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I. La società classista e lo Stato
1. Lo Stato, prodotto
dell'antagonismo inconciliabile tra le classi
Accade oggi alla dottrina di
Marx quel che è spesso accaduto nella storia alle dottrine dei pensatori
rivoluzionari e dei capi delle classi oppresse in lotta per la loro liberazione.
Le classi dominanti hanno sempre ricompensato i grandi rivoluzionari, durante la
loro vita, con incessanti persecuzioni; la loro dottrina è stata sempre accolta
con il più selvaggio furore, con l'odio più accanito e con le più impudenti
campagne di menzogne e di diffamazioni. Ma, dopo morti, si cerca di trasformarli
in icone inoffensive, di canonizzarli, per così dire, di cingere di una certa
aureola di gloria il loro nome, a "consolazione" e mistificazione delle
classi oppresse, mentre si svuota del contenuto la loro dottrina
rivoluzionaria, se ne smussa la punta, la si avvilisce. La borghesia e gli
opportunisti in seno al movimento operaio si accordano oggi per sottoporre il
marxismo a un tale "trattamento". Si dimentica, si respinge, si snatura il lato
rivoluzionario della dottrina, la sua anima rivoluzionaria. Si mette in primo
piano e si esalta ciò che è o pare accettabile alla borghesia. Tutti i
socialsciovinisti - non ridete! - sono oggi "marxisti". E gli scienziati
borghesi tedeschi sino a ieri specializzati nello sterminio del marxismo,
parlano sempre più spesso di un Marx "nazionaltedesco" che avrebbe educato i
sindacati operai, così magnificamente organizzati per condurre una guerra di
rapina!
Così stando le cose, e dato che
le deformazioni del marxismo si sono diffuse in modo inaudito, compito nostro è,
innanzi tutto, ristabilire la vera dottrina di Marx sullo Stato. Dovremo
a tal fine fare lunghe citazioni dalle opere stesse di Marx e di Engels.
Naturalmente queste lunghe citazioni renderanno più pesante l' esposizione e non
contribuiranno affatto a renderla popolare. Ma è assolutamente impossibile farne
a meno. Tutti i passi, o almeno tutti i passi fondamentali di Marx e di Engels
sullo Stato, debbono essere riportati in maniera quanto più è possibile
completa, perchè il lettore possa farsi un'idea personale dell'insieme delle
concezioni dei fondatori del socialismo scientifico, dello sviluppo di queste
concezioni e anche per dimostrare, con le prove alla mano, in modo evidente, che
il "kautskismo" attualmente dominante le ha snaturate.
Cominciamo con l'opera più
diffusa di F. Engels, L'origine della famiglia, della proprietà privata e
dello Stato, pubblicata già nella sesta edizione a Stoccarda nel 1894.
Dobbiamo tradurre dall'originale tedesco perchè le traduzioni russe, per quanto
numerose, sono nella maggior parte incomplete o molto difettose.
"Lo Stato dunque - dice Engels,
arrivando alle conclusioni della sua analisi storica - non è affatto una potenza
imposta alla società dall'esterno e nemmeno "la realtà dell'idea etica",
"l'immagine e la realtà della ragione", come afferma Hegel. Esso è piuttosto un
prodotto della società giunta a un determinato stadio di sviluppo, è la
confessione che questa società si è avvolta in una contraddizione insolubile con
se stessa, che si è scissa in antagonismi inconciliabili che è impotente a
eliminare. Ma perché questi antagonismi, queste classi con interessi economici
in conflitto, non distruggano se stessi e la società in una sterile lotta, sorge
la necessità di una potenza che sia in apparenza al di sopra della società, che
attenui il conflitto, lo mantenga nei limiti dell'"ordine"; e questa potenza che
emana dalla società, ma che si pone al di sopra di essa e che si estranea sempre
più da essa, è lo Stato" (pp. 177-178, sesta edizione tedesca).
Qui è espressa, in modo
perfettamente chiaro, l'idea fondamentale del marxismo sulla funzione storica e
sul significato dello Stato. Lo Stato è il prodotto e la manifestazione degli
antagonismi inconciliabili tra le classi. Lo Stato appare là, nel momento
e in quanto, dove, quando e nella misura in cui gli antagonismi di classe non
possono essere oggettivamente conciliati. E, per converso, l'esistenza dello
Stato prova che gli antagonismi di classe sono inconciliabili.
E' precisamente su questo punto
di capitale e fondamentale importanza che comincia la deformazione deI marxismo,
deformazione che segue due linee principali.
Da un lato gli ideologi
borghesi, e soprattutto piccolo-borghesi, costretti a riconoscere, sotto la
pressione di fatti storici incontestabili, che lo Stato esiste soltanto dove
esistono antagonismi di classe e la lotta di classe, "correggono" Marx in modo
tale che lo Stato appare come l'organo della conciliazione delle classi.
Per Marx, se la conciliazione delle classi fosse possibile, lo Stato non avrebbe
potuto né sorgere né continuare ad esistere. Secondo i professori e pubblicisti
piccolo-borghesi e filistei - che molto spesso si riferiscono con compiacimento
a Marx - è proprio lo Stato a conciliare le classi. Per Marx lo Stato è l'organo
del dominio di classe, un organo di oppressione di una classe da
parte di un'altra; è la creazione di un "ordine" che legalizza e consolida
questa oppressione, moderando il conflitto fra le classi. Per gli uomini
politici piccolo-borghesi l'ordine è precisamente la conciliazione delle classi
e non l'oppressione di una classe da parte di un'altra; attenuare il conflitto
vuol dire per essi conciliare e non già privare le classi oppresse di
determinati strumenti e mezzi di lotta per rovesciare gli oppressori.
Così nella rivoluzione del 1917,
quando la questione del significato e della funzione dello Stato si pose in
tutta la sua ampiezza, si pose praticamente come un problema di azione
immediata, e, per di più, di azione di massa, tutti i socialisti-rivoluzionari e
i menscevichi caddero subito e pienamente nella teoria piccolo-borghese della
"conciliazione" delle classi "per opera dello Stato". Innumerevoli risoluzioni e
articoli di uomini politici di quei due partiti sono profondamente impregnati di
questa teoria piccolo-borghese e filistea della "conciliazione". Che lo Stato
sia l'organo di dominio di una classe determinata, che non può essere
conciliata col suo antipode (la classe che è al polo opposto), la democrazia
piccolo-borghese non sarà mai in grado di capirlo. L'atteggiamento dei nostri
socialistirivoluzionari e dei nostri menscevichi verso lo Stato è una delle
prove più evidenti che essi non sono affatto dei socialisti (ciò che noi,
bolscevichi, abbiamo sempre dimostrato), ma dei democratici piccolo-borghesi che
usano una fraseologia quasi socialista.
D'altra parte, la deformazione "kautskiana"
del marxismo è molto più sottile. "Teoricamente" non si contesta che lo Stato
sia l'organo del dominio di classe, né che gli antagonismi di classe siano
inconciliabili. Ma si trascura o attenua quanto segue: se lo Stato è un prodotto
dell'inconciliabilità degli antagonismi di classe, se esso è una forza che sta
al di sopra della società e che "si estranea sempre più dalla
società", è evidente che la liberazione della classe oppressa è impossibile non
soltanto senza una rivoluzione violenta, ma anche senza la distruzione
dell'apparato del potere statale che è stato creato dalla classe dominante e nel
quale questa "estraneazione" si è materializzata. Questa conclusione,
teoricamente di per sé chiara, è stata tratta da Marx con perfetta precisione,
come vedremo più tardi, dall' analisi storica concreta dei compiti della
rivoluzione. Kautsky ha... "dimenticato" e travisato appunto questa conclusione,
come dimostreremo particolareggiatamente nel seguito della nostra esposizione.
2. Distaccamenti speciali di
uomini armati, prigioni, ecc.
"...Nei confronti dell'antica
organizzazione gentilizia [della tribù o del clan] - continua Engels - il primo
segno distintivo dello Stato è la divisione dei cittadini..."
Questa divisione a noi sembra
"naturale", ma essa richiese una lunga lotta con l'antica organizzazione per
clan o per stirpi.
"...Il secondo punto è
l'istituzione di una forza pubblica che non coincide più direttamente con
la popolazione che organizza se stessa come potere armato. Questa forza pubblica
particolare è necessaria perchè un'organizzazione armata autonoma della
popolazione è divenuta impossibile dopo la divisione in classi... Questa forza
pubblica esiste in ogni Stato e non consta semplicemente di uomini armati, ma
anche di appendici reali, prigioni e istituti di pena di ogni genere, di cui
nulla sapeva la società gentilizia... ".
Engels sviluppa la nozione di
questa "forza", chiamata Stato, forza che è sorta dalla società ma che si pone
al di sopra di essa e se ne estranea sempre più. In che consiste principalmente
questa forza? Essa consiste anzitutto in distaccamenti speciali di uomini armati
che dispongono di prigioni, ecc.
Abbiamo il diritto di parlare di
distaccamenti speciali di uomini armati, perchè il potere pubblico proprio di
ogni Stato "non coincide più direttamente" con la popolazione armata, con la sua
"organizzazione armata autonoma".
Come tutti i grandi pensatori
rivoluzionari, Engels si sforza di attirare l'attenzione dei lavoratori
coscienti su ciò che il filisteismo dominante considera come meno degno
d'attenzione, come più usuale, come cosa consacrata da pregiudizi non solo
tenaci, ma, si potrebbe dire, fossilizzati. L'esercito permanente e la polizia
sono i principali strumenti di forza del potere statale. Ma potrebbe forse
essere altrimenti?
Per la gran maggioranza degli
europei della fine del secolo decimonono, a cui Engels si rivolgeva, e che non
avevano vissuto né osservato da vicino nessuna grande rivoluzione, non poteva
essere altrimenti. Essi non comprendevano assolutamente che cosa fosse questa
"organizzazione armata autonoma della popolazione". Perchè è apparsa la
necessità di distaccamenti speciali di uomini armati (polizia, esercito
permanente), posti al di sopra della società e che si estraneano da essa? A tale
domanda i filistei dell'Europa occidentale o della Russia sono inclini a
rispondere con una copia di frasi prese in prestito da Spencer o da Mikhailovski
e tirano in ballo la crescente complessità della vita sociale, la
differenziazione delle funzioni, ecc.
Questi argomenti sembrano
"scientifici" ed assopiscono meravigliosamente il buon pubblico, velando la cosa
principale, essenziale: la scissione della società in classi inconciliabilmente
nemiche.
Se non ci fosse questa
scissione, "l'organizzazione armata autonoma della popolazione" differirebbe per
la sua complessità, per la sua tecnica progredita, ecc. dall'organizzazione
primitiva d'un branco di scimmie armate di bastoni, o da quella di uomini
primitivi o associati in clan, ma tuttavia sarebbe possibile.
Essa è impossibile perchè la
società civile è divisa in classi ostili, e per di più inconciliabilmente
ostili, il cui armamento "autonomo" determinerebbe una lotta armata fra di esse.
Lo Stato si forma; si crea una forza distinta, si creano distaccamenti speciali
di uomini armati; e ogni rivoluzione, distruggendo l'apparato statale, ci
dimostra con tutta evidenza come la classe dominante si sforza di ricostruire
distaccamenti speciali di uomini armati che la servano, e come la classe
oppressa si sforza di creare una nuova organizzazione dello stesso genere,
capace di servire non più gli sfruttatori, ma gli sfruttati.
Nel passo citato, Engels pone
teoricamente lo stesso problema che ogni grande rivoluzione pone praticamente
davanti a noi con evidenza, e, inoltre, nell'ampiezza di una azione di massa, e
precisamente: il problema del rapporto tra i distaccamenti "speciali" di uomini
armati e l' "organizzazione armata autonoma della popolazione". Vedremo come
questo problema è concretamente illustrato dalla esperienza delle rivoluzioni
europee e russe.
Ma torniamo all' esposizione di
Engels.
Egli mostra che talvolta, per
esempio in certe regioni dell'America del Nord, il potere pubblico è debole (si
tratta di un'eccezione assai rara nella società capitalistica e delle regioni
dell' America del Nord in cui, nel periodo preimperialistico, predominava il
colono libero), ma che, in generale, esso va rafforzandosi:
[ La forza pubblica] "...si
rafforza nella misura in cui gli antagonismi di classe all'interno dello Stato
si acuiscono e gli Stati tra loro confinanti diventano più grandi e popolosi.
Basta guardare la nostra Europa di oggi, in cui la lotta di classe e la
concorrenza nelle conquiste ha portato il potere pubblico a un'altezza da cui
minaccia di inghiottire l'intera società e perfino lo Stato".
