Ultimo Aggiornamento : 10-09-2003 : Last Release
Nei segni che confondono la borghesia, la nobilità e i meschini profeti del regresso riconosciamo la mano del nostro valente amico, Robin Goodfellow, la vecchia talpa che scava tanto rapidamente, il grande minatore: la rivoluzione! - KARL MARX -
 
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Errico Malatesta

RIVOLUZIONE E LOTTA QUOTIDIANA

 

1. Il periodo della maturazione ideologica

 

1. CONSIDERAZIONI SULLA STORIA DEL MOVIMENTO ANARCHICO IN ITALIA

a.    Il socialismo in Italia[1]

 

(…) Quando Bakunin venne in Italia, una profonda crisi travagliava il paese, e specialmente quella parte eletta del paese che partecipava alla vita politica non per basso egoismo di avventurieri ed arrivisti, ma per ragioni ideali ed amore sincero di bene generale.

Il nuovo regno dei Savoia, cui aveva messo capo la lotta per l’indipendenza d’Italia, non rispondeva punto alle aspirazioni di coloro che prima e meglio di tutti avevano promosso e sostenuto il movimento.

Per lunghi decenni schiere di generosi avevano combattuto con insuperato eroismo per liberare l’Italia dalla tirannide dell’Austria, del papa, dei Borboni e degli altri principotti che se ne dividevano il territorio. Era il fiore della gioventù italiana che, colle cospirazioni, gli attentati, le insurrezioni, affrontava il martirio; e continuamente decimata dai massacri, dalle galere, dai patiboli, si rinsanguava sempre con nuovi altrettanto eroici combattenti.

Le idealità che animavano quegli uomini appaiono, a noi venuti dopo, insufficienti, vaghe, mistiche, spesso contraddittorie, ma erano certamente nobili, disinteressate, umanitarie.

In generale essi volevano l’Italia libera dallo straniero e dai tiranni indigeni, libera dal dominio dei preti e costituita in repubblica unitaria o federale; e per repubblica intendevano un “governo di popolo” che assicurasse a tutti libertà, giustizia, benessere e istituzione.

In conseguenza delle tradizioni classiche e poi per la predicazione di Giuseppe Mazzini, essi avevano bensì l’assurda pretesa che l’Italia fosse superiore a tutti gli altri paesi e predestinata (da Dio, e dalla Natura, e dalla Storia) ad essere maestra e guida di tutta (umanità. Ma il loro mistico patriottismo era lungi dal significare desiderio di dominio sugli altri popoli. AI contrario, essi affrettavano coi voti e coll’opera (emancipazione e la grandezza del popolo italiano anche perché potesse compiere la sua missione civilizzatrice ed aiutare a liberarsi tutti i popoli oppressi: a prova il fatto che i patrioti italiani accorrevano a combattere e versare il loro sangue in qualunque parte del mondo dove sorgeva un grido di libertà.

Ma malgrado tanto eroismo e tanta nobiltà di propositi la causa italiana sembrò per lungo tempo una causa disperata e trovava appoggio solo tra i “sognatori” assetati d’ideale e alieni da ogni mira di vantaggio personale. La gente “pratica”, egoista e pusillanime, subiva pazientemente l’oppressione e per calcolo acclamava i più forti; ed i peggiori si mettevano al servizio degli oppressori quali buri e carnefici. La gran massa, misera, ignorante, superstiziosa, restava come sempre materia passiva, strumento docile ma infido di chi poteva e sapeva servirsene.

Poi, quando per la costanza ed il crescere dei ribelli, e per fortunate circostanze politiche europee i servi di Casa Savoia trovarono opportuno di sfruttare le aspirazioni nazionali per la sicurezza e (ingrandimento del regno sardo‑piemontese, agli apostoli ed agli eroi si frammischiarono i trafficanti ed i profittatori, e l’intrigo diplomatico sopraffece lo slancio rivoluzionario.

E così, tra i patteggiamenti ed i mercati segreti, le alleanze tra monarchi, le guerre regie cominciate con dubbia fede e vergognosamente stroncate per ragioni dinastiche, le dedizione dei condottieri popolari, le illusioni degli ingenui ed il tradimento dei furbi, si arrivò alla costituzione di un regno italico che era la parodia, la negazione dell’Italia libera e grande sognata dai precursori. Non si era raggiunta né l’unità né vera indipendenza.

L’Austria, padrona sempre della Venezia, restava minacciosa al di qua dell’Alpi, e l’Italia sembrava vivere solo per la protezione interessata e prepotente dell’imperatore dei francesi. Il Papa continuava a tiranneggiare Roma ed il Lazio, pronto sempre a chiamare lo straniero in suo soccorso. Il diritto della nazione a governarsi da sé ridotto alla concessione di una Camera dei deputati eletta da un piccolo numero di censiti e tenuta a freno dalla potestà suprema del re, nonché da un Senato di nomina regia. Negata ogni autonomia di regioni e comuni, e tutta l’Italia sottoposta all’egemonia delle caste burocratica e militaresca del Piemonte. Le libertà cittadine sempre a discrezione della polizia. Le condizioni economiche della massa (proletariato e piccola borghesia) a cui si erano fatte tante promesse, generalmente peggiorate ed in certe regioni rese addirittura miserabili per l’aumento delle imposte sulla produzione e sui consumi. Quindi malcontento generale; e quando il malcontento scoppiava in tumultuose proteste collettive, la forza pubblica ristabiliva l’ordine con quei massacri di folle inermi, che restarono sempre una caratteristica del sistema di governo della monarchia italiana.

Naturalmente sorsero in abbondanza i patrioti dell’indomani che vollero prender parte al bottino, senza essere stati alla battaglia; ed anche molti dei vecchi combattenti, per motivi vari, onorevoli o meno, si adattano al nuovo regime e cercarono di profittarne. Ma i più sinceri, i più ardenti e con essi i nuovi giovani che per ragioni di età non avevano potuto prender parte alla riscossa nazionale, ma n’avevano respirata l’atmosfera piena di entusiasmo e volevano emulare i loro maggiori, rodevano il freno ed anelavano il momento di ricominciare la rivoluzione e di completarla.

Ma cosa fare?

1 più influenti, i capi, esitavano tra il desiderio di abbattere la monarchia e la paura di compromettere quel tanto di unità e di indipendenza che si era raggiunto. La gran maggioranza dei repubblicani devoti a Mazzini, pur predicando la repubblica, mettevano al disopra di tutta l’unità della patria, e nonostante l’avversione al sistema monarchico erano sempre pronti a mettersi agli ordini del re quando egli li avesse chiamati a compiere il programma nazionale. Ed in quanto ai garibaldini, più di tutti ardimentosi e battaglieri ma, al pari del loro duce, senza idee chiare e programma determinato, salvo l’odio ai preti ed al dominio straniero, la monarchia poteva sempre a sua posta fermarli o trascinarli, come è più dei mazziniani, col solo darsi l’aria di voler fare la guerra all’Austria o al papa.

In realtà non si faceva nulla contro il regime, e forse date le circostanze era possibile fare qualche cosa d’efficace; ma fra le aspirazioni contraddittorie persisteva, vivo, insofferente, tormentoso il desiderio di fare.

D’altra parte un nuovo fermento d’idee agitava le mani. . .

Vi erano stati bensì dei pensatori poderosi e precursori geniali capaci di reggere il confronto con qualunque straniero, ma essi erano restati senza grande influenza o totalmente ignorati, come per esempio il Pisacane, tanto che occorse scoprirli dopo, quando già le loro idee erano per altre vie divenute patrimonio comune.

Ma ora, dopo la costituzione del regno, con una certa libertà di stampa, con la maggiore facilità di muoversi e stabilire delle relazioni e per lo stesso sprone delle disillusioni patite, la gioventù incominciava ad informarsi ed interessarsi delle idee che agitavano l’Europa. Già il concetto dell’Italia nazione‑messia appariva a molti fantastico ed assurdo ed era sostituito da una più realistica concezione della storia e dei rapporti tra i popoli. La credenza in Dio e nel soprannaturale, tanto cara a Mazzini, era buttata in breccia dal nuovo indirizzo delle scienze naturali introdotto nelle università italiane per opera principalmente di valenti professori stranieri. L’idea di patria e tutte le istituzioni sociali ‑ proprietà, organizzazione statale, famiglia, diritto civile e penale ‑ erano discusse e criticate con nuova larghezza di vedute. La questione sociale, la questione dei ricchi e dei poveri, incominciava ad attirare l’attenzione e pareva già destinata a svalorizzare e mettere in oblio le questioni di nazionalità.

Mazzini e Garibaldi continuavano ad essere idolatrati dalla gioventù più avanzata, che avrebbe voluto averli come capi guide, ma trovava sempre più difficile il seguirli. Poiché Mazzini di fronte all’irrompere delle nuove tendenze s’irrigidiva nel suo dogmatismo teologico‑politico e scomunicava chi non credeva in Dio; e Garibaldi, il quale voleva persuadere se stesso e gli altri di stare sempre alla testa del progresso, diceva e disdiceva ed in fondo non capiva nulla.

Da ciò il disagio morale ed intellettuale, che aggiunto all’incertezza ed all’impotenza politiche teneva agitata e scontenta la migliore gioventù italiana.

In tale condizione degli spiriti un uomo come Bakunin, con la fama di grande rivoluzionario europeo che l’accompagnava, con la sua ricchezza e modernità d’idee, con la sua foga e la forza avvincente della sua personalità, non poteva non fare forte impressione su coloro che lo avvicinavano. Ma non poteva creare un movimento a larga base, veramente popolare, causa dei pregiudizi patriottici e borghesi dell’ambiente e per il fatto che molti, malgrado la mutata coscienza, si sentivano ancora legati da giuramenti prestati alla vecchia setta; al che bisogna aggiungere le difficoltà che gli venivano dall’essere straniero, poco pratico della lingua italiana e soggetto sempre ad essere espulso dalla polizia.

Ed infatti egli riuscì subito ad interessare degli uomini di valore, che credettero a prima giunta di trovare nelle sue idee la soluzione dei dubbi che li tormentavano, ma non potette far presa sulle masse. D’altronde il pensiero di Bakunin era allora in continua evoluzione, e se egli, spinto dal suo temperamento e dalla logica delle sue premesse, arrivò presto a conclusioni nettamente socialiste ed anarchiche, molti dei suoi primi aderenti non potettero seguirlo e man mano si ritrassero, sostituiti però sempre da nuovi più idonei elementi.[2]

Dal 1864 al 1870, Bakunin, colla propaganda personale in Italia, colla corrispondenza dalla Svizzera, coi viaggi fatti o fatti fare e con le pubblicazioni proprie o da lui ispirate, arrivò a selezionare un certo numero d’uomini che, organizzati intorno a lui in circoli più o meno segreti, presero contatto con il movimento socialista, internazionale, introdussero in Italia il socialismo e l’anarchismo e vi fondarono la branca italiana del_ Associazione Internazionale Italiana dei Lavoratori, di cui continuarono ad essere gli animatori durante tutta la sua esistenza.

Ma insomma fino alla prima metà del 1870 tutto si riduceva a pochi gruppi intimi ed a qualche piccola associazione operaia. . .

Poi vennero la guerra franco‑prussiana, la caduta dell’impero e la proclamazione della repubblica in Francia, la spedizione gáribaldina nei Vosgi l’entrata delle truppe italiane a Roma e la fine del potere temporale dei papi, le vicende dell’assedio di Parigi, le elezioni francesi dell’assemblea dei “rurali”, la pace vergognosa, la fondazione dell’impero germanico; tutte cose che agitarono e tennero gli animi sospesi, alimentando negli uni le più audaci speranze e negli altri le più folli paure.

Infine scoppiò l’insurrezione parigina del 18 marzo 1871 la Comune di Parigi ‑, repressa due mesi dopo dal governo repubblicano con una ferocia che indignò i più temperati.

L’annunzio dei fatti di Parigi mise la febbre addosso a tutta la gioventù politicamente attiva.

Veramente si sapeva poco quello che la Comune fosse davvero, ma la stessa incertezza delle notizie dava libero campo all’immaginazione, e ciascuno si foggiava il moto parigine secondo i propri desideri. E siccome si attribuiva quel moto all’opera dell’Internazionale, questa profittò di tutta la popolarità di cui godette la Comune negli ambienti rivoluzionari italiani.

Le false notizie, le esagerazioni, le stesse calunnie della stampa reazionaria servivano a rinfocolare l’entusiasmo e ad esaltare le gesta della Comune e la potenza dell’Internazionale le...

I primi e più numerosi proseliti si trovarono tra i garibaldina sempre ardenti di battagliare per qualunque idea sembrasse loro avanzata.

I giovani mazziniani, ai quali i fatti di Francia avevano mostrato che la repubblica non significa necessariamente libertà eguaglianza e fratellanza e che può benissimo associarsi con il più retrivo clericalismo ed il più feroce militarismo, se fossero stati lasciati al loro istinto avrebbero probabilmente seguito al pari dei garibaldini l’impulso dato dai bakunisti.

Ed allora si sarebbe costituito un fascio di tutte le forze rivoluzionarie italiane, che avrebbe potuto mettere a mal partito la monarchia.

Ma Mazzini, offeso nei suoi pregiudizi teologici, statali e borghesi e forse irritato dal vedersi sfuggire quella specie di pontificato che aveva esercitato per tanti anni sul movimento rivoluzionario italiano, attaccò violentemente la Comune e l’Internazionale e trattenne i suoi dal passo che stavano per fare.

Bakunin rispose agli attacchi di Mazzini, e la lotta scoppiò ardente tra mazziniani ed internazionalisti: lotta che servì ad eccitare la discussione ed a precisare le idee; ma presto degenerata in odio, mise l’un contro l’altro giovani egualmente generosi ed entusiasti, e fu in definitiva la causa dell’impotenza degli uni e degli altri.

In ogni modo l’Internazionale si estese rapidamente nei centri più evoluti . . .

Dato l’ambiente italiano ancora tutto vibrante dei ricordi delle cospirazioni mazziniane e delle spedizioni garibaldine, data l’eccitazione prodotta dalla Comune di Parigi, data l’influenza predominante di Bakunin, dati il temperamento e le convinzioni dei primi iniziatori, l’Internazionale in Italia non poteva essere una semplice federazione di leghe di resistenza operaia, sia pure a tendenze radicali, come fu altrove. Essa assunse fin dal principio un carattere decisamente sovvertitore, che trova un certo riscontro solo nella Spagna, dove il carattere degli abitanti e la situazione politica erano quasi come in Italia, e dove del resto il movimento internazionalista fu iniziato dal Fanelli, mandato colà in missione dall’Alleanza bakunista.

L’Internazionale nacque in Italia socialista, anarchica, rivoluzionaria, e per conseguenza antiparlamentare. Ruppe subito con il “Consiglio generale”, il quale, ispirato da Marx, voleva dirigere autoritariamente l’associazione ed imporle un programma statalista; e fu essenzialmente un’associazione fatta collo scopo di provocare un’insurrezione armata, la quale avrebbe dovuto d’un colpo solo rovesciare il governo, abolire la proprietà privata, mettere a libera disposizione dei lavoratori la terra, gli strumenti di lavoro e tutta la ricchezza esistente e sostituire all’organizzazione statale e borghese la libera federazione dei comuni e dei gruppi produttori autonomi.

Si accettava il principio fondamentale dell’Associazione di lavoratori fondata a Londra nel settembre 1864, e cioè che “la dipendenza economica dei lavoratori dai possessori delle materie prime e degli strumenti di lavoro è la causa prima della servitù in tutte le sue forme, politica, morale e materiale”; e perciò si riteneva necessario ed urgente abolire la proprietà privata fondiaria e capitalistica mediante l’espropriazione senza indennità della classe borghese fatta direttamente dalla massa sfruttata e soggetta. Si dichiarava il lavoro dovere sociale per tutti, e quindi si considerava la condizione di lavoratore superiore moralmente a qualunque altra posizione sociale, anzi la sola compatibile con una morale veramente umana, e molti internazionalisti provenienti dalla classe borghese, per essere coerenti colle loro idee e meglio immedesimarsi col popolo, si mettevano ad apprendere un mestiere manuale. Si vedeva nella classe operaia, nel proletariato dell’industria e dell’agricoltura, il grande fattore della trasformazione sociale e la garanzia ch’ essa si sarebbe fatta veramente a vantaggio di tutti e non avrebbe dato origine ad una nuova classe privilegiata.

Ma però l’Internazionale non fu mai in Italia propriamente una organizzazione di classe; ed in essa sugl’interessi contingenti della classe operaia prevaleva sempre l’ideale della rivoluzione come fatto che doveva iniziare una nuova civiltà per l’elevazione morale ed il vantaggio materiale di tutta quanta l’umanità. Nell’Internazionale in Italia, e del resto era così un po’ dappertutto, aveva diritto di cittadinanza chiunque ne accettava i principi, da qualunque classe provenisse. E quando per conciliare coi fatti il titolo di associazione di lavoratori si cercava di determinare che cosa fosse un lavoratore, si conchiudeva che, per l’Internazionale, era lavoratore, “chiunque lavorava alla distruzione dell’ordine borghese”, frase che può sembrare un’arguzia, ma che traduceva bene lo stato di fatto.

Ed invero l’Internazionale era stata introdotta in Italia da borghesi che, per amor di giustizia, avevano disertato la loro classe, ed ancora nel 1872 e dopo, in molti luoghi, la maggioranza, almeno nella parte dirigente e più attiva, non era composta di operai, ma di giovani provenienti dalla media e piccola borghesia.

Si faceva un po’ di lotta economica, si provocava qualche sciopero, s’incitavano gli operai a domandare e pretendere dai padroni ogni sorta di miglioramenti. Ma ciò si faceva senza entusiasmo, senza darvi grande importanza, poiché si era convinti che i padroni esistevano perché il governo li proteggeva ed esisterebbero e trionferebbero sempre fino a che durerebbe il governo. “Non si arriva al proprietario, si soleva dire, se non passando sul corpo del gendarme”. Forse sarebbe stata la verità più completa il dire che è “il gendarme”, cioè chi possiede la forza materiale, che s’impadronisce della ricchezza, si fa proprietario, e poi assolda, tra le sue vittime, dei gendarmi per farsi difendere e perpetuare in sé e nei suoi discendenti il privilegio usurpato; ma allora, senza che nessuno di noi avesse letto Marx, si era ancora troppo marxisti. Ma a parte ogni disquisizione teorica sulle origini della proprietà, si era convinti che la prima cosa da fare era rovesciare il governo, e perciò si pensava soprattutto alla insurrezione.

Certamente sperare allora nella vittoria era una illusione.

Senza parlare delle vaste plaghe d’Italia dove le nostre idee erano assolutamente sconosciute, anche dove eravamo più forti e numerosi non eravamo in sostanza che un’infima minoranza di fronte alla totalità della popolazione. E le masse erano ancora del tutto disorganizzate ed ignare: salvo le nostre sezioni e qualche associazione che pigliava il motto da Mazzini, le società operaie esistente erano semplici società di mutuo soccorso sotto il patronato di grossi proprietari o personaggi dei partiti borghesi, quando non avevano addirittura il re ... o il questore.

Questa era per noi una situazione paradossale, perché il nostro scopo non era di impossessarsi del governo con un colpo di mano (il che sarebbe stato ben difficile per l’esiguità delle nostre forze, ma forse non impossibile se fossimo riusciti a trascinare con noi i repubblicani) per poi imporre il nostro programma mediante la forza statale. Noi, già anarchici convinti, volevamo abbattere il governo esistente, impedire che se ne formasse ‑un altro, e lasciare che le masse liberate dalla pressione dell’esercito e della polizia pigliassero possesso della ricchezza ed organizzassero da loro la nuova vita sociale.

Ma che sarebbe avvenuto se le masse fossero restate assenti, o si fossero mostrate ansiose di sottomettersi ad un nuovo governo ed attendere da esso il proprio bene?

Noi speravamo nel malcontento generale, e poiché la miseria che affliggeva le masse era davvero insopportabile, credevamo che bastasse dare un esempio, lanciare colle armi alla mano il grido di “abbasso í signori”, perché le masse lavoratrici si scagliassero contro la borghesia, e pigliassero possesso della terra, delle fabbriche e di quanto esse avevano prodotto colle loro fatiche ed era stato loro sottratto. E poi avevamo una fede mistica nella virtù del popolo, nella sua capacità, nei suoi istinti ugualitari e libertari.

I fatti dimostrarono allora e poi (e lo avevano già dimostrato nel passato) quanto eravamo lontani dal vero. Purtroppo la fame, quando non vi è una coscienza del proprio diritto ed un’idea che guida l’azione, non produce rivoluzioni: tutt’al più provoca delle sommosse sporadiche che i signori, se hanno giudizio, possono domare, meglio che colle fucilate dei carabinieri, col distribuire un po’ di pane e col gettare dai balconi un po’ di soldi di rame alla folla tumultuante. E noi, se il desiderio non avesse fatto velo alla nostra perspicacia, avremmo ben potuto giudicare dell’effetto deprimente, e quindi antirivoluzionario, della miseria, dal fatto che la propaganda riusciva meglio nelle regioni meno misere e tra quei lavoratori, artigiani per la maggior parte, che si trovavano in condizioni economiche meno disagiate.

Ed in quanto agli “istinti egualitari e libertari” del popolo, ahimè, quanta fatica ci vuole per risvegliarli! Per allora, ed anche adesso in quella grande parte della massa non ancora tocca dalla propaganda, gli “istinti”, i quali sono stati formati dai millenario servaggio, spingono i lavoratori piuttosto al timore e, quel ch’è peggio, al rispetto ed all’ammirazione dei padroni, e quindi ad una docile sottomissione.

Era dunque impossibile una vittoria facile e rapida.

Ma, a parte la questione di tempo, io ‑credo sempre dopo tutto quello che ho veduto, che le nostre speranze non erano vane e la nostra tattica non era sbagliata.

In effetti, 1a nostra propaganda, se non colla rapidità che avremmo voluto, portava pure i suoi frutti: il numero dei con. vinti andava continuamente crescendo, ed intorno ad essi si andava sempre allargando i1 cerchio di simpatizzanti, di quelli cioè che pur non comprendendo e non accettando tutte le nostre idee, sentivano l’ingiustizia del presente ordinamento sociale e volevano contribuire al suo cambiamento. Ed i tentativi insurrezionali che facevamo e ci proponevamo di fare, pur essendo allora condannati ad insuccesso sicuro, erano mezzo efficace di propaganda, ed un giorno, a tempi più maturi (chi può giudicare prima del fatto quando i tempi sono maturi, cioè quando un concorso di circostanze determina il “momento psicologico” in cui un popolo è pronto ad insorgere?), un giorno, dico, sarebbero stati la scintilla che provoca un grande incendio.

Se il nostro lavoro fosse continuato concorde come durante i sette od otto anni dopo la fondazione a Rimini della Federazione italiana (1872), ben altra, io credo, sarebbe oggi la situazione italiana.

Ma sul più bello, lo sviluppo del nostro movimento fu conturbato ed arrestato dall’introduzione in Italia del partito socialdemocratico, legalitario e parlamentare secondo il tipo tedesco.

L’esistenza di un altro partito socialista con tendenze diverse di quelle che aveva l’Internazionale italiana non sarebbe stato un gran male, anzi avrebbe potuto essere un bene, poiché avrebbe attratti al socialismo molti elementi che, pur ammettendo la necessità di una radicale riforma sociale, non potevano per temperamento e per posizione essere rivoluzionari e con noi non ci sarebbero venuti mai.

Ma il guaio fu che chi introdusse (almeno con risultati seri, poiché vi era stato qualche altro tentativo senza successo) in Italia la nuova tendenza uscì proprio di mezzo a noi.

Alcuni degli internazionalisti tra i più influenti ed amati (non posso qui fare a meno di nominare l’Andrea Costa), impressionati dagli apparenti successi del socialismo in Germania, disgustati di una lotta che era, o sembrava, sterile di risultati immediati, e forse stanchi delle persecuzioni che ormai erano diventate ben più serie, preferirono, contro i loro primi compagni e contro tutto il loro passato, una tattica che prometteva una relativa tranquillità e rapidi successi personali; e così gettarono la discordia nelle nostre file e furono la causa che il meglio delle nostre forze fosse speso in polemiche e diatribe intestine, anziché nella propaganda tra le masse e la lotta contro il nemico comune.

I vecchi internazionalisti che di quella “evoluzione” videro direttamente i danni morali e materiali fatti al movimento, e soffrirono nei loro sentimenti profondi per le amicizie male rotte, gridarono al “tradimento”. E certo parve dar loro ragione il modo suddulo come si condussero i nuovi convertiti al parlamentarismo, negando ed affermando, attenuando od accentuando la nuova tendenza secondo gli ambienti e le circostanze, e trascinando i compagni più ingenui col sentimentalismo delle amicizie personali e quasi senza che se ne accorgessero.

Ma fu davvero tradimento cosciente fatto per fini personali, o frutto di onesta convinzione?

Non spetta a me, parte troppo interessata nella vertenza, il dare un giudizio definitivo. E d’altronde questi avvenimenti sono di parecchi anni posteriori al periodo di cui si tratta in questo libro, e non è il caso di approfondirli e documentarli qui. Forse lo stesso Nettlau, che ha o può procurarsi il materiale necessario e che possiede quelle doti di imparzialità e serenità che forse in questo caso mancherebbero a me, ci narrerà un giorno quel periodo critico dell’Internazionale italiana, in cui essa cessò di chiamarsi l’Internazionale e si scisse in partito anarchico e partito socialdemocratico.

A me basti constatare che tutte le nostre previsioni sulla degenerazione in cui sarebbe caduto il socialismo fattosi legalitario e parlamentarista si sono purtroppo verificate, ed al di là di quello che noi stessi pensavamo.

 

 

b.    L’evoluzionismo di P. Kropotkin[3]

 

Pietro Kropotkin è senza dubbio uno di quelli che hanno contribuito di più ‑ forse più che gli stessi Bakunin ed Eliseo Reclus ‑ alla elaborazione e alla propagazione dell’idea anarchica. Ed egli ha perciò ben meritato l’ammirazione e la riconoscenza che tutti gli anarchici hanno per lui.

Ma, in omaggio alla verità e nell’interesse superiore della causa, bisogna riconoscere che l’opera sua non è stata tutta ed esclusivamente benefica. Non fu colpa sua, al contrario, fu l’eminenza stessa dei suoi meriti che produsse i mali ch’io mi propongo d’indicare.

Naturalmente Kropotkin al pari di ogni altro uomo, non poteva evitare ogni errore ed abbracciare tutta la verità. Si sarebbe dovuto quindi profittare della sua preziosa  contribuzione e continuare la ricerca per raggiungere nuovi progressi. Ma i suoi talenti letterari, il valore e la mole della sua produzione, la sua instancabile attività, il prestigio che gli veniva dalla sua fama di grande scienziato, il fatto ch’egli aveva sacrificata una posizione altamente privilegiata per difendere, a costo di soffrire di pericoli, la causa popolare, e di più il fascino della sua persona che incantava tutti quelli che avevano la fortuna di avvicinarlo, gli dettero tale notorietà e tale influenza ch’egli sembrò, ed in gran parte fu realmente, il maestro riconosciuto della grande maggioranza degli anarchici.

Avvenne così che la critica fu scoraggiata, e si produsse un arresto di sviluppo dell’idea. Durante molti anni, malgrado lo spirito iconoclasta e progressivo degli anarchici, la maggior parte di essi non fece, in quanto a teoria ed a propaganda, che studiare e ripetere Kropotkin. Dire diversamente da lui fu per molti compagni quasi un’eresia.

Sarebbe dunque opportuno il sottomettere gl’insegnamenti di Kropotkin ad una critica severa e senza prevenzioni per distinguere ciò che in essi è sempre vero e vivo da ciò che il pensiero e l’esperienza posteriori possono aver dimostrato erroneo. Cosa d’altronde che non riguarderebbe solo Kropotkin, poiché gli errori che si possono rimproverare a lui erano già professati dagli anarchici prima che Kropotkin acquistasse una posizione eminente nel movimento: egli li confermò e li fece durare dando loro l’appoggio del suo talento e del suo prestigio, ma noi, i vecchi militanti, vi abbiamo tutti, o quasi tutti, la nostra parte di responsabilità.

Io ebbi l’onore e la fortuna di essere per lunghi anni legato a Kropotkin dalla pii fraterna amicizia.

Noi ci amavamo perché eravamo animati dalla stessa passione, dalla stessa speranza ... ed anche dalle stesse illusioni.

Tutti e due di temperamento ottimista (io credo tuttavia che l’ottimismo di Kropotkin sorpassava di molto il mio e forse aveva una sorgente diversa) noi vedevamo le cose color di rosa, ahimè! troppo color di rosa ‑ noi speravamo sono già più di cinquant’anni, in una rivoluzione prossima, che avrebbe dovuto realizzare il nostro ideale. Durante questo lungo periodo vi furono ben dei momenti di dubbio e di scoraggiamento. Ricordo, per esempio, che una volta Kropotkin mi disse: “Mio caro Errico temo che siamo noi soli, tu ed io, che crediamo in una rivoluzione vicina”. Ma erano dei momenti passeggeri: ben presto la fiducia tornava; ci si spiegava in un modo qualsiasi le difficoltà presenti e lo scetticismo dei compagni e si continuava a lavorare ed a sperare.

Nullameno non bisogna credere che noi avevamo in tutto le stesse opinioni. AI contrario, in molte idee fondamentali noi eravamo lungi dall’essere d’accordo, e quasi non c’era volta che c’incontravamo senza che nascessero tra noi delle discussioni rumorose ed irritanti; ma siccome Kropotkin si sentiva sempre sicuro di aver ragione e non poteva sopportare con calma la contraddizione, e d’altra parte io avevo molto rispetto per il suo sapere e molti riguardi per la sua salute vacillante, si finiva sempre col cambiar d’argomento per non irritarsi troppo . . .

Kropotkin era nello stesso tempo uno scienziato ed un riformatore sociale. Egli era posseduto da due passioni: il desiderio di conoscere ed il desiderio di fare il bene dell’umanità, due nobili passioni che possono essere utili l’una all’altra e che si vorrebbero vedere in tutti gli uomini, senza ch’esse siano per questo una sola e medesima cosa. Ma Kropotkin era uno spirito eminentemente sistematico e voleva spiegare tutto con uno stesso principio e tutto ridurre a unità, e lo faceva spesso, secondo me, a scapito della logica. Perciò egli appoggiava sulla scienza le sue aspirazioni sociali, le quali non erano, secondo lui, che delle deduzioni rigorosamente scientifiche.

lo non ho nessuna competenza speciale per giudicare Kropotkin come scienziato . . . Nulladimeno mi sembra che gli mancasse qualche cosa per essere un vero uomo di scienza: la capacità di dimenticare i suoi desideri e le sue prevenzioni per osservare i fatti con un’impassibile obbiettività . . .

Abitualmente egli concepiva un’ipotesi e cercava poi i fatti che avrebbero dovuto giustificarla ‑ il che può essere un buon metodo per scoprire cose nuove; ma gli accadeva, senza volerlo, di non vedere i fatti che contraddicevano la sua ipotesi.

Egli non sapeva decidersi ad ammettere un fatto, e spesso nemmeno a prenderlo in considerazione, se prima non riusciva a spiegarlo, cioè a farlo entrare nel suo sistema . . .

Kropotki.n professava la filosofia materialista che dominava tra gli scienziati nella seconda metà del secolo XIX, la filosofia di Moleschott, Buchner, Vogt, ecc.; e per conseguenza la sua concezione dell’Universo era rigorosamente meccanica.

Secondo il suo sistema, la volontà (potenza creatrice di cui noi non possiamo comprendere la natura e la sorgente, come del resto non comprendiamo la natura e la sorgente della “materia” e di tutti gli altri “primi principi”) la volontà, dico, che contribuisce poco o molto a determinare la condotta degl’individui e delle società, non esiste, non è che un’illusione. Tutto quello che fu, che è e che sarà, dal corso degli astri alla nascita ed alla decadenza di una civiltà, dal profumo di una rosa al sorriso di una madre, da un terremoto al pensiero di un Newton, dalla crudeltà di un tiranno alla bontà di un santo, tutto doveva, deve e dovrà accadere per una sequela fatale di cause e di effetti di natura meccanica, che non lascia nessuna possibilità di variazione. L’illusione della volontà non sarebbe essa stessa che un fatto meccanico.

Naturalmente, logicamente, se la volontà non ha alcuna potenza, se tutto è necessario e non può essere diversamente, le idee di libertà, di giustizia, di responsabilità non hanno nessun significato, non corrispondono a niente di reale.

Secondo la logica non si potrebbe che contemplare ciò che accade nel mondo, con indifferenza, piacere o dolore, secondo la propria sensibilità, ma senza speranza e senza possibilità di cambiare alcunché.

Kropotkin, dunque, che era molto severo con il fatalismo dei marxisti, cadeva poi nel fatalismo meccanico, che è ben più paralizzante.

Ma la filosofia non poteva uccidere la potente volontà che era in Kropotkin. Egli era troppo convinto della verità del suo sistema per rinunziarvi, o solamente sopportare tranquillamente che lo si mettesse in dubbio; ma egli era troppo appassionato, troppo desideroso di libertà e di giustizia per lasciarsi fermare dalla difficoltà di una contraddizione logica e rinunziare alla lotta. Egli se la cavava inserendo l’anarchia nel suo sistema e facendone una verità scientifica.

Egli si confermava nella sua convinzione sostenendo che tutte le recenti scoperte in tutte le scienze, dall’astronomia fino alla biologia ed alla sociologia, concorrevano a dimostrare sempre più che l’anarchia è il modo d’organizzazione sociale che è imposto dalle leggi sociali . . .

Così, dopo aver detto che “l’anarchia è una concezione dell’Universo basata sull’interpretazione meccanica dei fenomeni che abbraccia tutta la Natura, compresa la vita delle società” (confesso che non sono mai riuscito a comprendere ciò che questo può significare) Kropotkin dimenticava come se fosse niente, la sua concezione meccanica e si lanciava nella lotta con il brio, l’entusiasmo e la fiducia di uno che crede nell’efficacia della sua volontà e spera di potere colla sua attività ottenere o contribuire a ottenere ciò che desidera.

In realtà, l’anarchismo ed il comunismo di Kropotkin prima di essere una questione di ragionamento, erano l’effetto della sua sensibilità. In lui, prima parlava il cuore, e poi veniva il ragionamento per giustificare e rinforzare gl’impulsi del cuore.

Ciò che costituiva il fondo del suo carattere era l’amore degli uomini, la simpatia pei poveri e gli oppressi. Egli soffriva realmente per i mali degli altri, e l’ingiustizia anche se a suo favore, gli era insopportabile...

Spinto dagli stessi sentimenti aveva in seguito fatto adesione all’Internazionale ed accettato le idee anarchiche. Infine, tra i diversi modi di concepire l’anarchia aveva scelto e fatto proprio il programma comunista‑anarchico, che basandosi sulla solidarietà e sull’amore va al di là della stessa giustizia.

Ma naturalmente come era da prevedere, la sua filosofia non restava senza influenza sul suo modo di concepire l’avvenire e la lotta che bisognava combattere per arrivarvi.

Poiché secondo la sua filosofia ciò che accade doveva necessariamente accadere, così anche il comunismo anarchico, ch’egli desiderava, doveva fatalmente trionfare come per legge della natura.

E ciò gli levava ogni dubbio e gli nascondeva ogni difficoltà. Il mondo borghese doveva fatalmente cadere; era già in dissoluzione e l’azione rivoluzionaria non serviva che ad affrettarne la caduta.

La sua grande influenza come propagandista, oltre che dai suoi talenti, dipendeva dal fatto ch’egli mostrava la cosa talmente inevitabile che l’entusiasmo si comunicava subito a quelli che l’ascoltavano o lo leggevano.

Le difficoltà morali sparivano perché egli attribuiva al “popolo”, alla massa dei lavoratori tutte le virtù e tutte le capacità. Egli esaltava con ragione l’influenza moralizzatrice del lavoro, ma non vedeva abbastanza gli effetti deprimenti e corruttori della miseria e della soggezione. Ed egli pensava che basterebbe abolire i privilegi dei capitalisti ed il potere dei governanti perché tutti gli uomini cominciassero immediatamente ad amarsi come fratelli ed a badare agl’interessi altrui come ai propri. ‘

Nello stesso modo egli non vedeva le difficoltà materiali o se ne sbarazzava facilmente. Egli aveva accettata l’idea, comune allora tra gli anarchici, che i prodotti accumulati della terra e dell’industria erano talmente abbondanti che per molto tempo non ci sarebbe bisogno di preoccuparsi della produzione; e diceva sempre che il problema immediato era quello del consumo che per far trionfare la rivoluzione bisognava soddisfare subito e largamente i bisogni di tutti, e che la produzione seguirebbe il ritmo del consumo. Di là quell’idea della presa nel mucchio, ch’egli mise in moda e che è ben la maniera più semplice di concepire il comunismo e la più atta a piacere alla folla, ma è anche la maniera più primitiva e più realmente utopistica. E quando gli si fece osservare che questa accumulazione di prodotti non poteva esistere, perché i proprietari normalmente non fanno produrre che quello che possono vendere con profitto, e che forse nei primi tempi della rivoluzione bisognerebbe organizzare il razionamento e spingere alla produzione intensiva piuttosto che invitare alla presa in un mucchio che in realtà non esisterebbe, egli si mise a studiare direttamente la questione ed arrivò alla conclusione che infatti quell’abbondanza non esisteva e che in certi paesi si era continuamente sotto la minaccia della carestia. Ma egli si rifaceva pensando alle grandi possibilità dell’agricoltura aiutata dalla scienza. Egli prese come esempi i risultati ottenuti da qualche agricoltore e qualche dotto agronomo sopra spazi limitati e ne tirò le più incoraggianti conseguenze, senza pensare agli ostacoli che avrebbero opposto (ignoranza e (avversione al nuovo dei contadini ed al tempo che in tutti i casi occorrerebbe per generalizzare i nuovi modi di coltura e di distribuzione.

Come sempre Kropotkin vedeva le cose quali egli avrebbe voluto che fossero e come noi tutti speriamo ch’esse saranno un giorno: egli considerava esistente o immediatamente realizzabile ciò che deve essere conquistato con lunghi e duri sforzi.

In fondo Kropotkin concepiva la Natura come una specie di Provvidenza, grazie alla quale l’armonia doveva regnare in tutte le cose, comprese le società umane.

È ciò che ha fatto ripetere a molti anarchici questa frase di sapore squisitamente kropotkiniano: L’anarchia è l’ordine naturale.

Si potrebbe domandare, io penso, come mai la Natura, se è vero che la sua legge è l’armonia, ha aspettato che vengano al mondo gli anarchici ed aspetta ancora ch’essi trionfino per distruggere le terribili e micidiali disarmonie di cui gli uomini hanno sempre sofferto.

Non si sarebbe più vicini alla verità dicendo che l’anarchia è la lotta, nelle società umane, contro le disarmonie della Natura?

Ho insistito sui due errori nei quali, secondo me, è caduto Kropotkin, il suo fatalismo teorico ed il suo ottimismo eccessivo, perché io credo di aver constatato i cattivi effetti ch’essi hanno prodotto nel nostro movimento.

