governo statunitense, che perseguiva una
politica di
controllo su base planetaria, (34) Israele dovette anche vedersela con il
dissenso interno
americano. Nei circoli dominanti statunitensi, i fautori di una politica
filoaraba
sostenevano che puntare tutto su questo Stato e ignorare le élite arabe minava
gli interessi
nazionali americani.
[36] C'era chi argomentava che la sottomissione d'Israele al potere americano e
l'occupazione dei vicini Stati arabi non solo erano sbagliate in linea di
principio, ma
anche dannose per gli stessi interessi israeliani, in quanto Israele sarebbe
stato sempre più
militarizzato e isolato dal mondo arabo. Comunque, per gli ebrei americani,
nuovi
sostenitori d'Israele, discorsi di questo genere sfioravano l'eresia: un Israele
indipendente
e
in pace con i propri vicini era privo di valore, un Israele sulla stessa
lunghezza d'onda
del
mondo arabo, alla ricerca dell'indipendenza dagli Stati Uniti rappresentava un
disastro. Israele poteva esistere soltanto come una specie di Sparta legata al
potere
americano, perché solamente in quel caso i leader della comunità ebraica
statunitense
potevano presentarsi come i portavoce delle ambizioni imperialistiche americane.
Noam
Chomsky ha suggerito che questi «sostenitori d'Israele» dovrebbero essere più
propriamente chiamati «sostenitori della degenerazione morale e della
distruzione
definitiva d'Israele». (35)
Per
proteggere la loro posizione strategica, le élite ebraiche americane
«ricordarono»
l'Olocausto. (36) La spiegazione convenzionale è che lo fecero perché, all'epoca
della
guerra dei Sei Giorni, pensavano che Israele stesse correndo un pericolo mortale
ed erano
quindi in preda alla paura di un «secondo Olocausto». Questa versione, però, non
regge
all'analisi.
[37] Si prenda in considerazione la prima guerra arabo-israeliana. Alla vigilia
dell'independenza del 1948, la minaccia contro gli ebrei di Palestina appariva
di gran
lunga più preoccupante. David Ben-Gurion dichiarò che «settecentomila ebrei»
erano
«contrapposti a ventisette milioni di arabi: uno contro quaranta». Gli Stati
Uniti
parteciparono all'embargo di armi decretato dalle Nazioni Unite per l'intera
area,
congelando una situazione di chiara superiorità negli armamenti da parte degli
eserciti
arabi. La paura di un'altra Soluzione Finale attanagliò la comunità ebraica
americana.
Deplorando il fatto che gli Stati arabi stavano ora «armando il tirapiedi di
Hitler, il Mufti
[di
Gerusalemme], mentre gli Stati Uniti imponevano l'embargo», l'AJC predisse «un
suicidio di massa e un olocausto definitivo in Palestina». Persino George
Marshall, il
segretario di Stato, e la CIA previdero, in caso di guerra, la sicura sconfina
degli
ebrei. (37) Anche se «alla fine vinse il più forte» (secondo lo storico Benny
Morris), per
Israele non fu comunque una passeggiata. Nel corso dei primi mesi di guerra,
agli inizi
del
1948, e specialmente quando, in maggio, ci fu la dichiarazione d'indipendenza,
le
speranze di sopravvivenza del nuovo Stato erano date alla pari da Yigael Yadin,
capo
delle operazioni dell'Haganah. Senza un accordo segreto con la Cecoslovacchia
per la
fornitura di armi, Israele probabilmente non sarebbe sopravvissuto. (38) Dopo un
[38]
anno di combattimenti, contava seimila caduti, l'uno per cento della sua
popolazione. Ma
allora perché l'Olocausto non divenne oggetto dell'attenzione degli ebrei
d'America dopo
la
guerra del 1948?
Nel
1967 Israele dimostrò prontamente di essere assai meno vulnerabile che nella
lotta
per
l'indipendenza. I leader israeliani e quelli americani sapevano in anticipo che
Israele
avrebbe avuto facilmente la meglio in una guerra contro gli Stati arabi, realtà
che divenne
chiara ed evidente quando Israele sconfisse i vicini arabi nell'arco di pochi
giorni. Come
annota Novick, «nella mobilitazione degli ebrei americani a favore d'Israele
prima della
guerra, è sorprendente quanto pochi siano i riferimenti espliciti
all'Olocausto». (39)
L'industria dell'Olocausto fece la propria apparizione solamente dopo la
dimostrazione
schiacciante del predominio militare e fiorì in mezzo al più totale trionfalismo
israeliano. (40) Come conciliare tali anomalie con l'interpretazione standard?
Gli
scioccanti rovesci iniziali e le pesanti perdite subite durante la guerra
arabo-israeliana
dell'ottobre 1973, e il crescente isolamento internazionale che ne seguì, non
fecero che
aumentare, secondo le interpretazioni tradizionali, i timori degli ebrei
americani per la
vulnerabilità d'Israele. Di conseguenza, la memoria dell'Olocausto finì sulla
ribalta.
Novick registra da par suo: «Tra gli ebrei americani [ ... ] la presunta
situazio[39]ne di un
Israele vulnerabile e isolato cominciò a essere percepita come terribilmente
simile a
quella degli ebrei d'Europa trent'anni prima [ ... ] Il riferimento
all'Olocausto negli Stati
Uniti non soltanto prese piede, ma divenne una pratica sempre più
istituzionalizzata».41
Eppure Israele era stato sull'orlo del baratro e, in termini sia relativi sia
assoluti, aveva
avuto molte più perdite nella guerra del 1948 che in quella del 1973.
È
vero che, se si eccettua l'alleanza con gli Stati Uniti, dopo la guerra
dell'ottobre 1973
Israele si ritrovò in disgrazia all'interno della comunità internazionale.
Tuttavia, proviamo
a
fare il confronto con la guerra di Suez del 1956. Israele e la comunità ebraica
americana
asserirono che, alla vigilia dell'invasione del Sinai, l'Egitto aveva minacciato
l'esistenza
stessa di Israele, e che un totale ritiro israeliano dal Sinai avrebbe
fatalmente minato
«l'interesse fondamentale d'Israele: la sua sopravvivenza come Stato». (42) Ciò
nonostante, la comunità internazionale restò saldamente sulle proprie posizioni.
Rievocando il suo brillante intervento all'Assemblea generale delle Nazioni
Unite, Abba
Eban ricordò con dispiacere che «dopo aver applaudito calorosamente il discorso
[l'Assemblea] votò contro di noi a larga maggioranza». (43) Gli Stati Uniti
ebbero un
ruolo di primo piano in questo consenso generale. Non soltanto Eisenhower
costrinse
Israele al ritiro, ma il sostegno pubblico americano a Israele subì uno [40]
«spaventoso
tracollo» commenta lo storico Peter Grose. (44) Per contro, subito dopo la
guerra del
1973, gli Stati Uniti fornirono a Israele una massiccia assistenza militare, in
proporzioni
maggiori di quella dei quattro anni precedenti messi insieme, mentre l'opinione
pubblica
americana sosteneva lo Stato ebraico a spada tratta. (45) Fu questo il frangente
in cui «il
riferimento all'Olocausto [ ...] prese piede in America»: un momento in cui
Israele era
meno isolato di quanto fosse stato nel 1956.
In
effetti, il motivo per cui venne alla ribalta non va ricercato nel fatto che le
inaspettate
battute d'arresto d'Israele nel corso della guerra dell'ottobre 1973 e il
successivo
isolamento politico evocarono il ricordo della Soluzione Finale. Piuttosto. fu
la
spettacolare dimostrazione militare di Sadat nella guerra del Kippur a
convincere le élite
politiche americane e israeliane che non si poteva più prescindere da un accordo
diplomatico con l'Egitto e dalla restituzione dei territori sottrattigli nel
giugno 1967. Per
incrementare il potere negoziale israeliano, aumentò la produzione. Il punto è
che, dopo
la
guerra del 1973, Israele non era isolato dagli Stati Uniti: questi sviluppi
occorsero nel
quadro dell'alleanza tra i due Paesi, che rimase pienamente attiva. (46)
L'analisi storica
suggerisce con forza che, se Israele si fosse trovato davvero solo dopo la
guerra del 1973,
[41] le élite ebraiche americane non avrebbero ricordato l'Olocausto nazista più
di quanto
fecero dopo le guerre del 1948 o del 1956.
Novick fornisce alcune spiegazioni accessorie che risultano ancora meno
convincenti.
Citando gli studiosi ebrei di formazione religiosa, per esempio, suggerisce che
«la guerra
dei
Sei Giorni permise di elaborare una teologia popolare di "Olocausto e
Redenzione"».
La
«luce» della vittoria del giugno 1967 riscattava le «tenebre» del genocidio:
«Aveva
dato a Dio una seconda possibilità». L'Olocausto poté affiorare nella vita
americana
solamente dopo il giugno 1967 perché «l'Olocausto degli ebrei d'Europa ebbe un
esito, se
non
felice, tale almeno da lasciare spazi alla vita». Eppure, nella vulgata
della cultura
ebraica, non fu la guerra del 1967 ma la fondazione di Israele a segnare la
redenzione.
Perché l'Olocausto dovette attendere una seconda redenzione? Novick
sostiene che
l'«immagine degli ebrei come eroi guerrieri» nella guerra dei Sei Giorni «ebbe
l'effetto di
obliterare lo stereotipo della vittima debole e passiva che [ ... ] in
precedenza aveva
impedito agli ebrei la discussione dell'Olocausto». (47) Eppure, quanto a
coraggio allo
stato puro, la guerra del 1948 fu per Israele l'ora più bella. E, nel 1956, la
«temeraria» e
«brillante» campagna di cento ore nel Sinai di Moshe Dayan prefigurò la vittoria
a mani
basse dei giugno 1967. Perché, allora, la comunità ebraica americana ebbe
bisogno
della guerra dei Sei Giorni per «obliterare lo stereotipo»?
La
spiegazione di Novick di come le élite ebraiche americane giunsero a
strumentalizzare
l'Olocausto nazista non è convincente. Si considerino questi passi
significativi:
Quando i leader ebrei americani cercarono di capire le ragioni dell'isolamento e
della vulnerabilità israeliani (ragioni che potessero suggerire un rimedio), la
spiegazione che raccolse il più ampio consenso fu che l'affievolirsi del ricordo
dei
crimini nazisti contro gli ebrei, e l'ingresso in scena di una generazione che
ignorava l'Olocausto, avevano fatto perdere a Israele il sostegno di cui aveva
goduto un tempo.
Mentre le organizzazioni ebraiche americane non erano in grado di modificare il
passato prossimo nel Medio Oriente, e potevano fare ben poco per influenzarne il
futuro, potevano fare in modo di far rivivere il ricordo dell'Olocausto.
Così, la
spiegazione del «ricordo che si affievolisce» costituì un punto all'ordine del
giorno per l'azione. (48)
Perché la tesi del «ricordo che si affievolisce» per la situazione israeliana
post-1967
«raccolse il più ampio consenso»? Era senza dubbio una spiegazione impro[43]babile.
Come Novick stesso documenta doviziosamente, il sostegno che Israele si guadagnò
all'inizio ha poco a che vedere con «il ricordo dei crimini nazisti» (49) e, in
ogni caso,
questo ricordo era svanito molto tempo prima che Israele perdesse il sostegno
internazionale. Perché le élite ebraiche potevano «fare ben poco per
influenzare» il futuro
d'Israele? È un fatto che controllavano una formidabile rete di organizzazioni.
E perché
«far rivivere il ricordo dell'Olocausto» divenne l'unico punto all'ordine dei
giorno?
Perché non appoggiare l'accordo internazionale che chiedeva il ritiro israeliano
dai
territori occupati nella guerra del 1967 così come una «pace giusta e
durevole» tra Israele
e i
suoi vicini arabi (risoluzione Onu numero 242)?
Una
spiegazione più coerente, anche se meno generosa, è che le élite ebraiche
americane
ricordarono l'Olocausto nazista prima del giugno 1967 solamente quando fu
politicamente conveniente. Israele, loro nuovo protettore, aveva fatto buon uso
dell'Olocausto nazista durante il processo a Eichmann. (50) Accertatane
l'efficacia, la
comunità ebraica americana sfruttò l'Olocausto nazista dopo la guerra dei Sei
Giorni. Una
volta rimodellato ideologicamente, l'Olocausto (nel senso di industria) divenne
l'arma
perfetta per deviare le critiche nei confronti d'Israele, come ora dimostrerò.
Ciò che
merita di essere sottolineato, in ogni caso, è il fatto che per le élite
ebraiche americane
l'Olocausto svolse la [44] stessa funzione che per Israele: un'altra fiche dal
valore
incalcolabile in una partita a poker dove si gioca forte. Il dichiarato
interesse per la
memoria dell'Olocausto fu qualcosa di studiato a tavolino, così come quello per
il destino
d'Israele. (51) Di conseguenza, la comunità ebraica americana perdonò e
dimenticò
velocemente la folle dichiarazione di Reagan al cimitero di Bitburg, nel 1985:
secondo
l'allora presidente, i soldati tedeschi lì sepolti (compresi gli appartenenti
alle SS) erano
«vittime dei nazisti proprio come le vittime dei campi di concentramento». Nel
1988,
Reagan venne insignito del premio Humanitarian of the Year dal Centro Simon
Wiesenthal, una delle istituzioni di maggior spicco tra quelle che si occupano
dell'Olocausto, per il suo «leale sostegno a Israele» e, nel 1994, del premio
Torch of
Liberty dalla filoisraeliana ADL. (52)
Resta il fatto che il precoce sfogo, nel 1979, del reverendo Jesse Jackson che
disse di
«non [poterne] più di sentir parlare dell'Olocausto» non fu perdonato né
dimenticato
altrettanto rapidamente. In effetti, gli attacchi a Jackson da parte delle élite
ebraiche
americane non cessarono mai, anche se non a causa delle sue «dichiarazioni
antisemite»,
quanto piuttosto per l'avere sposato «le posizioni palestinesi» (Seymour Martin
Lipset ed
Earl Raab). (53) Nel caso di Jackson, giocava pure un altro fattore: il
reverendo
rappresentava un elettorato con cui la comunità ebraica americana era entrata in
urto sin
da[45]gli ultimi anni Sessanta. Anche in questi conflitti, l'Olocausto si
dimostrò un'arma
ideologica potente.
Le
élite ebraiche furono indotte a potenziare dopo la guerra dei Sei Giorni non
dalla tanto
sbandierata debolezza d'Israele e dal suo isolamento, che facevano temere un
«secondo
Olocausto», quanto piuttosto dalla forza dimostrata dallo Stato ebraico e dalla
sua
alleanza strategica con gli Stati Uniti. È lo stesso Novick a fornire, anche se
involontariamente, la prova migliore a sostegno di questa conclusione. Per
dimostrare che
furono considerazioni di potere, e non la Soluzione Finale dei nazisti, a
determinare la
politica americana nei confronti d'Israele, scrive: «Fu quando l'Olocausto era
più vivido
nella mente dei leader americani, nel primo venticinquennio dopo la fine della
guerra, che
gli
Stati Uniti sostennero meno Israele [ ... ] Non fu quando Israele era
percepito come
debole e vulnerabile, ma dopo che ebbe dimostrato la propria forza, nella guerra
dei Sei
Giorni, che l'aiuto americano si trasformò da un rivolo a un flusso continuo»
(il corsivo è
nell'originale). (54) Questa osservazione vale altrettanto per le élite ebraiche
americane.
Esistono anche ragioni interne per la nascita dell'industria dell'Olocausto. Gli
studiosi
sottolineano la recente apparizione della «politica dell'identità» da un lato e
della «cultura
della vittimizzazione» dall'altro. In realtà, [46] ogni identità si fonda su una
specifica
storia di oppressione e, di conseguenza, gli ebrei cercarono la loro
nell'Olocausto.
Eppure, tra i gruppi che protestano la loro vittimizzazione, ivi compresi i
neri, i latini, i
nativi americani, le donne, i gay e le lesbiche, solamente gli ebrei, nella
società
americana, non sono svantaggiati. In realtà, la politica dell'identità e
l'Olocausto hanno
fatto presa tra gli ebrei americani non in virtù del loro status di vittime ma
proprio perché
essi non sono vittime.
Nel
momento in cui, dopo la Seconda guerra mondiale. le barriere antisemitiche si
sgretolarono rapidamente, gli ebrei conobbero un'ascesa sociale negli Stati
Uniti.
Secondo Lipset e Raab, il reddito pro capite degli ebrei è circa il
doppio di quello dei non
ebrei; sedici dei quaranta americani più ricchi sono ebrei; il quaranta per
cento dei
vincitori americani del premio Nobel in ambito scientifico ed economico è ebreo,
così
come il venti per cento dei professori nelle università più importanti e il
quaranta per
cento dei soci dei maggiori studi legali di New York e Washington. L'elenco
prosegue. (55) Lungi dal costituire un ostacolo al successo, l'identità ebraica
ne è
divenuta l'emblema. Proprio come molti ebrei presero le distanze da Israele
quando
rappresentava uno svantaggio e si riscoprirono sionisti quando divenne una
risorsa, essi si
tennero alla larga dalla loro identità ebraica finché questa costi[47]tuì uno
svantaggio e si
riscoprirono ebrei quando esserlo divenne un vantaggio.
In
verità, il successo sociale dell'ebraismo americano convalidò un convincimento
di
fondo (forse l'unico) degli ebrei circa la propria identità appena ritrovata.
Chi avrebbe più
potuto mettere in discussione il fatto che gli ebrei erano il «popolo eletto»?
Charles
Silberman, anche lui un ebreo «ritrovato», in A Certain People. American jews
and Their
Lives Today [Un certo tipo di persone: gli
ebrei americani e la loro vita oggi], si
entusiasma: «Se avessero evitato completamente qualunque idea di superiorità,
gli ebrei
non
sarebbero stati umani» e aggiunge che «per gli ebrei americani è terribilmente
difficile cancellare completamente il senso di superiorità, per quanto si
sforzino di farlo».
Secondo il romanziere Philip Roth, quello che un bambino ebreo americano si
trova come
eredità è «nessuna legge, nessun insegnamento, nessuna lingua e, in definitiva,
nessun
Dio
[...] ma un atteggiamento mentale che può essere tradotto in quattro parole:
"Gli ebrei
sono meglio"». (56) Come vedremo, l'Olocausto costituì l'immagine ribaltata del
tanto
decantato successo degli ebrei nel mondo: servì a ratificare la loro identità di
popolo
eletto.
Negli anni Settanta l'antisemitismo non era più un fenomeno di rilievo nella
vita
americana. Ciò nondimeno, i leader ebrei cominciarono a suonare il
campa[48]nello
d'allarme: l'ebraismo americano era minacciato da un'ondata violenta di «nuovo
antisemitismo». (57) Tra le prove principali addotte da un importante studio
dell'ADL,
(«per coloro che sono morti perché erano ebrei») comparivano il musical di
Broadway
Jesus Christ Superstar e un tabloid
alternativo che «ritraeva Kissinger come un servile
leccapiedi, vigliacco, borioso, adulatore, tiranno, arrampicatore sociale,
manipolatore del
male, snob insicuro, interessato a null'altro che al potere e privo di
scrupoli»: di fatto, si
trattava ancora di un giudizio alquanto moderato. (58)
Per
le organizzazioni ebraiche americane, questo isterismo indotto circa un nuovo
antisemitismo serviva a diversi scopi. Accreditò ancora l'idea che Israele fosse
il luogo
dell'estremo rifugio, se e quando agli ebrei americani ne fosse servito uno; per
di più, gli
appelli per la raccolta di fondi da parte delle organizzazioni ebraiche in nome
della lotta
all'antisemitismo trovarono portafogli più disponibili. «L'antisemitismo si
trova
nell'infelice posizione» osservò una volta Sartre «di avere bisogno per
sopravvivere dello
stesso nemico di cui vuole la distruzione.» (59) Per queste organizzazioni
ebraiche,
l'affermazione contraria è ugualmente vera. Quando negli ultimi anni
l'antisemitismo ha
cominciato a declinare, si è scatenata una spietata rivalità tra le maggiori
organizzazioni
«di
difesa» degli ebrei, in particolare tra l'ADL e il Centro Simon Wiesenthal. (60)
Nella
que[49]stione
della raccolta di fondi, tra l'altro, le presunte minacce nei confronti
d'Israele servirono a uno scopo analogo. Di ritorno da un viaggio negli Stati
Uniti, lo
stimato giornalista israeliano Danny Rubinstein ebbe a osservare: «Secondo la
maggior
parte delle persone che fanno parte dell'establishment ebraico, la cosa
importante è dare
continuamente enfasi ai pericoli che incombono su Israele [ ... ]
All'establishment ebraico
americano Israele serve solamente come vittima dei crudele attacco degli arabi.
Per un
Israele in queste condizioni si possono ottenere sostegno, donazioni, denaro [
... ] Tutti
conoscono le cifre ufficiali dei contributi raccolti dallo United Jewish Appeal
in America,
in
cui viene usato il nome d'Israele: qualcosa come la metà dei soldi non va a
Israele ma
alle istituzioni ebraiche in America. Esiste un cinismo maggiore?». Come
vedremo, lo
sfruttamento da parte dell'industria dell'Olocausto delle «vittirne bisognose
dell'Olocausto» è l'ultima e probabilmente la più turpe manifestazione di questo
cinismo. (61)
Comunque, il motivo principale e più segreto per suonare il campanello d'allarme
dell'antisemitismo sta altrove. Più crebbe il loro successo sociale, più gli
ebrei americani
si
spostarono politicamente a destra. Benché restassero su posizioni progressiste
su
questioni culturali come la moralità sessuale e l'aborto, divennero sempre più
conservatori in materia di politica e di econo[50]mia. (62) Questa svolta a
destra fu
accompagnata da un'involuzione: gli ebrei, dimentichi degli antichi alleati che
contavano
tra
i non abbienti, destinarono sempre più le loro risorse esclusivamente a
questioni
ebraiche. Questa virata dell'ebraismo americano (63) si manifestò con chiarezza
nelle
tensioni crescenti con i neri. Tradizionalmente sulle stesse posizioni della
comunità nera
contro le discriminazioni di casta negli Stati Uniti, molti ebrei ruppero
l'alleanza con il
movimento per i diritti civili alla fine degli anni Sessanta, quando, come
scrive Jonathan
Kaufman, «i suoi obiettivi passarono dalla richiesta di uguaglianza politica e
legale a
quella di uguaglianza economica». «Quando il movimento per i diritti civili si
spostò a
Nord, avvicinandosi a questi ebrei progressisti» sottolinea in modo analogo
Cheryl
Greenberg «la questione dell'integrazione prese una piega diversa. Con una
preoccupazione le cui motivazioni si annidavano più in questioni di classe che
razziali,
gli
ebrei fuggirono nelle zone residenziali periferiche quasi alla stessa velocità
dei bianchi
cristiani, per evitare quello che percepivano come un deterioramento delle loro
scuole e
dei
loro quartieri.» Il memorabile acme fu il lungo sciopero degli insegnanti a New
York
nel
1968, che contrappose un sindacato di professionisti in gran parte ebrei agli
attivisti
della comunità nera in lotta per il controllo delle scuole in stato di
abbandono. I resoconti
dello sciopero riferiscono spesso di manifestazioni [51] collaterali di
antisemitismo, ma
l'esplosione di un razzismo di marca ebraica (che prima dello sciopero rimaneva
nascosto
appena sotto la superficie) non viene ricordata altrettanto spesso. Più di
recente, esperti di
diritto pubblico ebrei e organizzazioni ebraiche sono stati in prima linea nello
sforzo per
smantellare i programmi dell'affirmative action (integrazione delle
minoranze). In testichiave
della Corte Suprema (De Funis, del 1974, e Bakke, del 1978), l'AJC,
l'ADL, e il
congresso dell'AJ, hanno tutti prodotto pareri scritti nei quali si opponevano
ai
programmi dell'affirmative action (64).
Attivatesi con piglio aggressivo per difendere i loro interessi di corporazione
e di classe,
le
élite ebraiche tacciarono di antisemitismo tutti coloro che si opponevano al
loro nuovo
corso conservatore. Perciò Nathan Perlmutter, capo dell'ADL, sostenne che «il
vero
antisemitismo» in America stava nelle iniziative politiche «che danneggiano gli
interessi
ebraici», come i programmi antidiscriminazione, i tagli alla spesa per la difesa
e il
neoisolazionismo, come pure l'opposizione al nucleare e persino la riforma dei
collegi
elettorali (65).
In
questa offensiva ideologica, l'Olocausto ebbe un ruolo cruciale. Molto
semplicemente,
rievocare le persecuzioni del passato serviva a respingere le critiche sul
presente. Gli
ebrei giunsero addirittura a esprimere simpatia per il sistema delle ammissioni
riservate e
limitate delle minoranze nell'università e nella pubblica [52] amministrazione:
ne erano
stati danneggiati in passato, ma ora potevano servirsene per opporsi
all'integrazione di
altre minoranze attraverso programmi di affirmative action. Oltre a ciò,
comunque, lo
schema mentale dell'Olocausto rappresentava l'antisemitismo come il frutto di un
odio
puramente irrazionale dei «gentili» verso gli ebrei, escludendo la possibilità
che quella
disposizione nei loro confronti potesse fondarsi su un reale conflitto di
interessi
(argomento che riprenderò nelle pagine successive). Di conseguenza, evocare
l'Olocausto
era
uno stratagemma per delegittimare ogni genere di critica nei confronti degli
ebrei:
critiche di quel genere potevano nascere solamente da un odio patologico.
Proprio come l'ebraismo americano si mise a ricordare l'Olocausto quando la
forza
d'Israele raggiunse il suo culmine, così Israele fece lo stesso quando si
affermò il potere
degli ebrei americani. Il pretesto fu comunque che, in Israele come negli Stati
Uniti,
l'ebraismo rischiava un imminente «secondo Olocausto». Le élite ebraiche
americane
poterono così assumere pose eroiche nello stesso momento in cui indulgevano in
comportamenti vigliaccamente prepotenti. Per esempio, Norman Podhoretz
sottolinea
che, dopo la guerra dei Sei Giorni, gli ebrei erano ormai decisi a «resistere a
chiunque in
ogni modo, a qualunque livello e per qualunque ragione cerchi di recarci un
qualsiasi
danno [53]. D'ora in poi resisteremo». (66) E cosi, come gli israeliani, armati
fino ai denti
degli Stati Uniti, misero coraggiosamente al loro posto i ribelli palestinesi,
altrettanto
coraggiosamente gli ebrei americani misero al loro posto i ribelli neri.
Tiranneggiare chi è meno in grado di difendersi: questa è la realtà del tanto
sbandierato
coraggio delle organizzazioni ebraiche americane.
Note
1.Cit. in Michael Berenbaum, After
Tragedy and Triumph, Cambridge 1990, 45.
2.
Nel testo, con l'espressione «Olocausto nazista» si fa riferimento all'evento
storico, con
il
termine «Olocausto» alla sua rappresentazione ideologica.