Queste righe furono scritte poco
dopo il 1890, non più tardi. L'ultima prefazione di Engels ha la data del 16
giugno 1891. L'evoluzione verso l'imperialismo - sia nel senso del dominio
assoluto dei trust che dell'onnipotenza delle grandi banche e della politica
coloniale in grande, ecc. - era in quel tempo appena ai primi albori in Francia;
ed ancora più debole era in America e in Germania. Da allora la "concorrenza
nelle conquiste" ha fatto passi da gigante, tanto più che il globo terrestre si
era trovato all'inizio del decennio 1910-1920 definitivamente spartito fra
questi "concorrenti nelle conquiste", cioè fra le grandi potenze predatrici. Da
allora gli armamenti di terra e di mare si sono accresciuti in proporzioni
incredibili, e la guerra di rapina del 1914-1917, per il dominio sul mondo
dell'Inghilterra o della Germania e per una ripartizione del bottino, ha
avvicinato a una catastrofe completa il processo grazie al quale un potere
statale vorace "minaccia di inghiottire" tutte le forze della società.
Sin dal 1891 Engels aveva saputo
denunciare la "concorrenza nelle Conquiste" come una delle più importanti
caratteristiche della politica estera delle grandi potenze, mentre i mascalzoni
del socialsciovinismo, nel 1914-1917, quando appunto questa rivalità, diventata
ancora più acuta, ha generato la guerra imperialista, coprono la loro difesa
degli interessi predatori della "loro" borghesia con frasi sulla "difesa della
patria", sulla "difesa della repubblica e della rivoluzione", ecc.!
3. Lo Stato, strumento di
sfruttamento della classe oppressa
Per mantenere un potere pubblico
speciale, posto al di sopra della società, sono necessarie delle imposte e un
debito pubblico.
"...In possesso della forza
pubblica e del diritto di riscuotere imposte, - scrive Engels - i funzionari
appaiono ora come organi della società al di sopra della società. La
libera, volontaria stima che veniva tributata agli organi della costituzione
gentilizia non basta loro, anche se potessero riscuoterla." Si fanno leggi
speciali sulla santità e sull'inviolabilità dei funzionari. Il "più misero
poliziotto" ha più "autorità" degli organi della società gentilizia, ma persino
...il capo dell'esercito di un paese civile potrebbe invidiare al capo
gentilizio la stima spontanea e incontestata che gli viene tributata"
Si pone qui la questione dei
privilegi dei funzionari quali organi del potere statale. Il punto essenziale è
questo: che cosa li pone al di sopra della società? Vedremo come questa
questione teorica sia stata risolta in pratica dalla Comune di Parigi nel 1871 e
come sia stata messa in ombra in modo reazionario da Kautsky nel 1912.
"...Lo Stato, poiché è nato dal
bisogno di tenere a freno gli antagonismi di classe, ma contemporaneamente è
nato in mezzo al conflitto di queste classi, è, per regola, lo Stato della
classe più potente, economicamente dominante che, per mezzo suo, diventa anche
politicamente dominante e così acquista un nuovo strumento per tenere sottomessa
e per sfruttare la classe oppressa"...Non solo lo Stato antico e lo Stato
feudale erano organi deIlo sfruttamento degli schiavi e dei servi, ma anche "lo
Stato rappresentativo moderno è lo strumento per lo sfruttamento del lavoro
salariato da parte del capitale. Eccezionalmente tuttavia, vi sono dei periodi
in cui le classi in lotta hanno forze pressoché eguali, cosicchè il potere
statale, in qualità di apparente mediatore, momentaneamente acquista una certa
autonomia di fronte ad entrambe". Così la monarchia assoluta dei secoli
decimosettimo e decimottavo, il bonapartismo del primo e del secondo Impero in
Francia, Bismarck in Germania.
Così aggiungiamo noi, il governo
di Kerenski nella Russia repubblicana, dopo ch'esso è passato alle persecuzioni
contro il proletariato rivoluzionario nel momento in cui i Soviet sono già
impotenti per causa dei loro dirigenti piccolo-borghesi, e la borghesia non è
ancora abbastanza forte per scioglierli senz'altro.
Nella repubblica democratica -
continua Engels - "la ricchezza esercita il suo potere indirettamente, ma in
maniera tanto più sicura", in primo luogo con la "corruzione diretta dei
funzionari" (America), in secondo luogo con "l'alleanza tra governo e Borsa"
(Francia e America).
Nel momento attuale,
l'imperialismo e il dominio delle banche "hanno sviluppato" sino a farne un'arte
raffinata, in qualsiasi repubblica democratica, questi due metodi di difesa e di
realizzazione dell'onnipotenza della ricchezza. Se, per esempio, fin dai primi
mesi della repubblica democratica in Russia, durante, per così dire, la luna di
miele del connubio dei "socialisti" - socialisti-rivoluzionari e menscevichi -
con la borghesia nel governo di coalizione, il signor Palcinski ha sabotato
tutti i provvedimenti tendenti a frenare i capitalisti e la loro speculazione,
il saccheggio da parte loro dell'erario mediante le forniture militari; se in
seguito il signor Palcinski, uscito dal ministero (e naturalmente sostituito da
una altro Palcinski del suo stesso stampo), è stato "gratificato" dai
capitalisti di una piccola sinecura con uno stipendio di centoventimila rubli
all'anno, - che cosa è questo? corruzione diretta o indiretta? alleanza del
governo con le organizzazioni dei capitalisti o "semplicemente" relazioni di
buona amicizia? Quale funzione hanno i Cernov e gli Tsereteli, gli Avksentiev e
gli Skobelev? Sono alleati "diretti", o soltanto indiretti, dei milionari
concussionari?
L'onnipotenza della "ricchezza"
è, in una repubblica democratica, tanto più sicura in quanto non dipende
da un cattivo involucro politico del capitalismo. La repubblica democratica è il
migliore involucro politico possibile per il capitalismo; per questo il
capitale, dopo essersi impadronito (grazie ai Palcinski, ai Cernov, agli
Tsereteli e consorti) di questo involucro - che è il migliore - fonda il suo
potere in modo talmente saldo, talmente sicuro, che nessun cambiamento,
né di persone, né di istituzioni, né di partiti nell'ambito della repubblica
democratica borghese può scuoterlo.
Bisogna ancora rilevare che
Engels definisce in modo categorico il suffragio universale come uno strumento
di dominio della borghesia. Il suffragio universale, egli dice, tenendo
evidentemente conto della lunga esperienza della socialdemocrazia tedesca, è
"la misura della maturità della
classe operaia. Più non può né potrà mai essere nello Stato odierno".
I democratici piccolo-borghesi,
sul tipo dei nostri socialistirivoluzionari e dei nostri menscevichi, come i
loro fratelli, tutti i socialsciovinisti e opportunisti dell'Europa occidentale,
aspettano dal suffragio universale proprio qualche cosa "di più". Essi
condividono e inculcano nel popolo la falsa concezione che il suffragio
universale possa "nello Stato odierno" esprimere realmente la volontà
della maggioranza dei lavoratori e assicurarne la realizzazione.
Noi possiamo qui soltanto
rilevare che questa concezione è falsa e far notare che l'affermazione chiara,
precisa e concreta di Engels è ad ogni passo travisata nella propaganda e
nell'agitazione dei partiti socialisti "ufficiali" (cioè opportunisti).
Dimostreremo in modo particolareggiato quanto sia falsa la concezione che Engels
qui respinge, esponendo più avanti le teorie di Marx e di Engels sullo Stato
odierno.
Nella sua opera più popolare,
Engels dà un riassunto conclusivo delle sue concezioni con le parole seguenti:
"Lo Stato non esiste dunque
dall'eternità. Vi sono state società che ne hanno fatto a meno e che non avevano
alcuna idea di Stato e di potere statale. In un determinato grado dello sviluppo
economico, necessariamente legato alla divisione della società in classi,
proprio a causa di questa divisione lo Stato è diventato una necessità. Ci
avviciniamo ora, a rapidi passi, ad uno stadio di sviluppo della produzione nel
quale la esistenza di queste classi non solo ha cessato di essere una necessità
ma diventa un ostacolo effettivo alla produzione. Perciò esse cadranno così
ineluttabilmente come sono sorte. Con esse cadrà ineluttabilmente lo Stato. La
società, che riorganizza la produzione in base a una libera ed eguale
associazione di produttori, relega l'intera macchina statale nel posto che da
quel momento le spetta, cioè nel museo delle antichità accanto alla rocca per
filare e all'ascia di bronzo".
Questa citazione non accade di
incontrarla spesso nella letteratura di propaganda e di agitazione della
socialdemocrazia contemporanea. E quando la si ricorda, lo si fa per lo più come
se ci si volesse genuflettere davanti a un'icona, per rendere cioè ufficialmente
omaggio a Engels, senza il minimo tentativo di riflettere sull'ampiezza e la
profondità della rivoluzione che è presupposta in questo "relegare l'intera
macchina statale nel museo delle antichità". Il più delle volte non si arriva
neppure a comprendere ciò che Engels intende per macchina dello Stato.
4. L'"estinzione" dello Stato e la
rivoluzione violenta
Le parole di Engels
sull'"estinzione" dello Stato godono di una così larga notorietà, sono così
spesso citate, mettono così bene in rilievo l'essenza stessa della
falsificazione abituale del marxismo acconciato alla maniera opportunista, che è
necessario soffermarsi su di esse in modo particolare. Citiamo tutto il passo da
cui sono tratte:
"Il proletariato si
impadronisce del potere dello Stato e anzitutto trasforma i mezzi di produzione
in proprietà dello Stato. Ma così sopprime se stesso come proletariato,
sopprime ogni differenza di classe e ogni antagonismo di classe e sopprime anche
lo Stato come Stato. La società esistita sinora, muoventesi sul piano degli
antagonismi di classe, aveva necessità dello Stato, cioè di una organizzazione
della classe sfruttatrice in ogni periodo, per conservare le condizioni esterne
della sua produzione e quindi specialmente per tener con la forza la classe
sfruttata nelle condizioni di oppressione date dal modo vigente di produzione
(schiavitù, servitù della gleba, semiservitù feudale, lavoro salariato). Lo
Stato era il rappresentante ufficiale di tutta la società, la sua sintesi in un
corpo visibile, ma lo era in quanto era lo Stato di quella classe che per il suo
tempo rappresentava, essa stessa, tutta quanta la società: nell'antichità era lo
Stato dei cittadini padroni di schiavi, nel medioevo lo Stato della nobiltà
feudale, nel nostro tempo lo Stato della borghesia. Ma, diventando alla fine
effettivamente il rappresentante di tutta la società, si rende, esso stesso,
superfluo. Non appena non ci sono più classi sociali da mantenere
nell'oppressione, non appena con l'eliminazione del dominio di classe e della
lotta per l'esistenza individuale fondata sull'anarchia della produzione sinora
esistente, saranno eliminati anche le collisioni e gli eccessi che sorgono da
tutto ciò, non ci sarà da reprimere più niente di ciò che rendeva necessaria una
forza repressiva particolare, uno Stato. Il primo atto con cui lo Stato si
presenta realmente come rappresentante di tutta la società, cioè la presa di
possesso di tutti i mezzi di produzione in nome della società, è ad un tempo
l'ultimo suo atto indipendente in quanto Stato. L'intervento di una forza
statale nei rapporti sociali diventa superfluo successivamente in ogni campo e
poi viene meno da se stesso. Al posto del governo sulle persone appare
l'amministrazione delle cose e la direzione dei processi produttivi. Lo Stato
non viene " abolito": esso si estingue. Questo è l'apprezzamento che deve
farsi della frase "Stato popolare libero", tanto quindi per la sua
giustificazione temporanea in sede di agitazione, quanto per la sua definitiva
insufficienza in sede scientifica; e questo è del pari l'apprezzamento che deve
farsi dell'esigenza dei cosiddetti anarchici che lo Stato debba essere abolito
dall'oggi al domani" ( Antidühring. [La scienza sovvertita dal signor
Eugenio Dühring], pp. 302-303, terza ed. tedesca, 1894).
Si può dire senza timore di
sbagliare che di tutto questo ragionamento di Engels, straordinariamente ricco
di idee, i partiti socialisti di oggi non hanno veramente acquisito nel loro
pensiero che la formula secondo cui, per Marx, lo Stato "si estingue", in
contrapposizione alla dottrina anarchica dell'"abolizione" dello Stato. Amputare
in tal modo il marxismo vuol dire ridurlo all'opportunismo, poichè, dopo una
tale "interpretazione" non rimane che il concetto vago di un cambiamento lento,
uguale, graduale, senza sussulti né tempeste, senza rivoluzione. La "estinzione"
dello Stato nel concetto corrente, generalmente diffuso, di massa, se così si
può dire, è senza dubbio la scomparsa, se non la negazione, della rivoluzione.