Ci sono stati dei compagni i quali presero sul serio la teoria fatalista ‑ che per eufemismo chiamano determinismo ‑ e perdettero in conseguenza ogni spirito rivoluzionario. La rivoluzione, essi dissero, non si fa: essa verrà quando sarà il suo tempo, ed è inutile, antiscientifico e perfino ridicolo il volerla fare. E con queste buone ragioni si allontanarono dal movimento e pensarono ai loro affari. Ma sarebbe un errore il credere che questa fu una comoda scusa per ritirarsi dalla lotta. Io ho conosciuto parecchi compagni dal temperamento ardente, pronti ad ogni sbaraglio, che si sono esposti a grandi pericoli ed hanno sacrificato la loro libertà ed anche la loro vita in nome dell’anarchia pur essendo convinti dell’inutilità della loro azione. Essi lo han fatto per disgusto della società attuale, per vendetta, per disperazione, per amore del bel gesto, ma senza credere con questo di servire la causa della rivoluzione e per conseguenza senza scegliere il bersaglio ed il momento e senza curarsi di coordinare la loro azione con quella degli altri.

Da un altro lato, quelli che senza preoccuparsi di filosofia han voluto .lavorare per avvicinare e fare la rivoluzione, han creduto la cosa ben più facile ch’essa non fosse in realtà, non ne hanno preveduto le difficoltà, non si sono preparati come occorreva ... e così ci si è trovati impotenti il giorno in cui vi era forse la possibilità di fare qualche cosa di pratico.

Possano gli errori del passato servire di lezione per far meglio nell’avvenire.

 

 


 

2. L’EVOLUZIONE DELL’ANARCHISMO

 

 

a.    Alla radice delle idee[4]

 

Un soffio di rivolta passa dappertutto; e la rivolta è qui l’espressione di un’idea, là il risultato di un bisogno; più spesso poi è la conseguenza dell’intrecciarsi di bisogni e d’idee che si generano e si rinforzano a vicenda; si scaglia contro la causa dei mali o la colpisce di fianco, è cosciente o istintiva, umana o brutale, generosa o strettamente egoista, ma in ogni modo diventa sempre più grande e si estende ogni giorno di più.

È la storia che cammina; è inutile dunque perdere tempo a lamentarsi delle vie che essa sceglie, poiché queste vie le sono state tracciate da tutta un’evoluzione anteriore.

Ma la storia è fatta dagli uomini; e siccome noi non vogliamo restare spettatori indifferenti e passivi della tragedia storica, siccome vogliamo concorrere con tutte le nostre forze a determinare gli avvenimenti che ci sembrano più favorevoli alla nostra causa, ci abbisogna per questo un criterio che ci serva di guida nell’apprezzamento dei fatti che si producono, sopratutto per saper scegliere il posto che dobbiamo occupare nella battaglia.

Il fine giustifica i mezzi. Si è molto maledetta questa massima; ma in realtà essa è la guida universale della condotta. Sarebbe però meglio il dire: ogni fine vuole i suoi mezzi. Poiché la morale bisogna cercarla nello scopo; il mezzo è fatale.

Stabilito lo scopo a cui si vuol giungere, per volontà o per necessità, il gran problema della vita sta nel trovare il mezzo che secondo le circostanze, conduce con maggiore sicurezza e più economicamente, allo scopo prefisso. Dalla maniera con cui viene risolto questo problema dipende, per quanto può dipendere dalla volontà umana, che un uomo o un partito raggiunga o no il suo fine, che sia utile alla sua causa o serva senza volerlo, alla causa nemica. Aver trovato il buon‑mezzo: qui sta tutto il segreto dei grandi uomini e dei grandi partiti che hanno lasciato le loro tracce nella storia.

Noi non lottiamo per metterci al posto degli sfruttatori e degli oppressori di oggi, e non lottiamo neppure per il trionfo di una vacua astrazione. Non siamo affatto come quel patriota italiano che diceva: “Che importa che tutti gli italiani muoiano di fame, purché l’Italia sia grande e gloriosa!”; e neppure come quel compagno che confessava essergli indifferente che si massacrassero i tre quarti degli uomini, perché l’Umanità fosse libera e felice.

Noi vogliamo la libertà e il benessere degli uomini, di tutti gli uomini senza eccezione. Vogliamo che ogni essere umano possa svilupparsi e vivere il più felicemente possibile. E crediamo che questa libertà e questo benessere non potranno essere dati agli uomini da un uomo o da un partito, ma che tutti dovranno da sé stessi scoprirne le condizioni e conquistarsele. Crediamo che soltanto la più completa applicazione del principio di solidarietà può distruggere la lotta, l’oppressione e lo sfruttamento, e che la solidarietà non può essere che il risultato del libero accordo, che l’armonizzazione spontanea e voluta degli interessi.

Secondo noi, tutto ciò che è volto a distruggere l’oppressione economica e politica, tutto ciò che serve ad elevare il livello morale ed intellettuale degli uomini, a dar loro la coscienza dei propri diritti e delle proprie forze e a persuaderli di fare i propri interessi da sé, tutto ciò che provoca l’odio contro l’oppressione e suscita l’amore fra gli uomini, ci avvicina al nostro scopo e quindi è un bene ‑ soggetto soltanto a un calcolo quantitativo per ottenere con forze date il massimo di effetto utile. E al contrario è male, perché in contraddizione col nostro scopo, tutto ciò che tende a conservare lo stato attuale, tutto ciò che tende a sacrificare, contro la sua volontà, un uomo al trionfo di un principio.

Noi vogliamo il trionfo della libertà e dell’amore.

Ma per questo dovremo noi rinunciare all’impegno dei mezzi violenti? Niente affatto. I nostri mezzi sono quelli che le circostanze ci permettono ed impongono.

Certo, noi non vorremmo strappare un capello a nessuno; vorremmo asciugare tutte le lacrime senza farne versare alcuna. Ma c’è forza lottare nel mondo tale come questo è, sotto pena di restare sognatori sterili.

Verrà il giorno, lo crediamo fermamente, in cui sarà possibile fare il bene degli uomini senza fare male né a sé né agli altri; ma oggi questo è impossibile. Anche il più puro e dolce dei martiri, quegli che si farebbe trascinare al patibolo per il trionfo del bene, senza far resistenza, benedicendo i suoi persecutori come il Cristo della leggenda, anche lui farebbe del male. Oltre al male che farebbe a sé stesso, che pur deve contare qualche cosa, farebbe spargere amare lacrime a tutti quelli che lo amassero.

Si tratta a dunque,sempre, in tutti gli atti della vita, di scegliere il minimo male, di tentare di fare il meno male perla più grande somma di bene possibile.

L’umanità si trascina penosamente sotto il peso della oppressione politica ed economica: è abbrutita, degenerata, uccisa (e non sempre lentamente) dalla miseria, dalla schiavitù, dalla ignoranza e dai loro effetti. Per la difesa di questo stato di cose esistono potenti organizzazioni militari e poliziesche, le quali rispondono con la prigione, il patibolo ed il massacro ad ogni serio tentativo di cambiamento. Non vi sono mezzi pacifici, legali, per uscire da questa situazione; ed è naturale ciò, perché,la legge è fatta espressamente dai privilegiati per la difesa dei propri privilegi. Contro la forza fisica che ci sbarra il cammino, non v’è per vincere che (appello alla forza fisica, non v’è che la rivoluzione violenta.

Evidentemente la rivoluzione molte disgrazie, molte sofferenze; ma se anche ne producesse cento volte di più, essa sarebbe sempre una benedizione in confronto a quanti dolori son causati oggi dalla cattiva costituzione della società.

E per amor degli uomini che siamo rivoluzionari: e non è colpa nostra, se la storia ci costringe a questa dolorosa necessità.

Dunque per noi anarchici, o almeno (giacché infine le parole sono convenzionali) per coloro fra gli anarchici che la pensano come noi, ogni atto di propaganda o di realizzazione con la parola o coi fatti, individuale o collettivo, è buono quando serve ad avvicinare e facilitare la rivoluzione, quando assicura ad essa il concorso cosciente delle masse e le dà quel carattere di liberazione universale, senza di cui potrebbe bensì aversi una rivoluzione, ma non quella rivoluzione che noi desideriamo. Ed è sopra tutto in fatto di rivoluzione che bisogna tener conto del mezzo più economico, poiché per essa la spesa si totalizza in vite umane.

Conosciamo abbastanza le condizioni strazianti materiali e morali in cui si trova il proletariato, per spiegarci gli atti di odio, di vendetta, ed anche di ferocia che potranno prodursi. Comprendiamo che vi siano degli oppressi che, essendo stati sempre trattati dai borghesi con la più ignobile durezza e avendo sempre visto che tutto era permesso al più forte, un bel giorno, diventati per un istante i più forti, si dicano: “Facciamo, anche noi, come i borghesi”. Comprendiamo come possa accadere che, nella febbre della battaglia, nature originariamente generose ma non preparate da una lunga ginnastica morale, molto difficile nelle condizioni presenti, perdano di vista lo scopo da conseguirsi, prendano la violenza come fine a sé stessa e si lascino trascinare ad atti selvaggi.

Ma altro è comprendere e perdonare certi fatti, altro è rivendicarli e rendersene solidali. Non sono quelli gli atti che noi possiamo accettare, incoraggiare ed imitare. Dobbiamo essere risoluti ed energici, ma dobbiamo altresì sforzarci di non oltrepassare mai il limite segnato dalla necessità. Dobbiamo fare come il chirurgo che taglia quando bisogna tagliare, ma evita di infliggere inutili sofferenze; in una parola dobbiamo essere ispirati e guidati dal sentimento dell’amore per gli uomini, per tutti gli uomini.

Ci sembra che questo sentimento di amore sia il fondo morale, l’anima del nostro programma; che solo concependo la rivoluzione come il più grande giubileo umano, come la liberazione e l’affratellamento di tutti gli uomini ‑ non importa a quale classe o a quale partito abbiano appartenuto ‑ il nostro ideale potrà realizzarsi.

La ribellione brutale avverrà certamente; e potrà servire, anche, a dare il gran colpo di spalla, (ultima spinta che dovrà atterrare il sistema attuale: ma se essa non troverà il contrappeso nei rivoluzionari che agiscono per un ideale, una tale rivoluzione divorerà se medesima.

L’odio non produce l’amore, e con (odio non si rinnova il mondo; e la rivoluzione dell’odio o fallirebbe completamente, oppure farebbe capo ad una nuova oppressione, che potrebbe magari chiamarsi anarchica, come si chiamano liberali i governanti di oggi, ma che non sarebbe meno per questo un’oppressione e non mancherebbe di produrre gli effetti che produce ogni oppressione.

 

 

b. Il rifiuto del terrorismo amorfista[5]

 

In Italia non si ingannano se credono che nella questione .Ravachol io sono d’accordo con Merlino, perché infatti lo sono, almeno nel punto di vista generale. Molti giornalisti sono venuti a domandarmi la mia opinione, ed io gliela ho detta francamente; ma poi nessuno l’ha pubblicata, forse perché io ad evitare falsificazioni ho voluto dettarla.

Revachol mi pare un uomo sincero, devoto alla causa, forse anche buono di cuore ma traviato da un falso ragionamento fino al punto di assassinare nel più feroce modo un vecchio impotente ed innocuo. Ma non è per Ravachol personalmente che noi sentiamo il bisogno di protestare; è per le difese che fanno di lui certi suoi amici. L’uno dice che Ravachol ha fatto bene ad uccidere il vecchio, perché “era un essere inutile alla Società”; un altro dice che non vale la pena di far chiasso per un vecchio che “aveva pochi anni da vivere” e così di seguito. Il che vuol dire che questi anarchici che non vogliono giudici, non vogliono tribunali, si fanno poi essi stessi giudici e carnefici, e condannano a morte e giustiziano quelli che essi giudicano inutili. Nessun governo ha mai fatto confessar tanto!

Così per le esplosioni. Per uccidere un meschino procuratore si rischia di uccidere 50 innocenti, Per fortuna non è successo tutto il male che poteva succedere; ma è anche vero che il procuratore ha avuto di rotto solo il suo urinale!

Si vede nel modo come la cosa è stata fatta, che i suoi autori disprezzano la vita umana, non si curano della sofferenza altrui. Ma infine, su tutto questo si potrebbe passare, e considerare le disgrazie come dolorose conseguenze della guerra.

Ma come non protestare quando sentite dire che si ha torto di lamentare la morte d’una serva o di un operaio, perché “i domestici sono peggio dei padroni e bisogna ammazzarli tutti” ed “i bambini sono semenza dei borghesi e bisogna pure ammazzarli tutti”?

Come non inorridire quando trovate una donna la quale a voi che lamentate la disgrazia incorsa a quella povera donna che  nella esplosione della rue Clichy ebbe la faccia lacerata da schegge di vetro, risponde: “Come! Siete così sensibile voi? Io ho riso tanto pensando alle smorfie che doveva fare quella donna colla faccia tutta tagliuzzata”.

Tutto questo vuol dire che succede a molti anarchici quello che succede ai soldati, agli uomini di guerra, che ubriacati dalla lotta, diventano feroci e dimentichi perfino del fine pel quale si lotta finiscono col volere il sangue per il sangue. Non è più l’amore per il genere umano che li guida, ma il sentimento di vendetta unito al culto di una idea attratta, di un fantasma teorico.

Ciò si comprende; tanto più in presenza di una borghesia che ci dà quotidianamente lo spettacolo della ferocia, ma non si può approvare, non si può incoraggiare. Una rivoluzione nella quale trionfassero questi istinti, sarebbe una rivoluzione perduta. Il terrore provoca la reazione: prima la reazione della pietà, poi la reazione degli interessi.

Vi è poi altra cosa. Questi anarchici pare si vogliano fare distributori di grazia e di giustizia e ciò non è niente affatto anarchico. Se noi avessimo il diritto di condannare in nome dell’idea che ci facciamo noi della giustizia, lo stesso diritto (avrebbe il governo in nome della giustizia sua. Naturalmente ognuno crede di avere ragione, e se ognuno avesse il diritto di condannare quelli che secondo lui hanno torto addio giustizia, addio libertà, addio eguaglianza, addio anarchia; i più forti sarebbero, come sono oggi, il governo, ed ecco tutto.

Noi dobbiamo essere dei libertari. La dinamite è un’arma come un’altra spesso migliore di un’altra nella lotta contro gli oppressori: ma come tutte le armi, può essere adoperata bene o male, può servire a liberare gli oppressi, o a spaventare ed opprimere i deboli. Noi dobbiamo servirci di tutte le armi, ma non dobbiamo mai perdere di vista lo scopo, né la proporzione tra il mezzo e lo scopo. Io capisco che si possa rischiare di uccidere degli innocenti per fare un atto risolutivo: far saltare per esempio un parlamento uccidere lo Czar ‑ ma rischiare di uccidere 50 persone per rompere l’urinale di un procuratore pubblico, mi pare una cosa folle ‑ e questa cosa, da folle diventa criminosa se non è ispirata da cattivo calcolo, ma da indifferenza per la vita degli altri.

So ben che queste idee non sono fatte per incontrare la simpatia generale dei nostri amici.

Per quanto si sia anarchici, si è sempre più o meno uomini del proprio tempo. Ed il popolo dei nostri tempi, come quello dei tempi passati, si lascia ancora imporre dalla forza, dal successo, senza guardarci tanto pel sottile. Se esplosioni sono riuscite, hanno messo paura ... ai paurosi, e molti dei nostri amici applaudiranno incondizionatamente, senza occuparsi dell’effetto che hanno sulla massa, che noi dovremmo attirare a noi, senza esaminare senza fare le parti del bene e del male. È la stessa tendenza per la quale il popolo applaude a tutti i guerrieri, a tutti i tiranni che vincono; è la stessa tendenza per la quale parecchi anarchici divennero boulangistes quando sembrava che Boulanger stesse per vincere.

Ma contro questa tendenza noi dobbiamo reagire, se no addio anarchia. La rivoluzione si farebbe ma per aprire il varco a nuovi tiranni.

La verità è che v’è molta gente che si chiama anarchica, e che dell’anarchia non ha capito nulla.

Anche in questa occasione i soliti, gli ex amici di Senace hanno pubblicato un foglio clandestino in cui minacciano bastonate a quegli anarchici, che non credono che Ravachol sia il tipo degli anarchici, e che l’eremita di Chambles meritava gli si schiacciasse la testa a martellate, vale a dire a noi, e le bastonate promesse ce le darebbero ... se noi ce le lasciassimo dare.

Vedete dunque che anarchici! Come l’inquisizione; le bastonate (non potendo applicare la ghigliottina o il rogo) a quelli che non pensano come loro e dicono il loro pensiero.

È necessario reagire; mettere i punti sugli i, uscire dai termini generateli i quali spesso fanno credere che si sia d’accordo, mentre si sta agli antipodi.

Ed io, dopo tutto, son contento di questa specie di crisi, perché provocherà delle spiegazioni, in seguito alle quali si saprà con chi si è d’accordo davvero e con chi no,, e si saprà uscire dall’equivoco, dai tira e molla e mettersi col lavoro fecondo dalla propaganda fra le masse e dell’azione veramente rivoluzionaria.

Voi saprete interpretare per il loro verso queste idee buttate già così confusamente ed in fretta. Io del resto le svilupperò completamente in un lavoretto che darò alle stampe al più presto.[6]

Se volete far leggere questa lettera a qualche amico fatelo pure; ma però, appunto perché è buttata giù in fretta e senza ordine, fatela ledere solo a quelli che conoscete abbastanza intelligenti per non interpretare le cose a rovescio . .

 

 

c.    La tragedia di Monza[7]

 

Prima di tutto riduciamo le cose alle loro giuste proporzioni

Il re è stato ucciso; e poiché un re è pur sempre un uomo, il fatto è da deplorarsi. Una regina è stata vedovate; e Poiché una regina è anch’essa una donna, noi simpatizziamo col suo dolore.

Ma perché tanto chiasso per la morte di un uomo e per le lacrime di una donna quando si accetta come una cosa naturale il fatto che ogni giorno tanti uomini cadono uccisi, e tante donne piangono, a causa delle guerre, degli accidenti sul lavoro, delle rivolte represse a fucilate, e dei mille delitti prodotti dalla miseria, dallo spirito di vendetta, dal fanatismo e dall’alcolismo?

Perché tanto sfoggio di sentimentalismo a proposito di una disgrazia particolare, quando migliaia e milioni di esseri umani muoiono di fame e di malaria, fra l’indifferenza di coloro che avrebbero i mezzi di rimediarvi?

Forse perché questa volta le vittime non son dei volgari lavoratori, non un onest’uomo ed un’onesta donna qualunque, ma un re ed una regina? . _

Veramente, noi troviamo il caso più interessante, ed il nostro dolore è più sentito, più vivo, più vero, quando si tratta di un minatore schiacciato da una frana mentre lavora, e di una vedova che resta a morir di fame coi suoi figlioletti!

Nulladimeno, anche quelle dei reali sono sofferenze umane e vanno deplorate. Ma sterile resta il lamento se non se ne indagano le cause e non si cerca di eliminarle.

Chi è che provoca la violenza? Chi è che la rende necessaria, fatale?

Tutto il sistema sociale vigente è fondato sulla forza brutale messa a servizio di una piccola minoranza che sfrutta ed opprime la grande massa; tutta l’educazione che si dà ai ragazzi si riassume in una apoteosi della forza brutale; tutto l’ambiente in cui viviamo è un continuo esempio di violenza, una continua suggestione alla violenza.

Il soldato, cioè l’omicida professionale, è onorato, e sopra di tutti è onorato il re, la cui caratteristica storica è quella di essere capo di soldati.

Colla forza brutale si costringe il lavoratore a farsi derubare del prodotto del suo lavoro; colla forza brutale si strappa l’indipendenza alle nazionalità deboli.

L’imperatore di Germania eccita i suoi soldati a non dar quartiere ai Cinesi; il governo inglese tratta da ribelli i Boeri che rifiutano di sottomettersi alla prepotenza straniera, e brucia le fattorie, e caccia le donne dalle case, e perseguita anche i non combattenti, e rinnova le gesta orribili della Spagna in Cuba; il Sultano fa assassinare gli Armeni a centinaia di migliaia; il governo Americano massacra i Filippini dopo averli vilmente traditi.

I capitalisti fan morire gli operai nelle miniere, sulle ferrovie, nelle risaie per non fare le spese necessarie alla sicurezza del lavoro, e chiamano i soldati per intimidire e fucilare all’occorrenza i lavoratori che domandano di migliorare le loro condizioni.

Ancora una volta, da chi viene dunque la suggestione, la provocazione alla violenza? Chi fa apparire la violenza come la sola via d’uscita dallo stato di cose attuale, come il solo mezzo per non subire eternamente la violenza altrui?

Ed in Italia è peggio che altrove. Il popolo soffre perennemente la fame; i signorotti spadroneggiano peggio che nel Medioevo; il Governo .a gara coi proprietari, dissangua i lavoratori per arricchire i suoi e sperperare il resto in imprese dinastiche; la polizia è arbitra della libertà dei cittadini, ed ogni grido di protesta, ogni benché sommesso lamento è strozzato in gola dai carcerieri, e soffocato nel sangue dai soldati.

Lunga è la lista dei massacri: da Pietrarsa a Conselica, a Calatabiano, alla Sicilia, ecc.

Solo due anni or sono le truppe regie massacrarono il popolo inerme; solo alcuni giorni or sono le regie truppe han portato ai proprietari di Minella il soccorso delle loro baionette e del loro lavoro forzato, contro i lavoratori famelici e disperati.

Chi è il colpevole della ribellione, chi è il colpevole della vendetta che di tanto in tanto scoppia: il provocatore, l’offensore o chi denunzia l’offesa e vuole eliminarne le cause?

Ma, dicono, il re non è responsabile!

Noi non pigliamo certo sul serio la burletta delle finzioni costituzionali. I giornali “liberali” che ora argomentano sulla irresponsabilità del re, sapevano bene, quanto si trattava di loro, che al di sopra del parlamento e dei ministri, vi era un’influenza potente, un”alta sfera” a cui i regi procuratori non permettevano di fare troppo chiare allusioni. Ed i conservatori, che ora aspettano una “nuova era” dall’energia del nuovo re, mostrano di sapere che il re, almeno in Italia, non è poi quel fantoccio che ci vorrebbero far credere quando si tratta di stabilire le responsabilità. E d’altronde, anche se non fa il male direttamente, è sempre responsabile di esso, un uomo che potendo, non lo impedisce ‑ed il re è capo dei soldati e può sempre, per lo meno, impedire che i soldati facciano fuoco sopra popolazioni inermi. Ed è pur anche responsabile chi non potendo impedire un malie, lascia che si faccia in nome suo, piuttosto che rinunziare ai vantaggi del posto.

È vero che se si prendono in conto le considerazioni di eredità, di educazione, di ambiente, la responsabilità personale dei potenti si attenua di molto e forse sparisce completamente. Ma allora, se è irresponsabile il re dei suoi atti e delle sue omissioni, sÈmalgrado l’oppressione, lo spogliamento il massacro del popolo fatto in suo nome, egli avrebbe dovuto restare al primo posto del paese, perché mai sarebbe responsabile il Bresci? Perché mai dovrebbe il Bresci scontare con una vita di inenarrabili patimenti un atto che, per quanto si voglia giudicare sbagliato, nessuno può negare essere stato ispirato da intenzioni altruistiche?

Ma questa questione della ricerca delle responsabilità c’interessa mediocremente.

Noi non crediamo nel diritto di punire, noi respingiamo (idea di vendetta come sentimento barbaro: noi non intendiamo essere giustizieri, nè vendicatori. Più santa, più nobile, più feconda ci pare la missione di liberatori e di pacificatori.

Ai re, agli oppressori, agli sfruttatori noi tenderemmo volentieri la mano, quando soltanto essi volessero tornare uomini fra gli uomini, uguali tra gli uguali. Ma intanto che essi si ostinano a godere dell’attuale ordine di cose ed a difenderlo colla forza, producendo così il martirio, 1’abbrutimento e la morte per stenti a milioni di creature umane, noi siamo nella necessità, siamo nel dovere di opporre la forza alla forza.

Opporre la forza alla forza!

Vuol dire ciò che noi ci dilettiamo in complotti melodrammatici e siamo sempre nell’atto o nell’intenzione di pugnalare un oppressore?

Niente affatto. Noi aborriamo alla violenza per sentimento e per principio, e facciamo sempre il possibile per evitarla: solo la necessità di resistere al male coi mezzi idonei ed efficaci ci può indurre a ricorrere alla violenza.

Sappiamo che questi fatti di violenza singola, senza sufficiente preparazione nel popolo restano sterili e spesso , provocando reazioni a cui si è incapaci a resistere, producono dolori infiniti e fanno male alla causa stessa a cui intendevano servire.

Sappiamo che l’essenziale, l’indiscutibilmente utile si è, non già l’uccidere la persona di un re, ma l’uccidere tutti i re ‑ quelli delle corti, dei parlamenti e delle officine ‑ nel cuore e nella mente della gente; di sradicare cioè la fede nel principio di autorità a cui presta culto tanta parte del popolo.

Sappiamo che meno la rivoluzione è matura e più essa riesce sanguinosa ed incerta.

Sappiamo che, essendo la violenza sorgente di autorità, anzi essendo in fondo tutta una cosa col principio di autorità, più la rivoluzione sarà violenta e più vi sarà pericolo ch’essa dia origine a nuove forme di autorità.

E perciò ci sforziamo di acquistare, prima di adoperare le ultime ragioni degli oppressi, quella forza morale e materiale che occorre per ridurre al minimo la violenza necessaria ad abbattere il regime di violenza a cui oggi l’umanità soggiace.

Ci si lascerà in pace al nostro lavoro di propaganda, di organizzazione, di preparazione rivoluzionaria?

In Italia c’impediscono di parlare, di scrivere, di associarci. Proibiscono agli operai di unirsi e lottare pacificamente, nonché per l’emancipazione, nemmeno per migliorare in minime proporzioni le loro incivili ed inumane condizioni di esistenza. Carceri domicilio coatto, repressioni sanguinose sono i mezzi che si oppongono non solo a noi anarchici, ma a chiunque osa pensare ad una più civile condizione di cose.

Che meraviglia, se perduta la speranza di poter combattere con profitto per la propria causa, degli animi ardenti si lasciano trasportare ad atti di giustizia vendicativa?

Le misure di polizia, di cui sono sempre vittime i meno pericolosi; la ricerca affannosa di inesistenti istigatori, che appare grottesca a chiunque conosce un poco lo spirito dominante tra gli anarchici, le mille buffe proposte di sterminio avanzate da dilettanti di poliziottismo, non servono che a mettere in evidenza il fondo selvaggio che cova nell’animo delle classi governanti.

Per eliminare totalmente la rivolta sanguinosa delle vittime, non vi è altro mezzo che l’abolizione dell’oppressione, mediante la giustizia sociale.

Per diminuirne ed attuarne gli scoppi non v’è altro mezzo che lasciare a tutti la libertà di propaganda e di. organizzazione; che lasciare ai diseredati, agli oppressi, ai malcontenti, la possibilità di lotte civili; che dar loro la speranza di poter conquistare, sia pur gradualmente, la propria emancipazione per vie incruente.

II governo d’Italia non ne farà nulla continuerà a reprimere ... e continuerà a raccogliere quello che semina.

Noi, pur deplorando la cecità dei governanti che imprime alla lotta un’asprezza non necessaria, continueremo a combattere per una società in cui sia eliminata ogni violenza, in cui tutti abbiano pane, libertà, scienza, in cui l’amore sia la legge suprema della vita.

 

 

d.    Errori e rimedi[8]

 

Vi è oggi tanta gente varia che si chiama anarchica, e col nome di anarchia si espongono tante idee disparate e contraddittorie, che davvero avremmo torto di meravigliarci quando il pubblico che è nuovo alle idee, e non può a prima giunta distinguere le grandi differenze che si nascondono sotto il velo di una parola comune, resta sordo alla nostra propaganda e ci guarda con sospetto.

Noi non possiamo naturalmente impedire agli altri di prendere il nome che vogliono; né l’abbandonar noi il nome di anarchici servirebbe ad altro che ad aumentare la confusione, poiché il pubblico penserebbe che noi abbiamo semplicemente voltato bandiera.

Tutto ciò che possiamo, e cioè che dobbiamo fare, si è di distinguerci nettamente da coloro che dell’anarchia hanno un concetto diverso dal nostro, o che dallo stesso concetto teorico tirano conseguenze pratiche opposte a quelle che ne tiriamo noi. E la distinzione deve risultare dall’esposizione chiara della nostra morale senza nessun riguardo di persone e di partito. Poiché questa pretesa solidarietà di partito, fra gente che poi non apparteneva e non avrebbe potuto appartenere allo stesso partito, è stata appunto una delle cause principali della confusione. E si è arrivati a tal punto che molti esaltano nei “compagni” quelle stesse azioni che vituperano nei borghesi; e sembra che il loro unico criterio del bene e del male sia questo: se l’autore dell’atto che si giudica prende il nome di anarchico, o no.

Molti sono gli errori che hanno menato gli uni a mettersi in completa contraddizione coi principii che teoricamente professano, e gli altri a sopportare queste contraddizioni; come molte sono le cause che hanno attirata in mezzo a noi della gente che in fondo se ne ride del socialismo e dell’anarchia, e di tutto ciò che sorpassa gl’interessi delle loro persone.

Io non posso intraprendere qui un esame metodico e completo di questi errori. Solo accennerò ad alcuni di essi così come mi si presenteranno alla mente.

prima di tutto parliamo di morale.

È cosa comune trovare degli anarchici che “negano la morale”. Al principio è un semplice modo di dire per significare che, dal punto di vista teorico, non ammettono una morale assoluta, eterna, immutabile, e che, nella pratica, si ribellano contro la morale borghese che sanziona lo sfruttamento delle masse e condanna quegli atti che tornano a pericolo e danno dei privilegiati. Ma poi, poco a poco, come suole avvenire in tante altre cose, prendono la figura retorica per l’espressione della verità. Dimenticano che nella morale corrente, oltre le regole che sono inculcate dai preti e dai padroni nell’interesse del loro dominio, si trovano pure, e ne sono in realtà la parte maggiore e sostanziale, anche quelle regole che sono la conseguenza e la condizione di ogni coesistenza sociale; dimenticano che il ribellarsi contro ogni regola imposta colla forza non vuol dire niente affatto rinunziare ad ogni ritegno morale e ad ogni sentimento di obbligazione verso gli altri; dimenticano che per combattere ragionevolmente una morale, bisogna opporle, in teoria ed in pratica, una morale superiore; e, per poco che il temperamento e le circostanze aiutino, finiscono col divenire immorali nel senso assoluto della parola, cioè uomini senza regola di condotta, senza criterio per guidarsi nelle loro azioni, che cedono passivamente all’impulso del momento. Oggi si leveranno il pane di bocca per soccorrere un compagno, domani ammazzeranno un uomo per andare al bordello! . . .

Altra fonte di errori e di colpe gravissime è stato il modo come si è interpretato da molti la teoria della violenza.

La società attuale si mantiene colla forza delle armi. Mai nessuna classe oppressa è riuscita ad emanciparsi senza ricorrere alla violenza; mai le classi privilegiate han rinunciato ad una parte, sia pur minima, dei loro privilegi, se non per forza, o per paura della forza. Le istituzioni sociali attuali sono tali che applica impossibile di trasformarle per via di riforme graduali e pacifiche; e la necessità di una rivoluzione violenta che, violando, distruggendo la legalità, fondi la società umana sopra basi novelle, s’impone. L’ostinazione, la brutalità con cui la borghesia risponde ad ogni più anodina domanda del proletariato, dimostrano la fatalità della rivoluzione violenta. Dunque è logico, è necessario che i socialisti e specialmente gli anarchici, siano un partito rivoluzionario e prevedano e affrettino la rivoluzione.

Ma disgraziatamente c’è negli uomini una tendenza a scambiare il mezzo col fine; e la violenza, che per noi è e deve restare una dura necessità, è diventata per molti quasi lo scopo unico della lotta. La storia è piena di esempi di uomini che, avendo cominciato a lottare per uno scopo elevato, hanno poi nel calore della mischia smarrito ogni controllo sopra loro stessi, han perduto di vista lo scopo e son diventati dei feroci massacratori. E, come lo dimostrano fatti recenti, molti anarchici non sono sfuggiti a questo terribile pericolo della lotta violenta. Irritati dalle persecuzioni, ammattiti dagli esempi di cieca ferocia che dà ogni giorno la borghesia, essi han cominciato ad imitare l’esempio dei borghesi; ed allo spirito d’amore è subentrato lo spirito di vendetta, lo spirito di odio. E l’odio e la vendetta essi, al par dei borghesi, han chiamato giustizia Poi, per giustificare quegli atti, che pur potevano spiegarsi come effetti delle orribili condizioni del proletariato e servire come una ragione di più per invocare la distruzione di un ordine di cose che produce così tristi risultati, alcuni han cominciato a formulare le più strane, le più fanatiche, le più autoritarie teorie; e non badando alla contraddizione, le han presentate come un nuovissimo progresso dell’idea anarchica . . .

D’altra parte un errore, opposto a quello in cui cadono i terroristi,minaccia il movimento anarchico. Un po’ per reazione contro l’abuso che in questi ultimi anni si è fatto della violenza, un po’ per la sopravvivenza delle idee cristiane, e soprattutto per l’influenza della predicazione mistica di Tolstoj, alla quale il genio e le alte qualità morali dell’autore dan voga e prestigio, incomincia ad acquistare una certa importanza fra gli anarchici il partito della resistenza passiva, il quale ha per principio che bisogna lasciare opprimere e vilipendere se stesso e gli altri piuttosto che far del male all’aggressore. È quello che è stato chiamato l’anarchia passiva. . .

È curioso osservare come i terroristi ed i tolstoisti, appunto perché sono gli uni e gli altri dei mistici, arrivano a conseguenze pratiche presso che uguali. Quelli non esiterebbero a distruggere mezza umanità pur di far trionfare l’idea: questi lascerebbero che tutta l’umanità restasse sotto il peso delle più grandi sofferenze piuttosto che violare un principio.

Per me, io violerei tutti i principii del mondo pur di salvare un uomo: il che sarebbe poi infatti rispettare il principio, poiché, secondo me, tutti principii morali e sociologici si riducono a questo solo: il bene degli uomini, di tutti gli uomini.

 

 

e.    Il furto come arma di guerra[9]

 

In tutti i tempi gli eserciti belligeranti ed i partiti rivoluzionari hanno considerato atto di buona guerra l’impossessarsi a danno del nemico di tutto ciò che può facilitare la vittoria e quindi anche del denaro, che si suol dire essere il nerbo della guerra.

È permesso agli anarchici, che stanno sempre, almeno intenzionalmente, in guerra guerreggiata con la classe capitalistica, è permesso agli anarchici, in coerenza coi loro principi, togliere ai ricchi della roba (denaro e oggetti preziosi) per servirsene per la propaganda, per l’armamento e per tutti i. bisogni della lotta? E non potendo requisire il denaro apertamente, in guerra dichiarata, è permesso impadronirsene di nascosto, adoperando quelle che possono chiamarsi astuzie di guerra in una parola rubando?

Teoricamente non pare che vi possa esser dubbio sul diritto di adoperare, in una guerra giusta, tutti i mezzi atti a facilitare ed assicurare la vittoria senza ledere il sentimento di umanità. Ma bisogna vedere se un mezzo è poi realmente utile, se ciò che è moralmente permesso è praticamente consigliabile.

Il metodo (il furto per la propaganda) è stato in vari paesi ed in varie epoche predicato e praticato da speciali gruppi anarchici; ma ha dato sempre frutti disastrosi.

E potrei dire lo stesso di altri partiti e di epoche gloriose nella storia d’Italia, ma preferisco non occuparmi qui che delle cose nostre.

Il denaro corrompe e corrompe pure la necessità di nascondere il proprio essere, di fingere, d’ingannare, di adoperare quelle arti necessarie al ladro se non vuole andare in prigione come un imbecille.

Quanti giovani generosi, quante belle nature si sono sciupate per questa fisima del rubare per la propaganda!

S’incomincia col ricercare la compagnia dei ladri di mestiere, perché anche il rubare è un mestiere che bisogna imparare. Si perde l’abitudine e poi la voglia di lavorare, e quindi sul prodotto del furto bisogna prelevare la quota per alimentare il ladro: alla propaganda va quel che resta, se ce ne resta. E coll’abitudine del non lavorare viene il gusto del lusso e dell’orgia, e si finisce col dimenticare le idee, la propaganda, i principi, e si diventa un ladro volgare.

Peggio ancora: s’icomincia a trattare i propri compagni come vigliacchi perché si lasciano sfruttare lavorando, la massa come disprezzabile gregge, e si finisce col dire: “chi vuole emanciparsi faccia come me, rubi”, “io la mia rivoluzione l’ho fatta, faccian gli altri la loro”, e si diventa dei borghesi come e peggio degli altri.

E questo solo per quei pochi che hanno fortuna e riescono a fare il colpo grosso. Gli altri consumano la vita in piccole truffe, furterelli meschini fatti preferibilmente a danno dei poveri, perché rubare ai poveri è più facile e meno pericoloso, o a danno dai compagni perché i compagni non denunciano alla polizia.

I migliori quelli che riescono a salvarsi dalla peggiore decadenza morale son quelli che si fan cogliere all’inizio della carriera e vanno in galera prima di essersi completamente corrotti.

Vi possono essere delle eccezioni individuali: io stesso ne potrei citare se l’argomento non fosse così delicato.

Ma il certo si è che in tutti gli ambienti in cui è stato ammesso il furto per la propaganda è entrata la corruzione, la sfiducia tra compagni la maldicenza, il sospetto e quindi l’inerzia e la dissoluzione. E le spie hanno avuto buon giunco, perché non si è più avuto il modo di controllare quali sono i mezzi di vita di ciascuno.

No, meglio la penuria di mezzi, meglio il soldino versato e raccolto con fatica che dà al lavoratore l’orgoglio di concorrere col proprio sforzo all’opera comune, anziché, per la speranza quasi sempre illusoria della grossa somma, correre il rischio di veder corrompersi e sparire alcuni tra i compagni più energici e più intraprendenti.

 

 

 

 

 

 

 

 


 

3. LA LEZIONE DEI FATTI

 

 

a.    La tattica rivoluzionaria[10]

 

Noi dobbiamo mescolarci più ch’è possibile alla vita popolare: incoraggiare e spingere tutti i movimenti che contengono un germe di rivolta materiale o morale e abituano il popolo a fare i suoi interessi da sé e a non fidare che nelle proprie forze; ma senza perdere mai di vista che la rivoluzione per l’espropria­zione e la messa in comune della proprietà e la demolizione del potere sono la sola salute del proletariato e dell’umanità e che per conseguenza ogni cosa è buona o cattiva a seconda che es­sa avvicini o allontani, faciliti o renda più difficile tale rivolu­zione.

Applichiamo ciò alla questione degli scioperi. Noi siamo caduti a tal proposto, com’è un po’ la nostra abitudine, da una esagerazione in un’altra.

Tempo addietro, convinto che lo sciopero è impotente, non solo per emancipare, ma anche per migliorare in modo perma­nente la sorte. dei lavoratori, noi trascuravamo troppo il lato morale della questione e, meno che in qualche regione, abbia­mo lasciato questo mezzo potente di propaganda e di agitazio­ne quasi totalmente ai socialisti autoritari e agli addormentatoci.