3.
Per l'impressionante elenco di giustificazioni del comportamento di Israele
firmate da
Wiesel, si veda Norman Finkelstein e
Ruth Bettina Birn, A Nation on Trial. The
Goldhagen Thesis and Historical Truth,
New York 1998, 91 n83, 96 n90. Altrove il suo
comportamento non è migliore. In un nuovo libro di memorie, And the Sea Is
Never Full,
New
York 1999, Wiesel offre questa sbalorditiva spiegazione circa il suo silenzio
sul
dramma palestinese: «Malgrado l'enorme pressione, ho rifiutato di prendere
pubblicamente posizione sul conflitto arabo-israeliano» (125). Nella sua
dettagliatissima
indagine sulla letteratura sull'Olocausto, il critico letterario Irving Howe
(Writing and
Holocaust, in «New Republic», 27 ottobre
1986) liquida il vasto corpus delle opere di
Wiesel in un solo paragrafo con il vago elogio che «il primo libro di Elie
Wiesel, La Nuit,
[è]
scritto con semplicità e senza indulgere nella retorica». «Dopo La Nuit
non c'è più
nulla che valga la pena d'essere letto» concorda il critico letterario Alfred
Kazin. «Ora
Elie è esclusivamente un attore: rivolgendosi a me, si è definito un
"conferenziere [18]
sull'angoscia"» (A Lifetime Burning
in Every Moment, New York, 1996, 179).
4. New York, 1999. Norman FinkeIstein,
Uses of the Holocaust, in «London Review of
Books», 6 gennaio 2000.
5. Novick, The Holocaust, 3-6.s
6. Raul Hilberg, The Destruction of
the European Jews, New York, 1961; Viktor Frankl,
Man's Search for Meaning,
New York 1959; Ella Lingens-Reiner, Prisoners of Fear,
London, 1948.
7. Gore Vidal, The Empire Lovers
Strike Back, in «Nation», 22 marzo 1986.
8. Rochelle G. Saidel, Never Too Late
to Remember, New York 1996, 32.
9. Hannah Arendt, Eichmann in
Jerusalem: A Report on the Banality of Evil, edizione
rivista e ampliata, New York 1965, 282. La situazione in Germania non era molto
diversa. Per esempio, la giustamente ammirata biografia di Hitler, di Joachim
Fest,
pubblicata in Germania nel 1973, dedica solamente quattro delle 750 pagine del
volume
23
allo sterminio degli ebrei e un unico paragrafo ad Auschwitz e agli altri campi
di
sterminio. Joachim C. Fest,
Hitler,
New York 1975, 679-82.
10. Raul Hilberg, The Politics of
Memory, Chicago 1996, 66, 105-37. Come per
gli studi
scientifici, la qualità dei pochi film sull'Olocausto era comunque decisamente
notevole.
Sorprendentemente, Vincitori e vinti (1961) di Stanley Kramer fa
esplicito riferimento
alla decisione (1927) dei giudice della Corte Suprema Oliver Wendell Holmes di
consentire la sterilizzazione dei «mentalmente inabili» come precorritrice dei
programmi
eugenetici nazisti; cita gli elogi rivolti da Winston Churchill a Hitler fino al
1938; il
riarmo di Hitler reso possibile da industriali americani profittatori e
l'opportunistico
proscioglimento, dopo la guerra, degli industriali tedeschi da parte del
tribunale militare
americano.
11. Nathan Glazer, American Judaism,
Chicago 1957, 114; Stephen J. Whitfield, The
Holocaust and the American jewish
Intellectuals in «Judaism»,
autunno 1979.
12.
Per una lucida descrizione di questi due tipi antitetici di sopravvissuto, si
veda Primo
Levi, La tregua, Einaudi, Torino 1963.
13.
Nel testo, il termine «élite ebraiche» designa personalità di spicco nel mondo
delle
organizzazioni e nella vita culturale della comunità ebraica tradizionale.
14. Shlomo Shafir, Ambiguous
Relations. The American jewish Community and
Germany
Since 1945,
Detroit 1999, 88, 98, 100-1, 111, 113, 114, 177, 192, 215, 231, 251.
15. Ivi, 98, 106n 123-37, 205, 215-16,
249. Robert Warshaw, The «Idealism» of Julius
and Ethel Rosenberg,
in «Commentary», novembre 1953. Fu una pura
coincidenza che
allo stesso tempo le organizzazioni ebraiche tradizionali misero in croce Hannah
Arendt,
colpevole di avere sottolineato il collaborazionismo delle élite ebraiche
durante l'era
nazista? Nel ricordare il ruolo odioso delle forze di polizia ebraica, Yitzhak
Zuckerman,
un
leader della rivolta del ghetto di Varsavia, osservò: «Non c'erano poliziotti
«onesti»,
perché gli uomini onesti si toglievano l'uniforme e tornavano a essere semplici
ebrei» (A
Surplus of Memory,
Oxford 1993, 244).
16. Novick, The Holocaust,
98-100. Oltre alla Guerra Fredda, altri
fattori ebbero un ruolo
sussidiario nella decisione della comunità ebraica americana di mettere la
sordina, nel
dopoguerra, all'Olocausto nazista: per esempio, la paura dell'antisemitismo e la
tendenza,
nell'America degli anni Cinquanta, all'ottimismo e all'assimilazione. Novick
prende in
esame questi aspetti nei capitoli 4-7 di The Holocaust.
17.
A quanto sembra, il solo a negare questo legame è Elie Wiesel, il quale sostiene
che
l'Olocausto affiorò nella vita americana soprattutto per opera sua (Saidel,
Never Too Late,
33-34).
18. Menahem Kaufman, An Ambiguous
Partnership, Jerusalem 1991, 218, 276-77.
19. Arthur Hertzberg, Jewish Polemics,
New York 1992, 33; per quanto ingannevolmente
apologetico, cfr. Isaac Alteras,
Eisenhower, American Jewry and
Israel
in «American
Jewish Archives», novembre 1985, e
Michael Reiner, The Reaction of US-Jewish
Organizations to the Sinai Campaign and
Its Aftermath, in «Forum»,
inverno 1980-81.
20. Nathan Glazer, American judaism,
Chicago 1957, 114. Glazer prosegue: «Israele
non
significa quasi nulla per l'ebraismo americano [...] L'idea che Israele [...]
possa
seriamente influenzare l'ebraismo americano [...] è percepita come un'illusione»
(115).
21.
Shafir, Ambiguous Relations, 222.
22.
Si veda, per esempio, Alexander Bloom, Prodigal Sons, New York 1986.
23.
Lucy Dawidowicz e Milton Himmelfarb (a cura di), Conference on Jewish
Identity
Here and Now,
American Jewish Committee 1967.
24.
Dopo essere emigrata dalla Germania nel 1933, Hannah Arendt divenne un'attivista
del
movimento sionista francese; durante la Seconda guerra mondiale e fino alla
fondazione d'Israele, scrisse diffusamente sul sionismo. Noam Chomsky, figlio di
un
ebraista americano di fama, fu allevato in una famiglia sionista e, poco dopo
l'indipendenza d'Israele, trascorse dei tempo in un kibbutz. Entrambe le
campagne
denigratorie, contro Arendt all'inizio degli anni Sessanta e contro Chomsky
negli anni
Settanta, furono condotte dall'ADL. Si vedano Elisabeth Young-Bruehl, Hannah
Arendt,
New Haven 1982, 105-8, 138-39, 143-44,
182-84, 223-33, 348; Robert E Barsky, Noam
Chomsky,
Cambridge 1997, 9-93; David Barsamian (a cura di), Chronicles of Dissent,
Monroe (ME) 1992, 38.
25.
Per una precoce anticipazione di questo mio ragionamento, si veda Hannah Arendt,
Zionism Reconsidered (1944-45),
in Ron Feldman (a cura di), The Jew as Pariah, New
York 1978,159.
26. Making It, NewYork, 1967,336.
27. Breaking Ranks, New York,
1979,335.
28. Robert I. Friedman, The
Anti-Defamation League Is Spying on You, in «Village
Voice», 11 maggio 1993; Abdeen Jara,
The Anti-Defamation League: Civil Rights and
Wrongs,
in «Covert Action», estate 1993; Matt Isaacs, Spy vs Spite, in «SF
Weekly», 2-8
febbraio 2000.
29.
Elie Wiesel, Against Silence, raccolta di scritti scelti e curati da
Irving Abrahamson,
New York 1984, 1, 283.
30. Novick, The Holocaust, 147;
Lucy S. Dawidowicz, The Jewish Presence, New York
1977, 26.
31.
La «dottrina del destino manifesto» nacque nei primi decenni dell'Ottocento
negli
Stati Uniti per promuovere l'espansione territoriale. John O'Sullivan parlò
infatti del
«nostro destino manifesto: diffonderci nel continente assegnato dalla
Provvidenza al
libero sviluppo dei nostri milioni di abitanti, che si moltiplicano di anno in
anno». (NAT)
32. Eruption in the Middle East,
in «Dissent», inverno 1957.
33.
Israel: Thinking the Unthinkable,
in «New York», 24 dicembre 1973.
34. Norman G. FinkeIstein, Image and
Reality of the Israel-Palestine Conflict, New York
1995, capitoli 5-6.
35. Noam Chomsky, The Fateful
Triangle, Boston 1983, 4.
36.
La carriera di Elie Wiesel è illuminante per cogliere il legame tra l'Olocausto
e la
guerra dei Sei Giorni: benché avesse già pubblicato le sue memorie su Auschwitz,
salì
agli onori della cronaca solamente dopo avere scritto due volumi che celebravano
la
vittoria israeliana (Wiesel, And the
Sea, 16).
37. Kaufman, Ambiguous Partnership,
287,306-7; Steven L. Spiegel, The OtherArab-
IsraeIi Conflict,
Chicago 1985, 17, 32.
38. Benny Morris, 1948 And After,
Oxford 1990, 14-15; Uri Bialet, Between East and
West,
Cambridge 1990, 180-8 l.
39. Novick, The Holocaust, 148.
40.
Si veda, a titolo d'esempio, Amnon Kapeliouk, Israel: la fin des Mythes,
Parigi 1975.
41. Novick, The Holocaust, 152.
42. Letter from
Israel
in «Commentary», febbraio 1975.
Per tutta la durata della crisi di
Suez, «Commentary» non smise di ripetere che era in gioco «l'esistenza stessa»
d'Israele.
43. Abba Eban, Personal Witness,
New York 1992, 272.
44. Peter Grose,
Israel in the Mind of America,
New York 1983, 304.
45. A.E.K. Organski, The $36 Billion
Bargain, New York 1990, 48,163.
46. Finkelstein, Image and Reality,
capitolo 6.
47. Novick, The Holocaust,
149-50. L'autore cita in quest'occasione il
noto studioso
ebreo Jacob Neusner.
48.
Ivi, 153,155.
49.
Ivi, 69-77.
50. Tom Segev, The Seventh Million,
New York 1993, IV parte.
51.
Ugualmente progettato a tavolino fu l'interesse nei confronti dei sopravvissuti
all'Olocausto nazista: prima del 1967 furono zittiti in quanto la loro
testimonianza era
ritenuta sconveniente; dopo la guerra, divenuti utili pedine, vennero
santificati.
52.
«Response», dicembre 1988. I principali mercanti dell'Olocausto e sostenitori
d'Israele come il direttore nazionale dell'ADL, Abraham Foxman, l'ex presidente
dell'AJC
Morris Abram e il presidente della Conferenza dei presidenti delle maggiori
organizzazioni ebraiche americane Kenneth Bialkin, per non parlare di Henry
Kissinger,
tutti quanti insorsero in difesa di Reagan. In occasione della visita a Bitburg,
mentre
l'AJC
quella stessa settimana riceveva come ospite d'onore al proprio meeting annuale
il
ministro degli Esteri tedesco, un fedelissimo dei cancelliere Helmut Kohl. Con
spirito
analogo, Michael Berenbaum del Washington Holocaust Memorial Museum giustificò
in
seguito la visita a Bitburg e le dichiarazioni di Reagan attribuendole
all'«ottimismo naive
degli americani». Shafir, Ambiguous
Relations, 302-4; Berenbaum, After Tragedy, 14.
53. Seymour Martin Lipset ed Earl Raab,
Jews and the New American Scene, Cambridge
1995,159.
54. Novick, The Holocaust, 166.
55. Lipset e Raab, Jews, 26-27.
56. Charles Silberman, A Certain
People. American jews and Their Lives Today, New
York 1985. 78, 80, 81 (Roth).
57. Novick, The Holocaust,
170-72.
58. Arnold Forster e Benjamin R.
Epstein, The New Anti-Semitism, New York 1974, 107.
59. Jean-Paul Sartre, Anti-Semite and
Jew, New York 1965, 28.
60. Saidel, Never Too Late, 222.
Seth Mnookin, Will NYPD Look to
Los Angeles For
Latest «Sensivity» Training?,
in «Forward», 7 gennaio 2000. L'articolo
riporta che l'ADI,
e
il Centro Simon Viesenthal sono in competizione per l'esclusiva sui programmi
che
insegnano la «tolleranza».
61. Noam Chomsky, Pirates and Emperors,
New York 1986, 29-30 (Rubinstein).
62.
Per un'indagine sui recenti dati elettorali che confermano questa tendenza, si
veda
Murray Friedman, Are American Jews
Moving to the Right?, in «Commentary», aprile
2000. Per esempio, nella sfida elettorale del 1997 per eleggere il sindaco di
New York,
che
vide contrapposti Ruth Messinger, democratica tradizionale, e Rudolph Giuliani,
un
repubblicano sostenitore della linea «legge e ordine», un buon settantacinque
per cento
del
voto ebraico andò a Giuliani. È significativo che, per votare a favore di
Giuliani, gli
ebrei dovettero abbandonare il loro partito tradizionale così come la loro
fedeltà etnica
(Messinger
è ebrea).
63.
Questo cambiamento sembra in parte dovuto all'ascesa al potere di ebrei
arrivisti e
sciovinisti dello shtetl provenienti dall'Europa orientale, come il
sindaco di New York
Edward Koch e il direttore del «New York Times» A.M. Rosenthal, che presero il
posto
della leadership centro-europea e cosmopolita. A questo riguardo, giova notare
che gli
storici ebrei che dissentono dalle posizioni dogmatiche sull'Olocausto (per
esempio,
Hannah Arendt, Henry Friedlander, Raul Hilberg e Arno Mayer) provengono
dall'Europa
centrale.
64.
Si veda per esempio Jack Salzman e Cornel West (a cura di), Struggles in the
Promised Land, New York 1997, specialmente
i capitoli 6, 8, 9, 14 e 15 (Kaufman 111,
Greenberg 166). In realtà, una forte voce minoritaria all'interno del mondo
ebraico
espresse il proprio dissenso da questa svolta a destra.
65. Nathan PerImutter e Ruth Ann
PerImutter, The Real AntiSemitism in
America,
New
York 1982.
66. Novick, The Holocaust, 173 (Podhoretz).
CAPITOLO 2
TRUFFATORI, VENDITORI E STORIA
«L'informazione sull'Olocausto» osserva Boas Evron, rispettato scrittore
israeliano, è in
realtà «un'operazione d'indottrinamento e di propaganda, un ribollio di slogan e
una falsa
visione del mondo il cui vero intendimento non è affatto la comprensione del
passato, ma
la
manipolazione del presente.» Di per sé, l'Olocausto nazista non è al servizio di
un
particolare ordine del giorno politico: può altrettanto facilmente motivare il
dissenso o il
sostegno alla politica israeliana. Filtrata dalla lente dell'ideologia, però,
«la memoria
dello sterminio nazista» fini col diventare, secondo Evron, «un potente
strumento nelle
mani della dirigenza israeliana e degli ebrei della diaspora». (1) L'Olocausto
nazista
divenne «l'Olocausto» per antonomasia.
Due
assiomi centrali stanno a sostegno dell'impalcatura ideologica dell'Olocausto:
il
primo è che esso costituisce un evento storico unico e senza paragoni; il se[66]condo
è
che
segna l'apice dell'eterno odio irrazionale dei gentili nei confronti degli
ebrei. Nessuna
delle due affermazioni appare in interventi pubblici prima della guerra del
giugno 1967,
né,
per quanto esse siano diventate la pietra angolare della letteratura
sull'Olocausto,
figurano negli studi critici sull'Olocausto nazista (2). D'altro canto, i due
assiomi
attingono a componenti importanti dell'ebraismo e del sionismo.
Subito dopo la Seconda guerra mondiale, l'Olocausto nazista non era considerato
un
evento unicamente ebraico, tanto meno un evento storico unico. L'ebraismo
americano, in
particolare, si diede cura d'inserirlo in un contesto di tipo universalista. Ma
dopo la guerra
dei
Sei Giorni la Soluzione Finale fu radicalmente ridisegnata. «La prima e più
importante convinzione che emerse dal conflitto del 1967 e che divenne l'emblema
dell'ebraismo americano» fu, come ricorda Jacob Neusner, che «l'Olocausto [...]
era
qualcosa di unico, senza paragoni nella storia umana» (3). In un saggio
illuminante, lo
storico David Stannard mette in ridicolo la «piccola industria degli agiografi
dell'Olocausto che sostengono l'unicità dell'esperienza ebraica con tutta
l'energia e
l'ingenuità di zeloti della teologia». (4) Il dogma della sua unicità, dopo
tutto, non ha
senso.
Al
livello più elementare, qualunque evento storico è unico, se non altro in virtù
del
tempo e del luogo in cui accade, e presenta tanto caratteristiche sue proprie
[67] quanto
tratti comuni ad altri eventi storici. L'anomalia dell'Olocausto consiste nel
fatto che la sua
unicità è ritenuta assolutamente decisiva. Quale altro evento storico, si
potrebbe chiedere,
è
definito in larga parte dalla sua categorica unicità? Come è evidente, i tratti
distintivi
dell'Olocausto vengono isolati allo scopo di porre l'evento in una categoria
completamente separata. Non si capisce perché, in ogni modo, i molti tratti
comuni
debbano essere considerati insignificanti a confronto di questa specificità.
Tutti coloro che hanno scritto dell'Olocausto concordano sul fatto che sia
unico, ma ben
pochi concordano sul perché. Ogni volta che un argomento a sostegno della sua
unicità
viene confutato, ne viene addotto uno nuovo in sostituzione. Il risultato,
secondo Jean-
Michel Chaumont, è una massa di argomenti contraddittori che si elidono a
vicenda: «La
conoscenza in proposito non procede per accumulazione. Anzi: per superare quello
precedente, ogni nuovo argomento parte da zero». (5) Detto in altri termini,
l'unicità
dell'Olocausto è un assioma: provarla è il compito assegnato, confutarla
equivale a negare
l'Olocausto stesso. Forse il problema sta nella premessa e non nella
dimostrazione. Anche
se
l'Olocausto fosse unico, che differenza farebbe? Come potrebbe cambiare la
nostra
comprensione se non fosse il primo, ma il quarto o il quinto di una serie di
catastrofi
comparabili?
[68] L'ultimo a fare il proprio ingresso nella lotteria sull'unicità
dell'Olocausto è stato
Steven Katz, con la sua opera The Holocaust in Historical Context
[L'Olocausto in un
contesto storico], progettata in tre volumi. Nel primo di essi, citando circa
cinquemila
titoli, Katz prende in esame l'intero orizzonte della storia umana per
dimostrare che
«l'Olocausto è fenomenologicamente unico in virtù del fàtto che mai in
precedenza uno
Stato si era proposto, come una questione di principio e di programma politico,
l'annientamento fisico di ogni uomo, donna e bambino appartenente a un
determinato
popolo». Per chiarire la propria tesi, Katz spiega: « [La qualità] C è
attribuita
esclusivamente a f . Può condividere A, B, D... X con ® ma non C. E ancora, può
condividere A, B, D... X con tutti i ® ma non C. Ogni dato essenziale
s'incentra, per così
dire, sul fatto che f è l'unico a essere una qualità di C [...] Mancando di C, p
non è f [...]
Per
definizione, non sono ammesse eccezioni a questa regola. Condividendo A, B, D...
X
con
f , ® può essere come f sotto vari aspetti [...] ma per quanto concerne la
nostra
definizione di unicità qualunque ® mancante di C non è f [...] Naturalmente,
preso nella
sua
totalità f è più di C, ma non c'è mai f senza C». Traduzione: un evento storico
che
contenga un tratto distintivo è un evento storico distinto. Per evitare ogni
confusione,
Katz spiega ulteriormente che utilizza il termine fenomenologicamente «in un
senso nonhusserliano,
non-schutzea[69]no, non-scheleriano, non-heideggeriano, non-merleaupontiano».
Traduzione: il tentativo di Katz è un nonsenso fenomenico. (6) Anche
se
la dimostrazione sostenesse la tesi portante di Katz, e non lo fà, proverebbe
soltanto
che
l'Olocausto presenta un tratto distintivo. Sarebbe strano se non fosse così.
Chaumont
ne
deduce che lo studio di Katz è in realtà «ideologia» travestita da «scienza»,
questione
che
verrà approfondita tra breve. (7)
Solo un capello separa l'affermazione di unicità dell'Olocausto da quella che
questo
evento non può essere compreso razionalmente. Se l'Olocausto non ha precedenti
nella
storia, deve starne al di sopra e quindi non può essere oggetto di una
spiegazione storica.
E
infatti l'Olocausto è unico in quanto inesplicabile e inesplicabile in quanto
unico.
Etichettata da Novick come «sacralizzazione dell'Olocausto», questa
mistificazione ha il
suo
campione più esperto in Elie Wiesel, per il quale, osserva giustamente Novick,
l'Olocausto è una vera e propria religione «misterica». Perciò Wiesel salmodia
che
l'Olocausto «conduce nelle tenebre», «nega tutte le risposte», «sta al di fuori,
anzi al di là,
della storia», «resiste tanto alla comprensione quanto alla descrizione», «non
può essere
né
spiegato né visualizzato», è incomprensibile e intramandabile», segna il punto
di
«distruzione della storia» e di una «mutazione su scala cosmica». Solamente il
sopravvissuto-sacerdote (vale a dire solamente Wie[70]sel) è qualificato per
divinarne il
mistero. Eppure il mistero dell'Olocausto - Wiesel lo dichiara apertamente - è
«incomunicabile»: «Non possiamo nemmeno parlarne». Così, per il suo normale
onorario
di
venticinquemila dollari (più limousine con autista), Wiesel ci tiene conferenze
sul fatto
che
il «segreto» della «verità» di Auschwitz «giace nel silenzio». (8)
Secondo questa prospettiva, comprendere razionalmente l'Olocausto equivale a
negarlo,
perché la ragione nega l'unicità e il mistero dell'Olocausto; metterlo poi a
confronto con
le
sofferenze di altri costituisce, secondo Wiesel, «un completo tradimento della
storia
ebraica». (9) Qualche anno fa, nella parodia di un tabloïd newyorkese apparve il
titolo
«Michael
Jackson e altri sessanta milioni di persone muoiono in un olocausto nucleare»,
che
suscitò un'irata protesta di Wiesel sulla pagina delle lettere al direttore:
«Come osano
riferirsi a ciò che è accaduto ieri come a un Olocausto? C'è stato un solo
Olocausto [...]».
Nel
suo nuovo libro di memorie, a riprova del fatto che la vita può anche imitare la
parodia, Wiesel bacchetta Shimon Peres per aver parlato «senza esitazione dei
"due
olocausti del ventesimo secolo: Auschwitz e Hiroshima. Non avrebbe dovuto». (10)
Uno
dei
pistolotti finali favoriti di Wiesel è che «l'universalità dell'Olocausto sta
nella sua
unicità». (11) Ma se è incomparabilmente e incomprensibilmente unico, come è
possibile
che
l'Olocausto abbia una dimensione universale?
[71] Il dibattito sull'unicità dell'Olocausto è sterile e in realtà l'insistenza
sulla sua unicità
ha
finito col costituire una forma di «terrorismo intellettuale» (Chaumont). Coloro
che
mettono in pratica le normali procedure comparative della ricerca scientifica
devono
prima chiedere mille e una sospensiva per cautelarsi dall'accusa di «banalizzare
l'Olocausto». (12)
Un
corollario del dogma sull'unicità dell'Olocausto è che esso è il male nella sua
unicità:
per
quanto terribile, la sofferenza di un altro popolo non si può neppure paragonare
a
esso. I sostenitori dell'unicità dell'Olocausto si rifiutano ovviamente di
ammettere questa
implicita conseguenza, ma si tratta di una posizione in malafede. (13)
Queste dichiarazioni di unicità dell'Olocausto sono sterili dal punto di vista
intellettuale e
indegne da quello morale, eppure persistono. Il punto è capire perché. In primo
luogo,
una
sofferenza unica conferisce diritti unici. Il male unico dell'Olocausto, secondo
Jacob
Neusner, non soltanto pone gli ebrei su un piano diverso rispetto agli altri, ma
concede
loro anche una «rivendicazione nei confronti di questi altri». Per Edward
Alexander,
l'unicità dell'Olocausto è un «capitale morale» e gli ebrei devono «rivendicare
la
sovranità» su questo «patrimonio prezioso». (14)
In
effetti, l'unicità dell'Olocausto (questa «rivendicazione» nei confronti dì
altri, questo
«capitale morale») [72] serve a Israele come alibi. «La singolarità della
sofferenza degli
ebrei» sostiene lo storico Peter Baldwin «aumenta le rivendicazioni morali ed
emotive
che
Israele può avanzare [...] nei confronti di altre nazioni.» (15) Di conseguenza,
secondo Nathan Glazer, l'Olocausto, che ha messo in evidenza il «tratto
distintivo
peculiare degli ebrei» ha dato loro «il diritto di considerarsi particolarmente
minacciati e
particolarmente meritevoli di ogni sforzo possibile per la loro salvezza» (16)
(il corsivo è
nell'originale). Per fare un esempio classico, qualunque articolo o libro
dedicato alla
decisione israeliana di mettere a punto armi nucleari evoca lo spettro
dell'Olocausto. (17)
Quasi che, se l'Olocausto non fosse avvenuto, Israele non sarebbe diventata una
potenza
nucleare.
C'è
in gioco un altro fattore. La rivendicazione dell'unicità dell'Olocausto è una
rivendicazione dell'unicità degli ebrei. Non la sofferenza degli ebrei, ma il
fatto che gli
ebrei hanno sofferto è quello che ha reso
unico l'Olocausto. Oppure: l'Olocausto è
speciale perché gli ebrei sono speciali. Perciò Ismar Schorsch, segretario del
Jewish
Theological Seminary, ridicolizza l'affermazìone di unicità dell'Olocausto come
«una
versione secolare e di cattivo gusto dell'ideologia del popolo eletto». (18)
Veemente
nell'affermare l'unìcìtà dell'Olocausto, Elie Wiesel lo è altrettanto nel
rivendicare quella
degli ebrei. «Tutto quello che ci riguarda è diverso.» Gli ebrei sono «ontologicamente»
eccezionali. (19) Segnando l'apice di un odio millenario dei gentili nei
confronti degli
ebrei, l'Olocausto ha testimoniato non soltanto l'unicità della sofferenza degli
ebrei, ma
l'unicità degli ebrei stessi.