Ebbene, questa "interpretazione"
è la piu grossolana deformazione del marxismo, utile solo alla borghesia, ed è
teoricamente possibile solo se si trascurano i principali elementi e, per
esempio, gli argomenti indicati nello stesso ragionamento "conclusivo" di Engels
che abbiamo citato per esteso.
Primo. Proprio al principio del
suo ragionamento Engels dice che il proletariato, impadronendosi del potere
sopprime con ciò "Lo Stato in quanto Stato". Riflettere sul significato di
questa frase è cosa che "non entra nelle abitudini". Per lo più o si trascura
completamente questo pensiero o vi si vede una specie di "debolezza hegeliana"
di Engels. In realtà, in queste parole è espressa in forma incisiva l'esperienza
di una delle più grandi rivoluzioni proletarie, l'esperienza della Comune di
Parigi del 1871, di cui parleremo a lungo più avanti. In realtà, Engels parla
qui di "soppressione" dello Stato della borghesia per opera della
rivoluzione proletaria, mentre ciò ch'egli dice sull'estinzione dello Stato
riguarda i resti dello Stato proletario che sussisteranno dopo la
rivoluzione socialista. Lo Stato borghese, secondo Engels, non "si estingue";
esso viene "soppresso" dal proletariato nel corso della rivoluzione. Ciò
che si estingue dopo questa rivoluzione, è lo Stato proletario o semi-Stato.
Secondo. Lo Stato è una "forza
repressiva particolare". Questa definizione di Engels, meravigliosa e in sommo
grado profonda, è qui enunciata con perfetta chiarezza. E ne deriva che questa
"forza repressiva particolare" del proletariato da parte della borghesia, di
milioni di lavoratori da parte di un pugno di ricchi, deve essere sostituita da
una "forza repressiva particolare" della borghesia da parte del proletariato
(dittatura del proletariato). In ciò appunto consiste "la soppressione dello
Stato in quanto Stato". In ciò consiste 1'"atto" della presa di possesso dei
mezzi di produzione in nome della società. E' ovvio che questa
sostituzione di una "forza particolare" (quella della borghesia) con un'altra
"forza particolare" (quella del proletariato), non può avvenire nella forma di
"estinzione".
Terzo. Questa "estinzione", o,
per parlare con più risalto e più colore, questo "assopimento", Engels lo
riferisce in modo chiaro ed evidente al periodo che segue "la presa di
possesso di tutti i mezzi di produzione in nome della società", cioè al periodo
che segue la rivoluzione socialista. E' noto a tutti noi che la forma
politica dello "Stato" in tale momento è la democrazia più completa. Ma a
nessuno degli opportunisti che snaturano sfrontatamente il marxismo viene in
mente che qui si tratta quindi, in Engels, dell'"assopimento" e
dell'"estinzione" della democrazia. A prima vista ciò pare molto strano;
ma è "incomprensibile" soltanto per chi non ricordi che anche la democrazia è
uno Stato e che anch'essa, quindi, scompare quando scompare lo Stato. Solo la
rivoluzione può "sopprimere" lo Stato borghese. Lo Stato in generale, cioè la
democrazia più completa, non può che "estinguersi".
Quarto. Enunciando la sua
celebre tesi: "Lo Stato si estingue", Engels si affretta a precisare che essa è
diretta e contro gli opportunisti e contro gli anarchici. Inoltre da Engels è
posta in primo piano quella conclusione dalla tesi sull'"estinzione dello Stato"
che è diretta contro gli opportunisti.
Si può scommettere che su
diecimila persone che hanno letto o hanno sentito parlare dell'"estinzione"
dello Stato, novemilanovecentonovanta ignorano assolutamente o hanno dimenticato
che Engels dirigeva le conclusioni di questa tesi non soltanto contro gli
anarchici. E sulle dieci che restano, ce ne sono certamente nove che non sanno
che cosa sia "lo Stato popolare libero", e perchè mai nell'attacco contro questa
parola d'ordine è contenuto un attacco contro gli opportunisti. Così si scrive
la storia! Così si altera in sordina la grande dottrina rivoluzionaria
accomodandola alla maniera del filisteismo dominante. La conclusione contro gli
anarchici è stata mille volte ripetuta, banalizzata, conficcata nel modo più
semplicista nei cervelli e ha acquistato la tenacia di un pregiudizio. E la
conclusione contro gli opportunisti è stata messa in ombra e "dimenticata "!
Lo "Stato popolare libero" era
una rivendicazione programmatica, una parola d'ordine corrente dei
socialdemocratici tedeschi degli anni 1870-1880. In questa parola d'ordine non
v'è alcun contenuto politico salvo una pomposa enunciazione piccolo-borghese
della nozione di democrazia. In quanto essa faceva legalmente allusione alla
repubblica democratica, Engels era disposto a "giustificarla" "temporaneamente"
dal punto di vista dell'agitazione. Ma questa parola d'ordine era opportunista,
non soltanto perchè imbelliva la democrazia borghese, ma anche perchè esprimeva
l'incomprensione della critica socialista di ogni Stato in generale. Noi siamo
per la repubblica democratica, in quanto essa è, in regime capitalista, la forma
migliore di Stato per il proletariato, ma non abbiamo il diritto di dimenticare
che la sorte riservata al popolo, anche nella più democratica delle repubbliche
borghesi, è la schiavitù salariata. Proseguiamo. Ogni Stato è una "forza
repressiva particolare" della classe oppressa. Quindi uno Stato, qualunque
esso sia, non è libero e non è popolare. Marx ed Engels l'hanno
spiegato cento volte ai loro compagni di partito negli anni 1870-1880.
Quinto. La stessa opera di
Engels, in cui si trova il ragionamento sull'estinzione dello Stato che tutti
ricordano, contiene anche una considerazione sul significato della rivoluzione
violenta. La valutazione storica della sua funzione si trasforma in Engels in un
vero panegirico della rivoluzione violenta. Nessuno "se ne ricorda"; nei partiti
socialisti contemporanei non usa parlare dell'importanza di questa idea e
nemmeno pensarvi; nella propaganda e nell'agitazione quotidiana fra le masse
queste idee non trovano nessun posto. Eppure esse sono indissolubilmente legate
all'idea dell'"estinzione" dello Stato, con la quale formano un tutto.
Ecco questa considerazione di
Engels:
"...che la violenza abbia nella
società ancora un'altra funzione [oltre al male che essa produce], una funzione
rivoluzionaria, che essa, secondo le parole di Marx, sia la levatrice di ogni
vecchia società gravida di una nuova, che essa sia lo strumento con cui si
compie il movimento della società, e che infrange forme politiche irrigidite e
morte, di tutto questo nel sig. Dühring non si trova neanche una parola. Solo
con sospiri e con gemiti egli ammette la possibilità che per abbattere
l'economia dello sfruttamento sarà forse necessaria la violenza...purtroppo!
Infatti [secondo Dühring] ogni uso di violenza demoralizza colui che la usa. E
questo di fronte all'elevato slancio morale e intellettuale che è stato il
risultato di ogni rivoluzione vittoriosa! E questo in Germania, dove una
violenta collisione, che potrebbe anche essere imposta al popolo, avrebbe almeno
il vantaggio di estirpare lo spirito servile che, a causa dell' avvilimento
conseguente alla guerra dei trenta anni, ha permeato la coscienza nazionale. E
questa mentalità da predicatore, fiacca, insipida e impotente, ha la pretesa di
imporsi al partito più rivoluzionario che la storia conosca?" (p. 193, terza ed.
tedesca, fine del 4° capitolo, II parte).
Come unire nella stessa dottrina
questo panegirico della rivoluzione violenta, tenacemente presentato da Engels
ai socialdemocratici tedeschi dal 1878 al 1894, cioè fino alla sua morte , e la
teoria dell' "estinzione" dello Stato?
Di solito li si unisce con un
procedimento eclettico, ricorrendo senza criterio e in modo sofistico,
arbitrariamente (o per compiacere ai detentori del potere), ora all'uno, ora
all'altro di questi ragionamenti, e novantanove volte su cento, se non di più, è
precisamente 1'"estinzione" che è messa in primo piano. L'eclettismo è
sostituito alla dialettica; nei confronti del marxismo questa è la cosa più
consueta, più frequente nella letteratura socialdemocratica ufficiale dei nostri
giorni. Questa sostituzione non è certo una novità; si potè osservarla persino
nella storia della filosofia greca classica. Nella falsificazione opportunista
del marxismo, la falsificazione eclettica della dialettica inganna con più
facilità le masse, dà loro una apparente soddisfazione, finge di tener conto di
tutti gli aspetti del processo di tutte le tendenze dello sviluppo e di tutte le
influenze contraddittorie ecc., ma in realtà non dà alcuna nozione completa e
rivoluzionaria del processo di sviluppo della società.
Abbiamo già detto prima, e lo
dimostreremo in modo più particolareggiato nel seguito della nostra
argomentazione, che la dottrina di Marx e di Engels sulla necessità della
rivoluzione violenta si riferisce allo Stato borghese. Questo non può
essere sostituito dallo Stato proletario (dittatura del proletariato) per via di
"estinzione"; può esserlo unicamente, come regola generale, per mezzo della
rivoluzione violenta. Il panegirico con cui Engels esalta la rivoluzione
violenta concorda pienamente con le numerose dichiarazioni di Marx (ricordiamo
la conclusione della Miseria della filosofia e del Manifesto del
Partito comunista che proclama fieramente e categoricamente l'ineluttabilità
della rivoluzione violenta; ricordiamo la critica del programma di Gotha nel
1875, circa trent'anni più tardi, dove Marx flagella implacabilmente
l'opportunismo di questo programma). Questo panegirico non è per nulla effetto
di una "infatuazione", né una declamazione, né una trovata polemica. La
necessità di educare sistematicamente le masse in questa - e precisamente
in questa - idea della rivoluzione violenta, è alla base di tutta la
dottrina di Marx e di Engels. Il tradimento della loro dottrina perpetrato dalle
tendenze socialsciovinista e kautskiana oggi dominanti si esprime con
particolare rilievo nell'oblio di questa propaganda, di questa agitazione
da parte dell'una e dell'altra.
La sostituzione dello Stato
proletario allo Stato borghese non è possibile senza rivoluzione violenta. La
soppressione dello Stato proletario, cioè la soppressione di ogni Stato, non è
possibile che per via di "estinzione".
Marx ed Engels svilupparono
queste concezioni in modo particolareggiato e concreto, studiando ogni
situazione rivoluzionaria particolare, analizzando gli insegnamenti forniti
dall'esperienza di ogni rivoluzione. Passiamo a questa parte, - indubbiamente la
più importante, - della loro dottrina.
II. Lo Stato e la rivoluzione.
L'esperienza del 1848-1851
1. La vigilia della rivoluzione
Le prime opere del marxismo
giunto a maturità, la Miseria della filosofia e il Manifesto del
Partito comunista, appartengono appunto al periodo che precede
immediatamente la rivoluzione del 1848. Grazie a questa circostanza, noi
troviamo in esse, in una certa misura, accanto all'esposizione dei princípi
generali del marxismo, un riflesso della situazione rivoluzionaria concreta di
quel tempo; conviene quindi, io credo, studiare ciò che gli autori di queste
opere dicono dello Stato, immediatamente prima di esporre le loro conclusioni
sull'esperienza degli anni 1848-1851.
" ...La classe lavoratrice
scrive Marx nella Miseria della filosofia - sostituirà, nel corso del suo
sviluppo, all'antica società civile un'associazione che escluderà le classi e il
loro antagonismo, e non vi sarà più potere politico propriamente detto, poiché
il potere politico è precisamente il riassunto ufficiale dell'antagonismo [delle
classi] nella società civile" (p. 182, ed. tedesca, 1885).
E' istruttivo mettere a
confronto questa esposizione generale dell'idea della scomparsa dello Stato dopo
l'abolizione delle classi con l'esposizione fattane nel Manifesto del Partito
comunista, scritto da Marx e da Engels alcuni mesi più tardi, cioè nel
novembre del 1847.
"...Tratteggiando le fasi più
generali dello sviluppo del proletariato, abbiamo seguito la guerra civile più o
meno occulta entro la società attuale fino al momento in cui essa esplode in una
rivoluzione aperta, e col rovesciamento violento della borghesia il proletariato
stabilisce il suo dominio...