Cessata quell’indifferenza in seguito ai grandi scioperi di questi ultimi tempi e specialmente dopo lo sciopero del porto di Londra che fece pensare che se gli uomini che lo guidarono avessero avuta una chiara concezione rivoluzionaria e non ne avessero temuto le responsabilità, si sarebbe potuto condurre i lavoratori dei docks a marciare sui quartieri ricchi ed a fare la rivoluzione; si manifesta ora una tendenza all’eccesso opposto, cioè ad attendere tutto dagli scioperi e quasi a confondere lo sciopero con la rivoluzione.

Questa tendenza è molto pericolosa, poiché essa fa nascere delle speranze chimeriche e la cui pratica sarebbe, non dico certo altrettanto corruttrice, ma pure fallace e addormentatrice come lo stesso parlamentarismo.

Si predica lo sciopero generale e sta benissimo: ma si ha torto, secondo me, quando s’immagina e si dice che lo sciopero generale è la rivoluzione. Esso sarebbe solo un’occasione magnifica per fare la Rivoluzione, ma niente di più. Esso potrebbe trasformarsi in rivoluzione, ma solo se i rivoluzionari avessero abbastanza influenza, forza e spirito d’iniziativa per trascinare i lavoratori sulla via dell’espropriazione e dell’attacco armato, prima che lo snervamento della fame e lo sgomento del massacro o le concessioni dei padroni non vengano a demoralizzare gli scioperanti e a ridurli in quello stato d’animo, così facile a prodursi tra le masse, nel quale si vuole sottomettersi ad ogni costo, e si considera come un nemico, un pazzo o un agente provocatore chiunque spinge alla lotta ad oltranza.

Io considero del resto come irrealizzabile un vero sciopero generale nelle condizioni economiche e morali attuali del proletariato universale; e credo che la rivoluzione sarà fatta molto prima che un tale sciopero possa prodursi. Ma di grandi scioperi se ne producono già e con l’attività e dell’accordo si può provocarne di più grandi ancora; e potrebbe darsi che sia quella la forma con cui comincerà, almeno nei paesi industriali, la Rivoluzione sociale. Bisogna dunque star sul chi vive per profittare di tutte le occasioni che possono presentarsi.

Lo sciopero non deve più essere la guerra delle braccia incrociate.

I fucili e tutti gli ordigni per l’attacco e la difesa che la scienza mette a nostra disposizione, lungi dall’essere resi inutili dagli scioperi, restano sempre strumenti di liberazione, che negli scioperi trovano soltanto una buona occasione per essere utilmente adoperati

 

 

b.    Andiamo fra il popolo[11]

 

Confessiamolo subito: gli anarchici non si sono mostrati all’altezza della situazione.

Se si toglie il moto di Carrara che ha dato prova si del loro coraggio e della loro devozione alla causa, ma anche dell’insufficienza della loro organizzazione, appena si sarebbe parlato degli anarchici in tanto commuoversi di popolo in Sicilia ed in altre parti d’Italia.

Dopo aver tanto gridato di rivoluzione, la rivoluzione arriva, e noi siamo stati disorientati e siam restati presso che inerti.

Può essere doloroso il confessarlo, ma il tacerlo e nasconderlo sarebbe tradire la causa, e continuare negli errori che ci han condotti a questo punto.

È tempo di ravvederci!

La causa principale, secondo noi, di questa nostra decadenza è l’isolamento in cui quasi dappertutto siamo caduti.

Per un complesso di cause, che ora sarebbe troppo lungo esaminare, gli anarchici, dopo la dissoluzione dell’Internazionale, perdettero il contatto delle masse e si andavano man mano riducendo in piccoli gruppi, occupati solo a discutere eternamente e, purtroppo

a dilaniarsi tra loro, o tutt’al più a fare un po’ di guerra ai socialisti legalitari.

Contro questo stato di cose si è tentato più volte di reagire con più o meno successo. Ma quando si credeva di poter infine ricominciare un lavoro serio ed a larga base, ecco che venner fuori alcuni compagni i quali, per una malintesa intransigenza, elevarono l’isolamento a principio, e secondati dall’indolenza e dalla timidezza di tanti, che trovavano in quella “teoria” una comoda scusa per non far nulla e non correre nessun rischio, riuscirono a ricacciarci nell’impotenza.

Per opera di quei compagni, molti dei quali ci compiacciamo di riconoscerlo, sono pur animati dalle migliori intenzioni, il lavoro di propaganda e di organizzazione è diventato una cosa impossibile.

Volete entrare in un’associazione operaia? Maledizione! Non giova per il verbo anarchico: ogni buon anarchico se ne deve tener lontano come dalla peste.

Volete fondare un’associazione dei lavoratori per abituarli a lottare solidariamente contro i padroni? Tradimento! un buon anarchico non deve associarsi che con anarchici convinti, vale a dire deve star sempre cogli stessi compagni, e se vuol fondare associazioni, non può che dar nomi diversi a un gruppo, composto sempre dalla stessa gente.

Cercate di organizzare e sostenere scioperi? Mistificazioni, palliativi!

Tentate manifestazioni ed agitazioni popolari? Pagliacciate!

Insomma tutto quello che è permesso di fare per la propaganda si è qualche conferenza, dove il pubblico non viene se non è attirato dalle doti eccezionali di un oratore, qualche stampato, che è letto sempre dallo stesso circolo di gente; e la mo a uomo, se sapete, trovar chi vi ascolti. E propaganda da uomo a uomo,se sapete trovar chi vi ascolta.

E con questo un gran vociare di rivoluzione: ‑ rivoluzione che, predicata così, diventa come il paradiso dei cattolici, una promessa di là di venire, che vi addormenta in un’inerzia beata fino a che ci credete e vi lascia scettici ed egoisti, quando la fede vi sfugge.

Ed intanto intorno a noi il popolo si agita e segue altre correnti; ed i socialisti legalitari ci vincon la mano ed hanno spesso successi, anche in quei paesi dove come in Italia, il socialismo è stato per la prima volta bandito e popolarizzato da noi, e dove noi vantiamo non ingloriose tradizioni di lotte e di sacrifici sostenuti con costanza e fierezza.

Questa è una tattica micidiale che equivale al suicidio. La rivoluzione non si fa in quattro gatti. Degl’individui e dei gruppi isolati possono fare un po’ di propaganda; dei colpi audaci, delle bombe e simili cose, se fatte con retto criterio (il che purtroppo non è sempre q caso) possono attirare l’attenzione pubblica sui mali dei lavoratori e sulle nostre idee, possono sbarazzarci di qualche ostacolo potente; mala rivoluzione non si fa che quando il popolo scende in piazza. E se noi vogliamo farla bisogna che attirammo a noi la folla, quanto più folla è possibile.

Ed è anche, questa tattica dell’isolamento, contraria ai nostri principi ed allo scopo che ci proponiamo.

La rivoluzione, come noi la vogliamo, deve essere il comincia mento della partecipazione attiva, diretta, vera delle masse, cioè di tutti, alla organizzazione ed alla gerenza della vita sociale. Se per impossibile, la rivoluzione potesse essere fatta da noi soli, non sarebbe la rivoluzione anarchica poiché allora saremmo i padroni noi ed il popolo, disorganizzato e quindi impotente ed incosciente, spetterebbe gli ordini nostri, Ed allora tutta l’anarchia si ridurrebbe ad una vana dichiarazione di principi mentre in pratica sarebbe sempre una piccola frazione che si servirebbe delle forze cieche della massa incosciente e sommessa per imporre le proprie idee: ‑ e questo è l’essenza stessa dell’autorità.

Figuriamoci che domani con un colpo di mano potessimo, da noi soli, senza il concorso delle masse, sconfiggere il gover­no e restare padroni della situazione. Le masse che non avreb­bero preso parte alla lotta e non avrebbero  sperimentata la potenza delle loro forte, applaudirebbero ai vincitori e reste­rebbero inerti ad attendere che noi dessimo loro tutto il benessere che loro promettiamo.

Che cosa faremmo noi? O assumere di fatto se non di diritto, la dittatura, il che vorrebbe dire riconoscere l’inattuabilità delle nostre idee antigovernative e dichiararsi sconfitti in quanto anarchici o fare “per viltade il gran rifiuto”; ritirarci protestando il nostro sacro orrore del nostro comando, e lasciare che il comando lo prendano i nostri avversari.

Fu così che avvenne per ragioni del resto alquanto diverse agli anarchici spagnoli nei moti del 1873. Per un concorso di circostanze, si trovarono padroni della situazione in varie città, come per es. in S. Lucas de Barrameda e Cordova: il popolo non faceva nulla da sé ed aspettava che qualcuno comandasse il da farsi; gli anarchici non vollero prendere il comando perché ciò era contrario ai loro principi ... ed allora subentrò la reazione repubblicana prima, monarchica poi, che ristabilì il vecchio regime coll’aggravante delle persecuzioni, arresti e massacri in massa.

Andiamo tra il popolo: questa è l’unica via di salvezza. Ma non vi andiamo con la boria burbanzosa di persone che pretendono possedere il verbo infallibile e disprezzano dall’alto della loro pretesa infallibilità chi non divide le loro idee. Andiamoci per affratellarci coi lavoratori, per lottare con loro, per sacrificarsi per loro. Per avere il diritto, per avere la possibilità di reclamare dal popolo lo slancio e lo spirito di sacrifico necessario nelle grandi giornate di battaglia decisiva, bisogna aver dato al popolo prova di sé, bisogna esserci mostrati primi per coraggio e per abnegazione nelle sue piccole lotte quotidiane. Entriamo in tutte le associazioni di lavoratori, fondiamone più che possiamo, provochiamo federazioni sempre più vaste, sosteniamo ed organizziamo scioperi, propaghiamo dappertutto con tutti i mezzi, lo spirito di cooperazione e di solidarietà tra i lavoratori.

E guardiamoci dal disgustarci perché spesso i lavoratori non comprendono o non accettano tutti i nostri ideali e stanno attaccati a vecchio forme ed a vecchi pregiudizi.

Noi non possiamo e non vogliamo aspettare, per far la rivoluzione, che le masse siano diventate socialiste‑anarchiche con piena coscienza. Noi sappiamo che finché dura l’attuale ordinamento economico politico della società, l’immensa maggioranza del popolo è condannata all’ignoranza ed all’abbrutimento e non è capace che di ribellioni più o meno cieche. Bisogna distruggere quest’ordinamento, facendo la rivoluzione come si può, colle forze che troviamo nella vita reale.

A maggior ragione noi non possiamo aspettare per organizzare i lavoratori ch’essi siano prima diventati anarchici. Come farebbero a diventarlo se lasciati soli, col sentimento d’impotenza che viene loro dall’isolamento?

Come anarchici noi dobbiamo organizzarci tra noi, tra gente perfettamente convinta e concorde: ed intorno a noi dobbiamo organizzare, in associazioni larghe, aperte, quanti più lavoratori è possibile, accettandoli quali essi sono e sforzandoci di farli progredire il più che si può.

Come lavoratori noi dobbiamo essere sempre e dappertutto coi nostri compagni di fatica e di miseria.

Ricordiamoci che il popolo di Parigi incominciò a domandare pane al re fra applausi e lacrime di tenerezza, e due anni dopo,avendone, come era naturale, ricevuto piombo invece di pane lo aveva già decapitato. E ieri ancora il popolo di Sicilia è stato sul punto di fare la rivoluzione pur plaudendo al re ed a tutta la sua famiglia.

Quegli anarchici che hanno combattuto e ridicolizzato il movimento dei “fasci”, perché essi non erano organizzati come vorremmo noi, perché spesso si intitolavano da “Maria Immacolata” Perché avevano nelle loro sale il busto di Cario piuttosto che quello di Bakunin, ecc.  avere né senso né spirito rivoluzionario.

Noi non siamo teneri, oh! no, per coloro che corrompono tutto col veleno parlamentare, che tutto riducono a questione di candidature e che (in buona o in mala fede, non importa) vorrebbero fare del popolo un gregge volante. Ma non è fare il giunco di questi aspiranti deputati, e, peggio ancora, non è fare il giunco della borghesia e del governo il predicare il disgrega mento ed il lasciare in mano loro tutte le forze organizzate de proletariato?

Ravvediamoci. Il momento è solenne. Noi siam giunti ad uno di quei momenti critici della storia umana, che decidono di tutto un nuovo periodo. Da noi, che abbiamo scritto sulla nostra bandiera le parole redentrici ed inseparabili di socialismo e di anarchia, dipendono il successo e indirizzo del prossima rivoluzione.

 

 

c.    Il nostro compito[12]

 

(…) Che cosa dobbiamo fare per metterci in grado di fare la rivoluzione nostra, la rivoluzione contro ogni privilegio ed ogni autorità, e vincere?

La tattica migliore sarebbe di fare sempre e dappertutto la propaganda delle nostre idee; di sviluppare nei proletari, con tutti i mezzi possibili, lo spirito di associazione e di resistenza e di suscitare in loro sempre crescenti pretensioni; di combattere continuamente tutti i partiti borghesi e tutti i partiti autoritari restando indifferenti alle loro querele; di organizzarci fra quanti sono convinti e si van convincendo delle nostre idee, e provvederci dei mezzi materiali necessari alla lotta; e quando fossimo arrivati ad aver la forza sufficiente per vincere, insorgere da soli, per conto nostro esclusivo, per attuare tutto intero il nostro programma, o più propriamente per conquistare a ciascuno f intera libertà di sperimentare, praticare ed andare man mano modificando il modo di vita sociale ch’egli crede migliore.

Ma, purtroppo, questa tattica non può essere sempre rigorosamente seguita ed è impotente a raggiungere lo scopo. La propaganda non ha che un’efficacia limitata, e quando in un dato ambiente si sono assorbiti tutti gli elementi capaci per le loro condizioni morali e materiali di comprendere ed accettare un dato ordine d’idee, poco più si può fare colla parola e cogli scritti fino a che una trasformazione dell’ambiente non abbia sollevato un nuovo strato della popolazione alla possibilità di apprezzare quelle idee. L’efficacia dell’organizzazione operaia è essa pure limitata dalle ragioni stesse che si oppongono all’estendersi indefinito della propaganda; nonché da fatti economici e morali d’ordine generale che affievoliscono o neutralizzano del tutto gli effetti della resistenza dei lavoratori coscienti.

Una forte e vasta organizzazione nostra per la propaganda e per la lotta incontra mille ostacoli in noi stessi, nella nostra mancanza di mezzi e soprattutto nelle repressioni governative. Ed anche supponendo che fosse possibile col tempo di arrivare, per mezzo della propaganda e dell’organizzazione, ad aver la forza per fare la rivoluzione da noi, direttamente per il socialismo anarchico, si producono tutti i giorni, e ben prima che noi si sia giunti ad avere quella forza, delle situazioni politiche nelle quali siamo obbligati ad intervenire sotto pena non solo di rinunziare ai vantaggi che se ne possono ricavare, ma anche di perdere ogni influenza sul popolo, di distruggere una parte del lavoro e di rendere più difficile il lavoro futuro.

Il problema dunque è di trovare il mezzo per determinare per quanto sia in noi quelle modificazioni di ambiente necessarie al progresso della nostra propaganda e di. profittare delle lotte fra i vari partiti politici e di tutte le occasioni che si presentano senza rinunziare a nessuna parte del nostro programma ed in modo da facilitare ed avvicinare il trionfo.

In Italia, per esempio, la situazione è tale che è possibile, è probabile, in un tempo più o meno breve una insurrezione contro la Monarchia. Ma è certo d’altra parte che il risultato di questa prossima insurrezione non sarà il socialismo anarchico.

Dobbiamo noi prendere parte alla preparazione ed alla realizzazione di questa insurrezione e come?

Vi sono alcuni compagni i quali pensano che noi non abbiamo nessun interesse a mischiarci in un movimento, i1 quale lascerà intatta (istituzione della proprietà privata e servirà solo a sostituire un governo ad un altro, a fare cioè una repubblica, la quale non sarebbe meno borghese e meno oppressiva di quello che è la monarchia. Lasciamo, essi dicono, che i borghesi e gli spiranti al governo si rompano le corna tra di loro, e noi continuiamo per la nostra strada, facendo sempre la propaganda anti‑proprietaria ed anti‑autorítaria.

Ora la conseguenza di questa astensione sarebbe, prima di tutto che (insurrezione senza il contingente delle nostre forse avrebbe meno probabilità di vincere e quindi per causa nostra potrebbe trionfare la monarchia, la quale, massime in questo momenti che combatte per la vita ed è resa feroce dalla paura, preclude la via alla propaganda ed a qualsiasi progresso. Di più, facendosi il movimento senza il nostro concorso, noi non avremmo nessuna influenza sugli avvenimenti ulteriori, non potremmo cavar nulla dalle occasioni che si presentano sempre nel periodo di transizione tra un regime ed un altro, saremmo discreditati come partito di azione e non potremmo per lunghi anni fare alcuna cosa d’importanza.

Non è il caso di lasciare che i borghesi si battano tra di loro, perché in un movimento insurrezionale la forza, per lo meno materiale, è sempre il popolo che la dà, e se noi non siamo nel movimento dividendo coi combattenti i pericoli ed i successi e cercando di trasformare il moto politico in rivoluzione sociale, esso popolo non servirà che di strumento in mano agli ambiziosi che aspirano a dominarlo.

Invece, pigliando parte all’insurrezione (insurrezione che non avremmo la forza di far da noi soli) e pigliandovi la parte più grande possibile noi avremmo la simpatia del popolo insorto, e potremmo spingere le cose più avanti che si può.

Noi sappiamo benissimo, e non cessiamo mai di dirlo e di dimostrarlo, che repubblica e monarchia si equivalgono e che tutti i governi hanno un’eguale tendenza ad allargare il loro potere e ad opprimere sempre più i governati. Ma sappiamo pure che più un governo è debole, che più è forte la resistenza ch’esso incontra nel popolo, e più grande la libertà più è grande la possibilità i progredire. Contribuendo in modo efficace alla caduta della monarchia noi potremmo opporci con più o meno efficacia alla costituzione o alla consolidazione di una repubblica, potremmo restare armati e negare ubbidienza al nuovo governo come potremmo qua e là fare dei tentativi di espropriazione e di organizzazione anarchica e comunista della società. Noi potremmo impedire che la rivoluzione si arresti al suo primo passo e che le energie popolari, svegliate dall’insurrezione, si addormentìno di nuovo. Tutte cose che non potremmo fare, per ovvie ragioni di psicologia popolare, intervenendo dopo: quando l’insurrezione contro la monarchia si fosse fatta ed avesse vinto senza di noi.

Spinti da queste ragioni, altri compagni vorrebbero che noi lasciassimo da parte per il momento la propaganda anarchica e ci occupassimo solo della lotta contro la monarchia, per poi ad insurrezione vinta ricominciare il nostro lavoro speciale di anarchici. E non pensano che se noi ci confondessimo oggi coi repubblicani, lavoreremmo a beneficio della prossima repubblica, disorganizzeremmo le nostre file, confonderemmo la mente dei nostri, e non avremmo poi, quando vorremmo, la forza d’impedire che la repubblica si faccia e si fortifichi.

Fra questi due errori opposti, la via che dobbiamo seguire ci pare chiara.

Noi dobbiamo concorrere con i repubblicani, con i socialisti democratici e con qualsiasi partito antimonarchico ad abbattere la monarchia: ma dobbiamo concorrervi come anarchici, per gli interessi dell’anarchia senza scompaginare le nostre forze e confonderle con quelle degli altri, e senza prendere nessun impegno che vada oltre della cooperazione nell’azione militare.

Così solo possiamo, secondo noi, avere, nei prossimi avvenimenti, tutti i vantaggi di un’alleanza cogli altri partiti antimonarchici senza rinunziare a nessuna parte del nostro programma.

 

 

 

 

 

 

 


 

4. L’ORGANIZZAZIONE DEGLI ANARCHICI

 

 

 

a.              Occorre dividerci . . . per poi riunirci[13]

 

Io tiro avanti aspettando il momento in cui potrò spiegare, nel modo in cui credo utile, la mia attività e preparandoci come meglio posso.

Questi giorni sono stato sul punto di partire per l’Italia; ma subito le cose si sono calmate ed io ho rinunziato a fare un viaggio che, secondo tutte le probabilità, si sarebbe ridotto ad una semplice gita di piacere ... o di dispiacere. Naturalmente, se ulteriori notizie mi persuaderanno che c’è da fare, vado subito.

Disgraziatamente noi siamo ridotti in condizioni di non poter nulla fare, nulla iniziare da noi e dobbiamo aspettare o l’iniziativa di altri partiti o il concorso di circostanze completamente indipendenti da noi.

E ancora, quando queste iniziative o queste circostanze si presentano noi ci troviamo impreparati, disaccordi tra noi, impotenti ‑ e lasciamo che il buon momento passi, senza aver fatto nulla.

Come uscire da questa situazione? come ridiventare un partito che agisce e fa sentire la sua influenza sul corso degli avvenimenti?

Ecco il problema. Ma per risolverlo bisogna innanzi tutto intendersi sul significato di questo “noi” che ripetiamo così spesso, senza sapere che vi è compreso e chi ne è escluso.

Oggi siamo in tanti a chiamarci anarchici, ma v’è spesso tra un anarchico e l’altro tanta differenza che ogni intesa è impossibile e sarebbe assurda. Sicché invece di cooperare insieme allo stesso scopo, non riusciamo che a combatterci ed a paralizzarci gli uni gli altri.

Bisogna innanzi tutto dividerci per poi riunire insieme quelli che sono d’accordo ed hanno un terreno comune di azione.

Sono degli anni che son convinto di questo bisogno e che lo vado ripetendo; ma finora non sono riuscito a nulla.

È incapacità mia? È colpa delle circostanze? Forse c’è un po’ dell’uno e un po’ dell’altro. Io non ho perduto però la speranza di vedere iniziato un nuovo movimento che avesse in sé le condizioni di vita e di successo che sono mancate a quel movimento che noi stessi iniziammo un 20 o 25 anni or sono e che ora, secondo me, sta agonizzando.

Questo per la questione generale. In quanto al caso speciale dell’Italia in questo momento, a me pare che se i repubblicani volessero agire, noi non potremmo far di meglio che far massa con loro. Una volta rotto il sonno in cui l’Italia pare caduta, potremmo rialzare la nostra bandiera e continuare la lotta a modo nostro e per i nostri ideali.

 

 

 

 

b.    Organizzatori e antiorganizzatori[14]

 

Sono degli anni che si fa tra gli anarchici un gran discutere su questa questione. E, come avviene spesso, quando si piglia passione in una discussione ed alla ricerca della verità subentra i] puntiglio di aver ragione, o quando le discussioni teoriche non sono che un tentativo per giustificare una condotta pratica ispirata da altri motivi, si è prodotta una grande confusione d’idee e di parole.

Ricordiamo di passaggio, tanto per sbarazzarcene, le semplici questioni di parole, che a volte han raggiunto le più alte cime del ridicolo, come per esempio: “noi non vogliamo 1’organizzazione ma l’armonizzazione “siamo contrari all’associazione, ma ammettiamo l’intesa”noi non vogliamo segretario e cassiere, perché sono cose autoritarie, ma incarichiamo un compagno di tenere la corrispondenza, ed un altro di custodire il denaro “ ‑ e passiamo alla discussione seria.

Vi sono tra coloro che rivendicano, con aggettivi vari o senza aggettivi, il nome di anarchici, due frazioni: i partigiani e gli avversari dell’organizzazione.

Se non possiamo riuscire a metterci d’accordo, cerchiamo almeno di comprenderci.

E prima di tutto distinguiamo, poiché la questione è triplice: (organizzazione in generale come principio e condizione di vita sociale, oggi e nella società futura; l’organizzazione del partito anarchico; e l’organizzazione delle forze popolari e specialmente quella delle masse operaie per la resistenza contro il governo e contro il capitalismo.

La necessità dell’organizzazione nella vita sociale, e quasi direi la sinonimia tra organizzazione e società, è cosa tanto evidente che si stenta a credere come si sia potuta negare.

Per rendersene conto bisogna ricordare quale è la funzione specifica, caratteristica del movimento anarchico, e come gli uomini e i partiti sono soggetti a lasciarsi assorbire dalla questione che più direttamente li riguarda, dimenticando tutte le questioni connesse, a guardare più la forma che la sostanza, infine a vedere le cose da un lato solo e perdere così la giusta nozione della realtà.

Il movimento anarchico cominciò come reazione contro lo spirito di autorità, dominante nella società civile, nonché in tutti i partiti e tutte le organizzazione operaie, e si è andato ingrossando man mano di tutte le rivolte sollevatesi contro le tendenze autoritarie ed accentratrici.

Era naturale quindi che molti anarchici fossero come ipnotizzati da questa lotta contro l’autorità e che, credendo, per 1’ influenza dell’educazione autoritaria ricevuta, che l’autorità è (anima della organizzazione sociale, per combattere quella combattessero e negassero questa.

E veramente l’ipnotizzazione arrivò al punto da far sostenere cose veramente incredibili.

Si combatte ogni sorta di cooperazione e di intesa, ritenendo che l’associazione era l’antitesi dell’anarchia, si sostenne che senza accordi, senza obblighi reciproci, facendo ognuno quello che gli passa per il capo senza nemmeno informarsi di quello che fa l’altro, tutto si sarebbe spontaneamente armonizzato; che anarchia significa che ogni uomo deve bastare a sé stesso e farsi da sé tutto quello che gli occorre senza scambio e senza lavoro associato; che le ferrovie potevano funzionare benissimo senza organizzazione, anzi che questo avveniva di già in Inghilterra (!); che la posta non era necessaria e che chi a Parigi voleva scrivere una lettera a Pietroburgo ... se la poteva portare da sé (!!), ecc. ecc.

Ma queste sono sciocchezze, si dirà, e non vale la pena di rilevarle.

Si, ma queste sciocchezze sono state dette, stampate propagate: sono state accolte da gran parte del pubblico come l’espressione genuina delle idee anarchiche; e servono sempre come armi di combattimento agli avversari, borghesi e non borghesi, che vogliono aver di noi una facile vittoria. E poi quelle sciocchezze non mancano del loro valore, in quanto sono la conseguenza di certe premesse e possono servire di riprova sperimentali della verità o meno di quelle premesse. sono la conseguenza logica di certe premesse e possono servire di riprova sperimentale della verità o meno di quelle premesse.

Alcuni individui, di mente limitata ma forniti di potente spirito logico, quando hanno accettato delle premesse ne tirano tutte le conseguenze fino all’ultimo, e, se così vuole la logica, arrivano senza scomporsi alle più grandi assurdità, alla negazione dei fatti più evidenti. Ve ne sono bensì altri più colti e di spirito più largo, che trovan sempre modo di arrivare a conclusioni più o meno ragionevoli, anche a costo di strapazzare la logica; e per questi gli errori teorici hanno poca o nessuna influenza sulla condotta pratica. Ma insomma, fino a che non si rinunzia a certi errori fondamentali, si è sempre minacciati dai sillogizzatori ad oltranza, e si torna sempre da capo.

E (errore fondamentale degli anarchici avversari dell’organizzazione è il credere che non sia possibile organizzare senza autorità ‑ ed il preferire, ammessa quella ipotesi, piuttosto rinunziare a qualsiasi organizzazione che accettare la minima autorità.

Ora, che l’organizzazione, vale a dire (associazione per uno scopo determinato e colle forme ed i mezzi necessari a conseguire quel fine, sia una cosa necessaria alla vita sociale ci pare evidente. L’uomo isolato non può vivere nemmeno la vita del bruto: esso è impotente, salvo nelle regioni tropicali e quando la popolazione è eccessivamente rada, a procurarsi il nutrimento; e lo è sempre, senza eccezioni, ad elevarsi ad una vita alcun poco superiore a quella degli animali. Dovendo perciò unirsi cogli altri uomini, anzi trovandosi unito in conseguenza della evoluzione antecedente della specie, esso deve, o subire la volontà degli altri (essere schiavo), o imporre la volontà Propria agli altri (essere un’autorità), o vivere cogli altri in fraterno accordo in vista del maggior bene di tutti (essere un associato). ‑Nessuno può esimersi da questa necessità; ed i più eccessivi antiorganizzatori non solo subiscono l’organizzazione generale della società in cui vivono, ma anche negli atti volontari della loro vita, anche nelle loro rivolte contro l’organizzazione si uniscono, si dividono il compito, si organizzano con quelli con cui vanno d’accordo e utilizzano i mezzi che la società mette a loro disposizione ... sempre, s’intende, che si tratti di cose volute e fatte davvero e non di vaghe aspirazioni platoniche, di sogni sognati.

Anarchia significa società organizzata senza autorità, intendendosi per autorità la facoltà di imporre la propria volontà e non già il fatto inevitabile e benefico che chi meglio intende e sa fare una cosa riesce più facilmente a far accettare la sua opinione, e serve di guida, in quella data cosa, ai meno capaci di lui.

Secondo noi (autorità non solo non è necessaria all’organizzazione sociale, ma, lungi dal giovarle, vive su di essa da parassita, ne inceppa (evoluzione e volge i suoi vantaggi a profitto speciale di una data classe che sfrutta ed opprìme le altre. Fino a che in una collettività vi è armonia d’interessi, fino a che nessuno ha voglia o modo di sfruttare gli altri, non v’è traccia d’autorità: quando viene la lotta intestina e la collettività si divide in vincitori e vinti, allora sorge l’autorità, la quale naturalmente è devoluta ai più forti e serve a confermare, perpetuare ed ingrandire la loro vittoria.

Crediamo così, e perciò siamo anarchici: cha se credessimo che non vi possa essere organizzazione senza autorità, noi saremmo autoritari, perché preferiremmo ancora l’autorità, che inceppa ed addolora la vita, alla disorganizzazione che la rende impossibile.

Del resto, quel che saremmo noi importa poco. Se fosse vero che il macchinista ed il capotreno ed i capiservizio debbano per forza essere delle autorità, anziché dei compagni che fanno per tutti un determinato lavoro, il pubblico amerebbe sempre piuttosto subire la loro autorità che viaggiare a piedi. Se il mastro di posta non potesse non essere un’autorità, ogni uomo sano di mente sopporterebbe l’autorità del mastro di posta, piuttosto che portar da sé le proprie lettere.

E allora ... l’anarchia sarebbe il sogno di alcuni, ma non potrebbe realizzarsi mai.

 

 

c.    Necessità dell’organizzazione[15]

 

Ammessa possibile l’esistenza di una collettività organizzata senza autorità, cioè coazione ‑ e per gli anarchici è necessarioammetterlo perché altrimenti l’anarchia non avrebbe senso passiamo a parlare dell’organizzazione del partito anarchico.

Anche in questo caso l’organizzazione ci sembra utile e necessaria. Se partito significa l’insieme d’individui che hanno uno scopo comune e si sforzano di raggiungere questo scopo, è naturale ch’essi s’intendano, uniscano le loro forze, si dividano il lavoro e prendano tutte le misure stimate atte a raggiungere quello scopo. Restare isolati, agendo o volendo agire ciascun per conto suo senza intendersi con altri, senza prepararci, senza unire in un fascio potente le deboli forze dei singoli, significa condannarsi all’impotenza, sciupare la propria energia in piccoli atti senza efficacia e ben presto perdere la fede nella meta e cadere nella completa inazione.

Ma anche qui la cosa ci sembra talmente evidente che, invece di insistere nella dimostrazione diretta, cercheremo di rispondere agli argomenti degli avversari dell’organizzazione

E prima di tutto ci si presenta l’obbiezione, diremo così, pregiudiziale. “Ma di quale partito ci parlate?”, essi dicono, “noi non siamo un partito, noi non abbiamo programma”.

E con questa forma paradossale essi intendono dire che le idee progrediscono e cambiano continuamente e che essi non vogliono accettare un programma fisso, che può essere buono oggi, ma che sarà certamente superato domani.

Ciò sarebbe perfettamente giusto se si trattasse di studiosi che cercano il vero senza curarsi delle applicazioni pratiche. Un matematico, un chimico, un psicologo, un sociologo possono dire di non aver programma o di non avere che quello di ricercare la verità: essi vogliono conoscere, non vogliono fare qualche cosa.

Ma anarchia e socialismo non sono delle scienze: sono dei propositi, dei progetti che anarchici e socialisti vogliono mettere in pratica e che perciò hanno bisogno di essere formulati in programmi determinati. La scienza e l’arte delle costruzioni progrediscono tutti i giorni; ma un ingegnere che vuol costruire, o anche demolire qualche cosa, deve fare il suo piano, raccogliere i suoi mezzi di azione e agire come se scienza ed arte si fossero arrestate al punto ove egli le trova quando dà principio ai suoi lavori. Può benissimo avvenire che egli possa utilizzare delle nuove acquisizioni fatte nel corso del lavoro senza rinunciare alla parte essenziale del suo piano; e può darsi anche che le nuove scoperte ed i nuovi mezzi creati dall’industria siano tali che egli verga la necessità di abbandonare tutto e ricominciare da capo. Ma ricominciando, avrà bisogno di fare un nuovo piano basato su quello che si conosce e si possiede fino a quel momento, e non potrà concepire e mettersi ad eseguire una costruzione amorfa, con materiali non composti, per il motivo che domani la scienza potrebbe suggerire delle forme migliori e l’industria fornire dei materiali meglio composti.

Noi intendiamo per partito anarchico l’insieme di quelli che vogliono concorrere ad attuare l’anarchia, e che perciò han bisogno di fissarsi uno scopo da raggiungere ed una via da percorrere; e lasciamo volentieri alle loro elucubrazioni trascendentali gli amatori della verità assoluta e del progresso continuo, che non cimentando mai le loro idee alla prova dei fatti finiscono poi col far nulla e scoprir meno.

L’altra obbiezione è che l’organizzazione crea dei capi, delle autorità. Se questo è vero, se è vero cioè che gli anarchici sono incapaci di riunirsi ed accordarsi tra di loro senza sottoporsi ad un’autorità, ciò vuol dire che essi sono ancora molto poco anarchici e che prima di pensare a stabilire l’anarchia nel mondo debbono pensare a rendersi capaci essi stessi di vivere anarchicamente. Ma il rimedio non starebbe già nelle non organizzazione, bensì nella cresciuta coscienza dei singoli membri.

Certamente se in un’organizzazione si lascia addosso a pochi tutto il lavoro e tutte le responsabilità, se si subisce quello che fanno i pochi senza metter mano all’opera e cercar di far meglio, quei pochi finiranno, anche se non lo vogliono, col sostituire la propria volontà a quella della collettività. Se in un’organizzazione i membri tutti non si curano di pensare, di voler capire, di farsi spiegare quello che non capiscono, di esercitare sempre su tutto e su tutti le loro facoltà critiche, e lasciano a pochi il compito di pensare per tutti, quei pochi saranno i capi, le teste pensanti e dirigenti.

Ma, lo ripetiamo, il rimedio non sta nella non organizzazione. Al contrario, nelle piccole come nella grande società, a parte la forza brutale, di cui non può essere questione nel caso nostro, l’origine e la giustificazione dell’autorità sta nella disorganizzazione sociale. Quando una collettività ha un bisogno ed i suoi membri non sanno organizzarsi spontaneamente da loro stessi per provvedervi, sorge qualcuno, un’autorità, che provvede a quel bisogno servendosi delle forze di tutti e dirigendole a sua voglia. Se le strade sono mal sicure ed il popolo non sa provvedere, sorge una polizia che, per qualche servizio che rende, si fa sopportare e pagare, e s’impone e tiranneggia; se v’è bisogno di un prodotto, e la collettività non sa intendersi coi produttori lontani per farselo mandare in cambio di prodotti del paese, vien fuori il mercante che profitta del bisogno che hanno gli uni di vendere e gli altri di compare, ed impone i prezzi che vuole ai produttori ed ai consumatori.

Vedete che cosa è sempre successo in mezzo a noi: meno siamo stati organizzati più ci siamo trovati alla discrezione di qualche individuo. Ed è naturale che così fosse.

Noi sentiamo il bisogno di stare in rapporto coi compagni delle altre località, di ricevere e di dare notizie, ma non possiamo ciascuno individualmente corrispondere con tutti i compagni. Se siamo organizzati, incarichiamo dei compagni di tenere la corrispondenza per conto nostro, li cambiamo se essi non ci soddisfano, e possiamo stare al corrente senza dipendere dalla buona grazia di qualcuno per avere una notizia; se invece siamo disorganizzati, vi sarà qualcuno che avrà i mezzi e la voglia di corrispondere e accentrerà nelle sue mani tutte le relazioni, comunicherà le notizie secondo che gli pare ed a chi gli pare, e, se ha attività ed intelligenza sufficienti, riuscirà a nostra insaputa a dare al movimento l’indirizzo che vuole senza che a noi, alla massa del partito, resti alcun mezzo di controllo, e senza che nessuno abbia il diritto di lagnarsi, poiché quell’individuo agisce per conto suo, senza mandato di alcuno e senza dover rendere conto ad alcuno del proprio operato.

Noi sentiamo il bisogno di avere un giornale. Se siamo organizzati potremo riunire i mezzi per fondarlo e farlo vivere, incaricare alcuni compagni di redigerlo, e controllarne l’indirizzo. 1 redattori del giornale gli daranno certamente, in modo più o meno spiccato, l’impronta della loro personalità, ma saranno sempre gente che noi abbiamo scelta e che possiamo cambiare se non ci accontenta. Se invece siamo disorganizzati, qualcuno che ha sufficiente spirito d’intrapresa farà il giornale per conto proprio: egli troverà in mezzo a noi i corrispondenti, i distributori, i sottoscrittori, e ci farà concorrere ai suoi fini senza che noi li sappiamo o vogliamo; e noi, come è spesso avvenuto, accetteremo o sosterremo quel giornale anche se non ci piace, anche se troviamo che è dannoso alla causa, perché saremo impotenti a farne uno che rappresenti meglio le nostre idee.

Cosicché l’organizzazione, lungi dal creare l’autorità, è il solo rimedio contro di essa ed il solo mezzo perché ciascun di noi si abitui a prender parte attiva e cosciente nel lavoro collettivo, e cessi di essere strumento passivo in mano dei capi.

Che se poi non si fa nulla di nulla e tutti restano nell’inazione completa, allora certamente non vi saranno né capi né gregari, né comandanti né comandati, ma allora finiranno la propaganda, il partito, ed anche le discussioni intorno all’organizzazione... e questo, speriamo, non è l’ideale di nessuno.

Ma un’organizzazione, si dice, suppone l’obbligo di coordinare la propria azione e quella degli altri, quindi viola la libertà, inceppa l’iniziativa. A noi sembra che quello che veramente leva la libertà e rende impossibile l’iniziativa è l’isolamento che rende impotente. La libertà non è il diritto astratto, ma la possibilità di fare una cosa: questo è vero tra di noi, come è vero nella società generale. È nella cooperazione degli altri uomini che l’uomo trovai mezzi per esplicare la sua attività, la sua potenza d’iniziativa.

Certamente, organizzazione significa coordinazione di forze ad uno scopo comune ed obbligo negli organizzati di non fare cosa contraria allo scopo. Ma quando si tratta di organizzazioni volontarie, quando coloro che stanno nella stessa organizzazione hanno veramente lo stesso scopo e sono partigiani degli stessi mezzi, l’obbligo reciproco che impegna tutti riesce vantaggioso per tutti; e se qualcuno rinunzia a qualche sua idea particolare in omaggio all’unione, ciò vuol dire che trova più vantaggioso rinunziare ad un’idea, che d’altronde da solo non potrebbe attuare, anziché privarsi della cooperazione degli altri nelle cose ch’egli crede di maggiore importanza.