Durante e immediatamente dopo la Seconda guerra mondiale, dice Novick, «quasi
nessuno all'interno dell'amministrazione [americana] - e quasi nessuno al di
fuori di essa,
ebreo o non ebreo - avrebbe capito l'espressione "abbandono degli ebrei"». Dopo
il
giugno 1967 si verificò un capovolgimento di prospettiva. «Il silenzio del
mondo»,
«l'indifferenza del mondo», «l'abbandono degli ebrei»: queste espressioni
divennero
l'ingrediente di base del discorso sull'Olocausto. (20)
Facendo proprio un principio sionista, la rappresentazione dell'Olocausto giunse
a
considerare la Soluzione Finale di Hider come l'apice dell'odio millenario dei
gentili nei
confronti degli ebrei: gli ebrei erano morti perché i gentili, che fossero
esecutori materiali
o
collaboratori passivi, li volevano morti. «Il mondo libero e "civile"», secondo
Wiesel,
consegnò gli ebrei «nelle mani dei loro carnefici. Ci furono gli assassini - i
killer - e ci
furono quelli che rimasero in silenzio». (21) È inutile cercare qualche prova
storica di tale
impulso omicida dei gentili. Lo sforzo titanico di Daniel Goldhagen di
dimostrare una
variante di questa affermazione in Hitler's Willing Executioners [I
volonterosi carnefici di
Hitler] sfiora il ridicolo. (22) Comunque, la sua utilità politi[74]ca è
considerevole. Si
potrebbe incidentalmente notare che la teoria dell'«antisemitismo eterno»
finisce col
sostenere l'antisemitismo. Come dice Hannah Arendt in The Origins of
Totalitarism [Le
origini del totalitarismo]: «Non meraviglia che la storiografia antisemita abbia
professionalmente adottato tale teoria; essa fornisce infatti il miglior alibi
possibile per
ogni orrore: se è vero che l'umanità non ha mai smesso di ammazzare ebrei, vuol
dire che
l'uccisione di ebrei è una normale occupazione umana e l'odio per essi una
reazione che
non
occorre neppure giustificare. Quel che sorprende e confonde è che questa ipotesi
sia
stata accettata da parte di moltissimi storici non prevenuti e di quasi tutti
gli storici
ebrei». (23)
Il
dogma dell'odio eterno dei gentili è stato utile tanto per giustificare la
necessità di uno
Stato ebraico quanto per rendere conto dell'ostilità rivolta contro Israele. Lo
Stato ebraico
è
l'unico baluardo contro la prossima, e inevitabile, esplosione di antisemitismo
omicida;
viceversa, l'antisemitismo omicida sta dietro ogni attacco o anche ogni manovra
difensiva
contro lo Stato ebraico. Per rendere conto delle critiche nei confronti
d'Israele, la
scrittrice Cynthia Ozick ha la risposta pronta: «Il mondo vuole cancellare gli
ebrei [...] il
mondo ha sempre voluto cancellare gli ebrei». (24) Se il mondo vuole vedere
morti gli
ebrei, c'è davvero da stupirsi del fatto che essi siano vivi e che,
diversamente[75] dalla
maggior parte dell'umanità, non stiano proprio morendo di fame.
Questo dogma ha anche dato carta bianca a Israele: vista la ferrea
determinazione dei
gentili nell'uccidere gli ebrei, questi hanno tutti i diritti di proteggersi
come meglio
credono. Qualunque espediente a cui possano ricorrere gli ebrei, perfino
l'aggressione e la
tortura, costituisce una legittima difesa. Nel deplorare il dogma dell'odio
eterno dei
gentili, Boas Evron osserva che «equivale davvero a un'educazione alla paranoia
[...]
Questa mentalità [...] giustifica in anticipo qualsiasi trattamento inumano dei
non ebrei,
perché la mitologia prevalente è che «tutti collaborarono con i nazisti nella
distruzione
degli ebrei, e dunque agli ebrei è permessa qualsiasi cosa nei confronti degli
altri
popoli». (25)
Nella rappresentazione dell'Olocausto, l'antisemitismo dei gentili non è solo
inestirpabile,
ma
anche e sempre irrazionale. Superando di molto le posizioni classiche del
sionismo,
per
non parlare di quelle del mondo accademico, Goldhagen spiega l'antisemitismo
come
«svincolato dagli ebrei in quanto tali», «sostanzialmente non una
reazione a una
valutazione oggettiva delle azioni degli ebrei» e «indipendente dalla natura e
dal
comportamento degli ebrei». Patologia mentale dei gentili, ha il suo «dominio»
nella
«mente». Guidati da «argomenti irrazionali», secondo Wiesel, gli antisemiti
«detestano il
[76] semplice fatto che gli ebrei esistono». (26) «Non solo le azioni e le
omissioni degli
ebrei non hanno nulla a che fare con l'antisemitismo» osserva criticamente il
sociologo
John Murray Cuddihy «ma qualunque tentativo di spiegarlo facendo
riferimento al ruolo
degli ebrei è di per sé un'affermazione di antisemitismo!» (il corsivo è
nell'originale) (27). II punto centrale, naturalmente, non è che l'antisemitismo
sia
giustificabile, né che gli ebrei siano responsabili dei crimini commessi contro
di loro, ma
che
l'antisemitismo si sviluppa in un contesto storico preciso, con il suo intreccio
di
interessi connessi. «Una minoranza dotata, ben organizzata e di successo può
ispirare
conflitti che derivano da oggettive tensioni tra gruppi» sottolinea Ismar
Schorsch, per
quanto tali conflitti siano «spesso confezionati in stereotipi antisemiti.» (28)
L'essenza irrazionale dell'antisemitismo dei gentili viene inferita dall'essenza
irrazionale
dell'Olocausto. Vale a dire che la Soluzione Finale di Hitler rivelava un'
assenza del tutto
unica di razionalità: era «male per il gusto del male», omicidio di massa «privo
di
scopo»; la Soluzione Finale segnò il culmine dell'antisemitismo dei gentili,
dunque
l'antisemitismo dei gentili è sostanzialmente irrazionale. Prese separatamente o
insieme,
queste affermazioni non reggono neanche a un esame superficiale. Ma da un punto
di
vista politico, si tratta di un'argomentazione molto utile. (29)
Nel
concedere una totale innocenza agli ebrei, il [77] dogma dell'Olocausto
conferisce a
Israele e alla comunità ebraica americana l'immunità da ogni legittima censura.
L'ostilità
degli arabi e quella degli afroamericani? «In sostanza non sono una reazione a
una
valutazione oggettiva delle azioni degli ebrei». (Goldhagen) (30) Si consideri
Wiesel
sulle persecuzioni degli ebrei: «Per duemila anni [...] siamo sempre stati
minacciati [...]
Perché? Non c'è una ragione». Sull'ostilità degli arabi nei confronti d'Israele:
«A causa di
ciò
che siamo, di quello che la nostra patria, Israele, rappresenta (il centro della
nostra
vita, il sogno dei nostri sogni), quando i nostri nemici cercano di
distruggerci, lo fanno
cercando di distruggere Israele». Sull'ostilitá dei neri nei confronti degli
ebrei americani:
«Il
popolo che ha tratto ispirazione da noi non ci ringrazia ma ci si rivolta
contro. Ci
troviamo in una situazione molto pericolosa. Ancora una volta siamo il capro
espiatorio
per
tutti [...] Abbiamo aiutato i neri, li abbiamo sempre aiutati. Provo dispiacere
per loro.
C'è
una cosa che dovrebbero imparare da noi ed è la gratitudine. Nessun popolo al
mondo
conosce la gratitudine meglio di noi; noi siamo eternamente grati». (31) Sempre
puniti,
sempre innocenti: è il fardello dell'essere ebreo. (32)
Il
dogma dell'odio eterno dei gentili convalida inoltre il dogma complementare
dell'unicità. Se l'Olocausto ha segnato l'apice dell'odio millenario dei gentili
nei confronti
degli ebrei, la persecuzione di non ebrei [78] nel corso dell'Olocausto fu
puramente
accidentale, così come furono soltanto episodiche le persecuzioni di non ebrei
nel corso
della storia. Quindi, da qualunque punto la si osservi, la sofferenza degli
ebrei
nell'Olocausto fu unica.
In
ultima analisi, la loro sofferenza fu unica perché loro stessi sono unici.
L'Olocausto fu
unico in quanto non razionale e il suo impeto fu la più irrazionale, anche se
umanissima,
delle passioni. I gentili odiavano gli ebrei per una questione d'invidia, di
gelosia:
ressentiment. Secondo Nathan e Ruth Ann
Perlmutter, l'antisemitismo nacque dalla
«gelosia e [dal] risentimento dei gentili dovuti al fatto che negli affari gli
ebrei erano
migliori dei cristiani [...] Un piccolo numero di ebrei di successo irritava un
gran numero
di
gentili di scarso successo». (33) Per quanto in negativo, l'Olocausto conferma
quindi
che
gli ebrei erano gli eletti: dal momento che sono migliori, o hanno più successo,
vanno
incontro all'ira dei gentili, che per questo li hanno uccisi.
In
una breve digressione, Novick si interroga su «come sarebbe stato il discorso
sull'Olocausto in America» se Elie Wiesel non ne fosse stato il suo «interprete
principale». (34) La risposta è abbastanza semplice: prima del giugno 1967, tra
gli ebrei
americani risuonava il messaggio universalista del sopravvissuto ai campi di
sterminio
Bruno Bettelheim. Dopo la guerra dei Sei Giorni, Bettelheim fu messo da parte a
favore
di
Wiesel, la [79] cui posizione di primo piano deriva dalla sua utilità
ideologica. Unicità
della sofferenza degli ebrei/unicità degli ebrei; eterna colpevolezza dei
gentili/eterna
innocenza degli ebrei; difesa incondizionata d'Israele/difesa incondizionata
degli interessi
degli ebrei: Elie Wiesel è l'Olocausto.
Nel
declinare i dogmi chiave dell'Olocausto, gran parte della letteratura sulla
Soluzione
Finale di Hitler perde ogni valore scientifico; non per niente, quel campo di
studi è zeppo
di
assurdità, se non di vere e proprie frodi. Il milieu culturale che alimenta
questa
letteratura è particolarmente illuminante.
La
prima grande truffa sull'Olocausto fu The Painted Bird [L'uccello
dipinto],
dell'emigrato polacco Jerzy Kosinski. (35) L'autore spiega che il libro fu
«scritto in
inglese» in modo che «io potessi esprimermi spassionatamente, libero dalla
connotazione
emotiva che è insita nella lingua d'origine». In realtà, tutte le parti davvero
di suo pugno
(quali fossero precisamente è questione irrisolta) vennero stese in polacco. Il
libro venne
spacciato come il racconto autobiografico delle solitarie peregrinazioni di
Kosinski
bambino attraverso la campagna polacca durante la Seconda guerra mondiale, ma in
realtà per tutto il conflitto lui visse con i genitori. Il leitmotiv del volume
sono le sadiche
torture sessuali inflitte dai contadini polacchi. Chi lesse il testo prima [80]
della
pubblicazione lo derise come «pornografia della violenza» e «il prodotto di una
mente
con
ossessioni per la violenza sadomasochistica». In effetti, Kosinski s'inventò
quasi tutti
gli
episodi di violenza patologica che narra e il libro dipinge i contadini polacchi
con i
quali viveva come violentemente antisemiti. «Dagli al giudeo» scherzano beffardi
«dagliele
a quei bastardi.» In realtà, i contadini polacchi diedero ospitalità alla
famiglia
Kosinski, pur essendo perfettamente consapevoli del fatto che i Kosinski erano
ebrei e
delle terribili conseguenze che avrebbero dovuto affrontare se fossero stati
scoperti.
Sulla «New York Times Book Review», Elie
Wiesel salutò The Painted Bird come «uno
dei
migliori» atti d'accusa dell'era nazista, «scritto con sincerità e sensibilità
profonde».
Più
tardi Cynthia Ozick disse di avere «immediatamente» riconosciuto l'autenticità
di
Kosinski come «ebreo sopravvissuto e testimone dell'Olocausto». Quando già da
tempo
Kosinski era stato smascherato come abile truffatore letterario, Wiesel continuò
a tessere
elogi della sua «opera meritevole». (36)
The Painted Bird divenne un testo di
riferimento per l'Olocausto: vendette moltissimo,
vinse premi, venne tradotto in molte lingue e fu adottato come libro di lettura
nelle scuole
superiori e nei college. Nel compiere i suoi giri di conferenze sull'Olocausto,
Kosinski si
autodefinì un «Elie Wiesel a tariffe scontate». (Quelli che [81] non potevano
permettersi
l'onorario di una conferenza di Wiesel - il «silenzio» non è a buon mercato - si
rivolgevano a lui.) Pur smascherato alla fine dall'inchiesta di un settimanale,
fu ancora
fermamente difeso dal «New York Times», che sostenne che Kosinski era vittima di
un
complotto comunista. (37)
Un
libro-truffa più recente, Fragments [Frantumi: un infanzia 1939-1948],
di Binjamin
Wilkomirski , (38) adotta indiscriminatamente il kitsch di The Painted Bird.
Come
Kosinski, Wilkomirski ritrae se stesso nei panni di un bambino solo,
sopravvissuto
all'Olocausto, che diventa muto, finisce in un orfanotrofio e solo alla fine
scopre di essere
ebreo. Come in The Painted Bird, l'idea-guida narrativa è la voce
sommessa di un
bambino, a cui si consente anche di lasciare nel vago i riferimenti temporali e
i nomi di
luogo. Come in The Painted Bird, ogni capitolo di Fragments
culmina in un'orgia di
violenza. Kosinski spiegava The Painted Bird come «il lento scongelamento
della
mente», Wilkomirski definisce Fragments come «memoria ritrovata». (39)
Per
quanto sia una mistificazione in piena regola, Fragments rappresenta
l'archetipo dei
libri di memorie sull'Olocausto, in primo luogo perché è ambientato nei campi di
concentramento, dove ogni guardia è un mostro di follia e sadismo che gode nel
fracassare il cranio ai neonati ebrei. Eppure, la tradizione memorialistica dei
campi di
concentramento concorda con le afferma[82]zioni della dottoressa Ella
Lingens-Reiner,
reduce di Auschwitz: «Di sadici ce n'erano pochi: non più del cinque o dieci per
cento». (40) Tuttavia, l'onnipresente sadismo dei tedeschi appare soprattutto
nella
letteratura dell'Olocausto rendendo un duplice servizio: «documenta»
l'irrazionalità unica
dell'Olocausto come pure l'antisemitismo fanatico di coloro che lo perpetrarono.
La
particolarità di Fragments sta nella sua descrizione della vita non
durante ma dopo
l'Olocausto. Adottato da una famiglia svizzera, il piccolo Binjamin deve patire
nuovi
supplizi, perché è intrappolato in un mondo di persone che negano l'Olocausto.
«Dimenticalo: è un brutto sogno» strilla la madre. «È stato solo un brutto sogno
[...] non
devi pensarci più.» «In questo Paese» si arrabbia «tutti non fanno che dirmi che
devo
dimenticare, che non è mai successo, che l'ho soltanto sognato. Ma loro sanno
tutto!»
Anche a scuola «i ragazzi mi indicano, mi mostrano i pugni e gridano: "È matto,
quello
che
dice non esiste. Bugiardo! È un pazzo furioso, un demente"». (Detto tra noi:
avevano
ragione.) Nel prenderlo a pugni, nel canzonarlo urlandogli filastrocche
antisemite, tutti i
piccoli gentili si schierano contro il povero Binjamin, mentre gli adulti lo
rimproverano
aspramente: «Stai dicendo bugie!»
Trascinato alla disperazione più nera, Binjamin ha un'epifania dell'Olocausto .
«II campo
è
ancora là, solo [83] che è nascosto e ben mimetizzato. Hanno gettato le uniformi
e si
sono messi vestiti eleganti in modo da non essere riconosciuti [...] Ma fate
anche solo
intuire loro che forse, chissà, siete ebrei e vedrete: è la stessa gente, ne
sono sicuro.
Possono ancora uccidere, anche senza uniforme.» Più che un omaggio al dogma
dell'Olocausto, Fragments è la prova inconfutabile che perfino in
Svizzera, nella Svizzera
neutrale, tutti i gentili vogliono uccidere gli ebrei.
Fragments fu da molti salutato come un
classico della letteratura dell'Olocausto: fu
tradotto in una dozzina di lingue e vinse il Jewish National Book Award, il
premio di
«Jewish Quarterly» e il Prix de la Mémoire
de la Shoah. Star dei documentari televisivi,
presenza dominante a conferenze e seminari sull'Olocausto, personaggio pubblico
impegnato nella raccolta di fondi per lo United States Holocaust Memorial Museum,
Wilkomirski divenne in breve tempo un uomo-immagine dell'Olocausto.
Daniel Goldhagen, nell'acclamare Fragments come un «piccolo capolavoro»,
fu il
principale sostenitore di Wilkomirski in ambito accademico. Comunque, storici di
fama
come Raul Hilberg ci misero poco a giudicare il libro un imbroglio. Fu Hilberg a
porre le
domande giuste dopo la scoperta della truffa: «Come è possibile che
questo volume abbia
circolato come libro di memorie in molte case editrici? Come può essere [84]
valso al
signor Wilkomirski inviti presso lo United States Holocaust Museum e presso
università
di
fama? Come è possibile che non abbiamo un controllo della qualità degno di
questo
nome quando bisogna decidere della pubblicazione di testi sull'Olocausto?». (41)
Metà matto e metà saltimbanco, Wilkomirski, si scoprì, aveva trascorso in
Svizzera tutto
il
periodo della guerra e non era nemmeno ebreo. Ma restano interessanti le parole
pronunciate post factum da parte dell'industria dell'Olocausto: (42)
Arthur Samuelson (editore): «Fragments è un libro davvero riuscito [...]
ed è un
imbroglio solo se lo considerate non-fiction. In una collana di fiction lo
ripubblicherei. E se quello che scrive non è vero, significa che è un bravo
scrittore!»
Ma
c'è di più. Israel Gutman è un dirigente dello Yad Vashem e tiene conferenze
sull'Olocausto alla Hebrew University. È anche stato internato ad Auschwitz.
Secondo
lui, che Fragments sia un imbroglio «non è così importante». «Wilkomirski
ha scritto una
storia che ha sentito nel profondo, questo è certo [...] Non è un impostore, è
uno che ha
vissuto questa storia fin dentro l'anima. Il dolore è autentico.» Quindi non
importa se
abbia passato la guerra in un campo di concentramento o in uno chalet svizzero:
Wilkomirski non è un [85] impostore se il suo dolore «è autentico». Così parla
un
sopravvissuto ad Auschwitz diventato un esperto di Olocausto. Gli altri meritano
disprezzo, Gutman solamente pietà.
«The New Yorker» titolò il suo servizio sulla truffa di Wilkomirski Stealing
the
Holocaust [Rubare l'Olocausto]. Ieri
Wilkomirski veniva acclamato per le sue storie sulla
malvagità dei gentili, oggi viene messo in croce come un gentile malvagio. In
ogni caso,
è
sempre colpa dei gentili. È certamente vero che Wilkomirski ha costruito
il suo passato
di
persecuzioni, ma è ancora più vero che l'industria dell'Olocausto, edificata su
un
appropriazione indebita della storia a fini ideologici, era pronta per celebrare
la
falsificazione di Wilkomirski, un «sopravvissuto» all'Olocausto in attesa di
essere
scoperto.
Nell'ottobre 1999, l'editore tedesco di Wilkomirski, ritirando Fragments
dalle librerie,
ammise pubblicamente che l'autore non era un orfano ebreo ma uno svizzero di
nome
Bruno Doessecker. Informato del fatto che la montatura era stata scoperta,
Wilkomirski
tuonò con insolenza: «Binjamin Wilkomirski sono io!». Non più di un mese dopo,
Schocken, l'editore americano, mise Fragments fuori catalogo. (43)
Si
consideri ora la letteratura secondaria sull'Olocausto. Un segno rivelatore di
questo
genere di pubblicistica è lo spazio accordato al «complotto arabo». Benché, co[86]me
afferma Novick, il Mufti di Gerusalemme non ebbe «alcuna parte significativa
nell'Olocausto», l'Encyclopedia of tbe Holocaust [L'enciclopedia
dell'Olocausto],
un'opera in quattro volumi curata da Israel Gutman, gli assegna un «ruolo di
primo
piano». Il Mufti ha il suo nome in bella evidenza anche allo Yad Vashem, dove
«il
visitatore è portato a concludere» scrive Tom Segev, «che i piani nazisti di
sterminio
degli ebrei e l'odio arabo nei confronti d'Israele hanno molto in comune».
Commentando
una
commemorazione di Auschwitz officiata da rappresentanti del clero di tutte le
religioni, Wiesel. sollevò obiezioni solamente alla presenza di un
qadi musulmano:
«Vogliamo dimenticarci [...] del Mufti Hajj Amin el-Husseini di Gerusalemme,
l'amico di
Heinrich Himmler?» Tra l'altro, se il Mufti è stato una figura così centrale
nella
Soluzione Finale, c'è da chiedersi perché Israele non l'abbia trascinato in
tribunale, come
fece con Eichmann: dopo la guerra, il Mufti visse a un passo da Israele, in
Libano, e
senza nascondersi. (44)
Fu
soprattutto alla vigilia della sfortunata invasione del Libano del 1982, e
quando i
proclami della propaganda ufficiale israeliana finirono sotto il pesante attacco
dei «nuovi
storici» israeliani, che i difensori cercarono disperatamente di fare un solo
fascio di arabi
e
nazisti. Il famoso storico Bernard Lewis riuscì a dedicare al nazismo arabo un
intero
capitolo della sua breve storia dell'antisemitismo e ben tre pagine della sua
«breve [87]
storia degli ultimi duemila anni» del Medio Oriente. All'estremo opposto, quello
progressista, Michael Berenbaum, del Washington Holocaust Memorial Museum,
concesse generosamente che «le pietre lanciate dai giovani palestinesi infuriati
dalla
presenza israeliana [...] non stanno sullo stesso piano dell'attacco nazista
contro civili
ebrei inermi». (45)
La
bizzarria più recente sull'Olocausto è il libro di Daniel Jonah Goldhagen,
Hitler's
Willing Executioners. Tutti i più
importanti giornali d'opinione pubblicarono una o più
recensioni del volume nelle settimane in cui uscì in libreria. Il «New York
Times» gli
concesse ampio spazio e lo acclamò come «uno di quei rari nuovi libri che
meritano
l'appellativo di pietra miliare» (Richard Bernstein). Forte del mezzo milione di
copie
vendute e delle traduzioni in tredici lingue, HitIer's Wiling Executioners
venne salutato
da
«Time» come il libro «di cui si parla di più» e il secondo miglior saggio
dell'anno. (46)
Sottolineando il «notevole lavoro di ricerca» e la «profusione di prove [...]
sostenuta da
una
mole impressionante di documenti e fatti», Elie Wiesel celebrò Hitler's
Willing
Executioners come un «contributo
determinante per la comprensione e l'insegnamento
dell'Olocausto». Israel Gutman lo elogio per «aver sollevato con chiarezza nuovi
fondamentali problemi» che «la maggior parte degli studi sull'Olocausto» aveva
ignorato.
Chiamato a coprire la cattedra di storia dell'Olocausto alla Harvard University
(47),
elevato allo stesso rango di Wiesel dai media americani, in breve tempo
Goldhagen
divenne omnipresente nel sistema propagandistico dell'Olocausto.
La
tesi centrale del libro è il dogma dell'Olocausto nella versione più diffusa:
trascinato
da
un odio patologico, il popolo tedesco approfittò dell'opportunità offerta da
Hitler per
uccidere gli ebrei. Anche Yehuda Bauer, scrittore di punta dell'Olocausto,
dirigente dello
Yad
Vashem e con un incarico alla Hebrew University, ha abbracciato questo dogma.
Molti anni fa, riflettendo sull'atteggiamento mentale dei tedeschi, scrisse:
«Gli ebrei
furono uccisi da persone che per la maggior parte non provavano odio verso di
loro [...] I
tedeschi non avevano bisogno di odiare gli ebrei per ammazzarli». Eppure, in una
recente
recensione al libro di Goldhagen, Bauer ha sostenuto l'esatto contrario: «Dalla
fine degli
anni Trenta in poi, la scena fu dominata dalle forme più radicali di tendenze
omicide [...]
A
partire dallo scoppio della Seconda guerra mondiale, la stragrande maggioranza
dei
tedeschi si era identificata con il regime e con la sua politica antisemita a un
punto tale
che
reclutare gli assassini era facile». A chi gli fece notare questa discrepanza,
Bauer
rispose: «Non vedo alcuna contraddizione tra queste due affermazioni». (48)
Nonostante sfoggi l'apparato di un saggio accademico, Hitler's Willing
Executioners
si
riduce a poco più di un campionario di violenza sadica. Non c'è dunque da
stupirsi che
Goldhagen abbia difeso Wilkomirski a spada tratta: Hitler's Willing
Executioners non è
che
Fragments con l'aggiunta delle note a piè di pagina. Zeppo di grossolani
errori di
interpretazione delle fonti e di contraddizioni interne, Hitler's Willing
Executioners è
privo di valore scientifico. In A Nation on Trial [Una nazione sotto
processo], Ruth
Bettina Birn e chi scrive hanno documentato la pochezza dell'opera di Goldhagen.
La
successiva controversia ha gettato utilmente luce sul funzionamento
dell'industria
dell'Olocausto.
Birn, la maggiore autorità riconosciuta a livello mondiale sugli archivi
consultati da
Goldhagen, dapprima pubblicò i suoi rilievi critici sull'«Historical journal» di
Cambridge.
Rifiutando l'invito della rivista a confutare le tesi della studiosa, Goldhagen
si rivolse
invece a un potentissimo studio legale di Londra perchè citasse «per le molte
gravi
calunnie» Birn e la Cambridge University Press. Nell'avanzare una formale
richiesta di
scuse, di una ritrattazione e della promessa da parte di Bim che non avrebbe
ripetuto le
sue
critiche, gli avvocati di Goldhagen minacciarono inoltre che «qualunque forma di
pubblicità che lei darà a questa lettera comporterà un ulteriore aggravio dei
danni».
Quando le analoghe critiche del sottoscritto furono pubblicate sulla «New Left:
Review»,
Metropolitan, una casa editrice del gruppo Henry Holt, acconsentì a pubblicare i
due
saggi riuniti in un volume. In un articolo di prima pagina, il «Forward»
avvertiva che
Metropolitan si stava «preparando a pubblicare un libro di Norman Finkelstein,
noto
oppositore ideologico dello Stato d'Israele». Il «Forward» riveste il ruolo di
guardiano
principale della «correttezza (politica) sull'Olocausto» negli Stati Uniti.