"...Abbiamo già visto sopra come
il primo passo nella rivoluzione operaia sia l'elevarsi del proletariato a
classe dominante, la conquista della democrazia.
"Il proletariato si servirà
della sua supremazia politica per strappare alla borghesia, a poco a poco, tutto
il capitale, per accentrare tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello
Stato, vale a dire del proletariato stesso organizzato come classe dominante, e
per aumentare, con la massima rapidità possibile, la massa delle forze
produttive" (pp. 31 e 37, settima edizione tedesca, 1906).
Vediamo qui formulata una delle
più notevoli e importanti idee del marxismo a proposito dello Stato, l'idea
della "dittatura del proletariato" ( espressione che Marx ed Engels cominciano
ad usare dopo la Comune di Parigi) vi troviamo in seguito una definizione dello
Stato del più alto interesse e che fa anch'essa parte delle "parole dimenticate"
del marxismo: "lo Stato, vale a dire il proletariato organizzato come classe
dominante".
Questa definizione dello Stato
non solo non è mai stata commentata nella letteratura di propaganda e di
agitazione che predomina nei partiti socialdemocratici ufficiali. Peggio ancora,
essa è stata dimenticata appunto perché è assolutamente inconciliabile col
riformismo e perché contrasta in modo irriducibile con i pregiudizi
opportunistici abituali e con le illusioni piccolo-borghesi sullo "sviluppo
pacifico della democrazia".
Il proletariato ha bisogno di
uno Stato, ripetono tutti gli opportunisti, i socialsciovinisti e i kautskiani,
assicurando che questa è la dottrina di Marx, ma "dimenticando" di aggiungere
che innanzi tutto il proletariato, secondo Marx, ha bisogno unicamente di uno
Stato in via di estinzione, organizzato cioè in modo tale che cominci subito ad
estinguersi, e non possa non estinguersi. E, in secondo luogo, che i lavoratori
hanno bisogno dello "Stato", "cioè del proletariato organizzato come classe
dominante".
Lo Stato è un'organizzazione
particolare della forza, è l'organizzazione della violenza destinata a reprimere
una certa classe. Qual è, dunque, la classe che il proletariato deve reprimere?
Evidentemente una sola: la classe degli sfruttatori, vale a dire la borghesia. I
lavoratori hanno bisogno dello Stato solo per reprimere la resistenza degli
sfruttatori, e solo il proletariato è in grado di dirigere e di attuare questa
repressione, perché il proletariato è la sola classe rivoluzionaria fino in
fondo, la sola classe capace di unire tutti i lavoratori e tutti gli sfruttati
nella lotta contro la borghesia, per soppiantarla completamente.
Le classi sfruttatrici hanno
bisogno del dominio politico per il mantenimento dello sfruttamento, vale a dire
nell'interesse egoistico di un'infima minoranza contro l'immensa maggioranza del
popolo. Le classi sfruttate hanno bisogno del dominio politico per sopprimere
completamente ogni sfruttamento, vale a dire nell'interesse dell'immensa
maggioranza del popolo, contro l'infima minoranza dei moderni schiavisti: i
proprietari fondiari e i capitalisti.
I democratici piccolo-borghesi,
questi sedicenti socialisti che hanno sostituito alla lotta delle classi le loro
fantasticherie sull'intesa fra le classi, si sono rappresentati anche la
trasformazione socialista come una fantasticheria; non come l'abbattimento del
dominio della classe sfruttatrice, ma come la sottomissione pacifica della
minoranza alla maggioranza, consapevole dei propri compiti. Questa utopia
piccolo-borghese, indissolubilmente legata al riconoscimento di uno Stato al di
sopra delle classi, praticamente non ha portato ad altro che al tradimento degli
interessi delle classi lavoratrici, come è stato provato, per esempio, dalla
storia delle rivoluzioni francesi del 1848 e del 1871, come è stato provato
dall'esperienza della partecipazione "socialista" ai ministeri borghesi in
Inghilterra, in Francia, in Italia e altrove alla fine del secolo decimonono e
all'inizio del secolo ventesimo.
Marx lottò tutta la vita contro
un tale socialismo piccolo-borghese, risuscitato oggi in Russia dai partiti
socialista-rivoluzionario e menscevico. Marx sviluppò la dottrina della lotta di
classe in modo coerente, ricavando da essa la dottrina del potere politico,
dello Stato.
L'abbattimento del dominio
borghese è possibile soltanto ad opera del proletariato, come classe
particolare, preparata a questo rovesciamento dalle proprie condizioni
economiche di esistenza che gli danno la possibilità e la forza di compierlo.
Mentre la borghesia fraziona, disperde la classe contadina e tutti gli strati
piccolo-borghesi, essa concentra, raggruppa e organizza il proletariato. Grazie
alla sua funzione economica nella grande produzione, solo il proletariato è
capace di essere la guida di tutti i lavoratori e di tutte le
masse sfruttate, che la borghesia spesso sfrutta, opprime, schiaccia non meno e
anche più dei proletari, ma che sono incapaci di lottare indipendentemente
per la loro emancipazione.
La dottrina della lotta di
classe, applicata da Marx allo Stato e alla rivoluzione socialista, porta
necessariamente a riconoscere il dominio politico del
proletariato, la sua dittatura, il potere cioè ch'esso non divide con nessuno e
che si appoggia direttamente sulla forza armata delle masse. L'abbattimento
della borghesia non è realizzabile se non attraverso la trasformazione del
proletariato in classe dominante, capace di reprimere la resistenza
inevitabile, disperata della borghesia, di organizzare per un nuovo regime
economico tutte le masse lavoratrici e sfruttate.
Il potere statale,
l'organizzazione centralizzata della forza, l'organizzazione della violenza,
sono necessari al proletariato sia per reprimere la resistenza degli
sfruttatori, sia per dirigere l'immensa massa della popolazione -
contadini, piccola borghesia, semiproletariato - nell' opera di "avviamento"
dell'economia socialista.
Educando il partito operaio, il
marxismo educa una avanguardia del proletariato, capace di prendere il potere e
di condurre tutto il popolo al socialismo, capace di dirigere e di
organizzare il nuovo regime, d'essere il maestro, il dirigente, il capo di tutti
i lavoratori, di tutti gli sfruttati, nell'organizzazione della loro vita
sociale senza la borghesia e contro la borghesia. L'opportunismo oggi dominante
educa invece il partito operaio in modo da farne il rappresentante dei
lavoratori meglio retribuiti, che si staccano dalle masse, "si sistemano"
abbastanza comodamente nel regime capitalistico e vendono per un piatto di
lenticchie il loro diritto di primogenitura, rinunciando cioè alla loro funzione
di guida rivoluzionaria del popolo nella lotta contro la borghesia.
"Lo Stato, vale a dire il
proletariato organizzato come classe dominante", - questa teoria di Marx è
indissolubilmente legata a tutta la sua dottrina sulla funzione rivoluzionaria
del proletariato nella storia. Questa funzione culmina nella dittatura
proletaria, nel dominio politico del proletariato.
Ma se il proletariato ha bisogno
dello Stato in quanto organizzazione particolare della violenza contro la
borghesia, ne scaturisce spontaneamente la conclusione: la creazione di una tale
organizzazione è concepibile senza che sia prima annientata, distrutta la
macchina dello Stato che la borghesia ha creato per sé? Il Manifesto
del Partito comunista conduce direttamente a questa conclusione, ed è di
questa conclusione che Marx parla quando fa il bilancio dell'esperienza della
rivoluzione del 1848-l851.
2. Il bilancio di una rivoluzione
Sul problema dello Stato che ci
interessa, Marx, nella sua opera Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, fa con
questo ragionamento il bilancio dei risultati della rivoluzione del 1848-l851.
"...Ma la rivoluzione va fino al
fondo delle cose. Sta ancora attraversando il purgatorio. Lavora con metodo.
Fino al 2 dicembre [1851]" (data del colpo di Stato di Luigi Bonaparte) "non ha
condotto a termine che la prima metà della sua preparazione; ora sta compiendo
l'altra metà. Prima ha elaborato alla perfezione il potere parlamentare, per
poterlo rovesciare. Ora che ha raggiunto questo risultato, essa spinge alla
perfezione il potere esecutivo, lo riduce alla sua espressione più pura,
lo isola, si leva di fronte ad esso come l'unico ostacolo, per concentrare
contro di esso tutte le sue forze di distruzione" ( il corsivo è nostro). "E
quando la rivoluzione avrà condotto a termine questa seconda metà del suo lavoro
preparatorio, l'Europa balzerà dal suo seggio e griderà: Ben scavato, vecchia
talpa!
"Questo potere esecutivo, con la
sua enorme organizzazione burocratica e militare, col suo meccanismo statale
complicato e artificiale, con un esercito di impiegati di mezzo milione accanto
a un altro esercito di mezzo milione di soldati, questo spaventoso corpo
parassitario che avvolge come un involucro il corpo della società francese e ne
ostruisce tutti i pori, si costituì nel periodo della monarchia assoluta, al
cadere del sistema feudale, la cui caduta aiutò a rendere più rapida." La prima
rivoluzione francese sviluppò la centraIizzazione, "e in pari tempo dovette
sviluppare l'ampiezza, gli attributi e gli strumenti del potere governativo.
Napoleone portò alla perfezione questo meccanismo delIo Stato. La monarchia
legittima e la monarchia di luglio non vi aggiunsero nulla, eccetto una più
grande divisione del lavoro...
" ...La repubblica parlamentare,
infine, si vide costretta a rafforzare nella sua lotta contro la rivoluzione,
assieme alle misure di repressione, gli strumenti e la centralizzazione del
potere dello Stato. Tutti i rivolgimenti politici non fecero che
perfezionare questa macchina, invece di spezzarla" (il corsivo è nostro). "I
partiti che successivamente lottarono per il potere considerarono il possesso di
questo enorme edificio dello Stato come il bottino principale del vincitore" (Il
18 Brumaio di Luigi Bonaparte, pp. 98-99, quarta ed. tedesca, Amburgo,
1907).
In questo ammirevole
ragionamento il marxismo fa un grandissimo passo in avanti in confronto al
Manifesto del Partito comunista. Il problema dello Stato nel Manifesto
era posto in modo ancora troppo astratto, in nozioni e termini dei più generici.
Qui il problema è posto concretamente e la conclusione è estremamente precisa,
ben definita, praticamente tangibile: tutte le rivoluzioni precedenti non fecero
che perfezionare la macchina dello Stato, mentre bisogna spezzarla, demolirla.
Questa conclusione è la cosa
principale, essenziale della dottrina marxista sullo Stato. E appunto questa
cosa essenziale non solo è stata completamente dimenticata dai partiti
socialdemocratici ufficiali dominanti, ma è stata perfino snaturata (come
vedremo) dal più eminente teorico della Seconda Internazionale, K. Kautsky.
Nel Manifesto del Partito
comunista si ricavano gli insegnamenti generali della storia; questi
insegnamenti ci mostrano lo Stato come l'organo del dominio di una classe e ci
portano a questa necessaria conclusione: il proletariato non potrebbe rovesciare
la borghesia senza aver prima conquistato il potere politico, senza essersi
assicurato il dominio politico, senza trasformare lo Stato in "proletariato
organizzato come classe dominante"; e questo Stato proletario comincerà ad
estinguersi subito dopo la sua vittoria, poichè lo Stato è inutile ed
impossibile in una società senza antagonismi di classe. Il problema di
determinare in che cosa consista - dal punto di vista dello sviluppo storico -
questa sostituzione dello Stato proletario allo Stato borghese qui non è posto.
Proprio questo è il problema che
Marx pone e risolve nel 1852. Fedele alla sua filosofia, il materialismo
dialettico, Marx prende come base l'esperienza storica dei grandi anni
rivoluzionari 1848-l851. Qui, come sempre, la dottrina di Marx è il bilancio
di un'esperienza, bilancio illuminato da una profonda concezione filosofica
del mondo e da una vasta conoscenza della storia.
Il problema dello Stato si pone
in modo concreto: come è sorto storicamente lo Stato borghese, la macchina
statale necessaria al dominio della borghesia ? Quali trasformazioni, quali
evoluzioni ha subito nel corso delle rivoluzioni borghesi e di fronte ai
movimenti autonomi delle classi oppresse? Quali sono i compiti del proletariato
rispetto a questa macchina statale ?