Se poi un individuo trova che nessuna delle organizzazioni esistenti accetta le sue idee ed i suoi metodi in ciò che hanno di essenziale, e che in nessuna potrebbe esplicare la sua individualità come egli l’intende; allora farà bene a restarne fuori; ma allora, se non vuole rimanere inattivo ed impotente, deve cercare altri individui che pensano come lui e farsi iniziatore di una nuova organizzazione.

Un’altra obiezione, ed è l’ultima di cui ci intratterremo, è che essendo organizzati siamo più esposti alle persecuzioni del governo.

A noi pare invece che quando più si è uniti tanto più ci si può difendere efficacemente. Ed infatti ogni volta che le persecuzioni ci han sorpresi mentre eravamo disorganizzati ci hanno completamente sbaragliati ed hanno ridotto a nulla il nostro lavoro antecedente; mentre quando e dove eravamo organizzati ci hanno fatto più bene che male. Ed è lo stesso anche per quel che riguarda l’interesse personale dei singoli: basti l’esempio delle ultime persecuzioni che hanno colpito gli isolati tanto quanto gli organizzati e forse anche più gravemente. Questo, s’intende, per quelli che, isolati o no, fanno almeno la propaganda individuale; ché per quelli che non fanno nulla e tengono ben nascoste le loro convinzioni, certamente il pericolo è poco, ma è anche meno l’utilità che danno alla causa.

Il solo risultato, dal punto di vista delle. persecuzioni, che si ottiene stando disorganizzati, si è di autorizzare il governo e negarci il diritto di associazione ed a rendere possibili quei mostruosi processi per associazione a delinquere, che esso non oserebbe fare contro la gente che afferma altamente, pubblicamente, il diritto e il fatto di stare associata, o che, se il governo l’osasse, risulterebbero a scorno suo e a vantaggio della propaganda.

Del resto, è naturale che l’organizzazione prenda le forme che le circostanze consigliano ed impongono. L’importante non è tanto l’organizzazione formale, quanto lo spirito di organizzazione. Possono esservi dei casi in cui per l’imperversare della reazione, sia utile sospendere ogni corrispondenza, cessare da ogni riunione: sarà sempre un danno, ma se la voglia di essere organizzati sussiste, se resta vivo lo spirito di associazione, se il periodo antecedente di attività coordinata avrà moltiplicate le relazioni personali, prodotte solide amicizie e creato un vero accordo d’idee e di condotta tra i compagni, allora il lavoro degl’individui anche isolati concorrerà allo scopo comune, e presto si troverà modo di riunirsi di nuovo e riparare al danno subito.

Noi siamo come un esercito in guerra e possiamo, secondo il terreno e secondo le misure prese dal nemico, combattere in grandi masse o in ordine sparso: l’essenziale è che ci consideriamo sempre membri dello stesso esercito, che ubbidiamo tutti alle stesse idee direttive e siamo sempre pronti a riunirci in colonne compatte quando occorre e si può.

Tutto questo che abbiamo detto è per quei compagni che realmente sono avversari del principio di organizzazione. A quelli poi che combattono l’organizzazione solo perché non vogliono entrare, o non sono accettati, in una determinata organizzazione, e perché non simpatizzano con gli individui che ne fanno parte, noi diciamo: fate da voi, con quelli che sono d’accordo con voi, un’altra organizzazione. Noi ameremmo certo poter andare tutti d’accordo e riunire in un fascio potente tutte quante le forze dell’anarchismo; ma non crediamo nella solidità delle organizzazioni fatte a forza di concessioni e di sottintesi e dove non v’è tra i membri accordo e simpatia reali. Meglio disuniti che malamente uniti. Pero vorremmo che ciascuno si unisse coi suoi amici e non vi fossero forze isolate, forze perdute.

 

 

 

 

d.    L’organizzazione come condizione della vita sociale[16]

 

L’organizzazione, che poi non è altro che la pratica della cooperazione e della solidarietà, è condizione naturale, necessaria della vita sociale: è un fatto ineluttabile che s’impone a tutti, tanto nella società umana in generale, quanto in qualsiasi gruppo di persone che hanno uno scopo comune da raggiungere.

Non volendo e non potendo l’uomo vivere isolato, anzi non potendo esso diventare veramente uomo e soddisfare i suoi bisogni materiali é morali se non nella società e colla cooperazione dei suoi simili, avviene fatalmente che quelli che non hanno i mezzi o la coscienza abbastanza sviluppata per organizzarsi liberamente con coloro con cui hanno comunanza d’interessi e di sentimenti, subiscono l’organizzazione fatta da altri individui, generalmente costituiti in classe o gruppo dirigente, allo scopo di sfruttare a proprio vantaggio il lavoro degli altri. E 1’ oppressione millenaria delle masse da parte di un piccolo numero di privilegiati è stata sempre la conseguenza della incapacità della maggior parte degl’individui di accordarsi, di organizzarsi con gli altri lavoratori per la produzione, per il godimento e per la eventuale difesa contro chi volesse sfruttarli ed opprimerli.

Per rimediare a questo stato di cose è sorto l’anarchismo, il cui principio fondamentale è l’organizzazione libera, fatta e mantenuta dalla libera volontà degli associati senza nessuna specie di autorità, cioè senza che nessuno abbia il diritto di imporre agli altri la propria volontà. Ed è quindi naturale che gli anarchici cerchino di applicare nella loro vita privata e di partito quello stesso principio, su cui, secondo loro, dovrebbe essere fondata tutta quanta la società umana.

Da certe polemiche può sembrare che vi siano degli anarchici refrattari, ad ogni organizzazione; ma in realtà le molte, le troppe discussioni che si fanno tra noi sull’argomento, anche se oscurate da questioni di parole, o avvelenate da questioni personali, in fondo riguardano il modo e non già il principio di organizzazione. Così avviene che dei compagni che a parole sono i più avversi all’organizzazione, quando vogliono davvero fare qualche cosa, si organizzano come, e spesso meglio degli altri. La questione, ripeto, sta tutta nel modo.

lo credo soprattutto necessario, urgente, che gli anarchici s’intendano, si organizzino il più ed il meglio possibile per influire sulla via che seguono le masse nelle loro lotte per i miglioramenti e l’emancipazione.

Oggi la più grande forza di trasformazione sociale è il movimento operaio (movimento sindacale), e dal suo indirizzo dipende in gran parte il corso che prenderanno gli avvenimenti e la mèta a cui arriverà la prossima rivoluzione. Per mezzo delle organizzazioni, fondate per la difesa dei loro interessi, i lavoratori acquistano la coscienza dell’oppressione in cui giacciono e dell’antagonismo che li divide dai loro padroni, incominciano ad aspirare ad una vita superiore, si abituano alla lotta collettiva ed alla solidarietà, e possono riuscire e conquistare quei miglioramenti che sono compatibili con la persistenza del regime capitalistico e statale. Dopo, quando il conflitto diventa insanabile, viene o la rivoluzione, o la reazione. Gli anarchici debbono riconoscere l’utilità e l’importanza del movimento sindacale, debbono favorirne lo sviluppo, e farne una delle leve della loro azione, facendo tutto quello che possono perché esso, in cooperazione colle altre forze di progresso esistenti, sbocchi in una rivoluzione sociale che porti alla soppressione delle classi, alla libertà totale, all’eguaglianza, alla pace ed alla solidarietà fra tutti gli esseri umani. Ma sarebbe una grande e letale illusione il credere, come fanno molti, che il movimento operaio possa e debba da se stesso, in conseguenza della sua stessa natura, menare ad una tale rivoluzione. Al contrario, tutti i movimenti fondati sugl’interessi materiali ed immediati (e non si può fondare su altre basi un vasto movimento operaio), se manca il fermento, la spinta, l’opera concertata degli uomini d’idee, che combattono e si sacrificano in vista di un ideale avvenire, tendono fatalmente ad adattarsi alle circostanze, fomentano lo spirito di conservazione e la paura di cambiamenti in quelli che riescono ad ottenere condizioni migliori, e finiscono spesso col creare nuove classi privilegiate e servire a far sopportare e consolidare il sistema che si vorrebbe abbattere.

Di qui la necessità impellente di organizzazioni prettamente anarchiche che dentro, come fuori dei sindacati lottino per la realizzazione integrale dell’anarchismo e cerchino di sterilizzare tutti i germi di degenerazione e di reazione.

Ma è evidente che per conseguire i loro scopi le organizzazioni anarchiche debbono essere, nella loro costituzione e nel loro funzionamento, in armonia coi principi dell’anarchismo, e cioè che non siano in nessun modo inquinate da spirito autoritario, che sappiano conciliare la libera azione degl’individui con la necessità ed il piacere della cooperazione, che servano a sviluppare la coscienza e la capacità d’iniziativa dei loro membri, e siano un mezzo educativo per l’ambiente in cui operano ed una preparazione morale e materiale per l’avvenire che desideriamo.

 

 

e.     Caratteri dell’organizzazione antiautoritaria[17]

 

Un’organizzazione anarchica deve essere fondata secondo me (sulle seguenti basi). Piena autonomia, piena indipendenza e quindi piena responsabilità, degl’individui e dei gruppi; accordo libero tra quelli che credono utile unirsi per cooperare ad uno scopo comune; dovere morale di mantenere gl’impegni presi e di non far nulla che contraddica al programma accettato. Su queste basi si adottano poi le forme pratiche, gli strumenti adatti per dar vita reale all’organizzazione. Quindi i gruppi, le federazioni di gruppi, le federazioni di federazioni, le riunioni, i congressi, i comitati incaricati della corrispondenza o altro. Ma tutto questo deve esser fatto liberamente in modo da non inceppare il pensiero e l’iniziativa dei singoli, e solo per dare maggiore portata agli sforzi che, isolati, sarebbero impossibili o di poca efficacia.

Così i congressi in un’organizzazione anarchica, pur soffrendo come corpi rappresentativi di tutte le imperfezioni che non fanno la legge, non impongono agli altri le proprie deliberazioni. Essi servono a mantenere ed aumentare i rapporti personali fra i compagni più attivi, a riassumere e fomentare gli studi programmatici sulle vie e sui mezzi d’azione, e far conoscere a tutti le situazioni delle diverse regioni e l’azione che più urge in ciascuna di esse, a formulare le varie opinioni correnti tra gli anarchici e farne una specie di statistica ‑ e le loro decisioni non sono regole obbligatorie, ma suggerimenti, consigli, proposte da sottoporre a tutti gli interessati, e non diventano impegnative ed esecutive se non per quelli che le accettano e finche le accettano. Gli organi amministrativi che essi nominano ‑ Commissione di corrispondenza, ecc. ‑ non hanno nessun potere direttivo, non prendono iniziative se non per conto di chi quelle iniziative sollecita ed approva e non hanno nessuna autorità, per imporre le proprie vedute, che essi possono certamente sostenere e propagare come gruppi di compagni, ma non possono presentare come opinione ufficiale dell’organizzazione. Essi pubblicano le risoluzioni dei congressi e le opinioni e le proposte che gruppi e individui comunicano loro; e servono, per chi se ne vuol servire, a facilitare le relazioni fra i gruppi e la cooperazione tra quelli che son d’accordo sulle varie iniziative: libero chi crede di corrispondere direttamente con chi vuole, o di servirsi di altri comitati nominati da speciali aggruppamenti.

In un’organizzazione anarchica i singoli membri possono professare tutte le opinioni e usare tutte le tattiche che non sono in contraddizione coi principi accettati e non nuocciono all’attività degli altri. In tutti i casi una data organizzazione dura fino a che le ragioni di unione sono superiori alle ragioni di dissenso: altrimenti si scioglie e lascia luogo ad altri aggruppamenti più omogenei.

Certo la durata, la permanenza di un’organizzazione è condizione di successo nella lunga lotta che dobbiamo combattere e d’altronde è naturale che qualunque istituzione aspira, per istinto, a durare indefinitivamente. Ma la durata di una organizzazione libertaria deve essere la conseguenza dell’affinità spirituale dei suoi componenti e dell’adattabilità della sua costituzione ai continui cambiamenti delle circostanze: quando non è più capace di compiere una missione utile meglio che muoia.

 


 

2. Antiparlamentarismo

ed elezionismo

 

 

 

 

1. LA TRUFFA PARLAMENTARE[18]

 

 

L’inefficienza dei parlamenti e i problemi del movimento operaio.

 

Il socialismo fin dal suo nascere, coll’arme della critica positiva, che si appoggia sui fatti e dei fatti cerca le cause e prevede le conseguenze, aveva fatto giustizia del suffragio universale e di tutta quanta la menzogna parlamentare. Che se non lo avesse fatto, esso non avrebbe avuto ragion di esistere come idea e partito nuovo: e si sarebbe confuso con l’assurda utopia liberale, che aspetta l’armonia, la pace, ed il benessere generale della lotta, liberamente combattuta (sic), tra gente armata di tutta la ricchezza e di tutta la forza sociale e poveri derelitti cui manca il tozzo di pane.

Il socialismo, nell’accezione più larga e più autentica della parola, significa la società fatta strumento di libertà, di benessere e di sviluppo progressivo ed integrale per tutti i membri, per tutti quanti gli esseri umani. Partendo dalla verità fondamentale che l’evoluzione delle facoltà morali ed intellettuali presuppone la soddisfazione dei bisogni materiali, e che non può esservi libertà dove non v’è uguaglianza e solidarietà, esso riconobbe che la servitù in tutte le sue forme, politica, morale e materiale, deriva dalla dipendenza economica del lavoratore dai detentori della materia prima e degli strumenti da lavoro. E dopo aver cercato a tentoni la sua strada, e prodotta una serie di progetti artificiosi ed utopistici, trovò infine la sua base saldissima nel principio, scientificamente dimostrato, della giustizia, utilità e necessità della socializzazione della ricchezza e del potere.

Trovato il fine, urgeva occuparsi delle vie e mezzi per raggiungerlo. E non appena il socialismo, uscito dal periodo della speculazione astratta, incominciò a penetrare in mezzo alle masse sofferenti ed a fare le sue prime armi nelle lotte pratiche della vita, i socialisti s’accorsero che si trovavano stretti in un cerchio di ferro, che solo poteva rompersi colla diretta azione delle masse.

Impossibile esser liberi (il socialismo lo aveva dimostrato) senza essere economicamente indipendenti; e d’altra parte, come si può arrivare all’indipendenza economica se si è schiavi?

Il popolo, spogliato di tutto ciò che la natura ha creato per il sostentamento dell’uomo e di tutto quello che il lavoro umano ha aggiunto all’opera della natura, dipende per la sua vita dal beneplacito dei proprietari e si trova ridotto dalla miseria all’avvilimento ed all’impotenza. E per consolidare e difendere questo stato di cose, stanno i governi con tutta la forza degli eserciti, delle polizie e delle finanze.

Quale mezzo legale di emancipazione, quando la legge è tutta quanta intesa a difendere lo stato di cose che si dovrebbero distruggere?

Non l’azione politica legale delle masse, che tutta si riassume nel voto, poiché quest’arma per avere un valore qualsiasi, suppone già nella maggioranza numerica del popolo quella coscienza ed indipendenza, che si tratta appunto di rendere possibile e di conquistare. E d’altronde la borghese e per essa i governi non concedono il voto che quando si sono persuasi della sua innocuità, o quando, di fronte alla attitudine minacciosa del popolo, lo considerano un mezzo opportuno per sviarlo ed addormentarlo, caso in cui sarebbe, da tutti i punti di vista, una sciocchezza il contentarsene. Concessolo, sanno giocarlo e dominarlo, e, se per avventura si mostrasse indocile, possono sopprimerlo. Al popolo non resta altra risorsa che quella della rivoluzione, che il voto avrebbe dovuto rendere inutile.

Non gli espedienti economici legali – mutuo soccorso, risparmio, cooperative, scioperi – poiché la potenza schiacciante e sempre crescente del capitale, appoggiata, ove occorra, dalla forza delle baionette, e le condizioni materiali e morali in cui essa ha ridotto il proletariato, li rendono dei mezzi impotenti, illusori, o semplicemente ridicoli.

Non vi sono dunque che due vie di uscita. O la rinuncia volontaria delle classi dominanti al possesso esclusivo della ricchezza ed a tutti i privilegi di cui godono sotto l’influenza dei buoni sentimenti che la propaganda socialista può far nascere in esse: oppure la rivoluzione, fazione diretta delle masse, eccitata e mossa dalla minoranza cosciente che si va organizzando nelle file del partito socialista.

La prima di queste vie, in cui dei generosi quanto ingenui filosofi credettero un momento, è dimostrata una speranza illusoria, nonché da tutta quanta la storia passata, dall’esperienza sanguinosa dei fatti contemporanei…

Restava la rivoluzione; e tutti i socialisti, che del socialismo non facevano un oggetto di distrazione contemplativa ma un programma pratico che volevano al più presto possibile vedere attuato, furono rivoluzionari.

I socialisti erano bensì divisi in due grandi frazioni rispondenti a due correnti d’idee. Gli uni, autoritari, volevano servirsi per emancipare il popolo dello stesso meccanismo che ora lo tiene sottomesso, e si proponevano la conquista del potere politico. Gli altri, gli anarchici, considerando che lo Stato non ha ragione di essere se non in quanto rappresenta e difende gli interessi d’una classe o di una consorteria e che scompare quando, per l’universalizzazione del potere e dell’iniziativa, si confonde colla totalità dei cittadini, si proponevano la distruzione del potere politico.

Gli uni volevano impadronirsi del governo e decretare, con forme e modi dittatoriali, la messa in comune del suolo e degli strumenti del lavoro ed organizzare dall’alto la produzione e distribuzione socialistica. Gli altri volevano abbattere simultaneamente potere politico e proprietà individuale, e organizzare la produzione, il consumo e tutta la vita sociale per mezzo dell’opera diretta e volontaria di tutte le forze e di tutte le capacità, che esistono nell’umanità e che cercano naturalmente di esplicarsi ed attuarsi.

Ma tutti, lo ripetiamo, volevano la rivoluzione, l’appello alla forza; e per maturare la rivoluzione volevano e praticavano la propaganda indefessa delle verità scoperte dal socialismo, l’organizzazione delle forze coscienti del proletariato…

La lotta sarebbe stata senza dubbio lunga e faticosa, ma la via era tracciata e si sarebbe arrivati direttamente alla vittoria piena e completa. Ma ecco che, contraddicendo a tutte le tendenze del programma ed alla propaganda che essi stessi avevano menato con zelo ed intelligenza, alcuni socialisti credettero bene di mettersi nelle vie tortuose e senza uscita del parlamentarismo.

Il socialismo, al principio deriso e negato, poscia combattuto con accanimento, già diventava potente assai perché i borghesi vi vedessero un pericolo serio ed una forza di cui bisognava contare. Gli uni, i soddisfatti, credettero opportuno aggiungere alle persecuzioni ed ai massacri l’arme della corruzione e dell’inganno; mentre gli altri, quelli che sotto il nome di democratici aspiravano ad impadronirsi del governo, pensarono a mistificarlo e servirsene.

D’altra parte vi erano dei socialisti i quali si trovarono disposti ad accordarsi a quella borghesia che fieramente avevano combattuta. O stanchi della lotta e domati dalle persecuzioni: o perché in essi il sentimento socialista e rivoluzionario non era in realtà mai penetrato al disotto dell’epidermide e spariva col raffreddarsi dei primi entusiasmi giovanili; o perché avevano immaginato che la vittoria fosse facile e vicina ed erano sconcertati dalla scoperta di ostacoli non sospettati, essi cercavano, forse anche senza rendersene conto esatto, un’occasione, un pretesto decente per piegare bandiera e farsi accogliere in mezzo al campo nemico…

Il terreno comune su cui si incontrarono i borghesi, che cercavano di corrompere, e quei socialisti, che cercavano di essere corrotti, fu l’urna elettorale. Né il danno sarebbe stato grande. Ma i traditori, gli ambiziosi e gli stanchi riuscirono purtroppo a trascinare all’urna molti buoni, che credevano sinceramente di acquistare una nuova arma di lotta contro la borghesia, e di avvicinare con quel mezzo l’avvenimento della rivoluzione.

Naturalmente per mascherare la manovra il passaggio si fece a gradi. A1 principio non s’infirmò nessuna delle conclusioni acquisite al programma socialista. L’espropriazione per mezzo della rivoluzione, si andava ripetendo, è l’unico mezzo per emanciparsi: il suffragio universale, la repubblica e tutte quante le riforme politiche lasciano il tempo che trovano e non sono che tranelli tesi all’ingenuità popolare. Però, s’insinuava dolcemente, qualche bene se ne può cavare: profittiamo di tutto, serviamoci come armi delle concessioni che possiamo strappare al nemico, allarghiamo il nostro campo d’azione, cessiamo dal roderci nella nostra impotenza, siamo pratici. E tosto si mise avanti il progetto di andare all’urna, scopo a cui tendeva ed in cui si riduceva tutto quel preteso allargamento di tattica. Ma siccome non s’osava ancora rinnegare tutto il detto sulla inutilità della lotta elettorale e sull’azione corruttrice dell’ambiente parlamentare, si disse che bisognava votare semplicemente per contarsi, quasi che fosse necessario andare all’urna e farsi contare dal nemico per giudicare dei progressi del partito. E per affettare scrupolosità si parlò di votare un bollettino in bianco, o per dei morti o per degli ineleggibili. Poi, senza aver l’aria di nulla, i morti diventarono vivi e gl’ineleggibili si trasformarono in persone che al parlamento potevano e volevano andarci e restarci. Ma non si osava ancora confessarlo: si trattava sempre di candidature di protesta: gli eletti non entrerebbero in parlamento, rifiuterebbero il giuramento là dove era richiesto, o c’entrerebbero per sputare in faccia alla borghesia l’infamia sua, e farsi scacciare come nemico che non transige. Poi nemmeno più questo. In parlamento bisognava andarci per profittare della tribuna parlamentare, per scoprire e denunciare al popolo i dietro scena della politica, per avere dei posti avanzati nel campo nemico, dei posti presi nella cittadella borghese.

Il deputato socialista non doveva essere legislatore, non doveva aver nessun legame coi deputati della borghesia, ma stare in parlamento come spettro minaccioso della rivoluzione sociale in mezzo a coloro che vivono dei sudori e del sangue del popolo.

Ma che!… oramai si stava sulla china e bisognava andare fino in fondo. Il partito rivoluzionario, che entrava in parlamento, doveva diventar riformista, e lo diventò.

L’emancipazione integrale, cominciarono a dire, è una bella cosa, ma è come il paradiso: una cosa lontana e che nessuno ha visto mai. Il popolo ha bisogno di miglioramenti immediati. Meglio poco che nulla. La rivoluzione sarà tanto più facile quanto più concessioni ci saranno strappate alla borghesia.

Senza contar quelli, pochi, del resto, che hanno saltato il fosso ed affermano addirittura che si può raggiungere lo scopo per evoluzione pacifica.

E s’invocò la scienza, quella povera scienza che s’accomoda a tutte le salse, per sofisticare all’infinito sul tema evoluzione e rivoluzione; quasichè vi fosse alcuno che neghi l’evoluzione, e la questione non fosse piuttosto sulla specie di evoluzione, che più corrisponde al fine socialista e che quindi i socialisti devono propugnare.

La rivoluzione non è essa stessa che un modo di evoluzione; modo rapido e violento, che si produce, spontaneo o provocato, quando i bisogni e le idee prodotte da una evoluzione precedente non trovano più possibilità di soddisfarsi, o quando i mezzi accaparrati da alcuno fanno sì che l’evoluzione oramai si svolgerebbe in senso regressivo, se non intervenisse a rimetterla in via una forza nuova: l’azione rivoluzionaria…

Non ritorneremo sulla impotenza del suffragio universale e del parlamentarismo a risolvere la questione sociale, né sulla futilità di tutte le riforme non fondate sull’abolizione della proprietà individuale, poiché questo deve essere già una cosa provata per chi è socialista; e noi in questo opuscolo non dobbiamo difendere i principi socialisti, ma supporli già dimostrati.

Però, siccome la ragione od il pretesto che serve a certi socialisti per pigliar parte alle elezioni e per farsi mandare al parlamento, è il vantaggio che ne potrebbe venire alla propaganda, noi insisteremo sul danno che invece la propaganda ne risente.

D’ordinario coloro che vantano l’utilità di avere dei socialisti nei parlamenti e negli altri corpi elettivi, ragionano come se per essere eletto bastasse il volerlo. Noi avremmo là, essi dicono, degli uomini che godrebbero del diritto di viaggiare gratis o di altri vantaggi economici, che permetterebbero loro di dedicarsi con maggiore efficacia alla propaganda; degli uomini che potrebbero osservar da vicino le magagne del mondo politico e denunziarle al pubblico, e che potrebbero, soprattutto, servirsi della tribuna parlamentare per difendere i principi socialisti, e costringere tutto il paese a studiarli e discutere. Perché rinunciare a questi benefizi?

Innanzi tutto v’è una pregiudiziale: conserveranno gli eletti il programma che avevano da candidati, e metteranno a difenderlo la stessa energia che vi mettevano prima? Certamente sarebbe bello, onorevole per la natura umana, il poter affermare che qualunque fossero le convinzioni di ciascuno ed il metodo di lotta prescelto, mai verrebbero meno la sincerità ed il coraggio. Ma la prova è fatta; e disgraziatamente, quando si pensa alla condotta ignobile e vile che man tenuto, in ogni dove, tutti, o quasi, i deputati socialisti, non è possibile serbare tali illusioni.

L’ambiente parlamentare corrompe, e l’operaio ed il rivoluzionario cessano di essere tali pel solo fatto di essere diventati deputati. Del resto non c’è da meravigliarsene.

Voi prendete un lavoratore, lo tirate fuori del suo ambiente, lo sottraete al lavoro, lo allontanate da voi, di cui egli vedeva e divideva la miseria, lo mandate in mezzo ai signori, in mezzo al bel mondo dove si gode e non si lavora, lo esponete a tutte le tentazioni: e poi vi meravigliate ch’egli si adatti ad un ambiente ben più confortante di quello in cui viveva prima, ch’egli cerchi di assicurarsi l’insolito benessere, e dimentichi presto o tardi i suoi fratelli di miseria e gl’impegni contratti con essi? Voi prendete un rivoluzionario abituato ad essere palleggiato di prigione in prigione, ne fate un legislatore; e poi siete sorpresi s’egli si lascia ammansire dal tepore di una libertà ed una sicurezza personali mai godute? E d’altronde, il sentimento dell’impotenza, in mezzo a gente assolutamente refrattaria alla sua influenza, non spingerà anche chi è perfettamente sincero, a far concessioni e transizioni, colla speranza di potere almeno ottenere qualche cosa?

Ma mettiamo pure che nessuno si corrompa, e che gli uomini siano tutti eroi… anche quelli che smaniano per esser deputati.

Però come si può riuscire a mandare dei socialisti al parlamento? La maggioranza degli elettori non è socialista, nemmeno a fabbricarsi un collegio elettorale apposta; che se lo fosse, allora non avrebbe bisogno di nominare dei deputati, ma potrebbe, anche quando tutte le altre circoscrizioni fossero reazionarie, in mille modi più efficaci attaccare il regime borghese ed essere un centro d’irradiazione socialista. Per formarsi dunque una maggioranza bisogna transigere, allearsi con questo o con quello, mistificare il programma, promettere riforme immediate, far credere una cosa a questo ed un’altra a quello, fare in modo che la borghesia vi tolleri, che il governo non vi combatta troppo acerbamente. E allora che diventa la propaganda socialista?

D’altra parte, siccome ogni uomo si stima onesto e quasi tutti si stimano capaci, così avviene che quasi ognuno che sa dire due parole, si considera in cuor suo deputabile quanto un altro; alla nobile ambizione di far il bene e di essere il primo nei rischi e nei sacrifici si sostituisce a poco a poco, col pretesto del bene generale, la bassa ambizione degli onori e dei privilegi; e nascono le rivalità tra i compagni, le gelosie ed i sospetti. La propaganda dei principi cede il passo alla propaganda delle persone; la rinascita delle candidature diventa il grande, anzi l’unico interesse del partito; e una turba di politicanti, che vedono nel socialismo un mezzo come un altro per farsi strada, si gettano in mezzo al popolo e mistificano e corrompono programma e partito.

E che diremo della speranza di ottenere per mezzo dei deputati socialisti delle riforme che possano, aspettando il meglio, lenire i dolori del popolo e levar degli ostacoli dal suo cammino? I privilegiati non cedono che alla forza od alla paura. Se anche nel regime attuale è possibile un qualche miglioramento, il solo modo per ottenerlo è di agitarsi fuori e contro i corpi costituzionali, mostrando la ferma decisione di volerlo a qualunque costo. Affidare ai deputati il patrocinio della volontà popolare serve solo per fornire al governo il mezzo di eluderla e per trastullare il popolo con vane speranze.

 

 

Le menzogne del socialismo legalitario e le insidie della democrazia borghese

 

Fra le due frazioni in cui si divideva il partito socialista, gli autoritari dovevano naturalmente sentire minor ripugnanza per la tattica parlamentare poiché (salvo l’intermezzo di un periodo rivoluzionario nel quale per via dittatoriale si sarebbe trasformata la costituzione economica della società) la forma politica cui essi aspiravano era una forma qualsiasi di parlamentarismo. Conservare nel popolo il rispetto del principio di autorità, e sviluppare in lui l’abitudine di abbandonare in mano altrui la propria iniziativa e la propria forza, poteva entrare nelle loro mire, poiché avrebbe facilitato il loro compito il giorno in cui fossero riusciti ad afferrare il potere.

Ma accettando, di fatto se non in teoria il parlamentarismo nell’attuale ambiente economico, e sperando e facendo sperare delle riforme e dei miglioramenti dall’opera dei poteri legali, essi cessarono di essere rivoluzionari, cessarono in pratica di essere socialisti e divennero, o van diventando, dei semplici democratici, repubblicani dove c’è la repubblica, monarchici dove c’è la monarchia, di cui tutto il programma si riduce al suffragio universale… salvo, ne conveniamo, le aspirazioni teoriche, che il suffragio non potrà mai attuare.

È la logica della situazione che s’impone. Repubblicani e monarchici democratici dicono: che il popolo faccia la sua volontà… a mezzo delle assemblee elette a suffragio universale. E le assemblee fanno la volontà dei proprietari, dei preti e dei politicanti, di cui sono e saranno composte fino a quando dureranno le attuali condizioni economiche.

I socialisti dovrebbero rispondere, sotto pena di non esser più socialisti, che il popolo non può fare quello che vuole, né saprà quello che deve volere fino a quando sarà economicamente schiavo. Ma avendo per necessità elettorali e per convenienze personali, prima trascurata e poi combattuta, più o meno apertamente, la propaganda rivoluzionaria, che cosa restava loro se non accettare il terreno che offrivan loro gli avversari naturali del socialismo? Ed essi lo hanno accettato, e fino al punto da dimenticare spesso anche le affermazioni teoriche, che restavano l’unica platonica differenza tra loro ed i democratici borghesi.

Per gli anarchici era un’altra cosa. Per essi che negano la delegazione del potere e fanno appello all’azione libera e diretta di tutti, la “nuova tattica” oltre a far trascurare la propaganda socialista e rivoluzionaria e gettare il partito nelle braccia dei borghesi, aveva pure il torto grandissimo di dare alla parte cosciente delle masse un’educazione diametralmente opposta allo scopo che gli anarchici vogliono raggiungere, poiché abitua a fidare negli altri e restare inerti. E perciò gli anarchici, come partito, restarono incolumi dalla lebbra parlamentare. Coloro, che per le ragioni da noi accennate ne furono tocchi, cessarono di essere anarchici, si unirono ai socialisti autoritari, ed insieme con questi precipitarono giù fino nei bassi fondi del politicume borghese.

A causa dei voltafaccia, dei tradimenti, delle transazioni e delle inverosimili coalizioni che produsse la tattica parlamentare, vi fu nel campo socialista un lungo periodo d’incertezza e di confusione che paralizzò lo slancio del movimento: ma oggi la posizione ritorna limpida e chiara.

L’evoluzione delle idee e dei fatti, la logica del metodo, l’influenza determinante che i mezzi adoperati esercitano sul fine da raggiungersi hanno fatto sì che ormai di vero socialismo non v’è più che il socialismo anarchico, che è di sua natura antiparlamentare e rivoluzionario.

Questo se si piglia la parola socialismo nel senso che gli han dato i suoi apostoli ed i suoi martiri, e che ne ha fatto la leva potente che rovescerà il mondo borghese. Che se poi il significato della parola socialismo dovesse seguire la marcia indietro, che precipitosamente stanno compiendo i parlamentaristi, e dovesse significare quella ibrida accozzaglia di riforme burlesche, di contraddittorie aspirazioni, di menzogne impudenti, che forma la base dei programmi elettorali “socialisti”, allora potrebbero certo esser socialisti Guglielmo di Germania e Leone XIII e tutti i deputati e consiglieri “socialisti”; ma non lo furono quelli che svelarono le menzogne della Economia politica ed il nulla della democrazia, e che debellarono moralmente mazzinianismo e radicalismo e li resero impotenti per sempre; non lo furono né Bakunin né Marx; non lo furono coloro che per il socialismo sacrificarono gioventù, pace, amore, libertà; non lo furono coloro stessi che alle lotte socialiste dei primi anni, abilmente sfruttate più tardi, debbono la loro attuale posizione politica; non lo fu l’Internazionale, non lo sono gli anarchici.

Il socialismo! Che cosa fu!?… a che cos’è ridotto!?… Uscito fuori dalle speculazioni dei filosofi, dai sogni degli utopisti, dalle rivolte delle plebi, il socialismo si annunziò al mondo come la buona novella dell’evo moderno. Esso era una promessa di civiltà superiore; era la ribellione contro ogni prepotenza, contro ogni ingiustizia; era l’abolizione dell’odio, della concorrenza, della guerra; il trionfo dell’amore, della cooperazione, della pace; era l’avvenimento del benessere e della libertà per tutti; la realizzazione nel futuro di quell’eden che la fantasia dei popoli e dei poeti, assetati d’ideale e ignari di storia, aveva messo all’origine dell’umanità.

Esso era la lotta umana per eccellenza; ed elevandosi al disopra delle razze e delle patrie, al disopra delle religioni e delle scuole filosofiche, al disopra delle classi e delle caste esso abbracciava tutti gli uomini e tutte le donne in un santo ideale di uguaglianza e di solidarietà.

Esso non domandava la sostituzione di un partito ad un altro o di una classe ad un’altra, non l’avvento al potere ed alla ricchezza di un nuovo stato sociale (quarto stato), ma l’abolizione delle classi, la solidarizzazione di tutti gli esseri umani nel lavoro e nel godimento comune.

Ed i socialisti erano apostoli, confessori e martiri; essi sentivano che portavano in sé stessi un mondo, avevano la coscienza della loro sublime missione, e questa coscienza li faceva fieri, coraggiosi e buoni.

Ignoranti o dotti, giovani ingenui o vecchi avanzi di altre battaglie; parte eletta del proletariato o figli di borghesi ribelli alla classe in cui eran nati, che i loro privilegi di nascita consideravano come un debito che imponeva loro maggiori doveri verso la causa dei diseredati, essi avevano fede nel bene ed in loro stessi, amavano il popolo, erano assetati di scienza e di lotte, e baldi e fiduciosi affrontavano le beffe e le calunnie, le piccole e le grandi persecuzioni, il carcere, l’esilio, la miseria, il patibolo; e andavano avanti.

Votati ad una lotta a morte contro tutte le istituzioni politiche, economiche, religiose, giudiziarie, totalitarie del mondo borghese; urtando tanti interessi e tanti pregiudizi; dovendo resistere a seduzioni e minacce d’ogni sorta, essi, tanto per ripugnanza naturale contro gli sfruttatori ed i mistificatori del popolo, quanto per tattica di combattimento, si separavano nettamente da tutti coloro che non erano popolo e non combattevano per l’emancipazione integrale del popolo. Essi formavano partito, scuola, quasi diremmo classe da loro.

Soli contro tutti, essi scrivevano sulla loro bandiera il motto delle coscienze integre, il motto di chi ha fede in sé e nella propria causa, il motto sacro dei giorni di battaglia: Chi non è con noi è contro di noi. Ed intendevano che fossero con loro tutti i miseri, tutti gli oppressi, tutte le vittime; e tutti coloro che facevano propria la causa dei miseri e combattevano per la giustizia, per la libertà e pel benessere generale: come erano contro di loro tutti i detentori e sostenitori del potere e tutti coloro che al potere aspiravano. Altro socialismo, altri socialisti non v’erano.

Ed allora? Ora v’è un socialismo che serve solo ad ingannare il popolo con vane promesse per mantenerlo docile o per farsene sgabello; e vi sono dei socialisti che puttaneggiano nei ministeri e nei parlamenti, che s’alleano coi borghesi, che si inchinano ai ministri, che acclamano un imperatore, che si vendono ad un soldato, che mentono ai loro compagni, che prostituiscono ideali, programma, coscienza per carpire agli ingenui un voto il quale valga a farli accogliere in mezzo alla borghesia.

O socialisti, uomini semplici e puri, cui ferve nel petto il santo amore degli uomini; o socialisti che per le lusinghe di falsi amici faceste inconsapevolmente gli interessi della borghesia, non sentite vergogna vedendo la vostra bandiera trascinata nel fango?

Oh! no; codesti mercanti di voti, codesti commedianti non sono socialisti; cacciateli di mezzo a voi. E voi ritornate alle maschie battaglie che spazzeranno via dal mondo proprietà individuale e governi, miseria e schiavitù.

 

 


 

2. LA POLEMICA CON MERLINO[19]

 

 

MERLINO: “Anarchici e socialisti di fronte alla questione elettorale”.

 

Lettera pubblicata dal Messaggero il 29 gennaio 1897. Merlino apre la polemica a proposito delle ele­zioni politiche che si sarebbero tenute nel marzo di quell’anno.

 

 

Signor direttore,

 

Da parecchie parti mi vien domandato se son di parere che si debba prender parte o no alle elezioni politiche.

Nel numero di oggi del Messaggero leggo che an­che in una riunione tenuta a Senigallia, si interpretò variamente quello che io dissi in proposito, in una con­ferenza a Napoli.

Ora è manifesto che non importa punto sapere co­me io la pensi: importa invece moltissimo sapere qua­le delle due opinioni quella favorevole o quella con­traria alla partecipazione alle elezioni sia la vera. E questo è quello che io vorrei discutere una volta per sempre per tutti.

È risaputo che i socialisti in lotta con i repubbli­cani e coi democratici, hanno sostenuto per molti an­ni, e molti di essi sostengono tuttavia, che le forme po­litiche sono di nessun valore, che tanto vale la monar­chia quanto la repubblica, e che le libertà sancite da­gli Statuti sono una lustra, perché chi è povero è schiavo.

La questione sociale si è detto è tutta nella dipendenza economica degli operai dai padroni: scal­ziamo questa e la libertà verrà da sé.

Questa è una grande verità. Le libertà politiche sono, ma chi pon mano ad esse? Chi può esercitarle davvero sotto il regime attuale? Non può essere poli­ticamente libero il popolo che è economicamente schia­vo. Ma, se le libertà politiche e costituzionali hanno minor valore che generalmente non si creda, non se­gue che esse non servano affatto. Servono tantochè il governo ce le strappa, con intendimento di ritardare l’emancipazione della classe operaia.