Sostenendo che «gli evidenti pregiudizi e le dichiarazioni temerarie di
Finkelstein [...]
sono infettati dalla sua posizione antisionista», Abraham Foxman, capo dell'ADL,
invitò
Holt a sospendere la pubblicazione del libro: «La questione [...] non è se la
tesi di
Goldhagen sia giusta o sbagliata, ma che cosa sia "critica legittimá" e che cosa
sia
inaccettabile». «La questione» fu la risposta di Sara Bershtel, condirettore
editoriale di
Metropolitan, «è precisamente se la tesi di Goldhagen sia giusta o sbagliata.»
Leon Wieseltier, responsabile della sezione letteraria del filoisraeliano «New
Republic»,
intervenne personalmente presso il presidente del gruppo Holt, Michael Naumann.
«Lei
non
conosce Finkelstein: è veleno, è uno di quei disgustosi ebrei odiatori di se
stessi, un
verme.» Nel definire «una disgrazia» la decisione della Holt, Elan Steinberg,
segretario
del
Congresso Mondiale Ebraico, commentò: «Se hanno voglia di rovistare nella
spazzatura, che almeno indossino tute protettive».
In
seguito Naumann ricordò: «Non avevo mai visto un simile tentativo, da parte di
una
fazione interessata, di gettare pubblicamente un'ombra su un libro in fase di
pubblicazione». Tom Segev, noto storico e giornalista israeliano, osservò su «Haaretz»
che
quella campagna sfiorava il «terrorismo culturale».
In
qualità di storico responsabile della Sezione crimini di guerra e crimini contro
l'umanità del Canadian Department of justice, Birn venne subito attaccata dalle
organizzazioni ebraiche canadesi. Sostenendo che io ero «detestato dalla
stragrande
maggioranza degli ebrei di questo continente», il Canadian Jewish Congress
denunciò la
collaborazione di Birn al libro. Tentando di utilizzare il datore di lavoro di
Birn per
esercitare pressione su di lei, il CJC presentò una protesta al Dipartimento di
Giustizia.
Questa azione, accompagnata da un rapporto ispirato dal CJC che definiva Birn
«un
membro della razza che ha perpetrato l'Olocausto» (è nata in Germania), le valse
un'indagine ufficiale.
Persino dopo la pubblicazione del libro, gli attacchi personali non cessarono.
Goldhagen
sostenne che Birn, che ha fatto della caccia ai criminali di guerra nazisti la
ragione della
sua
vita, era una sostenitrice dell'antisemitismo e che io ero dell'opinione che le
vittime
del
nazismo, compresa tutta la mia famiglia, meritavano di morire. (49) Stanley
Hoffmann e Charles Maier, colleghi di Goldhagen all'Harvard Center for Euro[92]pean
Studies, presero pubblicamente posizione schierandosi al suo fianco. (50)
Definendo una «fandonia» le accuse di censura, «New Republic» replicò che «tra
censurare e mantenere standard di decenza storiografica c'è differenza». A
Nation on
Trial ha ricevuto apprezzamenti da storici
di chiara fama dell'Olocausto nazista, tra i
quali Raul Hilberg, Christopher Browning e Ian Kershaw. Questi stessi studiosi
non
hanno apprezzato il libro di Goldhagen (Hilberg l'ha definito «di nessun
valore»). Questo
per
rispondere a «New Republic» e ai suoi standard.
Si
consideri infine questo schema: Wiesel e Gutman hanno sostenuto Goldhagen;
Wiesel
ha
sostenuto Kosinski; Gutman e Goldhagen hanno sostenuto Wilkomirski. Mettete
insieme i giocatori: questa è la letteratura dell'Olocausto.
Nonostante tutto il sensazionalismo, non c'è prova che coloro che negano
l'esistenza
dell'Olocausto esercitino negli Stati Uniti più influenza di chi sostiene che la
Terra è
piatta. Se si considera il profluvio di sciocchezze prodotto quotidianamente
dall'industria dell'Olocausto, c'è da stupirsi che gli scettici siano così pochi.
Il motivo
che
sta dietro alla denuncia del presunto diffondersi del negazionismo
dell'Olocausto è
facilmente comprensibile: in una società saturata dall'Olocausto, come meglio
giustificare
l'ennesimo museo, libro, film e programma se non agitando lo spauracchio della
negazione? Per questo motivo l'acclamato libro di Deborah Lipstadt, Denying
the
Holocaust [Negare l'Olocausto],
(51) insieme ai risultati di un'indagine mal formulata
dell'AJC che sosteneva il diffondersi della negazione, (52) furono pubblicati
proprio
mentre il Washington Holocaust Memorial Muscum apriva i battenti.
Denying the Holocaust riesce se non altro
ad aggiornarci su quali siano i libelli del
«nuovo antisemitismo». Per documentare la diffusione del negazionismo, Lipstadt
cita
infatti un piccolo numero di pubblicazioni strambe. Il suo pezzo forte è Arthur
Butz, un
emerito sconosciuto che insegna ingegneria elettrica alla Northwestern
University e che
ha
pubblicato il suo lìbro, The Hoax of the Twentieth Century [La truffa
del ventesimo
secolo], presso un'oscura casa editrice.
Lipstadt intitola il capitolo che lo riguarda
«Dentro la tradizione». Non fosse per studiosi come Lipstadt, non avremmo mai
sentito
parlare di Arthur Butz.
In
verità, l'unico, vero negatore tradizionale dell'Olocausto è Bernard Lewis. Un
tribunale
francese lo ha persino riconosciuto colpevole di avere negato il genocidio. Solo
che
Lewis ha negato il genocidio degli armeni perpetrato dai turchi durante la Prima
guerra
mondiale, non quello degli ebrei; inoltre Lewis è filoisraeliano. (53) Di
conseguenza,
questa negazione di un olocausto non ha indignato nessuno negli Stati Uniti. A
peggiorare le cose, la Turchia è un alleato d'Israele; di conseguenza, fare
menzione
di
un genocidio degli armeni è tabù. Elie Wiesel e il rabbino Arthur Hertzberg,
come pure
l'AJC
e lo Yad Vashem, si ritirarono da un convegno internazionale sul genocidio a Tel
Aviv perché i suoi organizzatori, resistendo alle insistenze del governo
israeliano,
avevano incluso alcune sessioni dedicate al caso armeno. Wiesel tentò anche,
unilateralmente, di fare fallire la conferenza e, secondo Yehuda Bauer, fece
personalmente pressione su altri perché non partecipassero. (54) Agendo su
ordine
d'Israele, lo US Holocaust Council eliminò in pratica ogni riferimento agli
armeni nel
Washington Holocaust Memorial Museum e i lobbisti ebrei del Congresso impedirono
l'istituzione dì una giornata di ricordo del genocidio armeno. (55)
Mettere in discussione la testimonianza di un sopravvissuto, denunciare il ruolo
degli
ebrei collaborazionisti, far presente che i tedeschi soffrirono sotto il
bombardamento di
Dresda o che nel corso della Seconda guerra mondiale altri Stati oltre la
Germania
commisero crimini: tutto ciò, secondo Lipstadt, equivale a negare l'Olocausto.
(56) Allo
stesso modo, asserire che Wiesel ha tratto profitto dall'industria
dell'Olocausto, o anche
soltanto mettere in discussione le sue parole, equivale a negare l'Olocausto.
(57)
Le
forme più «insidiose» di negazione dell'Olocausto, suggerisce Lipstadt, sono i
«paragoni immorali», [95] vale a dire le negazioni dell'unicità dell'Olocausto.
(58) Questo
argomento ha conseguenze interessanti. Daniel Goldhagen sostiene che le azioni
serbe in
Kosovo «sono, nella loro sostanza, diverse solamente nelle proporzioni da quelle
dei
nazisti». (59) La qual cosa farebbe «in sostanza» di Goldhagen un negatore
dell'Olocausto. In verità, i commentatori israeliani indipendentemente
dall'appartenenza
politica paragonarono le azioni della Serbia in Kosovo a quelle degli israeliani
contro i
palestinesi nel 1948. (60)
Dunque, secondo il ragionamento di Goldhagen, Israele perpetrò un olocausto.
Nemmeno
i
palestinesi lo sostenevano più.
Non
tutta la letteratura revisionista, per quanto volgari possano essere la politica
o le
motivazioni di chi la pratica, è inutile. Lipstadt bolla David Irving come «uno
dei più
pericolosi portavoce della negazione dell'Olocausto» (Irving ha perso qualche
tempo fa a
Londra una causa per diffamazione innescata da questa e altre affermazioni). Ma
Irving,
notorio ammiratore di Hìtler e simpatizzante del nazionalsocialismo tedesco, ha
nondimeno - sottolinea Gordon Craig - dato un contributo «fondamentale» alla
nostra
conoscenza della Seconda guerra mondiale. Arno Mayer, nel suo importante studio
sull'Olocausto nazista, e Raul Hilberg fanno riferimento a pubblicazioni che
negano
l'Olocausto. «Se queste persone vogliono dire qualcosa, lasciatele fare» dice
Hilberg.
«Fanno in modo che quelli di noi che [96] fanno ricerca riprendano in esame ciò
che
avrebbero potuto considerare ovvio. E per noi è utile.» (61)
I
giorni della Memoria dell'Olocausto sono un evento nazionale: tutti e cinquanta
gli Stati
americani organizzano commemorazioni, che spesso si tengono nelle aule dei
parlamenti.
L'Association
of Holocaust Organizations conta oltre cento istituzioni legate
all'Olocausto negli Stati Uniti, sul cui territorio esistono sette grandi musei
dell'Olocausto. Il nucleo centrale è lo United States Holocaust Memorial Museum
di
Washington.
La
prima domanda è perché dobbiamo avere nella capitale un museo dell'Olocausto
finanziato e diretto dall'autorità federale. La sua presenza sul Washington Mall
risulta
particolarmente incoerente, vista l'assenza di un museo che commemori i crimini
perpetrati durante la storia americana. Immaginate quali lamenti e accuse
d'ipocrisia si
leverebbero in America se in Germania decidessero di costruire un museo
nazionale a
Berlino per commemorare non l'Olocausto nazista, ma lo schiavismo americano
oppure il
genocidio dei nativi americani. (62)
Il
museo «cerca meticolosamente di astenersi da ogni tentativo di indottrinamento»
ha
scritto il suo ideatore «e da ogni manipolazione delle emozioni e dei
sentimenti». Eppure,
dal
progetto fino alla sua realizzazione, la storia del museo è una storia politica.
(63)
Con
una campagna per la rielezione all'orizzonte, Jimmy Carter diede il via al
progetto
per
placare finanziatori e sostenitori ebrei, irritati dal riconoscimento da parte
del
presidente dei «legittimi diritti» dei palestinesi. Il presidente della
Conferenza dei
presidenti delle maggiori organizzazioni ebraiche americane, il rabbino
Alexander
SchindIer, deplorò il riconoscimento da parte di Carter dei diritti umani dei
palestinesi
come un'iniziativa «scandalosa». Carter annunciò il progetto del museo mentre il
Primo
ministro Menachem Begin si trovava in visita a Washington e il Congresso era nel
pieno
di
una dura battaglia circa la proposta da parte del governo di vendere armi
all'Arabia
Saudita. Ma una visita al museo evidenzia altre questioni politiche:
l'allestimento mette la
sordina all'origine cristiana dell'antisemitismo europeo in modo da non
offendere una
consistente forza elettorale, minimizza la discriminazione delle quote
d'immigrazione
americane prima della guerra, esagera il ruolo statunitense nella liberazione
dei campi di
concentramento e passa sotto silenzio il massiccio reclutamento, da parte degli
americani,
di
criminali di guerra nazisti alla fine del conflitto. Il messaggio dominante, nel
museo, è
che
«noi» non potremmo neppure concepire, tanto meno commettere, simili malvagità.
L'Olocausto «è in aperta contraddizione con lo spirito americano» osserva
Michael
Beren[98]baum nella guida al museo. «Nella [sua] perpetrazione vediamo la
violazione di
ogni valore fondamentale per l'America.» Alla fine, con le scene degli ebrei
sopravvissuti
che
cercano di entrare in Palestina, il museo dell'Olocausto esprime la tesi
sionista,
secondo cui Israele fu la «risposta appropriata al nazismo». (64)
La
politicizzazione ha inizio ben prima che si varchi la soglia del museo. La sua
sede è in
Raoul Wallenberg Place. Wallenberg era un diplomatico svedese, onorato perché
salvò
migliaia di ebrei e finì i suoi giorni in una prigione sovietica. Un altro
svedese, il conte
Folke Bernadotte, non ha ricevuto gli stessi onori perché, pur avendo anche lui
salvato
migliaia di ebrei, venne ucciso per ordine dell'ex Primo ministro israeliano
Yitzak Shamir
in
quanto troppo «filoarabo». (65)
Il
punto cruciale della politica del museo dell'Olocausto, comunque, riguarda l'oggetto
di
quest'opera di memorializzazione. Gli ebrei furono le sole vittime
dell'Olocausto oppure
contano anche gli altri che perirono a causa delle persecuzioni naziste? (66)
Durante le
fasi di progettazione del museo, Elie Wiesel (insieme a Yehuda Bauer dello Yad
Vashem) condusse l'offensiva a favore della commemorazione dei soli ebrei.
Presentato
come l'«esperto incontestabile dell'epoca dell'Olocausto», Wiesel sostenne
tenacemente la
tesi secondo cui gli ebrei furono le vittime preminenti. «Come sempre, hanno
cominciato
con
gli ebrei» intonò «e come [99] sempre, non si sono fermati agli ebrei.» (67)
Eppure,
non
gli ebrei ma i comunisti furono le prime vittime politiche e non gli ebrei ma
gli
handicappati furono oggetto del primo genocidio da parte dei nazisti. (68)
Giustificare la preminenza data al genocidio degli ebrei rispetto a quello degli
zingari é
stata l'impresa più difficile per l'Holocaust Museum. I nazisti uccisero
sistematicamente
non
meno di mezzo milione di zingari, una cifra, in proporzione, pari a quella del
genocidio degli ebrei. (69) Gli scrittori dell'industria dell'Olocausto come
Yehuda Bauer
ritengono che gli zingari non furono vittime della stessa violenza genocida, ma
rispettati
storici della Shoah come Henry Friedlander e Raul Hilberg hanno sostenuto il
contrario. (70)
Dietro la scarsa attenzione prestata al genoddio degli zingari da parte del
museo si
nascondono svariate ragioni. Innanzitutto, paragonare la perdita della vita di
un ebreo e
quella di uno zingaro è semplicemente impossibile. Liquidando come «assurda» la
richiesta di una rappresentanza zingara allo US Holocaust Memorial Council, il
rabbino
Seymour Siegel, direttore generale dell'organizzazione, mise in dubbio persino
la stessa
«esistenza» degli zingari come gruppo etnico: «Bisognerebbe dare un qualche
riconoscimento al popolo zingaro sempre ammesso che esista». Il rabbino ha
peraltro
ammesso che «sotto il nazismo ebbero a soffrire». Edward Linenthal ricorda il
«profondo
sospetto» dei [100] rappresentanti zingari nei confronti dell'Holocaust Memorial
Council,
«rafforzato dalla piena evidenza che alcuni suoi membri vedevano la
partecipazione dei
Rom
al museo nello stesso modo in cui una famiglia si trova tra i piedi dei parenti
non
invitati e imbarazzanti». (71)
Secondo motivo: riconoscere il genocidio degli zingari avrebbe comportato la
perdita
dell'esclusiva degli ebrei sull'Olocausto, con una perdita cospicua di «capitale
morale».
Terzo motivo: se i nazisti hanno perseguitato zingari ed ebrei allo stesso modo,
allora
l'assioma che l'Olocausto ha segnato il culmine dell'odio millenario dei gentili
nei
confronti degli ebrei è evidentemente insostenibile. Parimenti, se l'invidia dei
gentili ha
spinto al genocidio, con gli zingari è forse successa la stessa cosa? Nella
parte del museo
dedicata alla mostra permanente, i non ebrei vittime del nazismo ricevono un
riconoscimento solamente simbolico. (72)
Infine, l'agenda politica del museo dell'Olocausto ha subito anche l'influenza
del conflitto
tra
israeliani e palestinesi. Prima di diventare direttore del museo, Walter Reich
ha scritto
un
peana in onore di From Time Immemorial [Da tempo immemorabile], il
fraudolento
libro dove Joan Peters sostiene che la Palestina, prima della colonizzazione
sionista, era
completamente vuota. (73) Sotto pressioni del Dipartimento di Stato, Reich è
stato
costretto a dare le dimissioni dopo essersi rifiutato di invitare Yasser Arafat,
nel
frattempo divenuto alleato compiacente degli Stati Uniti, a visitare il museo.
In seguito,
dopo avere accettato una posizione da vicedirettore, il teologo dell'Olocausto
John Roth é
stato portato per esasperazione alle dimissioni a causa delle critiche che in
passato aveva
rivolto a Israele. Nel ripudiare un libro originariamente sostenuto dal museo
con la
spiegazione che comprendeva un capitolo firmato da Benny Morris, un noto storico
israeliano critico nei confronti d'Israele, il presidente del museo, Miles
Lerman, ha
dichiarato: «Mettere questo museo sul fronte opposto d'Israele è inconcepibile».
(74)
Sulla scia dei terribili attacchi israeliani al Libano nel 1996, culminati nel
massacro di
oltre cento civili a Qana, Ari Shavit, editorialista di «Haaretz», osservò che
Israele poteva
agire impunemente perché «abbiamo l'Anti-Defamation League e lo Yad Vashem e il
museo dell'Olocausto». (75)
capitolo 2
Note
1.
Boas Evron, Holocaust. The
Uses of Disaster, in «Radical
America», luglio-agosto
1983, 15.
2.
Sulla distinzione tra letteratura sull'Olocausto e studi sull'Olocausto nazista
si veda
Finkelstein e Birn, Nation, parte prima, terza sezione.
3. Jacob Neusner (a cura di), Judaism
in Cold War America, 1945-1990, II volume: In the
Aftermath of the Holocaust,
New York 1993, VIII.
4. David Stannard, Uniqueness as
Denial in Alan Rosenbaum (a cura di), Is the
Holocaust Unique?,
Boulder 1996, 193.
5. Jean-Michel Chaumont, La concurrence
des victimes, Parigi 1997, 148-49.
L'analisi
del
dibattito sull'«unicità dell'Olocausto» condotta da Chaumont è un tour de force.
Eppure, la sua tesi portante non è convincente, almeno per quanto riguarda lo
scenario
americano. Secondo il autore, il fenomeno dell'Olocausto trae origine dalla
tardiva
ricerca, da parte degli ebrei sopravvissuti, di un riconoscimento pubblico per
le
sofferenze passate. Ma i sopravvissuti quasi non appaiono nella fase iniziale in
cui
l'Olocausto fu spinto sotto i riflettori.
6. Steven T. Katz, The Holocaust
Context, Oxford 1994, 28, 58,60.
7. Chaumont, La Concurrence, 137.
8. Novick, The Holocaust, 200-1,
211-12. Wiesel, Against
Silence, I volume, 158, 211,
239, 272; II volume, 62, 81, 111, 278, 293,
347, 371; III volume, 153, 243. Elie Wiesel,
All Rivers Run to the Sea,
New York 1995, 89. L'informazione sul cachet
per una
conferenza di Wiesel è stata fornita da Ruth Wheat, del Bnai Brith Lecture
Bureau. «Le
parole» secondo Wiesel. «sono una sorta di approccio orizzontale, mentre il
silenzio ve
ne
offre uno verticale, in cui tuffarsi.» Wiesel si paracaduta nelle sue conferenze
?
9. Wiesel, Against Silence, III
volume, 146.
10. Wiesel, And the Sea, 95.
Si confrontino questi due brani tratti da due
articoli:
«Ken
Livingstone, ex membro del Partito laburista, attualmente in corsa come
indipendente per la carica di sindaco a Londra, ha irritato gli ebrei inglesi
dicendo che il
capitalismo globale è costato tante vittime quante la Seconda guerra mondiale.
"Ogni
anno il sistema finanziario internazionale uccide più persone di quanto abbia
fatto la
Seconda guerra mondiale, ma almeno Hitler era un pazzo, no?» [...] "È un insulto
a tutti
quelli che sono stati uccisi e perseguitati da HitIer" ha detto John Butterfill,
membro
conservatore del Parlamento. Butterfill ha aggiunto che l'accusa di Livingstone
nei
confronti del sistema finanziario globale sconfinava decisamente
nell'antisemitismo.»
(Livingstone's Words Anger Jews,
in «International Herald Tribune», 13 aprile 2000).
«Il
presidente cubano Fidel Castro ha accusato il sistema capitalistico di essere
regolarmente la causa di morti in numero paragonabile alle vittime della Seconda
guerra
mondiale perché ignora i bisogni dei poveri. 'Ie immagini che vediamo di madri e
bambini che soffrono la sete e altri flagelli nelle regioni africane richiamano
alla mente
quelle dei campi di concentramento della Germania nazista." Riferendosi ai
processi per i
crimini di guerra dopo la Seconda guerra mondiale, il leader cubano ha
affermato: "Ci
manca una Norimberga che giudichi l'ordine economico impostoci, grazie al quale
ogni
tre
anni muoiono di fame e di malattie più uomini, donne e bambini di quanti ne sono
morti nella Seconda guerra mondiale». [...]
A
New York, Abraham Foxman, direttore nazionale dell'Anti-Defamation League, ha
commentato [...]: "La povertà è una questione grave, dolorosa e forse mortale,
ma non
c'entra con l'Olocausto e i campi di c concentramento".»
(John Rice, Castro Viciously
Attacks Capitalism,
in «Associated Press», 13 aprile 2000. )
11. Wiesel, Against Silence, III
volume, 156, 160, 163, 177.
12. Chaumont, La concurrence, 156.
L'autore sottolinea efficacemente anche il
fatto che
sostenere la malvagità incomprensibile dell'Olocausto non può conciliarsi con
l'affermazione per la quale i suoi esecutori erano del tutto normali (310).
13.
Katz, The Holocaust, 19, 22. «Pretendere che l'affermazione di unicità
dell'Olocausto
non
sia una forma di odioso paragone produce sistematicamente delle acrobazie
verbali»,
osserva Novick. «C'è qualcuno [...] che crede che l'affermazione di unicità sia
qualcosa di
diverso da un'affermazione di primato?» (In corsivo nell'originale.) Ma lo
stesso Novick
indulge deplorevolmente in questo odioso paragone. Così, sostiene che, pur
costituendo
un
modo per sfuggire alle responsabilità morali degli americani, «l'affermazione
reiterata
che
qualunque cosa gli Stati Uniti possano avere fatto ai neri, ai nativi americani,
ai
vietnamiti o ad altri scompare in confronto all'Olocausto è vera».
(The Holocaust, 197,
15).
14. Jacob Neusner, A «Holocaust» Primer,
178. Edward Alexander, Stealing the
Holocaust,
15-16, in Neusner, Aftermath.
15. Peter Baldwin (a cura di),
Reworking the Past, Boston 1990, 21.
16. Nathan Glazer, American Judaism,
Chicago 1973 (seconda edizione), 171.
17. Seymour M. Hersh, The Samson
Option, New York 1991, 22. Avner Cohen,
Israel
and the Bomb,
New York 1998, 10, 122, 342.
18. Ismar Schorsch, The Holocaust and
jewish Survival in «Midstream», gennaio 1981,
39.
Chaumont dimostra in modo assolutamente convincente che l'affermazione di
unicità
dell'Olocausto trae la propria origine (e acquista un senso coerente solamente
all'interno
di
quel contesto) dal dogma religioso degli ebrei come popolo eletto.
19. Wiesel, Against Silence, I
volume, 153. Wiesel, And the Sea, 133.
20. Novick, The Holocaust, 59,
158-59.
21. Wiesel, And the Sea, 68.
22. Daniel Jonah Goldhagen, Hitler's
Willing Executioners, New York 1996. Per
una
critica, si veda FinkeIstein e Birn, Nation.
23.
Hannah Arendt, The Origins of Totalitarism, 7.
24. Cynthia Ozick, All the World
Wants the Jews Dead, in «Esquire», novembre 1974.
25. Boas Evron, Jewish State or
Israeli Nation, Bloomington 1995, 226-27.
26. Goldhagen, Hitler's Willing
Executioners, 34-35, 39, 42. Wiesel, And the Sea, 48.
27. John Murray Cuddihy, The Elephant
and the Angels: The Incivil Irritatingness of
jewish Theodicy,
in Robert N. Bellah e Frederick E. Greenspahn (a cura di), Uncivil
Religion, New York 1987, 24. Oltre a
questo articolo, si veda il suo The Holocaust.
The
Latent Issue in the Uniqueness Debate,
in P.E Gallagher (a cura di), Christians, Jews,
and Other World,
HighIand Lakes (NJ) 1987.
28.
Schorsch, The Holocaust, 39. Incidentalmente, anche l'asserzione che gli
ebrei
costituiscano una minoranza «dotata» è, a mio modo di vedere, una «versione
secolare e
di
cattivo gusto dell'ideologia del popolo eletto».
29.
Dal momento che un'esposizione completa di questo punto non rientra negli
obiettivi
di
questo saggio, si consideri solamente la prima proposizione. La guerra mossa da
Hitler
contro gli ebrei, anche se irrazionale (e già questa è di per sé una questione
complessa),
certo non potrebbe costituire un caso storico unico. Si ricordi, per esempio, la
tesi
portante del trattato di Joseph Schumpeter sull'imperialismo: «La propensione
nonrazionale
e
irrazionale, puramente istintiva verso la guerra e la conquista gioca un ruolo
di
primo piano nella storia dell'umanità [[...] Un numero incalcolabile di guerre,
forse la
maggior parte di esse, è stato mosso senza che in gioco ci fossero [...]
interessi
ragionevoli e ragionati». Joseph Schumpeter, The Sociology of Imperialism,
in Paul
Sweezy (a cura di), Imperialism and
Social Classes, New York 1951, 83.
30.
Per Goldhagen, si veda la nota 26. Evitando esplicitamente la rappresentazione
dell'Olocausto, il recente saggio di Albert S. Lindemann sull'antisemitisimo
prende le
mosse dalla premessa che «per quanto grande sia il potere dei mito, non tutta
l'ostilità nei
confronti degli ebrei - quella individuale come quella collettiva - si è fondata
su una
percezione fantastica o chimerica o su proiezioni sganciate da una realtà
esperibile. In
quanto esseri umani, gli ebrei sono stati capaci come qualunque altro gruppo di
suscitare
ostilità nella vita di tutti i giorni».
(Esau's Tears,
Cambridge 1997, XVII).
31. Wiesel, Against Silence, I
volume, 255, 384.
32.