Il potere statale centralizzato,
proprio della società borghese, apparve nel periodo della caduta
dell'assolutismo. Le due istituzioni più caratteristiche di questa macchina
statale sono: la burocrazia e l'esercito permanente. Marx ed Engels parlano
molte volte, nelle loro opere, dei mille legami che collegano queste istituzioni
appunto con la borghesia. L'esperienza acquisita da ogni lavoratore gli spiega
in modo estremamente evidente e convincente questi legami. La classe operaia
impara a conoscerli a proprie spese. Per questo essa afferra con tanta facilità
ed assimila così bene la scienza che afferma l'ineluttabilità di questi legami,
scienza che i democratici piccolo-borghesi negano per ignoranza o per
leggerezza, quando non abbiano la leggerezza ancora maggiore di ammetterla "in
generale", trascurando però di trarne le corrispondenti conclusioni pratiche.
La burocrazia e l'esercito
permanente sono dei "parassiti" sul corpo della società borghese, parassiti
generati dalle contraddizioni interne che dilaniano questa società, ma parassiti
appunto che ne "ostruiscono" i pori vitali. L'opportunismo kautskiano, oggi
prevalente nella socialdemocrazia ufficiale, ritiene che questa concezione dello
Stato, considerato come organismo parassitario, sia propria degli
anarchici, ed esclusivamente degli anarchici. Questa deformazione del marxismo è
certo, estremamente vantaggiosa ai piccoli borghesi che hanno portato il
socialismo all'inaudita vergogna di giustificare e di imbellire la guerra
imperialistica applicandole il concetto di "difesa della patria", ma rimane
tuttavia una deformazione incontestabile.
Questo apparato burocratico e
militare si sviluppa, si perfeziona e si rafforza attraverso le numerose
rivoluzioni borghesi di cui l'Europa è stata teatro dalla caduta del feudalesimo
in poi. Tra l'altro, la piccola borghesia si lascia attrarre dalla parte della
grande borghesia, ed è sottomessa a quest'ultima, in misura notevole proprio per
mezzo di questo apparato che dà agli strati superiori dei contadini, dei piccoli
artigiani, dei commercianti, ecc. impieghi relativamente comodi, tranquilli ed
onorifici e che pongono i loro titolari al di sopra del popolo. Si pensi
a quello che è avvenuto in sei mesi, dopo il 27 febbraio 1917, in Russia: i
posti di funzionari, una volta riservati di preferenza agli ultrareazionari,
sono divenuti il bottino dei cadetti, dei menscevichi e dei
socialisti-rivoluzionari. Non si è pensato, in fondo, a nessuna riforma seria;
si è cercato di rinviare le riforme "fino all'Assemblea costituente", e di
rinviare a poco a poco l'Assemblea costituente fino alla fine della guerra! Ma
per la divisione del bottino, per l'attribuzione di sinecure ministeriali, di
sottosegretariati di Stato, di posti di governatori generali, ecc. ecc. non si è
perso tempo e non si è aspettata nessuna Assemblea costituente! Il giuoco delle
combinazioni ministeriali non è stato, in fondo, che l'espressione di questa
divisione e nuova spartizione del "bottino" alla quale si procede, dall'alto al
basso, in tutto il paese, in tutte le amministrazioni centrali e locali. E'
chiaro il risultato, il risultato obiettivo, dopo sei mesi - dal 27 febbraio al
27 agosto 1917 - di tutto ciò: le riforme sono rinviate, la spartizione degli
impieghi è compiuta e gli "errori" commessi in questa spartizione sono stati
corretti con qualche nuova spartizione.
Ma più si procede a "nuove
spartizioni" dell'apparato amministrativo fra i diversi partiti borghesi e
piccolo-borghesi (cadetti. socialisti-rivoluzionari e menscevichi, se si prende
l'esempio della Russia), e con maggiore evidenza appare alle classi oppresse, e
al proletariato che ne è il capo, la loro ostilità irreducibile alla società
borghese nel suo insieme. Di qui la necessità per tutti i partiti
borghesi, anche i più democratici e "democratici rivoluzionari", di accentuare
la repressione contro il proletariato rivoluzionario, di rafforzare l'apparato
di coercizione, cioè questa stessa macchina statale. Questo corso degli
avvenimenti obbliga perciò la rivoluzione a "concentrare tutte le sue forze
di distruzione" contro il potere dello Stato; le impone il compito non di
migliorare la macchina statale, ma di demolirla, di distruggerla.
Non le deduzioni logiche, ma il
corso reale degli avvenimenti, l'esperienza vissuta del 1848-1851, hanno
condotto a porre il problema in questi termini. Fino a che punto Marx si attenga
strettamente alla base reale della esperienza storica, è dimostrato dal fatto
che nel 1852 egli non si domanda ancora in concreto che cosa si debba
sostituire a questa macchina dello Stato che deve essere distrutta. L'esperienza
non aveva allora fornito degli esempi che potessero far sorgere questa
questione, che solo più tardi, nel 1871, la storia mise all'ordine del giorno.
Nel 1852 si poteva unicamente
constatare, con la precisione propria delle scienze naturali, che la rivoluzione
proletaria affrontava il compito di "concentrare tutte le sue forze di
distruzione" contro il potere dello Stato, il compito di "spezzare" la macchina
statale.
Si potrebbe a questo punto porre
la domanda se sia giusto generalizzare l'esperienza, le osservazioni e le
conclusioni Marx e applicarle a un campo più vasto della storia di tre anni
della Francia: daI 1848 al 1851. Ricordiamo innanzi tutto, per analizzare la
questione, un'osservazione di Engels. Passeremo poi all'esame dei fatti.
"...La Francia - scriveva Engels
nella prefazione alla terza edizione del 18 Brumaio - è il paese in cui
le lotte di classe della storia vennero combattute sino alla soluzione decisiva
più che in qualsiasi altro luogo; e in cui quindi anche le mutevoli forme
politiche, dentro alle quali quelle lotte si svolgono e in cui si riassumono i
loro risultati, prendono i contorni più netti. Centro del feudalesimo nel
medioevo, paese classico, a partire dal Rinascimento, della monarchia unitaria a
poteri limitati, la Francia ha, con La Grande Rivoluzione, distrutto il
feudalesimo e fondato il puro dominio della borghesia, in forma classica come
nessun altro paese europeo. Anche la lotta del proletariato in ascesa contro la
borghesia dominante assume qui una forma acuta, che altrove è sconosciuta" (p.
4, edizione del 1907).
Quest'ultima osservazione è
invecchiata, poichè dopo il 1871 la lotta rivoluzionaria del proletariato
francese ha subíto una interruzione; interruzione però che, per quanto lunga,
non esclude affatto che la Francia possa, nel corso della futura rivoluzione
proletaria, rivelarsi ancora una volta come il paese classico della lotta delle
classi condotta risolutamente fino in fondo.
Ma gettiamo uno sguardo
d'insieme sulla storia dei paesi avanzati alla fine del secolo decimonono e al
principio del secolo ventesimo. Vedremo come, più lentamente, in forme più
varie, su un'area molto più estesa, si sia svolto lo stesso processo: da un
lato, l'elaborazione di un "potere parlamentare", tanto nei paesi repubblicani
(Francia, America, Svizzera), quanto in quelli monarchici (Inghilterra,
Germania, fino a un certo punto, Italia, paesi scandinavi, ecc.); dall'altro, la
lotta per il potere dei diversi partiti borghesi e piccolo-borghesi che si
dividono e si ridistribuiscono il "bottino" degli incarichi statali, mentre
immutate restano le basi del regime borghese; finalmente un processo di
perfezionamento e di rafforzamento del "potere esecutivo", del suo apparato
burocratico e militare.
Non v'è alcun dubbio che questi
sono i caratteri comuni a tutta l'evoluzione moderna degli Stati capitalistici
in generale. In tre anni, dal 1848 al 1851, la Francia mostrò, in una forma
rapida, netta e concentrata, i processi di sviluppo propri dell'insieme del
mondo capitalistico.
L'imperialismo - epoca del
capitale bancario e dei giganteschi monopoli capitalistici, epoca in cui il
capitalismo monopolistico si trasforma in capitalismo monopolistico di Stato -
mostra in modo particolare lo straordinario consolidamento della "macchina
statale", l'inaudito accrescimento del suo apparato burocratico e militare per
accentuare la repressione contro il proletariato, sia nei paesi monarchici che
nei più liberi paesi repubblicani.
La storia universale pone oggi,
senza alcun dubbio, e su scala incomparabilmente più ampia che neI 1852, il
compito della "concentrazione di tutte le forze" della rivoluzione proletaria
per la "distruzione" della macchina statale.
Con che cosa il proletariato la
sostituirà? La Comune di Parigi ci ha fornito a questo proposito gli esempi più
istruttivi.
3. Come Marx poneva la questione
nel 1852
Mehring pubblicava nel 1907
nella Neue Zeit ( XXV, 2, 164 ) alcuni estratti di una lettera di Marx a
Weydemeyer, del 5 marzo 1852. Questa lettera contiene fra l'altro il seguente
importantissimo passo:
"Per quello che mi riguarda, a
me non appartiene né il merito di aver scoperto l'esistenza delle classi nella
società moderna né quello di aver scoperto la lotta tra di esse. Già molto tempo
prima di me degli storici borghesi avevano esposto la evoluzione storica di
questa lotta delle classi, e degli economisti borghesi avevano esposto
l'anatomia economica delle classi. Quel che io ho fatto di nuovo è stato di
dimostrare: l. che l'esistenza delle classi è soltanto legata a
determinate fasi di sviluppo storico della produzione [historische
Entwicklungsphasen der Produktion]; 2. che la lotta di classe
necessariamente conduce alla dittatura del proletariato; 3. che questa
dittatura stessa costituisce soltanto il passaggio alla soppressione di tutte
le classi e a una società senza classi...".
In queste righe Marx è riuscito
in primo luogo a esprimere con una impressionante nitidezza l'elemento
essenziale e fondamentale che distingue la sua dottrina dalle dottrine dei più
profondi e avanzati pensatori della borghesia. In secondo luogo, egli ha qui
indicato la sostanza della sua dottrina dello Stato.
L'elemento essenziale della
dottrina di Marx è la lotta di classe. Cosí si dice e si scrive molto spesso. Ma
questo non è vero e da questa affermazione errata deriva, di solito, una
deformazione opportunista del marxismo, un travestimento del marxismo nel senso
di renderlo accettabile alla borghesia. Perchè la dottrina della lotta di classe
non è stata creata da Marx, ma dalla borghesia prima di Marx. e può, in
generale, essere accettata dalla borghesia. Colui che si accontenta
di riconoscere la lotta delle classi non è ancora un marxista, e può darsi
benissimo che egli non esca dai limiti del pensiero borghese e dalla politica
borghese. Ridurre il marxismo alla dottrina della lotta delle classi, vuol dire
mutilare il marxismo, deformarlo, ridurlo a ciò che la borghesia può accettare.
Marxista è soltanto colui che estende il riconoscimento della lotta delle
classi sino al riconoscimento della dittatura del proletariato. In questo
consiste la differenza più profonda tra il marxista e il banale piccolo-borghese
(e anche il grande). E' questo il punto attorno al quale bisogna mettere alla
prova la comprensione e il riconoscimento effettivi del marxismo. E non
vi è da meravigliarsi che, nel momento in cui la storia dell'Europa ha condotto
la classe operaia a porsi praticamente questa questione, non solo tutti
gli opportunisti e i riformisti, ma anche tutti i "kautskiani" (gente che
oscilla tra il riformismo e il marxismo) abbiano rivelato di essere dei
miserabili filistei e dei democratici piccolo-borghesi che negano la
dittatura del proletariato. L'opuscolo di Kautsky La dittatura del
proletariato, uscito nell'agosto 1918, cioè molto tempo dopo la
pubblicazione della prima edizione del presente libro, è un modello di
deformazione piccolo-borghese del marxismo e di vile rinuncia ad esso nei
fatti, unite a un riconoscimento ipocrita di esso a parole (si veda
il mio opuscolo: La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky,
Pietrogrado e Mosca 1918).
L'opportunismo contemporaneo,
personificato dal suo maggiore rappresentante, l'ex marxista K. Kautsky, rientra
completamente nella caratteristica attribuita da Marx alla posizione borghese,
perchè esso riconosce la lotta di classe soltanto nei limiti dei rapporti
borghesi. (Ma entro questi limiti, nel quadro di questi rapporti, nessun
liberale colto si rifiuta di riconoscere "in linea di principio" la lotta di
classe!) L'opportunismo non porta il riconoscimento della lotta di classe
sino al punto precisamente essenziale, sino al periodo del passaggio dal
capitalismo al comunismo, sino al periodo dell'abbattimento della
borghesia e del suo annientamento completo. In realtà, questo periodo è
inevitabilmente un periodo di lotta di classe di un'asprezza inaudita, un
periodo in cui le forme di questa lotta diventano quanto mai acute, e quindi
anche lo Stato di questo periodo deve essere uno Stato democratico in modo
nuovo (per i proletari e i non possidenti in generale), e dittatoriale in
modo nuovo (contro la borghesia).