Dunque esse hanno un valore innegabile. Ma queste libertà non consistono semplicemente nel diritto di voto e nell’uso che se ne può fare.

Sono anche i diritti di riunione e di associazione, l’inviolabilità personale e del domicilio; il diritto di non essere punito o perseguitato per semplice sospet­to (come avviene nei casi d’ammonizione e del domi­cilio coatto); ecc. ecc.

E queste libertà si difendono non solo in Parla­mento (il Parlamento, disse una volta il Lemoine, so­miglia a un certo giocattolo da bambini, che fa mol­to strepito senza alcun frutto), ma si difendono sopratutto fuori del Parlamento, lottando ogni qualvolta il potere esecutivo commette un arbitrio o una prepo­tenza contro una classe di cittadini od anche contro un solo individuo, siccome usa in altri paesi, dove an­che senza tenere rappresentanti al Parlamento, il po­polo sa imporre al governo il rispetto delle sue libertà.

Con questo non voglio dire che la lotta per la li­bertà e fino a un certo punto anche quella per il socialismo non si possa e debba fare anche duran­te le elezioni e nel Parlamento.

Io credo che noi combattendo a oltranza, come ab­biamo fatto, il parlamentarismo, ci si sia data la zap­pa sui piedi: perché abbiamo contribuito a creare que­st’orribile indifferenza del pubblico per il sistema par­lamentare non solo, ma anche per le libertà costitu­zionali, sì che il governo ha potuto impunemente vio­larle, senza che un grido solo di protesta siasi levato dai figli di coloro che dettero la vita per conquistarle.

Il parlamentarismo non è la fenice dei sistemi politici: tutt’altro! Ma per pessimo che sia, è sempre mi­gliore dell’assolutismo, al quale noi a grandi passi ci incamminiamo.

Dunque, oggi come oggi, al partito socialista (nel quale comprendo anche gli anarchici non individuali­sti) incombe la difesa della libertà.

Questa lotta, secondo me, deve essere combattuta su tutti i terreni – compreso quello delle elezioni – ma non su quello esclusivamente.

I socialisti anarchici non hanno bisogno di candi­dati propri: essi non aspirano al potere e non sanno che farsene. Ma essi devono protestare contro la rea­zione governativa, prendendo parte all’agitazione e­lettorale, e va da sé che fra un candidato crispino o rudiniano o zanardelliano, disposto a votare stati di assedio, leggi eccezionali, eleggibilità di candidati po­litici e magari massacri di moltitudini affamate e un socialista o repubblicano sincero, sarebbe follia preferire il primo.

Essi però possono e devono dir chiaro e tondo al popolo, che non s’illudono come taluni socialisti, di po­ter far breccia a colpì di schede nella cittadella bor­ghese e conquistarla.

Essi però possono e devono dire ai socialisti stessi che il voto è un episodio della lotta per il Socialismo, e non il più importante; la vera lotta deve essere fatta nel paese e col paese sul terreno economico e sul po­litico.

“L’emancipazione dei lavoratori deve essere opera dei lavoratori”; non può essere opera dei politicanti.

Ecco la mia opinione sulla più grave ragione di dissidio tra socialisti ed anarchici.

Sventuratamente questi e quelli si son fatti del male e, quel che è più, si son detti delle insolen­ze reciprocamente: e il ricordo fa velo ai loro occhi e impedisce loro di considerare il vero interesse della causa.

Taluni caporioni legalitari sono intolleranti e pic­cini (il giornale massimo del partito non ha avuto una parola di protesta per il mio arresto singolarissimo a Firenze); gli anarchici sono irosi e implacabili.

Fra i due litiganti ci gode il governo.

 

 

 

MALATESTA: “Gli anarchici contro il Parlamento”

 

Risposta di Malatesta a Merlino pubblicata dal Messaggero il 7 tebbraio 1897. L’indicazione di Londra è messa dello scrivente per sviare la polizia in quan­to in quell’epoca egli si trovava In Italia.

 

 

Londra, 2 febbraio 1897

 

Signor Direttore del Messaggero,

 

Sono informato che i socialisti parlamentari d’I­talia van dicendo che io, d’accordo col Merlino riten­go utile che i socialisti-anarchici partecipino alle lot­te elettorali votando per il candidato più avanzato.

Poiché mi fan l’onore di occuparsi della mia opi­nione, non sarò stimato presuntuoso se mi affretto a far conoscere ad essi ed al pubblico quel che veramen­te io penso della questione.

Io non contesto certo al mio amico Merlino di pen­sarla come crede e di dirlo senza reticenze. Sarebbe stato preferibile ch’egli prima di annunziare al pub­blico un cambiamento di tattica, che poi non ha alcun valore se non è accettata dai compagni, discutesse maggiormente la cosa tra quelli del partito cui egli ha finora appartenuto e col quale spero vorrà continuare a combattere. Ma anche questo, più che colpa del Mer­lino, è colpa della crisi prolungata che ha afflitto il nostro partito e dello stato di riorganizzazione ancora incipiente in cui ci troviamo.

Però bisogna che consti che ciò che ha detto Merlino relativamente al parlamentarismo e alle lot­te elettorali è niente altro che un’opinione personale, la quale non può pregiudicare la tattica che sarà a­dottata dal partito socialista anarchico.

Per conto mio, per quanto mi dispiaccia separar­mi in una questione tanto importante da un uomo del valore di Merlino ed al quale mi legano tanti vincoli d’affetto, sento il dovere di dichiarare che, a parer mio, la tattica preconizzata da Merlino è nefasta, e menerebbe fatalmente alla rinunzia di tutto intero il programma socialista anarchico. E credo poter affer­mare che così la pensano tutti, o quasi tutti gli anarchici.

Gli anarchici restano, come sempre, avversari de­cisi del parlamentarismo e della tattica parlamentare.

Avversari del parlamentarismo, perché credono che il socialismo debba e possa solo realizzarsi median­te la libera federazione delle associazioni di produzio­ne e di consumo, e che qualsiasi governo, quello par­lamentare compreso, non solo è impotente a risolvere la questione sociale e armonizzare e soddisfare gl’in­teressi di tutti, ma costituisce per se stesso una clas­se privilegiata con idee, passioni ed interessi con­trari a quelli del popolo che ha modo di opprimere con le forze del popolo stesso. Avversari della lotta parlamentare, perché credono che essa, lungi dal fa­vorire lo sviluppo della coscienza popolare, tenda a disabituare il popolo dalla cura diretta dei propri interessi ed è scuola agli uni di servilismo, agli altri d’intrighi e menzogne.

Noi siam lontani dal disconoscere l’importanza delle libertà politiche. Ma le libertà politiche non si ottengono se non quando il popolo si mostra deciso a volerle; né, ottenute, durano ed han valore se non quando i governi sentono che il popolo non ne soppor­terebbe la soppressione.

Abituare il popolo a delegare ad altri la conquista e la difesa dei suoi diritti, è il modo più sicuro di la­sciar libero corso all’arbitrio dei governanti.

Il parlamentarismo val meglio del dispotismo, è vero; ma solo quando esso rappresenta una concessio­ne fatta dal despota per paura di peggio.

Tra il parlamentarismo accettato e vantato, e il dispotismo subito per forza con l’animo intento alla riscossa, meglio mille volte il dispotismo.

So bene che Merlino dà alle elezioni una impor­tanza minima e vuole, come noi, che la lotta vera si faccia nel paese e col paese. Ma purtroppo i due me­todi di lotta non vanno insieme, e chi li accetta tutti e due, finisce fatalmente col sacrificare all’interesse elettorale ogni altra considerazione. L’esperienza lo prova, e il natural amore del quieto vivere lo spiega.

E Merlino mostra di ben comprendere il pericolo quando dice che i socialisti-anarchici non hanno biso­gno di presentar candidati propri, poiché essi non a­spirano al potere e non sanno che farsene.

Ma è questa una posizione sostenibile? Se nel Par­lamento si può far del bene, perché gli altri e non noi, che crediamo aver più ragione degli altri?

Se noi non aspiriamo al potere, perché aiutare quelli che vi aspirano? Se noi non sappiamo che fare del potere, che cosa se ne farebbero gli altri, se non lo esercitano a danno del popolo?

Stia sicuro di questo il Merlino: se oggi noi dices­simo alla gente di andare a votare, domani diremmo di votare per noi. E saremmo logici. Io, in tutti i casi, se dovessi consigliare di votare per qualcuno, consi­glierei subito di votare per me, poiché credo (e in questo probabilmente ho torto, ma è torto umano) di valere quanto un altro, e mi sento sicuro della mia o­nestà e della mia fermezza.

Non ho, per certo, colle precedenti considerazioni, detto tutto quello che vi sarebbe da dire, ma temo di abusare troppo del vostro spazio. Mi spiegherò più am­piamente in appo-sito scritto; né mancherà, lo spero, un atto collettivo del partito che riaffermi i principi antiparlamentari e la tattica astensionista dei socialisti-anarchici.

Speranzoso che considererete questa mia utile per informare il pubblico sul contegno che i vari partiti osserveranno nelle venienti elezioni e che perciò vor­rete pubblicarla, vi ringrazio anticipatamente.

 

112, High Street, Islington N. London.

 

 

 

 

MERLINO: “Anarchici e socialisti nelle elezioni politiche”

 

Risposta di Merlino pubblicata dal Messaggero il 10 febbraio 1897.

 

 

Signor direttore,

 

L’amico Malatesta, a nome (pare) di tutti o qua­si tutti gli anarchici ha creduto di poter riaffermare in risposta alla mia lettera del 29 gennaio e sem­bra che si prepari a riaffermare anche con un altro suo scritto e con un atto collettivo del partito i prin­cipii antiparlamentari e la tattica esclusionista[20] dei socialisti-anarchici.

Io li invidio, codesti anarchici. Vorrei anch’io po­ter nutrire l’antica fede ai trionfi avvezza (vera­mente non so se ai trionfi, ma certo alle battaglie). Vorrei anch’io aver conservato le idee semplici e tut­te d’un pezzo di dieci anni fa. Allora anch’io m’illude­rei e chiamerei lo stato di disfacimento del partito anarchico uno stato di riorganizzazione incipiente. Anch’io direi di saper di sicuro in qual modo, e non altrimenti si attuerà il socialismo. Anche io ripete­rei che il governo, ogni governo, non è che l’organiz­zazione della classe privilegiata che opprime il popolo con le forze del popolo stesso e che il popolo, nominan­do dei deputati, delega ad essi la conquista e la difesa dei suoi diritti. E quando avessi detto ciò, mi sentirei soddisfatto e aspetterei il gran giorno della grande ri­voluzione, che deve cambiare la faccia della terra, ma che ha il torto, secondo me gravissimo, di farsi un po’ troppo aspettare.

Disgraziatamente, lo confesso, son fatto alquanto maturo: e benché mi tornasse comodo, non voglio but­tarmi l’esperienza di dieci o quindici anni dietro le spalle. Son convinto che il partito anarchico abbia sba­gliato strada: son convinto che gli anarchici tutti o quasi tutti, hanno lo stesso mio convincimento; e sol­tanto non osano confessarlo, e non hanno la forza di animo necessaria per staccarsi dal loro passato.

La tattica astensionista ha portato questi due ri­sultati: 1) ci ha separati dalla parte attiva e militan­te del popolo; 2) ci ha indebolito di fronte al governo.

Si ha un bel dire che per astensione non si vuol intendere inazione, ma bensì partecipazione all’agita­zione elettorale con propaganda anti-parlamenta­re. Da quella logica, che l’amico mio invoca, gli a­narchici astensionisti dovevano finire ed hanno fini­to per starsene addirittura a casa; quando non hanno votato sottomano per qualche candidato del loro cuo­re (come individui s’intende, non come partito), senza dire di quelli che addirittura hanno passato il Rubico­ne, e sono andati a schierarsi per mero desiderio di fare qualcosa coi socialisti legalitari.

Il governo poi ha profittato del nostro isolamento per darci addosso in tutti i modi, legali e illegali. (Il governo, si vede, non ha gli scrupoli che abbiamo noialtri).

E noi siamo ridotti al punto di non poter fare la menoma propaganda. La polizia può, a suo libito, im­prigionarci, farci condannare, mandarci al domicilio coatto. Che resistenza opponiamo noi? Nessuna.

La nostra è la guerra delle braccia incrociate. Fos­simo almeno partigiani della non resistenza al male; avremmo di che consolarci. Niente affatto: noi aspet­tiamo che maturi la rivoluzione. Frattanto noi abbia­mo veduto in questi giorni che chi abbia potuto por­tare una parola di incoraggiamento agli scioperanti di Civitavecchia è stato un deputato socialista. E con­tinuiamo a dire che non serve a nulla la lotta parla­mentare!

Malatesta dice: Se dobbiamo votare pei socialisti o pei repub­blicani, tanto varrebbe andare noi medesimi al Par­lamento.

Per noi non si tratta, come pei socialisti, di riu­scire noi, e andare ad attuare il nostro programma in pieno Parlamento, al cospetto del colto e dell’inclita; ma si tratta di aiutare a riuscire quanto più oppositori sinceri ed energici del governo è possibile trecento Imbriani, per così dire ma degli Imbriani che non si contentino di bombardare d’interpellanze al Parla­mento i ministri, ma muovano una guerra seria e con­tinua al governo nel paese, giovandosi anche, finché non ne siano privati, delle prerogative parlamentari.

Malatesta afferma che la lotta extra-parlamenta­re per la libertà non si possa fare, quando si fa la lotta elettorale. Io penso precisamente il contrario.

Quello poi che non posso concedergli a nessun pat­to è che la tattica parlamentare lungi dal favorire lo sviluppo della coscienza popolare, tende a disabituare il popolo dalla cura diretta dei propri interessi.

Questo è dottrinarismo schietto. L’agitazione elet­torale socialista strappa le moltitudini dalla loro in­differenza ereditaria per le pubbliche faccende: in Italia essa ha conquistato alla nostra causa regioni, che si erano addimostrate e sono tuttavia refrattarie alla propaganda anarchica.

Il parlamentarismo ha i suoi inconvenienti: ma che cosa non ne ha? Quale tattica, o agitazione, o a­zione, potrebbe consigliare il Malatesta, la quale non presenti inconvenienti uguali, se non maggiori? Alcu­ni nostri amici si sono dati ad organizzare cooperati­ve: lavoro utilissimo anche questo: ma non è il nostro lavoro.

Nè i soci delle cooperative possono essere tutti so­cialisti e anarchici: nè il governo tollererebbe coopera­tive cosiffatte. Senza dire che non poche cooperative diventano, vià facendo, intraprese capitalistiche: talu­ne nascono addirittura tali.

Che fare dunque? organizzare società operaie di resistenza? Ma appena queste cominciano ad essere numerose e potenti (come le Unioni inglesi) ecco sor­gere uno stato maggiore di presidenti, vice presidenti, segretari e cassieri insomma un parlamentarismo da degradare... quell’altro.

Il parlamentarismo non è un principio, è un mez­zo: sbagliano quelli che ne fanno una panacea, ma sbagliano anche quelli che lo guardano con sacro orrore, come se fosse la peste bubbonica.

E non è poi vero che il parlamentarismo sia desti­nato a sparire interamente. Qualcosa ne rimarrà an­che nella società che noi vagheggiamo. Io ricordo uno scritto che Malatesta inviò alla conferenza di Chicago del 1893: dove egli sosteneva che per talune cose il pa­rere della maggioranza dovrà necessariamente pre­valere su quello della minoranza.

Ma a parte ciò, anche data l’unanimità, non tutti quelli che hanno deliberato si porranno ad eseguire in massa le loro deliberazioni. A meno di non ammet­tere quest’aforisma, che io ho ragione di credere che il Malatesta con me ripudi, bisognerà distribuire gli incarichi affidandoli ai più capaci.

Ed ecco questi incaricati formeranno un governo o un’amministrazione.., per carità non sofistichiamo sulle parole. Un minimo di governo o di amministra­zione ci sarà anche nella società meglio organizzata: solo dobbiamo studiare i modi di renderlo innocuo, di impedire che i pochi si arroghino un potere sulle mol­titudini, di ottenere che il popolo eserciti un sindacato continuo ed effettivo sui suoi amministratori o de­legati.

Io riconosco gl’inconvenienti del sistema parla­mentare e desidero eliminarli, ma non già tornare al dispotismo.

Riconosco pessimo l’ordinamento attuale della giu­stizia, ma non vedrei volentieri un ritorno alla legge di Lynch, nè al sistema della vendetta privata come riconosco i torti della giuria ma non vorrei ri­mettere la mia libertà nelle mani del giudice togato.

Riconosco l’ingiustizia delle leggi: ma non vorrei tornare al tempo in cui la volontà dei principe era legge.

Voglio insomma progredire da buon positivista, che crede la società si perfeziona, non si rifonde e ri­modella, né si rifà con una ricetta di principi astrat­ti. Son convinto che i socialisti, tutti anarchici marxisti e repubblicani hanno a un dipresso le stesse aspirazioni; e vorrei vederli tutti lottare insie­me: e francamente vorrei vedere qualche risultato. Mi rincrescerebbe morire nell’aspettativa in cui vivo da parecchi anni.

 

 

 

 

MERLINO: “Gli anarchici e le elezioni

 

Ulteriore intervento di Merlino, questa volta sull’Avanti! del 9 marzo 1897.

 

 

Una mia dichiarazione nel Messaggero del 29 gen­naio in favore della lotta politica parlamentare come mezzo e stimolo ad una vasta e feconda agitazione po­polare, ha dato luogo ad una polemica, che dalle co­lonne di quel giornale si è spostata sulla stampa socia­lista e anarchica. Io non ho risposto che a uno solo dei miei contraddittori, il Malatesta, amico mio da mol­ti anni, col quale ho finito sempre, benché differissi­mo temporaneamente – e spero di finire anche sta­volta – col trovarmi d’accordo. Ad altri rispondo ora collettivamente, perché mi preme di dire tutto il mio pensiero e di chiudere, per conto mio, una polemica alquanto ingrata.

Si afferma che la lotta politica parlamentare sia contraria ai principi socialisti anarchici. L’asserzione è una di quelle che, avventate da qualcuno, passano di bocca in bocca e si ripetono fi­no a diventare assiomatiche in un dato circolo di per­sone, senza che nessuno le abbia ponderate.

Intendiamoci. Quello che è contrario ai principi nostri è il partecipare al governo come ministri, come impiegati, come poliziotti, come giudici, magari come legislatori... Sì, anche come legislatori, perché io so­stengo che il deputato o socialista o operaio o rivolu­zionario dev’essere non un legislatore, bensì un agita­tore. Ma non è contrario ai nostri principi che il popolo eserciti un’ingerenza, per quanto indiretta e di poco valore, nell’amministrazione della cosa pubbli­ca. Noi possiamo e dobbiamo dolerci che quest’inge­renza oggi sia minima; che la sovranità popolare du­ri il quarto d’ora delle elezioni; che poi gli elettori, tor­nati a casa – il contadino all’aratro, l’operaio all’officina – gli eletti rimangano arbitri della cosa pub­blica e dispongano a loro talento dei più gravi interes­si del Paese. Questo è il male, non la partecipazione di una parte del popolo all’elezione dei deputati e di alcuni pubblici amministratori.

Ora a questo male non si rimedia astenendosi dal­le urne; ma bensì inducendo il popolo anzitutto ad e­sercitare con coscienza e vigore quella poca autorità che ha, poi a reclamarne una maggiore; abituandolo a lottare e prolungando la lotta oltre il breve periodo elettorale.

La lotta politica deve svolgersi nel Parlamento e fuori del Parlamento. Qui sta la differenza fra il mio modo d’intenderla e quello dei politicanti e purtroppo anche di taluni socialisti e di molti democratici.

Per costoro la lotta politica sta tutta nel mandare alla Camera il maggior numero possibile di deputati del proprio partito.

Per me invece l’elezione dei deputati ostili al go­verno non è che un modo di agitazione popolare, e il compito dei deputati non è già di proporre leggi e di chiacchierare sugli ordini del giorno presentati alla Camera; ma di combattere la maggioranza parlamen­tare e il governo, di denunziare al Paese gli arbitrii e le prepotenze e di prendere parte a tutte le agitazioni popolari, lasciandosi magari imprigionare coi loro elettori.

Purtroppo i deputati democratici d’oggi non fan­no nulla di tutto questo; tengono a bada il popolo con discorsi e interpellanze, ma si guardano bene dal pro­muovere o secondare serie agitazioni.

Il governo scioglie associazioni, proibisce riunioni, calpesta le libertà popolari. L’on. Cavallotti a chi domandava che intendeva di fare, rispondeva: Ne par­lerò alla Camera.

Le aule universitarie sono invase da poliziotti, i quali malmenano professori e studenti. Pazienza: l’on. Cavallotti ne parlerà alla Camera.

Le flotte europee cannoneggiano gl’insorti di Can­dia, e la diplomazia soffoca il grido di libertà dei po­poli gementi sotto la dominazione turca. Consoliamoci: Cavallotti ne parlerà alla Camera.

Francamente, questa non è condotta di democra­tico; ma di uno che diffida del popolo e crede che le grandi e piccole questioni politiche si debbano tratta­re nelle alcove ministeriali o in quell’anticamera del ministero che è il Parlamento nazionale.

Noi invece dobbiamo volere che il popolo faccia valere la sua volontà e i suoi interessi contro la volon­tà e gl’interessi della consorteria dominante, che esso lotti sul terreno politico come sull’economico, per la propria emancipazione; e guardi al governo non come ad un padrone cui si debbono ubbidienza ed ossequio, ma come ad un servitore cui si comanda e che si può congedare quando non faccia il suo dovere o non si abbia più bisogno dell’opera sua.

Anni addietro gli operai delle nostre grandi città si peritavano di ingerirsi di politica. I conservatori al­la Pepoli insinuavano che è dovere degli operai di occuparsi unicamente dei propri interessi economi­ci, rimanendo estranei a ogni agitazione politica; e tutt’al più concedevano loro di andare ad acclamare i sovrani e i ministri alle stazioni e a votare, nelle elezioni politiche e amministrative, pei loro benemeriti padroni.

Fu un progresso che gli operai cominciassero a votare per individui della loro classe, e molti di essi concepissero l’ambizione d’andare al Parlamento e ai consigli comunali e provinciali; ed un progresso maggiore fu fatto quando, costituitosi il partito socialista, essi andarono a votare per una grande idea.

Ora rimangono tuttavia moltitudini di operai e di contadini ligi ai padroni, che li sfruttano economica­mente e politicamente, come lavoratori e come elet­tori. È forse contrario ai nostri principi tentare di strappare queste moltitudini alla loro servitù e gettar­le nella lotta politica, magari se si debba cominciare dalle elezioni?

Ma si dirà, se non è contrario ai nostri principi che il popolo, invece di lasciare la scelta dei deputati e dei consiglieri alla classe dominante, concorra an­ch’esso alla loro elezione, è certamente contrario ai nostri principi accettare il mandato, andare alla Ca­mera o al Municipio, votare le leggi, convalidare gli atti del governo e partecipare alle spoglie del potere.

D’accordo: ma io ripeto, si può andare al Parlamen­to o al Consiglio comunale non a governare, bensì a combattere il governo; non a far leggi, ma a dimo­strare l’ingiustizia delle leggi che ci sono; non a met­tere la mano nel sacco. ma a gridare ai ladri. Si può andare al Parlamento come un operaio, delegato dai suoi compagni, va in un’adunanza di padroni a di­scutere le condizioni di lavoro; o come un imputato o il suo difensore va in tribunale a dire le sue ragioni o quelle del suo cliente, anche quando non riconosce l’autorità dei giudici. Fino a che vige l’attuale si­stema, l’imputato si deve difendere, l’operaio deve sforzarsi di ottenere condizioni meno dure dal padro­ne, e il popolo deve schermirsi dalla tirannide, met­tendo bastoni fra le ruote del governo.

Per poco che valgano le elezioni, valgono a strap­pare qualche concessione al governo o ad imporgli un certo riguardo per l’opinione pubblica. E per poco che valga la presenza di socialisti o di rivoluzionari al Par­lamento, vale qualche volta ad impedire una grave in­giustizia. E per poco che valgano le immunità parla­mentari, non si può negare che molte riunioni si ten­gono grazie alla presenza di deputati. Oh! il governo restringerebbe volentieri l’elettorato, il numero dei de­putati e le immunità che essi godono: e sarebbe feli­cissimo se potesse far senza addirittura di deputati e di elezioni.

Gli stessi anarchici astensionisti riconoscono che qualche frutto si può ricavare dalle elezioni; e qui a Roma hanno deliberato di proporre il Galleani per li­berarlo dal domicilio coatto. Ottima idea, anche per­ché il Galleani è giovane intelligente, sincero ed ener­gico, tre qualità che non si trovano riunite in molti uomini. Ma, dico io, supponete che riesca, rinunzierà egli poi per tornare forse al domicilio coatto – donde voi dovreste trarlo fuori con una nuova elezione – e così di seguito?

E se non è contrario ai principi votare per libe­rare un coatto politico, sarà contrario ai principi vota­re per impedire al governo di fare di noi altrettanti coatti politici?

Il governo annunzia per la prossima legislatura il rimaneggiamento della legge sul domicilio coatto, una restrizione dell’elettorato e il prosieguo degli scio­glimenti di associazioni e delle proibizioni di riunioni; i suoi candidati sono disposti ad approvare tutto que­sto, e magari nuovi stati d’assedio e nuovi massacri di moltitudini affamate.

Lasceremo fare? Staremo inerti spettatori di una lot­ta di cui le conseguenze ricadono su di noi? Per poco che l’opera nostra valga ad impedire la riescita di can­didati ministeriali, vi rinunceremo noi, e rinunciandovi non faremo noi cosa grata al governo?

Ma taluni davvero si compiacciono della reazione. Perché a dispetto delle persecuzioni le idee progredi­scono, essi si immaginano che progrediscano a cau­sa delle persecuzioni. C’è chi ripete ciò che scrive Ma­latesta: il dispotismo essere da preferire all’ibrido si­stema attuale.

Supponiamo che il governo li prenda in parola e faccia un colpo di stato: sopprima il Parlamento, tolga la libertà di stampa e riduca l’Italia allo stato politico della Russia. Mi dicano sinceramente i miei amici: la causa del socialismo ci guadagnerebbe? o la lotta per il costituzionalismo assorbirebbe e impedirebbe per molti anni la lotta per il socialismo, come appunto av­viene in Russia?

Mi si dirà: Questi a cui avete accennato, sono i vantaggi della lotta elettorale. Ad essi si contrappongono danni di gran lunga maggiori: la corruzione, le ambizioni, i compromessi coi partiti affini. Potrei rispondere che danni di questo genere si ve­rificano in ogni opera nostra: sono il tributo che si de­ve pagare all’imperfezione dell’umana natura.

Se noi impiantiamo un giornale, ecco sorgere am­bizioni, invidie, gelosie e magari (se il giornale pro­spera) un interesse economico in questo o in quello dei suoi redattori od amministratori. Rinunceremo noi, per questo inconveniente, a propagare le nostre idee per mezzo della stampa?

E non dirò che l’ambizione può essere utile, per­ché non tutti gli uomini che lottano per un’idea, son mossi ad agire dalla pura convinzione della giustizia della loro causa. Molti eroi delle passate rivoluzioni furono spinti al sacrificio dal desiderio di far parlare di sé, da gelosia, da angustie finanziarie in cui versa­vano: e possiamo ammettere che anche oggi gli uomi­ni praticano il bene per una varietà di motivi buoni, mediocri e cattivi.

In talune località il partito socialista è sorto per­ché taluni vi hanno scorto un mezzo di andare al Con­siglio comunale o al Parlamento. Meglio che sia sorto così che non sorgesse affatto. Man mano si verrà de­purando; perché la forza del socialismo sta in ciò, che esso risponde ai grandi interessi della grande maggioranza del popolo; e quando questo si fa innanzi, le ambizioni e le vanità individuali devono cedere e scom­parire.

Ma è poi vero che le elezioni siano niente altro che una scuola di corruzione? Quelli che vanno a vo­tare per il candidato socialista o operaio o rivoluzio­nano, sfidando ire governative e ire padronali e rimet­tendoci qualche soldo, non mi pare che si corrompa­no; al contrario si appassionano per la Causa, e lo stesso ardore che mettono nella lotta elettorale, pos­son metterlo in altro genere di lotta. Non credo che i ferventi elezionisti debbano essere necessariamente tiepidi rivoluzionari.

Ma la lotta elettorale ci obbliga a compromessi. Anche qui potrei rispondere che compromessi ne fac­ciamo tutti i giorni, lavorando per un padrone od e­sercitando una professione, un commercio, notifican­do alla polizia le riunioni pubbliche da noi indette, mandando al procuratore del re la prima copia dei no­stri giornali, ricorrendo ad avvocati che ci difendano avanti ai tribunali, intendendoci con altri partiti per date agitazioni. E se domani, fatta la rivoluzione, do­vessimo attuare il socialismo, dico e sostengo che sa­remmo costretti a fare dei compromessi, se pure non volessimo imporre le nostre idee agli altri o sottomet­terci alle altrui.

Ma i compromessi elettorali possono cadere sui vo­ti, non debbono cadere sui principi: si capisce che com­promessi che offendano i principi, non si debbono ac­cettare.

D’altra parte, se la nostra partecipazione alle ele­zioni non producesse altro vantaggio che quello di av­vicinarci ai partiti affini, facendoci riconoscere ciò che vi può essere di giusto nei loro programmi – e di av­vicinare i partiti affini a noi, facendoli convenire in una parte almeno delle nostre rivendicazioni – di ac­costare tutti al popolo e indurci a tener conto dei veri bisogni e sentimenti e delle vere aspirazioni di esso, solo per questo sarebbe da approvare.

In Germania, in Francia, nel Belgio l’interesse e­lettorale ha spinto i socialisti a consacrare una parte delle loro forze alla propaganda nelle campagne, per guadagnare i contadini alla causa del socialismo. Ba­sterebbe questo fatto a giustificare la tattica elettora­le; perché chi è che non vegga che senza il concorso dei contadini una rivoluzione socialista non è possibi­le, e pure scoppiando, terminerebbe in un disastro.

Io non sono profeta, ma ho predetto ai miei ami­ci astensionisti che (dove non ricorrano al ripiego del candidato protesta) essi non faranno neppure la pro­paganda astensionista.

Le elezioni si faranno, tutti i partiti si afferme­ranno: di voi e dei vostri principi e degli interessi che vi stanno a cuore, non si parlerà. Sarete dimenticati.

E lo ripeto, e i fatti mi daranno ragione. L’asten­sione ha la sua logica. Dal momento che le elezioni non servono, tanto vale starsene a casa. D’altronde, la gente è poco disposta ad ascoltare predicozzi; e duran­te l’agitazione elettorale non si appassiona che per quei principi che prendono corpo e persona, che di­ventano, per cosi dire, candidati.

Se volete dunque che si discuta di anarchia – ho detto e ripeto ai miei amici – dovete schierarvi pro o contro qualcuno. A questa condizione la vostra paro­la sarà ascoltata; la vostra opinione rispettata, con­divisa o combattuta, ad ogni modo discussa; la vostra amicizia ricercata e la vostra inimicizia temuta.

Ma gli astensionisti non intendono queste ragioni. Essi sono dottrinari e argomentano così: “Il parlamentarismo è contrario ai principi anar­chici. Dunque noi dobbiamo combatterlo con la paro­la, aspettando che si presenti l’occasione di distrug­gerlo coi fatti. Se poi le nostre forze bastano o no a quest’ope­ra; se l’occasione tarda e frattanto il popolo langue e si scoraggia; se il popolo seguirà o no la nostra inizia­tiva; se le nostre idee si attueranno oggi o di qui a mille anni; o se per avventura siano troppo semplici e astratte per essere applicate, – tutto ciò non ci ri­guarda. Affermiamo le idee: esse troveranno la stra­da di attuarsi. Il popolo ammirerà la nostra coerenza e verrà a noi. E se anche non venisse, se pure le nostre idee do­vessero non attuarsi né ora né mai, noi avremo fatto il nostro dovere. I mezzi termini ci indeboliscono, cor­rompono, dividono: la verità sola, detta tutta intera e senza ambagi, ci può salvare”.

Prima di tutto, questo modo di ragionare implica il convincimento che essi soli, gli anarchici astensioni­sti, siano nel vero, che posseggano tutta intera la veri­tà, e che non c’è che un modo di risolvere la questio­ne sociale, ed è quello da essi proposto.

Poi, il ragionamento è radicalmente sbagliato. Le idee non valgono per se stesse, ma per l’azione che esercitano sulla sorte degli uomini.

Una verità che non si può attuare, non può esse­re perfettamente vera; un partito che non riesce a guadagnare alla sua causa la moltitudine, ha sbaglia­to strada. La lotta deve avere un fine immediato; dove tanti milioni di nostri simili soffrono giornalmente, è insensatezza consumare le proprie energie in guerric­ciole di partito e in quisquilie accademiche.

Il sistema parlamentare può non convenire alla società futura; frattanto la lotta elettorale ci offre mezzi e opportunità di propaganda e di agitazione. Essa ha anche inconvenienti come tutte le cose di que­sto mondo. Molto dipende dal modo come si fa.

Che direbbero gli anarchici a chi argomentasse cosi: la violenza è contraria ai nostri principi; dunque non dobbiamo usare la forza neanche per difendere la nostra vita?

Risponderebbero certamente che l’uso della for­za ci è imposto dalle condizioni della società in cui vi­viamo; e così rispondo io ai loro argomenti contro la lotta politica parlamentare.

È vero o non è vero che l’uso dei mezzi legali ci è imposto nei tempi ordinari, come quello della vio­lenza nelle occasioni straordinarie? Io dico di si.

Non ci illudiamo. Sopra cento persone se ne pos­sono trovare magari dieci capaci di affrontare la mor­te sul campo di battaglia o in una insurrezione; ma se ne troverà sì e no una disposta ad affrontare le pic­cole persecuzioni di tutti i giorni, ad andare in carce­re, a farsi mandar via dal padrone, a veder la moglie e i figlioli soffrire la fame.

E i pochissimi che resistono a queste persecuzioni, il governo li conta, li sorveglia, li aggredisce e li sba­raglia in un momento.

Un partito veramente rivoluzionario deve stende­re le sue propaggini fra il popolo, e questo non può far­lo se non con un’azione che non sia esposta a troppi pericoli in tempi ordinari. La lotta elettorale risponde appunto a questa condizione; e non si può negare che, per averla adottata, il partito socialista è riuscito a riunire un gran numero di operai nelle sue file.

Viceversa, gli anarchici hanno veduto diradare le loro, appunto perché si son voluti ostinare nella loro tattica astensionista; ed io non dubito che, se conti­nueranno ad ostinarsi, cesseranno addirittura di esi­stere come partito; e di essi non si parlerà, come già non se ne parla, se non quando al governo piaccia di perseguitarli per sfogare su di essi la sua libidine di persecuzione.

Riepilogando, senza credere che la questione so­ciale possa essere risolta per mezzo di leggi e di de­creti, io sono per la lotta elettorale e parlamentare:

·       perché non è contrario ai principi socialisti e a­narchici che il popolo faccia valere la sua volontà e i suoi interessi in tutti i modi possibili;

·       perché è necessario sottrarre le classi lavoratrici alla loro dipendenza ereditaria da proprietari e da pa­droni, impedire che siano tratte alle elezioni come gregge, ed esercitarle alla vita pubblica e alla vita politica;

·       perché le elezioni offrono opportunità di propa­ganda, di agitazione e dì protesta contro gli arbitrii e le prepotenze del governo, come gli stessi astensionisti riconoscono con le loro candidature-protesta;

·       perché nel momento attuale sono la quasi unica affermazione che ci è consentita, e il governo vuole contenderci anche questa, e sarebbe insensatezza ce­dergli;

·       perché, in generale, noi abbiamo il dovere di non abbandonare le libertà che i nostri padri conquista­rono combattendo, ma di difenderle energicamente e accrescerle;

·       perché, senza credere molto efficace l’opera dei deputati socialisti, operai o rivoluzionari alla Camera, è invece utilissima l’azione che essi possono e devono spiegare a pro della causa fuori del Parlamento;

·       perché l’esperienza ha dimostrato che erano esa­gerati i nostri timori per l’influenza corruttrice dello ambiente parlamentare sugli eletti del nostro partito; anzi il contrasto fra gli uomini di carattere e disinte­ressati che il socialismo pone innanzi come suoi rap­presentanti e i rappresentanti corrotti e versipelle del­la borghesia, non può che conquistare alla nostra cau­sa la simpatia della parte sana della popolazione;

·       perché, infine, noi dobbiamo partecipare a tutte le lotte e agitazioni popolari, e spiegare la nostra a­zione in mezzo alla massa, non nei piccoli conciliaboli del partito.

Possano queste ragioni convincere i miei amici e indurli a uscire dal riserbo che si sono imposti, e a portare il contributo delle loro forze nell’attuale cani­pagna elettorale contro il governo e per la difesa della Libertà e della Giustizia. Quanto a me, ripeto che il mio scopo, nei combattere la sterile tattica astensioni­sta, non è stato di soddisfare una mia ambizione per­sonale e accrescere di uno il numero dei deputati so­cialisti al Parlamento.

 

 

 

MALATESTA: “Le candidature protesta”

 

Breve nota di Malatesta pubblicata sull’Agitazione del 14 marzo 1897. Essa riguarda solo il problema delle candidatura protesta

 

 

I nostri compagni di Roma portano candidato lo amico nostro Luigi Galleani, domiciliato coatto, ed altre candidature protesta pare sieno state messe in altri posti. È difficile e penoso per noi dire franca e schietta la nostra opinione. Quando degli uomini che noi stimiamo ed amiamo e che molto han fatto e più faranno ancora per la causa nostra, stanno in galera o al domicilio coatto e si propone un mezzo per farli mettere fuori, come si fa a dire, per quanto cattivo sia il mezzo: no, lasciateli dentro!

Nullameno faremo forza a noi stessi ed apriremo intero l’animo nostro. Se altri ci troverà troppo intransigenti, ce lo perdoni in considerazione del fatto che in carcere ed al coatto ci siamo stati anche noi, che siamo sempre esposti a tornarci e che possiamo permetterci di essere severi con gli altri perché abbiamo la coscienza che sapremmo essere severi con noi stessi. In quanto agli amici candidati essi ce lo perdoneranno di certo perché sapranno apprezzare i nostri motivi: anzi di alcuni di loro sappiamo che sono completamente d’accordo con noi sull’argomento. La candidatura protesta, specialmente quando si è sicuri che l’eletto non vorrà a nessun costo fare il deputato, non è per se stessa contraria ai nostri principi e nemmeno alla nostra tattica; ma è nullameno una porta aperta all’equivoco ed alle transazioni. È il primo passo su di un pendio sdrucciolevole sul quale difficile è l’arrestarsi.

Già se si vuol votare per un candidato di protesta, bisogna essere elettore; quindi bisogna iscriversi, e chi non si iscrive è un negligente che non prepara i mezzi per raggiungere i suoi fini. Un passo ancora, un piccolo passo, e diremo anche noi, imitando i socialisti: Non è buon anarchico chi non si iscrive elettore. E quando si è iscritti e non si ha sotto mano un candidato protesta, forte è la tentazione di andare a votare lo stesso... per favorire un amico o per far dispetto ad un avversario. Siamo uomini tutti e costa tanto poco l’andare a mettere una scheda dentro un’urna. L’esperienza insegni.