Chaumont sottolinea con efficacia il fatto che il dogma dell'Olocausto sortisce
l'effetto di rendere più accettabili gli altri crimini. L'insistenza sulla
completa innocenza
degli ebrei (per esempio, l'assenza di un qualunque motivo razionale a sostegno
della loro
persecuzione, per non parlare dei loro sterminio) «presuppone che, in altre
circostanze,
persecuzioni e sterminio possano essere qualcosa di "normale" e crea una
divisione di
fatto tra crimini incondizionatamente intollerabili e crimini con i quali si
deve (e di
conseguenza si può) convivere» (La concurrence, 176).
33. Perlmutter, Anti-Semitism,
36, 40.
34. Novick, The Holocaust, 351
n.19.
35.
New York 1965. Per il contesto, faccio riferimento a James Park Sloan, Jerzy
Kosinski,
New York 1996.
36. Elie Wiesel, Everybody's Victim,
in «New York Times Book Review», 31 ottobre
1965. La citazione di Ozick è tratta da Sloan, 304-5. L'ammirazione di Wiesel
per
Kosinski non sorprende. Questi voleva analizzare il «nuovo linguaggio», Wiesel
«forgiare il nuovo linguaggio» dell'Olocausto. Per Kosinski «ciò che sta tra due
momenti
è
al tempo stesso un commento su quel momento e qualcosa che viene commentato da
quel momento». Per Wiesel «lo spazio tra due parole qualsiasi è più vasto della
distanza
tra
la terra e il cielo». C'è un detto polacco che esprime questo concetto: «Dal
vacuo al
vuoto». Sia Kosinski sia Wiesel disseminarono generosamente le loro riflessioni
di
citazioni da Albert Camus, il che rivela sempre un ciarlatano. Ricordando che
Camus una
volta gli disse: «La invidio per Auschwitz», Wiesel glossa: «Camus non riusciva
a
perdonarsi di non conoscere quell'evento maestoso, quel mistero dei misteri».
Wiesel, All
Rivers,
321; Wiesel, Against Silence, II volume, 133. )
37. Geoffrey Stokes ed Eliot
Fremont-Smith, Jerzy Kosinski's Tainted Words, in «Village
Voice», 22 giugno 1982. John Corry, A
Case History: 17 Years of Ideological Attack on a
Cultural Target,
in «New York Times», 7 novembre 1982. A suo
credito, va detto che
Kosinski procedette a una sorta di conversione sul letto di morte. Nei pochi
anni che
trascorsero dal suo smascheramento al suicidio, deplorò che l'industria
dell'Olocausto
avesse escluso le vittime non ebree. «Molti ebrei nordamericani tendono a
percepire la
Shoah come una tragedia esclusivamente ebraica [...] Ma del genocidio furono
vittime
anche almeno la metà del popolo Rom (ingiustamente chiamati zingari), circa due
milioni
e
mezzo di cattolici polacchi, milioni di cittadini sovietici e di altre
nazionalità [...]»
Kosinski riconobbe inoltre il «coraggio dei polacchi» che gli «diedero asilo
durante
l'Olocausto» nonostante il suo cosiddetto «aspetto semitico».
Jerzy Kosinski, Passing By,
New York 1992, 165-66, 178-79).
A una conferenza sull'Olocausto, a chi gli domandava
con
rabbia che cosa avessero fatto i polacchi per salvare gli ebrei rispose
seccamente:
«Che cosa hanno fatto gli ebrei per salvare i polacchi?».
38.
New York 1996. Per il contesto della truffa Wilkomirski, si veda soprattutto
Elena
Lappin, The Man With Two Heads,
in «Granta», n. 66, e Philip Gourevitch, Stealing the
Holocaust,
in «New Yorker», 14 giugno 1999.
39.
Un'altra importante influenza «letteraria» su Wilkomirski fu quella di Wiesel.
Si
confrontino i brani seguenti:
Wilkomirski: «Vidi i suoi occhi spalancati e all'improvviso capii: quegli occhi
sapevano
tutto, avevano visto tutto ciò che avevano visto i miei e sapevano infinitamente
più di
chiunque altro in questo Paese. E io occhi così li conoscevo: li avevo visti
migliaia di
volte, al campo e dopo. Erano gli occhi di Mila. Noi bambini ci dicevamo sempre
tutto
con
quegli occhi, e lei sapeva anche questo. Mi guardava dritto negli occhi e nel
cuore»
(Fragments).
Wiesel: «Gli occhi, devo parlare dei loro occhi. Devo cominciare da lì, perché i
loro
occhi vengono prima di tutto il resto, e ogni cosa sta dentro quegli occhi. Il
resto può
aspettare. Mi limiterò a confermare quello che già sai. Ma i loro occhi, il
fuoco dei loro
occhi, che hanno dentro una specie di verità irriducibile che brucia e non si
consuma.
Ridotto al silenzio di fronte a loro, puoi solamente chinare il capo e accettare
il giudizio.
Ora
il tuo solo desiderio è di vedere il mondo come lo vedono loro. Sei un uomo
fatto,
saggio ed esperto, eppure improvvisamente ti ritrovi impotente e spaventosamente
debole. Quegli occhi ti ricordano la tua fanciullezza, il tuo essere orfano, ti
fanno perdere
tutta la fiducia nel potere del linguaggio. Quegli occhi negano il valore delle
parole,
eliminano la necessità di ogni discorso».
(The Jews of silence, New York
1966, 1)
Wiesel. continua a cantare «gli occhi» per un'altra pagina e mezza. La sua
perizia
letteraria è superata dalla sua maestria dialettica. In un punto, ammette:
«Diversamente da
molti progressisti, credo nella colpa collettiva». E in un altro: «Tengo a
sottolineare che
non
credo nella colpa collettiva». (Wiesel,
Against Silence, II volume, 134; Wiesel, And
the Sea,
152, 235.)
40.
Bernd Nauman, Auschwitz, New York 1966, 91. Per una documentazione
esauriente
si
veda FinkeIstein e Birn, Nation, 67-8.
41.
Lappin, 49. Hilberg ha sempre posto le domande giuste. Da qui la sua condizione
di
paria nella comunità che si occupa dell'Olocausto; si veda Hilberg, The
Politics of
Memory,
passim.
42. Lappin.
43. Publisher Drops Holocaust Book,
in «New York Times», 3 novembre 1999. Allan
Hall e Laura Williams, Holocaust
Hoaxer? in «New York Post», 4 novembre 1999.
44. Novick, The Holocaust, 158.
Segev, Seventh Million, 425. Wiesel, And the Sea, 198.
45. Bernard Lewis, Semites and
Anti-Semites, New York 1986, capitolo 6; Bernard
Lewis, The Middle East, New York
1995, 348-50. Berenbaum, After Tragedy, 84.
46. «New York Times», 27 marzo, 2 aprile,
3 aprile 1996. «Time», 23 dicembre 1996.
47.
Nota dell'AAARGH: non è vero: fu per un attimo lettore presso l'Università, ma è
stato licenziato da lungo tempo.
48. Yehuda Bauer, Reflections
Concerning Holocaust History, in Louis Greenspan e
Graeme Nicholson (a cura di), Fackenheim, Toronto 1993, 164, 169.
Yehuda Bauer, On
Perpetrators of the Holocaust and the
Public Discourse, in «Jewish
Quarterly Review»,
n. 87 (1997), 348-50. Norman G. FinkeIstein
e Yehuda Bauer, Goldhagen's «Hitler's
Willing Executioners»: An Exchange of
Views, in «jewish Quarterly
Review», nn. 1-2
(1998), 126.
49.
Per i retroscena e gli sviluppi, si vedano Charles Glass, Hitler's (un)willing
executioners,
in «New Statesman», 23 gennaio 1998; Laura Shapiro, A
Battle Over the
Holocaust,
in «Newsweek», 23 marzo 1998; Tibor Krausz, The Goldhagen Wars, in
«Jerusalem Report», 3 agosto 1998. Per
questa e altre questioni, cfr.
www.NormanFinkelstein.com, con un link
al sito web di Goldhagen.
50. Daniel Jonah Goldhagen, Daniel Jonah
Goldhagen Comments on Birn in «German
Politics and Society», estate 1998, 88,
91 n2. Daniel Jonah Goldhagen, The New
Discourse of Avoidance,
n. 25 (www.Goldhagen.com/nda01.html).
51.
Hoffmann fu il relatore di Goldhagen per la dissertazione che divenne Hitler's
Willing
Executioners. Ciò nonostante, commettendo
una grave infrazione del protocollo
accademico, non soltanto scrisse un entusiastica recensione del libro di
Goldhagen per
«Foreign
Affairs», ma addirittura attaccò A Nation on Trial come «scandaloso» in
un
secondo articolo per la medesima rivista («Foreign Affairs», maggio-giugno 1996
e
luglio-agosto 1998). Maier mise in rete un prolisso intervento sul sito tedesco
www2.hnet.
msu.edu. In definitiva, gli unici «aspetti di questa situazione» che trovò
«davvero
spiacevoli e censurabili» erano le critiche a Goldhagen. Perciò prestò «sostegno
a un
ulteriore accertamento delle colpe» nell'azione legale di Goldhagen contro Birn
e accusò
la
mia argomentazione di essere una «speculazione fantasiosa ed eccessivamente
polemica» (23 novembre 1997).
52.
New York 1994. Lipstadt ricoprì la cattedra universitaria di storia
dell'Olocausto alla
Emory University ed è stata recentemente chiamata allo United States Holocaust
Memorial Council.
53.
Grazie all'escamotage dell'uso di una doppia negazione, in pratica l'indagine
dell'American Jewish Committee favoriva la confusione: «Le sembra possibile o
impossibile che lo sterminio nazista degli ebrei non sia mai accaduto?» li
ventidue per
cento degli intervistati rispose: «Possibile». In questionari successivi, che
riformulavano
la
domanda in termini più chiari, la negazione dell'Olocausto era prossima a zero.
Una
recente indagine condotta dall'AJC in undici Paesi ha rivelato che, nonostante
le diffuse
asserzioni di segno contrario da parte dell'estrema destra, «poche persone
negano
l'Olocausto» (Jennifer Golub e Renae
Cohen, What Do Americans Know About the
Holocaust?,
The American Jewish Committee 1993; Holocaust Deniers Unconvincing -
Surveys,
in «Jerusalem Post», 4 febbraio 2000). Eppure,
in un intervento congressuale
dedicato all'«antisemitismo in Europa», David Harris dell'AJC dava risalto alla
negazione
dell'Olocausto nella destra europea senza far parola una sola volta dei
risultati
dell'indagine dello stesso AJC secondo cui questa negazione non trova
praticamente
alcuna eco presso l'opinione pubblica generale. (Audizioni presso il Foreign
Relations
Committee, Senato degli Stati Uniti, 5 aprile 2000. )
54.
Si vedano France Historian Over Armenian Denial in «Boston Globe», 22
giugno
1995, e Bernard Lewis and the
Armenians, in «Counterpunch», 16-31 dicembre 1997.
55. Israel Charny, The Conference
Crisis. The Turks, Armenians and Jews, in The Book
of the International Conference on the
Holocaust and Genocide. Book One. The
Conference Program and Crisis,
Tel Aviv 1982. Israel Amrani, A Little Help for Friends,
in
«Haaretz», 20 aprile 1990 (Bauer). Secondo la bizzarra versione di Wiesel, lui
si ritirò
dalla presidenza della conferenza «per non offendere i nostri ospiti armeni».
Forse cercò
di
fare fallire la conferenza e fece pressioni sugli altri per una questione di
cortesia nei
confronti degli armeni. Wiesel, And the Sea, 92. )
56. Edward T.Linenthal, Preserving
Memory, New York l995, 228 e ss., 263, 312-13.
57. Lipstadt, Denying, 6, 12, 22,
89-90.
58. Wiesel, All Rivers, 333, 336.
59. Lipstadt, Denying, capitolo
II.
60. A New Serbia, in «New
Republic», 17 maggio 1999.
61.
Si vedano, per esempio, Meron Benvenisti, Seeking Tragedy, in «Haaretz»,
16 aprile
1999; Zeev Chafets, What
Undergraduate Clinton Has
Forgotten in «Jerusalem
Report»,
10
maggio 1999; Gideon Levi, Kosovo: It Is Here, in «Haaretz», 4 aprile
1999.
(Benvenisti
limita il paragone tra le azioni serbe e quelle compiute da Israele dopo il
maggio 1948. )
62. Arno Mayer, Why Did the Heavens
Not Darken?, New York 1988. Christopher
Hitchens, Hitler's Ghost, in
«Vanity Fair», giugno 1996 (Hilberg). Per un giudizio
equilibrato su Irving, si veda Gordon A.
Craig, The Devil in the Details, in «New York
Review of Books», 19 settembre 1996.
Pur liquidando com'è giusto le asserzioni di
Irving
sull'Olocausto nazista definendole «ottuse e infondate», Craig prosegue
affermando che
«egli conosce il nazional-socialismo molto meglio della maggior parte degli
studiosi del
suo
stesso campo, e coloro che studiano il periodo 1933-1945 devono molto di più di
quello che mai ammetteranno alla sua energia di ricercatore e alla portata e al
vigore delle
sue
pubblicazioni [...] Il suo volume Hitler's War [...] resta il miglior
saggio che abbiamo
sulla Seconda guerra mondiale vista dalla parte tedesca e perciò è
indispensabile a tutti
coloro che si occupano di quel conflitto [...] Persone come David Irving hanno
quindi un
ruolo fondamentale nella ricerca storica e noi non dobbiamo ignorare il loro
punto di
vista».
63.
Per i tentativi falliti tra il 1984 e il 1994 di costruire un museo nazionale
afroamericano sul Washington Mall, si
veda Fath Davis Ruffins, Culture Wars Won and
Lost,
Part II, The National
African-American Museum Project,
in « Radical History
Review», inverno 1998. Un'iniziativa del Congresso fu alla fine affossata dal
senatore
Jesse Helms del North Carolina. Il budget annuale del Washington Holocaust
Museum è
di
cinquanta milioni di dollari, trenta dei quali provenienti dalle casse federali.
64.
Per il contesto, si vedano Linenthal, Preserving Memory, Saidel, Never
Too Late,
specialmente i capitoli 7 e 15; Tim Cole, Selling the Holocaust, New York
1999, capitolo
6.
65. Michael Berenbaum, The World Must
Know, New York 1993, 2, 214. Omer Bartov,
Murder in Our Midst,
Oxford 1996,180.
66. Per i particolari, si veda Kati
Marton, A Death in
Jerusalem, New York 1994,
capitolo 9. Nelle sue memorie, Wiesel rievoca il «passato leggendario di
"terrorista"»
dell'uccisore di Bernadotte, Yehoshua Cohen. Si noti la parola terrorista
virgolettata
(Wiesel, And the Sea, 58). Il New
York City Holocaust Museum, per quanto non meno
politicizzato (tanto il sindaco Ed Koch quanto il governatore Mario Cuomo
corteggiavano il voto e il denaro ebraico), rientrò sin dall'inizio anche nei
giochi di
investitori e finanzieri ebrei newyorkesi. A un certo punto, gli investitori
cercarono di
dare il minor risalto possibile al termine «Olocausto» nel nome del museo per
paura che
potesse far scendere il valore dell'adiacente complesso di appartamenti di
lusso. Wags
suggerì con sarcasmo che avrebbero dovuto chiamare il complesso «Treblinka
Towers» e
le strade vicine «Auschwitz Avenue» e
«Birkenau Boulevard». Il museo chiese un
contributo a J. Peter Grace (nonostante fossero stati rivelati i suoi legami con
un
criminale di guerra nazista) e organizzò una festa di gala nella discoteca The
Hot Rod:
«La
New York Holocaust Memorial Commission invita la SV a ballare il rock and roll
tutta la notte». (Saidel, Never Too Late, 8, 121, 132, 145, 158, 161,
191, 240).
67.
Novick la chiama la controversia dei «sei milioni» contro gli «undici milioni».
A
cinque milioni assommano le morti di civili non ebrei, cifra dovuta al famoso
«cacciatore
di
nazisti» Simon Wiesenthal. Osservando che «non ha senso dal punto di vista
storico»,
Novick scrive: «Cinque milioni è un numero sia troppo basso (per tutti i civili
non ebrei
uccisi dal Terzo Reich) sia troppo alto (per i gruppi non ebraici che furono,
come gli
ebrei, un bersaglio designato)». Si premura tuttavia di aggiungere che il punto
ovviamente non sono i numeri di per sé, ma ciò che noi intendiamo, ciò a cui
facciamo
riferimento quando parliamo dell'Olocausto"». Stranamente, dopo questo
ammonimento,
Novick si schiera a favore della commemorazione esclusivamente degli ebrei in
quanto i
sei
milioni «rappresentano qualcosa di specifico e determinato», mentre gli undici
milioni
«sono un miscuglio inaccettabile». (Novick, The Holocaust, 214-26. )
68.
Wiesel, Against Silence, III volume, 166.
69.
Per gli handicappati in quanto oggetto del primo genocidio nazista, si veda
soprattutto
Henry Friedlander, The Origins of
Nazi Genocide, Chapel Hill, 1995. Secondo
Leon
Wieseltier, i non ebrei morti ad Auschwitz «ebbero una morte pensata per gli
ebrei [...],
vittime di una "soluzione" progettata per altri» (Leon Wieseltier, At
Auschwitz Decency
Dies Again,
in «New York Times», 3 settembre 1989).
Eppure, come mostra un numero
cospicuo di studi, fu la morte inventata per gli handicappati tedeschi a essere
inflitta agli
ebrei; oltre al saggio di FriedIander, si veda, per esempio, Michael Burleigh,
Death and
Deliverance, Cambridge 1994.
70.
Sybil Milton, autrice di numerose pubblicazioni sulla storia degli zingari ed ex
direttrice della sezione storia dello United States Holocaust Museum, afferma
che
«durante l'Olocausto furono uccisi almeno duecentoventimila Rom e zingari di
origine
tedesca» e che «tale cifra» va «incrementata, probabilmente a cinquecentomila»
(Statistical Considerations, Sinti Mortality during the Holocaust,
Roma, 24 dicembre
1999).
71.
Friedlander, Origins: «Insieme agli ebrei, i nazisti uccisero gli zingari
d'Europa.
Definiti come una razza «dalla pelle scura, uomini, donne e bambini zingari non
poterono
sfuggire al loro destino di vittime del genocidio nazista [...] Il regime
nazista uccise con
sistematicità solamente tre gruppi umani: gli handicappati, gli ebrei e gli
zingari» (XIIXIII).
Oltre che essere uno storico di prima grandezza, Friedlander è anche un ex
internato ad Auschwitz. Raul Hilberg,
The Destruction of European Jews, New York 198
5
(in tre volumi), III volume, 999-1000. Con la sincerità che lo contaddistingue,
Wiesel
nella sua autobiografia proclama il suo disappunto per la mancata inclusione
nell'Holocaust Memorial Council, da lui presieduto, di un rappresentante degli
zingari.
Come se lui non avesse avuto il potere di nominarne uno.
(Wiesel, And the Sea, 211).
72. Linenthal, Preserving Memory,
241-46, 315.
73.
Benché l'«indinazione a favore degli ebrei» (Saidel) dell'Holocaust Museum di
New
York fosse ancor più pronunciata (ai non ebrei vittime del nazismo fu annunciato
sin
dall'inizio che era «solo per gli ebrei»), Yehuda Bauer andò su tutte le furie
quando la
commissione accennò timidamende al fàtto che l'Olocausto potesse abbracciare
altre
vittime oltre agli ebrei. «A meno che questa posizione non cambi immediatamente
e
radicalmente» minacciò in una lettera ai membri della commissione «non perderò
occasione di [...] attaccare questo vergognoso progetto da qualunque palco mi
venga
offerto.» (Saidel, Never Too Late,
125-26, 129, 212, 221, 224-25.)
74. ZOA Criticizes
Holocaust Museum Hiring of Professor Who
Compared Israel to
Nazis,
in «Israel Wire», 5 giugno 1998. Neal M. Sher, Sweep the
Holocaust Museum
Clean,
in «Jewish World Review», 22 giugno 1998. Scoundrel Time, in «PS - The
Intelligent Guide to Jewish Affairs», 21
agosto 1998. Daniel Kurtzman, Holocaust
Museum Taps One of Its Own for Top Spot,
in «Jewish Telegraphic Agency», 5 marzo
1999. Ira Stoll, Holocaust Museum
Acknowledges a Mistake, in «Forward», 13 agosto
1999.
75. Noam Chomsky, World Orders Old
and New, New York 1996, 293-94 (Shavit).
CAPITOLO 3
LA DUPLICE ESTORSIONE
In
origine, con il termine «sopravvissuto all'Olocausto» si indicava chi aveva
patito il
terribile trauma dei ghetti ebraici, dei campi di concentramento e dei campi di
lavoro
schiavistico, spesso in questa sequenza. I sopravvissuti alla fine della guerra
sono
generalmente stimati nell'ordine delle centomila persone (1); di queste, oggi
saranno
ancora in vita non più del venticinque per cento. Dal momento che a coloro che
avevano
subito l'esperienza dei campi veniva concessa la palma del martirio, molti ebrei
che
trascorsero altrove il periodo della guerra e delle persecuzioni sì presentarono
come
sopravvissuti. Dietro questa impostura stava anche un altro valido motivo, di
ordine
materiale: il governo della Germania postbellica pagava un risarcimento agli
ebrei che
erano stati nei ghetti o nei campi e molti ebrei si costruirono un passato in
grado di
soddisfare tali requisiti (2). «Se tutti quelli che pretendono di essere dei
sopravvissuti lo
fossero dawero» inveiva mia madre «Hitler chi avrebbe ammazzato?»
[124] In effetti, molti studiosi hanno messo in dubbio l'attendibilità delle
testimonianze
dei
sopravvissuti. «Un'alta percentuale di errori che ho scoperto nelle mie stesse
opere»
ricorda Hilberg «potrebbe essere attribuita ai testimoni.» Anche chi lavora
nell'industria
dell'Olocausto, come Deborah Lipstadt per esempio, osserva ironicamente come
spesso i
sopravvissuti all'Olocausto sostengano di essere stati esaminati ad Auschwitz da
Josef
Mengele in persona. (3)
A
parte gli inganni della memoria, qualche testimonianza di sopravvissuti
all'Olocausto
può
essere considerata sospetta per altre ragioni. Dal momento che oggi i
sopravvissuti
sono venerati come santi laici, non si osa metterli in dubbio. Dichiarazioni
assurde
passano incontestate. Nel suo acclamato libro di memorie, Elie Wiesel ricorda di
avere
letto, appena liberato da Buchenwald, all'età di diciotto anni, «la Critica
della ragion
pura», non ridete!, «in yiddish». A parte il fatto che lo stesso Wiesel ammette
di essere
stato all'epoca «completamente a digiuno di grammatica yiddish», resta comunque
che la
Critica della ragion pura non fu mai
tradotta in yiddish.
Narra anche, con dovizia di particolari, di un «misterioso studioso del Talmud»
che «in
due
settimane, solamente per stupirmi, imparò a fondo l'ungherese». Dichiara a un
settimanale ebraico di «diventare spesso rauco o afono» quando legge mentalmente
le
proprie ope[125]re «ad alta voce, interiormente». E a un giornalista del «New
York
Times», poi, racconta di quando una volta fu investito da un taxi in Times
Square: «Feci
un
volo di un intero isolato. Fui investito tra la Quarantacinquesima Strada e
Broadway e
l'ambulanza mi raccolse alla Quaranta-quattresima». «La verità che presento è
nuda e
cruda» sospira Wiesel. «Non potrei fare altrimenti» (4).
In
anni recenti, l'espressione «sopravvissuto all'Olocausto» ha assunto un nuovo,
più
ampio significato: designa non soltanto chi ha sofferto nei campi, ma anche chi
è riuscito
a
sfuggire ai nazisti; così, nella categoria rientrano, per esempio, gli oltre
centomila ebrei
polacchi che dopo l'invasione tedesca della Polonia trovarono rifugio in Unione
Sovietica. Eppure, osserva lo storico Leonard Dinnerstein, «quelli che si erano
sistemati
in
Unione Sovietica non vennero trattati in modo diverso dai cittadini russi»
mentre «i
sopravvissuti al campi di concentramento sembravano dei morti viventi» (5).
Qualcuno
ha
scritto a un sito web sull'Olocausto per sostenere che, nonostante sia vissuto a
Tel
Aviv durante la guerra, anche lui è un sopravvissuto all'Olocausto: sua nonna è
morta ad
Auschwitz. A sentire Israel Gutman, Wilkomirski è un sopravvissuto all'Olocausto
perché il suo «dolore è autentico». L'ufficio del rex Primo ministro israeliano
Netanyahu
ha
recentemente calcolato il numero di sopravvissuti all'Olocausto tuttora in vita
in circa
un
milione. Ancora una volta, il motivo principale di [126] questo gioco al rialzo
sul
numero dei superstiti non è difficile da capire: è difficile sostenere nuove e
imponenti
richieste di risarcimento quando sono ancora in vita solo pochi sopravvissuti.
Infatti, i
principali complici di Wilkomirski erano, in un modo o nell'altro, inseriti nel
network dei
risarcimenti per l'Olocausto. La sua amica infanzia ad Auschwitz, la «piccola
Laura»,
attinse soldi da un fondo svizzero per l'Olocausto, quando in realtà era di
nascita
americana, e per giunta un'adepta di culti satanici. I principali sponsor
israeliani di
Wilkomirski erano sovvenzionati da (o attivi in) organizzazioni coinvolte nei
risarcimenti
per
l'Olocausto (6).
La
questione dei risarcimenti risulta particolarmente illuminante per comprendere
l'industria dell'Olocausto. Come abbiamo visto, allineandosi alle posizioni
degli Stati
Uniti durante la Guerra Fredda, la Germania venne in gran fretta riabilitata e
l'Olocausto
nazista cadde nel dimenticatoio. Ciò nonostante, nei primi anni Cinquanta, la
Germania
entrò in trattativa con le istituzioni ebraiche e firmò accordi di risarcimento.
Dietro poche
(o
nessuna) pressioni esterne, ha pagato finora qualcosa come sessanta miliardi di
dollari.
Facciamo un confronto con il caso americano. Le guerre statunitensi in Indocina
hanno
mietuto tra i quattro e i cinque milioni di vite tra uomini, donne e bambini.
Uno storico
ricorda che, dopo il ritiro americano, il Vietnam aveva disperatamente bisogno
di
aiu[127]to.
«Nel Sud, novemila dei quindicimila villaggi, oltre dieci milioni di ettari di
suolo coltivabile e quasi cinque milioni di ettari di foresta erano stati
distrutti; un milione
e
mezzo di animali da allevamento erano stati abbattuti; le stime parlavano di
duecentomila prostitute, ottocentosettantanovemila orfani, centottantunomila
disabili e un
milione di vedove. Tutte le sei città industriali del Nord erano state
gravemente
danneggiate, così come i centri minori e quattromila delle cinquemilaottocento
comuni
agricole.» Rifiutandosi, comunque, di rifondere i danni, il presidente Carter
spiegò che
«la
distruzione era [stata] reciproca». Nel dichiarare che non vedeva certo la
necessità di
«alcun tipo di scuse per la guerra» il segretario alla Difesa del presidente
Clinton,
William Cohen, ha svolto considerazioni analoghe: «Entrambi i Paesi ne sono
stati
segnati. Loro hanno le loro ferite, noi certamente abbiamo le nostre» (7).