Ancora. L'essenza della dottrina
dello Stato di Marx può essere compresa fino in fondo soltanto da colui che
comprende che la dittatura di una sola classe è necessaria non solo per
ogni società classista in generale, non solo per il proletariato dopo
aver abbattuto la borghesia, ma per un intero periodo storico, che separa
il capitalismo della "società senza classi", dal comunismo. Le forme degli Stati
borghesi sono straordinariamente varie, ma la loro sostanza è unica: tutti
questi Stati sono in un modo o nell'altro, ma in ultima analisi,
necessariamente, una dittatura della borghesia. Il passaggio dal
capitalismo al comunismo, naturalmente, non può non produrre un'enorme
abbondanza e varietà di forme politiche, ma la sostanza sarà inevitabilmente una
sola: la dittatura del proletariato.
III. Lo Stato e la rivoluzione.
L' esperienza della Comune di Parigi (1871).
L'analisi di Marx
1. In che cosa consiste l'eroismo
del tentativo dei comunardi?
E' noto che alcuni mesi prima
della Comune, nell' autunno del 1870, Marx metteva in guardia gli operai
parigini, mostrando loro che ogni tentativo di rovesciare il governo sarebbe
stato una sciocchezza dettata dalla disperazione . Ma quando, nel marzo 1871, la
battaglia decisiva fu imposta agli operai, ed essi l'accettarono cosicchè
l'insurrezione divenne un fatto compiuto, Marx, nonostante i cattivi presagi,
salutò con entusiasmo la rivoluzione proletaria. Egli non si ostinò a condannare
per pedanteria un movimento "inopportuno", come fece Plekhanov, il tristemente
celebre rinnegato russo del marxismo, che nei suoi scritti del novembre 1905
incoraggiava gli operai e i contadini alla lotta e, dopo il dicembre 1905,
gridava alla maniera dei liberali: "Non bisognava prendere le armi".
Marx non si limitò tuttavia ad
entusiasmarsi per l'eroismo dei comunardi che, com'egli diceva, "davano
l'assalto al cielo". Nel movimento rivoluzionario delle masse, benchè esso non
avesse raggiunto il suo scopo, Marx vide una esperienza storica di enorme
importanza, un sicuro passo in avanti della rivoluzione proletaria mondiale, un
tentativo pratico più importante di centinaia di programmi e di ragionamenti.
Analizzare questa esperienza, ricavarne delle lezioni di tattica, rivedere,
sulla base di questa esperienza, la sua teoria - questo fu il compito che Marx
si pose.
L'unico "emendamento" che Marx
giudicò necessario apportare al Manifesto del Partito comunista, lo fece
sulla base dell'esperienza rivoluzionaria dei comunardi di Parigi.
L'ultima prefazione a una nuova
edizione tedesca del Manifesto del Partito comunista firmata insieme dai
due autori porta la data del 24 giugno 1872. In questa prefazione Karl Marx e
Friedrich Engels dicono che il programma del Manifesto del Partito comunista
"è oggi qua e là invecchiato".
"...La Comune, specialmente, -
essi aggiungono, - ha fornito la prova che "la classe operaia non può
impossessarsi puramente e semplicemente di una macchina statale già pronta e
metterla in moto per i suoi propri fini"..." .
Le ultime parole, fra
virgolette, di questa citazione sono prese dagli autori dall'opera di Marx:
La guerra civile in Francia. Così, a questo insegnamento principale e
fondamentale della Comune di Parigi, venne attribuita da Marx ed Engels
un'importanza talmente grande da trarne un emendamento sostanziale al
Manifesto del Partito comunista.
E' estremamente caratteristico
che gli opportunisti abbiano snaturato proprio questo emendamento sostanziale; e
i nove decimi, se non i novantanove centesimi, dei lettori del Manifesto del
Partito comunista non ne afferrano certamente la portata. Su questa
deformazione parleremo in particolare, in un capitolo successivo dedicato in
modo speciale alle deformazioni. Qui basta rilevare che l'"interpretazione"
corrente, volgare, della famosa formula di Marx, da noi citata, è che Marx vi
avrebbe sottolineato l'idea dell'evoluzione lenta, in contrapposizione con la
conquista del potere, ecc.
In realtà, è proprio il
contrario. L'idea di Marx è che la classe operaia deve spezzare, demolire
la "macchina statale già pronta", e non limitarsi semplicemente ad
impossessarsene.
Il 12 aprile 1871, vale a dire
precisamente durante la Comune, Marx scriveva a Kugelmann:
"...Se tu rileggi l'ultimo
capitolo del mio 18 Brumaio troverai che io affermo che il prossimo
tentativo della rivoluzione francese non consisterà nel trasferire da una mano
ad un'altra la macchina militare e burocratica, come è avvenuto fino ad ora, ma
nello spezzarla" (il corsivo è di Marx; zerbrechen nell'originale)
"e che tale è la condizione preliminare di ogni reale rivoluzione popolare sul
Continente. In questo consiste pure il tentativo dei nostri eroici compagni
parigini" (Neue Zeit, XX, I, 1901-1902. p. 709). (Le lettere di Marx a
Kugelmann sono state pubblicate in russo almeno in due edizioni, una delle quali
da me curata e preceduta da una mia prefazione.)
"Spezzare la macchina
burocratica e militare": in queste parole è espresso in modo incisivo
l'insegnamento principale del marxismo sui compiti del proletariato nella
rivoluzione per ciò che riguarda lo Stato. E proprio questo è l'insegnamento che
non solo è stato assolutamente dimenticato, ma addirittura deformato
dall'"interpretazione" dominante, kautskiana, del marxismo!
Quanto al passo del 18
Brumaio al quale Marx si riferisce, l'abbiamo citato più sopra
integralmente.
E' interessante segnalare
soprattutto due punti del passo citato da Marx. Anzitutto Marx limita la sua
conclusione al Continente. Questo era comprensibile nel 1871, quando
l'Inghilterra era ancora il modello d'un paese capitalistico puro, ma senza
militarismo e in misura notevole senza burocrazia. Perciò Marx escludeva
l'Inghilterra, dove la rivoluzione, e anche una rivoluzione popolare, si
presentava ed era allora possibile senza la condizione preliminare della
distruzione della "macchina statale già pronta".
Attualmente, nel 1917,
nell'epoca della prima grande guerra imperialista, questa riserva di Marx cade:
l'Inghilterra e l'America, che erano, in tutto il mondo, le maggiori e le ultime
rappresentanti della "libertà" anglosassone per quanto riguarda l'assenza di
militarismo e di burocrazia, sono precipitate interamente nel lurido, sanguinoso
pantano, comune a tutta Europa, delle istituzioni militari e burocratiche che
tutto sottomettono a sé e tutto comprimono. Oggi, in Inghilterra e in America,
la "condizione preliminare di ogni reale rivoluzione popolare" è la rottura,
la distruzione della "macchina statale già pronta" (portata in questi
paesi nel 1914-1917 a una perfezione "europea", imperialistica).
In secondo luogo, merita un'
attenzione particolare la osservazione straordinariamente profonda di Marx che
la distruzione della macchina burocratica e militare dello Stato è "la
condizione preliminare di ogni reale rivoluzione popolare". Questo
concetto di rivoluzione "popolare" sembra strano in bocca a Marx, e i
plekhanovisti e i menscevichi russi, questi seguaci di Struve che vogliono farsi
passare per marxisti, potrebbero dire che questa espressione di Marx è un
"lapsus". Essi hanno deformato il marxismo in modo così piattamente liberale che
nulla esiste per loro all'infuori dell'antitesi: rivoluzione borghese o
rivoluzione proletaria, e anche quest'antitesi è da essi concepita nel modo più
scolastico che si possa immaginare.
Se si prendono come esempio le
rivoluzioni del ventesimo secolo, bisogna ben riconoscere che sia la rivoluzione
portoghese che la rivoluzione turca furono rivoluzioni borghesi. Ma né l'una né
l'altra furono "popolari"; né nell'una né nell'altra, infatti, la massa del
popolo, la sua stragrande maggioranza, agì in modo attivo, indipendente, con le
sue particolari esigenze economiche e politiche. La rivoluzione borghese russa
del 1905-1907, invece, pur non avendo ottenuto i "brillanti" successi riportati
in certi momenti dalle rivoluzioni portoghese e turca, fu incontestabilmente una
rivoluzione "veramente popolare", poichè la massa del popolo, la sua
maggioranza, i suoi strati sociali "inferiori", più profondi, oppressi dal giogo
e dallo sfruttamento, si sollevarono in modo indipendente e lasciarono su tutta
la rivoluzione l'impronta delle loro esigenze, dei loro tentativi
di costruire a modo loro una nuova società al posto dell'antica ch'essi
distruggevano.
Nell'Europa del 1871, il
proletariato non formava la maggioranza del popolo in nessun paese del
Continente. Una rivoluzione poteva essere "popolare", mettere in movimento la
maggioranza effettiva soltanto a condizione di abbracciare il proletariato e i
contadini. Queste due classi costituivano allora il "popolo". Queste due classi
sono unite dal fatto che la "macchina burocratica e militare dello Stato" le
opprime, le schiaccia, le sfrutta. Spezzare questa macchina, demolirla,
ecco il vero interesse del "popolo", della maggioranza del popolo, degli operai
e della maggioranza dei contadini, ecco la "condizione preliminare" della libera
alleanza dei contadini poveri con i proletari. Senza quest'alleanza non è
possibile una democrazia salda, non è possibile una trasformazione socialista.
E' noto che la Comune di Parigi
si era aperta una strada verso questa alleanza, ma non raggiunse il suo scopo
per ragioni di ordine interno ed esterno.
Parlando quindi di una "reale
rivoluzione popolare", senza dimenticare affatto le particolarità della piccola
borghesia (delle quali parlò molto e spesso), Marx teneva dunque rigorosamente
conto dei reali rapporti di forza fra le classi della maggior parte degli Stati
continentali dell'Europa del 1871. D'altra parte egli costatava che gli operai e
i contadini sono egualmente interessati a spezzare la macchina statale,
che ciò li unisce e pone di fronte a loro il compito comune di sopprimere il
"parassita" e di sostituirlo con qualche cosa di nuovo.
Con che cosa precisamente ?
2. Con che cosa sostituire la
macchina statale spezzata?
A questa domanda Marx non dava
ancora, nel 1847, nel Manifesto del Partito comunista, che una risposta
puramente astratta; per meglio dire indicava i problemi e non i mezzi per
risolverli. Sostituire la macchina dello Stato spezzata con 1'"organizzazione
del proletariato come classe dominante", con la "conquista della democrazia":
questa era la risposta del Manifesto del Partito comunista.
Senza cadere nell'utopia, Marx
aspettava dall'esperienza di un movimento di massa la risposta alla
questione: quali forme concrete avrebbe assunto questa organizzazione del
proletariato come classe dominante e in che modo precisamente questa
organizzazione avrebbe coinciso con la più completa e conseguente "conquista
della democrazia".
Nella Guerra civile in
Francia Marx sottopone l'esperienza della Comune, per quanto breve essa sia
stata, a un'analisi attentissima. Citiamo i passi principali di questo scritto:
Nel secolo decimonono, trasmesso
dal medioevo, si sviluppava "il potere statale centralizzato, con i suoi organi
dappertutto presenti: esercito permanente, polizia, burocrazia, clero e
magistratura". A misura che l'antagonismo di classe tra capitale e lavoro si
accentuava, "il potere dello Stato assumeva sempre più il carattere [...] di
forza pubblica organizzata per l'asservimento sociale, di uno strumento di
dispotismo di classe. Dopo ogni rivoluzione che segnava un passo avanti nella
lotta di classe, il carattere puramente repressivo del potere dello Stato
risaltava in modo sempre più evidente". Dopo la rivoluzione del 1848-1849 il
potere dello Stato diviene uno "strumento pubblico di guerra del capitale contro
il lavoro". Il Secondo Impero non fa che consolidarlo.
"La Comune fu l'antitesi diretta
dell'Impero." "Fu la forma positiva" di "una repubblica che non avrebbe dovuto
eliminare soltanto la forma monarchica del dominio di classe, ma lo stesso
dominio di classe...".
In che cosa consisteva questa
forma "positiva" di repubblica proletaria, socialista? Quale era lo Stato
ch'essa aveva cominciato a creare?
"...Il primo decreto della
Comune fu la soppressione dell'esercito permanente, e la sostituzione ad esso
del popolo armato..."