Poi viene la questione della condotta dell’eletto. Sentite Merlino? egli già mette il cuneo nel fesso del ragionamento e vi dice: Quando avrete cavato Galleani dal domicilio coatto nominandolo deputato, dovrà egli dimettersi perché sia mandato di nuovo al coatto e voi vi divertiate a cavarvelo ancora?

Noi siamo sicuri che Galleani, se fosse eletto, a Montecitorio non ci andrebbe o ci andrebbe solo un momento per sputar in viso ai deputati il suo disprezzo, ma la ragione resta lo stesso, questa volta, dalla parte di Merlino. E poi, avrebbero tutti la forza d’animo che noi conosciamo nel Galleani?

Le candidature protesta ci han ridato qualche compagno e noi ce ne rallegriamo di cuore. Ma non possiamo nasconderci che esse han fatto al nostro partito un torto grandissimo.

La candidatura Cipriani, per esempio, riuscì a liberare il Cipriani; ma fu pur essa che insinuò il parlamentarismo in Romagna e ruppe la compagine anarchica di quella regione.

Con questo noi non intendiamo biasimare i compagni di Roma. Al contrario, comprendiamo ed apprezziamo i loro motivi generosi. Solo ci lamentiamo che il partito nostro sia in così tristi condizioni da non poter far altro a pro dei nostri proscritti che ricorrere al mezzo debole e pericoloso delle candidature di protesta.

Lavoriamo, propaghiamo, organizziamo e potremo in seguito ottenere a favore dei nostri delle manifestazioni dell’opinione pubblica ben più significative e ben più efficaci delle elezioni.

 

 

 

MALATESTA: “Anarchia e parlamentarismo: risposta a Saverio Merlino

 

Esauriente risposta a Merlino. Malatesta la pubblica sull’Agitazione del 14 marzo 1897.

 

 

I parlamentaristi sono in festa: a sentir loro asten­sionisti non ve ne sono più, perché... Merlino si è con­vertito alle lotte elettorali. Essi credono che gli anar­chici seguano ciecamente, come bene e spesso succede tra loro, questo o quell’uomo; noi invece riteniamo che Merlino resterà solo e dovrà cercare i suoi collabora­tori fuori del campo anarchico, perché i principi anarchici mal si conciliano con la fatica da lui sostenu­ta. Consta intanto che finora nessun anarchico che si sappia ha fatto adesione alle idee del Merlino.

Merlino nega (vedi l’Avanti! del 9 marzo) che la lotta politica parlamentare sia contraria ai principi socialisti-anarchici.

Intendiamoci bene. Quello che è contrario ai nostri principi è il par­lamentarismo, in tutte le sue forme e tutte le sue gra­dazioni. E noi riteniamo che la lotta elettorale e par­lamentare educa al parlamentarismo e finisce col tra­sformare in parlamentaristi coloro che la praticano.

Merlino, che pare si dica ancora anarchico e pare vada facendo continue riserve sull’ abolizione piena ed intera del parlamentarismo ed accampa la fede nuo­vissima nella possibilità di un governo che sia servitore del popolo e si possa congedare quando non faccia il suo dovere o non si abbia più bisogno dell’opera sua, dovrebbe innanzi tutto spiegarci che cosa sarebbe que­sta sua anarchia parlamentare. Finora il socialismo a­narchico alla fin fine, non è stato che il socialismo an­tiparlamentare; perché allora continuare a chiamarlo anar­chico?

L’astensione degli anarchici non è da confrontare con quella, per esempio, dei repubblicani. Per questi l’astensione è una semplice questione di tattica: si a­stengono quando credono imminente la rivoluzione e non vogliono distrarre forze della preparazione rivo­luzionaria; votano quando non hanno di meglio da fare, ed il loro meglio è molto ristretto poiché ri­fuggono per ragioni di classe dalle agitazioni sovverti­trici degli ordini sociali. In realtà essi stanno sempre sul buon cammino: essi vogliono un governo parla­mentare e gli elettori che conquistano adesso sono sempre buoni per mandarli un giorno alla costituente.

Per noi invece, l’astensione si collega strettamente con le finalità del nostro partito. Quando verrà la ri­voluzione (fra mille anni, s’intende, ci badi il procu­ratore del re) noi vogliamo rifiutarci a riconoscere i nuovi governi che tenteranno d’impiantarsi, noi non vogliamo dare a nessuno un mandato legislativo e quindi abbiamo bisogno che il popolo abbia ripugnan­za delle elezioni, si rifiuti a delegare ad altri l’organiz­zazione del nuovo stato di cose, e quindi si trovi nella necessità di fare da sé.

Noi dobbiamo far sì che gli operai si abituino, fin da ora, per quanto è possibile, nelle associazioni di o­gni genere, a regolare da loro i propri affari, e non già incoraggiarli nella tendenza a rimettersene in altri.

Merlino per ora dice ancora che le elezioni debbo­no servire come mezzo di agitazione, che gli eletti so­cialisti non debbono essere legislatori, e che la lotta importante si deve fare nel popolo, fuori del parla­mento.

Ma senta un po’ i suoi amici dell’Avanti! Quelli sono logici. Essi vogliono andare al potere – per fare il bene del popolo, noi non ne dubitiamo – e quindi hanno ogni interesse a educare il popolo a nominare dei deputati e ad abituarsi essi a saper governare;

Ma Merlino dove vuole arrivare? Resterà egli eternamente tra il sì ed il no, tra il mi decido e non mi decido?

Egll col suo temperamento di uomo attivo si deci­derà certamente, e noi crediamo, e ce ne addoloriamo davvero, che si deciderà col buttare a mare ogni re­miniscenza anarchica e diventare un semplice parla­mentarista. Già non mancano i sintomi che preannunziano la sua decisione definitiva.

Nella sua prima lettera al Messaggero la lotta par­lamentare era un semplice episodio di scarsa impor­tanza. Nella sua seconda le associazioni di resistenza, le cooperative ed il resto riescono a male e non si può far altro che andare al parlamento. Nella sua prima lettera gli anarchici dovevano mandare gli altri al parlamento, ma non andarci loro; nell’articolo su l’Avan­ti! già si dice che i deputati possono fare tante belle cose che sarebbe veramente un tradimento il rifiu­tarci a fare anche noi la nostra parte. E poi si parla di farsi arrestare col popolo. Come perdere la bella oc­casione di sacrificarsi per il popolo?

Merlino, ne siamo convinti perché lo conosciamo, è sincero quando dice di non volere andare al parlamento. Ma la logica della posizione sarà più forte di lui, ed egli al parlamento ci andrà... se vorranno man­darcelo.

Tutta la forza dell’argomentazione di Merlino consiste in un equivoco. Egli pone in contrapposto da una parte la lotta elettorale e dall’altra l’inerzia, l’indiffe­renza e l’acquiescenza supina alle prepotenze del go­verno e dei padroni; ed è chiaro che il vantaggio re­sta alla lotta elettorale.

A questa stregua sarebbe facile il dimostrare che è una buona cosa andare a messa ed aspettare ogni bene dalla divina provvidenza, poiché l’uomo che cre­de nell’efficacia della preghiera è sempre superiore al­l’idiota che nulla desidera, nulla spera e nulla teme.

Ne segue da ciò che noi dovremmo metterci a pre­dicare alla gente di andare in chiesa e sperare in Dio?

La questione è tutt’altra. Si tratta di cercare qual’è il mezzo più efficace di resistenza popolare, qual’é la via che, mentre soddisfa ai bisogni del momento, conduce più direttamente ai destini futuri dell’uma­nità, qual’è il modo più utile d’impiegare le forze so­cialiste.

Non è vero che senza il parlamento mancano i mezzi per far pressione sul Governo e metter freno ai suoi eccessi. Al contrario. Quando in Italia non v’era il suffragio popolare, v’era una libertà che oggi ci sembrerebbe grande; e le violenze governative, molto minori di quelle di Crispi e Di Rudini, provocavano un’indignazione e una reazione popolare di cui oggi non si ha più l’idea. Lo stesso suffragio, di cui fan tan­to caso, è stato naturalmente ottenuto quando il suf­fragio non v’era; ed ora che v’è, minacciano di toglier­lo… effetto miracoloso della sua efficacia!

Merlino dice che Malatesta ha scritto che il despo­tismo è da preferire all’ibrido sistema attuale. Se la memoria non ci falla, scrisse Malatesta che al parla­mentarismo accettato e vantato è da preferirsi il de­spotismo subito per forza e coll’animo intento alla ri­volta. È una cosa ben differente, ed in quella diffe­renza sta la ragione della nostra tattica. Se il governo riducesse l’Italia allo stato politico della Russia, noi non dovremmo riprincipiare la lotta per il costituzio­nalismo, perché sappiamo già quanto valgono le co­stituzioni e troveremmo modo di lottare per i nostri ideali anche senza quelle larve di libertà che servono piuttosto ad illudere le masse che a favorirne il progresso.

I socialisti parlamentari invece, imperniando tutta la loro attività intorno alla lotta elettorale, si condan­nano ad un lavoro di Sisifo; ed ogni volta che al go­verno piace di menomare le libertà politiche e le ga­ranzie costituzionali, essi debbono mettere da parte il programma socialista e ridiventare costituzionalisti. A prova “La lega della libertà” dei tempi crispini, in cui Turati, Cavallotti e Di Rudini eran diventati com­militoni e fratelli.

D’altronde il fatto è questo; se nel paese v’è co­scienza e forza di resistenza, se vi sono partiti extra­costituzionali che minacciano lo Stato, allora il go­verno rispetta lo Statuto, allarga il suffragio, con­cede libertà, tanto per aprire delle valvole di sicurezza alla crescente pressione; ed in Parlamento i    deputati borghesi tuonano contro i ministri, tanto per farsi popolari. Se invece il governo vede che i par­titi popolari fondano le loro speranze sull’azione par­lamentare e che la cosa che più gli dà noia sono i de­putati socialisti, allora respinge il suffragio, tien chiu­so il parlamento, viola lo Statuto; e se i deputati han­no il nerbo, cosa rara, di resistere più che per burla, vanno in prigione malgrado il medaglino e l’immunità.

Quando Merlino poi dice che gli astensionisti sono dei dottrinari e si compiace a mettere in bocca loro una serie di ragionamenti che mena fuori di ogni vita reale ed al più completo quietismo, allora Merlino è... men che sincero.

Vi sono è vero degli anarchici che si curano poco della praticabilità delle loro idee e limitano il loro com­pito alla predica di nozioni astratte, che essi credono il vero assoluto... se vero oggi, o vero tra mille anni non importa.

Ma Merlino sa che quella tendenza non è quella di tutti gli anarchici, che di essa in Italia appena se ne ritroverebbe la traccia e che, anche all’estero, es­sa in fondo non è rappresentata che da poche perso­nalità.

Servirsi dell’esistenza di una tale tendenza per at­tribuirla a tutti gli anarchici e darsi così l’aria di aver ragione, può essere un abile espediente di polemica, ma non è degno di chi cerca e vuol propagare la verità.

Quella tendenza quietista, per il fatto ch’essa ave­va trovato simpatia in qualche uomo d’ingegno e di fama, è stata certamente una fra le cause che aveva­no arrestato lo sviluppo del movimento anarchico. Merlino, e noi, e tanti altri abbiamo combattuto quella tendenza; e se egli avesse continuato per la strada di prima, continuerebbe ad averci a compagno. Ma Merlino, proprio quando gli anarchici accennano ad uscire dalla crisi ed a ripigliare un lavoro fecondo, rin­nega tutto ciò che egli stesso aveva detto; e, senza ac­campare una sola ragione nuova che non fosse stata già le mille volte detta dai legalitari e da lui stesso confutata, vorrebbe che noi lo seguissimo.

Oggi le critiche ch’egli può fare degli errori in cui son caduti gli anarchici non hanno più efficacia. Non sono più le osservazioni di un commilitone fatte negli interessi della causa comune ma gli attacchi di un av­versario, che rischiano di non essere presi in conside­razione, perché ritenuti sospetti.

 

 

 

MALATESTA: “Maggioranze e minoranze”

 

Ulteriore risposta sotto forma di lettera, pubblicata sempre sull’Agitazione del 14 marzo 1897 e anche questa falsamente datata da Londra.

 

 

Carissimi compagni,

 

Mi rallegro della prossima pubblicazione del gior­nale L’Agitazione, e vi auguro di cuore il più com­pleto successo. Il vostro giornale compare in un mo­mento in cui grande ne è la necessità, ed io spero che esso potrà essere un organo serio di discussione e di propaganda, ed un mezzo efficace per raccogliere e ricongiungere le sparse file del nostro partito. Potete contare sul mio concorso per tutto ciò che le forze mie, deboli purtroppo, mi permetteranno.

Per questa volta, tanto per isgombrarmi il terreno alla futura collaborazione, vi scriverò sopra alcuni punti che, se in certo modo mi riguardano personal­mente, non sono senza portata sulla propaganda ge­nerale.

L’amico nostro Merlino, che come sapete, si perde ora nell’inane tentativo di voler conciliare l’anarchia col parlamentarismo, in una sua lettera al Messag­gero volendo sostenere che “il parlamentarismo non è destinato a sparire interamente e qualche cosa ne rimarrà anche nella società che noi vagheggiamo”, ricorda uno scritto da me inviato alla Conferenza anar­chica di Chicago del 1893, in cui io sostenevo che “per talune cose il parere della maggioranza dovrà neces­sariamente prevalere a quello della minoranza”.

La cosa è vera, né le mie idee sono oggi diverse da quelle espresse nello scritto di cui si tratta. Ma Mer­lino, riportando una mia frase staccata per sostenere una tesi diversa da quella che sostenevo io, lascia nel­l’ombra e nell’equivoco quello che io veramente in­tendevo.

Ecco: v’erano a quell’epoca molti anarchici, e ve n’è ancora un poco, che scambiando la forma colla so­stanza e badando più alle parole che alle cose, si erano formati una specie di “rituale del vero anarchico” che inceppava la loro azione, e li trascinava a soste­nere cose assurde e grottesche.

Così essi, partendo dal principio che la maggior­anza non ha il diritto d’imporre la sua volontà alla minoranza, ne conchiudevano che nulla si doves­se mai fare se non approvato all’unanimità dei concorrenti. Confondendo il voto politico, che serve a no­minarsi dei padroni con il voto quando è mezzo per esprimere in modo spiccio la propria opinione, ritenevano anti-anarchica ogni specie di votazione. Così, si convocava un comizio per protestare contro una vio­lenza governativa o padronale, o per mostrare la sim­patia popolare per un dato avvenimento; la gente ve­niva, ascoltava i discorsi dei promotori, ascoltava quelli dei contraddittori, e poi se ne andava senza espri­mere la propria opinione, perché il solo mezzo per e­sprimerla era la votazione sui vari ordini del giorno... e votare non era anarchico. Un circolo voleva fare un manifesto: v’erano diverse redazioni proposte che di­videvano i pareri dei Soci; si discuteva a non finire, ma non si riusciva mai a sapere l’opinione predominante, perché era proibito il votare, e quindi o il manifesto non si pubblicava, o alcuni pubblicavano per conto loro quello che preferivano; il circolo si scindeva quando non v’era in realtà nessun dissenso reale e si trattava solo di una questione di stile. E una con­seguenza di questi usi, che dicevano essere garanzie di libertà, era che solo alcuni, meglio dotati di facoltà oratorie, facevano e disfacevano, mentre quelli che non sapevano o non osavano parlare in pubblico, e che sono sempre la grande maggioranza, non contavano proprio nulla. Mentre poi l’altra conseguenza più grave e veramente mortale per il movimento anar­chico, era che gli anarchici non si credevano legati dalla solidarietà operaia, ed in tempo di sciopero an­davano a lavorare, perché lo sciopero era stato votato a maggioranza e contro il loro parere. E giungevano fino a non osare di biasimare dei farabutti, sedicenti anarchici, che domandavano e ricevevano denari dai padroni – potrei citare i nomi occorrendo – per combattere uno sciopero in nome dell’anarchia.

Contro queste e simili aberrazioni era diretto lo scritto che io mandai a Chicago. Io sostenevo che non ci sarebbe vita sociale pos­sibile se davvero non si dovesse fare mai nulla insie­me se non quando tutti sono unanimemente d’accor­do. Che le idee e le opinioni sono in continua evoluzio­ne e si differenziano per gradazioni insensibili, men­tre le realizzazioni pratiche cambiano a salti bruschi; e che, se arrivasse un giorno in cui tutti fossero per­fettamente d’accordo sui vantaggi di una data cosa, ciò significherebbe che in quella data cosa ogni pro­gresso possibile è esaurito. Così, per esempio, se si trat­tasse di fare una ferrovia, vi sarebbero certamente mille opinioni diverse sul tracciato della linea, sul ma­teriale, sul tipo di macchine e di vagoni, sul posto del­le stazioni, ecc., e queste opinioni andrebbero cam­biando di giorno in giorno: ma se la ferrovia si vuol fare bisogna pure scegliere fra le opinioni esistenti, né si potrebbe ogni giorno modificare il tracciato, traslocare le stazioni e cambiare le macchine. E poi­ché di scegliere si tratta è meglio che siano contenti i più che i meno, salvo naturalmente a dare ai meno tutta la libertà e tutti i mezzi possibili per propagare e sperimentare le loro idee e cercare di diventare la maggioranza.

Dunque in tutte quelle cose che non ammettono parecchie soluzioni contemporanee, o nelle quali le dif­ferenze d’opinione non sono di tale importanza che valga la pena di dividersi ed agire ogni frazione a modo suo, o in cui il dovere di solidarietà impone l’unio­ne, è ragionevole, giusto, necessario che la minoranza ceda alla maggioranza.

Ma questo cedere della minoranza deve essere effetto della libera volontà, determinata dalla coscienza della necessità; non deve essere un principio, una leg­ge, che s’applica per conseguenza in tutti i casi, an­che quando la necessità realmente non c’è. Ed in que­sto consiste la differenza tra l’anarchia e una forma di governo qualunque. Tutta la vita sociale è pie­na di queste necessità in cui uno deve cedere le proprie preferenze per non offendere i diritti degli altri. Entro in un caffè, trovo occupato il posto che piace a me e vado tranquillamente a sedermi in un altro, do­ve magari c’è una corrente d’aria che mi fa male. Vedo delle persone che parlano in modo da far capire che non vogliono essere ascoltate, ed io mi tengo lontano, magari con incomodo mio, per non incomodar loro. Ma questo io lo fo perché me lo impongono il mio istinto d’uomo sociale, la mia abitudine di vivere in mezzo agli uomini ed il mio interesse a non farmi trattar ma­le se io facessi altrimenti; quelli che io incomoderei, mi farebbero presto sentire in un modo o in un altro il danno che v’è ad essere uno zotico. Non voglio che dei legislatori vengano a prescrivermi qual’è il modo col quale io debbo comportarmi in un caffè, né credo che essi varrebbero ad insegnarmi quell’educazione che io non avessi saputo apprendere dalla società in mezzo a cui vivo.

Come fa il Merlino a cavare da questo che un resto di parlamentarismo vi dovrà essere anche nella so­cietà che noi vagheggiamo?

Il parlamentarismo è una forma di governo nella quale gli eletti del popolo, riuniti in corpo legislativo fanno, a maggioranza di voti, le leggi che a loro piace e le impongono al popolo con tutti i mezzi coercitivi di cui possono disporre.

È un avanzo di questa bella roba, che Merlino vorrebbe conservata anche in Anarchia? Oppure, poi­ché in Parlamento si parla, e si discute e si delibera, e questo si farà sempre in qualsiasi società possibile, Merlino chiama questo un avanzo di parlamentarismo?

Ma ciò sarebbe davvero giuocar sulle parole, e Merlino è capace di altri e ben più seri procedimenti di discussione.

Non si ricorda il Merlino quando polemizzando in­sieme contro quegli anarchici che sono avversi ad ogni congresso perché appunto ritengono i congressi una forma di parlamentarismo, noi sostenevamo che l’essenza del parlamentarismo sta nel fatto che i par­lamenti fanno ed impongono leggi, mentre un congres­so anarchico non fa che discutere e proporre delle ri­soluzioni, che non hanno valore esecutivo se non do­po l’approvazione dei mandanti e solo per coloro che le approvano? O che le parole hanno cambiato di significato ora che Merlino ha cambiato d’idee?

 

 

 

MALATESTA: “Sulla linea dell’anarchismo”

 

Continuazione della lettera in parte pubblicata Il 14 marzo 1897, nel numero dell’Agitazione dei 21 marzo 1897.

 

 

Osvaldo Gnocchi Viani, parlando nella Lot­ta di Classe della discussione fra me e Merlino a pro­posito della lotta elettorale, dice che noi, Merlino ed io, “ci siamo staccati dallo stipite anarchico-individuali­sta ed abbiamo fatto un’evoluzione verso il metodo dell’organizzazione e dell’azione politica” e quindi conchiude che Merlino ed io abbiamo fatto un’evoluzione dello stesso genere, e che solo differiamo perché l’uno ha corso più dell’altro, ed io non so e non voglio “la­sciarmi andare fin là” cioè fino ad accettare la tattica elettorale.

            Tutti questi spropositi si capirebbero in uno che fosse completamente ignaro della storia del movimen­to nostro in Italia; ma in Gnocchi Viani fan meravi­glia davvero, e fan vedere come il partito preso può ottenebrare il giudizio anche negli. uomini meglio informati, e, d’ordinario, più sereni ed equanimi.

            Staccati dallo stipite anarchico-indidualista! Ma quando mai Merlino ed io siamo stati individualisti? E che cosa è mai questo stipite anarchico-individualista? In Italia per molto tempo tutti gli anarchici furono socialisti, anzi il socialismo vi è nato anarchico, or sono già quasi trent’anni. Gnocchi Viani se ne deve ricordare. L’individualismo cosiddetto anarchi­co venne molto più tardi e ci ebbe sempre avversari, tanto Merlino che io.

            Evoluzione verso il metodo dell’organizzazione e dell’azione politica! Ma chi di noi ha mai cessato dal riconoscere e propugnare la suprema necessità della organizzazione, e quella della lotta politica? Sulla prima questione noi abbiamo sempre sostenuto che l’a­bolizione del governo e del capitalismo è possibile solo quando il popolo, organizzandosi, si metta in grado di provvedere a quelle funzioni sociali a cui provvedono oggi, sfruttandole a loro vantaggio, i governanti e i capitalisti. Quindi non volendo governo, noi abbiamo una ragione di più di tutti gli altri per essere caldi par­tigiani dell’organizzazione.

            E sulla seconda questione, chi più di noi ha sostenuto che alla lotta contro il capitalismo bisogna unire la lotta contro lo Stato, vale a dire la lotta politica?

            Oggi v’è una scuola che per lotta politica intende la conquista dei pubblici poteri mediante le elezioni; ma Gnocchi Viani non può ignorare che la logica im­pone altri metodi di combattimento a chi vuole aboli­re il governo e non già occuparlo.

             Merlino ed io ci siamo trovati d’accordo nel se­gnalare gli errori che, secondo noi, si erano infiltrati nelle teorie anarchiche ed i mali che avevano afflitto il nostro partito, e Merlino ci ha messo, mi compiaccio di riconoscerlo, più attività che non abbia fatto io. Ma, quando i mali da noi lamentati sono già quasi da tutti riconosciuti, quando gli errori incominciano ad essere respinti e l’organizzazione del partito incomincia sul serio, allietandoci di belle speranze, Merlino cre­de di scorgere la salvezza nella tattica elettorale, che è stata già per lunga esperienza così grande jattura per la causa socialista, e ci lascia. Tanto peggio. Noi continueremo lo stesso senza di lui.

             Questo non significa essere andati un po’ più o un po’ meno avanti sulla stessa via, ma aver percorso insieme una certa strada, e poi giunti al bivio, essersi separati, l’uno pigliando da una parte e l’uno dall’altra. Non pare così anche a Gnocchi Viani?

 

 

 

MERLINO: “Da una questione di tattica ad una questione di principio”

 

Risposta di Merlino pubblicata sull’Agitazione dei 28 marzo 1897. La risposta è preceduta da una breve introduzione di Malatesta, che riproduciamo.

 

Sotto questo titolo riceviamo da Saverio Merlino l’articolo seguente, che pubblichiamo con piacere. Il Merlino può essere sicuro di trovare sempre In noi la serenità e l’amore impregiudicato della verità, che egli desidera. D’altronde, noi conveniamo con lui che spesso gli anarchici si sono mostrati intolleranti e troppo pronti alle ire ed ai sospetti; ma non bisognerebbe poi, nell’entusiasmo dei mea culpa, pigliare tutti i torti per noi e dimenticare che l’esempio e la provocazione ci sono venuti il più sovente dagli altri. Senza rimontare ai tempi di Bakunin ed alle infami calunnie ed invereconde menzogne che ancora sì raccontano ai giovani che non sanno la storia nostra ci basti ricordare la condotta dei socialisti democratici negli ultimi Congressi Internazionali verso gli anarchici, e certi articoli apparsi, non è gran tempo,, nella stampa socialista democratica di vari paesi. In ogni modo, cerchiamo, se ci riesce, di esser giusti noi, checché facciano e dicano i nostri avversari. Ecco l’articolo di Merlino:

 

Vediamo un po’ se è possibile continuare a discutere serenamente senza ire né sospetti, come abbiamo principiato. Sarebbe una cosa quasi nuova e di così lieto augurio, che io dovrei rallegrarmi di avere offerto ai miei amici l’opportunità di dimostrare che il partito anarchico comincia ad educarsi all’osservanza dei principi che professa.

E prima di tutto, sono io anarchico? Rispondo: se l’astensionismo è dogma di fede anarchica, no. Ma io non credo al dogma. Non credo contrari ai principi nostri la difesa e l’esercizio dei nostri diritti – neppure dei minimi. Non credo che esercitando il diritto di voto, che ci viene consentito, noi si rinunzi ai diritti maggiori, che ci vengono negati e che dobbiamo rivendicare.

Credo che l’agitazione elettorale ci offra modi e opportunità di propaganda, a cui sarebbe follia rinunciare, specialmente in questo quarto d’ora e in Italia dove quasi ogni altra affermazione ci è interdetta, e credo che non se ne possa trarre tutto il profitto possibile quando si sostiene l’astensione. (Di ciò abbiamo fatto la prova in questi giorni qui a Roma, dove presentando la candidatura Galleani, abbiamo potuto tenere comizi, diffondere manifesti, guadagnarci la simpatia di molti che ci erano ostili o indifferenti come non avremmo mai potuto fare se fossimo rimasti astensionisti). Del resto non credo alla conquista dei poteri pubblici., sostengo che tanto la lotta per la libertà, quanto quella per l’emancipazione economica debba essere combattuta principalmente fuori del Parlamento. L’opera dei deputati operai, socialisti e rivoluzionarli la ritengo utile non per se stessa ma in aiuto alla lotta extraparlamentare. E se così pensando non mi trovo perfettamente d’accordo né con gli anarchici né coi socialisti‑democratici me ne duole sinceramente: ma posso io disdirmi?

Ma ormai pro e contro la partecipazione alle elezioni mi pare che si sia detto a un dipresso tutto quello che si poteva dire: ed io mi compiaccio che la disputa sia stata da Malatesta sollevata nella sfera dei principi: ed anche per questo non mi pento di averla suscitata.

Non si può negare che attorno ai nostri principi – che son veri, se rettamente interpretati – son pullulati molti errori e molti sofismi.

Uno di questi è che gli uomini debbano far tutto da sé, individualmente; che un uomo non debba farsi mai rappresentare da un altro, che le minoranze non debbano cedere alle maggioranze (essendo più probabile che s’ingannino queste che quelle); che nella società futura gli. uomini si troveranno miracolosamente d’accordo, o se non i dissidenti si separeranno e ciascuno agirà a sua guisa: che ogni altra condotta sarebbe contraria ai nostri principi.

Io vorrei qui ripetere parola per parola le giustissime e lucidissime considerazioni che fa Malatesta (e non per la prima volta) contro codesto modo d’intendere l’anarchia nel n. 1 dell’Agitazione, concludendo col dire:

“Dunque in tutte quelle cose che non ammettono parecchie soluzioni contemporanee, o nelle quali le differenze d’opinione non sono di tale importanza che valga la pena di dividersi ed agire ogni frazione a modo suo, ed in cui il dovere di solidarietà impone l’unione, è ragionevole, giusto, necessario che la minoranza ceda alla maggíoranza”.

In due punti però io credo di dissentire da lui: in primo luogo, Malatesta sembra credere che le cose nelle quali per le varie ragioni da lui adottate è necessità convenire sieno tutte cose di poco momento. Si vede dagli esempi che adduce. Vado in caffè: trovo i posti migliori occupati; devo rassegnarmi a stare sull’uscio, o andar via. Vedo persone parlar sommessamente: devo allontanarmi per non essere indiscreto e via dicendo. Io invece credo (e forse anche Malatesta lo crede, ma non lo dice) che tra le questioni nelle quali converrà l’accordo e quindi, se non è possibile essere tutti della stessa opinione, è necessario cercare un compromesso, ve ne sono delle gravissime: e sono tali propriamente tutte le questioni sull’organizzazione generale della società e tutti i grandi interessi pubblici. Vi può essere nella società qualcuno che ritenga giusta la vendetta: ma la maggioranza degli uomini ha diritto di decidere che è ingiusta e d’impedirla. Vi può essere una minoranza, che preferisca di organizzare l’industria dei trasporti per le vie ferrate in modo cooperativistico, o collettivistico, o comunistico, od in un altro modo. ma l’organizzazione non potendo essere che una, è necessità che prevalga il parere dei più. Vi può essere uno che ritenga addirittura una vessazione il provvedimento tale, adottato per impedire il diffondersi di una malattia contagiosa: ma la società ha diritto di premunirsi dai mali epidemici. Il secondo dissenso tra Malatesta e me è in questo, che io non credo di poter profetare che nella società futura la minoranza sempre e in tutti i casi si arrenderà volentieri al parere della maggioranza, Malatesta invece dice: “Ma questo cedere della minoranza dev’essere effetto della libera volontà determinata dalla coscienza della necessità”.

E se questa volontà non c’è, se questa coscienza della necessità nella minoranza non c’è, se anzi la mi­noranza è convinta di fare il suo dovere resistendo? Evidentemente la maggioranza, non volendo subire la volontà della minoranza, farà la legge, darà alla propria deliberazione (come dice Malatesta a proposito dei Congressi) un valore esecutivo.

Malatesta dice anzi di più. e, a proposito di chi trova il posto preferito al caffè occupato, o di chi deve allontanarsi da un colloquio confidenziale dice: “Se io facessi altrimenti, quelli che io incomoderei mi farebbero sentire, in un modo o in un altro il danno che vi è ad essere uno zotico”. Ed ecco una coazione. E si tratta, negli esempi addotti, di rapporti individuali e di questioni di pochissimo rilievo. Figuriamoci se si trattasse di una grave questione di pubblico interesse, come quelle a cui ho accennato io più sopra!

Sta bene che la coazione debba essere minima, e possibilmente più morale che fisica, e che si debbano rispettare i diritti delle minoranze, ed ammettere in taluni casi perfino la secessione della minoranza dissidente. Ma insomma è questione di più e di meno, di modalità e non di principi.

Nei casi, in cui ciò sia utile e necessario, dico io, non è contrario ai principi anarchici né addivenire ad una votazione, né provvedere all’esecuzione delle deliberazioni prese: e quando queste cose non si possono fare (per ragion di numero o di capacità) dagli interessati direttamente, non è contrario ai principi anarchici che, prese le debite precauzioni contro i possibili abusi, si deleghino ad altri. Quindi io conchiudo:

  • sì crede nell’armonia provvidenziale che regnerebbe nella società futura... ed allora ha torto Malatesta ed hanno ragione gl’individualisti.
  • Malatesta ha ragione ed allora non si ha più diritto di dire che ogni rappresentanza, ogni atto con cui il popolo confida ad altri la cura dei suoi interessi, sia contrario ai nostri principi.

A questo dilemma mi pare difficile di sfuggire.

 

 

 

MALATESTA: “Società autoritaria e società anarchica”

 

Risposta di Malatesta sull’Agitazione del 28 marzo 1897.

 

Merlino dice senza dubbio molte cose giustissime e che diciamo anche noi; ma nell’affermare delle idee generali, sulle necessità della vita sociale, perde di vista, a parer nostro, la differenza tra autoritarismo ed anarchismo e le ragioni della differenza. Così che tutto il suo argomentare potrebbe servire benissimo per sostenere la necessità di un governo, e quindi l’impossibilità dell’anarchia.

Stabiliamo subito quali sono i punti in cui siamo d’accordo, acciò né il Merlino né altri, cui piaccia polemizzare con noi, perda il tempo a combattere in noi idee che non sono nostre. e riesca così a sfondare delle porte aperte.

Noi pensiamo che in motti casi la minoranza anche se convinta di aver ragione, deve cedere alla maggioranza, perché altrimenti non vi sarebbe vita sociale possibile – e fuori della società è impossibile ogni vita umana. E sappiamo benissimo che le cose in cui non si può raggiungere l’unanimità ed in cui è necessario che la minoranza ceda non sono le cose di poco momento; ma anche, e specialmente, quelle di importanza vitale per l’economia della collettività.

Noi non crediamo nel diritto divino delle maggioranze, ma nemmeno crediamo che le minoranze rappresentino, sempre, la ragione ed il progresso. Galileo aveva ragione contro tutti i suoi contemporanei; ma vi sono oggi ancora alcuni che sostengono che la terra è piatta e che il sole le gira intorno, e nessuno vorrà dire che hanno ragione perché son diventati minoranza. Del resto, se è vero che i rivoluzionari sono sempre una minoranza, sono anche sempre in minoranza gli sfruttatori ed i birri.

Così pure noi siamo d’accordo col Merlino nell’ammettere che è impossibile che ogni uomo faccia tutto da sé, e che, se anche fosse possibile, ciò sarebbe sommamente svantaggioso per tutti. Quindi ammettiamo la divisione del lavoro sociale, la delegazione delle funzioni e la rappresentanza delle opinioni e degli interessi propri affidata ad altri.

E soprattutto respingiamo come falsa e perniciosa ogni idea di armonia provvidenziale e di ordine naturale nella società, poiché crediamo che la società umana e l’uomo sociale esso stesso siano il prodotto di una lotta lunga e faticosa contro la natura, e che se l’uomo cessasse dall’esercitare la sua volontà cosciente e si abbandonasse alla natura, ricadrebbe presto nella animalità e nella lotta brutale.

Ma – e qui è la ragione per cui siamo anarchici – noi vogliamo che le minoranze cedano volontariamente quando così la richieda la necessità ed il sentimento della solidarietà. Vogliamo che la divisione del lavoro sociale non divida gli uomini in classi e faccia gli uni direttori e capi, esenti da ogni lavoro ingrato, e condanni gli altri ad esser le bestie da soma della società. Vogliamo che delegando ad altri una funzione, cioè incaricando altri di un dato lavoro, gli uomini non rinunzino alla propria sovranità, e che, ove occorra un rappresentante, questi sia il portaparola dei suoi mandanti o l’esecutore delle loro volontà, e non già colui che fa la legge e la fa accettare per forza, e crediamo che ogni organizzazione sociale non fondata sulla libera e cosciente volontà dei suoi membri conduce all’oppressione ed allo sfruttamento della massa da parte di una piccola minoranza.

Ogni società autoritaria si mantiene per coazione. La società anarchica deve essere fondata sul libero accordo: in essa bisogna che gli uomini sentano vivamente ed accettino spontaneamente i doveri della vita sociale, e si sforzino di organizzare gl’interessi discordanti e di eliminare ogni motivo di lotta intestina; o almeno che, se conflitti sì producono. essi non siano mai di tale importanza da provocare la costituzione di un potere moderatore, che col pretesto di garantire la giustizia a tutti, ridurrebbe tutti in servitù.

Ma se la minoranza non vuol cedere? dice Merlino. E se la maggioranza vuol abusare della sua forza? domandiamo noi. È chiaro che nell’un caso come nell’altro non v’è anarchia possibile.

Per esempio noi non vogliamo polizia. Ciò suppo­ne naturalmente che noi pensiamo che le nostre don­ne, i nostri bimbi e noi stessi possiamo andar per le strade senza che nessuno ci molesti, o almeno che se qualcuno volesse abusar su di noi della sua forza su­periore, troveremmo nei vicini e nei passanti più va­lida protezione che non in un corpo di polizia apposi­tamente stipendiato.

Ma se invece delle bande di facinorosi van per le strade insultando e bastonando i più deboli di loro ed il pubblico assiste indifferente a tale spettacolo? Allora naturalmente ì deboli e quelli che amano la propria tranquillità invocherebbero la istituzione della polizia, e questa non mancherebbe di costituirsi. Si potrebbe forse sostenere che, dato quelle circostanze, la polizia sarebbe il minore dei mali; ma non si potrebbe certo dire che sì sta in anarchia. La verità sarebbe che quando v’è tanti prepotenti da un lato e tanti vili dall’altro l’anarchia non è possibile.

Quindi è che l’anarchico deve sentire fortemente il rispetto della libertà e del benessere degli altri, e deve fare di questo rispetto lo scopo precipuo della sua propaganda.

Ma, si obbietterà, gli uomini oggi sono troppo egoisti, troppo intolleranti, troppo cattivi per rispettare i diritti degli altri e cedere volontariamente alle necessità sociali.

Invero, noi abbiamo sempre riscontrato negli uomini, anche i più corrotti, tale un bisogno di essere stimati ed amati, e, in date circostanze, tanta capacità di sacrificio e tanta considerazione dei bisogni degli altri da sperare che, una volta distrutte con la proprietà individuale le cause permanenti dei più gravi antagonismi, non sarà difficile di ottenere la libera cooperazione di ciascuno al benessere di tutti.

Comunque sia, noi anarchici non siamo tutta l’umanità e non possiamo certamente far da noi soli tutta la storia umana; ma possiamo e dobbiamo lavorare per la realizzazione dei nostri ideali cercando di eliminare, il più possibile, la lotta e la coazione nella vita sociale.

E dopo ciò ha ragione di sostenere Merlino che il parlamentarismo non può sparire completamente e che ve ne dovrà restare qualche cosa anche nella società da noi vagheggiata? Noi crediamo che il chiamare parlamentarismo o avanzo di parlamentarismo quello scambio di servizi e quella distribuzione delle funzioni sociali senza di cui la società non potrebbe esistere, sia un alterare senza ragione il significato accettato delle parole, e non possa che oscurare e confondere la discussione. Il parlamentarismo è una forma di governo; e un governo significa potere legislativo, potere esecutivo e potere giudiziario; significa violenza, coazione, imposizione con la forza della volontà dei governanti ai governati.

Un esempio chiarirà il nostro concetto. I vari Stati d’Europa e del mondo stanno in rapporto tra di loro, si fanno rappresentare gli uni presso gli altri, organizzano servizi internazionali, convocano congressi, fanno la pace o la guerra, senza che vi sia un governo internazionale, un potere legislativo che faccia la legge a tutti gli Stati, ed un potere esecutivo che a tutti l’imponga.