Il
governo tedesco cercò di risarcire gli ebrei attraverso tre diversi accordi
siglati nel
1952. I singoli che ne avevano fatto richiesta furono risarciti secondo i
termini del
Bundesentschädigungsgesetz, la
legge d'indennizzo federale: un accordo separato con
Israele prevedeva sussidi per la reintegrazione e la riabilitazione di diverse
centinaia di
migliaia di ebrei rifugiati. Contemporaneamente, il governo tedesco negoziò
anche un
accordo finanziario con la Conference on Jewish Material Claims Against Germany,
che
comprendeva tutte [128] le maggiori organizzazioni ebraiche, tra le quali
l'American
Jewish Committee, l'American Jewish
Congress, Bnai Brith, il Joint Distribution
Committee e così via. La Claims Conference avrebbe dovuto utilizzare il denaro
(dieci
milioni di dollari l'anno per dodici anni, in valuta attuale pari a circa un
miliardo di
dollari) in favore degli ebrei vittime delle persecuzioni naziste che per
qualche motivo
erano stati poco o per nulla risarciti (8). Mia madre era uno di questi casi.
Sopravvissuta
al
ghetto di Varsavia, al campo di concentramento di Majdanek e ai campi di lavoro
di
Czestochowa e Skarszysko-Kamiena, ricevette dal governo tedesco un indennizzo di
soli
tremilacinquecento dollari. Altri ebrei vittime (e molti di loro in realtà non
lo erano
affatto) ottennero invece dalla Germania pensioni a vita per un valore
complessivo di
centinaia di migliaia di dollari a testa. Il denaro dato alla Claims Conference
era stato
stanziato a favore di quegli ebrei vittime dei campi che avevano ricevuto
solamente un
risarcimento minimo.
In
effetti, il governo tedesco tentò di rendere esplicito nell'accordo che il
denaro sarebbe
stato destinato esclusivamente agli ebrei sopravvissuti, in senso stretto, che
erano stati
compensati iniquamente o inadeguatamente dai tribunali tedeschi. La Claims
Conference
disse di sentirsi offesa del fatto che si dubitasse della sua buona fede. Quando
l'intesa fu
raggiunta, fece pubblicare un comunicato stampa nel quale si sottoli[129]neava
che il
denaro sarebbe stato usato per «gli ebrei perseguitati dal regime nazista ai
quali la
legislazione esistente non poteva fornire una riparazione». raccordo finale
impegnava la
Claims Conference a impiegare il denaro «per soccorrere, riabilitare e garantire
una
nuova sistemazione alle vittime».
La
Claims Conference annullò prontamente l'intesa. In flagrante violazione della
lettera e
dello spirito dell'accordo, destinò i soldi non alla riabilitazione delle
singole vittime,
quanto piuttosto a quella delle comunità ebraiche. Anzi, un
principio-guida della Claims
Conference proibiva l'uso di denaro a «beneficio diretto di singole persone».
Fornendo un
classico esempio di attenzione ai propri interessi, comunque, la Claims
Conference fece
eccezione per due categorie di vittime: rabbini e «leader ebrei di primo piano»
ricevettero
pagamenti individuali. Le organizzazioni che facevano parte della Claims
Conference
usarono quella massa di denaro per finanziare i loro vari progetti. Qualunque
beneficio
(Sempre che ve ne siano stati) abbiano ricevuto gli ebrei realmente
classificabili come
vittime, fu indiretto o casuale (9). Attraverso giri tortuosi, grosse somme
furono dirette
alle comunità ebraiche nel mondo arabo e si facilitò l'emigrazione dall'Europa
dell'Est
(10). Si finanziarono anche iniziative culturali come musei dell'Olocausto e
cattedre
universitarie di studi sull'Olocausto; con un'iniziativa puramente
propagandistica, [130]
poi, lo Yad Vashem istituì un riconoscimento a favore dei «gentili giusti».
Più
recentemente, la Claims Conference cercò di entrare in possesso delle proprietà
ebraiche denazionalizzate nell'ex Germania Orientale, che valgono centinaia di
milioni di
dollari e che appartengono di diritto agli attuali eredi degli ebrei a cui
vennero tolte.
Quando la Claims Conference, per questo e per altri abusi, venne attaccata dagli
ebrei
defraudati, il rabbino Arthur Hertzberg fiagellò entrambe le parti osservando
sarcasticamente che «non si tratta[va] di giustizia: è una contesa per questioni
di
soldi» (11). Quando la Germania o la Svizzera si rifiutano di pagare
risarcimenti, si leva
incontenibile la giusta protesta della comunità ebraica americana, ma quando le
élite
ebraiche derubano gli ebreì sopravvissuti, non si solleva alcuna questione
etica: sì tratta
solo di soldi.
Benché mia madre avesse ricevuto solamente tremilacinquecento dollari a titolo
di
risarcimento, altre persone coinvolte nei processi di indennizzo se la sono
cavata molto
meglio. Lo stipendio annuale documentato di Saul Kagan, per lungo tempo
segretario
generale della Claims Conference, è di centocinquemila dollari. Durante la sua
gestione,
fu
incriminato per trentatré casi di assegnazione indebita di fondi e crediti, di
cui si rese
colpevole, in malafede, mentre era alla guida di una banca newyorkese. (La
sentenza di
condanna fu ribalta[131]ta solamente dopo numerosi appelli.) Alfonse D'Amato,
l'ex
senatore di New York, fece da mediatore nell'azione legale contro le banche
tedesche e
austriache per trecentocinquanta dollari l'ora più le spese; per i primi sei
mesi di lavoro
incassò centotremila dollari. Wiesel. si affrettò a ricoprire pubblicamente di
lodi D'Amato
per
la sua «sensibilità alla sofferenza degli ebrei». Lawrence Eagleburger,
segretario di
Stato sotto il presidente Bush senior, percepisce uno stipendio annuale di
trecentomila
dollari in quanto presidente della International Commission On Holocaust-Era
Insurance
Claims. «Qualunque cifra gli diano» ha sostenuto Elan Steinberg del Congresso
Mondiale
Ebraico «è un vero affare.» Kagan incassa in dodici giorni, Eagleburger in
quattro e
D'Amato in dieci ore quello che mia madre ha ricevuto per avere patito sei anni
di
persecuzioni naziste (12).
Il
premio per il più intraprendente venditore dell'Olocausto, comunque, spetta
sicuramente a Kenneth Bialkin. Per decenni uno dei principali leader ebrei
americani,
guidò l'ADL, e presiedette la Conferenza dei presidenti delle maggiori
organizzazioni
ebraiche americane. Attualmente, Bialkin rappresenta le Assicurazioni Generali
contro la
commissione Eagleburger per, si dice, una «grossa somma di denaro» (13).
Negli ultimi anni, l'industria dell'Olocausto è diventata un vero e proprio
racket di
estorsioni. Dando a in[132]tendere di rappresentare tutto il mondo ebraico, i
vivi come i
morti, essa sta avanzando pretese in tutta Europa sui beni degli ebrei
dell'Olocausto.
Giustamente battezzata «l'ultimo capitolo dell'Olocausto», questa duplice
estorsione,
rivolta sia contro i Paesi europei sia contro gli ebrei legittimi
beneficiari, ha dapprima
preso di mira la Svizzera.
In
primo luogo, esaminerò le dichiarazioni contro questo Paese, poi passerò alle
prove,
dimostrando come molti degli addebiti non soltanto si fondino su dichiarazioni
fraudolente, ma si addicano molto meglio a coloro che li hanno mossi che al loro
bersaglio.
Durante le commemorazioni del cinquantesimo anniversario della fine della
Seconda
guerra mondiale, nel maggio 1995, il presidente svizzero presentò le scuse
formali della
sua
nazione per avere negato rifugio agli ebrei durante l'Olocausto nazista (14).
Allo
stesso tempo si riaprì la discussione sull'antica questione dei beni degli ebrei
in deposito
presso conti svizzeri prima e durante la guerra. In un reportage che ebbe vasta
eco, un
giornalista israeliano citò un documento (mal interpretandolo, come risultò in
seguito)
che
provava che le banche svizzere gestivano ancora conti di ebrei risalenti al
periodo
dell'Olocausto, per un valore di diversi miliardi di dollari (15).
Il
Congresso Mondiale Ebraico, un'organizzazione moribonda fino alla sua campagna
di
denuncia di Kurt Waldheim come criminale di guerra, colse questa nuo[133]va
occasione
per
mostrare i muscoli. Da subito risultò chiaro che la Svizzera era una facile
preda:
pochi si sarebbero schierati a fianco dei ricchi banchieri svizzeri contro le
«vittime
bisognose dell'Olocausto», ma, cosa ancora più importante, le banche svizzere
erano
altamente vulnerabili alle pressioni economiche provenienti dagli Stati Uniti
(16).
Verso la fine dei 1995, Edgar Bronfman, presidente del Congresso Mondiale
Ebraico e
figlio di un funzionario della Jewish Claims Conference, e il rabbino Israel
Singer,
segretario generale del Congresso Mondiale Ebraico e magnate immobiliare, si
incontrarono con i banchieri svizzeri (17). Bronfman, erede della fortuna
dell'azienda di
liquori Seagram (il suo patrimonio personale è stimato in tre miliardi di
dollari), avrebbe
poi
fatto modestamente sapere alla commissione sulle attività bancarie del Senato
che lui
parlava «a nome del popolo ebraico» come pure dei «sei milioni di persone che
non
possono parlare per se stesse» (18). Le banche svizzere dichiararono di essere
riuscite a
individuare solamente settecentosettantacinque conti inattivi giacenti, per un
valore totale
di
trentadue milioni di dollari. Offrirono questa cifra come base per i negoziati
con il
Congresso Mondiale Ebraico, il quale la rifiutò in quanto inadeguata. Nel
dicembre 1995,
Bronfman lavorò in squadra con il senatore D'Amato. Con i sondaggi elettorali
che lo
davano in netto svantaggio e una [134] corsa per il Senato all'orizzonte,
D'Amato vide
l'occasione di migliorare nettamente la propria immagine agli occhi della
comunità
ebraica, con il suo forte peso elettorale e i suoi munifici finanziamenti. Prima
di riuscire a
mettere definitivamente in ginocchio la Svizzera, il CME, lavorando con l'intero
ventaglio delle istituzioni che si occupano dell'Olocausto (ivi inclusi lo US
Holocaust
Memorial Museum e il Centro Simon Wiesenthal), aveva mobilitato l'intero
establishment politico americano. A partire dal presidente Clinton, che sotterrò
l'ascia di
guerra con D'Amato (le udienze del caso Whitewater erano ancora in corso) per
fornire il
proprio appoggio, passando per undici agenzie del governo federale, come anche
la
Camera e il Senato, fino ai governi dei vari Stati e alle amministrazioni locali
in tutto il
Paese, da ogni parte venne montata una campagna di pressioni che spinse una
sfilza di
funzionari pubblici a denunciare il comportamento dei perfidi svizzeri.
Usando come trampolino le commissioni sulle attività bancarie di Camera e
Senato,
l'industria dell'Olocausto orchestrò una indegna campagna diffamatoria. Grazie
all'aiuto
di
una stampa credulona e infinitamente compiacente, pronta a concedere titoli a
nove
colonne a qualunque storia, per quanto ridicola, avesse una relazione con
l'Olocausto, la
campagna denigratoria risultò inarrestabile. Gregg Rickman, primo [135]
assistente
lesrale di D'Amato, nella sua ricostruzione si vanta del fatto che i banchieri
svizzeri
furono portati a forza «nell'aula dell'opinione pubblica, dove stabilivamo noi
l'ordine del
giorno. I banchieri erano nel nostro territorio e noi eravamo, secondo le
convenienze, il
giudice, la giuria e il boia». Tom Bower, ricercatore di punta nella campagna
antisvizzera, definisce la richiesta di un'udienza da parte di D'Amato un
«eufemismo per
indicare un processo pubblico o un tribunale illegale» (19).
Il
«portavoce» della valanga antisvizzera fu il direttore generale del Congresso
Mondiale
Ebraico, Elan Steinberg, la cui funzione principale fu quella di dispensare
disinformazione. «Il terrore attraverso lo scandalo» a quanto dice Bower «era
l'arma
preferita di Steinberg, perché sparava una serie d'accuse allo scopo di creare
disagio e di
scioccare. I rapporti dell'OSS [Office of Strategic Services, un ramo dei
servizi segreti
americani durante la Seconda guerra mondiale], che spesso si basavano su dicerie
e su
fonti non controllate e guardate per anni con sospetto dagli storici in quanto
voci non
comprovate, d'improvviso e senza alcun vaglio critico assumevano credibilità
ottenendo
vasta eco.» «L'ultima cosa di cui le banche hanno bisogno è una pubblicità
negativa»
spiegò il rabbino Singer. «E noi gliela faremo fino a quando le banche diranno:
"Basta.
Scendiamo a patti".» Ansioso di godere a sua [136] volta delle luci della
ribalta, il
rabbino Marvin Hier, responsabile del Centro Simon Wiesenthal, fece una
dichiarazione
spettacolare: la Svizzera aveva imprigionato i rifugiati ebrei in «campi di
lavoro
schiavistico». (Con moglie e figlio sul libro paga, Hier dirige il Centro Simon
Wiesenthal
come un'azienda di famiglia: insieme, nel 1992 hanno racimolato uno stipendio di
cinquecentoventimila dollari. Il Centro è rinomato per le sue mostre
sull'Olocausto «alla
Disneyland» e per «l'uso vincente di tattiche di terrore sensazionalistico per
raccogliere
fondi».) «Vedendo l'infinito miscuglio di verità e supposizioni, di fatti e
invenzioni
messo in piedi dai media» conclude Itamar Levin «è facile capire come mai molti
svizzeri
credono che il loro Paese sia stato vittima di un qualche complotto
internazionale. (20)»
La
campagna degenerò rapidamente in una diffamazione del popolo svizzero. In uno
studio sponsorizzato dall'ufficio di D'Amato e dal Centro Simon Wiesenthai,
Bower
scrive per esempio che «una nazione i cui abitanti [...] si vantavano con i loro
vicini della
propria invidiabile ricchezza trasse coscientemente profitto da denaro sporco di
sangue»;
che
«i cittadini apparentemente rispettabili del Paese più pacifico del mondo [...]
commisero un furto senza precedenti»; che «la disonestà era un connotato
culturale che
gli
svizzeri avevano assimilato a fondo per proteggere l'immagine della nazione e la
sua
prosperità; che gli svizzeri erano «istinti[137]vamente attratti dal profitto»
(solamente gli
svizzeri?); che «gli interessi privati erano l'unico scopo di tutte le banche
svizzere»
(Solamente di quelle svizzere?); che «la piccola consorteria di banchieri
svizzeri era
diventata la più avìda e la più immorale»; che «la diplomazia svizzera praticava
le arti
della dissimulazione e dell'inganno» (solamente la diplomazia svizzera?); che
«le scuse e
le
dimissioni non erano una pratica diffisa nella tradizione politica svizzera» (e
da noi?);
che
«la cupidigia svizzera era senza pari»; che «il carattere svizzero» era una
combinazione di «semplicità e doppiezza» e che «dietro la facciata di civiltà
c'era uno
strato di ostinazione, che celava una granitica ed egoistica mancanza di
comprensione per
le
opinioni di chiunque altro»; che gli svizzeri non erano «Semplicemente un popolo
particolarmente privo di fascino che non aveva prodotto artisti, né eroi
dall'epoca di
Guglielmo Tell, né statisti, ma erano stati collaboratori disonesti dei nazisti
e avevano
tratto profitto dal genocidio» e via dicendo. Rickman sottolinea questa «verità
più
profonda» riguardo agli svizzeri: «Giù nel profondo, probabilmente più nel
profondo di
quanto loro stessi pensassero, conservavano nel loro temperamento un'arroganza
latente
nei
confronti degli altri. Pur con tutti i loro sforzi, non riuscivano a nascondere
la loro
educazìone» (21). Molti di questi insulti sono terribilmente simili a quelli che
gli
antisemiti lanciano contro gli ebrei.
[138] L'accusa principale era che c'era stata, come recita il sottotitolo del
libro scritto da
Bower, «una cospirazione elvetico-nazista durata cinquant'anni per sottrarre
miliardi agli
ebrei europei e ai sopravvissuti all'Olocausto». Per citare il mantra del racket
della
restituzione dei beni dell'Olocausto, questa cospirazione costituì «il più
grande ladrocinio
nella storia dell'umanità»; per l'industria dell'Olocausto tutto ciò che
riguarda gli ebrei
appartiene a una categoria separata e superlativa: il peggiore, il
più grande
Come prima cosa, l'industria dell'Olocausto dichiarò che le banche svizzere
avevano
sistematicamente negato agli eredi delle vittime dell'Olocausto l'accesso a
conti inattivi su
cui
giacevano tra i sette e i venti miliardi di dollari. «Nel corso degli ultimi
cinquant'anni», riportò «Time» in una storia di copertina, un «ordine
permanente» delle
banche svizzere «è stato quello di essere evasivi e di fare ostruzionismo quando
sopravvissuti all'Olocausto fanno domande circa i conti correnti dei loro
parenti
deceduti.» Ricordando le regole di segretezza attuate dalle banche svizzere nel
1934, in
parte per prevenire un ricatto nazista nei confronti di titolari di conto ebrei,
D'Amato
sentenziò di fronte alla commissione sulle attività bancarie della Camera: «Non
è
un'ironia il fatto che lo stesso sistema che aveva incoraggiato la gente a
venire ad aprire
conti usi poi la segretezza per negare a quelle stesse persone e [139] ai loro
credi ciò che
loro spetta di diritto? Era una logica perversa, distorta, alterata».
Bower racconta concitatamente la scoperta di una prova-chiave per dimostrare la
perfidia
degli svizzeri nei confronti delle vittime dell'Olocausto: «La fortuna e la
scrupolosità ci
fornirono un frammento che confermò la validità delle accuse di Bronfman. Un
rapporto
dalla Svizzera dei servizi segreti, datato luglio 1945, affermava che Jacques
Salmanovitz,
titolare della Société Générale de Surveillance (una società di procura e
fiduciaria con
sede a Ginevra, operante anche sui mercati balcanici), era in possesso di un
elenco di
centottantadue clienti ebrei che avevano affidato otto milioni e
quattrocentomila franchi
svizzeri e circa novantamila dollari alla società in attesa del loro ritorno dai
Balcani. Il
rapporto aggiungeva che gli ebrei non avevano ancora reclamato i loro averi.
Rickman e
D'Amato erano al settimo cielo». Anche Rickman, nella sua ricostruzione,
brandisce
questa «prova della criminalità della Svizzera», ma nessuno dei due, comunque,
fa
menzione in questo contesto specifico del fatto che Salmanovitz fosse ebreo.
(L'effettiva
validità di queste accuse verrà discussa più avanti.) (22)
Alla fine del 1996 una teoria di anziane signore ebree e un uomo rilasciarono
commoventi testimonianze di fronte alle commissioni sulle attività bancarie del
Congresso sulle prevaricazioni dei banchieri svizze[140]ri. Ciò nonostante,
secondo
Itamar Levin, direttore del maggiore quotidiano economico israeliano,
praticamente
nessuno di questi testimoni «era in possesso di prove effettive circa
l'esistenza di beni
depositati presso banche svizzere». Per rafforzare l'effetto teatrale di queste
deposizioni,
D'Amato portò sul banco dei testimoni Elie Wiesel che, nelle sue dichiarazioni
poi
ampiamente riportate, espresse indignazione (indignazione!) nello scoprire che
chi aveva
perpetrato l'Olocausto aveva cercato di derubare gli ebrei prima di ammazzarli:
«All'inizio credevamo che la Soluzione Finale avesse come unica motivazione
un'ideologia perversa. Ora veniamo a sapere che non volevano semplicemente
uccidere
gli
ebrei, per quanto orribile possa suonare, ma volevano anche derubarli. Ogni
giorno
impariamo qualcosa di più su questa tragedia. Non esiste un limite alla
sofferenza? Un
limite all'oltraggio?». Ovviamente, è difficile definire il saccheggio nazista
dei beni degli
ebrei come una novità: gran parte dei saggio di Raul Hilberg, The Destruction
of tbe
European Jews, pubblicato nel 1961, è
dedicato alle espropriazioni messe in atto dai
nazisti contro gli ebrei (23).
Si
è anche affermato che i banchieri svizzeri hanno rubato i depositi delle vittime
dell'Olocausto e distrutto sistematicamente documenti d'importanza vitale per
coprire le
loro tracce e che solamente agli ebrei sia toccato un simile abominio. Nel corso
di
un'udienza, [141] attaccando violentemente la Svizzera, la senatrice Barbara
Boxer
dichiarò: «Questa commissione non tollererà un atteggiamento ipocrita da parte
delle
banche svizzere. Non andate a raccontare che cercate le prove, quando le state
distruggendo» (24).
Ahimè, il «valore di propaganda» (Bower) dei vecchi ebrei che chiedevano
risarcimenti,
rendendosi testimonì della perfidia degli svizzeri, si esauri velocemente:
l'industria
dell'Olocausto dovette allora cercare un altro capo d'accusa. La frenesia dei
media si era
fissata sull'acquisto, da parte della Svizzera, dell'oro che i nazisti avevano
rapinato dalle
tesorerie centrali dei Paesi europei durante la guerra. Per quanto spacciate
come
rivelazioni sensazionali, si trattava in effetti di notizie risapute. Arthur
Smith, autore dello
studio di riferimento sulla questione, dichiarò all'udienza alla Camera dei
rappresentanti:
«Per tutta la mattina e il pomeriggio ho ascoltato un elenco di fatti che, in
gran parte, in
linea generale, erano noti da anni; e mi sorprende che molti di essi vengano
presentati
come nuovi e sensazionali». L'obiettivo delle udienze non era comunque quello di
informare ma, secondo quanto disse la giornalista Isabel Vincent, di «inventare
storie
sensazionalistiche». Se si fosse gettato fango a sufficienza, era ragionevole
pensare che la
Svizzera avrebbe gettato la spugna (25).
L'unica vera nuova accusa era che la Svizzera aveva consapevolmente trafficato
con
l'«oro dei campi» e cioè [142] che aveva comprato grossi quantitativi di oro che
i nazisti
avevano strappato alle vittime dei campi di concentramento e di sterminio e poi
fuso in
lingotti. Bower riferisce che il Congresso Mondiale Ebraico «aveva bisogno di un
legame
emotivo per associare la Svizzera all'Olocausto» e questa nuova rivelazione
della perfidia
svizzera venne di conseguenza considerata un dono del Cielo. «Poche immagini»
prosegue Bower «suscitavano più emozione delle metodiche operazioni di
estrazione dei
denti d'oro dalle bocche dei cadaveri recuperati dalle camere a gas.» «Si tratta
di fatti
davvero molto angoscianti» intonò con aria triste D'Amato a un'udienza alla
Camera dei
rappresentanti «perché tali sono la sottrazione e il furto di beni dalle case,
dalle banche
nazionali, dai campi di sterminio, di orologi d'oro, di braccialetti, di
montature di occhiali
e
di denti dalle bocche delle persone. (26)»
Oltre che di avere bloccato l'accesso ai conti dell'Olocausto e di avere
acquistato oro
rubato. la Svizzera venne anche accusata di avere complottato con la Polonia e
l'Ungheria
per
defraudare gli ebrei, perché aveva usato come compensazione per le proprietà
elvetiche nazionalizzate da quei governi il denaro depositato presso conti
svizzeri inattivi
intestati a cittadini polacchi e ungheresi (in gran parte, ma non tutti, ebrei).
Rickman
considera tutto ciò una «rivelazione talmente sensazionale da mandare la
Svizzera al
tappeto e da sol[143]levare una tempesta», ma questi fatti erano già ampiamente
noti e
riportati sulle riviste americane di giurisprudenza agli inizi degli anni
Cinquanta e, con
tutto lo strombazzamento dei mezzi di comunicazione, la cifra complessiva finale
non
raggiungeva il milione di dollari in valuta corrente (27).
Già
prima dell'udienza inaugurale al Senato sui conti inattivi, nell'aprile 1996, le
banche
svizzere si erano accordate per istituire una commissione investigativa e
avevano
accettato di attenersi alle indicazioni di questa. Formata da sei membri (tre
della World
Jewish Restitution Organization e tre dell'Unione delle banche svizzere) e
guidata da Paul
Volcker, ex presidente della US Federal Reserve Bank, la «commissione
indipendente di
personalità illustri» venne istituita formalmente con un «Memorandurn d'intesa»
del
maggio 1996. Oltre a ciò, il governo svizzero nel dicembre dello stesso anno
nominò una
«commissione indipendente di esperti» presieduta dal professor Jean-Frangois
Bergier e
della quale faceva parte un famoso studioso dell'Olocausto, l'israeliano Saul
Friedlander;
la
commissione avrebbe svolto indagini sul commercio di oro tra Svizzera e Germania
durante la Seconda guerra mondiale.
Comunque, ancor prima che questi organismi si mettessero al lavoro, l'industria
dell'Olocausto fece pressioni per trovare un accordo finanziario con la
Svizzera, la quale
protestò che qualunque accordo avrebbe [144] dovuto naturalmente attendere le
risultanze della commissione, altrimenti avrebbe costituito «un'estorsione e un
ricatto».
Giocando il solito asso nella manica, il Congresso Mondiale Ebraico si mostrò
angosciato
dalle condizioni in cui versavano le «vittime bisognose dell'Olocausto». «Il mio
problema
è
il tempo» disse Bronfman alla commissione sulle attività bancarie della Camera
«e ci
sono molti sopravvissuti all'Olocausto per cui sono preoccupato.» Viene da
chiedersi
come mai l'angosciato miliardario non potesse personalmente porre temporaneo
rimedio
a
questa situazione. Rifiutando una proposta di accordo per duecentocinquanta
milioni di
dollari da parte della Svizzera, Bronfman singhiozzò: «Non fate favori. Metterò
i soldi io
stesso». Non lo fece. La Svizzera, comunque, nel febbraio 1997 si accordò per
stabilire
un
«Fondo speciale per le vittime bisognose dell'Olocausto» del valore di duecento
milioni di dollari per aiutare a tirare avanti quelle «persone che necessitano
in particolar
modo di aiuto o di sostegno» fino a quando le commissioni avessero terminato i
lavori. (il
fondo aveva ancora liquidità disponibile quando le commissioni Bergier e Volcker
pubblicarono i loro rapporti.) Le pressioni dell'industria dell'Olocausto per un
accordo
finale, comunque, non diminuirono, ma piuttosto si fecero sempre più pressanti.
Le
rinnovate richieste della Svizzera che per arrivare a un accordo si sarebbero
dovute
attendere le conclu[145]sioni delle commissioni (dopo tutto, era stato il
Congresso
Mondiale Ebraico a chiedere in origine questo risarcimento morale) restarono
inascoltate.