Questa rivendicazione figura
oggi nel programma di tutti i partiti che desiderano chiamarsi socialisti. Ma
quel che valgono i loro programmi, lo dimostra nel modo migliore la condotta dei
nostri socialisti-rivoluzionari e dei nostri menscevichi che, appunto dopo la
rivoluzione del 27 febbraio, di fatto si rifiutarono di attuare questa
rivendicazione!
"...La Comune fu composta dei
consiglieri municipali eletti a suffragio universale nei diversi mandamenti di
Parigi, responsabili e revocabili in qualunque momento. La maggioranza dei suoi
membri erano naturalmente operai, o rappresentanti riconosciuti della classe
operaia... Invece di continuare ad essere agente del governo centrale, la
polizia fu immediatamente spogliata delle sue attribuzioni politiche e
trasformata in strumento responsabile della Comune revocabile in qualunque
momento. Lo stesso venne fatto per i funzionari di tutte le altre branche
dell'amministrazione. Dai membri della Comune in giù, il servizio pubblico
doveva essere compiuto per salari da operai. I diritti acquisiti e le
indennità di rappresentanza degli alti dignitari dello Stato scomparvero insieme
coi dignitari stessi... Sbarazzatisi dell'esercito permanente e della polizia,
elementi della forza fisica del vecchio governo, la Comune si preoccupò di
spezzare la forza di repressione spirituale, il "potere dei preti"... I
funzionari giudiziari furono spogliati di quella sedicente indipendenza...
dovevano essere elettivi, responsabili e revocabili...".
La Comune avrebbe dunque
"semplicemente" sostituito la macchina statale spezzata con una democrazia più
completa: soppressione dell'esercito permanente, assoluta eleggibilità e
revocabilità di tutti i funzionari. In realtà ciò significa "semplicemente"
sostituire - opera gigantesca - a istituzioni di un certo tipo altre istituzioni
basate su princípi diversi. E' questo precisamente un caso di "trasformazione
della quantità in qualità": da borghese che era, la democrazia, realizzata
quanto più pienamente e conseguentemente sia concepibile, è diventata
proletaria; lo Stato (forza particolare destinata a opprimere una classe
determinata) s'è trasformato in qualche cosa che non è più propriamente uno
Stato.
Ma la necessità di reprimere la
borghesia e di spezzarne la resistenza permane. Per la Comune era
particolarmente necessario affrontare questo compito, e il non averlo fatto con
sufficiente risolutezza è una delle cause della sua sconfitta. Ma qui l'organo
di repressione è la maggioranza della popolazione, e non più la minoranza, come
era sempre stato nel regime della schiavitù, del servaggio e della schiavitù
salariata. E dal momento che è la maggioranza stessa del popolo che
reprime i suoi oppressori, non c'è più bisogno di una "forza particolare"
di repressione! In questo senso lo Stato comincia ad estinguersi. Invece
delle istituzioni speciali di una minoranza privilegiata ( funzionari
privilegiati, capi dell'esercito permanente), la maggioranza stessa può compiere
direttamente le loro funzioni, e quanto più il popolo stesso assume le funzioni
del potere statale, tanto meno si farà sentire la necessità di questo potere.
A questo proposito è da notare
in particolar modo un provvedimento preso dalla Comune e che Marx sottolinea: la
soppressione di tutte le indennità di rappresentanza, la soppressione dei
privilegi pecuniari dei funzionari, la riduzione degli stipendi assegnati a
tutti i funzionari dello Stato al livello di "salari da operai". Qui
appunto si fa sentire con speciale rilievo la svolta dalla democrazia
borghese alla democrazia proletaria, dalla democrazia degli oppressori alla
democrazia delle classi oppresse, dallo Stato come "forza particolare"
destinata a reprimere una classe determinata, alla repressione degli oppressori
ad opera della forza generale della maggioranza del popolo, degli operai
e dei contadini. Ed è precisamente su questo punto particolarmente evidente - il
più importante forse nella questione dello Stato - che gli insegnamenti di Marx
sono stati più dimenticati! Gli innumerevoli commenti dei volgarizzatori non ne
fanno cenno! E' "consuetudine" tacere su questo punto, come su di una
"ingenuità" che ha fatto il suo tempo, esattamente come i cristiani
"dimenticarono", quando il loro culto divenne religione di Stato, le "ingenuità"
del cristianesimo primitivo e il suo spirito democratico rivoluzionario.
La riduzione delle retribuzioni
degli alti funzionari pare "semplicemente" l'esigenza di un democratismo
ingenuo, primitivo. Uno dei "fondatori" del moderno opportunismo, l'ex
socialdemocratico Ed. Bernstein, s'è molte volte esercitato a ripetere banali
motteggi borghesi a proposito del democratismo "primitivo". Come tutti gli
opportunisti, come i kautskiani dei nostri giorni, Bernstein non ha
assolutamente compreso che, in primo luogo, il passaggio dal capitalismo al
socialismo è impossibile senza un certo "ritorno" al democratismo
"primitivo" (come si potrebbe altrimenti far compiere alla maggioranza della
popolazione, e poi alla intera popolazione, le funzioni dello Stato?); in
secondo luogo, che il "democratismo primitivo" sulla base del capitalismo e
della civiltà capitalistica non è il democratismo primitivo delle epoche
patriarcali e precapitalistiche. La civiltà capitalistica ha creato la
grande produzione, le officine, le ferrovie, la posta, il telefono, ecc.; e
su questa base, l'immensa maggioranza delle funzioni del vecchio "potere
statale" si sono a tal punto semplificate e possono essere ridotte a così
semplici operazioni di registrazione, d'iscrizione, di controllo, da poter
essere benissimo compiute da tutti i cittadini con un minimo di istruzione e per
un normale "salario da operai"; si può (e si deve) quindi togliere a queste
funzioni ogni minima ombra che dia loro qualsiasi carattere di privilegio e di
"gerarchia".
Eleggibilità assoluta,
revocabilità in qualsiasi momento di tutti i funzionari senza alcuna
eccezione, riduzione dei loro stipendi al livello abituale del "salario da
operaio": questi semplici e "naturali" provvedimenti democratici, mentre
stringono pienamente in una comunità di interessi gli operai e la maggioranza
dei contadini, servono in pari tempo da passerella tra il capitalismo e il
socialismo. Questi provvedimenti concernono la riorganizzazione statale,
puramente politica, della società; ma essi, naturalmente, assumono tutto il loro
significato e tutta la loro importanza solo in legame con la "espropriazione
degli espropriatori" realizzata o preparata; in legame cioè con la
trasformazione della proprietà privata capitalistica dei mezzi di produzione in
proprietà sociale.
"La Comune - scriveva Marx -
fece una realtà della frase pubblicitaria delle rivoluzioni borghesi, il governo
a buon mercato, distruggendo le due maggiori fonti di spese, l'esercito
permanente e il funzionarismo statale".
Fra i contadini, come fra le
altre categorie della piccola borghesia, solo un'infima minoranza "si eleva",
"arriva" nel senso borghese della parola; solo alcuni individui divengono cioè
delle persone agiate, dei borghesi o dei funzionari con posizione sicura e
privilegiata. L'immensa maggioranza dei contadini, in tutti i paesi
capitalistici in cui esistono dei contadini (e questi paesi sono la
maggioranza), è oppressa dal governo e aspira a rovesciarlo, aspira ad un
governo "a buon mercato". Solo il proletariato può assolvere questo
compito, e assolvendolo egli fa in pari tempo un passo verso la riorganizzazione
socialista dello Stato.
3. La soppressione del
parlamentarismo
"La Comune - scrisse Marx - non
doveva essere un organismo parlamentare, ma di lavoro, esecutivo e legislativo
allo stesso tempo...
"...Invece di decidere un volta
ogni tre o sei anni quale membro della classe dominante dovesse mal
rappresentare [ver- und zertreten] il popolo nel Parlamento, il suffragio
universale doveva servire al popolo costituito in comuni così come il suffragio
individuale serve ad ogni altro imprenditore privato per cercare gli operai e
gli organizzatori della sua azienda."
Questa mirabile critica del
parlamentarismo, fatta nel 1871, appartiene oggi anch'essa, grazie al dominio
del socialsciovinismo e dell'opportunismo, alle "parole dimenticate" del
marxismo. Ministri e parlamentari di professione, traditori del proletariato e
socialisti "d'affari" dei nostri tempi hanno abbandonato agli anarchici il
monopolio della critica del parlamentarismo e per questa ragione, di eccezionale
saviezza, hanno qualificato di "anarchismo" qualsiasi critica del
parlamentarismo! Nulla di strano quindi che il proletariato dei paesi
parlamentari "progrediti", disgustato dalla vista di "socialisti" come gli
Scheidemann, i David, i Legien, i Sembat, i Renaudel, gli Henderson, i
Vandervelde, gli Staunig, i Branting, i Bissolati e compagnia, abbia riversato
sempre più spesso le sue simpatie sull'anarco-sindacalismo, per quanto questo
sia fratello dell'opportunismo.
Ma per Marx la dialettica
rivoluzionaria non fu mai quella vuota fraseologia alla moda, quel gingillo in
cui la trasformarono Plekhanov, Kautsky e altri. Marx seppe romperla
implacabilmente con l'anarchismo per la sua incapacità di utilizzare anche la
"stalla" del parlamentarismo borghese. soprattutto quando è evidente che la
situazione non è rivoluzionaria; ma egli seppe in pari tempo dare una critica
veramente proletaria e rivoluzionaria del parlamentarismo.
Decidere una volta ogni qualche
anno qual membro della classe dominante debba opprimere, schiacciare il popolo
nel Parlamento: - ecco la vera essenza del parlamentarismo borghese, non solo
nelle monarchie parlamentari costituzionali, ma anche nelle repubbliche le più
democratiche.
Ma se si pone la questione dello
Stato, se si considera il parlamentarismo come una delle istituzioni dello
Stato, dal punto di vista dei compiti del proletariato in questo campo,
dove è la via per uscire dal parlamentarismo? Come si può farne a meno?
Siamo costretti a ripeterlo
ancora: gli insegnamenti di Marx, basati sullo studio della Comune, sono stati
dimenticati così bene che il "socialdemocratico" contemporaneo (si legga: il
rinnegato contemporaneo del socialismo) è veramente incapace di concepire altra
critica del parlamentarismo che non sia quella degli anarchici o dei reazionari.
Senza dubbio la via per uscire
dal parlamentarismo non è nel distruggere le istituzioni rappresentative e il
principio dell'eleggibilità, ma nel trasformare queste istituzioni
rappresentative da mulini di parole in organismi che "lavorino" realmente. "La
Comune non doveva essere un organismo parlamentare. ma di lavoro, esecutivo e
legislativo allo stesso tempo."
Un organismo "non parlamentare,
ma di lavoro": questo colpisce direttamente voi, moderni parlamentari e
"cagnolini" parlamentari della socialdemocrazia! Considerate qualsiasi paese
parlamentare, dall'America alla Svizzera, dalla Francia all'Inghilterra, alla
Norvegia, ecc.: il vero lavoro "di Stato" si compie fra le quinte, e sono i
ministeri, le cancellerie, gli stati maggiori che lo compiono. Nei Parlamenti
non si fa che chiacchierare, con lo scopo determinato di turlupinare il
"popolino". Questo è talmente vero che anche nella repubblica russa, repubblica
democratica borghese, tutte queste magagne del parlamentarismo si fanno già
sentire ancor prima che essa sia riuscita a darsi un vero Parlamento. Gli eroi
del putrido fi1isteismo, gli Skobelev e gli Tsereteli, i Cernov e gli Avksentiev,
sono riusciti a incancrenire persino i Soviet, trasformandoli in mulini di
parole sul tipo del parlamentarismo borghese più rivoltante. Nei Soviet i
signori ministri "socialisti" ingannano con la loro fraseologia e le loro
risoluzioni i fiduciosi mugik. Nel governo si balla una quadriglia
permanente, da un lato, per sistemare a turno attorno alla "torta" dei posticini
remunerativi e onorifici il più gran numero possibile di
socialisti-rivoluzionari e di menscevichi; d'altro lato, per "occupare l'
attenzione" del popolo, E nelle cancellerie, negli stati maggiori "si sbrigano"
le faccende "dello Stato".
In un articolo di fondo, il
Dielo Naroda, organo dei "socialisti rivoluzionari", partito al governo,
confessava recentemente, con l'impareggiabile franchezza propria della gente
della "buona società", in cui "tutti" si abbandonano alla prostituzione
politica, che anche nei ministeri appartenenti ai "socialisti" (si passi la
parola!), persino in essi tutto l'apparato amministrativo rimane in fondo lo
stesso, funziona come per il passato e sabota in piena "libertà" le riforme
rivoluzionarie! Ma, anche senza questa confessione, la storia effettiva della
partecipazione dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi al governo non è
forse la migliore prova di ciò? L'unica cosa caratteristica è qui che,
trovandosi al governo in compagnia dei cadetti, i signori Cernov, Russanov,
Zenzinov e altri redattori del Dielo Naroda abbiano perduto a tal punto
il senso del pudore da raccontare pubblicamente e senza arrossire, come se si
trattasse di un affare da nulla, che "da loro", nei loro ministeri, tutto
procede come prima!! Fraseologia democratica rivoluzionaria per abbindolare i
sempliciotti di campagna e trafila burocratica per "farsi ben volere" dai
capitalisti: ecco il fondo di questa "onesta" coalizione.
La Comune sostituisce questo
parlamentarismo venale e corrotto della società borghese con istituzioni in cui
la libertà di opinione e di discussione non degenera in inganno; poichè i
parlamentari debbono essi stessi lavorare, applicare essi stessi le loro leggi,
verificarne essi stessi i risultati, risponderne essi stessi direttamente
davanti ai loro elettori. Le istituzioni rappresentative rimangono, ma il
parlamentarismo, come sistema speciale, come divisione del lavoro legislativo ed
esecutivo, come situazione privilegiata per i deputati, non esiste più.
Noi non possiamo concepire una democrazia, sia pur una democrazia proletaria,
senza istituzioni rappresentative, ma possiamo e dobbiamo concepirla
senza parlamentarismo, se la critica della società borghese non è per noi una
parola vuota di senso, se il nostro sforzo per abbattere il dominio della
borghesia è uno sforzo serio e sincero e non una frase "elettorale" destinata a
scroccare voti degli operai, come lo è per i menscevichi e i
socialisti-rivoluzionari, per gli Scheidemann e i Legien, i Sembat e i
Vandervelde.
E' molto significativo che Marx,
parlando delle funzioni di questo personale amministrativo necessario
alla Comune e alla democrazia proletaria, scelga come termine di paragone il
personale di "ogni altro imprenditore", cioè un'ordinaria impresa capitalistica
con "operai, sorveglianti e contabili".
In Marx non v'è un briciolo di
utopismo; egli non inventa, non immagina una società "nuova". No, egli studia,
come un processo di storia naturale, la genesi della nuova società che
sorge dall'antica, le forme di transizione tra l'una e l' altra. Egli si
basa sui fatti, sull' esperienza del movimento proletario di massa e cerca di
trarne insegnamenti pratici. Egli "si mette alla scuola" della Comune, come
tutti i grandi pensatori rivoluzionari non esitavano a mettersi alla scuola dei
grandi movimenti della classe oppressa, senza mai far loro pedantemente la
"morale" (come faceva Plekhanov dicendo: "Non bisognava prendere le armi", o
Tsereteli: "Una classe deve sapersi autolimitare").
Non sarebbe possibile
distruggere di punto in bianco, dappertutto, completamente, la burocrazia.
Sarebbe utopia. Ma spezzare subito la vecchia macchina amministrativa per
cominciare immediatamente a costruirne una nuova, che permetta la graduale
soppressione di ogni burocrazia, non è utopia, è l'esperienza della
Comune, è il compito primordiale e immediato del proletariato rivoluzionario.
Il capitalismo semplifica i
metodi d'amministrazione "dello Stato", permette di eliminare la "gerarchia" e
di ridurre tutto a un'organizzazione dei proletari (in quanto classe dominante)
che assume, in nome di tutta la società, "operai, sorveglianti e contabili".
Noi non siamo degli utopisti.
Non "sogniamo" di fare a meno, dall' oggi al domani, di ogni
amministrazione, di ogni subordinazione; questi sono sogni anarchici, fondati
sull'incomprensione dei compiti della dittatura del proletariato, sogni che
nulla hanno di comune con il marxismo e che di fatto servono unicamente a
rinviare la rivoluzione socialista fino al giorno in cui gli uomini saranno
cambiati. No, noi vogliamo la rivoluzione socialista con gli uomini quali sono
oggi, e che non potranno fare a meno né di subordinazione, né di controllo, né
di "sorveglianti, né di contabili".
Ma bisogna subordinarsi
all'avanguardia armata di tutti gli sfruttati e di tutti i lavoratori: al
proletariato. Si può e si deve subito, dall'oggi al domani, cominciare a
sostituire la specifica "gerarchia" dei funzionari statali con le semplici
funzioni "di sorveglianti e di contabili", funzioni che sono sin da ora
perfettamente accessibili al livello generale di sviluppo degli abitanti delle
città e possono facilmente essere compiute per "salari da operai".
Organizziamo la grande industria
partendo da ciò che il capitalismo ha già creato; organizziamola noi stessi,
noi operai, forti della nostra esperienza operaia, imponendo una rigorosa
disciplina, una disciplina di ferro, mantenuta per mezzo del potere statale dei
lavoratori armati; riduciamo i funzionari dello Stato alla funzione di semplici
esecutori dei nostri incarichi, alla funzione di "sorveglianti e ai contabili",
modestamente retribuiti, responsabili e revocabili (conservando naturalmente i
tecnici di ogni specie e di ogni grado): è questo il nostro compito
proletario; è da questo che si può e si deve cominciare facendo la
rivoluzione proletaria. Questo inizio, fondato sulla grande produzione, porta da
se alla graduale "estinzione" di ogni burocrazia, alla graduale instaurazione di
un ordine - ordine senza virgolette, ordine diverso dalla schiavitù salariata -
in cui le funzioni, sempre più semplificate, di sorveglianza e di contabilità
saranno adempiute a turno, da tutti, diverrano poi un'abitudine e finalmente
scompariranno in quanto funzioni speciali di una speciale categoria di
persone.
Verso il 1870 un arguto
socialdemocratico tedesco considerava la posta come un modello di impresa
socialista, Giustissimo. La posta è attualmente un'azienda organizzata sul
modello del monopolio capitalistico di Stato. A poco a poco
l'imperialismo trasforma tutti i trust in organizzazioni di questo tipo. I
"semplici" lavoratori, carichi di lavoro e affamati, restano sempre sottomessi
alla stessa burocrazia borghese. Ma il meccanismo della gestione sociale è già
pronto. Una volta abbattuti i capitalisti, spezzata con la mano di ferro degli
operai armati la resistenza di questi sfruttatori, demolita la macchina
burocratica dello Stato attuale, avremo davanti a noi un meccanismo mirabilmente
attrezzato dal punto di vista tecnico, sbarazzato dal "parassita", e che i
lavoratori uniti possono essi stessi benissimo far funzionare assumendo tecnici,
sorveglianti, contabili e pagando il lavoro di tutti costoro, come quelli
di tutti i funzionari "dello Stato" in generale, con un salario da
operaio. E' questo il compito concreto, pratico, immediatamente realizzabile nei
confronti di tutti i trust e che libererà dallo sfruttamento i lavoratori,
tenendo conto dell'esperienza praticamente iniziata (soprattutto nel campo
dell'organizzazione dello Stato) dalla Comune.
Tutta
l'economia nazionale organizzata come la posta; i tecnici, i sorveglianti, i
contabili, come tutti i funzionari dello Stato, retribuiti con uno
stipendio non superiore al "salario da operaio", sotto il controllo e la
direzione del proletariato armato: ecco il nostro fine immediato. Ecco lo Stato,
ecco la base economica dello Stato di cui abbiamo bisogno. Ecco ciò che ci darà
la distruzione del parlamentarismo e il mantenimento delle istituzioni
rappresentative, ecco ciò che sbarazzerà le classi lavoratrici della
prostituzione di queste istituzioni da parte della borghesia.
4. L'organizzazione dell'unità
nazionale
"...In un abbozzo sommario di
organizzazione nazionale che la Comune non ebbe il tempo di sviluppare è detto
chiaramente che la Comune doveva essere la forma politica anche del più piccolo
borgo..." Le comuni avrebbero eletto la "delegazione nazionale" di Parigi.
"...Le poche ma importanti
funzioni che sarebbero ancora rimaste per un governo centrale, non sarebbero
state soppresse, come venne affermato falsamente in mala fede, ma adempiute da
funzionari comunali, e quindi strettamente responsabili...
"L'unità della nazione non
doveva essere spezzata, anzi doveva essere organizzata dalla costituzione
comunale, e doveva diventare una realtà attraverso la distruzione di quel potere
statale che pretendeva essere l'incarnazione di questa unità, indipendente e
persino superiore alla nazione stessa, mentre non era che un'escrescenza
parassitaria. Mentre gli organi puramente repressivi del vecchio potere
governativo dovevano essere amputati, le sue funzioni legittime dovevano essere
strappate a una autorità che usurpava una posizione predominante sulla società
stessa, e restituite agli agenti responsabili della società.!
Sino a qual punto gli
opportunisti della socialdemocrazia contemporanea non abbiano capito, o per
meglio dire, non abbiano voluto capire queste considerazioni di Marx, è provato
nel modo migliore dal libro Le premesse del socialismo e i compiti della
socialdemocrazia, col quale il rinnegato Bernstein si è acquistato una fama
alla maniera di Erostrato. Proprio a proposito di questo passo di Marx,
Bernstein scrisse che questo programma "per il suo contenuto politico, rivela,
in tutti i suoi tratti essenziali, una straordinaria affinità col federalismo di
Proudhon... Nonostante tutte le altre divergenze tra Marx e il
"piccolo-borghese" Proudhon [Bernstein scrive "piccolo-borghese" tra virgolette,
le quali, secondo lui, dovrebbero dare alle sue parole un senso ironico], il
loro modo di vedere, è sotto questo aspetto, il più possibile simile". Certo,
continua Bernstein, l'importanza delle municipalità aumenta, ma "mi pare cosa
dubbia che il primo compito della democrazia sia l'abolizione [Auflösung,
letteralmente: scioglimento, dissoluzione] degli Stati moderni e un cambiamento
[Umwandlung, metamorfosi] così completo della loro organizzazione come lo
raffigurano Marx e Proudhon: formazione di un'assemblea nazionale di delegati
delle assemblee provinciali o dipartimentali, che a loro volta sarebbero
composte di delegati delle comuni, in modo che le rappresentanze nazionali nella
loro forma attuale scomparirebbero completamente" (Bernstein, Le premesse,
pp. 134 e 136, edizione tedesca del 1899).
E' semplicemente mostruoso!
Confondere le concezioni di Marx sulla "soppressione del potere dello Stato
parassita" col federalismo di Proudhon! Ma non è per caso, giacchè
all'opportunista non viene nemmeno in mente che Marx qui non parla affatto del
federalismo in opposizione al centralismo, ma della demolizione della vecchia
macchina dello Stato borghese esistente in tutti i paesi borghesi.
All'opportunista viene in mente
soltanto ciò che egli vede attorno a se, nel suo ambiente di filisteismo
piccolo-borghese e di stagnazione "riformista", vale a dire le sole
"municipalità"! Quanto alla rivoluzione del proletariato, l'opportunista ha
disimparato persino a pensarci.
E' ridicolo. Ma è degno di nota
che, su questo punto, nessuno abbia contraddetto Bernstein. Molti hanno
confutato Bernstein, in particolare Plekhanov nella letteratura russa e Kautsky
in quella europea, ma nessuno dei due ha mai detto niente di questa
deformazione di Marx ad opera di Bernstein.
L'opportunista ha disimparato
così bene a pensare da rivoluzionario e a riflettere sulla rivoluzione, ch'egli
attribuisce del "federalismo" a Marx, confondendolo così con Proudhon, fondatore
dell'anarchismo. E Kautsky e Plekhanov, che pretendono di essere marxisti
ortodossi e di difendere la dottrina del marxismo rivoluzionario, tacciono su
questo punto! Ecco una delle ragioni essenziali del modo estremamente banale,
proprio tanto dei kautskiani quanto degli opportunisti, su cui dovremo
ritornare, di considerare la differenza esistente tra il marxismo e
l'anarchismo.
Nelle considerazioni di Marx già
citate sull' esperienza della Comune non c'è la minima traccia di federalismo.
Marx è d'accordo con Proudhon proprio su un punto che l'opportunista Bernstein
non vede; Marx dissente da Proudhon proprio là dove Bernstein vede la
concordanza.
Marx è d' accordo con Proudhon
in quanto entrambi sono per la "demolizione" dell'attuale macchina statale.
Questa concordanza del marxismo con l' anarchismo (sia con Proudhon che con
Bakunin) non vogliono vederla né gli opportunisti n&eac |