Oggi i rapporti tra i diversi Stati sono ancora in molta parte fondati sulla violenza e sul sospetto. Alle sopravvivenze ataviche delle rivalità storiche, degli odi di razza e di religione e dello spirito di conquista, si aggiunge la concorrenza economica ogni giorno minacciati dalla guerra ed ogni giorno i grossi Stati fan violenza ai piccoli.

Ma chi oserebbe sostenere che per rimediare a questo stato di cose bisognerebbe che ogni Stato nominasse dei rappresentanti, i quali, riunitisi stabilissero tra loro, a maggioranza di voti, i principi del diritto internazionale e le sanzioni penali contro i trasgressori e man mano legiferassero su tutte le questioni tra Stato e Stato; ed avessero a loro disposizione ,una forza per far rispettare le loro decisioni?

Questo sarebbe il parlamentarismo esteso ai rapporti internazionali; e lungi dall’armonizzare gl’interessi dei vari Stati e distruggere le cause dei conflitti, tenderebbe a consolidare il predominio dei più forti e creerebbe una nuova classe di sfruttatori e di oppressori internazionali. Qualche cosa di questo genere esiste di già in germe nel “concetto” delle grandi potenze, e tutti ne vediamo gli effetti liberticidi.

Ed ancora due parole sulla questione dell’astensionismo elettorale. Merlino continua a parlare dell’attività propagandista che si può spiegare per mezzo delle elezioni; ma non pensa a quello che si potrebbe fare se, respingendo la lotta elettorale, si portasse quell’attività sopra un altro campo più consono coi nostri principi e coi nostri fini.

Merlino non crede nella conquista dei poteri pubblici; ma noi non vorremmo questa conquista, né per noi né per altri, neanche se la credessimo possibile. Noi siamo avversari del principio di governo, e non crediamo che chi andasse al governo si affretterebbe poi a rinunziare al potere conquistato. I popoli che vogliono la libertà demoliscono le Bastiglie, i tiranni invece, domandano di entrarvi e fortificarvisi, colla scusa di difendere il popolo contro i nemici. Quindi noi non vogliamo. che il popolo s’abitui a mandare al potere i suoi amici, o pretesi tali, e ad attendersi l’emancipazione dalla loro ascesa al potere.

L’astensione per noi è una questione di tattica; ma è tanto importante che, quando vi si rinunzia, si finisce col rinunziare anche ai principi. E ciò per la naturale connessione dei mezzi col fine.

Merlino si duole di non essere completamente d’accordo né con noi né coi socialisti democratici; ma dice che non si può disdire. Noi non gli domandiamo certamente di disdirsi, contro le sue convinzioni e contro la sua coscienza. Ma ci permettiamo di fargli un’osservazione.

Una tattica, per buona che sia, non vale se non quando è accettata da coloro che dovrebbero praticarla. Ora, a ragione o a torto, noi e gli anarchici tutti, della tattica proposta dal Merlino non vogliamo saperne. Non è meglio che egli stia con noi con cui ha pur comuni gl’ideali e comuni ha pure i mezzi principali di lotta, anziché sciupare le sue forze in un tentativo che resterà sterile, ne siam. sicuri, a meno che egli rinunzi all’anarchia e cerchi i suoi partigiani tra gli avversari nostri è suoi?

 

 

 

MERLINO: “Poche parole per chiudere la polemica”

 

Ulteriore Intervento del Merlino sull’Agitazione del 19 aprile 1897.

 

Mi pare che ci veniamo avvicinando. In una società organizzata secondo i principi del socialismo anarchico le minoranze dovranno nelle cose di grave interesse comune indivisibile cedere al parere, e mettiamo pure al volere delle maggioranze: ma le maggioranze non dovranno abusare del loro potere ledendo i diritti delle minoranze. Senza un compromesso dì questo genere la convivenza non sarebbe possibile.

Fin qui siamo d’accordo. Ma se una minoranza non, vuole acconciarsi al parere della maggioranza in una delle questioni suddette? Voi dite che in questo caso non ci potrà più essere anarchia. Dunque la volontà di una piccola minoranza, anzi di un sol uomo, potrà fare in modo che l’Anarchia – come l’intendete voi – non si applichi affatto. Un pugno di farabutti o di reazionari o di eccentrici o di nevrotici, anche un sol individuo, potrà impedire che funzioni il sistema anarchico, soltanto col dire di no; rifiutandosi a cedere volontariamente alla maggioranza. E siccome qualche arfasatto ci sarà sempre in qualunque società, la conseguenza del vostro ragionamento è che l’Anarchia è una gran bella cosa, ma non si attuerà mai.

Io invece prendo l’Anarchia in un senso meno assoluto. Non metto l’aut-aut che mettete voi. L’idea Anarchica per me si comincerà ad attuare molto prima che gli uomini raggiungano lo stato di perfezione, per cui, compenetrati dei vantaggi dell’associazione, essi cedano volontariamente gli uni agli altri. Essa ci deve suggerire fin da ora dei modi di provvedere ai comuni interessi e di risolvere i conflitti che possano nascere, senza autorità, senza accentramento, senza un potere costituito in mezzo alla società, capace d’imporre la volontà propria ed i propri interessi alla moltitudine dei soggetti.

Questa è l’unica Anarchia attuabile ed è un’Anarchia prossimamente attuabile: di essa soltanto vale la pena di occuparsi.

Prendiamo gli esempi addotti da voi. Voi dite: in una società anarchica non vi può essere polizia. Ma perché non vi sia polizia, bisogna che gli uomini si rispettino a vicenda, che un galantuomo possa camminare per le vie senza la paura di essere aggredito, od almeno, nella sicurezza di essere difeso dai vicini e dai viandanti se aggredito da uno più forte di lui. Se i deboli avessero a temere di essere accoppati per le vie, essi invocherebbero una polizia che li proteggesse, e l’Anarchia se ne andrebbe a gambe all’aria.

Cosicché voi ponete il dilemma: o nessuna forma dì difesa sociale o collettiva dal delitto – tranne la difesa fortuita della folla – oppure la polizia, il governo, l’ordine di cose attuale.

Io invece credo che tra il sistema attuale e quello che presuppone la cessazione del delitto ci sia posto per forme intermedie – per una difesa sociale che non sia la funzione di un Governo, ma che si eserciti, in ciascuna località, sotto gli occhi e il controllo dei cittadini come un qualunque servizio pubblico, d’igiene, di trasporto ecc. – quindi non possa degenerare in un mezzo di oppressione e di dominazione.

Preparare queste forme, e farle prevalere alla forma autoritaria attuale o ad altre simili è appunto il compito dei socialisti anarchici. Ma questo compito non lo eseguiranno se essi diranno: l’anarchia non è possibile che allorquando la società non avrà più bisogno di garantirsi dal delitto – perché non si commetteranno più delitti.

Nelle relazioni fra popoli voi dite: gli Stati oggi fanno pace e guerre, osservano certe norme di giustizia nei loro rapporti (diritto delle genti, ecc.) senza un governo, un Parlamento, una polizia internazionale. E come non vi accorgete che il Governo dei Governi c’è, ed è di quella Potenza o di quelle Potenze che hanno il maggior numero di cannoni ed il maggior numero di uomini per caricarli e difenderli? E come non v’accorgete che i rapporti attuali fra popoli sono embrionali, i trattati di commercio, le convenzioni postali, sanitarie, monetarie, ed il cosiddetto diritto delle genti, accennando a relazioni che tendono a divenire permanenti e regolari, sono le prime linee di un’organizzazione degl’interessi internazionali, che si andrà sempre più sviluppando dopo che gli Stati attuali avranno cessato di esistere?

Noi dobbiamo adoperarci perché questa organizzazione sia fatta in forma federativa e libertaria; non negarne la necessità e l’utilità. A me pare francamente che voi rimaniate a mezza via tra l’individualismo e il socialismo.

Ed ora lasciatemi tornare dalla questione di principi a quella di tattica. Nell’articolo di fondo del numero 3 voi vi occupate delle recenti elezioni e dite: “Francamente e grandemente ci rallegriamo del trionfo de’ socialisti, perché, per quanto ecc., dimostra pur sempre che l’idea del Socialismo si avanza, che cresce il numero dì coloro che si ribellano agli ordini del padrone, del prete e del carabiniere e che questa Italia non è poi davvero quella terra di morti che è sembrata in questi ultimi anni”.

Preziosa confessione che in realtà mi ha meravigliato. Voi astensionisti – che predicate che un popolo che vota abdica la sua sovranità nelle mani di pochi, ora invece vedete niente meno nel voto recente degli elettori italiani una ribellione agli ordini del padrone, del prete e dell’autorità – un’affermazione tanto importante dei diritti e delle aspirazioni del popolo, che esclamate giulivi che per queste elezioni è rimasto provato non essere l’Italia quella terra dei morti che è sembrata in questi ultimi anni.

E vi par poco questa dimostrazione? Mettete pure sul conto del parlamentarismo i compromessi, l’annacquamento dei programmi, la corruzione, ecc. Questi mali non potranno giammai far contrappeso all’immenso vantaggio di avere sentito battere l’anima di un popolo che, come voi dite, pareva morto e rassegnato all’inerzia della tomba.

Ora poi, se a voi è permesso di dire dopo le elezioni che esse sono riuscite una splendida affermazione del Socialismo, non poteva esser vietato a me di dire prima delle elezioni che bisognava fare in modo che riuscissero una siffatta affermazione. Se non osta ai principi! anarchici che voi vi congratuliate del trionfo dei socialisti, non deve neppure ostare che io dichiari che lo desideravo. Le vostre congratulazioni non sarebbero venute se qualcuno non avesse lavorato per il trionfo del Socialismo nelle elezioni. Ed io non ho torto se mi ostino a sostenere che gli anarchici possono fare assai meglio che stare a guardare e congratularsi del trionfo degli altri.

Al Governo non basta per continuare ad esistere la forza materiale delle baionette: gli ci vuole anche una forza morale che esso chiede alle elezioni – una apparenza di consentimento popolare. E l’acquisto di questa forza morale noi dobbiamo contendergli: perché ridotto alla sola forza materiale, noi potremo combatterlo con successo alla prima occasione.

Un’ultima parola. Voi dite che tutti gli anarchici sono astensionisti. Oh! quanto v’ingannate! Gli astensionisti più accaniti votano ora pei repubblicani, ora pei socialisti, ora per amici personali senza parlare degli Azzaretti che non sono pochi! Quello che si guadagna con la tattica astensionista è di partecipare alle elezioni, non in nome dei nostri principi ma sotto falso nome e a beneficio di altri partiti.

 

 

 

MALATESTA: “Concezione integrale dell’anarchia”

 

Risposta di Malatesta sull’Agitazione del 19 aprile 1897.

 

Merlino va imparando un modo curioso di discutere. Sceglie da quel che gli dite una frase staccata, la tira e la torce, e riesce, poiché non tiene conto del contesto, a farvi dire quello che piace a lui. Inoltre non risponde mai alle vostre domande e alle vostre confutazioni; ma si attacca ad un vostro esempio o argomento incidentale e discute quello senza ricordarsi più della questione principale, sicché l’oggetto della polemica ad ogni replica diventa un altro.

Infatti, chi potrebbe indovinare che noi stavamo discutendo se il parlamentarismo è compatibile o no con l’anarchia? Continuando così potremmo ben discutere un secolo, ma non riusciremmo a sapere nemmeno se siamo d’accordo o no. In ogni modo seguiamo Merlino sul suo terreno.

Perché dice Merlino che “ci veniamo avvicinando”? Perché noi ammettiamo la necessità della cooperazione e dell’accordo fra i membri della società e ci pieghiamo alle condizioni fuori delle quali cooperazione ed accordo non sono possibili? Ma questo è socialismo, e Merlino sa che noi siamo sempre stati socialisti e perciò sempre molto “vicini”. La questione ora è se il socialismo deve essere anarchico o autoritario, vale a dire se l’accordo deve essere volontario o imposto.

Ma se la gente non vuole accordarsi? Eh! Allora sarà la tirannia o la guerra civile, ma non sarà l’anarchia. Per forza l’anarchia non si fa: la forza può e deve servire per abbattere gli ostacoli materiali, per mettere il popolo nella condizione di scegliere liberamente come vuol vivere, ma più non può fare.

Ma se “un pugno di farabutti o di nevrotici o anche un solo individuo si ostina nel dir no, allora non è possibile l’anarchia?” Diavolo! Non sofistichiamo. Questi individui sono ben liberi di dire no, ma non potranno impedire agli altri di far sì – e quindi dovranno adattarsi il meglio che possono.  Ché se poi “i farabutti o i nevrotici” fossero tanti da poter disturbare sul serio la società ed impedirle di funzionare pacificamente, allora... purtroppo, non saremmo ancora in anarchia.

Noi non facciamo dell’anarchia un eden ideale, che per essere troppo bello, si debba poi rimandare alle calende greche. Gli uomini sono troppo imperfetti, troppo abituati a rivaleggiarsi ed odiarsi tra loro, troppo abbrutiti dalle sofferenze, troppo corrotti dall’autorità, perché un cambiamento di sistema sociale possa, dall’oggi al domani, trasformarli tutti in esseri idealmente buoni ed intelligenti. Ma quale che sia l’estensione degli effetti che si possono sperare dal cambiamento, il sistema bisogna cambiarlo, e per cambiarlo bisogna che si realizzino le condizioni indispensabili al detto cambiamento.

Noi crediamo che l’anarchia prossimamente attuabile, perché crediamo che le condizioni necessarie alla sua esistenza vi siano già negl’istinti sociali degli uomini moderni, tanto che essi mantengono come che sia in vita la società, malgrado la continua azione dissolvente, antisociale, del governo e della proprietà. E crediamo che rimedio e baluardo contro le cattive tendenze di alcuni e contro i pericoli d’interessi e di gusti di altri non sia un governo qualsiasi, il quale essendo composto di uomini non può che far pendere la bilancia dalla parte degli interessi e dei gusti di chi sta al governo – ma la libertà la quale, quando ha a base l’uguaglianza di condizioni, è la grande armonizzatrice dei rapporti umani.

Noi non aspettiamo per volere attuata l’anarchia che il delitto, o la possibilità del delitto, sia sparita dai fenomeni sociali; ma non vogliamo la polizia, perché crediamo che essa, mentre è impotente a prevenire il delitto, o ripararne le conseguenze, è poi per se stessa fonte di mille mali e pericolo costante per la società; e se per difendersi vi fosse bisogno di armarsi, vogliamo essere armati tutti e non già costituire in mezzo a noi un corpo di pretoriani. Noi ci ricordiamo troppo della favola del cavallo che si fece mettere il morso e montare in groppa l’uomo per meglio dar la caccia al cervo – e Merlino sa bene che menzogna sia “il controllo dei cittadini”, quando i controllati sono quelli che hanno in mano la forza!

Inesatto pure è Merlino quando si serve del nostro esempio del “Concerto europeo”. Noi non abbiam detto che nei rapporti attuali tra gli Stati vi sia eguaglianza e giustizia, né abbiam negato la necessità di una organizzazione, federativa e libertaria, degl’interessi internazionali. Noi abbiam detto solamente che alla prepotenza ed all’ingiustizia che prevalgono oggi nei rapporti tra gli Stati, non sarebbe rimedio un Governo ed un Parlamento internazionale. La Grecia subisce oggi la posizione delle Grandi Potenze, e vi resiste: se essa avesse un rappresentante in un Parla­mento internazionale e si fosse impegnata a rispettare le risoluzioni della maggioranza di detto Parlamento, essa subirebbe un’eguale e maggiore prepotenza e non avrebbe il diritto di resistervi.

E poi, che intende Merlino quando dice che noi siamo a mezza strada tra l’individualismo ed il Socialismo? L’individualismo, o è la teoria della lotta: “ciascun per sé e periscano i deboli”; oppure è quella dottrina che sostiene che pensando ciascuno a se stesso e facendo a suo modo senza preoccuparsi degli altri, ne risulta, per legge naturale, l’armonia e la felicità di tutti. Nell’un senso e nell’altro noi siamo agli antipodi degl’individualisti, tanto quanto vi può esser Merlino. La questione tra noi e lui è questione di autorità, o libertà; e, francamente a noi pare ch’egli stia – o, meglio, sia ritornato – a mezza strada tra l’autoritarismo e l’anarchismo.

Ed ora alla questione di tattica. Merlino si meraviglia che noi ci siamo rallegrati del trionfo dei socialisti. La meraviglia ci sembra strana davvero. Noi ci rallegriamo quando i socialisti democratici trionfano sui borghesi, come ci rallegreremmo di un trionfo dei repubblicani sopra i monarchici, ed anche di uno dei monarchici liberali sopra i clericali. Se avessimo potuto convertire all’anarchismo coloro che hanno votato pei socialisti ed ottenere che questi non avessero avuto nemmeno un voto, ne saremmo stati felicissimi. Ma nel caso concreto, se i centomila e tanti elettori che han votato pei socialisti non lo avessero fatto, non è perché sarebbero stati degli anarchici, ma è perché sarebbero stati o dei conservatori di vari gradi, oppure gente che si asteneva per indifferenza, o che indifferentemente votava per chi pagava o prometteva o minacciava di più. E Merlino si meraviglia che noi preferiamo saperli socialisti, o mezzi socialisti?

Il bene e il male sono cose relative; ed un partito per quanto reazionario può rappresentare il progresso di fronte ad uno più reazionario ancora. Noi ci rallegriamo sempre quando vediamo un clericale che diventa liberale, un monarchico che diventa repubblicano, un indifferente che diventa qualche cosa; ma da ciò non deriva che dobbiam farci monarchici, liberali o repubblicani noi, che crediamo di star più avanti.

Per esempio, visto lo stato presente delle province meridionali, sarebbe stato un ottimo sintomo se avessero trionfato sopra larga scala non fosse altro che i cavallottiani; e noi ce ne saremmo rallegrati, come crediamo se ne sarebbero rallegrati anche i socialisti democratici. Ma non per questo socialisti ed anarchici avrebbero dovuto nel Mezzogiorno difendere i cavallottiani. Al contrario, i socialisti mettono dappertutto le candidature loro, anche se questo debba diminuire la probabilità di riuscita del candidato meno reazionario – e noi predichiamo dappertutto l’astensione cosciente, senza preoccuparci se essa possa favorire un candidato o l’altro. Per noi non è il candidato che importa, perché tanto non crediamo nell’utilità di avere dei “buoni deputati”; quel che importa è la manifestazione dello stato d’animo del pubblico; e fra i tanti curiosi stati d’animo in cui può trovarsi un elettore, il migliore è quello che gli fa comprendere la inutilità ed i danni della deputazione al Parlamento e lo spinge a lavorare per quel che desidera, direttamente, associandosi a tutti quelli che hanno gli stessi suoi desideri.

Infine, perché mai Merlino ha voluto chiudere la sua lettera con delle insinuazioni, che, viste le relazioni in cui in questo momento egli si trova con gli anarchici, sono almeno di cattivo gusto? Merlino si dice sempre anarchico e si sforza per farci concepire l’anarchia come l’intende lui e per farci accettare la tattica sua; ed è suo diritto. Ma perché piglia un tono che si può forse usare coll’avversario che non ci importa di offendere, ma non conviene con compagni che si vuole convincere ed attirare?

Già tempo fa, rispondendo nel Messaggero al Malatesta che aveva parlato della “incipiente riorganizzazione” del partito anarchico, Merlino ne faceva le beffe, quando egli sapeva che gli anarchici si riorganizzavano davvero, ed avevano già ottenuto dei risultati modesti sì, ma ben reali. Ora poi viene a tirar fuori gli anarchici che si dicono astensionisti e votano, e ci butta sul viso l’Azzaretti, che noi stessi abbiamo denunziato in queste colonne.

Ebbene se vi sono degli “astensionisti. che votano – e sappiamo che ve ne sono di fatto – ciò vuol dire o che non hanno coscienza completa delle opinioni che professano, oppure che non trovano in mezzo agli anarchici la forza sufficiente per resistere alle influenze dal di fuori: ed il rimedio non è di rinunziare tutti al programma, o di aumentare le cause di confusione e di debolezza ma di accrescere la coscienza degl’individui e di rinforzare l’organizzazione del partito. E se poi vi sono anche dei farabutti, che si vendono, non c’è che da scoprirli e cacciarli.

 

 

 

 

MALATESTA: “Incompatibilità

 

Nota di chiusura della prima parte della polemica, dovuta a Malatesta, pubblicata dall’Agitazione del 25 aprile 1897.

 

 

Merlino ci scrive di nuovo e si lamenta del “tono poco amichevole” del nostro articolo. Ma nel farlo prende tale un tono che impedisce a noi, che vogliamo restar calmi davvero, di pubblicare integralmente la sua risposta. Ci sforzeremo del resto di riportare, con le sue stesse parole, tutti i suoi argomenti.

Merlino è offeso perché dicemmo ch’egli aveva fatto delle insinuazioni. Insinuazione non sempre significa bugia; e noi d’altronde avvertivamo che sapevam vero quello che Merlino diceva. Ma lamentavamo ch’egli venisse con accuse generali e impersonali a turbare la serenità della discussione.

Ora poi Merlino ci viene a parlare di gente che ha “lavorato” per Zuccari in mezzo agli anarchici, di uno che ha preso cento lire da un candidato monarchico e d’altre porcherie. Noi conosciamo troppo Merlino per avere la più lontana idea ch’egli menta; ma che significa questo suo venire a gettare il sospetto fra noi, quando poi non mette fuori i nomi e non ci mette in grado di poter distinguere i buoni dai falsi compagni, i convinti dai vacillanti? Ci mandi Merlino fatti e nomi; ci autorizzi a pubblicarli sotto la sua responsabilità, e noi gliene saremo gratissimi. Noi vogliamo anzitutto essere un partito di gente pulita.

Ma quel che è poi strano davvero è che Merlino trova che questo fango elettorale, che manda i suoi schizzi fino in, mezzo a noi sia la conseguenza della tattica… astensionista!!! A noi pare invece una ragione di più per fare dell’astensionismo elettorale un punto importante del nostro programma, ed è per questo che siamo ostili anche alle candidature di protesta. E passiamo oltre.

Merlino protesta ch’egli non sapeva quando scrisse al Messaggero che gli anarchici si riorganizzavano. E noi gli crediamo; ma ci domandiamo allora se Merlino, prima di metter fuori al pubblico la sua nuova tattica, non avrebbe fatto bene a mettersi un po’ più a contatto coi suoi vecchi compagni. Merlino aggiunge che alla riorganizzazione non ci crede nemmeno ora – e questo è affar suo. Ai compagni tutti il dargli, coi fatti, un’eloquente smentita.

Ed ora agli argomenti. Merlino scrive: “La difesa sociale (scrivete voi) dev’esser la cura di tutta la società; e se per difendersi vi fosse bisogno di armarsi, vogliamo essere armati tutti. Così ragionando, l’amministrazione della pubblica ricchezza dev’essere la cura di tutta la società; e se per amministrarla vi fosse bisogno di far progetti, compilare statistiche, studiare scienze tecniche – ebbene quelle cose vogliamo farle tutti. L’educazione e l’istruzione dei fanciulli dev’essere la cura di tutta la società. Chi non sa quanto sia pericoloso confidare a pochi individui la cura di educare la nuova generazione? Dunque facciamoci tutti professori. E via di questo passo, si nega il principio della divisione del lavoro, si arriva al concetto Kropotkiniano, che il popolo in massa distribuirà le case, i viveri, il lavoro, farà tutto”.

Se noi dicessimo che Merlino per confutarci ci affibbia delle idee che egli dovrebbe sapere non essere le nostre, egli se ne offenderebbe – e noi non vogliamo offenderlo. Noi ammettiamo certamente la divisione del lavoro e ne apprezziamo i vantaggi; ma ne conosciamo pure i danni ed i pericoli. La divisione del lavoro è stata una fra le cause dell’assoggettamento delle masse al dominio delle caste privilegiate. E col principio della divisione del lavoro si può tentare la giustificazione di tutte le mostruosità sociali: divisione tra lavoro mentale e lavoro manuale, divisione fra il lavoro di direzione e quello di esecuzione, divisione tra :il lavoro di produzione e quello di difesa dei produttori – che poi si riassumono e si concretano nella divisione tra il lavoro di mangiare e quello di produrre, tra il lavoro di bastonare e quello di farsi bastonare. Menenio Agrippa conosceva già quest’argomento.

Noi crediamo che carattere essenziale, non solo dell’anarchismo ma del socialismo in genere, sia il volere che certe funzioni debbano appartenere indistintamente a tutti i membri della società, malgrado i vantaggi tecnici che vi potrebbero essere nell’affidarle ad una classe speciale. Si divida pure il lavoro fino a che si può, per aumentare la produzione e facilitare il funzionamento della vita sociale: ma sian salvi innanzi tutto l’integrale sviluppo e l’eguale libertà di tutti gli individui.

Tra le funzioni che, secondo noi, non si possono affidare senza gravi inconvenienti ad una classe speciale d’individui vi sono quelle in cui potrebbe esserci bisogno di adoperare la forza fisica contro un essere umano.

Così per esempio, potrebbe, non lo neghiamo, esservi un vantaggio tecnico ad avere un corpo di specialisti incaricati di diagnosticare la follia pericolosa e di portare i matti al manicomio, ma, che volete? Noi abbiam paura che quei signori dottori ed infermieri giudicherebbero matti tutti quelli che non la pensano come loro. Lombroso insegni, che ci rinchiuderebbe tutti, Merlino compreso! Per la polizia propriamente detta, peggio di peggio: addestrate un uomo a dar la caccia agli uomini ed avrete, tecnicamente parlando, un buon agente di polizia; ma nello stesso tempo avrete spento in lui ogni sentimento di simpatia umana, avrete spento l’uomo e non troverete più che lo sbirro.

E non ci estendiamo sul soggetto perché, polemizzando col Merlino, noi non intendevamo discutere sui modi migliori di soddisfare ai diversi bisogni della società, ma sulla questione specifica delle elezioni e del parlamentarismo. I vari problemi che possono presentarsi nella vita sociale possono essere risoluti, bene o male, in modi diversi. La questione che trattavamo era piuttosto il modo di risolverli: autorità o libertà, delegazione dì potere o delegazione di lavoro, governo parlamentare o anarchia – e su questa questione ci pare che Merlino, malgrado la protesta stizzosa che ci manda in contrario, abbia scivolato.

Merlino continua: “La divergenza tra noi è sul modo d’intendere l’Anarchia. Voi dite: l’anarchia sarà quando gli uomini sapranno vivere d’accordo. Quando? Io dico: l’Anarchia sarà quando gl’interessi collettivi della società saranno organizzati, non già assolutamente senza coazione; ma, sia pure con quel po’ di coazione morale, economica o fisica che è inevitabile – senza quel potere costituito in mezzo alla società, armato di leggi e dì baionette e arbitro della roba e della vita dei cittadini che si chiama governo”.

Vale a dire che Merlino non credendo possibile ora l’Anarchia completa – l’organizzazione senza coazione – vorrebbe accostarvisi il più che si può. E sta bene: noi abbiamo già detto che non essendo noi tutta l’umanità non possiamo – e appunto perché anarchici non pretendiamo – far da noi soli tutta la storia umana.

L’umanità cammina secondo la risultante delle mille forze che in vari sensi la sollecitano. Noi non siamo che una di queste forze. La questione da discutersi è se, possibilizzando il nostro programma, noi otterremmo un risultato più vantaggioso, vale a dire più pronto e più vicino al nostro ideale, che combattendo per l’attuazione del programma pieno ed intero. Noi crediamo di no.

Infine Merlino ritorna sulla questione di tattica, ma non fa che ripetere il già detto più volte. Noi pure non avremmo che da ripeterci, quindi preferiamo chiuder qui la polemica. Oramai i compagni e tutti coloro che si sono interessati della discussione ne hanno inteso abbastanza per farsi un’opinione propria.

 

 

 

MALATESTA: “Non confondiamo”

 

Comincia la seconda parte della polemica. Nota di Malatesta pubblicata sull’Agitazione del 18 giugno 1897.

 

 

Leggiamo su qualche giornale anarchico estero dei giudizi sulla “evoluzione” di Merlino, che noi riteniamo erronei per ciò che riguarda la cosa ed ingiusti per ciò che si riferisce alla persona.

Merlino ha fatto una attivissima propaganda per una più larga partecipazione degli anarchici al movimento operaio ed alla vita popolare, e contro le tendenze individualiste che accennarono un momento a predominare nel campo nostro; e con questa propaganda si è attirato, da certe parti, molte antipatie e molti odi ch’egli ha coraggiosamente affrontati.

Ora poi ch’egli consiglia la partecipazione alla lotta elettorale ed accetta, fino ad un certo punto, anche il parlamentarismo, coloro che con lui erano in disaccordo ne profittano per dire che la sua evoluzione era una cosa aspettata e che la partecipazione al movimento operaio ed alla “lotta pratica” non era e non poteva essere che il primo passo verso la tattica parlamentare.

Noi non abbiamo bisogno di ripetere quel che pensiamo del parlamentarismo e di tutto ciò che ad esso si riferisce, e quanto deploriamo che Merlino si sia messo su quella via. Ma non per questo lasceremo che si presenti sotto una falsa luce l’influenza benefica che Merlino ha avuto sul movimento anarchico; e che, nello spiegare la sua evoluzione, si prenda per causa quello che è stato effetto e viceversa.

Non è vero che Merlino abbia cercato di mettere il movimento anarchico su una via pratica perché voleva arrivare alla tattica parlamentare. Invece egli ha accettato, con più o meno riserve, questa tattica perché gli anarchici col loro esclusivismo si erano ridotti all’inazione ed all’impotenza. Merlino, di cui nessuno che lo conosce vorrà mettere in dubbio la profonda sincerità e la grande buona volontà, ha secondo noi commesso un errore grandissimo compromettendo i risultati della sua propaganda antecedente col tentativo di farci accettare la lotta elettorale. Ma non bisogna nasconderci l’errore collettivo che ha fatto sì che degli uomini di valore, vedendoci perduti nelle astrazioni e non riuscendo, così presto come avrebbero voluto, a riportarci nel mondo della realtà, han cercato altrove la via all’azione feconda... e hanno sbagliato strada.

Sappiamo essere un partito vivente, sappiamo esercitare un’azione efficace sul movimento sociale, ed allora non avremo a temere altre defezioni che quelle, benvenute, dei deboli e dei traditori, e potremo sperare che coloro che ci hanno abbandonato con la speranza sincera dì poter essere più utili alla causa, torneranno a combattere insieme a noi.

 

 

 

MALATESTA: “Anarchismo e Democrazia”

 

Recensione di Malatesta dello scritto di Merlino “Collettivismo, comunismo, democrazia socialista e anarchismo”, pubblicata sull’Agitazione del 6 agosto 1897.

 

 

Con questo titolo e col sottotitolo “Tentativo di conciliazione” Saverio Merlino ha pubblicato nella Revue Socialiste di Parigi un articolo, che la Direzione di quella Rivista chiama una contribuzione alla sintesi delle dottrine socialiste. E contribuzione a detta sintesi lo sarà forse, poiché ogni studio delle varie dottrine rischiara l’argomento, tende a toglier di mezzo i dissensi che non hanno ragione di essere, e può menare alla conciliazione se arriva a stabilire che differenze sostanziali non ne esistono. Ma il fine pratico che Merlino si proponeva, quello cioè di dimostrare che le dottrine dei socialisti democratici e dei socialisti anarchici, lungi dall’essere inconciliabili, si correggono e si completano a vicenda, è certamente mancato, poiché egli mette male la questione, e confonde dottrine e partiti in un modo che fa davvero, meraviglia in un uomo di mente così lucida e così bene informato come è Merlino.

L’articolo si divide in due parti. Nella prima Merlino parla della differenza tra comunismo e collettivismo, pigliando queste parole nel senso, diremo così, classico che esse avevano per tutti al tempo dell’Internazionale: vale a dire, Comunismo, come il sistema, in cui tutto, strumenti e prodotti di lavoro, è a disposizione di tutti, senza tener calcolo del contributo di ciascuno all’opera collettiva, conforme alla formula “da ciascuno secondo le sue forze e a ciascuno secondo i suoi bisogni”; Collettivismo, come il sistema in cui, stabilita l’eguaglianza di condizioni, garantito a tutti l’uso delle materie prime e degli strumenti di lavoro, ciascuno è padrone del prodotto del suo lavoro. Egli sostiene che tanto il Comunismo quanto il Collettivismo, se interpretati in un modo stretto, assoluto, sono l’uno e l’altro impossibili o non soddisfacenti, e fa molte osservazioni giuste, che abbiamo fatto anche noi in questo giornale o altrove. E conchiude che col contemperamento dell’un sistema coll’altro – “facendo distinzione tra relazioni sociali necessarie e fondamentali e rapporti volontari e variabili tra gl’individui” – si può arrivare ad “una buona organizzazione sociale che non soffochi l’energia dell’individuo levandogli ogni iniziativa ed ogni libertà d’azione, e che nello stesso tempo assicuri il funzionamento armonico delle attività individuali”, o, in altri termini, che concili la libertà individuale colla necessaria solidarietà sociale.

La questione è molto interessante e può essere, ed è stata, oggetto di utile discussione; ma non ha nulla a vedere colle differenze che dividono democratici e anarchici. Vi possono essere, e vi sono stati e vi sono, anarchici collettivisti e anarchici comunisti, al pari che democratici collettivisti e democratici comunisti. Negli ultimi anni i socialisti democratici, chiamandosi insistentemente collettivisti, sono riusciti ad identificare quasi il collettivismo colla democrazia socialista; ma in questo senso il Collettivismo più che un sistema di distribuzione dei prodotti del lavoro, è il sistema della organizzazione socialista per opera dello Stato e non è più il Collettivismo di cui discute Merlino in paragone col Comunismo.

Per gli anarchici, la sintesi e la conciliazione tra Collettivismo e Comunismo si può dire già un fatto compiuto, poiché nessuno più interpreta quei sistemi in un modo stretto e assoluto; e lo prova il fatto che, almeno come partito militante, essi si denominano generalmente coll’appellativo comprensivo di socialisti anarchici, lasciando alle discussioni teoriche dell’oggi ed agli esperimenti pratici di domani la scelta tra i vari modi di organizzazione del lavoro e di distribuzione dei prodotti.

Nella seconda parte del suo articolo Merlino parla della necessità di un’organizzazione permanente degli interessi collettivi, e delle forme che assumerà tale organizzazione; ed arriva ad una conciliazione verbale, che in realtà lascia la questione al punto di prima.

Egli parla dei grandi interessi sociali, che eccedono l’interesse e la vita stessa dell’individuo, ed a cui bisogna che provveda la collettività; cerca qual’è la forma politica che può dare una più sincera espressione della volontà collettiva e meglio evitare ogni pericolo di oppressione, e conchiude:

“Né governo centralizzato né amministrazione diretta. L’organizzazione politica della società socialista deve consistere nel riconoscimento dei diritti e libertà intangibili dell’individuo (diritto all’uso degli strumenti collettivi del lavoro, diritto d’associazione, d’istruzione, libertà di pensiero, di parola, di stampa, di scelta di lavoro, ecc.) e nell’organizzazione degli interessi collettivi per delegazione ad amministratori capaci, revocabili e responsabili, che agiscano sotto il sindacato diretto del popolo, gli sottomettano i loro atti più importanti (referendum) e restino separati ed indipendenti l’uno dall’altro, affinché non vi sia coalizione per l’esercizio di un’autorità simile all’autorità governativa attuale”. “L’essenza della democrazia sta nell’assenza di una tale coalizione, e nella ricerca delle forme di amministrazione che lasciano il meno possibile all’arbitrio degli amministratori. In questo senso non v’è differenza sostanziale tra democrazia e anarchia. Governo del popolo – niente oligarchia – significa in sostanza non governo. Il governo di tutti in generale (democrazia) equivale al governo di nessuno in particolare (anarchia)”.

Ancora una volta Merlino è fuori della questione. Il modo di organizzare od amministrare gl’interessi collettivi è questione importantissima e troppo trascurata, come giustamente osserva il Merlino, dai socialisti di tutte le scuole. Ma se s’intende paragonare le soluzioni dei democratici a quelle degli anarchici, in vista di una possibile conciliazione, bisogna rimontare alla differenza sostanziale che divide le due scuole, e non già fermarsi a discutere sul valore relativo dei vari sistemi rappresentativi, del referendum, del diritto d’iniziativa, del governo diretto, del centralismo, del federalismo, ecc. E la differenza sostanziale è questa: autorità o libertà, coazione o consenso, obbligatorietà o (ci si perdonino i neologismi) volontarietà. È su questa questione fondamentale del supremo principio regolatore dei rapporti interumani che bisogna intendersi, o almeno discutere, tra democratici e anarchici; poiché, se non vi è intesa su di essa, non vi può essere intesa sulle questioni speciali di organizzazione, e quand’anche si arrivasse ad un accordo a parole, come quello a cui arriverebbe Merlino, si scoprirebbe presto che l’accordo s’è fatto adoperando le stesse parole in sensi diversi.

Scendiamo alla pratica. Supposto che domani il popolo fosse padrone di sé (non si allarmi il Fisco, poiché si tratta di semplici supposizioni) dovrà esso nominare un potere costituente, che decreterà una nuova costituzione, che farà la legge, che organizzerà la nuova società? Oppure la nuova organizzazione sociale dovrà sorgere, dal basso all’alto, per opera di tutti gli uomini di buona volontà, senza che a nessun o sia dato il diritto di comandare e d’imporre? In altri termini, per servirci della frase consacrata, bisogna conquistare, oppure abolire i pubblici poteri? Si può parteggiare per l’uno o l’altro metodo, si può anche cercare qualche cosa d’intermedio, come pare desidererebbe Merlino, ma non si può, quando ci cerca di arrivare ad una conciliazione tra democratici ed anarchici, tacere quello che è il loro dissenso fondamentale.

E per oggi basta. Ritorneremo sulle dottrine e sulle tendenze di Merlino, quando ci occuperemo, in uno dei prossimi numeri, del suo libro recente: Pro e contro il socialismo.

 

 

 

MERLINO: “Per la conciliazione”

 

Articolo di Merlino pubblicato dall’Agitazione il 19 agosto 1897.

 

 

Forse m’inganno, ma mi pare che voi vi sforziate, involontariamente, ad esagerare il vostro dissenso dai socialisti‑democratici, per paura che cessando il dissenso, cessi anche per voi ogni ragione di esistere come partito distinto.

Ora, che esista o no il partito Anarchico, o qualsiasi altro partito, a me pare debba interessarci mediocremente. Tutto ciò che noi abbiamo il diritto e il dovere di desiderare è che quella parte di vero, che c’è nelle nostre dottrine, si faccia strada fra le moltitudini, e primieramente tra quelli che sono più vicini a noi, i socialisti militanti. Se domani i socialisti‑democratici accettassero la parte giusta delle nostre idee, noi potremmo anche rassegnarci a morire come partito. Avremmo compiuta la nostra missione.