Di
fatto, da queste conclusioni l'industria dell'Olocausto aveva soltanto da
perdere: se alla
fine si fossero dimostrate legittime poche richieste di risarcimento, la causa
contro le
banche svizzere avrebbe perso credibilità; e se quelli che richiedevano
legittimamente un
risarcimento fossero stati identificati, la Svizzera sarebbe stata costretta a
pagare solo
loro, anche se numerosi, ma non le organizzazioni ebraiche. Un altro mantra
dell'industria
dell'Olocausto era che quel risarcimento «non è questione di soldi, ma di verità
e
giustizia». «Non è questione di soldi» fu l'ironica risposta degli svizzeri: «È
questione di
più
soldi» (28).
Oltre a fomentare l'isteria collettiva, l'industria dell'Olocausto coordinò una
strategia a
due
livelli per «costringere con il terrore» (l'espressione è di Bower) la Svizzera
a cedere:
class actions (29) e boicotaggio
economico. La prima class action fu intentata agli inizi
dell'ottobre 1996 da Edward Fagan e Robert Swift per conto di Gizella Weisshaus
(prima
che
morisse ad Auschwitz, suo padre aveva parlato di un proprio conto in Svizze[146]ra,
ma
dopo la guerra le banche respinsero le sue richieste) e «altri che si trovano in
posizione analoga» per venti miliardi di dollari. Poche settimane più tardi, il
Centro
Simon Wiesenthal, rivolgendosi agli avvocati Michael Hausfeld e Melvyn Weiss,
intentò
una
seconda class action e, nel gennaio 1997, il Consiglio mondiale delle
comunità
ebraiche ortodosse ne promosse una terza. Tutti e tre i procedimenti furono
intentati
presso il giudice Edward Korman, della corte distrettuale di Brooklyn, il quale
li unificò.
Almeno una delle parti della causa, l'avvocato di Toronto Sergio Karas, deplorò
questa
tattica: «Le class actions non hanno fatto altro che provocare isteria di
massa e violenti
attacchi alla Svizzera. Esse non fanno che perpetuare il mito degli avvocati
ebrei che
pensano solamente ai soldi». Paul Volcker si espresse contro le class actions
sulla base
del
fatto che esse «danneggeranno il nostro lavoro, potenzialmente fino al punto di
vanificarlo»: ma per l'industria dell'Olocausto questa era una preoccupazione
irrilevante,
se
non un ulteriore incentivo (30).
Tuttavia, l'arma principale per spezzare la resistenza svizzera fu il
boicottaggio
economico. «Adesso il gioco si farà più sporco» avverti nel gennaio 1997 Abraham
Burg,
presidente dell'Agenzia ebraica e uomo di riferimento d'Israele nel caso delle
banche
svizzere. «Fino a ora abbiamo tenuto a freno la pressione ebraica
internazionale.» Il
Congresso Mondiale Ebraico aveva co[147]minciato a progettare il boicottaggio
già nel
gennaio 1996. Bronfman e Singer contattarono il revisore dei conti del comune di
New
York, Alan Hevesi (il cui padre era stato un importante funzionario dell'AJC) e
quello
dello Stato di New York, Carl Mc Call. Tra tutti e due, gestivano investimenti
per
miliardi di dollari in fondi pensione; Hevesi era anche presidente della US
Comptrollers
Association, che investiva trentamila miliardi di dollari in fondi pensione.
Alla fine di
gennaio, al matrimonio di sua figlia, Singer si incontrò con D'Amato e con
Bronfman per
mettere a punto la strategia. «Guardate che razza di uomo sono» scherzò Singer:
«Faccio
affari alle nozze di mia figlia» (31).
Nel
febbraio 1996, Hevesi e Mc Call scrissero alle banche svizzere minacciando
sanzioni.
In
ottobre, il governatore Pataki diede pubblicamente il suo appoggio. Nei mesi
successivi, le amministrazioni locali e governative a New York, nel New Jersey,
nel
Rhode Island e nell'Illinois stabilirono tutte risoluzioni che minacciavano il
boicottaggio
economico a meno che le banche svizzere ammettessero le loro colpe. Nel maggio
1997,
il
comune di Los Angeles, con il ritiro di milioni di dollari in fondi pensione da
una banca
svizzera, impose le prime sanzioni. Hevesi si affrettò a seguirne l'esempio a
New York e,
nell'arco di pochi giorni, anche California, Massachusetts e Illinois presero la
stessa
strada.
«Voglio tre miliardi di dollari» proclamò Bronfman [148] nel dicembre 1997 «per
farla
finita con tutto: le class actions, il processo Volcker e il resto.» Nel
frattempo, D'Amato e
i
responsabili delle operazioni bancarie dello Stato di New York cercarono di
impedire
alla neonata Unione delle banche svizzere (una fusione dei principali istituti
di credito
svizzeri) di operare negli Stati Uniti. «Se gli svizzeri insistono nel puntare i
piedi, allora
dovrò chiedere a tutti gli azionisti americani di sospendere le loro operazioni
con loro»
mise in guardia Bronfman nel marzo 1998. «La faccenda sta arrivando a un punto
in cui o
si
risolve da sé o si trasforma in una guerra senza quartiere.» In aprile, le
banche svizzere
cominciarono a piegarsi sotto il peso della pressione, ma non volevano ancora
accettare
una
resa disonorevole. (Da quel che si dice, nel corso del 1997 gli svizzeri spesero
cinquecento milioni di dollari per rintuzzare gli attacchi dell'industria dell'Olocausto.)
«Un
cancro terribile affligge la società svizzera» si lamentò Melvyn Weiss, uno
degli
avvocati delle class actions. «Abbiamo dato loro la possibilità di
liberarsene con una dose
massiccia di radiazioni a un prezzo davvero esiguo e loro l'hanno rifiutata.» In
giugno, le
banche svizzere fecero la loro «ultima offerta» di seicento milioni di dollari.
Abraham
Foxman, responsabile dell'ADL, sconcertato dall'arroganza degli svizzeri, riuscì
a stento
a
trattenere la collera: «Questo ultimatum è un insulto alla memoria delle
vittime, ai
sopravvissuti e ai [149]membri della comunità ebraica che in buona fede si sono
rivolti
agli svizzeri per lavorare insieme al fine di risolvere questo problema cosi
complesso» (32).
Nel
luglio 1998, Hevesi e Mc Call minacciarono nuove e pesanti sanzioni. New Jersey,
Pennsylvania, Connecticut, Florida, Michigan e California aderirono nel giro di
pochi
giorni. A metà agosto, gli svizzeri capitolarono. Nell'accordo per la class
action raggiunto
con
la mediazione del giudice Korman, le banche svizzere accettarono di pagare un
miliardo e duecentocinquanta milioni di dollari. «Lo scopo del pagamento
addizionale»
recitava il comunicato stampa di una banca svizzera «è di allontanare la
minaccia di
sanzioni come pure di lunghe e costose azioni legali. (33)»
«Lei è stato un vero pioniere in questa saga» si congratulò con D'Amato il Primo
ministro
israeliano Binyamin Netanyahu. «Il risultato non è soltanto ciò che si è
ottenuto in
termini materiali, ma anche una vittoria morale e un trionfo dello spirito.
(34)»
Il
miliardo e duecentocinquanta milioni di dollari dell'accordo con la Svizzera
copriva in
linea di massima tre gruppi di casi: i conti inattivi depositati in banche
svizzere e
reclamati, il rifiuto di concessione di asilo a rifugiati e il beneficio che la
Svizzera aveva
ricavato dal lavoro degli internati nei suoi campi (35). Nonostante la virtuosa
indignazione nei confronti dei «perfidi svizzeri», comunque, l'analogo operato
degli
americani è, da [150] ogni punto di vista, altrettanto negativo, se non
peggiore. Tra breve
tornerò alla questione dei conti inattivi negli Stati Uniti. Come la Svizzera,
l'America
negò l'accesso a rifugiati ebrei in fuga dai nazisti prima e durante la Seconda
guerra
mondiale. Ciò nonostante, il governo americano non ha trovato opportuno, per
esempio,
risarcire i rifugiati ebrei che si trovavano a bordo della sfortunata nave St.
Louis.
Immaginate la reazione se le migliaia di rifugiati dell'America Centrale e di
Haiti, cui
venne negato asilo dopo la fuga dagli squadroni della morte appoggiati dagli
Stati Uniti,
venissero qui a chiedere un risarcimento. E, per quanto molto più piccola per
estensione e
per
risorse, la Svizzera all'epoca dell'Olocausto nazista accolse tanti ebrei
rifugiati quanti
gli
Stati Uniti: circa ventimila (36).
Il
solo modo di espiare le colpe del passato - era la lezioncina dei politici
americani alla
Svizzera - consisteva nel concedere un risarcimento materiale. Stuart Eizenstat,
sottosegretario al Commercio e inviato speciale di Clinton per le restituzioni
dei beni,
giudicò l'indennizzo della Svizzera agli ebrei «una conferma importante della
volontà di
questa generazione di affrontare il passato e di ripararne i torti». Benché non
potessero
essere «ritenuti responsabili per ciò che era accaduto anni prima» riconobbe
D'Amato alla
stessa udienza al Senato, gli svizzeri avevano ancora «la responsabilità e il
dovere di
tentare di fare ciò che è giusto in questo momento».
[151] Analogamente, appoggiando pubblicamente le richieste di risarcimento del
Congresso Mondiale Ebraico, il presidente Clinton osservò che «dobbiamo guardare
in
faccia e correggere, meglio che possiamo, le terribili ingiustizie del passato».
«La storia
non
cade in prescrizione» disse il presidente James Leach durante le udienze della
commissione sulle attività bancarie della Camera e «non bisogna mai dimenticare
il
passato». «Dovrebbe essere chiaro», scrissero i capigruppo al Congresso di
entrambi i
partiti in una lettera al segretario di Stato, che «la risposta alla questione
della restituzione
verrà considerata come una prova del rispetto per i diritti umani fondamentali e
per
l'autorità della legge». E in un messaggio al parlamento svizzero, il segretario
di Stato
Madeleine Albright spiegò che i benefici economici derivanti dai conti nascosti
degli
ebrei «sono stati trasmessi alle generazioni successive e questo è il motivo per
cui il
mondo ora guarda al popolo svizzero non perché si assuma la responsabilità di
azioni
commesse dai loro padri, ma perché si comporti generosamente nel fare ora ciò
che è
possibile per riparare i torti passati» (37). Tutti nobili sentimenti, ma ai
quali non si presta
nemmeno lontanamente attenzione - se non per metterli immediatamente alla
berlina -
quando si tratta di risarcire gli afroamericani per la schiavitù (38).
Resta poco chiaro, nell'accordo finale, come andranno le cose per le «vittime
bisognose
dell'Olocausto».
Gizella Weisshaus, la prima a intentare causa per entrare in possesso di un
conto
inattivo in Svizzera, ha tolto l'incarico al suo avvocato, Edward Fagan,
accusandolo con
amarezza di averla usata. La parcella di Fagan ammontava a quattro milioni di
dollari.
Quelle degli altri avvocati arrivavano ai quindici milioni di dollari, con
«molti» conti da
seicento dollari l'ora. C'è un avvocato che chiede duemilaquattrocento dollari
per avere
letto Nazi Gold [I cassieri dell'Olocausto], il libro di Tom Bower.
«I gruppi ebraici e i
soprawissuti» riportò il «Jewish Week» di New York «in concorrenza per avere una
parte
di
quel miliardo e duecentocinquanta milioni di dollari versato dalle banche
svizzere in
base all'accordo sull'Olocausto, stanno iniziando a litigare tra di loro.»
Querelanti e
sopravvissuti sostengono che tutto quel denaro dovrebbe andare direttamente a
loro. Ma
le
organizzazioni ebraiche non vogliono rinunciare a prendersi una fetta della
torta. Nel
denunciare l'invadenza delle organizzazioni ebraiche, Greta Beer, una testimone
chiave
del
Congresso nella causa contro le banche svizzere, implorò la corte del giudice
Korman: «Non voglio essere schiacciata sotto una scarpa come un insetto».
Malgrado la
sua
sollecitudine verso le «vittime bisognose dell'Olocausto», il Congresso Mondiale
Ebraico vuole che circa la metà del denaro degli svizzeri sia destinato alle
organizzazioni
ebraiche e all'«educazione all'Olocausto». Il Centro Simon Wie[153]senthal
sostiene che
se
ricevono denaro organizzazioni ebraiche «degne», «una parte dovrebbe andare ai
centri di educazione ebraici». Pur di «mettere le mani» su una fetta più grossa
della torta,
ciascuna delle organizzazioni di ebrei, sia riformati sia ortodossi, si presenta
come quella
che
i sei milioni di morti avrebbero preferito come beneficiaria di questi soldi.
L'industria
dell'Olocausto aveva costretto la Svizzera a raggiungere un accordo perché, si
diceva, la
cosa essenziale era il tempo: «Le vittime bisognose dell'Olocausto muoiono ogni
giorno».
Tuttavia, una volta che la Svizzera ebbe messo il denaro a disposizione,
l'urgenza svanì
per
miracolo: oltre un anno dopo il raggiungimento dell'accordo non esisteva ancora
un
piano di distribuzione. Quando il denaro verrà finalmente suddiviso, tutte le
«vittime
bisognose dell'Olocausto» probabilmente saranno morte. In effetti, al dicembre
1999
meno della metà dei duecento milioni di dollari del «Fondo speciale per le
vittime
bisognose dell'Olocausto» istituito nel febbraio 1997 era stata distribuita alle
vittime vere
e
proprie. Una volta pagate le parcelle degli avvocati, il denaro svizzero finirà
nelle casse
delle organizzazioni ebraiche «degne» (39).
«Forse nessun accordo è difendibile» scrisse sul «New York Times» Burt Neuborne,
professore di legge alla New York University e membro del team legale che
promosse la
class action «se consente che per le
banche [154] svizzere l'Olocausto si configuri come
un'impresa che produce profitti.» Edgar Bronfman, con toni patetici, testimoniò
davanti
alla commissione sulle attività bancarie della Camera che non si sarebbe dovuto
permettere agli svizzeri di «trarre profitto dalle ceneri dell'Olocausto».
D'altro canto,
Bronfman ha ammesso di recente che la tesoreria del Congresso Mondiale Ebraico
ha
ammassato non meno di «sette miliardi di dollari circa» grazie al denaro dei
risarcimenti (40).
Le
autorevoli relazioni sulle banche svizzere sono state nel frattempo pubblicate e
ora è
possibile giudicare se davvero ci sia stata, come sostiene Bower, una
«cospirazione
elvetico-nazista durata cinquant'anni per sottrarre miliardi agli ebrei europei
e ai
sopravvissuti all'Olocausto».
Nel
luglio 1998, la Commissione indipendente di esperti (presieduta da Bergier)
diede
alle stampe il suo rapporto,
Switzerland and Gold Transactions in Second World War [La
Svizzera e la compravendita d'oro durante la Seconda guerra mondiale].
(41) La
commissione confermò che le banche svizzere acquistarono oro dalla Germania
nazista,
per
un valore di circa quattro miliardi di dollari in valuta corrente, sapendo che
era stato
sottratto alle banche centrali degli Stati europei occupati. Nel corso delle
udienze in
Campidoglio, i membri del Congresso espressero sconcerto per il fatto che le
banche
svizzere avessero trafficato in beni rubati [155] e, cosa persino peggiore, che
indulgessero
ancora a queste spregevoli pratiche. Deplorando il fatto che i politici corrotti
depositino i
loro guadagni illeciti in banche svizzere, un membro del Congresso fece appello
alla
Svizzera affinché emanasse finalmente una legge «contro la movimentazione
segreta di
denaro [...] da parte di personaggi di spicco, o con ruoli dirigenziali in
politica, e di
persone che rubano». Lamentando come «nelle banche svizzere abbiano trovato un
rifugio per le loro cospicue ricchezze un gran numero di affaristi e di alti
funzionari
governativi corrotti, provenienti da tutto il mondo», un altro membro del
Congresso si
domandò se «il sistema bancario svizzero stia accogliendo malviventi di tal
fatta, e i
Paesi che essi rappresentano, [...] come venne concesso un luogo sicuro al
regime nazista
cinquantacinque anni fa? (42)» . Davvero il problema giustifica la
preoccupazione. Ogni
anno, una cifra stimata tra i cento e i duecento miliardi di dollari, frutto
della corruzione
politica, attraversa i confini di ogni Paese e viene depositata in banche
private. Le
reprimende della commissione sulle attività bancarie del Congresso avrebbero
comunque
avuto maggior peso se una buona metà di questi «capitali illegali in fuga» non
fossero
depositati in banche americane con la benedizione della legge americana. (43)
Tra i
beneficiari recenti di questo «santuario» americano, si annoverano Raul Salinas
de
Gortari, fratello dell'ex presidente messica[156]no, e la famiglia dell'ex
dittatore
nigeriano, il generale Sani Abacha. «L'oro rubato da Hitler e dai suoi
scagnozzi» osserva
Jean Ziegler, un parlamentare elvetico duramente critico nei confronti delle
banche del
suo
Paese, «nella sostanza non è diverso dai soldi sporchi di sangue» che oggi i
dittatori
del
Terzo Mondo tengono sui loro conti privati in Svizzera. «Milioni di uomini,
donne e
bambini furono condotti alla morte dai ladri autorizzati di Hitler» e «ogni anno
centinaia
di
migliaia di bambini [muoiono] di malattie e malnutrizione» nel Terzo Mondo
perché «i
tiranni spogliano i propri Paesi con l'aiuto degli squali della finanza svizzera
(44)» . E
anche con l'aiuto degli squali della finanza americana, senza parlare del fatto,
ancor più
importante, che molti di questi dittatori sono stati portati al governo dal
potere americano,
che
li appoggia e li autorizza a depredare i loro Paesi.
Sul
caso specifico dell'Olocausto nazista, la commissione indipendente arrivò alla
conclusione che le banche svizzere acquistarono «lingotti contenenti oro
strappato dai
criminali nazisti alle vittime dei campi di lavoro e dei campi di sterminio», ma
che
comunque non lo fecero consapevolmente: «Non esistono prove che i responsabili
della
decisione alla banca centrale svizzera sapessero che la Reichsbank stesse
consegnando
alla Svizzera lingotti contenenti oro ottenuto in quel modo». La commissione
valutò
l'«oro delle vittime» acquistato in[157]consapevolmente dalla Svizzera in
134.428 dollari
in
valuta dell'epoca, pari a circa un milione di dollari attuali. Questa cifra si
riferisce
aff'«oro delle vittime» strappato a internati sia ebrei sia non ebrei. (45)
Nel
dicembre 1999, la «commissìone indipendente di personalità illustri» (presieduta
da
Volcker) diede alle stampe il suo Report on Dormant Accounts of Victims o f
Nazi
Persecution in Swiss Banks (46) [Relazione
sui conti inattivi delle vittime della
persecuzione nazista giacenti nelle banche svizzere]. La Relazione documenta le
risultanze di un'esauriente verifica che durò tre anni e costò non meno di
cinquecento
milioni di dollari . (47) Il nucleo delle conclusioni, riguardante il
«trattamento dei conti
inattivi delle vittime della persecuzione nazista» merita di essere citato per
esteso:
Per
quanto concerne le vittime della persecuzione nazista, non sono emerse prove di
discriminazione sistematica, di impedimento all'accesso, di appropriazione
indebita o di
violazione della legge svizzera sulla conservazione dei documenti. Tuttavia, la
Relazione
critica anche le azioni di alcune banche per il modo in cui hanno trattato i
conti di vittime
della persecuzione nazista. È necessario porre in evidenza il termine «alcune»
nella frase
precedente, dal momento che le azioni oggetto di critica sono principalmente
quelle di
specifiche banche nella loro gestione di conti individuali intestati a vittime
della [158]
persecuzione nazista, e che queste azioni sono emerse nel contesto di
un'indagine che ha
riguardato duecentocinquattaquattro banche e coperto un arco temporale di circa
sessant'anni. Per quanto riguarda le azioni criticate, la Relazione riconosce
anche che per
la
condotta delle banche coinvolte in queste attività ci furono circostanze
attenuanti. La
Relazione riconosce inoltre che ci sono molti casi documentati in cui le banche
cercarono
attivamente i titolari scomparsi dei conti o i loro eredi, ivi compresi alcune
vittime
dell'Olocausto, e pagarono il saldo dei conti inattivi alle legittime parti.
La
mite conclusione del paragrafo è che «la commissione ritiene che le azioni
oggetto di
critica siano di sufficiente importanza perché sia auspicabile documentare in
questa
sezione quali furono gli errori in modo da imparare da essi e non ripeterli in
faturo (48)» .
La
Relazione concluse inoltre che, nonostante la commissione non fosse in grado di
seguire le tracce di tutti i documenti bancari per il «periodo attinente»
(1933-45),
distruggere documenti senza essere scoperti «sarebbe stato difficile, se non
impossibile»
e
che «in effetti non è emersa alcuna prova di distruzione sistematica delle
registrazioni
di
conto allo scopo di nascondere i comportamenti passati». La Relazione conclude
che la
percentuale di documenti recuperati (sessanta per cento) era «davvero
straordinaria» e
«degna di nota», tenuto soprattutto conto del fatto che la legge svizzera non
richiede che i documenti siano conservati oltre i dieci anni. (49)
Ebbene, si metta a confronto il tutto con la versione che il «New York Times»
riporta
delle conclusioni della commissione presieduta da Volcker. Sotto il titolo
The Deceptions
of Swiss Banks [I raggiri delle banche
svizzere], (50) il «New York Times» scrisse che il
comitato non aveva trovato «prove decisive» che le banche svizzere avessero
trafficato
con
i conti inattivi di ebrei. Eppure, la Relazione affermava categoricamente che
non
esisteva «alcuna prova». Il giornale prosegue asserendo che la commissione aveva
scoperto che «le banche svizzere avevano in qualche maniera trovato il modo di
far
perdere le tracce di un numero impressionante di questi conti». La verità è che
la
Relazione sottolineava il fatto che gli svizzeri avevano conservato una quantità
di
documenti «davvero straordinaria» e «degna di nota».
Per finire, il «New York Times»
riporta che secondo la commissione «molte banche avevano respinto con crudeltà e
con
l'inganno molti familiari che cercavano di rientrare in possesso dei patrimoni
perduti». In
realtà, la Relazione sottolineò che solamente «alcune» banche avevano agito male
e che
in
quei casi c'erano «circostanze attenuanti», facendo parimenti rilevare i «molti
casi» in
cui
le banche cercarono attivamente i legittimi aventi diritto.
La
Relazione accusa effettivamente le banche svizze[160]re di non essere state
«leali e
franche» sin dalle precedenti indagini sui conti inattivi del periodo
dell'Olocausto. Ciò
nondimeno, sembra attribuire queste mancanze più a fattori tecnici che a
malafede. (51)
La
Relazione identifica cinquantaquattromila conti che presentano «una probabile o
possibile relazione con vittime della persecuzione nazista», ma ritiene che
solamente in
metà (venticinquemila) di questi casi la probabilità fosse abbastanza
significativa da
giustificare la pubblicazione dei nomi dei titolari dei conti. In moneta
corrente, il valore
stimato per diecimila di questi conti, per i quali era reperibile qualche
informazione,
oscilla tra i centosettanta e i duccentosessanta milioni di dollari. Stimare il
valore corrente
dei
restanti conti si rivelò impossibile. (52) Il valore totale dei conti inattivi
realmente
riguardanti l'epoca dell'Olocausto sarà probabilmente molto superiore ai
trentadue milioni
di
dollari stimati in origine dalle banche svizzere, ma sarà decisamente inferiore
alla cifra
oscillante tra i sette e i venti miliardi di dollari dichiarata dal Congresso
Mondiale
Ebraico. Nella testimonianza in seguito resa alla commissione sulle attività
bancarie,
Volcker osservò che il numero di banche che fossero «probabilmente o
possibilmente» in
relazione con vittime dell'Olocausto era «molte volte superiore a quello emerso
dalle
precedenti indagini degli svizzeri». Comunque, continuava: «Sottolineo le parole
"probabilmente o possibilmente" in quanto, fatta eccezione per un numero
relativamente esiguo di casi, dopo oltre mezzo secolo, non siamo in grado di
stabilire con
certezza inconfutabile una relazione tra vittime e titolari dei conti» (53).
La
scoperta più esplosiva effettuata dalla commissione presieduta da Volcker non
venne
riportata dai media americani: oltre alla Svizzera, anche gli Stati Uniti
rientravano tra i
luoghi dove gli ebrei d'Europa avevano cercato di mettere al sicuro i propri
beni:
Il
clima di attesa della guerra e le difficoltà economiche, insieme alla
persecuzione degli ebrei e di altre minoranze per mano dei nazisti prima e
durante
la
Seconda guerra mondiale, fecero sì che molte persone, e tra esse le vittime di
queste persecuzioni, spostassero i loro beni verso Paesi ritenuti in grado di
fornire
un
rifugio sicuro (con la significativa presenza di Stati Uniti e Regno Unito)
[...]
In
considerazione del fatto che la neutrale Svizzera confinava con Paesi dell'Asse
(o
comunque occupati dalle forze dell'Asse), anche le banche svizzere e altre
società elvetiche d'intermediazione finanziaria divennero collettori di parte
dei
patrimoni in cerca di un rifugio.
Un'appendice importante elenca le «destinazioni preferite» dei beni mobili
appartenenti
agli ebrei europei: le più ricorrenti risultarono gli Stati Uniti e la Svizzera.
(In
terza posizione «con molto distacco» veniva il Regno Unito.) (54)
La
domanda che sorge ovvia è: che fine hanno fatto i conti inattivi dell'epoca
dell'Olocausto depositati nelle banche americane? La commissione sulle
attività bancarie
della Camera chiamò un esperto a testimoniare sulla questione. Seymour Rubin,
attualmente docente all'American Universìty, fu vicecapo della delegazione
statunitense
nei
negoziati con la Svizzera dopo la Seconda guerra mondiale. Sotto gli auspici
delle
organizzazioni ebraiche americane, Rubin aveva anche lavorato, nel corso degli
anni
Cinquanta, con un «gruppo di esperti della vita delle comunità ebraiche in
Europa» per
identificare conti inattivi dell'epoca dell'Olocausto nelle banche americane.
Nella sua
deposizione, Rubin affermò che, dopo una rapida e molto superficiale analisi
limitata alle
banche di New York, il valore di questi conti fu stimato in sei milioni di
dollari. Le
organizzazioni richiesero al Congresso questa somma per le «vittime bisognose»
(negli
Stati Uniti, per via della dottrina della proprietà caduca, i conti inattivi
abbandonati
vengono incamerati dallo Stato). Quindi Rubin ricordò:
La
stima iniziale di sei milioni di dollari venne rifiutata dai deputati
interessati a
promuovere un disegno di legge sull'argomento, e nella bozza originaria fu
stabilito un tetto di tre milioni di dollari [...] Di fatto, nel corso delle
udienze
alla commissione, i tre milioni furono portati a uno. L'azione legislativa
ridusse
ulteriormente l'ammontare a cinquecentomila dollari, cifra cui la Corte dei
Conti
si
oppose, proponendo un limite di duecentocinquantamila dollari. La legge,
comunque, passò con uno stanziamento di cinquecentomila dollari.
«Gli Stati Uniti» concluse Rubin «adottarono solamente provvedimenti molto
limitati per
identificare i conti privi di eredi e stanziarono [...] solamente
cinquecentomila dollari
contro i trentadue milioni riconosciuti dalle banche svizzere anche prima
dell'indagine
Volcker. (55)» In altre parole, il comportamento americano è molto peggiore
di quello
svizzero. Va sottolineato che, fatta
eccezione per un accenno fugace di Eizenstat, durante
le
udienze delle commissioni sulle attività bancarie della Camera e del Senato
aventi
come oggetto le banche svizzere, non venne fatta menzione di conti inattivi
negli Stati
Uniti. Inoltre, benché Rubin giochi un ruolo centrale nelle ricostruzioni
dell'affare, delle
banche svizzere (Bower dedica pagine e pagine a questo «crociato del
Dipartimento di
Stato»), nessuno fà parola della sua testimonianza alla commissione della Camera
dei
rappresentanti, dove espresse anche «una certa dose di scetticismo circa le
grosse somme
di
denaro [nei conti inattivi in Svizzera] di cui si va parlan[164]do». È inutile
dire che i
puntuali rilievi di Rubin su questo argomento vennero altrettanto puntualmente
ignorati.
Dove erano le proteste del Congresso contro i «perfidi» banchieri americani? Uno
dopo
l'altro, i membri delle commissioni sulle attività bancarie di Camera e Senato
chiesero a
gran voce che la Svizzera «alla fine pagasse», ma nessuno chiese che gli Stati
Uniti
facessero lo stesso. Anzi, un membro della commissione sulle attività bancarie
della
Camera affermò sfacciatamente, con l'approvazione di Bronfman, che «soltanto» la
Svizzera «non è riuscita a dimostrare di avere il coraggio di confrontarsi con
la sua
storia» (56). Non sorprende che l'industria dell'Olocausto non abbia lanciato
una
campagna per un'indagine sulle banche americane: una verifica condotta con lo
stesso
grado di scientificità di quella svizzera ai cittadini americani sarebbe costata
in
proporzione non milioni ma miliardi di dollari (57) e, nel momento in cui fosse
stata
portata a termine, gli ebrei americani avrebbero chiesto asilo a Monaco di
Baviera. Il
coraggio ha i suoi limiti.
Già
alla fine degli anni Quaranta, quando gli Stati Uniti stavano facendo pressione
sulla
Svizzera perché identificasse i conti inattivi intestati a ebrei, gli svizzeri
protestarono che
l'America avrebbe fatto meglio a occuparsi degli affari suoi (58). A metà del
1997, il
governatore di New York Pataki annunciò l'istituzione di una [165] commissione
di Stato
per
il recupero dei beni delle vittime dell'Olocausto con il compito di esaminare i
reclami
contro le banche svizzere. Tutt'altro che impressionati, gli svizzeri
suggerirono che la
commissione avrebbe potuto impiegare meglio il proprio tempo vagliando i reclami
contro le banche americane e israeliane (59). In effetti, Bower ricorda che i
banchieri
israeliani avevano «rifiutato di stilare elenchi di conti inattivi intestati a
ebrei» dopo la
guerra del 1948; inoltre, il «Financial Times» ha riportato che «diversamente
dai Paesi
europei, le banche d'Israele e le organizzazioni sioniste stanno resistendo alle
pressioni
per
costituire commissioni indipendenti che stabiliscano quante proprietà e quanti
conti
inattivi fossero intestati a sopravvissuti all'Olocausto e come rintracciare i
titolari».
(All'epoca del mandato britannico, gli ebrei europei comprarono appezzamenti di
terra e
aprirono conti correnti in Palestina per sostenere il movimento sionista o per
prepararsi a
una
futura immigrazione.) Nell'ottobre 1998, il Congresso Mondiale Ebraico e la
World
Jewish Restitution Organization «presero la decisione di massima di non porre la
questione dei beni appartenenti alle vittime dell'Olocausto in territorio
israeliano sulla
base del fatto che questa responsabilità era di competenza del governo
israeliano»
(«Haaretz»).
Quindi il mandato di queste organizzazioni arriva fino alla Svizzera, ma non
allo Stato israeliano. L'accusa più sensa[166]zionale mossa contro le banche
svizzere fu
che
queste avevano richiesto agli eredi delle vittime dell'Olocausto nazista i
certificati di
morte. L'avevano fatto anche le banche israeliane, ma si cercherebbero invano
denunce
nei
confronti dei «perfidi israeliani». A dimostrazione del fatto che «non si può
porre
equivalenza morale tra le banche in Israele e quelle in Svizzera» il «New York
Times»
riportò le parole di un ex legislatore israeliano: «Da noi si è trattato al
massimo di
negligenza; in Svizzera fu un crimine» (60). Ogni commento è superfluo.
Nel
maggio 1998, una commissione consultiva presidenziale sui beni dell'Olocausto
negli
Stati Uniti fu incaricata dal Congresso di «condurre una nuova ricerca sul
destino dei beni
sottratti alle vittime dell'Olocausto e giunti in possesso del governo federale
americano» e
di
«suggerire al presidente la politica che si dovrebbe adottare per restituire
tali beni
rubati ai legittimi proprietari o ai loro eredi». «Il lavoro della commissione
dimostra
inconfitabilmente» dichiarò il suo presidente Bronfman «che quanto ai beni
dell'Olocausto negli Stati Uniti vogliamo attenerci a quegli stessi standard di
verità su cui
abbiamo portato altre nazioni.» Ma una commissione consultiva presidenziale con
un
budget di sette milioni di dollari è una cosa piuttosto diversa da un'indagine
esterna
(costata cinquecento milioni di dollari) che ha coinvolto l'intero sistema
bancario di una
nazione e ha comportato l'accesso sen[167]za restrizioni a tutti i suoi
documenti (61). Per
dissipare ogni dubbio sul fatto che gli Stati Uniti erano schierati dalla parte
di quelli che
non
lasciavano nulla di intentato per restituire i beni degli ebrei rubati all'epoca
dell'Olocausto, James Leach, presidente della commissione sulle attività
bancarie della
Camera dei rappresentanti, nel febbraio 2000 annunciò con orgoglio che un museo
del
North Carolina aveva restituito un quadro a una famiglia austriaca. «È un segno
del senso
di
responsabilità americano [...] e penso che sia un gesto cui questa commissione
debba
dare risalto. (62)»
Per
l'industria dell'Olocausto la vicenda delle banche svizzere, come i tormenti
postbellici
patiti dal «sopravvissuto» svizzero Binjamin Wilkomirski, era un'ulteriore
conferma
dell'inveterato e irrazionale odio dei gentili. Il caso mise in risalto la
grossolana
insensibilità che anche un «Paese europeo liberal-democratico», conclude Itamar
Levin,
poteva mostrare «nei confronti di quanti portano sulla propria pelle le ferite
fisiche e
psicologiche del più grave crimine della storia». Nell'aprile 1997, una ricerca
compiuta
dall'Università di Tel Aviv documentò «un'evidente impennata» dell'antisemitismo
svizzero. Eppure questa inquietante scoperta non poteva essere messa in alcun
modo in
relazione con l'estorsione attuata dall'industria dell'Olocausto nei confronti
della Svizzera.
«L'antisemitismo non è colpa degli ebrei» sospirò Bronfman «è colpa degli
antisemiti. (63)»
[168] Il risarcimento materiale per l'Olocausto «è la più importante prova
morale che
l'Europa si trovi ad affrontare alla fine del ventesimo secolo» sostiene Itamar
Levin.
«Sarà questa la vera prova del trattamento riservato agli ebrei da parte del
Continente. (64)» E anzi, imbaldanzita dal fatto di essere riuscita a spillare
soldi alla
Svizzera, l'industria dell'Olocausto è passata in fretta a «mettere alla prova»
il resto
dell'Europa. La tappa successiva è stata la Germania.
Dopo avere regolato i conti con la Svizzera nell'agosto 1998, in settembre
l'industria
dell'Olocausto attuò la medesima strategia vincente contro la Germania. Gli
stessi tre
team legali (Hausfeld-Weiss, Fagan-Swift, e il Consiglio mondiale delle comunità
ebraiche ortodosse) intentarono una class action contro l'industria
privata tedesca,
domandando non meno di venti miliardi di dollari di risarcimento. Hevesi, il
revisore dei
conti della città di New York, brandendo l'arma del boicottaggio economico,
cominciò a
«tenere sotto controllo» i negoziati nell'aprile 1999. La commissione sulle
attività
bancarie della Camera dei rappresentanti tenne le udienze in settembre. Il
membro dei
Congresso Carolyn Maloney dichiarò che «il tempo trascorso non deve essere una
scusante per un arricchimento iniquo» (in ogni caso, un conto è il lavoro
schiavistico
degli ebrei, un altro quello degli afroamericani) mentre Leach, presidente della
commissione,[169] recitò il solito vecchio copione: «La storia non cade in
prescrizione».
Stuart Eizenstat disse alla commissione che le società tedesche in rapporti
d'affari con gli
Stati Uniti «danno prova qui della loro buona volontà, e vorranno continuare
sulla strada
del
civismo di cui hanno sempre dato prova negli Stati Uniti e in Germania».
Mettendo
da
parte le amenità diplomatiche, il membro del Congresso Rick Lazio raccomandò
senza
mezzi termini alla commissione di «concentrarsi sulle aziende private tedesche,
in
particolare quelle che fanno affari con gli Stati Uniti» (65).
Per
fomentare l'isteria collettiva contro la Germania, nell'ottobre 1999 l'industria
dell'Olocausto si servì di molteplici annunci pubblicitari a piena pagina sui
quotidiani. La
terribile verità non bastava: si ricorse a qualunque mezzo. In un'inserzione
pubblicitaria
che
denunciava la casa farmaceutica tedesca Bayer venne fatto il nome di Josef
Mengele,
nonostante non ci sia alcuna prova che la Bayer abbia «diretto» i suoi
terrificanti
esperimenti. Rendendosi conto dell'inesorabilità dell'infernale macchina
dell'Olocausto,
verso la fine dell'anno i tedeschi cedettero e accettarono un accordo per una
cifra
considerevole. Il «Times» di Londra attribuì questa resa alla campagna «Holo-cash»
portata avanti negli Stati Uniti. «Non avremmo potuto raggiungere un accordo»
riferì in
seguito Eizenstat alla commissione sulle attività bancarie della Camera
«sen[170]za il
coinvolgimento personale e la presa di posizione del presidente Clinton [ ... ]
e di altri
influenti funzionari» del governo americano (66).
L'industria dell'Olocausto ribadì che la Germania aveva l'«obbligo morale e
giuridico» di
risarcire gli ex internati nei campi di lavoro. «Questi prigionieri costretti al
lavoro
schiavistico meritano un minimo di giustizia» sostenne Eizenstat «nei pochi anni
che
restano loro da vivere.» Tuttavia, come si è già detto, è semplicemente falso
sostenere
che
essi non avessero ricevuto alcun risarcimento. In base agli accordi originari,
il
governo tedesco garantiva un indennizzo ai prigionieri dei campi di lavoro. Il
governo
risarcì anche gli ex internati per «la privazione della libertà» e per «danni
fisici e
materiali». Soltanto il mancato versamento dei salari non era coperto da
indennizzo. Tutti
coloro che sostennero di avere subito danni permanenti ricevettero un
consistente
vitalizio (67). Inoltre la Germania versò alla Claims Conference circa un
miliardo di
dollari (in valuta corrente) per quegli ex internati ebrei che avevano ricevuto
un
indennizzo minimo. Come si è già detto, la Claims Conference, venendo meno agli
accordi con la Germania, utilizzò invece il denaro per vari progetti che le
stavano a cuore.
La
giustificazione che fornì per questo (ab)uso del risarcimento tedesco partiva
dal
presupposto che «ancor prima che si potesse attingere ai fondi [...] le
necessità delle
vittime "bisognose" del na[171]zismo erano già state ampiamente soddisfatte»
(68).
Eppure, ancora cinquant'anni dopo, l'industria dell'Olocausto stava domandando
soldi per
«le
vittime bisognose dell'Olocausto» che erano vissute nell'indigenza perché, a suo
dire,
i
tedeschi non le avevano mai risarcite.
Che
cosa costituisca un «giusto» risarcimento per gli ex internati ebrei costretti
al lavoro
schiavistico è decisamente un interrogativo senza risposta. Tuttavia, si può
dire questo: in
base ai termini del nuovo accordo, a ciascuno di loro è destinata una cifra pari
a circa
settemilacinquecento dollari. Se la Claims Conference avesse distribuito
correttamente
fin
dall'inizio il denaro della Germania, un maggior numero di ex internati avrebbe
ricevuto molto di più e molto prima.
Se
«le vittime bisognose dell'Olocausto» vedranno o no una parte dei nuovi soldi
della
Germania è una questione tuttora aperta. La Claims Conference vuole una bella
fetta di
torta a titolo di suo «fondo speciale». Secondo il «Jerusalem Report», la Claims
Conference ha «tutto da guadagnare nel fare in modo che i sopravvissuti non
ottengano
niente». Michael Kleiner, deputato della Knesset israeliana (Herut), tacciò la
Claims
Conference di essere uno «Judenrat, che svolge, in modo diverso, la stessa opera
dei
nazisti». «Un'associazione disonesta, che si muove costantemente in segreto, e
inquinata
da
una vergognosa e ben nota corruzione morale», ribadiva Kleiner «un ente malvagio
che
maltratta gli ebrei [172] sopravvissuti all'Olocausto e i loro eredi mentre se
ne sta
seduto su un enorme mucchio di denaro che appartiene a singoli individui ma che
esso
cerca di incamerare con ogni mezzo, sebbene queste persone siano ancora in vita.
(69)»
Nel
frattempo, Stuart Eizenstat, testimoniando davanti alla commissione sulle
attività
bancarie della Camera, continuava a incensare la «trasparenza dell'operato della
Jewish
Material Claims Conference nel corso degli ultimi quarantanni». A eccellere per
cinismo
fu
il rabbino Israel Singer. Oltre all'incarico di segretario generale al Congresso
Mondiale
Ebraico, Singer ricopriva quello di vicepresidente della Claims Conference e
aveva il
compito di condurre i negoziati nelle trattative con la Germania sulla questione
del lavoro
schiavistico. Dopo il raggiungimento degli accordi con la Svizzera e con la
Germania,
egli, mostrando di essere un uomo pio, ribadi più volte alla commissione sulle
attività
bancarie della Camera che «sarebbe [stata] una vergogna» se gli indennizzi per
l'Olocausto fossero stati «pagati agli eredi invece che ai sopravvissuti». «Non
vogliamo
che
quei soldi vadano agli eredi. Vogliamo che vadano alle vittime.» Però, «Haaretz»
riferisce che Singer fu uno dei più convinti sostenitori dell'utilizzo del
denaro dei
risarcimenti «per far fronte alle necessità dell'intera comunità ebraica, e non
solo di
quegli ebrei che furono così fortunati da sopravvivere all'Olocausto e
raggiungere la
vecchiaia» (70).
[173] In una pubblicazione dello US Holocaust Memorial Museum, Henry Friedlander,
autorevole studioso di storia dell'Olocausto nazista ed ex internato ad
Auschwitz, in
relazione al numero dei sopravvissuti alla fine della guerra ipotizzò:
Se
all'inizio del 1945 c'erano circa 715.000 prigionieri nei campi, e almeno un
terzo, vale a dire circa 238.000, morì nella primavera del 1945, possiamo
supporre
che
sopravvissero al massimo 475.000 prigionieri. Dato che gli ebrei erano stati
uccisi in modo sistematico, e soltanto quelli scelti per lavorare (ad Auschwitz
pari
circa al quindici per cento) avevano una possibilità di sopravvivenza, dobbiamo
supporre che al momento della liberazione gli ebrei costituissero non più del
venti
per
cento della popolazione dei campi.
«Perciò possiamo stimare» concludeva «che il numero di sopravvissuti ebrei non
superasse le centomila unità. » La stima di Friedlander degli ex internati ebrei
costretti al
lavoro schiavistico alla fine della guerra, tra l'altro, è considerata
relativamente alta dagli
economisti. In un autorevole saggio, Leonard Dinnerstein calcolava:
«Sessantamila ebrei
[...] uscirono dai campi di concentramento. Nel giro di una settimana ne
morirono più di
ventimila» (71).
In
un briefing del Dipartimento di Stato del maggio [174] 1999, Stuart Eizenstat
stimò il
numero totale degli ex internati ancora in vita, ebrei e non ebrei, citando come
fonte
«gruppi che li rappresentano», in un numero «compreso tra le settanta e le
novantamila
persone» (72). Eizenstat era l'inviato americano ai negoziati sui campi di
lavoro tedeschi
e
lavorò a stretto contatto con la Claims Conference (73). La sua stima portava il
numero
totale degli ex deportati ancora vivi a una cifra oscillante tra i
quattordicimila e i
diciottomila (il venti per cento dei settanta-novantamila). Ciò nonostante, non
appena
iniziarono i negoziati, l'industria dell'Olocausto chiese risarcimenti per
centotrentacinquemila ex internati ebrei costretti al lavoro schiavistico e il
loro numero
totale, comprendendo i non ebrei, passò a duecentocinquantamila (74). In altre
parole, il
numero degli ex deportati ebrei nei campi di lavoro ancora in vita fu quasi
decuplicato
rispetto al maggio 1999 e la forbice tra ex deportati ebrei e non ebrei si
restrinse
drasticamente. In effetti, a voler credere all'industria dell'Olocausto, oggi
sono vivi più ex
deportati ebrei nei campi di lavoro rispetto a cinquant'anni fa. «Quale rete
aggrovigliata
tessiamo» scrisse Sir Walter Scott «quando stiamo imparando a mentire.»
Quando l'industria dell'Olocausto gioca con i numeri per aumentare le richieste
di
risarcimento, gli antisemiti sfottono allegramente gli «ebrei bugiardi» che
«mercanteggiano» perfino sulla propria morte. Con i suoi [175] giochi di
prestigio,
l'industria dell'Olocausto ha, per quanto involontariamente, riabilitato il
nazismo. Raul
Hilberg, l'autorità per antonomasia sull'Olocausto nazista, stima che gli ebrei
uccisi siano
stati cinque milioni e centomila (75). Eppure, se oggi fossero vivi
centotrentacinquemila
ex
internati nei campi di lavoro, alla guerra dovrebbero essere sopravvissuti circa
seicentomila, che sono almeno cinquecentomila in più rispetto alle stime
normali. Si
dovrebbe poi sottrarre questo mezzo milione ai cinque milioni e centomila
uccisi. Non
soltanto i «sei milioni» diventano una cifra insostenibile, ma le cifre stimate
dall'industria
dell'Olocausto si avvicinano di molto a quelle di coloro che negano l'Olocausto.
Si
consideri che Heinrich Himmler, l'organizzatore della Soluzione Finale, nel
gennaio 1945
calcolò tutta la popolazione dei campi in poco più di settecentomila persone e
che,
secondo Friedlander, circa un terzo di loro era stato eliminato entro il mese di
maggio.
Ebbene, se gli ebrei costituivano solamente il venti per cento della popolazione
uscita
viva dai campi, e se, come sostiene l'industria dell'Olocausto, alla guerra
sopravvissero
seicentomila ebrei deportati, allora in tutto sarebbero dovuti sopravvivere tre
milioni di
prigionieri. Sulla base dei calcoli dell'industria dell'Olocausto, le condizioni
di vita dei
campi di concentramento non sarebbero state così dure e si dovrebbero ipotizzare
un
tasso di natalità decisamente alto e uno di mortalità decisamente basso (76).
[176] È risaputo che la Soluzione Finale fu uno sterminio industriale, portato a
termine
con
efficienza senza precedenti, con tecniche da catena di montaggio (77). Ma se,
come
sostiene l'industria dell'Olocausto, sopravvissero svariate centinaia di
migliaia di ebrei,
dopo tutto la Soluzione Finale non fu così efficiente. Deve essere stato un
massacro
condotto in modo casuale: esattamente quello che sostengono coloro che negano
l'esistenza dell'Olocausto. Les extrêmes
se touchent.
In
una recente intervista, Raul Hilberg sottolinea che per capire l'Olocausto
nazista i
numeri sono fondamentali. In effetti, con la sua radicale revisione delle cifre,
la Claims
Conference solleva dubbi sulla sua stessa interpretazione. Secondo la sua
«dichiarazione
programmatica» per i negoziati con la Germania «il lavoro schiavistico costituì
uno dei
tre
metodi principali che i nazisti impiegarono per uccidere gli ebrei: gli altri
furono le
fucilazioni e le camere a gas. Uno degli obiettivi del lavoro schiavistico era
di sfruttare i
prigionieri fino a provocarne la morte [...] Il termine "schiavistico" è
inesatto in questo
contesto, perché in linea di massima i padroni hanno interesse a preservare la
vita e la
salute dei loro schiavi. Il progetto nazista per gli "schiavi", invece, era
quello di sfruttare
il
loro potenziale lavorativo per poi eliminarli». Tranne coloro che negano
l'Olocausto,
nessuno ha ancora messo in discussione il fatto che i nazisti consegnarono a
questo
terribile de[177]stino gli internati costretti al lavoro schiavistico. Come è
possibile però
conciliare questi fatti riconosciuti con l'asserzione che molte centinaia di
migliaia di ebrei
impiegati siano sopravvissuti? La Claims Conference non ha in questo modo aperto
una
breccia nel muro che separa la spaventosa verità sull'Olocausto nazista dalla
sua
negazione? (78)
In
un'inserzione a piena pagina sul «New York Times», luminari dell'industria
dell'Olocausto come Elie Wiesel, il rabbino Marvin Hier e Steven T. Katz
condannarono
«la
negazione dell'Olocausto da parte della Siria». Il testo criticava duramente un
editoriale apparso su un quotidiano ufficiale del governo siriano che sosteneva
che Israele
«inventa storie sull'Olocausto» allo scopo di «prendere più soldi dalla Germania
e da altri
Paesi occidentali». Per quanto spiacevole, l'accusa siriana è vera. L'ironia,
che sfugge
tanto al governo siriano quanto ai firmatari della pagina a pagamento, è che
questa stessa
storia delle molte centinaia di migliaia di sopravvissuti costituisce una forma
di
negazione dell'Olocausto. (79)
L'estorsione nei confronti di Svizzera e Germania è stata solamente il preludio
del gran
finale: l'estorsione nei confronti dell'Europa dell'Est. Con il crollo del
blocco sovietico, in
quello che era stato il cuore geografico della comunità ebraica europea si
aprirono
prospettive allettanti. Intonando la salmodia ipocrita delle «vit[178]time
bisognose
dell'Olocausto», l'industria dell'Olocausto ha cercato di estorcere miliardi di
dollari a
questi Paesi già impoveriti e, perseguendo il suo fine senza alcun riguardo e in
modo
inflessibile, è diventata la principale fomentatrice dell'antisemitismo in
Europa.
L'industria dell'Olocausto si è presentata nelle vesti dell'unico legittimo
avente diritto a
reclamare i beni comuni e personali di coloro che perirono durante l'Olocausto
nazista.
«Esiste un accordo con il governo israeliano» riferì Edgar Bronfman alla
commissione
sulle attività bancarie della Camera dei rappresentanti «in base al quale i beni
senza eredi
dovrebbero essere accreditati alla World Jewish Restitution Organization.»
Utilizzando
questo «mandato», l'industria dell'Olocausto ha chiesto ai Paesi dell'ex blocco
sovietico
di
consegnare tutti i beni che prima della guerra erano di proprietà di ebrei o di
provvedere a un risarcimento in denaro. (80) Tuttavia, diversamente dal caso di
Svizzera
e
Germania, avanza queste richieste senza dare loro troppo risalto pubblicitario:
l'opinione pubblica, infatti, non è stata troppo contraria al ricatto nei
confronti dei
banchieri svizzeri e degli industriali tedeschi, ma potrebbe guardare con meno
favore al
ricatto degli stremati contadini polacchi. inoltre, gli ebrei che hanno perso
parenti
nell'Olocausto nazista potrebbero anche lanciare qualche occhiata risentita alle
macchinazioni della VJRO: la pretesa di essere i legittimi eredi dei morti per
incame[179]rarne i beni potrebbe essere facilmente scambiata per sciacallaggio.
D'altro
canto, l'industria dell'Olocausto non ha bisogno di mobilitare l'opinione
pubblica: con il
sostegno dei funzionari-chiave dell'amministrazione americana, può annientare
facilmente la debole resistenza di nazioni già prostrate.
«È
importante comprendere che i nostri sforzi per la restituzione di proprietà
comunitarie» spiegò Stuart Eizenstat a una commissione parlamentare «sono tutti
finalizzati alla rinascita e al rinnovamento della vita degli ebrei» nell'Europa
dell'Est. Al
fine di «promuovere il rinnovarnento» della vita ebraica in Polonia, la World
Jewish
Restitution Organization sta avanzando pretese su oltre seimila proprietà
comunitarie
ebraiche prebelliche, comprese quelle attualmente usate come scuole e ospedali.
Prima
della guerra, la popolazione ebraica della Polonia era nell'ordine dei tre
milioni e mezzo
di
persone; quella attuale è di alcune migliaia. Promuovere la rinascita della vita
ebraica
deve per forza comportare l'assegnazione di una sinagoga o di un edificio
scolastico a
ogni ebreo polacco? La WJRO sta anche redamando la proprietà di centinaia di
migliaia
di
appezzamenti di terra polacca, valutati in svariate decine di miliardi di
dollari. «Gli
amministratori polacchi temono», riporta «Jewish Week», che la richiesta «possa
portare
la
nazione alla bancarotta.» Quando il parlamento polacco propose di porre dei
limiti ai
risarcimenti per evitare l'in[180]solvenza, Elan Steinberg del CME denunciò la
legge
come un «atto fondamentalmente antiamericano». (81)
Esercitando pesanti pressioni sulla Polonia, gli avvocati dell'industria
dell'Olocausto
intentarono una class action presso la corte del giudice Korman per
risarcire i
«sopravvissuti all'Olocausto che stanno invecchiando e morendo». Nella denuncia
si
sosteneva che i governi postbellici della Polonia «proseguirono nel corso degli
ultimi
cinquantaquattro anni» una politica genocida tesa a «espellere fino all'ultimo»
ebreo. I
membri dei New York City Council concordarono una risoluzione all'unanimità che
chiedeva alla Polonia «di approvare adeguate norme legislative che mettessero in
atto la
restituzione completa dei beni dell'Olocausto», mentre cinquantasette membri del
Congresso (capeggiati da Anthony Weiner, di New York) invi |