Al postutto, i partiti non sono destinati a durare eternamente; pur troppo hanno una vita. breve e precaria, servono ad affermare e divulgare certe idee, e per lo più scompaiono o si trasformano prima che quelle si attuino. Nel caso nostro, piuttosto che avere un partito che tira il socialismo da una parte, e un altro che lo tira dall’altra, facendolo a brani, esagerando entrambi e combattendosi talvolta ingiustamente, io preferirei un partito solo che rimanesse nella verità. Né mi preoccupa quello che voi dite. Se domani i socialisti‑democratici, andando al potere volessero imporsi e tiranneggiare, là, dentro il partito socialista, non fuori voi dovreste combatterli. In tal modo avreste fatto meglio che prepararvi a combattere la tirannia socialista, l’avreste prevenuta e impedita. A me insomma non garba che noi regoliamo il nostro modo di pensare e la nostra propaganda in opposizione a quello che pensano o dicono – o diranno e faranno – i socialisti‑democratici; mi parrebbe di fare come quei due individui che camminassero a braccetto, e di cui l’uno zoppicasse da una gamba e l’altro credesse, per fargli equilibrio, di dover zoppicare dall’altra. Lasciamo questi giuochi di equilibrio e andiamo diritti, perdio, alla nostra mèta.

Dunque esaminiamo la questione della conciliazione fra collettivismo, comunismo, democrazia socialista ed anarchismo, senza il partito preso di non riescirvi. Voi dite che la “sintesi e conciliazione tra comunismo e collettivismo, per gli anarchici si può dire un fatto compiuto”, tanto vero che essi si chiamano oggi, in gran parte, anarchici‑socialisti. Dunque siamo d’accordo. Io però vi fo notare che molti anarchici si chiamano oggi socialisti e non comunisti né collettivisti, non perché siano convinti, come son convinto io, che comunismo e collettivismo non possono star da sé, ma devono completarsi a vicenda, ma piuttosto perché o sono incerti, o pur essendo comunisti e collettivisti in pectore, non credono la questione tanto importante da doverne fare un casus belli. Per essi è una questione di tolleranza reciproca: io invece parto dalla critica del collettivismo e del comunismo per arrivare ad un terzo sistema, o sistema misto. Voi vedete la differenza.

Ad ogni modo voi riconoscete che la discussione che io ho fatta in proposito nell’articolo della Revue Socialiste è interessante ed utile. Ma ecco che la preoccupazione di confondervi coi socialisti‑democratici vi assale, e voi soggiungete: “ma (la questione) non ha nulla a vedere colle differenze che dividono democratici ed anarchici”. Come se io nel mio articolo mi fossi proposto di trattare soltanto di queste divergenze!

Ma il collettivismo dei socialisti democratici – voi dite – più che un sistema di distribuzione dei prodotti del lavoro, è il sistema dell’organizzazione socialista per opera dello Stato. È un’asserzione, ne converrete con me, un po’ troppo cruda, e che mette in un fascio ì socialisti‑democratici coi socialisti di Stato. I socialisti democratici respingono e combattono il socialismo dì stato, e bisogna tener loro conto, almeno della buona intenzione. Il collettivismo per essi non è il sistema dello Stato grande capitalista e grande anzi unico proprietario; ma  è il sistema in cui la società (nella sua grande capacità collettiva) amministra il patrimonio pubblico dei mezzi di produzione e forma il piano generale di produzione distribuendo i prodotti in ragione del lavoro di ciascuno. Che questo sistema possa menare, contro la volontà dei suoi sostenitori, ad una specie di socialismo di stato, è un’altra questione: dipende dalla modalità del sistema, dal modo con cui funziona questa società nella sua capacità collettiva, dal come sarà organizzata.

Sarà organizzata a stato? Sarà una semplice federazione di associazioni? Quali saranno le attribuzioni e quale sarà la composizione dell’amministrazione collettiva? Qui sta la questione, ma un’amministrazione generale degli interessi collettivi e indivisibili – voi ne avete convenuto altra volta – ci ha da essere. I socialisti democratici hanno il torto, secondo me, di accreditare il sospetto che essi vogliano né più né meno che un grande stato – come quando dimostrano la loro gioia per ogni nuovo acquisto od intrapresa che fa lo stato. Quando una rete di ferrovie, per es. passa da una società privata allo stato, essi battono le mani; perché dicono che dallo stato alla collettività socialistica è poi breve il varco. Ora questo può essere, come io ritengo, un errore, ma è tutt’altra cosa dal dire che lo stato debba organizzare esso definitivamente la produzione e attuare il socialismo.

Siamo sempre lì. Voi vi sforzate (involontariamente sempre) di far apparire i socialisti‑democratici il più che potete reazionari, per accrescere la distanza tra essi e voi e poter dire che essi sono agli antipodi da voi, o almeno dovrebbero. Questo partito preso si vede anche più chiaramente nella confutazione che voi fate della seconda parte del mio articolo.

Io sostenevo – e qui veramente si trattava di conciliare il socialismo democratico e l’anarchico – che insomma la libertà non può mai essere illimitata, e che un’organizzazione degli interessi collettivi ci vuole, e che in quest’organizzazione è insita sempre una certa coazione; che bisogna fare in modo che la coazione sia minima e l’organizzazione sia la più libertaria e decentrata possibile, e che i socialisti‑democratici in ciò sono d’accordo con noi; quindi una vera opposizione d’idee tra essi e noi non c’è, ma dobbiamo studiare insieme i modi pratici di conciliare gl’interessi generali e indivisibili della collettività con la libertà dell’individuo. Il referendum, il sindacato pubblico e la revocabilità degli amministratori, ecc. possono essere un modo di tenere gli amministratori soggetti agli amministrati, impedendo la formazione di un potere governante: studiamo dunque queste modalità e attuiamo, per così dire, l’anarchia per mezzo della democrazia.

Voi anche questa volta non negate che la questione della modalità dell’organizzazione degl’interessi collettivi è importantissima e merita di essere approfondita; ma ad un tratto rivive in voi il vecchio Adamo, l’anarchico che cerca a tutti i costi il socialista‑autoritario da combattere – e voi dite che “bisogna rimontare alla differenza sostanziale che divide le due scuole (…) e questa è: autorità o libertà, coazione o consenso, obbligatorietà o volontarietà”.

Ora io torno a quello che dissi altra volta, in certe cose d’interesse comune e indivisibile l’obbligatorietà è inevitabile. Volontarietà, libertà, consenso, sono principi incompleti, che non ci possono dare da sé soli, né ora, né per molti secoli avvenire, tutta l’organizzazione sociale. D’altra parte non è esatto che i socialisti‑democratici siano fautori di autorità, di coazione, di obbligatorietà su tutta la linea, che non riconoscano il gran valore del principio di libertà. Non è dunque vero che voi rappresentiate un principio e i socialisti‑democratici rappresentino il principio opposto: voi tutta la libertà, essi tutta l’autorità. La questione è di più e di meno, o piuttosto dei modi di applicazione; ed ecco perché io vorrei tirarvi giù dalle empiree sfere dei principii astratti ed indurvi a discutere le modalità dell’organizzazione sociale, sicuro come sono che su questo terreno tutti i socialisti tacitamente mente s’intenderebbero. Ma voi ricalcitrate, perché, come ho detto fin da principio ritenete che la vostra missione è di combattere la futura tirannia socialistica, invece di prevenirla.

Voi dite: supposto che il popolo domani abbia il sopravvento sul governo, i socialisti‑democratici vorranno fargli nominare un potere costituente che farà la legge e organizzerà le cose a suo talento. Noi, socialisti‑anarchici, dovremo, potendo, impedire tutto ciò e far sorgere la nuova organizzazione sociale “dal basso all’alto per opera di tutti gli uomini di buona volontà”.

Ma anche per il periodo rivoluzionario vale la regola che ci vuole un’organizzazione, il più possibile libertaria, a base di volontà popolare, ma pur capace di dar corpo e vita all’ammasso informe di volontà, d’interessi e di desideri che si agiteranno sopratutto in tale momento. Un potere costituente dispotico non solo provocherebbe discordie e reazioni, ma neppure riuscirebbe ad organizzare la vasta e complicata economia sociale. Ma tanto meno vi riuscirebbe il popolo in massa, adunato casualmente nei clubs e per le strade. Possibile che non ci riesca di guardarci, da una parte e dall’altra, dalle esagerazioni?

 

 

 

MALATESTA: “Impossibilità di un accordo”

 

Risposta di Malatesta, sull’Agitazione del 19 agosto 1897, con la quale viene postillato il precedente articolo del Merlino.

 

Abbiamo pubblicato qui sopra la risposta che Merlino ci ha mandato alla critica che noi facemmo di un suo articolo pubblicato nella Revue socialiste, perché ì lettori possano più facilmente farsi un’opinione loro propria. Replicherò il più brevemente possibile, per non cominciare una nuova e lunga polemica, né per dar fondo ad argomenti sui quali dovremo ritornare continuamente, perché sono la materia della nostra propaganda, ma semplicemente per rimettere a posto quelle cose, che Merlino, secondo noi, ha spostato.

Premettiamo un’osservazione. Noi non sappiamo bene se Merlino continui o no a chiamarsi anarchico. Il certo è, e ce ne duole, che se egli si dice ancora anarchico, non intende più l’anarchia come l’intendono gli anarchici, fra cui egli militava fino a non molto tempo fa. E, perciò, il noi ed il nostro, che Merlino adopera ancora, va accolto con riserva.

Avevamo creduto che Merlino sarebbe riuscito a formare un terzo partito, intermedio tra i marxisti e noi – qualche cosa come gli Allemanisti francesi; e ce ne saremmo rallegrati, poiché ciò avrebbe dato una organizzazione propria a quegli elementi che stanno a disagio nel Partito Socialista Italiano, ed avrebbe segnato un passo avanti nell’evoluzione del socialismo in Italia, mentre d’altra parte quegli anarchici che avessero potuto aderire al nuovo partito non sarebbero stati, in generale, che degl’individui già sul punto di abbandonarci e che avremmo in ogni modo perduti. Ma incominciamo a temere, per sintomi molteplici e vari, che anche questa era un’illusione. Merlino, quando avrà perduto ogni speranza di convertire gli anarchici e di far loro accettare, con delle attenuazioni che secondo noi non hanno alcun valore pratico, le idee ed il metodo dei socialisti democratici, passerà senz’altro nelle file di questi ultimi. Ed allora forse, subendo la suggestione del nuovo ambiente, dirà che gli anarchici non esistono. Vorremmo ingannarci. Ed ora rispondiamo a Merlino, cercando di seguire il suo scritto paragrafo per paragrafo.

Merlino dice che noi ci sforziamo di esagerare il nostro dissenso coi socialisti‑democratici. L’accusa sarebbe ben altrimenti giusta se fosse invertita. Sono i socialisti democratici che continuamente – e disonestamente – si sforzano di travisare le nostre idee, per poter poi dire che noi non siamo socialisti, e negare la parentela intellettuale e morale che li unisce a noi. Ancora l’altro giorno l’Avanti! negava ogni rapporto tra anarchismo e socialismo, e diceva di noi quello che avrebbe potuto dire di un partito di piccoli borghesi che si rivoltasse violentemente contro l’aumento delle tasse e la concorrenza dei grossi capitalisti: così che uno potrebbe prendere per anarchici i padroni macellai e fornai di Napoli e Palermo, quando protestano e resistono contro il calmiere municipale! E l’Avanti! è ancora uno degli organi meno intolleranti che vanta il partito socialista democratico!

Noi vogliamo essere un Partito separato, non per il piacere di distinguerci dagli altri, ma perché realmente abbiamo idee e metodi diversi dagli altri partiti esistenti. E respingiamo assolutamente la supposizione che noi esageriamo in un senso per fare equilibrio alle esagerazioni opposte degli altri. Noi sosteniamo quel che sosteniamo, perché crediamo che sia la verità, e non per altra ragione. Se ci accorgessimo che nel nostro programma v’è una parte d’errore, noi ci affretteremmo a sbarazzarcene; e quando anche gli altri modificassero le loro idee in modo da incontrarsi con noi, allora... noi e gli altri costituiremmo naturalmente un partito solo. Ora come ora, le idee sono differenti, ed è giusto e necessario che vi siano Partiti differenti.

Noi non vogliamo soltanto resistere alla possibile tirannia dei socialisti al potere: noi vogliamo far si che il popolo si rifiuti a nominare o a riconoscere dei nuovi governanti, e pensi da se stesso ad organizzarsi localmente e federalisticamente, senza tener conto delle leggi e di decreti di un nuovo governo, e resistendo colla forza contro ciò che gli si volesse imporre per forza. E se, per mancanza di forza sufficiente, non potessimo raggiungere subito questo nostro scopo, allora in attesa di divenir più forti, eserciteremmo quell’azione, moderatrice o eccitatrice secondo i casi, che esercitano i partiti di opposizione quando non si lasciano corrompere ed assorbire. Il consiglio di Merlino, di entrare nel partito socialista democratico per poter prevenire la tirannia dei socialisti al potere equivale a quello di divenire, p. es. monarchici o repubblicani per evitare che la monarchia o la repubblica fossero troppo reazionarie. Quest’ultimo consiglio sarebbe giustificato, se dato a chi è disposto ad accomodarsi con la monarchia o la repubblica, come sarebbe giustificato quello di Merlino se noi accettassimo il principio di un governo socialista e ci dicessimo anarchici solo allo scopo di prevenire che quel governo fosse troppo autoritario. Ma quello non è il caso.

Quel che dice Merlino che molti anarchici si dicono oggi genericamente socialisti e non già comunisti o collettivisti non perché vogliono un sistema misto quale lo desidera Merlino, ma perché, o sono incerti o non danno importanza alla questione, o non vogliono farne una ragione di divisione, è vero. Noi stessi siamo propriamente comunisti, alla sola condizione (sottintesa, perché senza di essa non potrebbe esserci anarchia) che il comunismo sia volontario ed organizzato in modo che ammetta la possibilità di vivere secondo altri sistemi. Ma siccome il collettivismo dei collettivisti anarchici è anch’esso (necessariamente, se no non sarebbe anarchico) sottoposto alla stessa condizione, la differenza si riduce ad una questione di organizzazione pratica che deve esser risolta mediante accordi, e non può dar luogo alla costituzione di due partiti separati ed avversi. Questo però, come dicemmo, non ha nulla da fare colle differenze tra anarchici e democratici, che sono quelle che qui c’interessano.

Il “collettivismo” dei socialisti democratici, a differenza del collettivismo dell’Internazionale, non pregiudica la questione del modo di distribuzione dei prodotti, poiché vi sono molti democratici che si dicono collettivisti, e vogliono che detta distribuzione sia fatta in ragione dei bisogni.

Merlino dice che noi confondiamo i socialisti democratici con i socialisti di Stato, e noi infatti crediamo che tali essi siano, quantunque non li confondiamo certo con quei borghesi che si chiamano anche socialisti di Stato e vogliono fare solamente un po’ di “socialismo” a scopo fiscale, o a scopo di allontanare o scongiurare il pericolo del socialismo vero. I socialisti democratici combattono questa specie di falso socialismo; e se, per evitare equivoci, respingono (e non tutti) il nome di socialisti di Stato, ciò non toglie che essi vogliono che la nuova società sia organizzata e diretta dallo Stato, vale a dire dal governo.

Merlino ha un modo curioso di conciliare le opinioni. Esprime quello che dovremmo pensar noi e quello che dovrebbero pensare i socialisti democratici, ed arriva facilmente all’accordo, poiché in realtà egli dice ciò che pensa lui secondo che si piazza da differenti punti di vista, e non già quello che pensiamo noi o i democratici. Così egli dice che “i socialisti democratici hanno il torto di accreditare il sospetto che essi vogliono né più né meno che un grande Stato”, ecc.. Ma è proprio soltanto un sospetto? Noi ameremmo sentirlo dire dai socialisti democratici autentici. È così pure, egli dice che noi non rappresentiamo il principio di libertà, perché egli (Merlino) crede che “volontarietà, libertà, consenso sono principii incompleti che non ci possono dare da sé soli, né ora né per molti secoli avvenire, tutta l’organizzazione sociale”. Fino a che egli dice che noi ci sbagliamo, sta bene; ma dire che noi non pensiamo in quel dato modo, che noi non rappresentiamo le idee che difendiamo, perché egli le crede sbagliate, è di una logica singolare. Il fatto è che noi crediamo appunto che tutta l’organizzazione possa e debba – ora, non tra molti secoli – uscire dalla libertà, e che quindi la differenza tra noi ed i democratici resta intera, fino a quando Merlino non ci abbia persuasi che abbiamo torto, e fatto abbandonare il programma anarchico. Per ora la differenza diminuisce solo fra Merlino ed i democratici, a misura che aumenta fra Merlino e noi.

Bisogna che gl’interessi collettivi indivisibili siano collettivamente amministrati: siamo d’accordo. La que­stione sta nel modo come quest’amministrazione può esser condotta senza ledere il diritto eguale di ciascu­no, e senza servire di pretesto e di occasione per co­stituire un potere che imponga a tutti la propria vo­lontà. Per i democratici è la legge, fatta dai deputati eletti a suffragio universale, quella che deve provve­dere alla necessaria amministrazione degl’interessi collettivi; per noi è il libero patto tra gl’interessati, o, all’occasione, la libera acquiescenza alle iniziative che i fatti mostrano utili a tutti. Noi non solo non voglia­mo, ma non crediamo possibile un metodo di ricostru­zione sociale intermedio, che non sia né l’azione libera delle associazioni che si vanno man mano accordando e federando, né l’azione dittatoriale di un governo forte.

Ma Merlino c’invita a scendere dalle “empiree sfere dei principii astratti” e discutere le modalità della organizzazione sociale. Noi non domandiamo di meglio, e perciò volevamo cominciare dall’assodare quale deve essere praticamente il punto di partenza della nuova organizzazione: l’elezione di una Costituente, o la negazione di ogni potere costituente delegato? La “conquista dei pubblici poteri”, o la loro abolizione?

I socialisti democratici mirano ad un futuro Parlamento, o ad una futura dittatura, che abolisca le leggi esistenti e ne faccia delle nuove – e perciò sono logici quando abituano la gente a considerare il voto come un mezzo onnipotente di emancipazione. Noi invece miriamo all’abolizione dei Parlamenti e di ogni altra specie di potere legislativo, e perciò vogliamo, per gli scopi attuali e per i futuri, che il popolo si rifiuti di nominare e di riconoscere dei legislatori. Se Merlino riesce a metterci d ‘accordo avrà fatto una fatica d’Ercole... ma noi crediamo ch’egli perda il tempo.

L’accordo coi socialisti‑democratici, ed anche coi semplici repubblicani, lo vorremmo anche noi, ma non nel senso di rinunziare ciascuno ad una parte delle sue idee e fondere i vari programmi in un programma intermedio. Vorremmo l’accordo in quelle cose in cui i vari partiti possono agire insieme senza rinunziare alle loro idee particolari, quali sarebbero, nel caso concreto, l’organizzazione economica, la resistenza degli operai contro i capitalisti, la resistenza popolare contro il governo. Su questo terreno Merlino ha già reso dei servizi e, se rinunciasse alla fisima di convertirsi al parlamentarismo (poiché, in fondo in fondo è sempre quella la questione) potrebbe renderne di ben più grandi.

 

 

 

MERLINO: Dichiarazione di distacco dall’anarchismo

 

Dichiarazione di distacco dall’anarchismo inviata da Merlino all’Agitazione e da questa pubblicato il 26 agosto 1897.

 

 

ROMA, 23 agosto.

Cari amici, poiché voi mi domandate (e non per la prima vol­ta) se io mi dica anarchico, sento il dovere di dichiarare che io preferisco chiamarmi “socialista libertario”. S’intende che non posso impedire che molti anarchici mi ritengano dei loro, perché non sono iscritto al partito socialista democratico e non potrei sottoscriverne interamente il programma; e alcuni socialisti mi ritengano quasi dei loro, o almeno mi veggano di buon occhio, perché non sono interamente d’accordo con gli anarchici. Io mi adopero per la causa a modo mio, lieto di contribuire in qualche modo a rintuzzare in tutti lo spirito settario. Non ho l’ambizione di fondare nessun nuovo partito: quelli che ci sono, sono anche troppi, e stentano a reggersi in piedi, circondati come sono dall’apatia generale. Spero di aver soddisfatto la vostra giusta curiosità e vi stringo la mano.

 

 

MERLINO: “Il pericolo dell’assolutismo”

 

Articolo pubblicato ne L’Italia del Popolo del 3‑4 novembre 1897.

 

 

Notiamo il fatto, che è sintomatico: nel paese e nella stampa la corrente anti‑parlamentare cresce. Si va facendo strada l’idea che senza il Parlamento si starebbe meglio. Ma si va facendo strada – anche questo va notato – nella parte più reazionaria del paese e della stampa. Anche nelle questure del regno si parla male del sistema parlamentare. E si capisce! Se non vi fosse il Parlamento la polizia non dovrebbe render conto delle sue gesta che al ministro dell’interno, e allora... bazza a chi tocca!

I nostri amici dunque stiano in guardia contro il pericolo che sovrasta. In un vicino paese più facile ai mutamenti politici, noi forse avremmo avuto a quest’ora un colpo di mano imperialista o napoleonico. In Italia non si abolisce e non si abolirà il Parlamento, né lo si degrada ufficialmente ad un tratto; ma lo si esautora poco per volta: il che fa lo stesso. La gente prima lo prende in uggia, poi lo guarda con indifferenza e finisce per voltargli le spalle. Clericali, borbonici e altri partigiani di regimi tramontati da una parte, anarchici e altri socialisti dall’altra, aiutano la demolizione, credendo di combattere il governo, e non si accorgono che lo rendono onnipotente.

Quelli che non mi conoscono penseranno che, come tutti i convertiti, io voglio far mostra di zelo, difendendo la causa del parlamentarismo. Qualcuno sospetterà perfino ch’io voglia mettermi nelle grazie di questo o di quel partito e farmi largo, anch’io alla deputazione. Si ricredano costoro. Io non solo ho fatto proponimento di rimanere al mio posto di milite, ma non mi dissimulo, e son lungi dal disconoscere i vizi del sistema parlamentare: vizi del resto che, chi bene osservi, sono il riflesso della società in cui viviamo, e si rivelano perfino nelle società operaie e nelle organizzazioni di qualunque genere.

Ora del parlamentarismo si ha ragione di dire tutto il male possibile; ma questo non si può negare, che esso val meglio del governo assoluto. In un governo parlamentare qualche volta il pubblico ha ragione; qualche concessione di quando in quando l’ottiene; non foss’altro si ha la soddisfazione di rendere palesi certe turpitudini e prepotenze del potere pubblico e di metterlo alla gogna.

Giorni sono uno dei più noti e colti anarchici italiani mi diceva, a proposito della violenza fattaci a Siena, di obbligarci a discutere una causa per “detenzione di stampati sovversivi” a porte chiuse: “Fa fare un’interpellanza al Parlamento”. Io gli feci osservare l’incoerenza di questo suo desiderio colla sua professione di fede antiparlamentare, ed egli mi rispose confessandomi che non era poi assolutamente contrario al parlamentarismo.

Dai domicili coatti giungono tutti i giorni lettere di compagni, che denunziano gli abusi di cui son vittime e sarebbero felicissimi se almeno i loro lamenti avessero una eco nel Parlamento.

Insomma a me pare che, a meno di negare l’evidenza, non si possa negare che il Parlamento, se può essere ed è spesso adoperato dal governo contro il popolo, può anche essere adoperato dal popolo contro il governo. Combatterlo a priori, coi soliti luoghi comuni – che non serve a nulla, che è corrotto, che fa la volontà del governo – mi pare un errore madornale e una grave imprudenza. Domandare che sia abolito puramente e semplicemente è addirittura una follia, e significa fare il gioco della reazione.

Il governo si prevale appunto del discredito in cui è caduto il Parlamento, e della propaganda che noi facciamo contro di esso, per imporvisi. Crispi non avrebbe trattato con tanta disinvoltura il Parlamento se non avesse avuto dietro di sé una parte notevole del popolo, che quasi lo incitava nella dittatura. La dittatura di Crispi ha fruttato all’Italia Abba Garima e le leggi eccezionali del 1894.

Il Parlamento è, ad ogni modo, per cattivo che sia, un freno al governo. I maggiori arbitrii il governo li commette a Camera chiusa. Bisognerebbe domandare che il Parlamento non fosse mai chiuso, o che almeno fosse facoltà di un certo numero di deputati di convocarlo direttamente di urgenza, che esso si rinnovasse più spesso, che gli elettori potessero licenziare il deputato fedifrago, che su certe questioni essi fossero chiamati a deliberare direttamente, ecc. ecc.. Insomma bisogna correggere i vizi del sistema ma non privarsi dei suoi vantaggi.

Il sistema parlamentare è cattivo, perché è poco parlamentare, poco rappresentativa, perché in esso sopravvive ancora troppo del vecchio regime. Il deputato è un despota in faccia ai suoi elettori: il governo è un despota verso i deputati. Bisogna invertire le parti, rendere al popolo le libertà che gli sono state tolte recentemente e aggiungerne altre. Bisogna perfezionare il sistema, non distruggerlo.

E badiamo specialmente in questo quarto d’ora di non lasciarci stordire dalle grida che si levano contro Il parlamentarismo dalla parte più conservatrice e più reazionaria del paese.

Io sono stato anti‑parlamentare quando la «gente per bene» andava in visibilio per il sistema parlamentare. Oggi che essa mostra di volerlo abbandonare per tornare indietro io mi sento portato a difenderlo.

 

 

 

MALATESTA: “Lo spettro della reazione”

 

Lunga risposta di Malatesta sull’Agitazione dell’11 novembre 1897.

 

 

Merlino ci tiene a far ammenda degli “errori” passati, sorgendo ogni giorno a difesa del Parlamentarismo. Questa volta egli ci agita innanzi lo spettro della reazione. I clericali, i borbonici, i partigiani del colpo di Stato, egli dice, combattono le istituzioni parlamentari per ritornare all’assolutismo: dunque uniamoci per difendere quelle istituzioni che, per quanto cattive, valgon sempre meglio dei governi assoluti.

L’argomento non è nuovo. Per la paura di Crispi, Cavallotti ed i democratici della sua risma appoggiarono Di Rudini, e non è ben chiaro se non lo appoggiano ancora: per la paura dei clericali tanti “liberali” avevano difeso il Crispi... Ma giusto, perché non ci mettiamo a difendere la monarchia sabauda, che i preti vogliono abbattere o per lo meno scacciare da Roma? Della Monarchia, diremo parafrasando Merlino, si ha ragione di dire tutto il male possibile: ma questo è certo che essa val meglio del governo dei preti.

Con questa logica si può andare lontano; poiché non v’è istituzione reazionaria, nociva, assurda, che non trovi chi la combatte allo scopo di sostituirvene un’altra peggiore. Quindi bisognerebbe che non vi fossero né anarchici, né socialisti, né repubblicani (salvo nei paesi dove esiste la repubblica), e diventassimo tutti conservatori... per salvarci del pericolo di tornare indietro. Oppure, bisognerebbe che i repubblicani difendessero la monarchia costituzionale per tema di veder tornare l’Austria ed il Papa‑re; che i socialisti difendessero la borghesia per garantirsi contro un ritorno al medio evo; che gli anarchici facessero l’apologia del governo parlamentare per paura dell’assolutismo. O che cuccagna per quelli che detengono il potere politico e l’economico!

Ma noi siam troppo abituati a queste insidie per restarvi presi. Quando sorse l’Intemazionale, vale a dire quando il socialismo incominciò a diventare partito popolare e militante, i “liberali” ed i repubblicani gridarono che si facevano gl’interessi dell’Impero, di Bismark o di altre monarchie; quando in Inghilterra gli operai incominciarono a costituirsi in partito indipendente, i “liberali” dissero che essi erano pagati dai conservatori – e così sempre, quando un’idea più avanzata è venuta a guastar le uova nel paniere a coloro che stanno al potere, o ne sono gli eredi presuntivi. Oggi ancora, quando i socialisti legalitari votano per uno dei loro e gli anarchici predicano l’astensione elettorale, i democratici ed i repubblicani soglion dire che si favorisce indirettamente il candidato governativo: il che può realmente essere qualche volta l’effetto immediato dell’intransigenza (?) elettorale degli uni e dell’astensionismo degli altri, ma non è ragione sufficiente per rinunziare alla propaganda delle proprie idee ed all’avvenire del proprio partito.

I reazionari profittano della corruzione e dell’impotenza parlamentare per risollevare la bandiera del clericalismo e dell’assolutismo: è vero. Ma vorrebbe per questo il Merlino che ci mettessimo a tentare quest’opera, tanto impossibile quanto contraria alle nostre convinzioni ed ai nostri interessi di partito, di salvare il parlamento dal disprezzo e dall’odio popolare? Allora sì che il popolo, vedendo che il parlamento non ha altri nemici che i reazionari, si getterebbe tutto intero nelle loro braccia. Se Boulanger in Francia poté divenire un pericolo serio, fu perché gli anarchici erano pochi, e la massa dei socialisti, essendo parlamentaristi, partecipavano nel discredito in cui il parlamentarismo è giustamente caduto.

La nostra missione invece è quella di mostrare al popolo che, poiché il governo parlamentare, così malefico com’è, è pur tuttavia la meno cattiva delle forme possibili di governo, IL RIMEDIO NON STA NEL CAMBIAR DI GOVERNO, MA NELL’ABOLIRE IL GOVERNO.

Del resto, il miglior mezzo di salvarsi dal pericolo di un ritorno al passato è, ed è stato ognora, quello di rendere l’avvenire sempre più minaccioso per i conservatori e pei reazionari. Se in Italia non vi fossero repubblicani, socialisti ed anarchici, un colpo di stato avrebbe già spazzato via questo servitorame di deputati, per quanto piccolo sia l’incomodo che dà ai ministri; ed i clericali sarebbero ben altrimenti audaci se l’esistenza dei partiti avanzati non facesse temer loro che un’ondata popolare spazzerebbe via, con le altre cose, anche tutta la melma vaticanesca. Non esisterebbero monarchie costituzionali, se i re non avessero avuto paura della repubblica; in Francia non vi sarebbe la repubblica, se la Comune di Parigi non avesse dato da pensare ai partigiani della restaurazione; e se mai in Italia si farà la repubblica sarà quando la minaccia crescente del socialismo e dell’anarchismo indurrà la borghesia a tentare quell’ultimo mezzo per illudere e frenare il popolo.

Ma tutto il detto è forse inutile per Merlino. Il “pericolo” reazionario è per lui semplicemente un’occasione ed un pretesto per difendere il parlamentarismo, non come un meno peggio, ma come un’istituzione necessaria della società. Egli conchiude infatti che “il sistema parlamentare è cattivo perché è poco parlamentare (...) e che bisogna perfezionare il sistema, non distruggerlo”. Questo ci porterebbe a far la critica del, sistema parlamentare in sé e a dimostrare che i cattivi effetti che produce non dipendono da abusi ed errori accidentali, ma dalla natura stessa del sistema. Ma Merlino si contenta di affermare senza addurre ragioni, e a noi lo spazio non consente questa volta di tornare sulla questione, che abbiamo già replicatamente trattata.

Merlino, oltre il surriferito “pericolo” ha un altro argomento in favore del parlamentarismo, e questo è ad homines, cioè diretto specialmente agli anarchici come individui. I compagni, egli dice, coatti od altri denunziano gli abusi di cui sono vittime e sarebbero felicissimi se i loro lamenti trovassero almeno un’eco nel Parlamento; e gli pare che questa sia un’incoerenza con la loro professione di fede anti‑parlamentare.

Ebbene, questo, quando avviene, potrebbe tutto al più dimostrare che gli uomini quando soffrono o sono sollecitati da un bisogno od una passione, van soggetti ad anteporre l’interesse immediato al vantaggio generale della causa, ed a commettere delle incoerenze. E di questo genere d’incoerenze Merlino ne troverebbe quante ne vuole, in noi, in lui stesso ed in tutti quelli che hanno aspirazioni ed ideali in contraddizione con l’ambiente in cui sono costretti a vivere. Noi non crediamo nella “giustizia” dei giudici e combattiamo l’ordinamento giudiziario nel suo principio e nelle sue forme; eppure quando ci mettono in prigione ci difendiamo, ci appelliamo e ci avvaliamo di tutti gli arzigogoli di procedura se ci giovano a venire fuori. Non ammettiamo le leggi, e quando una legge è violata a nostro danno, gridiamo all’abuso. Vogliamo illimitata libertà di stampa, e mandiamo i nostri giornali in Procura e spesso studiamo la frase per sfuggire agli artigli del Fisco. Non ammettiamo il salariato e lavoriamo per salario. Non ammettiamo la proprietà privata, e siamo contenti quando abbiamo qualche cosa; non ammettiamo la concorrenza commerciale, e dibattiamo il prezzo delle cose.che compriamo o vendiamo... e potremmo continuare all’infinito.

Ma è poi vero che questa contraddizione tra l’ideale ed il fatto sia effetto di incoerenza e debolezza di carattere? Merlino non crederà, speriamo (che diavolo, è tanto poco che ci ha lasciati!) che noi siamo dei rivoluzionari mistici, a modo di quei settatori russi, i quali, convinti che il bollo sia la firma del diavolo, siccome in Russia non si può vivere e muoversi senza avere in tasca un passaporto col relativo bollo, piuttosto che toccare il diabolico documento, si rifugiano nelle foreste e si condannano volontariamente ad una schiavitù peggiore di quella che loro imporrebbe il governo.

Ogni istituzione, per quanto cattiva, contiene in sé un certo lato buono, un certo correttivo, che limita i suoi mali effetti; e noi ci renderemmo la vita impossibile e faremmo gl’interessi dei nostri nemici se, costretti a subire tutto il male delle istituzioni, non cercassimo di profittare di quel po’ di bene relativo che se ne può cavare. Ma non per questo possiamo ritenerci impegnati a difendere quelle istituzioni ed a cessare di fare tutto il possibile per discreditarle ed abbatterle.

La società, per esempio, colla sua mala organizzazione crea i malfattori, ed il governo c’impedisce di portar armi o provvedere altrimenti alla nostra difesa. Se ci accade quindi essere aggrediti la notte e di non poterci difendere saremo naturalmente contenti se due carabinieri sopraggiungono a liberarci e non diremo loro, come la moglie di Sganarello, che noi siam contenti di essere aggrediti. Ma non per questo diventeremo amici dei carabinieri e faremo pratiche per entrare nell’arma benemerita.

Le autorità municipali hanno monopolizzato i servizi pubblici e colla scusa di questi servizi ci opprimono di tasse. Noi non possiamo pagar le tasse e poi essere indifferenti a quello che fa il municipio, aspettando il giorno in cui il popolo potrà badare da sé ai suoi interessi; e perciò gridiamo e cerchiamo di provocare l’indignazione popolare quando esso municipio per stupida impreveggenza e sordida spilorceria lascia inondare Ancona e tiene una biblioteca in condizioni tali che non serve a nessuno. Così è del Parlamento. Esso si è preso il diritto di far le leggi, e noi, che delle leggi siamo le vittime, dobbiamo per forza contar con esso se vogliamo che queste leggi, finché legge vi sarà, siano il meno oppressive possibile. Ma siccome noi non crediamo nella buona volontà dei deputati e siccome aspiriamo all’abolizione del Parlamento, come di ogni altro governo, noi non ci proponiamo di nominare dei “buoni” deputati, ma di agire su quelli che vi sono, quali essi siano, agitando il popolo e facendo loro paura. E quando manchi una efficace agitazione popolare, noi faremo anche pressione sui singoli deputati perché rinfaccino al governo i suoi abusi, ma lo faremo perché, o essi si presteranno ai nostri desideri, e sarà fatta chiara la loro impotenza, o non vi si presteranno e si vedrà la loro malavoglia.

Si rassicuri Merlino, se tant’è che la nostra incoerenza lo affligge. Noi ci rallegriamo se qualche deputato rinfaccia ai ministri la loro infamia; ma non cessiamo perciò di considerare il Parlamento responsabile di ciò che fa il governo, poiché se esso volesse, il ministero dovrebbe ubbidire; né cessiamo di tenere ciascun deputato in quella mala stima che merita chiunque profitta dell’ignoranza e della pecoraggine degli elettori per farsi delegare un potere, che non può non risultare a danno del popolo.

 

 

 

MERLINO: “Tra due fuochi”

 

Articolo pubblicato dall’Avanti! il 24 novembre 1897.

 

 

Ad un mio articolo – “Il pericolo”, inserito nell’Italia del 5 novembre – ha risposto da una parte Luigi Minuti (Italia del Popolo, 11 novembre) dall’altra il mio amico Malatesta (Agitazione di Ancona, n. 35). Non so resistere alla tentazione di far gustare al lettore il confronto, che è molto istruttivo, di queste due risposte.

Il fatto da me messo in rilievo nell’articolo “Il pericolo” è che la crociata contro il parlamentarismo, che un tempo facevano gli anarchici e qualche volta anche i socialisti, oggi la fanno i Seghele, i Cesana e altre persone rispettabilissime, ma che per rimedio al mali del parlamentarismo propongono di mutilare il parlamentarismo, di tornare indietro. Non vorrei, dicevo io, che la gente abboccasse all’amo e che, perduta ogni fiducia nel sistema parlamentare, si riconciliasse col despotismo. Un Boulanger non è possibile in Italia. Al colpo di stato io non ci credo. Ma di fatto il governo, avendo gettato il discredito sul Parlamento, fa il comodo suo; e il paese quasi gli batte le mani, come le batté (come tutti ricordano) al Crispi. Questo il fatto, che il Malatesta riconosce per vero e il Minuti non smentisce.

Dinanzi a questo fatto il repubblicano intransigente dice: “Può darsi che la gente diventi repubblicana.” L’anarchico‑astensionista dice: “Può darsi che diventino tutti anarchici.” Ed entrambi sì fregano le mani dalla contentezza. E se la gente diventasse partigiana del governo assoluto? O se divenisse ogni giorno più indifferente alla propria libertà (je m’en foutise, dicono i francesi con una parola intraducibile) e incapace ad esercitarle? Qui sta la questione. I miei contraddittori avrebbero dovuto esaminare il fatto da me rilevato e dimostrare che la propaganda reazionaria che si va facendo contro il sistema parlamentare, non costituisce un pericolo, perché il popolo è pronto a fare la repubblica o l’anarchia.

Il Minuti ragiona così: “Il popolo è disgustato del sistema parlamentare. Facciamo la repubblica.” Bravo, e come farla se il popolo non si cura neppure di quella poca libertà che potrebbe avere m monarchia? È proprio il caso di ricordare il detto di Maria Antonietta: “Manca il pane: distribuite delle brioches.” Ma non sa il Minuti che con un po’ d’energia questo popolo potrebbe ottenere in monarchia almeno nove decimi delle libertà che gli prometterebbe – e che non sa se gliele darebbe poi – la repubblica? Che un popolo risoluto, attivo, esperto nelle pubbliche agitazio­ni imporrebbe oggi al governo l’abolizione completa del domicilio coatto, il rispetto dei diritti di riunione e di associazione, il diritto di sciopero e molte altre cose?

Il Parlamento non è già che possa funzionare bene nel sistema attuale; purtroppo io credo che non possa neppure funzionare bene in una repubblica capitalistica, vale a dire dove ci fossero poveri e ricchi. Ma il principio della sovranità del popolo, del diritto del popolo ad avere una volontà e a farla valere, lo si può e deve affermare fin d’ora, in tutti i modi, senza aspettare la proclamazione della repubblica.

Errico Malatesta fa un ragionamento analogo a quello del Minuti. Il popolo si mostra indifferente al governo parlamentare, non si vale dei diritti che ha e potrebbe far valere verso il governo. Dunque, propugnamo l’abolizione del governo. Ecco testualmente le sue parole: “I reazionari profittano della corruzione e dell’impotenza parlamentare per risollevare la bandiera del clericalismo e dell’assolutismo: