Ultimo Aggiornamento : 10-09-2003 : Last Release
Nei segni che confondono la borghesia, la nobilità e i meschini profeti del regresso riconosciamo la mano del nostro valente amico, Robin Goodfellow, la vecchia talpa che scava tanto rapidamente, il grande minatore: la rivoluzione! - KARL MARX -
 
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Errico Malatesta

RIVOLUZIONE E LOTTA QUOTIDIANA

 

1. Il periodo della maturazione ideologica

 

1. CONSIDERAZIONI SULLA STORIA DEL MOVIMENTO ANARCHICO IN ITALIA

a.    Il socialismo in Italia[1]

 

(…) Quando Bakunin venne in Italia, una profonda crisi travagliava il paese, e specialmente quella parte eletta del paese che partecipava alla vita politica non per basso egoismo di avventurieri ed arrivisti, ma per ragioni ideali ed amore sincero di bene generale.

Il nuovo regno dei Savoia, cui aveva messo capo la lotta per l’indipendenza d’Italia, non rispondeva punto alle aspirazioni di coloro che prima e meglio di tutti avevano promosso e sostenuto il movimento.

Per lunghi decenni schiere di generosi avevano combattuto con insuperato eroismo per liberare l’Italia dalla tirannide dell’Austria, del papa, dei Borboni e degli altri principotti che se ne dividevano il territorio. Era il fiore della gioventù italiana che, colle cospirazioni, gli attentati, le insurrezioni, affrontava il martirio; e continuamente decimata dai massacri, dalle galere, dai patiboli, si rinsanguava sempre con nuovi altrettanto eroici combattenti.

Le idealità che animavano quegli uomini appaiono, a noi venuti dopo, insufficienti, vaghe, mistiche, spesso contraddittorie, ma erano certamente nobili, disinteressate, umanitarie.

In generale essi volevano l’Italia libera dallo straniero e dai tiranni indigeni, libera dal dominio dei preti e costituita in repubblica unitaria o federale; e per repubblica intendevano un “governo di popolo” che assicurasse a tutti libertà, giustizia, benessere e istituzione.

In conseguenza delle tradizioni classiche e poi per la predicazione di Giuseppe Mazzini, essi avevano bensì l’assurda pretesa che l’Italia fosse superiore a tutti gli altri paesi e predestinata (da Dio, e dalla Natura, e dalla Storia) ad essere maestra e guida di tutta (umanità. Ma il loro mistico patriottismo era lungi dal significare desiderio di dominio sugli altri popoli. AI contrario, essi affrettavano coi voti e coll’opera (emancipazione e la grandezza del popolo italiano anche perché potesse compiere la sua missione civilizzatrice ed aiutare a liberarsi tutti i popoli oppressi: a prova il fatto che i patrioti italiani accorrevano a combattere e versare il loro sangue in qualunque parte del mondo dove sorgeva un grido di libertà.

Ma malgrado tanto eroismo e tanta nobiltà di propositi la causa italiana sembrò per lungo tempo una causa disperata e trovava appoggio solo tra i “sognatori” assetati d’ideale e alieni da ogni mira di vantaggio personale. La gente “pratica”, egoista e pusillanime, subiva pazientemente l’oppressione e per calcolo acclamava i più forti; ed i peggiori si mettevano al servizio degli oppressori quali buri e carnefici. La gran massa, misera, ignorante, superstiziosa, restava come sempre materia passiva, strumento docile ma infido di chi poteva e sapeva servirsene.

Poi, quando per la costanza ed il crescere dei ribelli, e per fortunate circostanze politiche europee i servi di Casa Savoia trovarono opportuno di sfruttare le aspirazioni nazionali per la sicurezza e (ingrandimento del regno sardo‑piemontese, agli apostoli ed agli eroi si frammischiarono i trafficanti ed i profittatori, e l’intrigo diplomatico sopraffece lo slancio rivoluzionario.

E così, tra i patteggiamenti ed i mercati segreti, le alleanze tra monarchi, le guerre regie cominciate con dubbia fede e vergognosamente stroncate per ragioni dinastiche, le dedizione dei condottieri popolari, le illusioni degli ingenui ed il tradimento dei furbi, si arrivò alla costituzione di un regno italico che era la parodia, la negazione dell’Italia libera e grande sognata dai precursori. Non si era raggiunta né l’unità né vera indipendenza.

L’Austria, padrona sempre della Venezia, restava minacciosa al di qua dell’Alpi, e l’Italia sembrava vivere solo per la protezione interessata e prepotente dell’imperatore dei francesi. Il Papa continuava a tiranneggiare Roma ed il Lazio, pronto sempre a chiamare lo straniero in suo soccorso. Il diritto della nazione a governarsi da sé ridotto alla concessione di una Camera dei deputati eletta da un piccolo numero di censiti e tenuta a freno dalla potestà suprema del re, nonché da un Senato di nomina regia. Negata ogni autonomia di regioni e comuni, e tutta l’Italia sottoposta all’egemonia delle caste burocratica e militaresca del Piemonte. Le libertà cittadine sempre a discrezione della polizia. Le condizioni economiche della massa (proletariato e piccola borghesia) a cui si erano fatte tante promesse, generalmente peggiorate ed in certe regioni rese addirittura miserabili per l’aumento delle imposte sulla produzione e sui consumi. Quindi malcontento generale; e quando il malcontento scoppiava in tumultuose proteste collettive, la forza pubblica ristabiliva l’ordine con quei massacri di folle inermi, che restarono sempre una caratteristica del sistema di governo della monarchia italiana.

Naturalmente sorsero in abbondanza i patrioti dell’indomani che vollero prender parte al bottino, senza essere stati alla battaglia; ed anche molti dei vecchi combattenti, per motivi vari, onorevoli o meno, si adattano al nuovo regime e cercarono di profittarne. Ma i più sinceri, i più ardenti e con essi i nuovi giovani che per ragioni di età non avevano potuto prender parte alla riscossa nazionale, ma n’avevano respirata l’atmosfera piena di entusiasmo e volevano emulare i loro maggiori, rodevano il freno ed anelavano il momento di ricominciare la rivoluzione e di completarla.

Ma cosa fare?

1 più influenti, i capi, esitavano tra il desiderio di abbattere la monarchia e la paura di compromettere quel tanto di unità e di indipendenza che si era raggiunto. La gran maggioranza dei repubblicani devoti a Mazzini, pur predicando la repubblica, mettevano al disopra di tutta l’unità della patria, e nonostante l’avversione al sistema monarchico erano sempre pronti a mettersi agli ordini del re quando egli li avesse chiamati a compiere il programma nazionale. Ed in quanto ai garibaldini, più di tutti ardimentosi e battaglieri ma, al pari del loro duce, senza idee chiare e programma determinato, salvo l’odio ai preti ed al dominio straniero, la monarchia poteva sempre a sua posta fermarli o trascinarli, come è più dei mazziniani, col solo darsi l’aria di voler fare la guerra all’Austria o al papa.

In realtà non si faceva nulla contro il regime, e forse date le circostanze era possibile fare qualche cosa d’efficace; ma fra le aspirazioni contraddittorie persisteva, vivo, insofferente, tormentoso il desiderio di fare.

D’altra parte un nuovo fermento d’idee agitava le mani. . .

Vi erano stati bensì dei pensatori poderosi e precursori geniali capaci di reggere il confronto con qualunque straniero, ma essi erano restati senza grande influenza o totalmente ignorati, come per esempio il Pisacane, tanto che occorse scoprirli dopo, quando già le loro idee erano per altre vie divenute patrimonio comune.

Ma ora, dopo la costituzione del regno, con una certa libertà di stampa, con la maggiore facilità di muoversi e stabilire delle relazioni e per lo stesso sprone delle disillusioni patite, la gioventù incominciava ad informarsi ed interessarsi delle idee che agitavano l’Europa. Già il concetto dell’Italia nazione‑messia appariva a molti fantastico ed assurdo ed era sostituito da una più realistica concezione della storia e dei rapporti tra i popoli. La credenza in Dio e nel soprannaturale, tanto cara a Mazzini, era buttata in breccia dal nuovo indirizzo delle scienze naturali introdotto nelle università italiane per opera principalmente di valenti professori stranieri. L’idea di patria e tutte le istituzioni sociali ‑ proprietà, organizzazione statale, famiglia, diritto civile e penale ‑ erano discusse e criticate con nuova larghezza di vedute. La questione sociale, la questione dei ricchi e dei poveri, incominciava ad attirare l’attenzione e pareva già destinata a svalorizzare e mettere in oblio le questioni di nazionalità.

Mazzini e Garibaldi continuavano ad essere idolatrati dalla gioventù più avanzata, che avrebbe voluto averli come capi guide, ma trovava sempre più difficile il seguirli. Poiché Mazzini di fronte all’irrompere delle nuove tendenze s’irrigidiva nel suo dogmatismo teologico‑politico e scomunicava chi non credeva in Dio; e Garibaldi, il quale voleva persuadere se stesso e gli altri di stare sempre alla testa del progresso, diceva e disdiceva ed in fondo non capiva nulla.

Da ciò il disagio morale ed intellettuale, che aggiunto all’incertezza ed all’impotenza politiche teneva agitata e scontenta la migliore gioventù italiana.

In tale condizione degli spiriti un uomo come Bakunin, con la fama di grande rivoluzionario europeo che l’accompagnava, con la sua ricchezza e modernità d’idee, con la sua foga e la forza avvincente della sua personalità, non poteva non fare forte impressione su coloro che lo avvicinavano. Ma non poteva creare un movimento a larga base, veramente popolare, causa dei pregiudizi patriottici e borghesi dell’ambiente e per il fatto che molti, malgrado la mutata coscienza, si sentivano ancora legati da giuramenti prestati alla vecchia setta; al che bisogna aggiungere le difficoltà che gli venivano dall’essere straniero, poco pratico della lingua italiana e soggetto sempre ad essere espulso dalla polizia.

Ed infatti egli riuscì subito ad interessare degli uomini di valore, che credettero a prima giunta di trovare nelle sue idee la soluzione dei dubbi che li tormentavano, ma non potette far presa sulle masse. D’altronde il pensiero di Bakunin era allora in continua evoluzione, e se egli, spinto dal suo temperamento e dalla logica delle sue premesse, arrivò presto a conclusioni nettamente socialiste ed anarchiche, molti dei suoi primi aderenti non potettero seguirlo e man mano si ritrassero, sostituiti però sempre da nuovi più idonei elementi.[2]

Dal 1864 al 1870, Bakunin, colla propaganda personale in Italia, colla corrispondenza dalla Svizzera, coi viaggi fatti o fatti fare e con le pubblicazioni proprie o da lui ispirate, arrivò a selezionare un certo numero d’uomini che, organizzati intorno a lui in circoli più o meno segreti, presero contatto con il movimento socialista, internazionale, introdussero in Italia il socialismo e l’anarchismo e vi fondarono la branca italiana del_ Associazione Internazionale Italiana dei Lavoratori, di cui continuarono ad essere gli animatori durante tutta la sua esistenza.

Ma insomma fino alla prima metà del 1870 tutto si riduceva a pochi gruppi intimi ed a qualche piccola associazione operaia. . .

Poi vennero la guerra franco‑prussiana, la caduta dell’impero e la proclamazione della repubblica in Francia, la spedizione gáribaldina nei Vosgi l’entrata delle truppe italiane a Roma e la fine del potere temporale dei papi, le vicende dell’assedio di Parigi, le elezioni francesi dell’assemblea dei “rurali”, la pace vergognosa, la fondazione dell’impero germanico; tutte cose che agitarono e tennero gli animi sospesi, alimentando negli uni le più audaci speranze e negli altri le più folli paure.

Infine scoppiò l’insurrezione parigina del 18 marzo 1871 la Comune di Parigi ‑, repressa due mesi dopo dal governo repubblicano con una ferocia che indignò i più temperati.

L’annunzio dei fatti di Parigi mise la febbre addosso a tutta la gioventù politicamente attiva.

Veramente si sapeva poco quello che la Comune fosse davvero, ma la stessa incertezza delle notizie dava libero campo all’immaginazione, e ciascuno si foggiava il moto parigine secondo i propri desideri. E siccome si attribuiva quel moto all’opera dell’Internazionale, questa profittò di tutta la popolarità di cui godette la Comune negli ambienti rivoluzionari italiani.

Le false notizie, le esagerazioni, le stesse calunnie della stampa reazionaria servivano a rinfocolare l’entusiasmo e ad esaltare le gesta della Comune e la potenza dell’Internazionale le...

I primi e più numerosi proseliti si trovarono tra i garibaldina sempre ardenti di battagliare per qualunque idea sembrasse loro avanzata.

I giovani mazziniani, ai quali i fatti di Francia avevano mostrato che la repubblica non significa necessariamente libertà eguaglianza e fratellanza e che può benissimo associarsi con il più retrivo clericalismo ed il più feroce militarismo, se fossero stati lasciati al loro istinto avrebbero probabilmente seguito al pari dei garibaldini l’impulso dato dai bakunisti.

Ed allora si sarebbe costituito un fascio di tutte le forze rivoluzionarie italiane, che avrebbe potuto mettere a mal partito la monarchia.

Ma Mazzini, offeso nei suoi pregiudizi teologici, statali e borghesi e forse irritato dal vedersi sfuggire quella specie di pontificato che aveva esercitato per tanti anni sul movimento rivoluzionario italiano, attaccò violentemente la Comune e l’Internazionale e trattenne i suoi dal passo che stavano per fare.

Bakunin rispose agli attacchi di Mazzini, e la lotta scoppiò ardente tra mazziniani ed internazionalisti: lotta che servì ad eccitare la discussione ed a precisare le idee; ma presto degenerata in odio, mise l’un contro l’altro giovani egualmente generosi ed entusiasti, e fu in definitiva la causa dell’impotenza degli uni e degli altri.

In ogni modo l’Internazionale si estese rapidamente nei centri più evoluti . . .

Dato l’ambiente italiano ancora tutto vibrante dei ricordi delle cospirazioni mazziniane e delle spedizioni garibaldine, data l’eccitazione prodotta dalla Comune di Parigi, data l’influenza predominante di Bakunin, dati il temperamento e le convinzioni dei primi iniziatori, l’Internazionale in Italia non poteva essere una semplice federazione di leghe di resistenza operaia, sia pure a tendenze radicali, come fu altrove. Essa assunse fin dal principio un carattere decisamente sovvertitore, che trova un certo riscontro solo nella Spagna, dove il carattere degli abitanti e la situazione politica erano quasi come in Italia, e dove del resto il movimento internazionalista fu iniziato dal Fanelli, mandato colà in missione dall’Alleanza bakunista.

L’Internazionale nacque in Italia socialista, anarchica, rivoluzionaria, e per conseguenza antiparlamentare. Ruppe subito con il “Consiglio generale”, il quale, ispirato da Marx, voleva dirigere autoritariamente l’associazione ed imporle un programma statalista; e fu essenzialmente un’associazione fatta collo scopo di provocare un’insurrezione armata, la quale avrebbe dovuto d’un colpo solo rovesciare il governo, abolire la proprietà privata, mettere a libera disposizione dei lavoratori la terra, gli strumenti di lavoro e tutta la ricchezza esistente e sostituire all’organizzazione statale e borghese la libera federazione dei comuni e dei gruppi produttori autonomi.

Si accettava il principio fondamentale dell’Associazione di lavoratori fondata a Londra nel settembre 1864, e cioè che “la dipendenza economica dei lavoratori dai possessori delle materie prime e degli strumenti di lavoro è la causa prima della servitù in tutte le sue forme, politica, morale e materiale”; e perciò si riteneva necessario ed urgente abolire la proprietà privata fondiaria e capitalistica mediante l’espropriazione senza indennità della classe borghese fatta direttamente dalla massa sfruttata e soggetta. Si dichiarava il lavoro dovere sociale per tutti, e quindi si considerava la condizione di lavoratore superiore moralmente a qualunque altra posizione sociale, anzi la sola compatibile con una morale veramente umana, e molti internazionalisti provenienti dalla classe borghese, per essere coerenti colle loro idee e meglio immedesimarsi col popolo, si mettevano ad apprendere un mestiere manuale. Si vedeva nella classe operaia, nel proletariato dell’industria e dell’agricoltura, il grande fattore della trasformazione sociale e la garanzia ch’ essa si sarebbe fatta veramente a vantaggio di tutti e non avrebbe dato origine ad una nuova classe privilegiata.

Ma però l’Internazionale non fu mai in Italia propriamente una organizzazione di classe; ed in essa sugl’interessi contingenti della classe operaia prevaleva sempre l’ideale della rivoluzione come fatto che doveva iniziare una nuova civiltà per l’elevazione morale ed il vantaggio materiale di tutta quanta l’umanità. Nell’Internazionale in Italia, e del resto era così un po’ dappertutto, aveva diritto di cittadinanza chiunque ne accettava i principi, da qualunque classe provenisse. E quando per conciliare coi fatti il titolo di associazione di lavoratori si cercava di determinare che cosa fosse un lavoratore, si conchiudeva che, per l’Internazionale, era lavoratore, “chiunque lavorava alla distruzione dell’ordine borghese”, frase che può sembrare un’arguzia, ma che traduceva bene lo stato di fatto.

Ed invero l’Internazionale era stata introdotta in Italia da borghesi che, per amor di giustizia, avevano disertato la loro classe, ed ancora nel 1872 e dopo, in molti luoghi, la maggioranza, almeno nella parte dirigente e più attiva, non era composta di operai, ma di giovani provenienti dalla media e piccola borghesia.

Si faceva un po’ di lotta economica, si provocava qualche sciopero, s’incitavano gli operai a domandare e pretendere dai padroni ogni sorta di miglioramenti. Ma ciò si faceva senza entusiasmo, senza darvi grande importanza, poiché si era convinti che i padroni esistevano perché il governo li proteggeva ed esisterebbero e trionferebbero sempre fino a che durerebbe il governo. “Non si arriva al proprietario, si soleva dire, se non passando sul corpo del gendarme”. Forse sarebbe stata la verità più completa il dire che è “il gendarme”, cioè chi possiede la forza materiale, che s’impadronisce della ricchezza, si fa proprietario, e poi assolda, tra le sue vittime, dei gendarmi per farsi difendere e perpetuare in sé e nei suoi discendenti il privilegio usurpato; ma allora, senza che nessuno di noi avesse letto Marx, si era ancora troppo marxisti. Ma a parte ogni disquisizione teorica sulle origini della proprietà, si era convinti che la prima cosa da fare era rovesciare il governo, e perciò si pensava soprattutto alla insurrezione.

Certamente sperare allora nella vittoria era una illusione.

Senza parlare delle vaste plaghe d’Italia dove le nostre idee erano assolutamente sconosciute, anche dove eravamo più forti e numerosi non eravamo in sostanza che un’infima minoranza di fronte alla totalità della popolazione. E le masse erano ancora del tutto disorganizzate ed ignare: salvo le nostre sezioni e qualche associazione che pigliava il motto da Mazzini, le società operaie esistente erano semplici società di mutuo soccorso sotto il patronato di grossi proprietari o personaggi dei partiti borghesi, quando non avevano addirittura il re ... o il questore.

Questa era per noi una situazione paradossale, perché il nostro scopo non era di impossessarsi del governo con un colpo di mano (il che sarebbe stato ben difficile per l’esiguità delle nostre forze, ma forse non impossibile se fossimo riusciti a trascinare con noi i repubblicani) per poi imporre il nostro programma mediante la forza statale. Noi, già anarchici convinti, volevamo abbattere il governo esistente, impedire che se ne formasse ‑un altro, e lasciare che le masse liberate dalla pressione dell’esercito e della polizia pigliassero possesso della ricchezza ed organizzassero da loro la nuova vita sociale.

Ma che sarebbe avvenuto se le masse fossero restate assenti, o si fossero mostrate ansiose di sottomettersi ad un nuovo governo ed attendere da esso il proprio bene?

Noi speravamo nel malcontento generale, e poiché la miseria che affliggeva le masse era davvero insopportabile, credevamo che bastasse dare un esempio, lanciare colle armi alla mano il grido di “abbasso í signori”, perché le masse lavoratrici si scagliassero contro la borghesia, e pigliassero possesso della terra, delle fabbriche e di quanto esse avevano prodotto colle loro fatiche ed era stato loro sottratto. E poi avevamo una fede mistica nella virtù del popolo, nella sua capacità, nei suoi istinti ugualitari e libertari.

I fatti dimostrarono allora e poi (e lo avevano già dimostrato nel passato) quanto eravamo lontani dal vero. Purtroppo la fame, quando non vi è una coscienza del proprio diritto ed un’idea che guida l’azione, non produce rivoluzioni: tutt’al più provoca delle sommosse sporadiche che i signori, se hanno giudizio, possono domare, meglio che colle fucilate dei carabinieri, col distribuire un po’ di pane e col gettare dai balconi un po’ di soldi di rame alla folla tumultuante. E noi, se il desiderio non avesse fatto velo alla nostra perspicacia, avremmo ben potuto giudicare dell’effetto deprimente, e quindi antirivoluzionario, della miseria, dal fatto che la propaganda riusciva meglio nelle regioni meno misere e tra quei lavoratori, artigiani per la maggior parte, che si trovavano in condizioni economiche meno disagiate.

Ed in quanto agli “istinti egualitari e libertari” del popolo, ahimè, quanta fatica ci vuole per risvegliarli! Per allora, ed anche adesso in quella grande parte della massa non ancora tocca dalla propaganda, gli “istinti”, i quali sono stati formati dai millenario servaggio, spingono i lavoratori piuttosto al timore e, quel ch’è peggio, al rispetto ed all’ammirazione dei padroni, e quindi ad una docile sottomissione.

Era dunque impossibile una vittoria facile e rapida.

Ma, a parte la questione di tempo, io ‑credo sempre dopo tutto quello che ho veduto, che le nostre speranze non erano vane e la nostra tattica non era sbagliata.

In effetti, 1a nostra propaganda, se non colla rapidità che avremmo voluto, portava pure i suoi frutti: il numero dei con. vinti andava continuamente crescendo, ed intorno ad essi si andava sempre allargando i1 cerchio di simpatizzanti, di quelli cioè che pur non comprendendo e non accettando tutte le nostre idee, sentivano l’ingiustizia del presente ordinamento sociale e volevano contribuire al suo cambiamento. Ed i tentativi insurrezionali che facevamo e ci proponevamo di fare, pur essendo allora condannati ad insuccesso sicuro, erano mezzo efficace di propaganda, ed un giorno, a tempi più maturi (chi può giudicare prima del fatto quando i tempi sono maturi, cioè quando un concorso di circostanze determina il “momento psicologico” in cui un popolo è pronto ad insorgere?), un giorno, dico, sarebbero stati la scintilla che provoca un grande incendio.

Se il nostro lavoro fosse continuato concorde come durante i sette od otto anni dopo la fondazione a Rimini della Federazione italiana (1872), ben altra, io credo, sarebbe oggi la situazione italiana.

Ma sul più bello, lo sviluppo del nostro movimento fu conturbato ed arrestato dall’introduzione in Italia del partito socialdemocratico, legalitario e parlamentare secondo il tipo tedesco.

L’esistenza di un altro partito socialista con tendenze diverse di quelle che aveva l’Internazionale italiana non sarebbe stato un gran male, anzi avrebbe potuto essere un bene, poiché avrebbe attratti al socialismo molti elementi che, pur ammettendo la necessità di una radicale riforma sociale, non potevano per temperamento e per posizione essere rivoluzionari e con noi non ci sarebbero venuti mai.

Ma il guaio fu che chi introdusse (almeno con risultati seri, poiché vi era stato qualche altro tentativo senza successo) in Italia la nuova tendenza uscì proprio di mezzo a noi.

Alcuni degli internazionalisti tra i più influenti ed amati (non posso qui fare a meno di nominare l’Andrea Costa), impressionati dagli apparenti successi del socialismo in Germania, disgustati di una lotta che era, o sembrava, sterile di risultati immediati, e forse stanchi delle persecuzioni che ormai erano diventate ben più serie, preferirono, contro i loro primi compagni e contro tutto il loro passato, una tattica che prometteva una relativa tranquillità e rapidi successi personali; e così gettarono la discordia nelle nostre file e furono la causa che il meglio delle nostre forze fosse speso in polemiche e diatribe intestine, anziché nella propaganda tra le masse e la lotta contro il nemico comune.

I vecchi internazionalisti che di quella “evoluzione” videro direttamente i danni morali e materiali fatti al movimento, e soffrirono nei loro sentimenti profondi per le amicizie male rotte, gridarono al “tradimento”. E certo parve dar loro ragione il modo suddulo come si condussero i nuovi convertiti al parlamentarismo, negando ed affermando, attenuando od accentuando la nuova tendenza secondo gli ambienti e le circostanze, e trascinando i compagni più ingenui col sentimentalismo delle amicizie personali e quasi senza che se ne accorgessero.

Ma fu davvero tradimento cosciente fatto per fini personali, o frutto di onesta convinzione?

Non spetta a me, parte troppo interessata nella vertenza, il dare un giudizio definitivo. E d’altronde questi avvenimenti sono di parecchi anni posteriori al periodo di cui si tratta in questo libro, e non è il caso di approfondirli e documentarli qui. Forse lo stesso Nettlau, che ha o può procurarsi il materiale necessario e che possiede quelle doti di imparzialità e serenità che forse in questo caso mancherebbero a me, ci narrerà un giorno quel periodo critico dell’Internazionale italiana, in cui essa cessò di chiamarsi l’Internazionale e si scisse in partito anarchico e partito socialdemocratico.

A me basti constatare che tutte le nostre previsioni sulla degenerazione in cui sarebbe caduto il socialismo fattosi legalitario e parlamentarista si sono purtroppo verificate, ed al di là di quello che noi stessi pensavamo.

 

 

b.    L’evoluzionismo di P. Kropotkin[3]

 

Pietro Kropotkin è senza dubbio uno di quelli che hanno contribuito di più ‑ forse più che gli stessi Bakunin ed Eliseo Reclus ‑ alla elaborazione e alla propagazione dell’idea anarchica. Ed egli ha perciò ben meritato l’ammirazione e la riconoscenza che tutti gli anarchici hanno per lui.

Ma, in omaggio alla verità e nell’interesse superiore della causa, bisogna riconoscere che l’opera sua non è stata tutta ed esclusivamente benefica. Non fu colpa sua, al contrario, fu l’eminenza stessa dei suoi meriti che produsse i mali ch’io mi propongo d’indicare.

Naturalmente Kropotkin al pari di ogni altro uomo, non poteva evitare ogni errore ed abbracciare tutta la verità. Si sarebbe dovuto quindi profittare della sua preziosa  contribuzione e continuare la ricerca per raggiungere nuovi progressi. Ma i suoi talenti letterari, il valore e la mole della sua produzione, la sua instancabile attività, il prestigio che gli veniva dalla sua fama di grande scienziato, il fatto ch’egli aveva sacrificata una posizione altamente privilegiata per difendere, a costo di soffrire di pericoli, la causa popolare, e di più il fascino della sua persona che incantava tutti quelli che avevano la fortuna di avvicinarlo, gli dettero tale notorietà e tale influenza ch’egli sembrò, ed in gran parte fu realmente, il maestro riconosciuto della grande maggioranza degli anarchici.

Avvenne così che la critica fu scoraggiata, e si produsse un arresto di sviluppo dell’idea. Durante molti anni, malgrado lo spirito iconoclasta e progressivo degli anarchici, la maggior parte di essi non fece, in quanto a teoria ed a propaganda, che studiare e ripetere Kropotkin. Dire diversamente da lui fu per molti compagni quasi un’eresia.

Sarebbe dunque opportuno il sottomettere gl’insegnamenti di Kropotkin ad una critica severa e senza prevenzioni per distinguere ciò che in essi è sempre vero e vivo da ciò che il pensiero e l’esperienza posteriori possono aver dimostrato erroneo. Cosa d’altronde che non riguarderebbe solo Kropotkin, poiché gli errori che si possono rimproverare a lui erano già professati dagli anarchici prima che Kropotkin acquistasse una posizione eminente nel movimento: egli li confermò e li fece durare dando loro l’appoggio del suo talento e del suo prestigio, ma noi, i vecchi militanti, vi abbiamo tutti, o quasi tutti, la nostra parte di responsabilità.

Io ebbi l’onore e la fortuna di essere per lunghi anni legato a Kropotkin dalla pii fraterna amicizia.

Noi ci amavamo perché eravamo animati dalla stessa passione, dalla stessa speranza ... ed anche dalle stesse illusioni.

Tutti e due di temperamento ottimista (io credo tuttavia che l’ottimismo di Kropotkin sorpassava di molto il mio e forse aveva una sorgente diversa) noi vedevamo le cose color di rosa, ahimè! troppo color di rosa ‑ noi speravamo sono già più di cinquant’anni, in una rivoluzione prossima, che avrebbe dovuto realizzare il nostro ideale. Durante questo lungo periodo vi furono ben dei momenti di dubbio e di scoraggiamento. Ricordo, per esempio, che una volta Kropotkin mi disse: “Mio caro Errico temo che siamo noi soli, tu ed io, che crediamo in una rivoluzione vicina”. Ma erano dei momenti passeggeri: ben presto la fiducia tornava; ci si spiegava in un modo qualsiasi le difficoltà presenti e lo scetticismo dei compagni e si continuava a lavorare ed a sperare.

Nullameno non bisogna credere che noi avevamo in tutto le stesse opinioni. AI contrario, in molte idee fondamentali noi eravamo lungi dall’essere d’accordo, e quasi non c’era volta che c’incontravamo senza che nascessero tra noi delle discussioni rumorose ed irritanti; ma siccome Kropotkin si sentiva sempre sicuro di aver ragione e non poteva sopportare con calma la contraddizione, e d’altra parte io avevo molto rispetto per il suo sapere e molti riguardi per la sua salute vacillante, si finiva sempre col cambiar d’argomento per non irritarsi troppo . . .

Kropotkin era nello stesso tempo uno scienziato ed un riformatore sociale. Egli era posseduto da due passioni: il desiderio di conoscere ed il desiderio di fare il bene dell’umanità, due nobili passioni che possono essere utili l’una all’altra e che si vorrebbero vedere in tutti gli uomini, senza ch’esse siano per questo una sola e medesima cosa. Ma Kropotkin era uno spirito eminentemente sistematico e voleva spiegare tutto con uno stesso principio e tutto ridurre a unità, e lo faceva spesso, secondo me, a scapito della logica. Perciò egli appoggiava sulla scienza le sue aspirazioni sociali, le quali non erano, secondo lui, che delle deduzioni rigorosamente scientifiche.

lo non ho nessuna competenza speciale per giudicare Kropotkin come scienziato . . . Nulladimeno mi sembra che gli mancasse qualche cosa per essere un vero uomo di scienza: la capacità di dimenticare i suoi desideri e le sue prevenzioni per osservare i fatti con un’impassibile obbiettività . . .

Abitualmente egli concepiva un’ipotesi e cercava poi i fatti che avrebbero dovuto giustificarla ‑ il che può essere un buon metodo per scoprire cose nuove; ma gli accadeva, senza volerlo, di non vedere i fatti che contraddicevano la sua ipotesi.

Egli non sapeva decidersi ad ammettere un fatto, e spesso nemmeno a prenderlo in considerazione, se prima non riusciva a spiegarlo, cioè a farlo entrare nel suo sistema . . .

Kropotki.n professava la filosofia materialista che dominava tra gli scienziati nella seconda metà del secolo XIX, la filosofia di Moleschott, Buchner, Vogt, ecc.; e per conseguenza la sua concezione dell’Universo era rigorosamente meccanica.

Secondo il suo sistema, la volontà (potenza creatrice di cui noi non possiamo comprendere la natura e la sorgente, come del resto non comprendiamo la natura e la sorgente della “materia” e di tutti gli altri “primi principi”) la volontà, dico, che contribuisce poco o molto a determinare la condotta degl’individui e delle società, non esiste, non è che un’illusione. Tutto quello che fu, che è e che sarà, dal corso degli astri alla nascita ed alla decadenza di una civiltà, dal profumo di una rosa al sorriso di una madre, da un terremoto al pensiero di un Newton, dalla crudeltà di un tiranno alla bontà di un santo, tutto doveva, deve e dovrà accadere per una sequela fatale di cause e di effetti di natura meccanica, che non lascia nessuna possibilità di variazione. L’illusione della volontà non sarebbe essa stessa che un fatto meccanico.

Naturalmente, logicamente, se la volontà non ha alcuna potenza, se tutto è necessario e non può essere diversamente, le idee di libertà, di giustizia, di responsabilità non hanno nessun significato, non corrispondono a niente di reale.

Secondo la logica non si potrebbe che contemplare ciò che accade nel mondo, con indifferenza, piacere o dolore, secondo la propria sensibilità, ma senza speranza e senza possibilità di cambiare alcunché.

Kropotkin, dunque, che era molto severo con il fatalismo dei marxisti, cadeva poi nel fatalismo meccanico, che è ben più paralizzante.

Ma la filosofia non poteva uccidere la potente volontà che era in Kropotkin. Egli era troppo convinto della verità del suo sistema per rinunziarvi, o solamente sopportare tranquillamente che lo si mettesse in dubbio; ma egli era troppo appassionato, troppo desideroso di libertà e di giustizia per lasciarsi fermare dalla difficoltà di una contraddizione logica e rinunziare alla lotta. Egli se la cavava inserendo l’anarchia nel suo sistema e facendone una verità scientifica.

Egli si confermava nella sua convinzione sostenendo che tutte le recenti scoperte in tutte le scienze, dall’astronomia fino alla biologia ed alla sociologia, concorrevano a dimostrare sempre più che l’anarchia è il modo d’organizzazione sociale che è imposto dalle leggi sociali . . .

Così, dopo aver detto che “l’anarchia è una concezione dell’Universo basata sull’interpretazione meccanica dei fenomeni che abbraccia tutta la Natura, compresa la vita delle società” (confesso che non sono mai riuscito a comprendere ciò che questo può significare) Kropotkin dimenticava come se fosse niente, la sua concezione meccanica e si lanciava nella lotta con il brio, l’entusiasmo e la fiducia di uno che crede nell’efficacia della sua volontà e spera di potere colla sua attività ottenere o contribuire a ottenere ciò che desidera.

In realtà, l’anarchismo ed il comunismo di Kropotkin prima di essere una questione di ragionamento, erano l’effetto della sua sensibilità. In lui, prima parlava il cuore, e poi veniva il ragionamento per giustificare e rinforzare gl’impulsi del cuore.

Ciò che costituiva il fondo del suo carattere era l’amore degli uomini, la simpatia pei poveri e gli oppressi. Egli soffriva realmente per i mali degli altri, e l’ingiustizia anche se a suo favore, gli era insopportabile...

Spinto dagli stessi sentimenti aveva in seguito fatto adesione all’Internazionale ed accettato le idee anarchiche. Infine, tra i diversi modi di concepire l’anarchia aveva scelto e fatto proprio il programma comunista‑anarchico, che basandosi sulla solidarietà e sull’amore va al di là della stessa giustizia.

Ma naturalmente come era da prevedere, la sua filosofia non restava senza influenza sul suo modo di concepire l’avvenire e la lotta che bisognava combattere per arrivarvi.

Poiché secondo la sua filosofia ciò che accade doveva necessariamente accadere, così anche il comunismo anarchico, ch’egli desiderava, doveva fatalmente trionfare come per legge della natura.

E ciò gli levava ogni dubbio e gli nascondeva ogni difficoltà. Il mondo borghese doveva fatalmente cadere; era già in dissoluzione e l’azione rivoluzionaria non serviva che ad affrettarne la caduta.

La sua grande influenza come propagandista, oltre che dai suoi talenti, dipendeva dal fatto ch’egli mostrava la cosa talmente inevitabile che l’entusiasmo si comunicava subito a quelli che l’ascoltavano o lo leggevano.

Le difficoltà morali sparivano perché egli attribuiva al “popolo”, alla massa dei lavoratori tutte le virtù e tutte le capacità. Egli esaltava con ragione l’influenza moralizzatrice del lavoro, ma non vedeva abbastanza gli effetti deprimenti e corruttori della miseria e della soggezione. Ed egli pensava che basterebbe abolire i privilegi dei capitalisti ed il potere dei governanti perché tutti gli uomini cominciassero immediatamente ad amarsi come fratelli ed a badare agl’interessi altrui come ai propri. ‘

Nello stesso modo egli non vedeva le difficoltà materiali o se ne sbarazzava facilmente. Egli aveva accettata l’idea, comune allora tra gli anarchici, che i prodotti accumulati della terra e dell’industria erano talmente abbondanti che per molto tempo non ci sarebbe bisogno di preoccuparsi della produzione; e diceva sempre che il problema immediato era quello del consumo che per far trionfare la rivoluzione bisognava soddisfare subito e largamente i bisogni di tutti, e che la produzione seguirebbe il ritmo del consumo. Di là quell’idea della presa nel mucchio, ch’egli mise in moda e che è ben la maniera più semplice di concepire il comunismo e la più atta a piacere alla folla, ma è anche la maniera più primitiva e più realmente utopistica. E quando gli si fece osservare che questa accumulazione di prodotti non poteva esistere, perché i proprietari normalmente non fanno produrre che quello che possono vendere con profitto, e che forse nei primi tempi della rivoluzione bisognerebbe organizzare il razionamento e spingere alla produzione intensiva piuttosto che invitare alla presa in un mucchio che in realtà non esisterebbe, egli si mise a studiare direttamente la questione ed arrivò alla conclusione che infatti quell’abbondanza non esisteva e che in certi paesi si era continuamente sotto la minaccia della carestia. Ma egli si rifaceva pensando alle grandi possibilità dell’agricoltura aiutata dalla scienza. Egli prese come esempi i risultati ottenuti da qualche agricoltore e qualche dotto agronomo sopra spazi limitati e ne tirò le più incoraggianti conseguenze, senza pensare agli ostacoli che avrebbero opposto (ignoranza e (avversione al nuovo dei contadini ed al tempo che in tutti i casi occorrerebbe per generalizzare i nuovi modi di coltura e di distribuzione.

Come sempre Kropotkin vedeva le cose quali egli avrebbe voluto che fossero e come noi tutti speriamo ch’esse saranno un giorno: egli considerava esistente o immediatamente realizzabile ciò che deve essere conquistato con lunghi e duri sforzi.

In fondo Kropotkin concepiva la Natura come una specie di Provvidenza, grazie alla quale l’armonia doveva regnare in tutte le cose, comprese le società umane.

È ciò che ha fatto ripetere a molti anarchici questa frase di sapore squisitamente kropotkiniano: L’anarchia è l’ordine naturale.

Si potrebbe domandare, io penso, come mai la Natura, se è vero che la sua legge è l’armonia, ha aspettato che vengano al mondo gli anarchici ed aspetta ancora ch’essi trionfino per distruggere le terribili e micidiali disarmonie di cui gli uomini hanno sempre sofferto.

Non si sarebbe più vicini alla verità dicendo che l’anarchia è la lotta, nelle società umane, contro le disarmonie della Natura?

Ho insistito sui due errori nei quali, secondo me, è caduto Kropotkin, il suo fatalismo teorico ed il suo ottimismo eccessivo, perché io credo di aver constatato i cattivi effetti ch’essi hanno prodotto nel nostro movimento.

Ci sono stati dei compagni i quali presero sul serio la teoria fatalista ‑ che per eufemismo chiamano determinismo ‑ e perdettero in conseguenza ogni spirito rivoluzionario. La rivoluzione, essi dissero, non si fa: essa verrà quando sarà il suo tempo, ed è inutile, antiscientifico e perfino ridicolo il volerla fare. E con queste buone ragioni si allontanarono dal movimento e pensarono ai loro affari. Ma sarebbe un errore il credere che questa fu una comoda scusa per ritirarsi dalla lotta. Io ho conosciuto parecchi compagni dal temperamento ardente, pronti ad ogni sbaraglio, che si sono esposti a grandi pericoli ed hanno sacrificato la loro libertà ed anche la loro vita in nome dell’anarchia pur essendo convinti dell’inutilità della loro azione. Essi lo han fatto per disgusto della società attuale, per vendetta, per disperazione, per amore del bel gesto, ma senza credere con questo di servire la causa della rivoluzione e per conseguenza senza scegliere il bersaglio ed il momento e senza curarsi di coordinare la loro azione con quella degli altri.

Da un altro lato, quelli che senza preoccuparsi di filosofia han voluto .lavorare per avvicinare e fare la rivoluzione, han creduto la cosa ben più facile ch’essa non fosse in realtà, non ne hanno preveduto le difficoltà, non si sono preparati come occorreva ... e così ci si è trovati impotenti il giorno in cui vi era forse la possibilità di fare qualche cosa di pratico.

Possano gli errori del passato servire di lezione per far meglio nell’avvenire.

 

 


 

2. L’EVOLUZIONE DELL’ANARCHISMO

 

 

a.    Alla radice delle idee[4]

 

Un soffio di rivolta passa dappertutto; e la rivolta è qui l’espressione di un’idea, là il risultato di un bisogno; più spesso poi è la conseguenza dell’intrecciarsi di bisogni e d’idee che si generano e si rinforzano a vicenda; si scaglia contro la causa dei mali o la colpisce di fianco, è cosciente o istintiva, umana o brutale, generosa o strettamente egoista, ma in ogni modo diventa sempre più grande e si estende ogni giorno di più.

È la storia che cammina; è inutile dunque perdere tempo a lamentarsi delle vie che essa sceglie, poiché queste vie le sono state tracciate da tutta un’evoluzione anteriore.

Ma la storia è fatta dagli uomini; e siccome noi non vogliamo restare spettatori indifferenti e passivi della tragedia storica, siccome vogliamo concorrere con tutte le nostre forze a determinare gli avvenimenti che ci sembrano più favorevoli alla nostra causa, ci abbisogna per questo un criterio che ci serva di guida nell’apprezzamento dei fatti che si producono, sopratutto per saper scegliere il posto che dobbiamo occupare nella battaglia.

Il fine giustifica i mezzi. Si è molto maledetta questa massima; ma in realtà essa è la guida universale della condotta. Sarebbe però meglio il dire: ogni fine vuole i suoi mezzi. Poiché la morale bisogna cercarla nello scopo; il mezzo è fatale.

Stabilito lo scopo a cui si vuol giungere, per volontà o per necessità, il gran problema della vita sta nel trovare il mezzo che secondo le circostanze, conduce con maggiore sicurezza e più economicamente, allo scopo prefisso. Dalla maniera con cui viene risolto questo problema dipende, per quanto può dipendere dalla volontà umana, che un uomo o un partito raggiunga o no il suo fine, che sia utile alla sua causa o serva senza volerlo, alla causa nemica. Aver trovato il buon‑mezzo: qui sta tutto il segreto dei grandi uomini e dei grandi partiti che hanno lasciato le loro tracce nella storia.

Noi non lottiamo per metterci al posto degli sfruttatori e degli oppressori di oggi, e non lottiamo neppure per il trionfo di una vacua astrazione. Non siamo affatto come quel patriota italiano che diceva: “Che importa che tutti gli italiani muoiano di fame, purché l’Italia sia grande e gloriosa!”; e neppure come quel compagno che confessava essergli indifferente che si massacrassero i tre quarti degli uomini, perché l’Umanità fosse libera e felice.

Noi vogliamo la libertà e il benessere degli uomini, di tutti gli uomini senza eccezione. Vogliamo che ogni essere umano possa svilupparsi e vivere il più felicemente possibile. E crediamo che questa libertà e questo benessere non potranno essere dati agli uomini da un uomo o da un partito, ma che tutti dovranno da sé stessi scoprirne le condizioni e conquistarsele. Crediamo che soltanto la più completa applicazione del principio di solidarietà può distruggere la lotta, l’oppressione e lo sfruttamento, e che la solidarietà non può essere che il risultato del libero accordo, che l’armonizzazione spontanea e voluta degli interessi.

Secondo noi, tutto ciò che è volto a distruggere l’oppressione economica e politica, tutto ciò che serve ad elevare il livello morale ed intellettuale degli uomini, a dar loro la coscienza dei propri diritti e delle proprie forze e a persuaderli di fare i propri interessi da sé, tutto ciò che provoca l’odio contro l’oppressione e suscita l’amore fra gli uomini, ci avvicina al nostro scopo e quindi è un bene ‑ soggetto soltanto a un calcolo quantitativo per ottenere con forze date il massimo di effetto utile. E al contrario è male, perché in contraddizione col nostro scopo, tutto ciò che tende a conservare lo stato attuale, tutto ciò che tende a sacrificare, contro la sua volontà, un uomo al trionfo di un principio.

Noi vogliamo il trionfo della libertà e dell’amore.

Ma per questo dovremo noi rinunciare all’impegno dei mezzi violenti? Niente affatto. I nostri mezzi sono quelli che le circostanze ci permettono ed impongono.

Certo, noi non vorremmo strappare un capello a nessuno; vorremmo asciugare tutte le lacrime senza farne versare alcuna. Ma c’è forza lottare nel mondo tale come questo è, sotto pena di restare sognatori sterili.

Verrà il giorno, lo crediamo fermamente, in cui sarà possibile fare il bene degli uomini senza fare male né a sé né agli altri; ma oggi questo è impossibile. Anche il più puro e dolce dei martiri, quegli che si farebbe trascinare al patibolo per il trionfo del bene, senza far resistenza, benedicendo i suoi persecutori come il Cristo della leggenda, anche lui farebbe del male. Oltre al male che farebbe a sé stesso, che pur deve contare qualche cosa, farebbe spargere amare lacrime a tutti quelli che lo amassero.

Si tratta a dunque,sempre, in tutti gli atti della vita, di scegliere il minimo male, di tentare di fare il meno male perla più grande somma di bene possibile.

L’umanità si trascina penosamente sotto il peso della oppressione politica ed economica: è abbrutita, degenerata, uccisa (e non sempre lentamente) dalla miseria, dalla schiavitù, dalla ignoranza e dai loro effetti. Per la difesa di questo stato di cose esistono potenti organizzazioni militari e poliziesche, le quali rispondono con la prigione, il patibolo ed il massacro ad ogni serio tentativo di cambiamento. Non vi sono mezzi pacifici, legali, per uscire da questa situazione; ed è naturale ciò, perché,la legge è fatta espressamente dai privilegiati per la difesa dei propri privilegi. Contro la forza fisica che ci sbarra il cammino, non v’è per vincere che (appello alla forza fisica, non v’è che la rivoluzione violenta.

Evidentemente la rivoluzione molte disgrazie, molte sofferenze; ma se anche ne producesse cento volte di più, essa sarebbe sempre una benedizione in confronto a quanti dolori son causati oggi dalla cattiva costituzione della società.

E per amor degli uomini che siamo rivoluzionari: e non è colpa nostra, se la storia ci costringe a questa dolorosa necessità.

Dunque per noi anarchici, o almeno (giacché infine le parole sono convenzionali) per coloro fra gli anarchici che la pensano come noi, ogni atto di propaganda o di realizzazione con la parola o coi fatti, individuale o collettivo, è buono quando serve ad avvicinare e facilitare la rivoluzione, quando assicura ad essa il concorso cosciente delle masse e le dà quel carattere di liberazione universale, senza di cui potrebbe bensì aversi una rivoluzione, ma non quella rivoluzione che noi desideriamo. Ed è sopra tutto in fatto di rivoluzione che bisogna tener conto del mezzo più economico, poiché per essa la spesa si totalizza in vite umane.

Conosciamo abbastanza le condizioni strazianti materiali e morali in cui si trova il proletariato, per spiegarci gli atti di odio, di vendetta, ed anche di ferocia che potranno prodursi. Comprendiamo che vi siano degli oppressi che, essendo stati sempre trattati dai borghesi con la più ignobile durezza e avendo sempre visto che tutto era permesso al più forte, un bel giorno, diventati per un istante i più forti, si dicano: “Facciamo, anche noi, come i borghesi”. Comprendiamo come possa accadere che, nella febbre della battaglia, nature originariamente generose ma non preparate da una lunga ginnastica morale, molto difficile nelle condizioni presenti, perdano di vista lo scopo da conseguirsi, prendano la violenza come fine a sé stessa e si lascino trascinare ad atti selvaggi.

Ma altro è comprendere e perdonare certi fatti, altro è rivendicarli e rendersene solidali. Non sono quelli gli atti che noi possiamo accettare, incoraggiare ed imitare. Dobbiamo essere risoluti ed energici, ma dobbiamo altresì sforzarci di non oltrepassare mai il limite segnato dalla necessità. Dobbiamo fare come il chirurgo che taglia quando bisogna tagliare, ma evita di infliggere inutili sofferenze; in una parola dobbiamo essere ispirati e guidati dal sentimento dell’amore per gli uomini, per tutti gli uomini.

Ci sembra che questo sentimento di amore sia il fondo morale, l’anima del nostro programma; che solo concependo la rivoluzione come il più grande giubileo umano, come la liberazione e l’affratellamento di tutti gli uomini ‑ non importa a quale classe o a quale partito abbiano appartenuto ‑ il nostro ideale potrà realizzarsi.

La ribellione brutale avverrà certamente; e potrà servire, anche, a dare il gran colpo di spalla, (ultima spinta che dovrà atterrare il sistema attuale: ma se essa non troverà il contrappeso nei rivoluzionari che agiscono per un ideale, una tale rivoluzione divorerà se medesima.

L’odio non produce l’amore, e con (odio non si rinnova il mondo; e la rivoluzione dell’odio o fallirebbe completamente, oppure farebbe capo ad una nuova oppressione, che potrebbe magari chiamarsi anarchica, come si chiamano liberali i governanti di oggi, ma che non sarebbe meno per questo un’oppressione e non mancherebbe di produrre gli effetti che produce ogni oppressione.

 

 

b. Il rifiuto del terrorismo amorfista[5]

 

In Italia non si ingannano se credono che nella questione .Ravachol io sono d’accordo con Merlino, perché infatti lo sono, almeno nel punto di vista generale. Molti giornalisti sono venuti a domandarmi la mia opinione, ed io gliela ho detta francamente; ma poi nessuno l’ha pubblicata, forse perché io ad evitare falsificazioni ho voluto dettarla.

Revachol mi pare un uomo sincero, devoto alla causa, forse anche buono di cuore ma traviato da un falso ragionamento fino al punto di assassinare nel più feroce modo un vecchio impotente ed innocuo. Ma non è per Ravachol personalmente che noi sentiamo il bisogno di protestare; è per le difese che fanno di lui certi suoi amici. L’uno dice che Ravachol ha fatto bene ad uccidere il vecchio, perché “era un essere inutile alla Società”; un altro dice che non vale la pena di far chiasso per un vecchio che “aveva pochi anni da vivere” e così di seguito. Il che vuol dire che questi anarchici che non vogliono giudici, non vogliono tribunali, si fanno poi essi stessi giudici e carnefici, e condannano a morte e giustiziano quelli che essi giudicano inutili. Nessun governo ha mai fatto confessar tanto!

Così per le esplosioni. Per uccidere un meschino procuratore si rischia di uccidere 50 innocenti, Per fortuna non è successo tutto il male che poteva succedere; ma è anche vero che il procuratore ha avuto di rotto solo il suo urinale!

Si vede nel modo come la cosa è stata fatta, che i suoi autori disprezzano la vita umana, non si curano della sofferenza altrui. Ma infine, su tutto questo si potrebbe passare, e considerare le disgrazie come dolorose conseguenze della guerra.

Ma come non protestare quando sentite dire che si ha torto di lamentare la morte d’una serva o di un operaio, perché “i domestici sono peggio dei padroni e bisogna ammazzarli tutti” ed “i bambini sono semenza dei borghesi e bisogna pure ammazzarli tutti”?

Come non inorridire quando trovate una donna la quale a voi che lamentate la disgrazia incorsa a quella povera donna che  nella esplosione della rue Clichy ebbe la faccia lacerata da schegge di vetro, risponde: “Come! Siete così sensibile voi? Io ho riso tanto pensando alle smorfie che doveva fare quella donna colla faccia tutta tagliuzzata”.

Tutto questo vuol dire che succede a molti anarchici quello che succede ai soldati, agli uomini di guerra, che ubriacati dalla lotta, diventano feroci e dimentichi perfino del fine pel quale si lotta finiscono col volere il sangue per il sangue. Non è più l’amore per il genere umano che li guida, ma il sentimento di vendetta unito al culto di una idea attratta, di un fantasma teorico.

Ciò si comprende; tanto più in presenza di una borghesia che ci dà quotidianamente lo spettacolo della ferocia, ma non si può approvare, non si può incoraggiare. Una rivoluzione nella quale trionfassero questi istinti, sarebbe una rivoluzione perduta. Il terrore provoca la reazione: prima la reazione della pietà, poi la reazione degli interessi.

Vi è poi altra cosa. Questi anarchici pare si vogliano fare distributori di grazia e di giustizia e ciò non è niente affatto anarchico. Se noi avessimo il diritto di condannare in nome dell’idea che ci facciamo noi della giustizia, lo stesso diritto (avrebbe il governo in nome della giustizia sua. Naturalmente ognuno crede di avere ragione, e se ognuno avesse il diritto di condannare quelli che secondo lui hanno torto addio giustizia, addio libertà, addio eguaglianza, addio anarchia; i più forti sarebbero, come sono oggi, il governo, ed ecco tutto.

Noi dobbiamo essere dei libertari. La dinamite è un’arma come un’altra spesso migliore di un’altra nella lotta contro gli oppressori: ma come tutte le armi, può essere adoperata bene o male, può servire a liberare gli oppressi, o a spaventare ed opprimere i deboli. Noi dobbiamo servirci di tutte le armi, ma non dobbiamo mai perdere di vista lo scopo, né la proporzione tra il mezzo e lo scopo. Io capisco che si possa rischiare di uccidere degli innocenti per fare un atto risolutivo: far saltare per esempio un parlamento uccidere lo Czar ‑ ma rischiare di uccidere 50 persone per rompere l’urinale di un procuratore pubblico, mi pare una cosa folle ‑ e questa cosa, da folle diventa criminosa se non è ispirata da cattivo calcolo, ma da indifferenza per la vita degli altri.

So ben che queste idee non sono fatte per incontrare la simpatia generale dei nostri amici.

Per quanto si sia anarchici, si è sempre più o meno uomini del proprio tempo. Ed il popolo dei nostri tempi, come quello dei tempi passati, si lascia ancora imporre dalla forza, dal successo, senza guardarci tanto pel sottile. Se esplosioni sono riuscite, hanno messo paura ... ai paurosi, e molti dei nostri amici applaudiranno incondizionatamente, senza occuparsi dell’effetto che hanno sulla massa, che noi dovremmo attirare a noi, senza esaminare senza fare le parti del bene e del male. È la stessa tendenza per la quale il popolo applaude a tutti i guerrieri, a tutti i tiranni che vincono; è la stessa tendenza per la quale parecchi anarchici divennero boulangistes quando sembrava che Boulanger stesse per vincere.

Ma contro questa tendenza noi dobbiamo reagire, se no addio anarchia. La rivoluzione si farebbe ma per aprire il varco a nuovi tiranni.

La verità è che v’è molta gente che si chiama anarchica, e che dell’anarchia non ha capito nulla.

Anche in questa occasione i soliti, gli ex amici di Senace hanno pubblicato un foglio clandestino in cui minacciano bastonate a quegli anarchici, che non credono che Ravachol sia il tipo degli anarchici, e che l’eremita di Chambles meritava gli si schiacciasse la testa a martellate, vale a dire a noi, e le bastonate promesse ce le darebbero ... se noi ce le lasciassimo dare.

Vedete dunque che anarchici! Come l’inquisizione; le bastonate (non potendo applicare la ghigliottina o il rogo) a quelli che non pensano come loro e dicono il loro pensiero.

È necessario reagire; mettere i punti sugli i, uscire dai termini generateli i quali spesso fanno credere che si sia d’accordo, mentre si sta agli antipodi.

Ed io, dopo tutto, son contento di questa specie di crisi, perché provocherà delle spiegazioni, in seguito alle quali si saprà con chi si è d’accordo davvero e con chi no,, e si saprà uscire dall’equivoco, dai tira e molla e mettersi col lavoro fecondo dalla propaganda fra le masse e dell’azione veramente rivoluzionaria.

Voi saprete interpretare per il loro verso queste idee buttate già così confusamente ed in fretta. Io del resto le svilupperò completamente in un lavoretto che darò alle stampe al più presto.[6]

Se volete far leggere questa lettera a qualche amico fatelo pure; ma però, appunto perché è buttata giù in fretta e senza ordine, fatela ledere solo a quelli che conoscete abbastanza intelligenti per non interpretare le cose a rovescio . .

 

 

c.    La tragedia di Monza[7]

 

Prima di tutto riduciamo le cose alle loro giuste proporzioni

Il re è stato ucciso; e poiché un re è pur sempre un uomo, il fatto è da deplorarsi. Una regina è stata vedovate; e Poiché una regina è anch’essa una donna, noi simpatizziamo col suo dolore.

Ma perché tanto chiasso per la morte di un uomo e per le lacrime di una donna quando si accetta come una cosa naturale il fatto che ogni giorno tanti uomini cadono uccisi, e tante donne piangono, a causa delle guerre, degli accidenti sul lavoro, delle rivolte represse a fucilate, e dei mille delitti prodotti dalla miseria, dallo spirito di vendetta, dal fanatismo e dall’alcolismo?

Perché tanto sfoggio di sentimentalismo a proposito di una disgrazia particolare, quando migliaia e milioni di esseri umani muoiono di fame e di malaria, fra l’indifferenza di coloro che avrebbero i mezzi di rimediarvi?

Forse perché questa volta le vittime non son dei volgari lavoratori, non un onest’uomo ed un’onesta donna qualunque, ma un re ed una regina? . _

Veramente, noi troviamo il caso più interessante, ed il nostro dolore è più sentito, più vivo, più vero, quando si tratta di un minatore schiacciato da una frana mentre lavora, e di una vedova che resta a morir di fame coi suoi figlioletti!

Nulladimeno, anche quelle dei reali sono sofferenze umane e vanno deplorate. Ma sterile resta il lamento se non se ne indagano le cause e non si cerca di eliminarle.

Chi è che provoca la violenza? Chi è che la rende necessaria, fatale?

Tutto il sistema sociale vigente è fondato sulla forza brutale messa a servizio di una piccola minoranza che sfrutta ed opprime la grande massa; tutta l’educazione che si dà ai ragazzi si riassume in una apoteosi della forza brutale; tutto l’ambiente in cui viviamo è un continuo esempio di violenza, una continua suggestione alla violenza.

Il soldato, cioè l’omicida professionale, è onorato, e sopra di tutti è onorato il re, la cui caratteristica storica è quella di essere capo di soldati.

Colla forza brutale si costringe il lavoratore a farsi derubare del prodotto del suo lavoro; colla forza brutale si strappa l’indipendenza alle nazionalità deboli.

L’imperatore di Germania eccita i suoi soldati a non dar quartiere ai Cinesi; il governo inglese tratta da ribelli i Boeri che rifiutano di sottomettersi alla prepotenza straniera, e brucia le fattorie, e caccia le donne dalle case, e perseguita anche i non combattenti, e rinnova le gesta orribili della Spagna in Cuba; il Sultano fa assassinare gli Armeni a centinaia di migliaia; il governo Americano massacra i Filippini dopo averli vilmente traditi.

I capitalisti fan morire gli operai nelle miniere, sulle ferrovie, nelle risaie per non fare le spese necessarie alla sicurezza del lavoro, e chiamano i soldati per intimidire e fucilare all’occorrenza i lavoratori che domandano di migliorare le loro condizioni.

Ancora una volta, da chi viene dunque la suggestione, la provocazione alla violenza? Chi fa apparire la violenza come la sola via d’uscita dallo stato di cose attuale, come il solo mezzo per non subire eternamente la violenza altrui?

Ed in Italia è peggio che altrove. Il popolo soffre perennemente la fame; i signorotti spadroneggiano peggio che nel Medioevo; il Governo .a gara coi proprietari, dissangua i lavoratori per arricchire i suoi e sperperare il resto in imprese dinastiche; la polizia è arbitra della libertà dei cittadini, ed ogni grido di protesta, ogni benché sommesso lamento è strozzato in gola dai carcerieri, e soffocato nel sangue dai soldati.

Lunga è la lista dei massacri: da Pietrarsa a Conselica, a Calatabiano, alla Sicilia, ecc.

Solo due anni or sono le truppe regie massacrarono il popolo inerme; solo alcuni giorni or sono le regie truppe han portato ai proprietari di Minella il soccorso delle loro baionette e del loro lavoro forzato, contro i lavoratori famelici e disperati.

Chi è il colpevole della ribellione, chi è il colpevole della vendetta che di tanto in tanto scoppia: il provocatore, l’offensore o chi denunzia l’offesa e vuole eliminarne le cause?

Ma, dicono, il re non è responsabile!

Noi non pigliamo certo sul serio la burletta delle finzioni costituzionali. I giornali “liberali” che ora argomentano sulla irresponsabilità del re, sapevano bene, quanto si trattava di loro, che al di sopra del parlamento e dei ministri, vi era un’influenza potente, un”alta sfera” a cui i regi procuratori non permettevano di fare troppo chiare allusioni. Ed i conservatori, che ora aspettano una “nuova era” dall’energia del nuovo re, mostrano di sapere che il re, almeno in Italia, non è poi quel fantoccio che ci vorrebbero far credere quando si tratta di stabilire le responsabilità. E d’altronde, anche se non fa il male direttamente, è sempre responsabile di esso, un uomo che potendo, non lo impedisce ‑ed il re è capo dei soldati e può sempre, per lo meno, impedire che i soldati facciano fuoco sopra popolazioni inermi. Ed è pur anche responsabile chi non potendo impedire un malie, lascia che si faccia in nome suo, piuttosto che rinunziare ai vantaggi del posto.

È vero che se si prendono in conto le considerazioni di eredità, di educazione, di ambiente, la responsabilità personale dei potenti si attenua di molto e forse sparisce completamente. Ma allora, se è irresponsabile il re dei suoi atti e delle sue omissioni, sÈmalgrado l’oppressione, lo spogliamento il massacro del popolo fatto in suo nome, egli avrebbe dovuto restare al primo posto del paese, perché mai sarebbe responsabile il Bresci? Perché mai dovrebbe il Bresci scontare con una vita di inenarrabili patimenti un atto che, per quanto si voglia giudicare sbagliato, nessuno può negare essere stato ispirato da intenzioni altruistiche?

Ma questa questione della ricerca delle responsabilità c’interessa mediocremente.

Noi non crediamo nel diritto di punire, noi respingiamo (idea di vendetta come sentimento barbaro: noi non intendiamo essere giustizieri, nè vendicatori. Più santa, più nobile, più feconda ci pare la missione di liberatori e di pacificatori.

Ai re, agli oppressori, agli sfruttatori noi tenderemmo volentieri la mano, quando soltanto essi volessero tornare uomini fra gli uomini, uguali tra gli uguali. Ma intanto che essi si ostinano a godere dell’attuale ordine di cose ed a difenderlo colla forza, producendo così il martirio, 1’abbrutimento e la morte per stenti a milioni di creature umane, noi siamo nella necessità, siamo nel dovere di opporre la forza alla forza.

Opporre la forza alla forza!

Vuol dire ciò che noi ci dilettiamo in complotti melodrammatici e siamo sempre nell’atto o nell’intenzione di pugnalare un oppressore?

Niente affatto. Noi aborriamo alla violenza per sentimento e per principio, e facciamo sempre il possibile per evitarla: solo la necessità di resistere al male coi mezzi idonei ed efficaci ci può indurre a ricorrere alla violenza.

Sappiamo che questi fatti di violenza singola, senza sufficiente preparazione nel popolo restano sterili e spesso , provocando reazioni a cui si è incapaci a resistere, producono dolori infiniti e fanno male alla causa stessa a cui intendevano servire.

Sappiamo che l’essenziale, l’indiscutibilmente utile si è, non già l’uccidere la persona di un re, ma l’uccidere tutti i re ‑ quelli delle corti, dei parlamenti e delle officine ‑ nel cuore e nella mente della gente; di sradicare cioè la fede nel principio di autorità a cui presta culto tanta parte del popolo.

Sappiamo che meno la rivoluzione è matura e più essa riesce sanguinosa ed incerta.

Sappiamo che, essendo la violenza sorgente di autorità, anzi essendo in fondo tutta una cosa col principio di autorità, più la rivoluzione sarà violenta e più vi sarà pericolo ch’essa dia origine a nuove forme di autorità.

E perciò ci sforziamo di acquistare, prima di adoperare le ultime ragioni degli oppressi, quella forza morale e materiale che occorre per ridurre al minimo la violenza necessaria ad abbattere il regime di violenza a cui oggi l’umanità soggiace.

Ci si lascerà in pace al nostro lavoro di propaganda, di organizzazione, di preparazione rivoluzionaria?

In Italia c’impediscono di parlare, di scrivere, di associarci. Proibiscono agli operai di unirsi e lottare pacificamente, nonché per l’emancipazione, nemmeno per migliorare in minime proporzioni le loro incivili ed inumane condizioni di esistenza. Carceri domicilio coatto, repressioni sanguinose sono i mezzi che si oppongono non solo a noi anarchici, ma a chiunque osa pensare ad una più civile condizione di cose.

Che meraviglia, se perduta la speranza di poter combattere con profitto per la propria causa, degli animi ardenti si lasciano trasportare ad atti di giustizia vendicativa?

Le misure di polizia, di cui sono sempre vittime i meno pericolosi; la ricerca affannosa di inesistenti istigatori, che appare grottesca a chiunque conosce un poco lo spirito dominante tra gli anarchici, le mille buffe proposte di sterminio avanzate da dilettanti di poliziottismo, non servono che a mettere in evidenza il fondo selvaggio che cova nell’animo delle classi governanti.

Per eliminare totalmente la rivolta sanguinosa delle vittime, non vi è altro mezzo che l’abolizione dell’oppressione, mediante la giustizia sociale.

Per diminuirne ed attuarne gli scoppi non v’è altro mezzo che lasciare a tutti la libertà di propaganda e di. organizzazione; che lasciare ai diseredati, agli oppressi, ai malcontenti, la possibilità di lotte civili; che dar loro la speranza di poter conquistare, sia pur gradualmente, la propria emancipazione per vie incruente.

II governo d’Italia non ne farà nulla continuerà a reprimere ... e continuerà a raccogliere quello che semina.

Noi, pur deplorando la cecità dei governanti che imprime alla lotta un’asprezza non necessaria, continueremo a combattere per una società in cui sia eliminata ogni violenza, in cui tutti abbiano pane, libertà, scienza, in cui l’amore sia la legge suprema della vita.

 

 

d.    Errori e rimedi[8]

 

Vi è oggi tanta gente varia che si chiama anarchica, e col nome di anarchia si espongono tante idee disparate e contraddittorie, che davvero avremmo torto di meravigliarci quando il pubblico che è nuovo alle idee, e non può a prima giunta distinguere le grandi differenze che si nascondono sotto il velo di una parola comune, resta sordo alla nostra propaganda e ci guarda con sospetto.

Noi non possiamo naturalmente impedire agli altri di prendere il nome che vogliono; né l’abbandonar noi il nome di anarchici servirebbe ad altro che ad aumentare la confusione, poiché il pubblico penserebbe che noi abbiamo semplicemente voltato bandiera.

Tutto ciò che possiamo, e cioè che dobbiamo fare, si è di distinguerci nettamente da coloro che dell’anarchia hanno un concetto diverso dal nostro, o che dallo stesso concetto teorico tirano conseguenze pratiche opposte a quelle che ne tiriamo noi. E la distinzione deve risultare dall’esposizione chiara della nostra morale senza nessun riguardo di persone e di partito. Poiché questa pretesa solidarietà di partito, fra gente che poi non apparteneva e non avrebbe potuto appartenere allo stesso partito, è stata appunto una delle cause principali della confusione. E si è arrivati a tal punto che molti esaltano nei “compagni” quelle stesse azioni che vituperano nei borghesi; e sembra che il loro unico criterio del bene e del male sia questo: se l’autore dell’atto che si giudica prende il nome di anarchico, o no.

Molti sono gli errori che hanno menato gli uni a mettersi in completa contraddizione coi principii che teoricamente professano, e gli altri a sopportare queste contraddizioni; come molte sono le cause che hanno attirata in mezzo a noi della gente che in fondo se ne ride del socialismo e dell’anarchia, e di tutto ciò che sorpassa gl’interessi delle loro persone.

Io non posso intraprendere qui un esame metodico e completo di questi errori. Solo accennerò ad alcuni di essi così come mi si presenteranno alla mente.

prima di tutto parliamo di morale.

È cosa comune trovare degli anarchici che “negano la morale”. Al principio è un semplice modo di dire per significare che, dal punto di vista teorico, non ammettono una morale assoluta, eterna, immutabile, e che, nella pratica, si ribellano contro la morale borghese che sanziona lo sfruttamento delle masse e condanna quegli atti che tornano a pericolo e danno dei privilegiati. Ma poi, poco a poco, come suole avvenire in tante altre cose, prendono la figura retorica per l’espressione della verità. Dimenticano che nella morale corrente, oltre le regole che sono inculcate dai preti e dai padroni nell’interesse del loro dominio, si trovano pure, e ne sono in realtà la parte maggiore e sostanziale, anche quelle regole che sono la conseguenza e la condizione di ogni coesistenza sociale; dimenticano che il ribellarsi contro ogni regola imposta colla forza non vuol dire niente affatto rinunziare ad ogni ritegno morale e ad ogni sentimento di obbligazione verso gli altri; dimenticano che per combattere ragionevolmente una morale, bisogna opporle, in teoria ed in pratica, una morale superiore; e, per poco che il temperamento e le circostanze aiutino, finiscono col divenire immorali nel senso assoluto della parola, cioè uomini senza regola di condotta, senza criterio per guidarsi nelle loro azioni, che cedono passivamente all’impulso del momento. Oggi si leveranno il pane di bocca per soccorrere un compagno, domani ammazzeranno un uomo per andare al bordello! . . .

Altra fonte di errori e di colpe gravissime è stato il modo come si è interpretato da molti la teoria della violenza.

La società attuale si mantiene colla forza delle armi. Mai nessuna classe oppressa è riuscita ad emanciparsi senza ricorrere alla violenza; mai le classi privilegiate han rinunciato ad una parte, sia pur minima, dei loro privilegi, se non per forza, o per paura della forza. Le istituzioni sociali attuali sono tali che applica impossibile di trasformarle per via di riforme graduali e pacifiche; e la necessità di una rivoluzione violenta che, violando, distruggendo la legalità, fondi la società umana sopra basi novelle, s’impone. L’ostinazione, la brutalità con cui la borghesia risponde ad ogni più anodina domanda del proletariato, dimostrano la fatalità della rivoluzione violenta. Dunque è logico, è necessario che i socialisti e specialmente gli anarchici, siano un partito rivoluzionario e prevedano e affrettino la rivoluzione.

Ma disgraziatamente c’è negli uomini una tendenza a scambiare il mezzo col fine; e la violenza, che per noi è e deve restare una dura necessità, è diventata per molti quasi lo scopo unico della lotta. La storia è piena di esempi di uomini che, avendo cominciato a lottare per uno scopo elevato, hanno poi nel calore della mischia smarrito ogni controllo sopra loro stessi, han perduto di vista lo scopo e son diventati dei feroci massacratori. E, come lo dimostrano fatti recenti, molti anarchici non sono sfuggiti a questo terribile pericolo della lotta violenta. Irritati dalle persecuzioni, ammattiti dagli esempi di cieca ferocia che dà ogni giorno la borghesia, essi han cominciato ad imitare l’esempio dei borghesi; ed allo spirito d’amore è subentrato lo spirito di vendetta, lo spirito di odio. E l’odio e la vendetta essi, al par dei borghesi, han chiamato giustizia Poi, per giustificare quegli atti, che pur potevano spiegarsi come effetti delle orribili condizioni del proletariato e servire come una ragione di più per invocare la distruzione di un ordine di cose che produce così tristi risultati, alcuni han cominciato a formulare le più strane, le più fanatiche, le più autoritarie teorie; e non badando alla contraddizione, le han presentate come un nuovissimo progresso dell’idea anarchica . . .

D’altra parte un errore, opposto a quello in cui cadono i terroristi,minaccia il movimento anarchico. Un po’ per reazione contro l’abuso che in questi ultimi anni si è fatto della violenza, un po’ per la sopravvivenza delle idee cristiane, e soprattutto per l’influenza della predicazione mistica di Tolstoj, alla quale il genio e le alte qualità morali dell’autore dan voga e prestigio, incomincia ad acquistare una certa importanza fra gli anarchici il partito della resistenza passiva, il quale ha per principio che bisogna lasciare opprimere e vilipendere se stesso e gli altri piuttosto che far del male all’aggressore. È quello che è stato chiamato l’anarchia passiva. . .

È curioso osservare come i terroristi ed i tolstoisti, appunto perché sono gli uni e gli altri dei mistici, arrivano a conseguenze pratiche presso che uguali. Quelli non esiterebbero a distruggere mezza umanità pur di far trionfare l’idea: questi lascerebbero che tutta l’umanità restasse sotto il peso delle più grandi sofferenze piuttosto che violare un principio.

Per me, io violerei tutti i principii del mondo pur di salvare un uomo: il che sarebbe poi infatti rispettare il principio, poiché, secondo me, tutti principii morali e sociologici si riducono a questo solo: il bene degli uomini, di tutti gli uomini.

 

 

e.    Il furto come arma di guerra[9]

 

In tutti i tempi gli eserciti belligeranti ed i partiti rivoluzionari hanno considerato atto di buona guerra l’impossessarsi a danno del nemico di tutto ciò che può facilitare la vittoria e quindi anche del denaro, che si suol dire essere il nerbo della guerra.

È permesso agli anarchici, che stanno sempre, almeno intenzionalmente, in guerra guerreggiata con la classe capitalistica, è permesso agli anarchici, in coerenza coi loro principi, togliere ai ricchi della roba (denaro e oggetti preziosi) per servirsene per la propaganda, per l’armamento e per tutti i. bisogni della lotta? E non potendo requisire il denaro apertamente, in guerra dichiarata, è permesso impadronirsene di nascosto, adoperando quelle che possono chiamarsi astuzie di guerra in una parola rubando?

Teoricamente non pare che vi possa esser dubbio sul diritto di adoperare, in una guerra giusta, tutti i mezzi atti a facilitare ed assicurare la vittoria senza ledere il sentimento di umanità. Ma bisogna vedere se un mezzo è poi realmente utile, se ciò che è moralmente permesso è praticamente consigliabile.

Il metodo (il furto per la propaganda) è stato in vari paesi ed in varie epoche predicato e praticato da speciali gruppi anarchici; ma ha dato sempre frutti disastrosi.

E potrei dire lo stesso di altri partiti e di epoche gloriose nella storia d’Italia, ma preferisco non occuparmi qui che delle cose nostre.

Il denaro corrompe e corrompe pure la necessità di nascondere il proprio essere, di fingere, d’ingannare, di adoperare quelle arti necessarie al ladro se non vuole andare in prigione come un imbecille.

Quanti giovani generosi, quante belle nature si sono sciupate per questa fisima del rubare per la propaganda!

S’incomincia col ricercare la compagnia dei ladri di mestiere, perché anche il rubare è un mestiere che bisogna imparare. Si perde l’abitudine e poi la voglia di lavorare, e quindi sul prodotto del furto bisogna prelevare la quota per alimentare il ladro: alla propaganda va quel che resta, se ce ne resta. E coll’abitudine del non lavorare viene il gusto del lusso e dell’orgia, e si finisce col dimenticare le idee, la propaganda, i principi, e si diventa un ladro volgare.

Peggio ancora: s’icomincia a trattare i propri compagni come vigliacchi perché si lasciano sfruttare lavorando, la massa come disprezzabile gregge, e si finisce col dire: “chi vuole emanciparsi faccia come me, rubi”, “io la mia rivoluzione l’ho fatta, faccian gli altri la loro”, e si diventa dei borghesi come e peggio degli altri.

E questo solo per quei pochi che hanno fortuna e riescono a fare il colpo grosso. Gli altri consumano la vita in piccole truffe, furterelli meschini fatti preferibilmente a danno dei poveri, perché rubare ai poveri è più facile e meno pericoloso, o a danno dai compagni perché i compagni non denunciano alla polizia.

I migliori quelli che riescono a salvarsi dalla peggiore decadenza morale son quelli che si fan cogliere all’inizio della carriera e vanno in galera prima di essersi completamente corrotti.

Vi possono essere delle eccezioni individuali: io stesso ne potrei citare se l’argomento non fosse così delicato.

Ma il certo si è che in tutti gli ambienti in cui è stato ammesso il furto per la propaganda è entrata la corruzione, la sfiducia tra compagni la maldicenza, il sospetto e quindi l’inerzia e la dissoluzione. E le spie hanno avuto buon giunco, perché non si è più avuto il modo di controllare quali sono i mezzi di vita di ciascuno.

No, meglio la penuria di mezzi, meglio il soldino versato e raccolto con fatica che dà al lavoratore l’orgoglio di concorrere col proprio sforzo all’opera comune, anziché, per la speranza quasi sempre illusoria della grossa somma, correre il rischio di veder corrompersi e sparire alcuni tra i compagni più energici e più intraprendenti.

 

 

 

 

 

 

 

 


 

3. LA LEZIONE DEI FATTI

 

 

a.    La tattica rivoluzionaria[10]

 

Noi dobbiamo mescolarci più ch’è possibile alla vita popolare: incoraggiare e spingere tutti i movimenti che contengono un germe di rivolta materiale o morale e abituano il popolo a fare i suoi interessi da sé e a non fidare che nelle proprie forze; ma senza perdere mai di vista che la rivoluzione per l’espropria­zione e la messa in comune della proprietà e la demolizione del potere sono la sola salute del proletariato e dell’umanità e che per conseguenza ogni cosa è buona o cattiva a seconda che es­sa avvicini o allontani, faciliti o renda più difficile tale rivolu­zione.

Applichiamo ciò alla questione degli scioperi. Noi siamo caduti a tal proposto, com’è un po’ la nostra abitudine, da una esagerazione in un’altra.

Tempo addietro, convinto che lo sciopero è impotente, non solo per emancipare, ma anche per migliorare in modo perma­nente la sorte. dei lavoratori, noi trascuravamo troppo il lato morale della questione e, meno che in qualche regione, abbia­mo lasciato questo mezzo potente di propaganda e di agitazio­ne quasi totalmente ai socialisti autoritari e agli addormentatoci.

Cessata quell’indifferenza in seguito ai grandi scioperi di questi ultimi tempi e specialmente dopo lo sciopero del porto di Londra che fece pensare che se gli uomini che lo guidarono avessero avuta una chiara concezione rivoluzionaria e non ne avessero temuto le responsabilità, si sarebbe potuto condurre i lavoratori dei docks a marciare sui quartieri ricchi ed a fare la rivoluzione; si manifesta ora una tendenza all’eccesso opposto, cioè ad attendere tutto dagli scioperi e quasi a confondere lo sciopero con la rivoluzione.

Questa tendenza è molto pericolosa, poiché essa fa nascere delle speranze chimeriche e la cui pratica sarebbe, non dico certo altrettanto corruttrice, ma pure fallace e addormentatrice come lo stesso parlamentarismo.

Si predica lo sciopero generale e sta benissimo: ma si ha torto, secondo me, quando s’immagina e si dice che lo sciopero generale è la rivoluzione. Esso sarebbe solo un’occasione magnifica per fare la Rivoluzione, ma niente di più. Esso potrebbe trasformarsi in rivoluzione, ma solo se i rivoluzionari avessero abbastanza influenza, forza e spirito d’iniziativa per trascinare i lavoratori sulla via dell’espropriazione e dell’attacco armato, prima che lo snervamento della fame e lo sgomento del massacro o le concessioni dei padroni non vengano a demoralizzare gli scioperanti e a ridurli in quello stato d’animo, così facile a prodursi tra le masse, nel quale si vuole sottomettersi ad ogni costo, e si considera come un nemico, un pazzo o un agente provocatore chiunque spinge alla lotta ad oltranza.

Io considero del resto come irrealizzabile un vero sciopero generale nelle condizioni economiche e morali attuali del proletariato universale; e credo che la rivoluzione sarà fatta molto prima che un tale sciopero possa prodursi. Ma di grandi scioperi se ne producono già e con l’attività e dell’accordo si può provocarne di più grandi ancora; e potrebbe darsi che sia quella la forma con cui comincerà, almeno nei paesi industriali, la Rivoluzione sociale. Bisogna dunque star sul chi vive per profittare di tutte le occasioni che possono presentarsi.

Lo sciopero non deve più essere la guerra delle braccia incrociate.

I fucili e tutti gli ordigni per l’attacco e la difesa che la scienza mette a nostra disposizione, lungi dall’essere resi inutili dagli scioperi, restano sempre strumenti di liberazione, che negli scioperi trovano soltanto una buona occasione per essere utilmente adoperati

 

 

b.    Andiamo fra il popolo[11]

 

Confessiamolo subito: gli anarchici non si sono mostrati all’altezza della situazione.

Se si toglie il moto di Carrara che ha dato prova si del loro coraggio e della loro devozione alla causa, ma anche dell’insufficienza della loro organizzazione, appena si sarebbe parlato degli anarchici in tanto commuoversi di popolo in Sicilia ed in altre parti d’Italia.

Dopo aver tanto gridato di rivoluzione, la rivoluzione arriva, e noi siamo stati disorientati e siam restati presso che inerti.

Può essere doloroso il confessarlo, ma il tacerlo e nasconderlo sarebbe tradire la causa, e continuare negli errori che ci han condotti a questo punto.

È tempo di ravvederci!

La causa principale, secondo noi, di questa nostra decadenza è l’isolamento in cui quasi dappertutto siamo caduti.

Per un complesso di cause, che ora sarebbe troppo lungo esaminare, gli anarchici, dopo la dissoluzione dell’Internazionale, perdettero il contatto delle masse e si andavano man mano riducendo in piccoli gruppi, occupati solo a discutere eternamente e, purtroppo

a dilaniarsi tra loro, o tutt’al più a fare un po’ di guerra ai socialisti legalitari.

Contro questo stato di cose si è tentato più volte di reagire con più o meno successo. Ma quando si credeva di poter infine ricominciare un lavoro serio ed a larga base, ecco che venner fuori alcuni compagni i quali, per una malintesa intransigenza, elevarono l’isolamento a principio, e secondati dall’indolenza e dalla timidezza di tanti, che trovavano in quella “teoria” una comoda scusa per non far nulla e non correre nessun rischio, riuscirono a ricacciarci nell’impotenza.

Per opera di quei compagni, molti dei quali ci compiacciamo di riconoscerlo, sono pur animati dalle migliori intenzioni, il lavoro di propaganda e di organizzazione è diventato una cosa impossibile.

Volete entrare in un’associazione operaia? Maledizione! Non giova per il verbo anarchico: ogni buon anarchico se ne deve tener lontano come dalla peste.

Volete fondare un’associazione dei lavoratori per abituarli a lottare solidariamente contro i padroni? Tradimento! un buon anarchico non deve associarsi che con anarchici convinti, vale a dire deve star sempre cogli stessi compagni, e se vuol fondare associazioni, non può che dar nomi diversi a un gruppo, composto sempre dalla stessa gente.

Cercate di organizzare e sostenere scioperi? Mistificazioni, palliativi!

Tentate manifestazioni ed agitazioni popolari? Pagliacciate!

Insomma tutto quello che è permesso di fare per la propaganda si è qualche conferenza, dove il pubblico non viene se non è attirato dalle doti eccezionali di un oratore, qualche stampato, che è letto sempre dallo stesso circolo di gente; e la mo a uomo, se sapete, trovar chi vi ascolti. E propaganda da uomo a uomo,se sapete trovar chi vi ascolta.

E con questo un gran vociare di rivoluzione: ‑ rivoluzione che, predicata così, diventa come il paradiso dei cattolici, una promessa di là di venire, che vi addormenta in un’inerzia beata fino a che ci credete e vi lascia scettici ed egoisti, quando la fede vi sfugge.

Ed intanto intorno a noi il popolo si agita e segue altre correnti; ed i socialisti legalitari ci vincon la mano ed hanno spesso successi, anche in quei paesi dove come in Italia, il socialismo è stato per la prima volta bandito e popolarizzato da noi, e dove noi vantiamo non ingloriose tradizioni di lotte e di sacrifici sostenuti con costanza e fierezza.

Questa è una tattica micidiale che equivale al suicidio. La rivoluzione non si fa in quattro gatti. Degl’individui e dei gruppi isolati possono fare un po’ di propaganda; dei colpi audaci, delle bombe e simili cose, se fatte con retto criterio (il che purtroppo non è sempre q caso) possono attirare l’attenzione pubblica sui mali dei lavoratori e sulle nostre idee, possono sbarazzarci di qualche ostacolo potente; mala rivoluzione non si fa che quando il popolo scende in piazza. E se noi vogliamo farla bisogna che attirammo a noi la folla, quanto più folla è possibile.

Ed è anche, questa tattica dell’isolamento, contraria ai nostri principi ed allo scopo che ci proponiamo.

La rivoluzione, come noi la vogliamo, deve essere il comincia mento della partecipazione attiva, diretta, vera delle masse, cioè di tutti, alla organizzazione ed alla gerenza della vita sociale. Se per impossibile, la rivoluzione potesse essere fatta da noi soli, non sarebbe la rivoluzione anarchica poiché allora saremmo i padroni noi ed il popolo, disorganizzato e quindi impotente ed incosciente, spetterebbe gli ordini nostri, Ed allora tutta l’anarchia si ridurrebbe ad una vana dichiarazione di principi mentre in pratica sarebbe sempre una piccola frazione che si servirebbe delle forze cieche della massa incosciente e sommessa per imporre le proprie idee: ‑ e questo è l’essenza stessa dell’autorità.

Figuriamoci che domani con un colpo di mano potessimo, da noi soli, senza il concorso delle masse, sconfiggere il gover­no e restare padroni della situazione. Le masse che non avreb­bero preso parte alla lotta e non avrebbero  sperimentata la potenza delle loro forte, applaudirebbero ai vincitori e reste­rebbero inerti ad attendere che noi dessimo loro tutto il benessere che loro promettiamo.

Che cosa faremmo noi? O assumere di fatto se non di diritto, la dittatura, il che vorrebbe dire riconoscere l’inattuabilità delle nostre idee antigovernative e dichiararsi sconfitti in quanto anarchici o fare “per viltade il gran rifiuto”; ritirarci protestando il nostro sacro orrore del nostro comando, e lasciare che il comando lo prendano i nostri avversari.

Fu così che avvenne per ragioni del resto alquanto diverse agli anarchici spagnoli nei moti del 1873. Per un concorso di circostanze, si trovarono padroni della situazione in varie città, come per es. in S. Lucas de Barrameda e Cordova: il popolo non faceva nulla da sé ed aspettava che qualcuno comandasse il da farsi; gli anarchici non vollero prendere il comando perché ciò era contrario ai loro principi ... ed allora subentrò la reazione repubblicana prima, monarchica poi, che ristabilì il vecchio regime coll’aggravante delle persecuzioni, arresti e massacri in massa.

Andiamo tra il popolo: questa è l’unica via di salvezza. Ma non vi andiamo con la boria burbanzosa di persone che pretendono possedere il verbo infallibile e disprezzano dall’alto della loro pretesa infallibilità chi non divide le loro idee. Andiamoci per affratellarci coi lavoratori, per lottare con loro, per sacrificarsi per loro. Per avere il diritto, per avere la possibilità di reclamare dal popolo lo slancio e lo spirito di sacrifico necessario nelle grandi giornate di battaglia decisiva, bisogna aver dato al popolo prova di sé, bisogna esserci mostrati primi per coraggio e per abnegazione nelle sue piccole lotte quotidiane. Entriamo in tutte le associazioni di lavoratori, fondiamone più che possiamo, provochiamo federazioni sempre più vaste, sosteniamo ed organizziamo scioperi, propaghiamo dappertutto con tutti i mezzi, lo spirito di cooperazione e di solidarietà tra i lavoratori.

E guardiamoci dal disgustarci perché spesso i lavoratori non comprendono o non accettano tutti i nostri ideali e stanno attaccati a vecchio forme ed a vecchi pregiudizi.

Noi non possiamo e non vogliamo aspettare, per far la rivoluzione, che le masse siano diventate socialiste‑anarchiche con piena coscienza. Noi sappiamo che finché dura l’attuale ordinamento economico politico della società, l’immensa maggioranza del popolo è condannata all’ignoranza ed all’abbrutimento e non è capace che di ribellioni più o meno cieche. Bisogna distruggere quest’ordinamento, facendo la rivoluzione come si può, colle forze che troviamo nella vita reale.

A maggior ragione noi non possiamo aspettare per organizzare i lavoratori ch’essi siano prima diventati anarchici. Come farebbero a diventarlo se lasciati soli, col sentimento d’impotenza che viene loro dall’isolamento?

Come anarchici noi dobbiamo organizzarci tra noi, tra gente perfettamente convinta e concorde: ed intorno a noi dobbiamo organizzare, in associazioni larghe, aperte, quanti più lavoratori è possibile, accettandoli quali essi sono e sforzandoci di farli progredire il più che si può.

Come lavoratori noi dobbiamo essere sempre e dappertutto coi nostri compagni di fatica e di miseria.

Ricordiamoci che il popolo di Parigi incominciò a domandare pane al re fra applausi e lacrime di tenerezza, e due anni dopo,avendone, come era naturale, ricevuto piombo invece di pane lo aveva già decapitato. E ieri ancora il popolo di Sicilia è stato sul punto di fare la rivoluzione pur plaudendo al re ed a tutta la sua famiglia.

Quegli anarchici che hanno combattuto e ridicolizzato il movimento dei “fasci”, perché essi non erano organizzati come vorremmo noi, perché spesso si intitolavano da “Maria Immacolata” Perché avevano nelle loro sale il busto di Cario piuttosto che quello di Bakunin, ecc.  avere né senso né spirito rivoluzionario.

Noi non siamo teneri, oh! no, per coloro che corrompono tutto col veleno parlamentare, che tutto riducono a questione di candidature e che (in buona o in mala fede, non importa) vorrebbero fare del popolo un gregge volante. Ma non è fare il giunco di questi aspiranti deputati, e, peggio ancora, non è fare il giunco della borghesia e del governo il predicare il disgrega mento ed il lasciare in mano loro tutte le forze organizzate de proletariato?

Ravvediamoci. Il momento è solenne. Noi siam giunti ad uno di quei momenti critici della storia umana, che decidono di tutto un nuovo periodo. Da noi, che abbiamo scritto sulla nostra bandiera le parole redentrici ed inseparabili di socialismo e di anarchia, dipendono il successo e indirizzo del prossima rivoluzione.

 

 

c.    Il nostro compito[12]

 

(…) Che cosa dobbiamo fare per metterci in grado di fare la rivoluzione nostra, la rivoluzione contro ogni privilegio ed ogni autorità, e vincere?

La tattica migliore sarebbe di fare sempre e dappertutto la propaganda delle nostre idee; di sviluppare nei proletari, con tutti i mezzi possibili, lo spirito di associazione e di resistenza e di suscitare in loro sempre crescenti pretensioni; di combattere continuamente tutti i partiti borghesi e tutti i partiti autoritari restando indifferenti alle loro querele; di organizzarci fra quanti sono convinti e si van convincendo delle nostre idee, e provvederci dei mezzi materiali necessari alla lotta; e quando fossimo arrivati ad aver la forza sufficiente per vincere, insorgere da soli, per conto nostro esclusivo, per attuare tutto intero il nostro programma, o più propriamente per conquistare a ciascuno f intera libertà di sperimentare, praticare ed andare man mano modificando il modo di vita sociale ch’egli crede migliore.

Ma, purtroppo, questa tattica non può essere sempre rigorosamente seguita ed è impotente a raggiungere lo scopo. La propaganda non ha che un’efficacia limitata, e quando in un dato ambiente si sono assorbiti tutti gli elementi capaci per le loro condizioni morali e materiali di comprendere ed accettare un dato ordine d’idee, poco più si può fare colla parola e cogli scritti fino a che una trasformazione dell’ambiente non abbia sollevato un nuovo strato della popolazione alla possibilità di apprezzare quelle idee. L’efficacia dell’organizzazione operaia è essa pure limitata dalle ragioni stesse che si oppongono all’estendersi indefinito della propaganda; nonché da fatti economici e morali d’ordine generale che affievoliscono o neutralizzano del tutto gli effetti della resistenza dei lavoratori coscienti.

Una forte e vasta organizzazione nostra per la propaganda e per la lotta incontra mille ostacoli in noi stessi, nella nostra mancanza di mezzi e soprattutto nelle repressioni governative. Ed anche supponendo che fosse possibile col tempo di arrivare, per mezzo della propaganda e dell’organizzazione, ad aver la forza per fare la rivoluzione da noi, direttamente per il socialismo anarchico, si producono tutti i giorni, e ben prima che noi si sia giunti ad avere quella forza, delle situazioni politiche nelle quali siamo obbligati ad intervenire sotto pena non solo di rinunziare ai vantaggi che se ne possono ricavare, ma anche di perdere ogni influenza sul popolo, di distruggere una parte del lavoro e di rendere più difficile il lavoro futuro.

Il problema dunque è di trovare il mezzo per determinare per quanto sia in noi quelle modificazioni di ambiente necessarie al progresso della nostra propaganda e di. profittare delle lotte fra i vari partiti politici e di tutte le occasioni che si presentano senza rinunziare a nessuna parte del nostro programma ed in modo da facilitare ed avvicinare il trionfo.

In Italia, per esempio, la situazione è tale che è possibile, è probabile, in un tempo più o meno breve una insurrezione contro la Monarchia. Ma è certo d’altra parte che il risultato di questa prossima insurrezione non sarà il socialismo anarchico.

Dobbiamo noi prendere parte alla preparazione ed alla realizzazione di questa insurrezione e come?

Vi sono alcuni compagni i quali pensano che noi non abbiamo nessun interesse a mischiarci in un movimento, i1 quale lascerà intatta (istituzione della proprietà privata e servirà solo a sostituire un governo ad un altro, a fare cioè una repubblica, la quale non sarebbe meno borghese e meno oppressiva di quello che è la monarchia. Lasciamo, essi dicono, che i borghesi e gli spiranti al governo si rompano le corna tra di loro, e noi continuiamo per la nostra strada, facendo sempre la propaganda anti‑proprietaria ed anti‑autorítaria.

Ora la conseguenza di questa astensione sarebbe, prima di tutto che (insurrezione senza il contingente delle nostre forse avrebbe meno probabilità di vincere e quindi per causa nostra potrebbe trionfare la monarchia, la quale, massime in questo momenti che combatte per la vita ed è resa feroce dalla paura, preclude la via alla propaganda ed a qualsiasi progresso. Di più, facendosi il movimento senza il nostro concorso, noi non avremmo nessuna influenza sugli avvenimenti ulteriori, non potremmo cavar nulla dalle occasioni che si presentano sempre nel periodo di transizione tra un regime ed un altro, saremmo discreditati come partito di azione e non potremmo per lunghi anni fare alcuna cosa d’importanza.

Non è il caso di lasciare che i borghesi si battano tra di loro, perché in un movimento insurrezionale la forza, per lo meno materiale, è sempre il popolo che la dà, e se noi non siamo nel movimento dividendo coi combattenti i pericoli ed i successi e cercando di trasformare il moto politico in rivoluzione sociale, esso popolo non servirà che di strumento in mano agli ambiziosi che aspirano a dominarlo.

Invece, pigliando parte all’insurrezione (insurrezione che non avremmo la forza di far da noi soli) e pigliandovi la parte più grande possibile noi avremmo la simpatia del popolo insorto, e potremmo spingere le cose più avanti che si può.

Noi sappiamo benissimo, e non cessiamo mai di dirlo e di dimostrarlo, che repubblica e monarchia si equivalgono e che tutti i governi hanno un’eguale tendenza ad allargare il loro potere e ad opprimere sempre più i governati. Ma sappiamo pure che più un governo è debole, che più è forte la resistenza ch’esso incontra nel popolo, e più grande la libertà più è grande la possibilità i progredire. Contribuendo in modo efficace alla caduta della monarchia noi potremmo opporci con più o meno efficacia alla costituzione o alla consolidazione di una repubblica, potremmo restare armati e negare ubbidienza al nuovo governo come potremmo qua e là fare dei tentativi di espropriazione e di organizzazione anarchica e comunista della società. Noi potremmo impedire che la rivoluzione si arresti al suo primo passo e che le energie popolari, svegliate dall’insurrezione, si addormentìno di nuovo. Tutte cose che non potremmo fare, per ovvie ragioni di psicologia popolare, intervenendo dopo: quando l’insurrezione contro la monarchia si fosse fatta ed avesse vinto senza di noi.

Spinti da queste ragioni, altri compagni vorrebbero che noi lasciassimo da parte per il momento la propaganda anarchica e ci occupassimo solo della lotta contro la monarchia, per poi ad insurrezione vinta ricominciare il nostro lavoro speciale di anarchici. E non pensano che se noi ci confondessimo oggi coi repubblicani, lavoreremmo a beneficio della prossima repubblica, disorganizzeremmo le nostre file, confonderemmo la mente dei nostri, e non avremmo poi, quando vorremmo, la forza d’impedire che la repubblica si faccia e si fortifichi.

Fra questi due errori opposti, la via che dobbiamo seguire ci pare chiara.

Noi dobbiamo concorrere con i repubblicani, con i socialisti democratici e con qualsiasi partito antimonarchico ad abbattere la monarchia: ma dobbiamo concorrervi come anarchici, per gli interessi dell’anarchia senza scompaginare le nostre forze e confonderle con quelle degli altri, e senza prendere nessun impegno che vada oltre della cooperazione nell’azione militare.

Così solo possiamo, secondo noi, avere, nei prossimi avvenimenti, tutti i vantaggi di un’alleanza cogli altri partiti antimonarchici senza rinunziare a nessuna parte del nostro programma.

 

 

 

 

 

 

 


 

4. L’ORGANIZZAZIONE DEGLI ANARCHICI

 

 

 

a.              Occorre dividerci . . . per poi riunirci[13]

 

Io tiro avanti aspettando il momento in cui potrò spiegare, nel modo in cui credo utile, la mia attività e preparandoci come meglio posso.

Questi giorni sono stato sul punto di partire per l’Italia; ma subito le cose si sono calmate ed io ho rinunziato a fare un viaggio che, secondo tutte le probabilità, si sarebbe ridotto ad una semplice gita di piacere ... o di dispiacere. Naturalmente, se ulteriori notizie mi persuaderanno che c’è da fare, vado subito.

Disgraziatamente noi siamo ridotti in condizioni di non poter nulla fare, nulla iniziare da noi e dobbiamo aspettare o l’iniziativa di altri partiti o il concorso di circostanze completamente indipendenti da noi.

E ancora, quando queste iniziative o queste circostanze si presentano noi ci troviamo impreparati, disaccordi tra noi, impotenti ‑ e lasciamo che il buon momento passi, senza aver fatto nulla.

Come uscire da questa situazione? come ridiventare un partito che agisce e fa sentire la sua influenza sul corso degli avvenimenti?

Ecco il problema. Ma per risolverlo bisogna innanzi tutto intendersi sul significato di questo “noi” che ripetiamo così spesso, senza sapere che vi è compreso e chi ne è escluso.

Oggi siamo in tanti a chiamarci anarchici, ma v’è spesso tra un anarchico e l’altro tanta differenza che ogni intesa è impossibile e sarebbe assurda. Sicché invece di cooperare insieme allo stesso scopo, non riusciamo che a combatterci ed a paralizzarci gli uni gli altri.

Bisogna innanzi tutto dividerci per poi riunire insieme quelli che sono d’accordo ed hanno un terreno comune di azione.

Sono degli anni che son convinto di questo bisogno e che lo vado ripetendo; ma finora non sono riuscito a nulla.

È incapacità mia? È colpa delle circostanze? Forse c’è un po’ dell’uno e un po’ dell’altro. Io non ho perduto però la speranza di vedere iniziato un nuovo movimento che avesse in sé le condizioni di vita e di successo che sono mancate a quel movimento che noi stessi iniziammo un 20 o 25 anni or sono e che ora, secondo me, sta agonizzando.

Questo per la questione generale. In quanto al caso speciale dell’Italia in questo momento, a me pare che se i repubblicani volessero agire, noi non potremmo far di meglio che far massa con loro. Una volta rotto il sonno in cui l’Italia pare caduta, potremmo rialzare la nostra bandiera e continuare la lotta a modo nostro e per i nostri ideali.

 

 

 

 

b.    Organizzatori e antiorganizzatori[14]

 

Sono degli anni che si fa tra gli anarchici un gran discutere su questa questione. E, come avviene spesso, quando si piglia passione in una discussione ed alla ricerca della verità subentra i] puntiglio di aver ragione, o quando le discussioni teoriche non sono che un tentativo per giustificare una condotta pratica ispirata da altri motivi, si è prodotta una grande confusione d’idee e di parole.

Ricordiamo di passaggio, tanto per sbarazzarcene, le semplici questioni di parole, che a volte han raggiunto le più alte cime del ridicolo, come per esempio: “noi non vogliamo 1’organizzazione ma l’armonizzazione “siamo contrari all’associazione, ma ammettiamo l’intesa”noi non vogliamo segretario e cassiere, perché sono cose autoritarie, ma incarichiamo un compagno di tenere la corrispondenza, ed un altro di custodire il denaro “ ‑ e passiamo alla discussione seria.

Vi sono tra coloro che rivendicano, con aggettivi vari o senza aggettivi, il nome di anarchici, due frazioni: i partigiani e gli avversari dell’organizzazione.

Se non possiamo riuscire a metterci d’accordo, cerchiamo almeno di comprenderci.

E prima di tutto distinguiamo, poiché la questione è triplice: (organizzazione in generale come principio e condizione di vita sociale, oggi e nella società futura; l’organizzazione del partito anarchico; e l’organizzazione delle forze popolari e specialmente quella delle masse operaie per la resistenza contro il governo e contro il capitalismo.

La necessità dell’organizzazione nella vita sociale, e quasi direi la sinonimia tra organizzazione e società, è cosa tanto evidente che si stenta a credere come si sia potuta negare.

Per rendersene conto bisogna ricordare quale è la funzione specifica, caratteristica del movimento anarchico, e come gli uomini e i partiti sono soggetti a lasciarsi assorbire dalla questione che più direttamente li riguarda, dimenticando tutte le questioni connesse, a guardare più la forma che la sostanza, infine a vedere le cose da un lato solo e perdere così la giusta nozione della realtà.

Il movimento anarchico cominciò come reazione contro lo spirito di autorità, dominante nella società civile, nonché in tutti i partiti e tutte le organizzazione operaie, e si è andato ingrossando man mano di tutte le rivolte sollevatesi contro le tendenze autoritarie ed accentratrici.

Era naturale quindi che molti anarchici fossero come ipnotizzati da questa lotta contro l’autorità e che, credendo, per 1’ influenza dell’educazione autoritaria ricevuta, che l’autorità è (anima della organizzazione sociale, per combattere quella combattessero e negassero questa.

E veramente l’ipnotizzazione arrivò al punto da far sostenere cose veramente incredibili.

Si combatte ogni sorta di cooperazione e di intesa, ritenendo che l’associazione era l’antitesi dell’anarchia, si sostenne che senza accordi, senza obblighi reciproci, facendo ognuno quello che gli passa per il capo senza nemmeno informarsi di quello che fa l’altro, tutto si sarebbe spontaneamente armonizzato; che anarchia significa che ogni uomo deve bastare a sé stesso e farsi da sé tutto quello che gli occorre senza scambio e senza lavoro associato; che le ferrovie potevano funzionare benissimo senza organizzazione, anzi che questo avveniva di già in Inghilterra (!); che la posta non era necessaria e che chi a Parigi voleva scrivere una lettera a Pietroburgo ... se la poteva portare da sé (!!), ecc. ecc.

Ma queste sono sciocchezze, si dirà, e non vale la pena di rilevarle.

Si, ma queste sciocchezze sono state dette, stampate propagate: sono state accolte da gran parte del pubblico come l’espressione genuina delle idee anarchiche; e servono sempre come armi di combattimento agli avversari, borghesi e non borghesi, che vogliono aver di noi una facile vittoria. E poi quelle sciocchezze non mancano del loro valore, in quanto sono la conseguenza di certe premesse e possono servire di riprova sperimentali della verità o meno di quelle premesse. sono la conseguenza logica di certe premesse e possono servire di riprova sperimentale della verità o meno di quelle premesse.

Alcuni individui, di mente limitata ma forniti di potente spirito logico, quando hanno accettato delle premesse ne tirano tutte le conseguenze fino all’ultimo, e, se così vuole la logica, arrivano senza scomporsi alle più grandi assurdità, alla negazione dei fatti più evidenti. Ve ne sono bensì altri più colti e di spirito più largo, che trovan sempre modo di arrivare a conclusioni più o meno ragionevoli, anche a costo di strapazzare la logica; e per questi gli errori teorici hanno poca o nessuna influenza sulla condotta pratica. Ma insomma, fino a che non si rinunzia a certi errori fondamentali, si è sempre minacciati dai sillogizzatori ad oltranza, e si torna sempre da capo.

E (errore fondamentale degli anarchici avversari dell’organizzazione è il credere che non sia possibile organizzare senza autorità ‑ ed il preferire, ammessa quella ipotesi, piuttosto rinunziare a qualsiasi organizzazione che accettare la minima autorità.

Ora, che l’organizzazione, vale a dire (associazione per uno scopo determinato e colle forme ed i mezzi necessari a conseguire quel fine, sia una cosa necessaria alla vita sociale ci pare evidente. L’uomo isolato non può vivere nemmeno la vita del bruto: esso è impotente, salvo nelle regioni tropicali e quando la popolazione è eccessivamente rada, a procurarsi il nutrimento; e lo è sempre, senza eccezioni, ad elevarsi ad una vita alcun poco superiore a quella degli animali. Dovendo perciò unirsi cogli altri uomini, anzi trovandosi unito in conseguenza della evoluzione antecedente della specie, esso deve, o subire la volontà degli altri (essere schiavo), o imporre la volontà Propria agli altri (essere un’autorità), o vivere cogli altri in fraterno accordo in vista del maggior bene di tutti (essere un associato). ‑Nessuno può esimersi da questa necessità; ed i più eccessivi antiorganizzatori non solo subiscono l’organizzazione generale della società in cui vivono, ma anche negli atti volontari della loro vita, anche nelle loro rivolte contro l’organizzazione si uniscono, si dividono il compito, si organizzano con quelli con cui vanno d’accordo e utilizzano i mezzi che la società mette a loro disposizione ... sempre, s’intende, che si tratti di cose volute e fatte davvero e non di vaghe aspirazioni platoniche, di sogni sognati.

Anarchia significa società organizzata senza autorità, intendendosi per autorità la facoltà di imporre la propria volontà e non già il fatto inevitabile e benefico che chi meglio intende e sa fare una cosa riesce più facilmente a far accettare la sua opinione, e serve di guida, in quella data cosa, ai meno capaci di lui.

Secondo noi (autorità non solo non è necessaria all’organizzazione sociale, ma, lungi dal giovarle, vive su di essa da parassita, ne inceppa (evoluzione e volge i suoi vantaggi a profitto speciale di una data classe che sfrutta ed opprìme le altre. Fino a che in una collettività vi è armonia d’interessi, fino a che nessuno ha voglia o modo di sfruttare gli altri, non v’è traccia d’autorità: quando viene la lotta intestina e la collettività si divide in vincitori e vinti, allora sorge l’autorità, la quale naturalmente è devoluta ai più forti e serve a confermare, perpetuare ed ingrandire la loro vittoria.

Crediamo così, e perciò siamo anarchici: cha se credessimo che non vi possa essere organizzazione senza autorità, noi saremmo autoritari, perché preferiremmo ancora l’autorità, che inceppa ed addolora la vita, alla disorganizzazione che la rende impossibile.

Del resto, quel che saremmo noi importa poco. Se fosse vero che il macchinista ed il capotreno ed i capiservizio debbano per forza essere delle autorità, anziché dei compagni che fanno per tutti un determinato lavoro, il pubblico amerebbe sempre piuttosto subire la loro autorità che viaggiare a piedi. Se il mastro di posta non potesse non essere un’autorità, ogni uomo sano di mente sopporterebbe l’autorità del mastro di posta, piuttosto che portar da sé le proprie lettere.

E allora ... l’anarchia sarebbe il sogno di alcuni, ma non potrebbe realizzarsi mai.

 

 

c.    Necessità dell’organizzazione[15]

 

Ammessa possibile l’esistenza di una collettività organizzata senza autorità, cioè coazione ‑ e per gli anarchici è necessarioammetterlo perché altrimenti l’anarchia non avrebbe senso passiamo a parlare dell’organizzazione del partito anarchico.

Anche in questo caso l’organizzazione ci sembra utile e necessaria. Se partito significa l’insieme d’individui che hanno uno scopo comune e si sforzano di raggiungere questo scopo, è naturale ch’essi s’intendano, uniscano le loro forze, si dividano il lavoro e prendano tutte le misure stimate atte a raggiungere quello scopo. Restare isolati, agendo o volendo agire ciascun per conto suo senza intendersi con altri, senza prepararci, senza unire in un fascio potente le deboli forze dei singoli, significa condannarsi all’impotenza, sciupare la propria energia in piccoli atti senza efficacia e ben presto perdere la fede nella meta e cadere nella completa inazione.

Ma anche qui la cosa ci sembra talmente evidente che, invece di insistere nella dimostrazione diretta, cercheremo di rispondere agli argomenti degli avversari dell’organizzazione

E prima di tutto ci si presenta l’obbiezione, diremo così, pregiudiziale. “Ma di quale partito ci parlate?”, essi dicono, “noi non siamo un partito, noi non abbiamo programma”.

E con questa forma paradossale essi intendono dire che le idee progrediscono e cambiano continuamente e che essi non vogliono accettare un programma fisso, che può essere buono oggi, ma che sarà certamente superato domani.

Ciò sarebbe perfettamente giusto se si trattasse di studiosi che cercano il vero senza curarsi delle applicazioni pratiche. Un matematico, un chimico, un psicologo, un sociologo possono dire di non aver programma o di non avere che quello di ricercare la verità: essi vogliono conoscere, non vogliono fare qualche cosa.

Ma anarchia e socialismo non sono delle scienze: sono dei propositi, dei progetti che anarchici e socialisti vogliono mettere in pratica e che perciò hanno bisogno di essere formulati in programmi determinati. La scienza e l’arte delle costruzioni progrediscono tutti i giorni; ma un ingegnere che vuol costruire, o anche demolire qualche cosa, deve fare il suo piano, raccogliere i suoi mezzi di azione e agire come se scienza ed arte si fossero arrestate al punto ove egli le trova quando dà principio ai suoi lavori. Può benissimo avvenire che egli possa utilizzare delle nuove acquisizioni fatte nel corso del lavoro senza rinunciare alla parte essenziale del suo piano; e può darsi anche che le nuove scoperte ed i nuovi mezzi creati dall’industria siano tali che egli verga la necessità di abbandonare tutto e ricominciare da capo. Ma ricominciando, avrà bisogno di fare un nuovo piano basato su quello che si conosce e si possiede fino a quel momento, e non potrà concepire e mettersi ad eseguire una costruzione amorfa, con materiali non composti, per il motivo che domani la scienza potrebbe suggerire delle forme migliori e l’industria fornire dei materiali meglio composti.

Noi intendiamo per partito anarchico l’insieme di quelli che vogliono concorrere ad attuare l’anarchia, e che perciò han bisogno di fissarsi uno scopo da raggiungere ed una via da percorrere; e lasciamo volentieri alle loro elucubrazioni trascendentali gli amatori della verità assoluta e del progresso continuo, che non cimentando mai le loro idee alla prova dei fatti finiscono poi col far nulla e scoprir meno.

L’altra obbiezione è che l’organizzazione crea dei capi, delle autorità. Se questo è vero, se è vero cioè che gli anarchici sono incapaci di riunirsi ed accordarsi tra di loro senza sottoporsi ad un’autorità, ciò vuol dire che essi sono ancora molto poco anarchici e che prima di pensare a stabilire l’anarchia nel mondo debbono pensare a rendersi capaci essi stessi di vivere anarchicamente. Ma il rimedio non starebbe già nelle non organizzazione, bensì nella cresciuta coscienza dei singoli membri.

Certamente se in un’organizzazione si lascia addosso a pochi tutto il lavoro e tutte le responsabilità, se si subisce quello che fanno i pochi senza metter mano all’opera e cercar di far meglio, quei pochi finiranno, anche se non lo vogliono, col sostituire la propria volontà a quella della collettività. Se in un’organizzazione i membri tutti non si curano di pensare, di voler capire, di farsi spiegare quello che non capiscono, di esercitare sempre su tutto e su tutti le loro facoltà critiche, e lasciano a pochi il compito di pensare per tutti, quei pochi saranno i capi, le teste pensanti e dirigenti.

Ma, lo ripetiamo, il rimedio non sta nella non organizzazione. Al contrario, nelle piccole come nella grande società, a parte la forza brutale, di cui non può essere questione nel caso nostro, l’origine e la giustificazione dell’autorità sta nella disorganizzazione sociale. Quando una collettività ha un bisogno ed i suoi membri non sanno organizzarsi spontaneamente da loro stessi per provvedervi, sorge qualcuno, un’autorità, che provvede a quel bisogno servendosi delle forze di tutti e dirigendole a sua voglia. Se le strade sono mal sicure ed il popolo non sa provvedere, sorge una polizia che, per qualche servizio che rende, si fa sopportare e pagare, e s’impone e tiranneggia; se v’è bisogno di un prodotto, e la collettività non sa intendersi coi produttori lontani per farselo mandare in cambio di prodotti del paese, vien fuori il mercante che profitta del bisogno che hanno gli uni di vendere e gli altri di compare, ed impone i prezzi che vuole ai produttori ed ai consumatori.

Vedete che cosa è sempre successo in mezzo a noi: meno siamo stati organizzati più ci siamo trovati alla discrezione di qualche individuo. Ed è naturale che così fosse.

Noi sentiamo il bisogno di stare in rapporto coi compagni delle altre località, di ricevere e di dare notizie, ma non possiamo ciascuno individualmente corrispondere con tutti i compagni. Se siamo organizzati, incarichiamo dei compagni di tenere la corrispondenza per conto nostro, li cambiamo se essi non ci soddisfano, e possiamo stare al corrente senza dipendere dalla buona grazia di qualcuno per avere una notizia; se invece siamo disorganizzati, vi sarà qualcuno che avrà i mezzi e la voglia di corrispondere e accentrerà nelle sue mani tutte le relazioni, comunicherà le notizie secondo che gli pare ed a chi gli pare, e, se ha attività ed intelligenza sufficienti, riuscirà a nostra insaputa a dare al movimento l’indirizzo che vuole senza che a noi, alla massa del partito, resti alcun mezzo di controllo, e senza che nessuno abbia il diritto di lagnarsi, poiché quell’individuo agisce per conto suo, senza mandato di alcuno e senza dover rendere conto ad alcuno del proprio operato.

Noi sentiamo il bisogno di avere un giornale. Se siamo organizzati potremo riunire i mezzi per fondarlo e farlo vivere, incaricare alcuni compagni di redigerlo, e controllarne l’indirizzo. 1 redattori del giornale gli daranno certamente, in modo più o meno spiccato, l’impronta della loro personalità, ma saranno sempre gente che noi abbiamo scelta e che possiamo cambiare se non ci accontenta. Se invece siamo disorganizzati, qualcuno che ha sufficiente spirito d’intrapresa farà il giornale per conto proprio: egli troverà in mezzo a noi i corrispondenti, i distributori, i sottoscrittori, e ci farà concorrere ai suoi fini senza che noi li sappiamo o vogliamo; e noi, come è spesso avvenuto, accetteremo o sosterremo quel giornale anche se non ci piace, anche se troviamo che è dannoso alla causa, perché saremo impotenti a farne uno che rappresenti meglio le nostre idee.

Cosicché l’organizzazione, lungi dal creare l’autorità, è il solo rimedio contro di essa ed il solo mezzo perché ciascun di noi si abitui a prender parte attiva e cosciente nel lavoro collettivo, e cessi di essere strumento passivo in mano dei capi.

Che se poi non si fa nulla di nulla e tutti restano nell’inazione completa, allora certamente non vi saranno né capi né gregari, né comandanti né comandati, ma allora finiranno la propaganda, il partito, ed anche le discussioni intorno all’organizzazione... e questo, speriamo, non è l’ideale di nessuno.

Ma un’organizzazione, si dice, suppone l’obbligo di coordinare la propria azione e quella degli altri, quindi viola la libertà, inceppa l’iniziativa. A noi sembra che quello che veramente leva la libertà e rende impossibile l’iniziativa è l’isolamento che rende impotente. La libertà non è il diritto astratto, ma la possibilità di fare una cosa: questo è vero tra di noi, come è vero nella società generale. È nella cooperazione degli altri uomini che l’uomo trovai mezzi per esplicare la sua attività, la sua potenza d’iniziativa.

Certamente, organizzazione significa coordinazione di forze ad uno scopo comune ed obbligo negli organizzati di non fare cosa contraria allo scopo. Ma quando si tratta di organizzazioni volontarie, quando coloro che stanno nella stessa organizzazione hanno veramente lo stesso scopo e sono partigiani degli stessi mezzi, l’obbligo reciproco che impegna tutti riesce vantaggioso per tutti; e se qualcuno rinunzia a qualche sua idea particolare in omaggio all’unione, ciò vuol dire che trova più vantaggioso rinunziare ad un’idea, che d’altronde da solo non potrebbe attuare, anziché privarsi della cooperazione degli altri nelle cose ch’egli crede di maggiore importanza.

Se poi un individuo trova che nessuna delle organizzazioni esistenti accetta le sue idee ed i suoi metodi in ciò che hanno di essenziale, e che in nessuna potrebbe esplicare la sua individualità come egli l’intende; allora farà bene a restarne fuori; ma allora, se non vuole rimanere inattivo ed impotente, deve cercare altri individui che pensano come lui e farsi iniziatore di una nuova organizzazione.

Un’altra obiezione, ed è l’ultima di cui ci intratterremo, è che essendo organizzati siamo più esposti alle persecuzioni del governo.

A noi pare invece che quando più si è uniti tanto più ci si può difendere efficacemente. Ed infatti ogni volta che le persecuzioni ci han sorpresi mentre eravamo disorganizzati ci hanno completamente sbaragliati ed hanno ridotto a nulla il nostro lavoro antecedente; mentre quando e dove eravamo organizzati ci hanno fatto più bene che male. Ed è lo stesso anche per quel che riguarda l’interesse personale dei singoli: basti l’esempio delle ultime persecuzioni che hanno colpito gli isolati tanto quanto gli organizzati e forse anche più gravemente. Questo, s’intende, per quelli che, isolati o no, fanno almeno la propaganda individuale; ché per quelli che non fanno nulla e tengono ben nascoste le loro convinzioni, certamente il pericolo è poco, ma è anche meno l’utilità che danno alla causa.

Il solo risultato, dal punto di vista delle. persecuzioni, che si ottiene stando disorganizzati, si è di autorizzare il governo e negarci il diritto di associazione ed a rendere possibili quei mostruosi processi per associazione a delinquere, che esso non oserebbe fare contro la gente che afferma altamente, pubblicamente, il diritto e il fatto di stare associata, o che, se il governo l’osasse, risulterebbero a scorno suo e a vantaggio della propaganda.

Del resto, è naturale che l’organizzazione prenda le forme che le circostanze consigliano ed impongono. L’importante non è tanto l’organizzazione formale, quanto lo spirito di organizzazione. Possono esservi dei casi in cui per l’imperversare della reazione, sia utile sospendere ogni corrispondenza, cessare da ogni riunione: sarà sempre un danno, ma se la voglia di essere organizzati sussiste, se resta vivo lo spirito di associazione, se il periodo antecedente di attività coordinata avrà moltiplicate le relazioni personali, prodotte solide amicizie e creato un vero accordo d’idee e di condotta tra i compagni, allora il lavoro degl’individui anche isolati concorrerà allo scopo comune, e presto si troverà modo di riunirsi di nuovo e riparare al danno subito.

Noi siamo come un esercito in guerra e possiamo, secondo il terreno e secondo le misure prese dal nemico, combattere in grandi masse o in ordine sparso: l’essenziale è che ci consideriamo sempre membri dello stesso esercito, che ubbidiamo tutti alle stesse idee direttive e siamo sempre pronti a riunirci in colonne compatte quando occorre e si può.

Tutto questo che abbiamo detto è per quei compagni che realmente sono avversari del principio di organizzazione. A quelli poi che combattono l’organizzazione solo perché non vogliono entrare, o non sono accettati, in una determinata organizzazione, e perché non simpatizzano con gli individui che ne fanno parte, noi diciamo: fate da voi, con quelli che sono d’accordo con voi, un’altra organizzazione. Noi ameremmo certo poter andare tutti d’accordo e riunire in un fascio potente tutte quante le forze dell’anarchismo; ma non crediamo nella solidità delle organizzazioni fatte a forza di concessioni e di sottintesi e dove non v’è tra i membri accordo e simpatia reali. Meglio disuniti che malamente uniti. Pero vorremmo che ciascuno si unisse coi suoi amici e non vi fossero forze isolate, forze perdute.

 

 

 

 

d.    L’organizzazione come condizione della vita sociale[16]

 

L’organizzazione, che poi non è altro che la pratica della cooperazione e della solidarietà, è condizione naturale, necessaria della vita sociale: è un fatto ineluttabile che s’impone a tutti, tanto nella società umana in generale, quanto in qualsiasi gruppo di persone che hanno uno scopo comune da raggiungere.

Non volendo e non potendo l’uomo vivere isolato, anzi non potendo esso diventare veramente uomo e soddisfare i suoi bisogni materiali é morali se non nella società e colla cooperazione dei suoi simili, avviene fatalmente che quelli che non hanno i mezzi o la coscienza abbastanza sviluppata per organizzarsi liberamente con coloro con cui hanno comunanza d’interessi e di sentimenti, subiscono l’organizzazione fatta da altri individui, generalmente costituiti in classe o gruppo dirigente, allo scopo di sfruttare a proprio vantaggio il lavoro degli altri. E 1’ oppressione millenaria delle masse da parte di un piccolo numero di privilegiati è stata sempre la conseguenza della incapacità della maggior parte degl’individui di accordarsi, di organizzarsi con gli altri lavoratori per la produzione, per il godimento e per la eventuale difesa contro chi volesse sfruttarli ed opprimerli.

Per rimediare a questo stato di cose è sorto l’anarchismo, il cui principio fondamentale è l’organizzazione libera, fatta e mantenuta dalla libera volontà degli associati senza nessuna specie di autorità, cioè senza che nessuno abbia il diritto di imporre agli altri la propria volontà. Ed è quindi naturale che gli anarchici cerchino di applicare nella loro vita privata e di partito quello stesso principio, su cui, secondo loro, dovrebbe essere fondata tutta quanta la società umana.

Da certe polemiche può sembrare che vi siano degli anarchici refrattari, ad ogni organizzazione; ma in realtà le molte, le troppe discussioni che si fanno tra noi sull’argomento, anche se oscurate da questioni di parole, o avvelenate da questioni personali, in fondo riguardano il modo e non già il principio di organizzazione. Così avviene che dei compagni che a parole sono i più avversi all’organizzazione, quando vogliono davvero fare qualche cosa, si organizzano come, e spesso meglio degli altri. La questione, ripeto, sta tutta nel modo.

lo credo soprattutto necessario, urgente, che gli anarchici s’intendano, si organizzino il più ed il meglio possibile per influire sulla via che seguono le masse nelle loro lotte per i miglioramenti e l’emancipazione.

Oggi la più grande forza di trasformazione sociale è il movimento operaio (movimento sindacale), e dal suo indirizzo dipende in gran parte il corso che prenderanno gli avvenimenti e la mèta a cui arriverà la prossima rivoluzione. Per mezzo delle organizzazioni, fondate per la difesa dei loro interessi, i lavoratori acquistano la coscienza dell’oppressione in cui giacciono e dell’antagonismo che li divide dai loro padroni, incominciano ad aspirare ad una vita superiore, si abituano alla lotta collettiva ed alla solidarietà, e possono riuscire e conquistare quei miglioramenti che sono compatibili con la persistenza del regime capitalistico e statale. Dopo, quando il conflitto diventa insanabile, viene o la rivoluzione, o la reazione. Gli anarchici debbono riconoscere l’utilità e l’importanza del movimento sindacale, debbono favorirne lo sviluppo, e farne una delle leve della loro azione, facendo tutto quello che possono perché esso, in cooperazione colle altre forze di progresso esistenti, sbocchi in una rivoluzione sociale che porti alla soppressione delle classi, alla libertà totale, all’eguaglianza, alla pace ed alla solidarietà fra tutti gli esseri umani. Ma sarebbe una grande e letale illusione il credere, come fanno molti, che il movimento operaio possa e debba da se stesso, in conseguenza della sua stessa natura, menare ad una tale rivoluzione. Al contrario, tutti i movimenti fondati sugl’interessi materiali ed immediati (e non si può fondare su altre basi un vasto movimento operaio), se manca il fermento, la spinta, l’opera concertata degli uomini d’idee, che combattono e si sacrificano in vista di un ideale avvenire, tendono fatalmente ad adattarsi alle circostanze, fomentano lo spirito di conservazione e la paura di cambiamenti in quelli che riescono ad ottenere condizioni migliori, e finiscono spesso col creare nuove classi privilegiate e servire a far sopportare e consolidare il sistema che si vorrebbe abbattere.

Di qui la necessità impellente di organizzazioni prettamente anarchiche che dentro, come fuori dei sindacati lottino per la realizzazione integrale dell’anarchismo e cerchino di sterilizzare tutti i germi di degenerazione e di reazione.

Ma è evidente che per conseguire i loro scopi le organizzazioni anarchiche debbono essere, nella loro costituzione e nel loro funzionamento, in armonia coi principi dell’anarchismo, e cioè che non siano in nessun modo inquinate da spirito autoritario, che sappiano conciliare la libera azione degl’individui con la necessità ed il piacere della cooperazione, che servano a sviluppare la coscienza e la capacità d’iniziativa dei loro membri, e siano un mezzo educativo per l’ambiente in cui operano ed una preparazione morale e materiale per l’avvenire che desideriamo.

 

 

e.     Caratteri dell’organizzazione antiautoritaria[17]

 

Un’organizzazione anarchica deve essere fondata secondo me (sulle seguenti basi). Piena autonomia, piena indipendenza e quindi piena responsabilità, degl’individui e dei gruppi; accordo libero tra quelli che credono utile unirsi per cooperare ad uno scopo comune; dovere morale di mantenere gl’impegni presi e di non far nulla che contraddica al programma accettato. Su queste basi si adottano poi le forme pratiche, gli strumenti adatti per dar vita reale all’organizzazione. Quindi i gruppi, le federazioni di gruppi, le federazioni di federazioni, le riunioni, i congressi, i comitati incaricati della corrispondenza o altro. Ma tutto questo deve esser fatto liberamente in modo da non inceppare il pensiero e l’iniziativa dei singoli, e solo per dare maggiore portata agli sforzi che, isolati, sarebbero impossibili o di poca efficacia.

Così i congressi in un’organizzazione anarchica, pur soffrendo come corpi rappresentativi di tutte le imperfezioni che non fanno la legge, non impongono agli altri le proprie deliberazioni. Essi servono a mantenere ed aumentare i rapporti personali fra i compagni più attivi, a riassumere e fomentare gli studi programmatici sulle vie e sui mezzi d’azione, e far conoscere a tutti le situazioni delle diverse regioni e l’azione che più urge in ciascuna di esse, a formulare le varie opinioni correnti tra gli anarchici e farne una specie di statistica ‑ e le loro decisioni non sono regole obbligatorie, ma suggerimenti, consigli, proposte da sottoporre a tutti gli interessati, e non diventano impegnative ed esecutive se non per quelli che le accettano e finche le accettano. Gli organi amministrativi che essi nominano ‑ Commissione di corrispondenza, ecc. ‑ non hanno nessun potere direttivo, non prendono iniziative se non per conto di chi quelle iniziative sollecita ed approva e non hanno nessuna autorità, per imporre le proprie vedute, che essi possono certamente sostenere e propagare come gruppi di compagni, ma non possono presentare come opinione ufficiale dell’organizzazione. Essi pubblicano le risoluzioni dei congressi e le opinioni e le proposte che gruppi e individui comunicano loro; e servono, per chi se ne vuol servire, a facilitare le relazioni fra i gruppi e la cooperazione tra quelli che son d’accordo sulle varie iniziative: libero chi crede di corrispondere direttamente con chi vuole, o di servirsi di altri comitati nominati da speciali aggruppamenti.

In un’organizzazione anarchica i singoli membri possono professare tutte le opinioni e usare tutte le tattiche che non sono in contraddizione coi principi accettati e non nuocciono all’attività degli altri. In tutti i casi una data organizzazione dura fino a che le ragioni di unione sono superiori alle ragioni di dissenso: altrimenti si scioglie e lascia luogo ad altri aggruppamenti più omogenei.

Certo la durata, la permanenza di un’organizzazione è condizione di successo nella lunga lotta che dobbiamo combattere e d’altronde è naturale che qualunque istituzione aspira, per istinto, a durare indefinitivamente. Ma la durata di una organizzazione libertaria deve essere la conseguenza dell’affinità spirituale dei suoi componenti e dell’adattabilità della sua costituzione ai continui cambiamenti delle circostanze: quando non è più capace di compiere una missione utile meglio che muoia.

 


 

2. Antiparlamentarismo

ed elezionismo

 

 

 

 

1. LA TRUFFA PARLAMENTARE[18]

 

 

L’inefficienza dei parlamenti e i problemi del movimento operaio.

 

Il socialismo fin dal suo nascere, coll’arme della critica positiva, che si appoggia sui fatti e dei fatti cerca le cause e prevede le conseguenze, aveva fatto giustizia del suffragio universale e di tutta quanta la menzogna parlamentare. Che se non lo avesse fatto, esso non avrebbe avuto ragion di esistere come idea e partito nuovo: e si sarebbe confuso con l’assurda utopia liberale, che aspetta l’armonia, la pace, ed il benessere generale della lotta, liberamente combattuta (sic), tra gente armata di tutta la ricchezza e di tutta la forza sociale e poveri derelitti cui manca il tozzo di pane.

Il socialismo, nell’accezione più larga e più autentica della parola, significa la società fatta strumento di libertà, di benessere e di sviluppo progressivo ed integrale per tutti i membri, per tutti quanti gli esseri umani. Partendo dalla verità fondamentale che l’evoluzione delle facoltà morali ed intellettuali presuppone la soddisfazione dei bisogni materiali, e che non può esservi libertà dove non v’è uguaglianza e solidarietà, esso riconobbe che la servitù in tutte le sue forme, politica, morale e materiale, deriva dalla dipendenza economica del lavoratore dai detentori della materia prima e degli strumenti da lavoro. E dopo aver cercato a tentoni la sua strada, e prodotta una serie di progetti artificiosi ed utopistici, trovò infine la sua base saldissima nel principio, scientificamente dimostrato, della giustizia, utilità e necessità della socializzazione della ricchezza e del potere.

Trovato il fine, urgeva occuparsi delle vie e mezzi per raggiungerlo. E non appena il socialismo, uscito dal periodo della speculazione astratta, incominciò a penetrare in mezzo alle masse sofferenti ed a fare le sue prime armi nelle lotte pratiche della vita, i socialisti s’accorsero che si trovavano stretti in un cerchio di ferro, che solo poteva rompersi colla diretta azione delle masse.

Impossibile esser liberi (il socialismo lo aveva dimostrato) senza essere economicamente indipendenti; e d’altra parte, come si può arrivare all’indipendenza economica se si è schiavi?

Il popolo, spogliato di tutto ciò che la natura ha creato per il sostentamento dell’uomo e di tutto quello che il lavoro umano ha aggiunto all’opera della natura, dipende per la sua vita dal beneplacito dei proprietari e si trova ridotto dalla miseria all’avvilimento ed all’impotenza. E per consolidare e difendere questo stato di cose, stanno i governi con tutta la forza degli eserciti, delle polizie e delle finanze.

Quale mezzo legale di emancipazione, quando la legge è tutta quanta intesa a difendere lo stato di cose che si dovrebbero distruggere?

Non l’azione politica legale delle masse, che tutta si riassume nel voto, poiché quest’arma per avere un valore qualsiasi, suppone già nella maggioranza numerica del popolo quella coscienza ed indipendenza, che si tratta appunto di rendere possibile e di conquistare. E d’altronde la borghese e per essa i governi non concedono il voto che quando si sono persuasi della sua innocuità, o quando, di fronte alla attitudine minacciosa del popolo, lo considerano un mezzo opportuno per sviarlo ed addormentarlo, caso in cui sarebbe, da tutti i punti di vista, una sciocchezza il contentarsene. Concessolo, sanno giocarlo e dominarlo, e, se per avventura si mostrasse indocile, possono sopprimerlo. Al popolo non resta altra risorsa che quella della rivoluzione, che il voto avrebbe dovuto rendere inutile.

Non gli espedienti economici legali – mutuo soccorso, risparmio, cooperative, scioperi – poiché la potenza schiacciante e sempre crescente del capitale, appoggiata, ove occorra, dalla forza delle baionette, e le condizioni materiali e morali in cui essa ha ridotto il proletariato, li rendono dei mezzi impotenti, illusori, o semplicemente ridicoli.

Non vi sono dunque che due vie di uscita. O la rinuncia volontaria delle classi dominanti al possesso esclusivo della ricchezza ed a tutti i privilegi di cui godono sotto l’influenza dei buoni sentimenti che la propaganda socialista può far nascere in esse: oppure la rivoluzione, fazione diretta delle masse, eccitata e mossa dalla minoranza cosciente che si va organizzando nelle file del partito socialista.

La prima di queste vie, in cui dei generosi quanto ingenui filosofi credettero un momento, è dimostrata una speranza illusoria, nonché da tutta quanta la storia passata, dall’esperienza sanguinosa dei fatti contemporanei…

Restava la rivoluzione; e tutti i socialisti, che del socialismo non facevano un oggetto di distrazione contemplativa ma un programma pratico che volevano al più presto possibile vedere attuato, furono rivoluzionari.

I socialisti erano bensì divisi in due grandi frazioni rispondenti a due correnti d’idee. Gli uni, autoritari, volevano servirsi per emancipare il popolo dello stesso meccanismo che ora lo tiene sottomesso, e si proponevano la conquista del potere politico. Gli altri, gli anarchici, considerando che lo Stato non ha ragione di essere se non in quanto rappresenta e difende gli interessi d’una classe o di una consorteria e che scompare quando, per l’universalizzazione del potere e dell’iniziativa, si confonde colla totalità dei cittadini, si proponevano la distruzione del potere politico.

Gli uni volevano impadronirsi del governo e decretare, con forme e modi dittatoriali, la messa in comune del suolo e degli strumenti del lavoro ed organizzare dall’alto la produzione e distribuzione socialistica. Gli altri volevano abbattere simultaneamente potere politico e proprietà individuale, e organizzare la produzione, il consumo e tutta la vita sociale per mezzo dell’opera diretta e volontaria di tutte le forze e di tutte le capacità, che esistono nell’umanità e che cercano naturalmente di esplicarsi ed attuarsi.

Ma tutti, lo ripetiamo, volevano la rivoluzione, l’appello alla forza; e per maturare la rivoluzione volevano e praticavano la propaganda indefessa delle verità scoperte dal socialismo, l’organizzazione delle forze coscienti del proletariato…

La lotta sarebbe stata senza dubbio lunga e faticosa, ma la via era tracciata e si sarebbe arrivati direttamente alla vittoria piena e completa. Ma ecco che, contraddicendo a tutte le tendenze del programma ed alla propaganda che essi stessi avevano menato con zelo ed intelligenza, alcuni socialisti credettero bene di mettersi nelle vie tortuose e senza uscita del parlamentarismo.

Il socialismo, al principio deriso e negato, poscia combattuto con accanimento, già diventava potente assai perché i borghesi vi vedessero un pericolo serio ed una forza di cui bisognava contare. Gli uni, i soddisfatti, credettero opportuno aggiungere alle persecuzioni ed ai massacri l’arme della corruzione e dell’inganno; mentre gli altri, quelli che sotto il nome di democratici aspiravano ad impadronirsi del governo, pensarono a mistificarlo e servirsene.

D’altra parte vi erano dei socialisti i quali si trovarono disposti ad accordarsi a quella borghesia che fieramente avevano combattuta. O stanchi della lotta e domati dalle persecuzioni: o perché in essi il sentimento socialista e rivoluzionario non era in realtà mai penetrato al disotto dell’epidermide e spariva col raffreddarsi dei primi entusiasmi giovanili; o perché avevano immaginato che la vittoria fosse facile e vicina ed erano sconcertati dalla scoperta di ostacoli non sospettati, essi cercavano, forse anche senza rendersene conto esatto, un’occasione, un pretesto decente per piegare bandiera e farsi accogliere in mezzo al campo nemico…

Il terreno comune su cui si incontrarono i borghesi, che cercavano di corrompere, e quei socialisti, che cercavano di essere corrotti, fu l’urna elettorale. Né il danno sarebbe stato grande. Ma i traditori, gli ambiziosi e gli stanchi riuscirono purtroppo a trascinare all’urna molti buoni, che credevano sinceramente di acquistare una nuova arma di lotta contro la borghesia, e di avvicinare con quel mezzo l’avvenimento della rivoluzione.

Naturalmente per mascherare la manovra il passaggio si fece a gradi. A1 principio non s’infirmò nessuna delle conclusioni acquisite al programma socialista. L’espropriazione per mezzo della rivoluzione, si andava ripetendo, è l’unico mezzo per emanciparsi: il suffragio universale, la repubblica e tutte quante le riforme politiche lasciano il tempo che trovano e non sono che tranelli tesi all’ingenuità popolare. Però, s’insinuava dolcemente, qualche bene se ne può cavare: profittiamo di tutto, serviamoci come armi delle concessioni che possiamo strappare al nemico, allarghiamo il nostro campo d’azione, cessiamo dal roderci nella nostra impotenza, siamo pratici. E tosto si mise avanti il progetto di andare all’urna, scopo a cui tendeva ed in cui si riduceva tutto quel preteso allargamento di tattica. Ma siccome non s’osava ancora rinnegare tutto il detto sulla inutilità della lotta elettorale e sull’azione corruttrice dell’ambiente parlamentare, si disse che bisognava votare semplicemente per contarsi, quasi che fosse necessario andare all’urna e farsi contare dal nemico per giudicare dei progressi del partito. E per affettare scrupolosità si parlò di votare un bollettino in bianco, o per dei morti o per degli ineleggibili. Poi, senza aver l’aria di nulla, i morti diventarono vivi e gl’ineleggibili si trasformarono in persone che al parlamento potevano e volevano andarci e restarci. Ma non si osava ancora confessarlo: si trattava sempre di candidature di protesta: gli eletti non entrerebbero in parlamento, rifiuterebbero il giuramento là dove era richiesto, o c’entrerebbero per sputare in faccia alla borghesia l’infamia sua, e farsi scacciare come nemico che non transige. Poi nemmeno più questo. In parlamento bisognava andarci per profittare della tribuna parlamentare, per scoprire e denunciare al popolo i dietro scena della politica, per avere dei posti avanzati nel campo nemico, dei posti presi nella cittadella borghese.

Il deputato socialista non doveva essere legislatore, non doveva aver nessun legame coi deputati della borghesia, ma stare in parlamento come spettro minaccioso della rivoluzione sociale in mezzo a coloro che vivono dei sudori e del sangue del popolo.

Ma che!… oramai si stava sulla china e bisognava andare fino in fondo. Il partito rivoluzionario, che entrava in parlamento, doveva diventar riformista, e lo diventò.

L’emancipazione integrale, cominciarono a dire, è una bella cosa, ma è come il paradiso: una cosa lontana e che nessuno ha visto mai. Il popolo ha bisogno di miglioramenti immediati. Meglio poco che nulla. La rivoluzione sarà tanto più facile quanto più concessioni ci saranno strappate alla borghesia.

Senza contar quelli, pochi, del resto, che hanno saltato il fosso ed affermano addirittura che si può raggiungere lo scopo per evoluzione pacifica.

E s’invocò la scienza, quella povera scienza che s’accomoda a tutte le salse, per sofisticare all’infinito sul tema evoluzione e rivoluzione; quasichè vi fosse alcuno che neghi l’evoluzione, e la questione non fosse piuttosto sulla specie di evoluzione, che più corrisponde al fine socialista e che quindi i socialisti devono propugnare.

La rivoluzione non è essa stessa che un modo di evoluzione; modo rapido e violento, che si produce, spontaneo o provocato, quando i bisogni e le idee prodotte da una evoluzione precedente non trovano più possibilità di soddisfarsi, o quando i mezzi accaparrati da alcuno fanno sì che l’evoluzione oramai si svolgerebbe in senso regressivo, se non intervenisse a rimetterla in via una forza nuova: l’azione rivoluzionaria…

Non ritorneremo sulla impotenza del suffragio universale e del parlamentarismo a risolvere la questione sociale, né sulla futilità di tutte le riforme non fondate sull’abolizione della proprietà individuale, poiché questo deve essere già una cosa provata per chi è socialista; e noi in questo opuscolo non dobbiamo difendere i principi socialisti, ma supporli già dimostrati.

Però, siccome la ragione od il pretesto che serve a certi socialisti per pigliar parte alle elezioni e per farsi mandare al parlamento, è il vantaggio che ne potrebbe venire alla propaganda, noi insisteremo sul danno che invece la propaganda ne risente.

D’ordinario coloro che vantano l’utilità di avere dei socialisti nei parlamenti e negli altri corpi elettivi, ragionano come se per essere eletto bastasse il volerlo. Noi avremmo là, essi dicono, degli uomini che godrebbero del diritto di viaggiare gratis o di altri vantaggi economici, che permetterebbero loro di dedicarsi con maggiore efficacia alla propaganda; degli uomini che potrebbero osservar da vicino le magagne del mondo politico e denunziarle al pubblico, e che potrebbero, soprattutto, servirsi della tribuna parlamentare per difendere i principi socialisti, e costringere tutto il paese a studiarli e discutere. Perché rinunciare a questi benefizi?

Innanzi tutto v’è una pregiudiziale: conserveranno gli eletti il programma che avevano da candidati, e metteranno a difenderlo la stessa energia che vi mettevano prima? Certamente sarebbe bello, onorevole per la natura umana, il poter affermare che qualunque fossero le convinzioni di ciascuno ed il metodo di lotta prescelto, mai verrebbero meno la sincerità ed il coraggio. Ma la prova è fatta; e disgraziatamente, quando si pensa alla condotta ignobile e vile che man tenuto, in ogni dove, tutti, o quasi, i deputati socialisti, non è possibile serbare tali illusioni.

L’ambiente parlamentare corrompe, e l’operaio ed il rivoluzionario cessano di essere tali pel solo fatto di essere diventati deputati. Del resto non c’è da meravigliarsene.

Voi prendete un lavoratore, lo tirate fuori del suo ambiente, lo sottraete al lavoro, lo allontanate da voi, di cui egli vedeva e divideva la miseria, lo mandate in mezzo ai signori, in mezzo al bel mondo dove si gode e non si lavora, lo esponete a tutte le tentazioni: e poi vi meravigliate ch’egli si adatti ad un ambiente ben più confortante di quello in cui viveva prima, ch’egli cerchi di assicurarsi l’insolito benessere, e dimentichi presto o tardi i suoi fratelli di miseria e gl’impegni contratti con essi? Voi prendete un rivoluzionario abituato ad essere palleggiato di prigione in prigione, ne fate un legislatore; e poi siete sorpresi s’egli si lascia ammansire dal tepore di una libertà ed una sicurezza personali mai godute? E d’altronde, il sentimento dell’impotenza, in mezzo a gente assolutamente refrattaria alla sua influenza, non spingerà anche chi è perfettamente sincero, a far concessioni e transizioni, colla speranza di potere almeno ottenere qualche cosa?

Ma mettiamo pure che nessuno si corrompa, e che gli uomini siano tutti eroi… anche quelli che smaniano per esser deputati.

Però come si può riuscire a mandare dei socialisti al parlamento? La maggioranza degli elettori non è socialista, nemmeno a fabbricarsi un collegio elettorale apposta; che se lo fosse, allora non avrebbe bisogno di nominare dei deputati, ma potrebbe, anche quando tutte le altre circoscrizioni fossero reazionarie, in mille modi più efficaci attaccare il regime borghese ed essere un centro d’irradiazione socialista. Per formarsi dunque una maggioranza bisogna transigere, allearsi con questo o con quello, mistificare il programma, promettere riforme immediate, far credere una cosa a questo ed un’altra a quello, fare in modo che la borghesia vi tolleri, che il governo non vi combatta troppo acerbamente. E allora che diventa la propaganda socialista?

D’altra parte, siccome ogni uomo si stima onesto e quasi tutti si stimano capaci, così avviene che quasi ognuno che sa dire due parole, si considera in cuor suo deputabile quanto un altro; alla nobile ambizione di far il bene e di essere il primo nei rischi e nei sacrifici si sostituisce a poco a poco, col pretesto del bene generale, la bassa ambizione degli onori e dei privilegi; e nascono le rivalità tra i compagni, le gelosie ed i sospetti. La propaganda dei principi cede il passo alla propaganda delle persone; la rinascita delle candidature diventa il grande, anzi l’unico interesse del partito; e una turba di politicanti, che vedono nel socialismo un mezzo come un altro per farsi strada, si gettano in mezzo al popolo e mistificano e corrompono programma e partito.

E che diremo della speranza di ottenere per mezzo dei deputati socialisti delle riforme che possano, aspettando il meglio, lenire i dolori del popolo e levar degli ostacoli dal suo cammino? I privilegiati non cedono che alla forza od alla paura. Se anche nel regime attuale è possibile un qualche miglioramento, il solo modo per ottenerlo è di agitarsi fuori e contro i corpi costituzionali, mostrando la ferma decisione di volerlo a qualunque costo. Affidare ai deputati il patrocinio della volontà popolare serve solo per fornire al governo il mezzo di eluderla e per trastullare il popolo con vane speranze.

 

 

Le menzogne del socialismo legalitario e le insidie della democrazia borghese

 

Fra le due frazioni in cui si divideva il partito socialista, gli autoritari dovevano naturalmente sentire minor ripugnanza per la tattica parlamentare poiché (salvo l’intermezzo di un periodo rivoluzionario nel quale per via dittatoriale si sarebbe trasformata la costituzione economica della società) la forma politica cui essi aspiravano era una forma qualsiasi di parlamentarismo. Conservare nel popolo il rispetto del principio di autorità, e sviluppare in lui l’abitudine di abbandonare in mano altrui la propria iniziativa e la propria forza, poteva entrare nelle loro mire, poiché avrebbe facilitato il loro compito il giorno in cui fossero riusciti ad afferrare il potere.

Ma accettando, di fatto se non in teoria il parlamentarismo nell’attuale ambiente economico, e sperando e facendo sperare delle riforme e dei miglioramenti dall’opera dei poteri legali, essi cessarono di essere rivoluzionari, cessarono in pratica di essere socialisti e divennero, o van diventando, dei semplici democratici, repubblicani dove c’è la repubblica, monarchici dove c’è la monarchia, di cui tutto il programma si riduce al suffragio universale… salvo, ne conveniamo, le aspirazioni teoriche, che il suffragio non potrà mai attuare.

È la logica della situazione che s’impone. Repubblicani e monarchici democratici dicono: che il popolo faccia la sua volontà… a mezzo delle assemblee elette a suffragio universale. E le assemblee fanno la volontà dei proprietari, dei preti e dei politicanti, di cui sono e saranno composte fino a quando dureranno le attuali condizioni economiche.

I socialisti dovrebbero rispondere, sotto pena di non esser più socialisti, che il popolo non può fare quello che vuole, né saprà quello che deve volere fino a quando sarà economicamente schiavo. Ma avendo per necessità elettorali e per convenienze personali, prima trascurata e poi combattuta, più o meno apertamente, la propaganda rivoluzionaria, che cosa restava loro se non accettare il terreno che offrivan loro gli avversari naturali del socialismo? Ed essi lo hanno accettato, e fino al punto da dimenticare spesso anche le affermazioni teoriche, che restavano l’unica platonica differenza tra loro ed i democratici borghesi.

Per gli anarchici era un’altra cosa. Per essi che negano la delegazione del potere e fanno appello all’azione libera e diretta di tutti, la “nuova tattica” oltre a far trascurare la propaganda socialista e rivoluzionaria e gettare il partito nelle braccia dei borghesi, aveva pure il torto grandissimo di dare alla parte cosciente delle masse un’educazione diametralmente opposta allo scopo che gli anarchici vogliono raggiungere, poiché abitua a fidare negli altri e restare inerti. E perciò gli anarchici, come partito, restarono incolumi dalla lebbra parlamentare. Coloro, che per le ragioni da noi accennate ne furono tocchi, cessarono di essere anarchici, si unirono ai socialisti autoritari, ed insieme con questi precipitarono giù fino nei bassi fondi del politicume borghese.

A causa dei voltafaccia, dei tradimenti, delle transazioni e delle inverosimili coalizioni che produsse la tattica parlamentare, vi fu nel campo socialista un lungo periodo d’incertezza e di confusione che paralizzò lo slancio del movimento: ma oggi la posizione ritorna limpida e chiara.

L’evoluzione delle idee e dei fatti, la logica del metodo, l’influenza determinante che i mezzi adoperati esercitano sul fine da raggiungersi hanno fatto sì che ormai di vero socialismo non v’è più che il socialismo anarchico, che è di sua natura antiparlamentare e rivoluzionario.

Questo se si piglia la parola socialismo nel senso che gli han dato i suoi apostoli ed i suoi martiri, e che ne ha fatto la leva potente che rovescerà il mondo borghese. Che se poi il significato della parola socialismo dovesse seguire la marcia indietro, che precipitosamente stanno compiendo i parlamentaristi, e dovesse significare quella ibrida accozzaglia di riforme burlesche, di contraddittorie aspirazioni, di menzogne impudenti, che forma la base dei programmi elettorali “socialisti”, allora potrebbero certo esser socialisti Guglielmo di Germania e Leone XIII e tutti i deputati e consiglieri “socialisti”; ma non lo furono quelli che svelarono le menzogne della Economia politica ed il nulla della democrazia, e che debellarono moralmente mazzinianismo e radicalismo e li resero impotenti per sempre; non lo furono né Bakunin né Marx; non lo furono coloro che per il socialismo sacrificarono gioventù, pace, amore, libertà; non lo furono coloro stessi che alle lotte socialiste dei primi anni, abilmente sfruttate più tardi, debbono la loro attuale posizione politica; non lo fu l’Internazionale, non lo sono gli anarchici.

Il socialismo! Che cosa fu!?… a che cos’è ridotto!?… Uscito fuori dalle speculazioni dei filosofi, dai sogni degli utopisti, dalle rivolte delle plebi, il socialismo si annunziò al mondo come la buona novella dell’evo moderno. Esso era una promessa di civiltà superiore; era la ribellione contro ogni prepotenza, contro ogni ingiustizia; era l’abolizione dell’odio, della concorrenza, della guerra; il trionfo dell’amore, della cooperazione, della pace; era l’avvenimento del benessere e della libertà per tutti; la realizzazione nel futuro di quell’eden che la fantasia dei popoli e dei poeti, assetati d’ideale e ignari di storia, aveva messo all’origine dell’umanità.

Esso era la lotta umana per eccellenza; ed elevandosi al disopra delle razze e delle patrie, al disopra delle religioni e delle scuole filosofiche, al disopra delle classi e delle caste esso abbracciava tutti gli uomini e tutte le donne in un santo ideale di uguaglianza e di solidarietà.

Esso non domandava la sostituzione di un partito ad un altro o di una classe ad un’altra, non l’avvento al potere ed alla ricchezza di un nuovo stato sociale (quarto stato), ma l’abolizione delle classi, la solidarizzazione di tutti gli esseri umani nel lavoro e nel godimento comune.

Ed i socialisti erano apostoli, confessori e martiri; essi sentivano che portavano in sé stessi un mondo, avevano la coscienza della loro sublime missione, e questa coscienza li faceva fieri, coraggiosi e buoni.

Ignoranti o dotti, giovani ingenui o vecchi avanzi di altre battaglie; parte eletta del proletariato o figli di borghesi ribelli alla classe in cui eran nati, che i loro privilegi di nascita consideravano come un debito che imponeva loro maggiori doveri verso la causa dei diseredati, essi avevano fede nel bene ed in loro stessi, amavano il popolo, erano assetati di scienza e di lotte, e baldi e fiduciosi affrontavano le beffe e le calunnie, le piccole e le grandi persecuzioni, il carcere, l’esilio, la miseria, il patibolo; e andavano avanti.

Votati ad una lotta a morte contro tutte le istituzioni politiche, economiche, religiose, giudiziarie, totalitarie del mondo borghese; urtando tanti interessi e tanti pregiudizi; dovendo resistere a seduzioni e minacce d’ogni sorta, essi, tanto per ripugnanza naturale contro gli sfruttatori ed i mistificatori del popolo, quanto per tattica di combattimento, si separavano nettamente da tutti coloro che non erano popolo e non combattevano per l’emancipazione integrale del popolo. Essi formavano partito, scuola, quasi diremmo classe da loro.

Soli contro tutti, essi scrivevano sulla loro bandiera il motto delle coscienze integre, il motto di chi ha fede in sé e nella propria causa, il motto sacro dei giorni di battaglia: Chi non è con noi è contro di noi. Ed intendevano che fossero con loro tutti i miseri, tutti gli oppressi, tutte le vittime; e tutti coloro che facevano propria la causa dei miseri e combattevano per la giustizia, per la libertà e pel benessere generale: come erano contro di loro tutti i detentori e sostenitori del potere e tutti coloro che al potere aspiravano. Altro socialismo, altri socialisti non v’erano.

Ed allora? Ora v’è un socialismo che serve solo ad ingannare il popolo con vane promesse per mantenerlo docile o per farsene sgabello; e vi sono dei socialisti che puttaneggiano nei ministeri e nei parlamenti, che s’alleano coi borghesi, che si inchinano ai ministri, che acclamano un imperatore, che si vendono ad un soldato, che mentono ai loro compagni, che prostituiscono ideali, programma, coscienza per carpire agli ingenui un voto il quale valga a farli accogliere in mezzo alla borghesia.

O socialisti, uomini semplici e puri, cui ferve nel petto il santo amore degli uomini; o socialisti che per le lusinghe di falsi amici faceste inconsapevolmente gli interessi della borghesia, non sentite vergogna vedendo la vostra bandiera trascinata nel fango?

Oh! no; codesti mercanti di voti, codesti commedianti non sono socialisti; cacciateli di mezzo a voi. E voi ritornate alle maschie battaglie che spazzeranno via dal mondo proprietà individuale e governi, miseria e schiavitù.

 

 


 

2. LA POLEMICA CON MERLINO[19]

 

 

MERLINO: “Anarchici e socialisti di fronte alla questione elettorale”.

 

Lettera pubblicata dal Messaggero il 29 gennaio 1897. Merlino apre la polemica a proposito delle ele­zioni politiche che si sarebbero tenute nel marzo di quell’anno.

 

 

Signor direttore,

 

Da parecchie parti mi vien domandato se son di parere che si debba prender parte o no alle elezioni politiche.

Nel numero di oggi del Messaggero leggo che an­che in una riunione tenuta a Senigallia, si interpretò variamente quello che io dissi in proposito, in una con­ferenza a Napoli.

Ora è manifesto che non importa punto sapere co­me io la pensi: importa invece moltissimo sapere qua­le delle due opinioni quella favorevole o quella con­traria alla partecipazione alle elezioni sia la vera. E questo è quello che io vorrei discutere una volta per sempre per tutti.

È risaputo che i socialisti in lotta con i repubbli­cani e coi democratici, hanno sostenuto per molti an­ni, e molti di essi sostengono tuttavia, che le forme po­litiche sono di nessun valore, che tanto vale la monar­chia quanto la repubblica, e che le libertà sancite da­gli Statuti sono una lustra, perché chi è povero è schiavo.

La questione sociale si è detto è tutta nella dipendenza economica degli operai dai padroni: scal­ziamo questa e la libertà verrà da sé.

Questa è una grande verità. Le libertà politiche sono, ma chi pon mano ad esse? Chi può esercitarle davvero sotto il regime attuale? Non può essere poli­ticamente libero il popolo che è economicamente schia­vo. Ma, se le libertà politiche e costituzionali hanno minor valore che generalmente non si creda, non se­gue che esse non servano affatto. Servono tantochè il governo ce le strappa, con intendimento di ritardare l’emancipazione della classe operaia.

Dunque esse hanno un valore innegabile. Ma queste libertà non consistono semplicemente nel diritto di voto e nell’uso che se ne può fare.

Sono anche i diritti di riunione e di associazione, l’inviolabilità personale e del domicilio; il diritto di non essere punito o perseguitato per semplice sospet­to (come avviene nei casi d’ammonizione e del domi­cilio coatto); ecc. ecc.

E queste libertà si difendono non solo in Parla­mento (il Parlamento, disse una volta il Lemoine, so­miglia a un certo giocattolo da bambini, che fa mol­to strepito senza alcun frutto), ma si difendono sopratutto fuori del Parlamento, lottando ogni qualvolta il potere esecutivo commette un arbitrio o una prepo­tenza contro una classe di cittadini od anche contro un solo individuo, siccome usa in altri paesi, dove an­che senza tenere rappresentanti al Parlamento, il po­polo sa imporre al governo il rispetto delle sue libertà.

Con questo non voglio dire che la lotta per la li­bertà e fino a un certo punto anche quella per il socialismo non si possa e debba fare anche duran­te le elezioni e nel Parlamento.

Io credo che noi combattendo a oltranza, come ab­biamo fatto, il parlamentarismo, ci si sia data la zap­pa sui piedi: perché abbiamo contribuito a creare que­st’orribile indifferenza del pubblico per il sistema par­lamentare non solo, ma anche per le libertà costitu­zionali, sì che il governo ha potuto impunemente vio­larle, senza che un grido solo di protesta siasi levato dai figli di coloro che dettero la vita per conquistarle.

Il parlamentarismo non è la fenice dei sistemi politici: tutt’altro! Ma per pessimo che sia, è sempre mi­gliore dell’assolutismo, al quale noi a grandi passi ci incamminiamo.

Dunque, oggi come oggi, al partito socialista (nel quale comprendo anche gli anarchici non individuali­sti) incombe la difesa della libertà.

Questa lotta, secondo me, deve essere combattuta su tutti i terreni – compreso quello delle elezioni – ma non su quello esclusivamente.

I socialisti anarchici non hanno bisogno di candi­dati propri: essi non aspirano al potere e non sanno che farsene. Ma essi devono protestare contro la rea­zione governativa, prendendo parte all’agitazione e­lettorale, e va da sé che fra un candidato crispino o rudiniano o zanardelliano, disposto a votare stati di assedio, leggi eccezionali, eleggibilità di candidati po­litici e magari massacri di moltitudini affamate e un socialista o repubblicano sincero, sarebbe follia preferire il primo.

Essi però possono e devono dir chiaro e tondo al popolo, che non s’illudono come taluni socialisti, di po­ter far breccia a colpì di schede nella cittadella bor­ghese e conquistarla.

Essi però possono e devono dire ai socialisti stessi che il voto è un episodio della lotta per il Socialismo, e non il più importante; la vera lotta deve essere fatta nel paese e col paese sul terreno economico e sul po­litico.

“L’emancipazione dei lavoratori deve essere opera dei lavoratori”; non può essere opera dei politicanti.

Ecco la mia opinione sulla più grave ragione di dissidio tra socialisti ed anarchici.

Sventuratamente questi e quelli si son fatti del male e, quel che è più, si son detti delle insolen­ze reciprocamente: e il ricordo fa velo ai loro occhi e impedisce loro di considerare il vero interesse della causa.

Taluni caporioni legalitari sono intolleranti e pic­cini (il giornale massimo del partito non ha avuto una parola di protesta per il mio arresto singolarissimo a Firenze); gli anarchici sono irosi e implacabili.

Fra i due litiganti ci gode il governo.

 

 

 

MALATESTA: “Gli anarchici contro il Parlamento”

 

Risposta di Malatesta a Merlino pubblicata dal Messaggero il 7 tebbraio 1897. L’indicazione di Londra è messa dello scrivente per sviare la polizia in quan­to in quell’epoca egli si trovava In Italia.

 

 

Londra, 2 febbraio 1897

 

Signor Direttore del Messaggero,

 

Sono informato che i socialisti parlamentari d’I­talia van dicendo che io, d’accordo col Merlino riten­go utile che i socialisti-anarchici partecipino alle lot­te elettorali votando per il candidato più avanzato.

Poiché mi fan l’onore di occuparsi della mia opi­nione, non sarò stimato presuntuoso se mi affretto a far conoscere ad essi ed al pubblico quel che veramen­te io penso della questione.

Io non contesto certo al mio amico Merlino di pen­sarla come crede e di dirlo senza reticenze. Sarebbe stato preferibile ch’egli prima di annunziare al pub­blico un cambiamento di tattica, che poi non ha alcun valore se non è accettata dai compagni, discutesse maggiormente la cosa tra quelli del partito cui egli ha finora appartenuto e col quale spero vorrà continuare a combattere. Ma anche questo, più che colpa del Mer­lino, è colpa della crisi prolungata che ha afflitto il nostro partito e dello stato di riorganizzazione ancora incipiente in cui ci troviamo.

Però bisogna che consti che ciò che ha detto Merlino relativamente al parlamentarismo e alle lot­te elettorali è niente altro che un’opinione personale, la quale non può pregiudicare la tattica che sarà a­dottata dal partito socialista anarchico.

Per conto mio, per quanto mi dispiaccia separar­mi in una questione tanto importante da un uomo del valore di Merlino ed al quale mi legano tanti vincoli d’affetto, sento il dovere di dichiarare che, a parer mio, la tattica preconizzata da Merlino è nefasta, e menerebbe fatalmente alla rinunzia di tutto intero il programma socialista anarchico. E credo poter affer­mare che così la pensano tutti, o quasi tutti gli anarchici.

Gli anarchici restano, come sempre, avversari de­cisi del parlamentarismo e della tattica parlamentare.

Avversari del parlamentarismo, perché credono che il socialismo debba e possa solo realizzarsi median­te la libera federazione delle associazioni di produzio­ne e di consumo, e che qualsiasi governo, quello par­lamentare compreso, non solo è impotente a risolvere la questione sociale e armonizzare e soddisfare gl’in­teressi di tutti, ma costituisce per se stesso una clas­se privilegiata con idee, passioni ed interessi con­trari a quelli del popolo che ha modo di opprimere con le forze del popolo stesso. Avversari della lotta parlamentare, perché credono che essa, lungi dal fa­vorire lo sviluppo della coscienza popolare, tenda a disabituare il popolo dalla cura diretta dei propri interessi ed è scuola agli uni di servilismo, agli altri d’intrighi e menzogne.

Noi siam lontani dal disconoscere l’importanza delle libertà politiche. Ma le libertà politiche non si ottengono se non quando il popolo si mostra deciso a volerle; né, ottenute, durano ed han valore se non quando i governi sentono che il popolo non ne soppor­terebbe la soppressione.

Abituare il popolo a delegare ad altri la conquista e la difesa dei suoi diritti, è il modo più sicuro di la­sciar libero corso all’arbitrio dei governanti.

Il parlamentarismo val meglio del dispotismo, è vero; ma solo quando esso rappresenta una concessio­ne fatta dal despota per paura di peggio.

Tra il parlamentarismo accettato e vantato, e il dispotismo subito per forza con l’animo intento alla riscossa, meglio mille volte il dispotismo.

So bene che Merlino dà alle elezioni una impor­tanza minima e vuole, come noi, che la lotta vera si faccia nel paese e col paese. Ma purtroppo i due me­todi di lotta non vanno insieme, e chi li accetta tutti e due, finisce fatalmente col sacrificare all’interesse elettorale ogni altra considerazione. L’esperienza lo prova, e il natural amore del quieto vivere lo spiega.

E Merlino mostra di ben comprendere il pericolo quando dice che i socialisti-anarchici non hanno biso­gno di presentar candidati propri, poiché essi non a­spirano al potere e non sanno che farsene.

Ma è questa una posizione sostenibile? Se nel Par­lamento si può far del bene, perché gli altri e non noi, che crediamo aver più ragione degli altri?

Se noi non aspiriamo al potere, perché aiutare quelli che vi aspirano? Se noi non sappiamo che fare del potere, che cosa se ne farebbero gli altri, se non lo esercitano a danno del popolo?

Stia sicuro di questo il Merlino: se oggi noi dices­simo alla gente di andare a votare, domani diremmo di votare per noi. E saremmo logici. Io, in tutti i casi, se dovessi consigliare di votare per qualcuno, consi­glierei subito di votare per me, poiché credo (e in questo probabilmente ho torto, ma è torto umano) di valere quanto un altro, e mi sento sicuro della mia o­nestà e della mia fermezza.

Non ho, per certo, colle precedenti considerazioni, detto tutto quello che vi sarebbe da dire, ma temo di abusare troppo del vostro spazio. Mi spiegherò più am­piamente in appo-sito scritto; né mancherà, lo spero, un atto collettivo del partito che riaffermi i principi antiparlamentari e la tattica astensionista dei socialisti-anarchici.

Speranzoso che considererete questa mia utile per informare il pubblico sul contegno che i vari partiti osserveranno nelle venienti elezioni e che perciò vor­rete pubblicarla, vi ringrazio anticipatamente.

 

112, High Street, Islington N. London.

 

 

 

 

MERLINO: “Anarchici e socialisti nelle elezioni politiche”

 

Risposta di Merlino pubblicata dal Messaggero il 10 febbraio 1897.

 

 

Signor direttore,

 

L’amico Malatesta, a nome (pare) di tutti o qua­si tutti gli anarchici ha creduto di poter riaffermare in risposta alla mia lettera del 29 gennaio e sem­bra che si prepari a riaffermare anche con un altro suo scritto e con un atto collettivo del partito i prin­cipii antiparlamentari e la tattica esclusionista[20] dei socialisti-anarchici.

Io li invidio, codesti anarchici. Vorrei anch’io po­ter nutrire l’antica fede ai trionfi avvezza (vera­mente non so se ai trionfi, ma certo alle battaglie). Vorrei anch’io aver conservato le idee semplici e tut­te d’un pezzo di dieci anni fa. Allora anch’io m’illude­rei e chiamerei lo stato di disfacimento del partito anarchico uno stato di riorganizzazione incipiente. Anch’io direi di saper di sicuro in qual modo, e non altrimenti si attuerà il socialismo. Anche io ripete­rei che il governo, ogni governo, non è che l’organiz­zazione della classe privilegiata che opprime il popolo con le forze del popolo stesso e che il popolo, nominan­do dei deputati, delega ad essi la conquista e la difesa dei suoi diritti. E quando avessi detto ciò, mi sentirei soddisfatto e aspetterei il gran giorno della grande ri­voluzione, che deve cambiare la faccia della terra, ma che ha il torto, secondo me gravissimo, di farsi un po’ troppo aspettare.

Disgraziatamente, lo confesso, son fatto alquanto maturo: e benché mi tornasse comodo, non voglio but­tarmi l’esperienza di dieci o quindici anni dietro le spalle. Son convinto che il partito anarchico abbia sba­gliato strada: son convinto che gli anarchici tutti o quasi tutti, hanno lo stesso mio convincimento; e sol­tanto non osano confessarlo, e non hanno la forza di animo necessaria per staccarsi dal loro passato.

La tattica astensionista ha portato questi due ri­sultati: 1) ci ha separati dalla parte attiva e militan­te del popolo; 2) ci ha indebolito di fronte al governo.

Si ha un bel dire che per astensione non si vuol intendere inazione, ma bensì partecipazione all’agita­zione elettorale con propaganda anti-parlamenta­re. Da quella logica, che l’amico mio invoca, gli a­narchici astensionisti dovevano finire ed hanno fini­to per starsene addirittura a casa; quando non hanno votato sottomano per qualche candidato del loro cuo­re (come individui s’intende, non come partito), senza dire di quelli che addirittura hanno passato il Rubico­ne, e sono andati a schierarsi per mero desiderio di fare qualcosa coi socialisti legalitari.

Il governo poi ha profittato del nostro isolamento per darci addosso in tutti i modi, legali e illegali. (Il governo, si vede, non ha gli scrupoli che abbiamo noialtri).

E noi siamo ridotti al punto di non poter fare la menoma propaganda. La polizia può, a suo libito, im­prigionarci, farci condannare, mandarci al domicilio coatto. Che resistenza opponiamo noi? Nessuna.

La nostra è la guerra delle braccia incrociate. Fos­simo almeno partigiani della non resistenza al male; avremmo di che consolarci. Niente affatto: noi aspet­tiamo che maturi la rivoluzione. Frattanto noi abbia­mo veduto in questi giorni che chi abbia potuto por­tare una parola di incoraggiamento agli scioperanti di Civitavecchia è stato un deputato socialista. E con­tinuiamo a dire che non serve a nulla la lotta parla­mentare!

Malatesta dice: Se dobbiamo votare pei socialisti o pei repub­blicani, tanto varrebbe andare noi medesimi al Par­lamento.

Per noi non si tratta, come pei socialisti, di riu­scire noi, e andare ad attuare il nostro programma in pieno Parlamento, al cospetto del colto e dell’inclita; ma si tratta di aiutare a riuscire quanto più oppositori sinceri ed energici del governo è possibile trecento Imbriani, per così dire ma degli Imbriani che non si contentino di bombardare d’interpellanze al Parla­mento i ministri, ma muovano una guerra seria e con­tinua al governo nel paese, giovandosi anche, finché non ne siano privati, delle prerogative parlamentari.

Malatesta afferma che la lotta extra-parlamenta­re per la libertà non si possa fare, quando si fa la lotta elettorale. Io penso precisamente il contrario.

Quello poi che non posso concedergli a nessun pat­to è che la tattica parlamentare lungi dal favorire lo sviluppo della coscienza popolare, tende a disabituare il popolo dalla cura diretta dei propri interessi.

Questo è dottrinarismo schietto. L’agitazione elet­torale socialista strappa le moltitudini dalla loro in­differenza ereditaria per le pubbliche faccende: in Italia essa ha conquistato alla nostra causa regioni, che si erano addimostrate e sono tuttavia refrattarie alla propaganda anarchica.

Il parlamentarismo ha i suoi inconvenienti: ma che cosa non ne ha? Quale tattica, o agitazione, o a­zione, potrebbe consigliare il Malatesta, la quale non presenti inconvenienti uguali, se non maggiori? Alcu­ni nostri amici si sono dati ad organizzare cooperati­ve: lavoro utilissimo anche questo: ma non è il nostro lavoro.

Nè i soci delle cooperative possono essere tutti so­cialisti e anarchici: nè il governo tollererebbe coopera­tive cosiffatte. Senza dire che non poche cooperative diventano, vià facendo, intraprese capitalistiche: talu­ne nascono addirittura tali.

Che fare dunque? organizzare società operaie di resistenza? Ma appena queste cominciano ad essere numerose e potenti (come le Unioni inglesi) ecco sor­gere uno stato maggiore di presidenti, vice presidenti, segretari e cassieri insomma un parlamentarismo da degradare... quell’altro.

Il parlamentarismo non è un principio, è un mez­zo: sbagliano quelli che ne fanno una panacea, ma sbagliano anche quelli che lo guardano con sacro orrore, come se fosse la peste bubbonica.

E non è poi vero che il parlamentarismo sia desti­nato a sparire interamente. Qualcosa ne rimarrà an­che nella società che noi vagheggiamo. Io ricordo uno scritto che Malatesta inviò alla conferenza di Chicago del 1893: dove egli sosteneva che per talune cose il pa­rere della maggioranza dovrà necessariamente pre­valere su quello della minoranza.

Ma a parte ciò, anche data l’unanimità, non tutti quelli che hanno deliberato si porranno ad eseguire in massa le loro deliberazioni. A meno di non ammet­tere quest’aforisma, che io ho ragione di credere che il Malatesta con me ripudi, bisognerà distribuire gli incarichi affidandoli ai più capaci.

Ed ecco questi incaricati formeranno un governo o un’amministrazione.., per carità non sofistichiamo sulle parole. Un minimo di governo o di amministra­zione ci sarà anche nella società meglio organizzata: solo dobbiamo studiare i modi di renderlo innocuo, di impedire che i pochi si arroghino un potere sulle mol­titudini, di ottenere che il popolo eserciti un sindacato continuo ed effettivo sui suoi amministratori o de­legati.

Io riconosco gl’inconvenienti del sistema parla­mentare e desidero eliminarli, ma non già tornare al dispotismo.

Riconosco pessimo l’ordinamento attuale della giu­stizia, ma non vedrei volentieri un ritorno alla legge di Lynch, nè al sistema della vendetta privata come riconosco i torti della giuria ma non vorrei ri­mettere la mia libertà nelle mani del giudice togato.

Riconosco l’ingiustizia delle leggi: ma non vorrei tornare al tempo in cui la volontà dei principe era legge.

Voglio insomma progredire da buon positivista, che crede la società si perfeziona, non si rifonde e ri­modella, né si rifà con una ricetta di principi astrat­ti. Son convinto che i socialisti, tutti anarchici marxisti e repubblicani hanno a un dipresso le stesse aspirazioni; e vorrei vederli tutti lottare insie­me: e francamente vorrei vedere qualche risultato. Mi rincrescerebbe morire nell’aspettativa in cui vivo da parecchi anni.

 

 

 

 

MERLINO: “Gli anarchici e le elezioni

 

Ulteriore intervento di Merlino, questa volta sull’Avanti! del 9 marzo 1897.

 

 

Una mia dichiarazione nel Messaggero del 29 gen­naio in favore della lotta politica parlamentare come mezzo e stimolo ad una vasta e feconda agitazione po­polare, ha dato luogo ad una polemica, che dalle co­lonne di quel giornale si è spostata sulla stampa socia­lista e anarchica. Io non ho risposto che a uno solo dei miei contraddittori, il Malatesta, amico mio da mol­ti anni, col quale ho finito sempre, benché differissi­mo temporaneamente – e spero di finire anche sta­volta – col trovarmi d’accordo. Ad altri rispondo ora collettivamente, perché mi preme di dire tutto il mio pensiero e di chiudere, per conto mio, una polemica alquanto ingrata.

Si afferma che la lotta politica parlamentare sia contraria ai principi socialisti anarchici. L’asserzione è una di quelle che, avventate da qualcuno, passano di bocca in bocca e si ripetono fi­no a diventare assiomatiche in un dato circolo di per­sone, senza che nessuno le abbia ponderate.

Intendiamoci. Quello che è contrario ai principi nostri è il partecipare al governo come ministri, come impiegati, come poliziotti, come giudici, magari come legislatori... Sì, anche come legislatori, perché io so­stengo che il deputato o socialista o operaio o rivolu­zionario dev’essere non un legislatore, bensì un agita­tore. Ma non è contrario ai nostri principi che il popolo eserciti un’ingerenza, per quanto indiretta e di poco valore, nell’amministrazione della cosa pubbli­ca. Noi possiamo e dobbiamo dolerci che quest’inge­renza oggi sia minima; che la sovranità popolare du­ri il quarto d’ora delle elezioni; che poi gli elettori, tor­nati a casa – il contadino all’aratro, l’operaio all’officina – gli eletti rimangano arbitri della cosa pub­blica e dispongano a loro talento dei più gravi interes­si del Paese. Questo è il male, non la partecipazione di una parte del popolo all’elezione dei deputati e di alcuni pubblici amministratori.

Ora a questo male non si rimedia astenendosi dal­le urne; ma bensì inducendo il popolo anzitutto ad e­sercitare con coscienza e vigore quella poca autorità che ha, poi a reclamarne una maggiore; abituandolo a lottare e prolungando la lotta oltre il breve periodo elettorale.

La lotta politica deve svolgersi nel Parlamento e fuori del Parlamento. Qui sta la differenza fra il mio modo d’intenderla e quello dei politicanti e purtroppo anche di taluni socialisti e di molti democratici.

Per costoro la lotta politica sta tutta nel mandare alla Camera il maggior numero possibile di deputati del proprio partito.

Per me invece l’elezione dei deputati ostili al go­verno non è che un modo di agitazione popolare, e il compito dei deputati non è già di proporre leggi e di chiacchierare sugli ordini del giorno presentati alla Camera; ma di combattere la maggioranza parlamen­tare e il governo, di denunziare al Paese gli arbitrii e le prepotenze e di prendere parte a tutte le agitazioni popolari, lasciandosi magari imprigionare coi loro elettori.

Purtroppo i deputati democratici d’oggi non fan­no nulla di tutto questo; tengono a bada il popolo con discorsi e interpellanze, ma si guardano bene dal pro­muovere o secondare serie agitazioni.

Il governo scioglie associazioni, proibisce riunioni, calpesta le libertà popolari. L’on. Cavallotti a chi domandava che intendeva di fare, rispondeva: Ne par­lerò alla Camera.

Le aule universitarie sono invase da poliziotti, i quali malmenano professori e studenti. Pazienza: l’on. Cavallotti ne parlerà alla Camera.

Le flotte europee cannoneggiano gl’insorti di Can­dia, e la diplomazia soffoca il grido di libertà dei po­poli gementi sotto la dominazione turca. Consoliamoci: Cavallotti ne parlerà alla Camera.

Francamente, questa non è condotta di democra­tico; ma di uno che diffida del popolo e crede che le grandi e piccole questioni politiche si debbano tratta­re nelle alcove ministeriali o in quell’anticamera del ministero che è il Parlamento nazionale.

Noi invece dobbiamo volere che il popolo faccia valere la sua volontà e i suoi interessi contro la volon­tà e gl’interessi della consorteria dominante, che esso lotti sul terreno politico come sull’economico, per la propria emancipazione; e guardi al governo non come ad un padrone cui si debbono ubbidienza ed ossequio, ma come ad un servitore cui si comanda e che si può congedare quando non faccia il suo dovere o non si abbia più bisogno dell’opera sua.

Anni addietro gli operai delle nostre grandi città si peritavano di ingerirsi di politica. I conservatori al­la Pepoli insinuavano che è dovere degli operai di occuparsi unicamente dei propri interessi economi­ci, rimanendo estranei a ogni agitazione politica; e tutt’al più concedevano loro di andare ad acclamare i sovrani e i ministri alle stazioni e a votare, nelle elezioni politiche e amministrative, pei loro benemeriti padroni.

Fu un progresso che gli operai cominciassero a votare per individui della loro classe, e molti di essi concepissero l’ambizione d’andare al Parlamento e ai consigli comunali e provinciali; ed un progresso maggiore fu fatto quando, costituitosi il partito socialista, essi andarono a votare per una grande idea.

Ora rimangono tuttavia moltitudini di operai e di contadini ligi ai padroni, che li sfruttano economica­mente e politicamente, come lavoratori e come elet­tori. È forse contrario ai nostri principi tentare di strappare queste moltitudini alla loro servitù e gettar­le nella lotta politica, magari se si debba cominciare dalle elezioni?

Ma si dirà, se non è contrario ai nostri principi che il popolo, invece di lasciare la scelta dei deputati e dei consiglieri alla classe dominante, concorra an­ch’esso alla loro elezione, è certamente contrario ai nostri principi accettare il mandato, andare alla Ca­mera o al Municipio, votare le leggi, convalidare gli atti del governo e partecipare alle spoglie del potere.

D’accordo: ma io ripeto, si può andare al Parlamen­to o al Consiglio comunale non a governare, bensì a combattere il governo; non a far leggi, ma a dimo­strare l’ingiustizia delle leggi che ci sono; non a met­tere la mano nel sacco. ma a gridare ai ladri. Si può andare al Parlamento come un operaio, delegato dai suoi compagni, va in un’adunanza di padroni a di­scutere le condizioni di lavoro; o come un imputato o il suo difensore va in tribunale a dire le sue ragioni o quelle del suo cliente, anche quando non riconosce l’autorità dei giudici. Fino a che vige l’attuale si­stema, l’imputato si deve difendere, l’operaio deve sforzarsi di ottenere condizioni meno dure dal padro­ne, e il popolo deve schermirsi dalla tirannide, met­tendo bastoni fra le ruote del governo.

Per poco che valgano le elezioni, valgono a strap­pare qualche concessione al governo o ad imporgli un certo riguardo per l’opinione pubblica. E per poco che valga la presenza di socialisti o di rivoluzionari al Par­lamento, vale qualche volta ad impedire una grave in­giustizia. E per poco che valgano le immunità parla­mentari, non si può negare che molte riunioni si ten­gono grazie alla presenza di deputati. Oh! il governo restringerebbe volentieri l’elettorato, il numero dei de­putati e le immunità che essi godono: e sarebbe feli­cissimo se potesse far senza addirittura di deputati e di elezioni.

Gli stessi anarchici astensionisti riconoscono che qualche frutto si può ricavare dalle elezioni; e qui a Roma hanno deliberato di proporre il Galleani per li­berarlo dal domicilio coatto. Ottima idea, anche per­ché il Galleani è giovane intelligente, sincero ed ener­gico, tre qualità che non si trovano riunite in molti uomini. Ma, dico io, supponete che riesca, rinunzierà egli poi per tornare forse al domicilio coatto – donde voi dovreste trarlo fuori con una nuova elezione – e così di seguito?

E se non è contrario ai principi votare per libe­rare un coatto politico, sarà contrario ai principi vota­re per impedire al governo di fare di noi altrettanti coatti politici?

Il governo annunzia per la prossima legislatura il rimaneggiamento della legge sul domicilio coatto, una restrizione dell’elettorato e il prosieguo degli scio­glimenti di associazioni e delle proibizioni di riunioni; i suoi candidati sono disposti ad approvare tutto que­sto, e magari nuovi stati d’assedio e nuovi massacri di moltitudini affamate.

Lasceremo fare? Staremo inerti spettatori di una lot­ta di cui le conseguenze ricadono su di noi? Per poco che l’opera nostra valga ad impedire la riescita di can­didati ministeriali, vi rinunceremo noi, e rinunciandovi non faremo noi cosa grata al governo?

Ma taluni davvero si compiacciono della reazione. Perché a dispetto delle persecuzioni le idee progredi­scono, essi si immaginano che progrediscano a cau­sa delle persecuzioni. C’è chi ripete ciò che scrive Ma­latesta: il dispotismo essere da preferire all’ibrido si­stema attuale.

Supponiamo che il governo li prenda in parola e faccia un colpo di stato: sopprima il Parlamento, tolga la libertà di stampa e riduca l’Italia allo stato politico della Russia. Mi dicano sinceramente i miei amici: la causa del socialismo ci guadagnerebbe? o la lotta per il costituzionalismo assorbirebbe e impedirebbe per molti anni la lotta per il socialismo, come appunto av­viene in Russia?

Mi si dirà: Questi a cui avete accennato, sono i vantaggi della lotta elettorale. Ad essi si contrappongono danni di gran lunga maggiori: la corruzione, le ambizioni, i compromessi coi partiti affini. Potrei rispondere che danni di questo genere si ve­rificano in ogni opera nostra: sono il tributo che si de­ve pagare all’imperfezione dell’umana natura.

Se noi impiantiamo un giornale, ecco sorgere am­bizioni, invidie, gelosie e magari (se il giornale pro­spera) un interesse economico in questo o in quello dei suoi redattori od amministratori. Rinunceremo noi, per questo inconveniente, a propagare le nostre idee per mezzo della stampa?

E non dirò che l’ambizione può essere utile, per­ché non tutti gli uomini che lottano per un’idea, son mossi ad agire dalla pura convinzione della giustizia della loro causa. Molti eroi delle passate rivoluzioni furono spinti al sacrificio dal desiderio di far parlare di sé, da gelosia, da angustie finanziarie in cui versa­vano: e possiamo ammettere che anche oggi gli uomi­ni praticano il bene per una varietà di motivi buoni, mediocri e cattivi.

In talune località il partito socialista è sorto per­ché taluni vi hanno scorto un mezzo di andare al Con­siglio comunale o al Parlamento. Meglio che sia sorto così che non sorgesse affatto. Man mano si verrà de­purando; perché la forza del socialismo sta in ciò, che esso risponde ai grandi interessi della grande maggioranza del popolo; e quando questo si fa innanzi, le ambizioni e le vanità individuali devono cedere e scom­parire.

Ma è poi vero che le elezioni siano niente altro che una scuola di corruzione? Quelli che vanno a vo­tare per il candidato socialista o operaio o rivoluzio­nano, sfidando ire governative e ire padronali e rimet­tendoci qualche soldo, non mi pare che si corrompa­no; al contrario si appassionano per la Causa, e lo stesso ardore che mettono nella lotta elettorale, pos­son metterlo in altro genere di lotta. Non credo che i ferventi elezionisti debbano essere necessariamente tiepidi rivoluzionari.

Ma la lotta elettorale ci obbliga a compromessi. Anche qui potrei rispondere che compromessi ne fac­ciamo tutti i giorni, lavorando per un padrone od e­sercitando una professione, un commercio, notifican­do alla polizia le riunioni pubbliche da noi indette, mandando al procuratore del re la prima copia dei no­stri giornali, ricorrendo ad avvocati che ci difendano avanti ai tribunali, intendendoci con altri partiti per date agitazioni. E se domani, fatta la rivoluzione, do­vessimo attuare il socialismo, dico e sostengo che sa­remmo costretti a fare dei compromessi, se pure non volessimo imporre le nostre idee agli altri o sottomet­terci alle altrui.

Ma i compromessi elettorali possono cadere sui vo­ti, non debbono cadere sui principi: si capisce che com­promessi che offendano i principi, non si debbono ac­cettare.

D’altra parte, se la nostra partecipazione alle ele­zioni non producesse altro vantaggio che quello di av­vicinarci ai partiti affini, facendoci riconoscere ciò che vi può essere di giusto nei loro programmi – e di av­vicinare i partiti affini a noi, facendoli convenire in una parte almeno delle nostre rivendicazioni – di ac­costare tutti al popolo e indurci a tener conto dei veri bisogni e sentimenti e delle vere aspirazioni di esso, solo per questo sarebbe da approvare.

In Germania, in Francia, nel Belgio l’interesse e­lettorale ha spinto i socialisti a consacrare una parte delle loro forze alla propaganda nelle campagne, per guadagnare i contadini alla causa del socialismo. Ba­sterebbe questo fatto a giustificare la tattica elettora­le; perché chi è che non vegga che senza il concorso dei contadini una rivoluzione socialista non è possibi­le, e pure scoppiando, terminerebbe in un disastro.

Io non sono profeta, ma ho predetto ai miei ami­ci astensionisti che (dove non ricorrano al ripiego del candidato protesta) essi non faranno neppure la pro­paganda astensionista.

Le elezioni si faranno, tutti i partiti si afferme­ranno: di voi e dei vostri principi e degli interessi che vi stanno a cuore, non si parlerà. Sarete dimenticati.

E lo ripeto, e i fatti mi daranno ragione. L’asten­sione ha la sua logica. Dal momento che le elezioni non servono, tanto vale starsene a casa. D’altronde, la gente è poco disposta ad ascoltare predicozzi; e duran­te l’agitazione elettorale non si appassiona che per quei principi che prendono corpo e persona, che di­ventano, per cosi dire, candidati.

Se volete dunque che si discuta di anarchia – ho detto e ripeto ai miei amici – dovete schierarvi pro o contro qualcuno. A questa condizione la vostra paro­la sarà ascoltata; la vostra opinione rispettata, con­divisa o combattuta, ad ogni modo discussa; la vostra amicizia ricercata e la vostra inimicizia temuta.

Ma gli astensionisti non intendono queste ragioni. Essi sono dottrinari e argomentano così: “Il parlamentarismo è contrario ai principi anar­chici. Dunque noi dobbiamo combatterlo con la paro­la, aspettando che si presenti l’occasione di distrug­gerlo coi fatti. Se poi le nostre forze bastano o no a quest’ope­ra; se l’occasione tarda e frattanto il popolo langue e si scoraggia; se il popolo seguirà o no la nostra inizia­tiva; se le nostre idee si attueranno oggi o di qui a mille anni; o se per avventura siano troppo semplici e astratte per essere applicate, – tutto ciò non ci ri­guarda. Affermiamo le idee: esse troveranno la stra­da di attuarsi. Il popolo ammirerà la nostra coerenza e verrà a noi. E se anche non venisse, se pure le nostre idee do­vessero non attuarsi né ora né mai, noi avremo fatto il nostro dovere. I mezzi termini ci indeboliscono, cor­rompono, dividono: la verità sola, detta tutta intera e senza ambagi, ci può salvare”.

Prima di tutto, questo modo di ragionare implica il convincimento che essi soli, gli anarchici astensioni­sti, siano nel vero, che posseggano tutta intera la veri­tà, e che non c’è che un modo di risolvere la questio­ne sociale, ed è quello da essi proposto.

Poi, il ragionamento è radicalmente sbagliato. Le idee non valgono per se stesse, ma per l’azione che esercitano sulla sorte degli uomini.

Una verità che non si può attuare, non può esse­re perfettamente vera; un partito che non riesce a guadagnare alla sua causa la moltitudine, ha sbaglia­to strada. La lotta deve avere un fine immediato; dove tanti milioni di nostri simili soffrono giornalmente, è insensatezza consumare le proprie energie in guerric­ciole di partito e in quisquilie accademiche.

Il sistema parlamentare può non convenire alla società futura; frattanto la lotta elettorale ci offre mezzi e opportunità di propaganda e di agitazione. Essa ha anche inconvenienti come tutte le cose di que­sto mondo. Molto dipende dal modo come si fa.

Che direbbero gli anarchici a chi argomentasse cosi: la violenza è contraria ai nostri principi; dunque non dobbiamo usare la forza neanche per difendere la nostra vita?

Risponderebbero certamente che l’uso della for­za ci è imposto dalle condizioni della società in cui vi­viamo; e così rispondo io ai loro argomenti contro la lotta politica parlamentare.

È vero o non è vero che l’uso dei mezzi legali ci è imposto nei tempi ordinari, come quello della vio­lenza nelle occasioni straordinarie? Io dico di si.

Non ci illudiamo. Sopra cento persone se ne pos­sono trovare magari dieci capaci di affrontare la mor­te sul campo di battaglia o in una insurrezione; ma se ne troverà sì e no una disposta ad affrontare le pic­cole persecuzioni di tutti i giorni, ad andare in carce­re, a farsi mandar via dal padrone, a veder la moglie e i figlioli soffrire la fame.

E i pochissimi che resistono a queste persecuzioni, il governo li conta, li sorveglia, li aggredisce e li sba­raglia in un momento.

Un partito veramente rivoluzionario deve stende­re le sue propaggini fra il popolo, e questo non può far­lo se non con un’azione che non sia esposta a troppi pericoli in tempi ordinari. La lotta elettorale risponde appunto a questa condizione; e non si può negare che, per averla adottata, il partito socialista è riuscito a riunire un gran numero di operai nelle sue file.

Viceversa, gli anarchici hanno veduto diradare le loro, appunto perché si son voluti ostinare nella loro tattica astensionista; ed io non dubito che, se conti­nueranno ad ostinarsi, cesseranno addirittura di esi­stere come partito; e di essi non si parlerà, come già non se ne parla, se non quando al governo piaccia di perseguitarli per sfogare su di essi la sua libidine di persecuzione.

Riepilogando, senza credere che la questione so­ciale possa essere risolta per mezzo di leggi e di de­creti, io sono per la lotta elettorale e parlamentare:

·       perché non è contrario ai principi socialisti e a­narchici che il popolo faccia valere la sua volontà e i suoi interessi in tutti i modi possibili;

·       perché è necessario sottrarre le classi lavoratrici alla loro dipendenza ereditaria da proprietari e da pa­droni, impedire che siano tratte alle elezioni come gregge, ed esercitarle alla vita pubblica e alla vita politica;

·       perché le elezioni offrono opportunità di propa­ganda, di agitazione e dì protesta contro gli arbitrii e le prepotenze del governo, come gli stessi astensionisti riconoscono con le loro candidature-protesta;

·       perché nel momento attuale sono la quasi unica affermazione che ci è consentita, e il governo vuole contenderci anche questa, e sarebbe insensatezza ce­dergli;

·       perché, in generale, noi abbiamo il dovere di non abbandonare le libertà che i nostri padri conquista­rono combattendo, ma di difenderle energicamente e accrescerle;

·       perché, senza credere molto efficace l’opera dei deputati socialisti, operai o rivoluzionari alla Camera, è invece utilissima l’azione che essi possono e devono spiegare a pro della causa fuori del Parlamento;

·       perché l’esperienza ha dimostrato che erano esa­gerati i nostri timori per l’influenza corruttrice dello ambiente parlamentare sugli eletti del nostro partito; anzi il contrasto fra gli uomini di carattere e disinte­ressati che il socialismo pone innanzi come suoi rap­presentanti e i rappresentanti corrotti e versipelle del­la borghesia, non può che conquistare alla nostra cau­sa la simpatia della parte sana della popolazione;

·       perché, infine, noi dobbiamo partecipare a tutte le lotte e agitazioni popolari, e spiegare la nostra a­zione in mezzo alla massa, non nei piccoli conciliaboli del partito.

Possano queste ragioni convincere i miei amici e indurli a uscire dal riserbo che si sono imposti, e a portare il contributo delle loro forze nell’attuale cani­pagna elettorale contro il governo e per la difesa della Libertà e della Giustizia. Quanto a me, ripeto che il mio scopo, nei combattere la sterile tattica astensioni­sta, non è stato di soddisfare una mia ambizione per­sonale e accrescere di uno il numero dei deputati so­cialisti al Parlamento.

 

 

 

MALATESTA: “Le candidature protesta”

 

Breve nota di Malatesta pubblicata sull’Agitazione del 14 marzo 1897. Essa riguarda solo il problema delle candidatura protesta

 

 

I nostri compagni di Roma portano candidato lo amico nostro Luigi Galleani, domiciliato coatto, ed altre candidature protesta pare sieno state messe in altri posti. È difficile e penoso per noi dire franca e schietta la nostra opinione. Quando degli uomini che noi stimiamo ed amiamo e che molto han fatto e più faranno ancora per la causa nostra, stanno in galera o al domicilio coatto e si propone un mezzo per farli mettere fuori, come si fa a dire, per quanto cattivo sia il mezzo: no, lasciateli dentro!

Nullameno faremo forza a noi stessi ed apriremo intero l’animo nostro. Se altri ci troverà troppo intransigenti, ce lo perdoni in considerazione del fatto che in carcere ed al coatto ci siamo stati anche noi, che siamo sempre esposti a tornarci e che possiamo permetterci di essere severi con gli altri perché abbiamo la coscienza che sapremmo essere severi con noi stessi. In quanto agli amici candidati essi ce lo perdoneranno di certo perché sapranno apprezzare i nostri motivi: anzi di alcuni di loro sappiamo che sono completamente d’accordo con noi sull’argomento. La candidatura protesta, specialmente quando si è sicuri che l’eletto non vorrà a nessun costo fare il deputato, non è per se stessa contraria ai nostri principi e nemmeno alla nostra tattica; ma è nullameno una porta aperta all’equivoco ed alle transazioni. È il primo passo su di un pendio sdrucciolevole sul quale difficile è l’arrestarsi.

Già se si vuol votare per un candidato di protesta, bisogna essere elettore; quindi bisogna iscriversi, e chi non si iscrive è un negligente che non prepara i mezzi per raggiungere i suoi fini. Un passo ancora, un piccolo passo, e diremo anche noi, imitando i socialisti: Non è buon anarchico chi non si iscrive elettore. E quando si è iscritti e non si ha sotto mano un candidato protesta, forte è la tentazione di andare a votare lo stesso... per favorire un amico o per far dispetto ad un avversario. Siamo uomini tutti e costa tanto poco l’andare a mettere una scheda dentro un’urna. L’esperienza insegni.

Poi viene la questione della condotta dell’eletto. Sentite Merlino? egli già mette il cuneo nel fesso del ragionamento e vi dice: Quando avrete cavato Galleani dal domicilio coatto nominandolo deputato, dovrà egli dimettersi perché sia mandato di nuovo al coatto e voi vi divertiate a cavarvelo ancora?

Noi siamo sicuri che Galleani, se fosse eletto, a Montecitorio non ci andrebbe o ci andrebbe solo un momento per sputar in viso ai deputati il suo disprezzo, ma la ragione resta lo stesso, questa volta, dalla parte di Merlino. E poi, avrebbero tutti la forza d’animo che noi conosciamo nel Galleani?

Le candidature protesta ci han ridato qualche compagno e noi ce ne rallegriamo di cuore. Ma non possiamo nasconderci che esse han fatto al nostro partito un torto grandissimo.

La candidatura Cipriani, per esempio, riuscì a liberare il Cipriani; ma fu pur essa che insinuò il parlamentarismo in Romagna e ruppe la compagine anarchica di quella regione.

Con questo noi non intendiamo biasimare i compagni di Roma. Al contrario, comprendiamo ed apprezziamo i loro motivi generosi. Solo ci lamentiamo che il partito nostro sia in così tristi condizioni da non poter far altro a pro dei nostri proscritti che ricorrere al mezzo debole e pericoloso delle candidature di protesta.

Lavoriamo, propaghiamo, organizziamo e potremo in seguito ottenere a favore dei nostri delle manifestazioni dell’opinione pubblica ben più significative e ben più efficaci delle elezioni.

 

 

 

MALATESTA: “Anarchia e parlamentarismo: risposta a Saverio Merlino

 

Esauriente risposta a Merlino. Malatesta la pubblica sull’Agitazione del 14 marzo 1897.

 

 

I parlamentaristi sono in festa: a sentir loro asten­sionisti non ve ne sono più, perché... Merlino si è con­vertito alle lotte elettorali. Essi credono che gli anar­chici seguano ciecamente, come bene e spesso succede tra loro, questo o quell’uomo; noi invece riteniamo che Merlino resterà solo e dovrà cercare i suoi collabora­tori fuori del campo anarchico, perché i principi anarchici mal si conciliano con la fatica da lui sostenu­ta. Consta intanto che finora nessun anarchico che si sappia ha fatto adesione alle idee del Merlino.

Merlino nega (vedi l’Avanti! del 9 marzo) che la lotta politica parlamentare sia contraria ai principi socialisti-anarchici.

Intendiamoci bene. Quello che è contrario ai nostri principi è il par­lamentarismo, in tutte le sue forme e tutte le sue gra­dazioni. E noi riteniamo che la lotta elettorale e par­lamentare educa al parlamentarismo e finisce col tra­sformare in parlamentaristi coloro che la praticano.

Merlino, che pare si dica ancora anarchico e pare vada facendo continue riserve sull’ abolizione piena ed intera del parlamentarismo ed accampa la fede nuo­vissima nella possibilità di un governo che sia servitore del popolo e si possa congedare quando non faccia il suo dovere o non si abbia più bisogno dell’opera sua, dovrebbe innanzi tutto spiegarci che cosa sarebbe que­sta sua anarchia parlamentare. Finora il socialismo a­narchico alla fin fine, non è stato che il socialismo an­tiparlamentare; perché allora continuare a chiamarlo anar­chico?

L’astensione degli anarchici non è da confrontare con quella, per esempio, dei repubblicani. Per questi l’astensione è una semplice questione di tattica: si a­stengono quando credono imminente la rivoluzione e non vogliono distrarre forze della preparazione rivo­luzionaria; votano quando non hanno di meglio da fare, ed il loro meglio è molto ristretto poiché ri­fuggono per ragioni di classe dalle agitazioni sovverti­trici degli ordini sociali. In realtà essi stanno sempre sul buon cammino: essi vogliono un governo parla­mentare e gli elettori che conquistano adesso sono sempre buoni per mandarli un giorno alla costituente.

Per noi invece, l’astensione si collega strettamente con le finalità del nostro partito. Quando verrà la ri­voluzione (fra mille anni, s’intende, ci badi il procu­ratore del re) noi vogliamo rifiutarci a riconoscere i nuovi governi che tenteranno d’impiantarsi, noi non vogliamo dare a nessuno un mandato legislativo e quindi abbiamo bisogno che il popolo abbia ripugnan­za delle elezioni, si rifiuti a delegare ad altri l’organiz­zazione del nuovo stato di cose, e quindi si trovi nella necessità di fare da sé.

Noi dobbiamo far sì che gli operai si abituino, fin da ora, per quanto è possibile, nelle associazioni di o­gni genere, a regolare da loro i propri affari, e non già incoraggiarli nella tendenza a rimettersene in altri.

Merlino per ora dice ancora che le elezioni debbo­no servire come mezzo di agitazione, che gli eletti so­cialisti non debbono essere legislatori, e che la lotta importante si deve fare nel popolo, fuori del parla­mento.

Ma senta un po’ i suoi amici dell’Avanti! Quelli sono logici. Essi vogliono andare al potere – per fare il bene del popolo, noi non ne dubitiamo – e quindi hanno ogni interesse a educare il popolo a nominare dei deputati e ad abituarsi essi a saper governare;

Ma Merlino dove vuole arrivare? Resterà egli eternamente tra il sì ed il no, tra il mi decido e non mi decido?

Egll col suo temperamento di uomo attivo si deci­derà certamente, e noi crediamo, e ce ne addoloriamo davvero, che si deciderà col buttare a mare ogni re­miniscenza anarchica e diventare un semplice parla­mentarista. Già non mancano i sintomi che preannunziano la sua decisione definitiva.

Nella sua prima lettera al Messaggero la lotta par­lamentare era un semplice episodio di scarsa impor­tanza. Nella sua seconda le associazioni di resistenza, le cooperative ed il resto riescono a male e non si può far altro che andare al parlamento. Nella sua prima lettera gli anarchici dovevano mandare gli altri al parlamento, ma non andarci loro; nell’articolo su l’Avan­ti! già si dice che i deputati possono fare tante belle cose che sarebbe veramente un tradimento il rifiu­tarci a fare anche noi la nostra parte. E poi si parla di farsi arrestare col popolo. Come perdere la bella oc­casione di sacrificarsi per il popolo?

Merlino, ne siamo convinti perché lo conosciamo, è sincero quando dice di non volere andare al parlamento. Ma la logica della posizione sarà più forte di lui, ed egli al parlamento ci andrà... se vorranno man­darcelo.

Tutta la forza dell’argomentazione di Merlino consiste in un equivoco. Egli pone in contrapposto da una parte la lotta elettorale e dall’altra l’inerzia, l’indiffe­renza e l’acquiescenza supina alle prepotenze del go­verno e dei padroni; ed è chiaro che il vantaggio re­sta alla lotta elettorale.

A questa stregua sarebbe facile il dimostrare che è una buona cosa andare a messa ed aspettare ogni bene dalla divina provvidenza, poiché l’uomo che cre­de nell’efficacia della preghiera è sempre superiore al­l’idiota che nulla desidera, nulla spera e nulla teme.

Ne segue da ciò che noi dovremmo metterci a pre­dicare alla gente di andare in chiesa e sperare in Dio?

La questione è tutt’altra. Si tratta di cercare qual’è il mezzo più efficace di resistenza popolare, qual’é la via che, mentre soddisfa ai bisogni del momento, conduce più direttamente ai destini futuri dell’uma­nità, qual’è il modo più utile d’impiegare le forze so­cialiste.

Non è vero che senza il parlamento mancano i mezzi per far pressione sul Governo e metter freno ai suoi eccessi. Al contrario. Quando in Italia non v’era il suffragio popolare, v’era una libertà che oggi ci sembrerebbe grande; e le violenze governative, molto minori di quelle di Crispi e Di Rudini, provocavano un’indignazione e una reazione popolare di cui oggi non si ha più l’idea. Lo stesso suffragio, di cui fan tan­to caso, è stato naturalmente ottenuto quando il suf­fragio non v’era; ed ora che v’è, minacciano di toglier­lo… effetto miracoloso della sua efficacia!

Merlino dice che Malatesta ha scritto che il despo­tismo è da preferire all’ibrido sistema attuale. Se la memoria non ci falla, scrisse Malatesta che al parla­mentarismo accettato e vantato è da preferirsi il de­spotismo subito per forza e coll’animo intento alla ri­volta. È una cosa ben differente, ed in quella diffe­renza sta la ragione della nostra tattica. Se il governo riducesse l’Italia allo stato politico della Russia, noi non dovremmo riprincipiare la lotta per il costituzio­nalismo, perché sappiamo già quanto valgono le co­stituzioni e troveremmo modo di lottare per i nostri ideali anche senza quelle larve di libertà che servono piuttosto ad illudere le masse che a favorirne il progresso.

I socialisti parlamentari invece, imperniando tutta la loro attività intorno alla lotta elettorale, si condan­nano ad un lavoro di Sisifo; ed ogni volta che al go­verno piace di menomare le libertà politiche e le ga­ranzie costituzionali, essi debbono mettere da parte il programma socialista e ridiventare costituzionalisti. A prova “La lega della libertà” dei tempi crispini, in cui Turati, Cavallotti e Di Rudini eran diventati com­militoni e fratelli.

D’altronde il fatto è questo; se nel paese v’è co­scienza e forza di resistenza, se vi sono partiti extra­costituzionali che minacciano lo Stato, allora il go­verno rispetta lo Statuto, allarga il suffragio, con­cede libertà, tanto per aprire delle valvole di sicurezza alla crescente pressione; ed in Parlamento i    deputati borghesi tuonano contro i ministri, tanto per farsi popolari. Se invece il governo vede che i par­titi popolari fondano le loro speranze sull’azione par­lamentare e che la cosa che più gli dà noia sono i de­putati socialisti, allora respinge il suffragio, tien chiu­so il parlamento, viola lo Statuto; e se i deputati han­no il nerbo, cosa rara, di resistere più che per burla, vanno in prigione malgrado il medaglino e l’immunità.

Quando Merlino poi dice che gli astensionisti sono dei dottrinari e si compiace a mettere in bocca loro una serie di ragionamenti che mena fuori di ogni vita reale ed al più completo quietismo, allora Merlino è... men che sincero.

Vi sono è vero degli anarchici che si curano poco della praticabilità delle loro idee e limitano il loro com­pito alla predica di nozioni astratte, che essi credono il vero assoluto... se vero oggi, o vero tra mille anni non importa.

Ma Merlino sa che quella tendenza non è quella di tutti gli anarchici, che di essa in Italia appena se ne ritroverebbe la traccia e che, anche all’estero, es­sa in fondo non è rappresentata che da poche perso­nalità.

Servirsi dell’esistenza di una tale tendenza per at­tribuirla a tutti gli anarchici e darsi così l’aria di aver ragione, può essere un abile espediente di polemica, ma non è degno di chi cerca e vuol propagare la verità.

Quella tendenza quietista, per il fatto ch’essa ave­va trovato simpatia in qualche uomo d’ingegno e di fama, è stata certamente una fra le cause che aveva­no arrestato lo sviluppo del movimento anarchico. Merlino, e noi, e tanti altri abbiamo combattuto quella tendenza; e se egli avesse continuato per la strada di prima, continuerebbe ad averci a compagno. Ma Merlino, proprio quando gli anarchici accennano ad uscire dalla crisi ed a ripigliare un lavoro fecondo, rin­nega tutto ciò che egli stesso aveva detto; e, senza ac­campare una sola ragione nuova che non fosse stata già le mille volte detta dai legalitari e da lui stesso confutata, vorrebbe che noi lo seguissimo.

Oggi le critiche ch’egli può fare degli errori in cui son caduti gli anarchici non hanno più efficacia. Non sono più le osservazioni di un commilitone fatte negli interessi della causa comune ma gli attacchi di un av­versario, che rischiano di non essere presi in conside­razione, perché ritenuti sospetti.

 

 

 

MALATESTA: “Maggioranze e minoranze”

 

Ulteriore risposta sotto forma di lettera, pubblicata sempre sull’Agitazione del 14 marzo 1897 e anche questa falsamente datata da Londra.

 

 

Carissimi compagni,

 

Mi rallegro della prossima pubblicazione del gior­nale L’Agitazione, e vi auguro di cuore il più com­pleto successo. Il vostro giornale compare in un mo­mento in cui grande ne è la necessità, ed io spero che esso potrà essere un organo serio di discussione e di propaganda, ed un mezzo efficace per raccogliere e ricongiungere le sparse file del nostro partito. Potete contare sul mio concorso per tutto ciò che le forze mie, deboli purtroppo, mi permetteranno.

Per questa volta, tanto per isgombrarmi il terreno alla futura collaborazione, vi scriverò sopra alcuni punti che, se in certo modo mi riguardano personal­mente, non sono senza portata sulla propaganda ge­nerale.

L’amico nostro Merlino, che come sapete, si perde ora nell’inane tentativo di voler conciliare l’anarchia col parlamentarismo, in una sua lettera al Messag­gero volendo sostenere che “il parlamentarismo non è destinato a sparire interamente e qualche cosa ne rimarrà anche nella società che noi vagheggiamo”, ricorda uno scritto da me inviato alla Conferenza anar­chica di Chicago del 1893, in cui io sostenevo che “per talune cose il parere della maggioranza dovrà neces­sariamente prevalere a quello della minoranza”.

La cosa è vera, né le mie idee sono oggi diverse da quelle espresse nello scritto di cui si tratta. Ma Mer­lino, riportando una mia frase staccata per sostenere una tesi diversa da quella che sostenevo io, lascia nel­l’ombra e nell’equivoco quello che io veramente in­tendevo.

Ecco: v’erano a quell’epoca molti anarchici, e ve n’è ancora un poco, che scambiando la forma colla so­stanza e badando più alle parole che alle cose, si erano formati una specie di “rituale del vero anarchico” che inceppava la loro azione, e li trascinava a soste­nere cose assurde e grottesche.

Così essi, partendo dal principio che la maggior­anza non ha il diritto d’imporre la sua volontà alla minoranza, ne conchiudevano che nulla si doves­se mai fare se non approvato all’unanimità dei concorrenti. Confondendo il voto politico, che serve a no­minarsi dei padroni con il voto quando è mezzo per esprimere in modo spiccio la propria opinione, ritenevano anti-anarchica ogni specie di votazione. Così, si convocava un comizio per protestare contro una vio­lenza governativa o padronale, o per mostrare la sim­patia popolare per un dato avvenimento; la gente ve­niva, ascoltava i discorsi dei promotori, ascoltava quelli dei contraddittori, e poi se ne andava senza espri­mere la propria opinione, perché il solo mezzo per e­sprimerla era la votazione sui vari ordini del giorno... e votare non era anarchico. Un circolo voleva fare un manifesto: v’erano diverse redazioni proposte che di­videvano i pareri dei Soci; si discuteva a non finire, ma non si riusciva mai a sapere l’opinione predominante, perché era proibito il votare, e quindi o il manifesto non si pubblicava, o alcuni pubblicavano per conto loro quello che preferivano; il circolo si scindeva quando non v’era in realtà nessun dissenso reale e si trattava solo di una questione di stile. E una con­seguenza di questi usi, che dicevano essere garanzie di libertà, era che solo alcuni, meglio dotati di facoltà oratorie, facevano e disfacevano, mentre quelli che non sapevano o non osavano parlare in pubblico, e che sono sempre la grande maggioranza, non contavano proprio nulla. Mentre poi l’altra conseguenza più grave e veramente mortale per il movimento anar­chico, era che gli anarchici non si credevano legati dalla solidarietà operaia, ed in tempo di sciopero an­davano a lavorare, perché lo sciopero era stato votato a maggioranza e contro il loro parere. E giungevano fino a non osare di biasimare dei farabutti, sedicenti anarchici, che domandavano e ricevevano denari dai padroni – potrei citare i nomi occorrendo – per combattere uno sciopero in nome dell’anarchia.

Contro queste e simili aberrazioni era diretto lo scritto che io mandai a Chicago. Io sostenevo che non ci sarebbe vita sociale pos­sibile se davvero non si dovesse fare mai nulla insie­me se non quando tutti sono unanimemente d’accor­do. Che le idee e le opinioni sono in continua evoluzio­ne e si differenziano per gradazioni insensibili, men­tre le realizzazioni pratiche cambiano a salti bruschi; e che, se arrivasse un giorno in cui tutti fossero per­fettamente d’accordo sui vantaggi di una data cosa, ciò significherebbe che in quella data cosa ogni pro­gresso possibile è esaurito. Così, per esempio, se si trat­tasse di fare una ferrovia, vi sarebbero certamente mille opinioni diverse sul tracciato della linea, sul ma­teriale, sul tipo di macchine e di vagoni, sul posto del­le stazioni, ecc., e queste opinioni andrebbero cam­biando di giorno in giorno: ma se la ferrovia si vuol fare bisogna pure scegliere fra le opinioni esistenti, né si potrebbe ogni giorno modificare il tracciato, traslocare le stazioni e cambiare le macchine. E poi­ché di scegliere si tratta è meglio che siano contenti i più che i meno, salvo naturalmente a dare ai meno tutta la libertà e tutti i mezzi possibili per propagare e sperimentare le loro idee e cercare di diventare la maggioranza.

Dunque in tutte quelle cose che non ammettono parecchie soluzioni contemporanee, o nelle quali le dif­ferenze d’opinione non sono di tale importanza che valga la pena di dividersi ed agire ogni frazione a modo suo, o in cui il dovere di solidarietà impone l’unio­ne, è ragionevole, giusto, necessario che la minoranza ceda alla maggioranza.

Ma questo cedere della minoranza deve essere effetto della libera volontà, determinata dalla coscienza della necessità; non deve essere un principio, una leg­ge, che s’applica per conseguenza in tutti i casi, an­che quando la necessità realmente non c’è. Ed in que­sto consiste la differenza tra l’anarchia e una forma di governo qualunque. Tutta la vita sociale è pie­na di queste necessità in cui uno deve cedere le proprie preferenze per non offendere i diritti degli altri. Entro in un caffè, trovo occupato il posto che piace a me e vado tranquillamente a sedermi in un altro, do­ve magari c’è una corrente d’aria che mi fa male. Vedo delle persone che parlano in modo da far capire che non vogliono essere ascoltate, ed io mi tengo lontano, magari con incomodo mio, per non incomodar loro. Ma questo io lo fo perché me lo impongono il mio istinto d’uomo sociale, la mia abitudine di vivere in mezzo agli uomini ed il mio interesse a non farmi trattar ma­le se io facessi altrimenti; quelli che io incomoderei, mi farebbero presto sentire in un modo o in un altro il danno che v’è ad essere uno zotico. Non voglio che dei legislatori vengano a prescrivermi qual’è il modo col quale io debbo comportarmi in un caffè, né credo che essi varrebbero ad insegnarmi quell’educazione che io non avessi saputo apprendere dalla società in mezzo a cui vivo.

Come fa il Merlino a cavare da questo che un resto di parlamentarismo vi dovrà essere anche nella so­cietà che noi vagheggiamo?

Il parlamentarismo è una forma di governo nella quale gli eletti del popolo, riuniti in corpo legislativo fanno, a maggioranza di voti, le leggi che a loro piace e le impongono al popolo con tutti i mezzi coercitivi di cui possono disporre.

È un avanzo di questa bella roba, che Merlino vorrebbe conservata anche in Anarchia? Oppure, poi­ché in Parlamento si parla, e si discute e si delibera, e questo si farà sempre in qualsiasi società possibile, Merlino chiama questo un avanzo di parlamentarismo?

Ma ciò sarebbe davvero giuocar sulle parole, e Merlino è capace di altri e ben più seri procedimenti di discussione.

Non si ricorda il Merlino quando polemizzando in­sieme contro quegli anarchici che sono avversi ad ogni congresso perché appunto ritengono i congressi una forma di parlamentarismo, noi sostenevamo che l’essenza del parlamentarismo sta nel fatto che i par­lamenti fanno ed impongono leggi, mentre un congres­so anarchico non fa che discutere e proporre delle ri­soluzioni, che non hanno valore esecutivo se non do­po l’approvazione dei mandanti e solo per coloro che le approvano? O che le parole hanno cambiato di significato ora che Merlino ha cambiato d’idee?

 

 

 

MALATESTA: “Sulla linea dell’anarchismo”

 

Continuazione della lettera in parte pubblicata Il 14 marzo 1897, nel numero dell’Agitazione dei 21 marzo 1897.

 

 

Osvaldo Gnocchi Viani, parlando nella Lot­ta di Classe della discussione fra me e Merlino a pro­posito della lotta elettorale, dice che noi, Merlino ed io, “ci siamo staccati dallo stipite anarchico-individuali­sta ed abbiamo fatto un’evoluzione verso il metodo dell’organizzazione e dell’azione politica” e quindi conchiude che Merlino ed io abbiamo fatto un’evoluzione dello stesso genere, e che solo differiamo perché l’uno ha corso più dell’altro, ed io non so e non voglio “la­sciarmi andare fin là” cioè fino ad accettare la tattica elettorale.

            Tutti questi spropositi si capirebbero in uno che fosse completamente ignaro della storia del movimen­to nostro in Italia; ma in Gnocchi Viani fan meravi­glia davvero, e fan vedere come il partito preso può ottenebrare il giudizio anche negli. uomini meglio informati, e, d’ordinario, più sereni ed equanimi.

            Staccati dallo stipite anarchico-indidualista! Ma quando mai Merlino ed io siamo stati individualisti? E che cosa è mai questo stipite anarchico-individualista? In Italia per molto tempo tutti gli anarchici furono socialisti, anzi il socialismo vi è nato anarchico, or sono già quasi trent’anni. Gnocchi Viani se ne deve ricordare. L’individualismo cosiddetto anarchi­co venne molto più tardi e ci ebbe sempre avversari, tanto Merlino che io.

            Evoluzione verso il metodo dell’organizzazione e dell’azione politica! Ma chi di noi ha mai cessato dal riconoscere e propugnare la suprema necessità della organizzazione, e quella della lotta politica? Sulla prima questione noi abbiamo sempre sostenuto che l’a­bolizione del governo e del capitalismo è possibile solo quando il popolo, organizzandosi, si metta in grado di provvedere a quelle funzioni sociali a cui provvedono oggi, sfruttandole a loro vantaggio, i governanti e i capitalisti. Quindi non volendo governo, noi abbiamo una ragione di più di tutti gli altri per essere caldi par­tigiani dell’organizzazione.

            E sulla seconda questione, chi più di noi ha sostenuto che alla lotta contro il capitalismo bisogna unire la lotta contro lo Stato, vale a dire la lotta politica?

            Oggi v’è una scuola che per lotta politica intende la conquista dei pubblici poteri mediante le elezioni; ma Gnocchi Viani non può ignorare che la logica im­pone altri metodi di combattimento a chi vuole aboli­re il governo e non già occuparlo.

             Merlino ed io ci siamo trovati d’accordo nel se­gnalare gli errori che, secondo noi, si erano infiltrati nelle teorie anarchiche ed i mali che avevano afflitto il nostro partito, e Merlino ci ha messo, mi compiaccio di riconoscerlo, più attività che non abbia fatto io. Ma, quando i mali da noi lamentati sono già quasi da tutti riconosciuti, quando gli errori incominciano ad essere respinti e l’organizzazione del partito incomincia sul serio, allietandoci di belle speranze, Merlino cre­de di scorgere la salvezza nella tattica elettorale, che è stata già per lunga esperienza così grande jattura per la causa socialista, e ci lascia. Tanto peggio. Noi continueremo lo stesso senza di lui.

             Questo non significa essere andati un po’ più o un po’ meno avanti sulla stessa via, ma aver percorso insieme una certa strada, e poi giunti al bivio, essersi separati, l’uno pigliando da una parte e l’uno dall’altra. Non pare così anche a Gnocchi Viani?

 

 

 

MERLINO: “Da una questione di tattica ad una questione di principio”

 

Risposta di Merlino pubblicata sull’Agitazione dei 28 marzo 1897. La risposta è preceduta da una breve introduzione di Malatesta, che riproduciamo.

 

Sotto questo titolo riceviamo da Saverio Merlino l’articolo seguente, che pubblichiamo con piacere. Il Merlino può essere sicuro di trovare sempre In noi la serenità e l’amore impregiudicato della verità, che egli desidera. D’altronde, noi conveniamo con lui che spesso gli anarchici si sono mostrati intolleranti e troppo pronti alle ire ed ai sospetti; ma non bisognerebbe poi, nell’entusiasmo dei mea culpa, pigliare tutti i torti per noi e dimenticare che l’esempio e la provocazione ci sono venuti il più sovente dagli altri. Senza rimontare ai tempi di Bakunin ed alle infami calunnie ed invereconde menzogne che ancora sì raccontano ai giovani che non sanno la storia nostra ci basti ricordare la condotta dei socialisti democratici negli ultimi Congressi Internazionali verso gli anarchici, e certi articoli apparsi, non è gran tempo,, nella stampa socialista democratica di vari paesi. In ogni modo, cerchiamo, se ci riesce, di esser giusti noi, checché facciano e dicano i nostri avversari. Ecco l’articolo di Merlino:

 

Vediamo un po’ se è possibile continuare a discutere serenamente senza ire né sospetti, come abbiamo principiato. Sarebbe una cosa quasi nuova e di così lieto augurio, che io dovrei rallegrarmi di avere offerto ai miei amici l’opportunità di dimostrare che il partito anarchico comincia ad educarsi all’osservanza dei principi che professa.

E prima di tutto, sono io anarchico? Rispondo: se l’astensionismo è dogma di fede anarchica, no. Ma io non credo al dogma. Non credo contrari ai principi nostri la difesa e l’esercizio dei nostri diritti – neppure dei minimi. Non credo che esercitando il diritto di voto, che ci viene consentito, noi si rinunzi ai diritti maggiori, che ci vengono negati e che dobbiamo rivendicare.

Credo che l’agitazione elettorale ci offra modi e opportunità di propaganda, a cui sarebbe follia rinunciare, specialmente in questo quarto d’ora e in Italia dove quasi ogni altra affermazione ci è interdetta, e credo che non se ne possa trarre tutto il profitto possibile quando si sostiene l’astensione. (Di ciò abbiamo fatto la prova in questi giorni qui a Roma, dove presentando la candidatura Galleani, abbiamo potuto tenere comizi, diffondere manifesti, guadagnarci la simpatia di molti che ci erano ostili o indifferenti come non avremmo mai potuto fare se fossimo rimasti astensionisti). Del resto non credo alla conquista dei poteri pubblici., sostengo che tanto la lotta per la libertà, quanto quella per l’emancipazione economica debba essere combattuta principalmente fuori del Parlamento. L’opera dei deputati operai, socialisti e rivoluzionarli la ritengo utile non per se stessa ma in aiuto alla lotta extraparlamentare. E se così pensando non mi trovo perfettamente d’accordo né con gli anarchici né coi socialisti‑democratici me ne duole sinceramente: ma posso io disdirmi?

Ma ormai pro e contro la partecipazione alle elezioni mi pare che si sia detto a un dipresso tutto quello che si poteva dire: ed io mi compiaccio che la disputa sia stata da Malatesta sollevata nella sfera dei principi: ed anche per questo non mi pento di averla suscitata.

Non si può negare che attorno ai nostri principi – che son veri, se rettamente interpretati – son pullulati molti errori e molti sofismi.

Uno di questi è che gli uomini debbano far tutto da sé, individualmente; che un uomo non debba farsi mai rappresentare da un altro, che le minoranze non debbano cedere alle maggioranze (essendo più probabile che s’ingannino queste che quelle); che nella società futura gli. uomini si troveranno miracolosamente d’accordo, o se non i dissidenti si separeranno e ciascuno agirà a sua guisa: che ogni altra condotta sarebbe contraria ai nostri principi.

Io vorrei qui ripetere parola per parola le giustissime e lucidissime considerazioni che fa Malatesta (e non per la prima volta) contro codesto modo d’intendere l’anarchia nel n. 1 dell’Agitazione, concludendo col dire:

“Dunque in tutte quelle cose che non ammettono parecchie soluzioni contemporanee, o nelle quali le differenze d’opinione non sono di tale importanza che valga la pena di dividersi ed agire ogni frazione a modo suo, ed in cui il dovere di solidarietà impone l’unione, è ragionevole, giusto, necessario che la minoranza ceda alla maggíoranza”.

In due punti però io credo di dissentire da lui: in primo luogo, Malatesta sembra credere che le cose nelle quali per le varie ragioni da lui adottate è necessità convenire sieno tutte cose di poco momento. Si vede dagli esempi che adduce. Vado in caffè: trovo i posti migliori occupati; devo rassegnarmi a stare sull’uscio, o andar via. Vedo persone parlar sommessamente: devo allontanarmi per non essere indiscreto e via dicendo. Io invece credo (e forse anche Malatesta lo crede, ma non lo dice) che tra le questioni nelle quali converrà l’accordo e quindi, se non è possibile essere tutti della stessa opinione, è necessario cercare un compromesso, ve ne sono delle gravissime: e sono tali propriamente tutte le questioni sull’organizzazione generale della società e tutti i grandi interessi pubblici. Vi può essere nella società qualcuno che ritenga giusta la vendetta: ma la maggioranza degli uomini ha diritto di decidere che è ingiusta e d’impedirla. Vi può essere una minoranza, che preferisca di organizzare l’industria dei trasporti per le vie ferrate in modo cooperativistico, o collettivistico, o comunistico, od in un altro modo. ma l’organizzazione non potendo essere che una, è necessità che prevalga il parere dei più. Vi può essere uno che ritenga addirittura una vessazione il provvedimento tale, adottato per impedire il diffondersi di una malattia contagiosa: ma la società ha diritto di premunirsi dai mali epidemici. Il secondo dissenso tra Malatesta e me è in questo, che io non credo di poter profetare che nella società futura la minoranza sempre e in tutti i casi si arrenderà volentieri al parere della maggioranza, Malatesta invece dice: “Ma questo cedere della minoranza dev’essere effetto della libera volontà determinata dalla coscienza della necessità”.

E se questa volontà non c’è, se questa coscienza della necessità nella minoranza non c’è, se anzi la mi­noranza è convinta di fare il suo dovere resistendo? Evidentemente la maggioranza, non volendo subire la volontà della minoranza, farà la legge, darà alla propria deliberazione (come dice Malatesta a proposito dei Congressi) un valore esecutivo.

Malatesta dice anzi di più. e, a proposito di chi trova il posto preferito al caffè occupato, o di chi deve allontanarsi da un colloquio confidenziale dice: “Se io facessi altrimenti, quelli che io incomoderei mi farebbero sentire, in un modo o in un altro il danno che vi è ad essere uno zotico”. Ed ecco una coazione. E si tratta, negli esempi addotti, di rapporti individuali e di questioni di pochissimo rilievo. Figuriamoci se si trattasse di una grave questione di pubblico interesse, come quelle a cui ho accennato io più sopra!

Sta bene che la coazione debba essere minima, e possibilmente più morale che fisica, e che si debbano rispettare i diritti delle minoranze, ed ammettere in taluni casi perfino la secessione della minoranza dissidente. Ma insomma è questione di più e di meno, di modalità e non di principi.

Nei casi, in cui ciò sia utile e necessario, dico io, non è contrario ai principi anarchici né addivenire ad una votazione, né provvedere all’esecuzione delle deliberazioni prese: e quando queste cose non si possono fare (per ragion di numero o di capacità) dagli interessati direttamente, non è contrario ai principi anarchici che, prese le debite precauzioni contro i possibili abusi, si deleghino ad altri. Quindi io conchiudo:

  • sì crede nell’armonia provvidenziale che regnerebbe nella società futura... ed allora ha torto Malatesta ed hanno ragione gl’individualisti.
  • Malatesta ha ragione ed allora non si ha più diritto di dire che ogni rappresentanza, ogni atto con cui il popolo confida ad altri la cura dei suoi interessi, sia contrario ai nostri principi.

A questo dilemma mi pare difficile di sfuggire.

 

 

 

MALATESTA: “Società autoritaria e società anarchica”

 

Risposta di Malatesta sull’Agitazione del 28 marzo 1897.

 

Merlino dice senza dubbio molte cose giustissime e che diciamo anche noi; ma nell’affermare delle idee generali, sulle necessità della vita sociale, perde di vista, a parer nostro, la differenza tra autoritarismo ed anarchismo e le ragioni della differenza. Così che tutto il suo argomentare potrebbe servire benissimo per sostenere la necessità di un governo, e quindi l’impossibilità dell’anarchia.

Stabiliamo subito quali sono i punti in cui siamo d’accordo, acciò né il Merlino né altri, cui piaccia polemizzare con noi, perda il tempo a combattere in noi idee che non sono nostre. e riesca così a sfondare delle porte aperte.

Noi pensiamo che in motti casi la minoranza anche se convinta di aver ragione, deve cedere alla maggioranza, perché altrimenti non vi sarebbe vita sociale possibile – e fuori della società è impossibile ogni vita umana. E sappiamo benissimo che le cose in cui non si può raggiungere l’unanimità ed in cui è necessario che la minoranza ceda non sono le cose di poco momento; ma anche, e specialmente, quelle di importanza vitale per l’economia della collettività.

Noi non crediamo nel diritto divino delle maggioranze, ma nemmeno crediamo che le minoranze rappresentino, sempre, la ragione ed il progresso. Galileo aveva ragione contro tutti i suoi contemporanei; ma vi sono oggi ancora alcuni che sostengono che la terra è piatta e che il sole le gira intorno, e nessuno vorrà dire che hanno ragione perché son diventati minoranza. Del resto, se è vero che i rivoluzionari sono sempre una minoranza, sono anche sempre in minoranza gli sfruttatori ed i birri.

Così pure noi siamo d’accordo col Merlino nell’ammettere che è impossibile che ogni uomo faccia tutto da sé, e che, se anche fosse possibile, ciò sarebbe sommamente svantaggioso per tutti. Quindi ammettiamo la divisione del lavoro sociale, la delegazione delle funzioni e la rappresentanza delle opinioni e degli interessi propri affidata ad altri.

E soprattutto respingiamo come falsa e perniciosa ogni idea di armonia provvidenziale e di ordine naturale nella società, poiché crediamo che la società umana e l’uomo sociale esso stesso siano il prodotto di una lotta lunga e faticosa contro la natura, e che se l’uomo cessasse dall’esercitare la sua volontà cosciente e si abbandonasse alla natura, ricadrebbe presto nella animalità e nella lotta brutale.

Ma – e qui è la ragione per cui siamo anarchici – noi vogliamo che le minoranze cedano volontariamente quando così la richieda la necessità ed il sentimento della solidarietà. Vogliamo che la divisione del lavoro sociale non divida gli uomini in classi e faccia gli uni direttori e capi, esenti da ogni lavoro ingrato, e condanni gli altri ad esser le bestie da soma della società. Vogliamo che delegando ad altri una funzione, cioè incaricando altri di un dato lavoro, gli uomini non rinunzino alla propria sovranità, e che, ove occorra un rappresentante, questi sia il portaparola dei suoi mandanti o l’esecutore delle loro volontà, e non già colui che fa la legge e la fa accettare per forza, e crediamo che ogni organizzazione sociale non fondata sulla libera e cosciente volontà dei suoi membri conduce all’oppressione ed allo sfruttamento della massa da parte di una piccola minoranza.

Ogni società autoritaria si mantiene per coazione. La società anarchica deve essere fondata sul libero accordo: in essa bisogna che gli uomini sentano vivamente ed accettino spontaneamente i doveri della vita sociale, e si sforzino di organizzare gl’interessi discordanti e di eliminare ogni motivo di lotta intestina; o almeno che, se conflitti sì producono. essi non siano mai di tale importanza da provocare la costituzione di un potere moderatore, che col pretesto di garantire la giustizia a tutti, ridurrebbe tutti in servitù.

Ma se la minoranza non vuol cedere? dice Merlino. E se la maggioranza vuol abusare della sua forza? domandiamo noi. È chiaro che nell’un caso come nell’altro non v’è anarchia possibile.

Per esempio noi non vogliamo polizia. Ciò suppo­ne naturalmente che noi pensiamo che le nostre don­ne, i nostri bimbi e noi stessi possiamo andar per le strade senza che nessuno ci molesti, o almeno che se qualcuno volesse abusar su di noi della sua forza su­periore, troveremmo nei vicini e nei passanti più va­lida protezione che non in un corpo di polizia apposi­tamente stipendiato.

Ma se invece delle bande di facinorosi van per le strade insultando e bastonando i più deboli di loro ed il pubblico assiste indifferente a tale spettacolo? Allora naturalmente ì deboli e quelli che amano la propria tranquillità invocherebbero la istituzione della polizia, e questa non mancherebbe di costituirsi. Si potrebbe forse sostenere che, dato quelle circostanze, la polizia sarebbe il minore dei mali; ma non si potrebbe certo dire che sì sta in anarchia. La verità sarebbe che quando v’è tanti prepotenti da un lato e tanti vili dall’altro l’anarchia non è possibile.

Quindi è che l’anarchico deve sentire fortemente il rispetto della libertà e del benessere degli altri, e deve fare di questo rispetto lo scopo precipuo della sua propaganda.

Ma, si obbietterà, gli uomini oggi sono troppo egoisti, troppo intolleranti, troppo cattivi per rispettare i diritti degli altri e cedere volontariamente alle necessità sociali.

Invero, noi abbiamo sempre riscontrato negli uomini, anche i più corrotti, tale un bisogno di essere stimati ed amati, e, in date circostanze, tanta capacità di sacrificio e tanta considerazione dei bisogni degli altri da sperare che, una volta distrutte con la proprietà individuale le cause permanenti dei più gravi antagonismi, non sarà difficile di ottenere la libera cooperazione di ciascuno al benessere di tutti.

Comunque sia, noi anarchici non siamo tutta l’umanità e non possiamo certamente far da noi soli tutta la storia umana; ma possiamo e dobbiamo lavorare per la realizzazione dei nostri ideali cercando di eliminare, il più possibile, la lotta e la coazione nella vita sociale.

E dopo ciò ha ragione di sostenere Merlino che il parlamentarismo non può sparire completamente e che ve ne dovrà restare qualche cosa anche nella società da noi vagheggiata? Noi crediamo che il chiamare parlamentarismo o avanzo di parlamentarismo quello scambio di servizi e quella distribuzione delle funzioni sociali senza di cui la società non potrebbe esistere, sia un alterare senza ragione il significato accettato delle parole, e non possa che oscurare e confondere la discussione. Il parlamentarismo è una forma di governo; e un governo significa potere legislativo, potere esecutivo e potere giudiziario; significa violenza, coazione, imposizione con la forza della volontà dei governanti ai governati.

Un esempio chiarirà il nostro concetto. I vari Stati d’Europa e del mondo stanno in rapporto tra di loro, si fanno rappresentare gli uni presso gli altri, organizzano servizi internazionali, convocano congressi, fanno la pace o la guerra, senza che vi sia un governo internazionale, un potere legislativo che faccia la legge a tutti gli Stati, ed un potere esecutivo che a tutti l’imponga.

Oggi i rapporti tra i diversi Stati sono ancora in molta parte fondati sulla violenza e sul sospetto. Alle sopravvivenze ataviche delle rivalità storiche, degli odi di razza e di religione e dello spirito di conquista, si aggiunge la concorrenza economica ogni giorno minacciati dalla guerra ed ogni giorno i grossi Stati fan violenza ai piccoli.

Ma chi oserebbe sostenere che per rimediare a questo stato di cose bisognerebbe che ogni Stato nominasse dei rappresentanti, i quali, riunitisi stabilissero tra loro, a maggioranza di voti, i principi del diritto internazionale e le sanzioni penali contro i trasgressori e man mano legiferassero su tutte le questioni tra Stato e Stato; ed avessero a loro disposizione ,una forza per far rispettare le loro decisioni?

Questo sarebbe il parlamentarismo esteso ai rapporti internazionali; e lungi dall’armonizzare gl’interessi dei vari Stati e distruggere le cause dei conflitti, tenderebbe a consolidare il predominio dei più forti e creerebbe una nuova classe di sfruttatori e di oppressori internazionali. Qualche cosa di questo genere esiste di già in germe nel “concetto” delle grandi potenze, e tutti ne vediamo gli effetti liberticidi.

Ed ancora due parole sulla questione dell’astensionismo elettorale. Merlino continua a parlare dell’attività propagandista che si può spiegare per mezzo delle elezioni; ma non pensa a quello che si potrebbe fare se, respingendo la lotta elettorale, si portasse quell’attività sopra un altro campo più consono coi nostri principi e coi nostri fini.

Merlino non crede nella conquista dei poteri pubblici; ma noi non vorremmo questa conquista, né per noi né per altri, neanche se la credessimo possibile. Noi siamo avversari del principio di governo, e non crediamo che chi andasse al governo si affretterebbe poi a rinunziare al potere conquistato. I popoli che vogliono la libertà demoliscono le Bastiglie, i tiranni invece, domandano di entrarvi e fortificarvisi, colla scusa di difendere il popolo contro i nemici. Quindi noi non vogliamo. che il popolo s’abitui a mandare al potere i suoi amici, o pretesi tali, e ad attendersi l’emancipazione dalla loro ascesa al potere.

L’astensione per noi è una questione di tattica; ma è tanto importante che, quando vi si rinunzia, si finisce col rinunziare anche ai principi. E ciò per la naturale connessione dei mezzi col fine.

Merlino si duole di non essere completamente d’accordo né con noi né coi socialisti democratici; ma dice che non si può disdire. Noi non gli domandiamo certamente di disdirsi, contro le sue convinzioni e contro la sua coscienza. Ma ci permettiamo di fargli un’osservazione.

Una tattica, per buona che sia, non vale se non quando è accettata da coloro che dovrebbero praticarla. Ora, a ragione o a torto, noi e gli anarchici tutti, della tattica proposta dal Merlino non vogliamo saperne. Non è meglio che egli stia con noi con cui ha pur comuni gl’ideali e comuni ha pure i mezzi principali di lotta, anziché sciupare le sue forze in un tentativo che resterà sterile, ne siam. sicuri, a meno che egli rinunzi all’anarchia e cerchi i suoi partigiani tra gli avversari nostri è suoi?

 

 

 

MERLINO: “Poche parole per chiudere la polemica”

 

Ulteriore Intervento del Merlino sull’Agitazione del 19 aprile 1897.

 

Mi pare che ci veniamo avvicinando. In una società organizzata secondo i principi del socialismo anarchico le minoranze dovranno nelle cose di grave interesse comune indivisibile cedere al parere, e mettiamo pure al volere delle maggioranze: ma le maggioranze non dovranno abusare del loro potere ledendo i diritti delle minoranze. Senza un compromesso dì questo genere la convivenza non sarebbe possibile.

Fin qui siamo d’accordo. Ma se una minoranza non, vuole acconciarsi al parere della maggioranza in una delle questioni suddette? Voi dite che in questo caso non ci potrà più essere anarchia. Dunque la volontà di una piccola minoranza, anzi di un sol uomo, potrà fare in modo che l’Anarchia – come l’intendete voi – non si applichi affatto. Un pugno di farabutti o di reazionari o di eccentrici o di nevrotici, anche un sol individuo, potrà impedire che funzioni il sistema anarchico, soltanto col dire di no; rifiutandosi a cedere volontariamente alla maggioranza. E siccome qualche arfasatto ci sarà sempre in qualunque società, la conseguenza del vostro ragionamento è che l’Anarchia è una gran bella cosa, ma non si attuerà mai.

Io invece prendo l’Anarchia in un senso meno assoluto. Non metto l’aut-aut che mettete voi. L’idea Anarchica per me si comincerà ad attuare molto prima che gli uomini raggiungano lo stato di perfezione, per cui, compenetrati dei vantaggi dell’associazione, essi cedano volontariamente gli uni agli altri. Essa ci deve suggerire fin da ora dei modi di provvedere ai comuni interessi e di risolvere i conflitti che possano nascere, senza autorità, senza accentramento, senza un potere costituito in mezzo alla società, capace d’imporre la volontà propria ed i propri interessi alla moltitudine dei soggetti.

Questa è l’unica Anarchia attuabile ed è un’Anarchia prossimamente attuabile: di essa soltanto vale la pena di occuparsi.

Prendiamo gli esempi addotti da voi. Voi dite: in una società anarchica non vi può essere polizia. Ma perché non vi sia polizia, bisogna che gli uomini si rispettino a vicenda, che un galantuomo possa camminare per le vie senza la paura di essere aggredito, od almeno, nella sicurezza di essere difeso dai vicini e dai viandanti se aggredito da uno più forte di lui. Se i deboli avessero a temere di essere accoppati per le vie, essi invocherebbero una polizia che li proteggesse, e l’Anarchia se ne andrebbe a gambe all’aria.

Cosicché voi ponete il dilemma: o nessuna forma dì difesa sociale o collettiva dal delitto – tranne la difesa fortuita della folla – oppure la polizia, il governo, l’ordine di cose attuale.

Io invece credo che tra il sistema attuale e quello che presuppone la cessazione del delitto ci sia posto per forme intermedie – per una difesa sociale che non sia la funzione di un Governo, ma che si eserciti, in ciascuna località, sotto gli occhi e il controllo dei cittadini come un qualunque servizio pubblico, d’igiene, di trasporto ecc. – quindi non possa degenerare in un mezzo di oppressione e di dominazione.

Preparare queste forme, e farle prevalere alla forma autoritaria attuale o ad altre simili è appunto il compito dei socialisti anarchici. Ma questo compito non lo eseguiranno se essi diranno: l’anarchia non è possibile che allorquando la società non avrà più bisogno di garantirsi dal delitto – perché non si commetteranno più delitti.

Nelle relazioni fra popoli voi dite: gli Stati oggi fanno pace e guerre, osservano certe norme di giustizia nei loro rapporti (diritto delle genti, ecc.) senza un governo, un Parlamento, una polizia internazionale. E come non vi accorgete che il Governo dei Governi c’è, ed è di quella Potenza o di quelle Potenze che hanno il maggior numero di cannoni ed il maggior numero di uomini per caricarli e difenderli? E come non v’accorgete che i rapporti attuali fra popoli sono embrionali, i trattati di commercio, le convenzioni postali, sanitarie, monetarie, ed il cosiddetto diritto delle genti, accennando a relazioni che tendono a divenire permanenti e regolari, sono le prime linee di un’organizzazione degl’interessi internazionali, che si andrà sempre più sviluppando dopo che gli Stati attuali avranno cessato di esistere?

Noi dobbiamo adoperarci perché questa organizzazione sia fatta in forma federativa e libertaria; non negarne la necessità e l’utilità. A me pare francamente che voi rimaniate a mezza via tra l’individualismo e il socialismo.

Ed ora lasciatemi tornare dalla questione di principi a quella di tattica. Nell’articolo di fondo del numero 3 voi vi occupate delle recenti elezioni e dite: “Francamente e grandemente ci rallegriamo del trionfo de’ socialisti, perché, per quanto ecc., dimostra pur sempre che l’idea del Socialismo si avanza, che cresce il numero dì coloro che si ribellano agli ordini del padrone, del prete e del carabiniere e che questa Italia non è poi davvero quella terra di morti che è sembrata in questi ultimi anni”.

Preziosa confessione che in realtà mi ha meravigliato. Voi astensionisti – che predicate che un popolo che vota abdica la sua sovranità nelle mani di pochi, ora invece vedete niente meno nel voto recente degli elettori italiani una ribellione agli ordini del padrone, del prete e dell’autorità – un’affermazione tanto importante dei diritti e delle aspirazioni del popolo, che esclamate giulivi che per queste elezioni è rimasto provato non essere l’Italia quella terra dei morti che è sembrata in questi ultimi anni.

E vi par poco questa dimostrazione? Mettete pure sul conto del parlamentarismo i compromessi, l’annacquamento dei programmi, la corruzione, ecc. Questi mali non potranno giammai far contrappeso all’immenso vantaggio di avere sentito battere l’anima di un popolo che, come voi dite, pareva morto e rassegnato all’inerzia della tomba.

Ora poi, se a voi è permesso di dire dopo le elezioni che esse sono riuscite una splendida affermazione del Socialismo, non poteva esser vietato a me di dire prima delle elezioni che bisognava fare in modo che riuscissero una siffatta affermazione. Se non osta ai principi! anarchici che voi vi congratuliate del trionfo dei socialisti, non deve neppure ostare che io dichiari che lo desideravo. Le vostre congratulazioni non sarebbero venute se qualcuno non avesse lavorato per il trionfo del Socialismo nelle elezioni. Ed io non ho torto se mi ostino a sostenere che gli anarchici possono fare assai meglio che stare a guardare e congratularsi del trionfo degli altri.

Al Governo non basta per continuare ad esistere la forza materiale delle baionette: gli ci vuole anche una forza morale che esso chiede alle elezioni – una apparenza di consentimento popolare. E l’acquisto di questa forza morale noi dobbiamo contendergli: perché ridotto alla sola forza materiale, noi potremo combatterlo con successo alla prima occasione.

Un’ultima parola. Voi dite che tutti gli anarchici sono astensionisti. Oh! quanto v’ingannate! Gli astensionisti più accaniti votano ora pei repubblicani, ora pei socialisti, ora per amici personali senza parlare degli Azzaretti che non sono pochi! Quello che si guadagna con la tattica astensionista è di partecipare alle elezioni, non in nome dei nostri principi ma sotto falso nome e a beneficio di altri partiti.

 

 

 

MALATESTA: “Concezione integrale dell’anarchia”

 

Risposta di Malatesta sull’Agitazione del 19 aprile 1897.

 

Merlino va imparando un modo curioso di discutere. Sceglie da quel che gli dite una frase staccata, la tira e la torce, e riesce, poiché non tiene conto del contesto, a farvi dire quello che piace a lui. Inoltre non risponde mai alle vostre domande e alle vostre confutazioni; ma si attacca ad un vostro esempio o argomento incidentale e discute quello senza ricordarsi più della questione principale, sicché l’oggetto della polemica ad ogni replica diventa un altro.

Infatti, chi potrebbe indovinare che noi stavamo discutendo se il parlamentarismo è compatibile o no con l’anarchia? Continuando così potremmo ben discutere un secolo, ma non riusciremmo a sapere nemmeno se siamo d’accordo o no. In ogni modo seguiamo Merlino sul suo terreno.

Perché dice Merlino che “ci veniamo avvicinando”? Perché noi ammettiamo la necessità della cooperazione e dell’accordo fra i membri della società e ci pieghiamo alle condizioni fuori delle quali cooperazione ed accordo non sono possibili? Ma questo è socialismo, e Merlino sa che noi siamo sempre stati socialisti e perciò sempre molto “vicini”. La questione ora è se il socialismo deve essere anarchico o autoritario, vale a dire se l’accordo deve essere volontario o imposto.

Ma se la gente non vuole accordarsi? Eh! Allora sarà la tirannia o la guerra civile, ma non sarà l’anarchia. Per forza l’anarchia non si fa: la forza può e deve servire per abbattere gli ostacoli materiali, per mettere il popolo nella condizione di scegliere liberamente come vuol vivere, ma più non può fare.

Ma se “un pugno di farabutti o di nevrotici o anche un solo individuo si ostina nel dir no, allora non è possibile l’anarchia?” Diavolo! Non sofistichiamo. Questi individui sono ben liberi di dire no, ma non potranno impedire agli altri di far sì – e quindi dovranno adattarsi il meglio che possono.  Ché se poi “i farabutti o i nevrotici” fossero tanti da poter disturbare sul serio la società ed impedirle di funzionare pacificamente, allora... purtroppo, non saremmo ancora in anarchia.

Noi non facciamo dell’anarchia un eden ideale, che per essere troppo bello, si debba poi rimandare alle calende greche. Gli uomini sono troppo imperfetti, troppo abituati a rivaleggiarsi ed odiarsi tra loro, troppo abbrutiti dalle sofferenze, troppo corrotti dall’autorità, perché un cambiamento di sistema sociale possa, dall’oggi al domani, trasformarli tutti in esseri idealmente buoni ed intelligenti. Ma quale che sia l’estensione degli effetti che si possono sperare dal cambiamento, il sistema bisogna cambiarlo, e per cambiarlo bisogna che si realizzino le condizioni indispensabili al detto cambiamento.

Noi crediamo che l’anarchia prossimamente attuabile, perché crediamo che le condizioni necessarie alla sua esistenza vi siano già negl’istinti sociali degli uomini moderni, tanto che essi mantengono come che sia in vita la società, malgrado la continua azione dissolvente, antisociale, del governo e della proprietà. E crediamo che rimedio e baluardo contro le cattive tendenze di alcuni e contro i pericoli d’interessi e di gusti di altri non sia un governo qualsiasi, il quale essendo composto di uomini non può che far pendere la bilancia dalla parte degli interessi e dei gusti di chi sta al governo – ma la libertà la quale, quando ha a base l’uguaglianza di condizioni, è la grande armonizzatrice dei rapporti umani.

Noi non aspettiamo per volere attuata l’anarchia che il delitto, o la possibilità del delitto, sia sparita dai fenomeni sociali; ma non vogliamo la polizia, perché crediamo che essa, mentre è impotente a prevenire il delitto, o ripararne le conseguenze, è poi per se stessa fonte di mille mali e pericolo costante per la società; e se per difendersi vi fosse bisogno di armarsi, vogliamo essere armati tutti e non già costituire in mezzo a noi un corpo di pretoriani. Noi ci ricordiamo troppo della favola del cavallo che si fece mettere il morso e montare in groppa l’uomo per meglio dar la caccia al cervo – e Merlino sa bene che menzogna sia “il controllo dei cittadini”, quando i controllati sono quelli che hanno in mano la forza!

Inesatto pure è Merlino quando si serve del nostro esempio del “Concerto europeo”. Noi non abbiam detto che nei rapporti attuali tra gli Stati vi sia eguaglianza e giustizia, né abbiam negato la necessità di una organizzazione, federativa e libertaria, degl’interessi internazionali. Noi abbiam detto solamente che alla prepotenza ed all’ingiustizia che prevalgono oggi nei rapporti tra gli Stati, non sarebbe rimedio un Governo ed un Parlamento internazionale. La Grecia subisce oggi la posizione delle Grandi Potenze, e vi resiste: se essa avesse un rappresentante in un Parla­mento internazionale e si fosse impegnata a rispettare le risoluzioni della maggioranza di detto Parlamento, essa subirebbe un’eguale e maggiore prepotenza e non avrebbe il diritto di resistervi.

E poi, che intende Merlino quando dice che noi siamo a mezza strada tra l’individualismo ed il Socialismo? L’individualismo, o è la teoria della lotta: “ciascun per sé e periscano i deboli”; oppure è quella dottrina che sostiene che pensando ciascuno a se stesso e facendo a suo modo senza preoccuparsi degli altri, ne risulta, per legge naturale, l’armonia e la felicità di tutti. Nell’un senso e nell’altro noi siamo agli antipodi degl’individualisti, tanto quanto vi può esser Merlino. La questione tra noi e lui è questione di autorità, o libertà; e, francamente a noi pare ch’egli stia – o, meglio, sia ritornato – a mezza strada tra l’autoritarismo e l’anarchismo.

Ed ora alla questione di tattica. Merlino si meraviglia che noi ci siamo rallegrati del trionfo dei socialisti. La meraviglia ci sembra strana davvero. Noi ci rallegriamo quando i socialisti democratici trionfano sui borghesi, come ci rallegreremmo di un trionfo dei repubblicani sopra i monarchici, ed anche di uno dei monarchici liberali sopra i clericali. Se avessimo potuto convertire all’anarchismo coloro che hanno votato pei socialisti ed ottenere che questi non avessero avuto nemmeno un voto, ne saremmo stati felicissimi. Ma nel caso concreto, se i centomila e tanti elettori che han votato pei socialisti non lo avessero fatto, non è perché sarebbero stati degli anarchici, ma è perché sarebbero stati o dei conservatori di vari gradi, oppure gente che si asteneva per indifferenza, o che indifferentemente votava per chi pagava o prometteva o minacciava di più. E Merlino si meraviglia che noi preferiamo saperli socialisti, o mezzi socialisti?

Il bene e il male sono cose relative; ed un partito per quanto reazionario può rappresentare il progresso di fronte ad uno più reazionario ancora. Noi ci rallegriamo sempre quando vediamo un clericale che diventa liberale, un monarchico che diventa repubblicano, un indifferente che diventa qualche cosa; ma da ciò non deriva che dobbiam farci monarchici, liberali o repubblicani noi, che crediamo di star più avanti.

Per esempio, visto lo stato presente delle province meridionali, sarebbe stato un ottimo sintomo se avessero trionfato sopra larga scala non fosse altro che i cavallottiani; e noi ce ne saremmo rallegrati, come crediamo se ne sarebbero rallegrati anche i socialisti democratici. Ma non per questo socialisti ed anarchici avrebbero dovuto nel Mezzogiorno difendere i cavallottiani. Al contrario, i socialisti mettono dappertutto le candidature loro, anche se questo debba diminuire la probabilità di riuscita del candidato meno reazionario – e noi predichiamo dappertutto l’astensione cosciente, senza preoccuparci se essa possa favorire un candidato o l’altro. Per noi non è il candidato che importa, perché tanto non crediamo nell’utilità di avere dei “buoni deputati”; quel che importa è la manifestazione dello stato d’animo del pubblico; e fra i tanti curiosi stati d’animo in cui può trovarsi un elettore, il migliore è quello che gli fa comprendere la inutilità ed i danni della deputazione al Parlamento e lo spinge a lavorare per quel che desidera, direttamente, associandosi a tutti quelli che hanno gli stessi suoi desideri.

Infine, perché mai Merlino ha voluto chiudere la sua lettera con delle insinuazioni, che, viste le relazioni in cui in questo momento egli si trova con gli anarchici, sono almeno di cattivo gusto? Merlino si dice sempre anarchico e si sforza per farci concepire l’anarchia come l’intende lui e per farci accettare la tattica sua; ed è suo diritto. Ma perché piglia un tono che si può forse usare coll’avversario che non ci importa di offendere, ma non conviene con compagni che si vuole convincere ed attirare?

Già tempo fa, rispondendo nel Messaggero al Malatesta che aveva parlato della “incipiente riorganizzazione” del partito anarchico, Merlino ne faceva le beffe, quando egli sapeva che gli anarchici si riorganizzavano davvero, ed avevano già ottenuto dei risultati modesti sì, ma ben reali. Ora poi viene a tirar fuori gli anarchici che si dicono astensionisti e votano, e ci butta sul viso l’Azzaretti, che noi stessi abbiamo denunziato in queste colonne.

Ebbene se vi sono degli “astensionisti. che votano – e sappiamo che ve ne sono di fatto – ciò vuol dire o che non hanno coscienza completa delle opinioni che professano, oppure che non trovano in mezzo agli anarchici la forza sufficiente per resistere alle influenze dal di fuori: ed il rimedio non è di rinunziare tutti al programma, o di aumentare le cause di confusione e di debolezza ma di accrescere la coscienza degl’individui e di rinforzare l’organizzazione del partito. E se poi vi sono anche dei farabutti, che si vendono, non c’è che da scoprirli e cacciarli.

 

 

 

 

MALATESTA: “Incompatibilità

 

Nota di chiusura della prima parte della polemica, dovuta a Malatesta, pubblicata dall’Agitazione del 25 aprile 1897.

 

 

Merlino ci scrive di nuovo e si lamenta del “tono poco amichevole” del nostro articolo. Ma nel farlo prende tale un tono che impedisce a noi, che vogliamo restar calmi davvero, di pubblicare integralmente la sua risposta. Ci sforzeremo del resto di riportare, con le sue stesse parole, tutti i suoi argomenti.

Merlino è offeso perché dicemmo ch’egli aveva fatto delle insinuazioni. Insinuazione non sempre significa bugia; e noi d’altronde avvertivamo che sapevam vero quello che Merlino diceva. Ma lamentavamo ch’egli venisse con accuse generali e impersonali a turbare la serenità della discussione.

Ora poi Merlino ci viene a parlare di gente che ha “lavorato” per Zuccari in mezzo agli anarchici, di uno che ha preso cento lire da un candidato monarchico e d’altre porcherie. Noi conosciamo troppo Merlino per avere la più lontana idea ch’egli menta; ma che significa questo suo venire a gettare il sospetto fra noi, quando poi non mette fuori i nomi e non ci mette in grado di poter distinguere i buoni dai falsi compagni, i convinti dai vacillanti? Ci mandi Merlino fatti e nomi; ci autorizzi a pubblicarli sotto la sua responsabilità, e noi gliene saremo gratissimi. Noi vogliamo anzitutto essere un partito di gente pulita.

Ma quel che è poi strano davvero è che Merlino trova che questo fango elettorale, che manda i suoi schizzi fino in, mezzo a noi sia la conseguenza della tattica… astensionista!!! A noi pare invece una ragione di più per fare dell’astensionismo elettorale un punto importante del nostro programma, ed è per questo che siamo ostili anche alle candidature di protesta. E passiamo oltre.

Merlino protesta ch’egli non sapeva quando scrisse al Messaggero che gli anarchici si riorganizzavano. E noi gli crediamo; ma ci domandiamo allora se Merlino, prima di metter fuori al pubblico la sua nuova tattica, non avrebbe fatto bene a mettersi un po’ più a contatto coi suoi vecchi compagni. Merlino aggiunge che alla riorganizzazione non ci crede nemmeno ora – e questo è affar suo. Ai compagni tutti il dargli, coi fatti, un’eloquente smentita.

Ed ora agli argomenti. Merlino scrive: “La difesa sociale (scrivete voi) dev’esser la cura di tutta la società; e se per difendersi vi fosse bisogno di armarsi, vogliamo essere armati tutti. Così ragionando, l’amministrazione della pubblica ricchezza dev’essere la cura di tutta la società; e se per amministrarla vi fosse bisogno di far progetti, compilare statistiche, studiare scienze tecniche – ebbene quelle cose vogliamo farle tutti. L’educazione e l’istruzione dei fanciulli dev’essere la cura di tutta la società. Chi non sa quanto sia pericoloso confidare a pochi individui la cura di educare la nuova generazione? Dunque facciamoci tutti professori. E via di questo passo, si nega il principio della divisione del lavoro, si arriva al concetto Kropotkiniano, che il popolo in massa distribuirà le case, i viveri, il lavoro, farà tutto”.

Se noi dicessimo che Merlino per confutarci ci affibbia delle idee che egli dovrebbe sapere non essere le nostre, egli se ne offenderebbe – e noi non vogliamo offenderlo. Noi ammettiamo certamente la divisione del lavoro e ne apprezziamo i vantaggi; ma ne conosciamo pure i danni ed i pericoli. La divisione del lavoro è stata una fra le cause dell’assoggettamento delle masse al dominio delle caste privilegiate. E col principio della divisione del lavoro si può tentare la giustificazione di tutte le mostruosità sociali: divisione tra lavoro mentale e lavoro manuale, divisione fra il lavoro di direzione e quello di esecuzione, divisione tra :il lavoro di produzione e quello di difesa dei produttori – che poi si riassumono e si concretano nella divisione tra il lavoro di mangiare e quello di produrre, tra il lavoro di bastonare e quello di farsi bastonare. Menenio Agrippa conosceva già quest’argomento.

Noi crediamo che carattere essenziale, non solo dell’anarchismo ma del socialismo in genere, sia il volere che certe funzioni debbano appartenere indistintamente a tutti i membri della società, malgrado i vantaggi tecnici che vi potrebbero essere nell’affidarle ad una classe speciale. Si divida pure il lavoro fino a che si può, per aumentare la produzione e facilitare il funzionamento della vita sociale: ma sian salvi innanzi tutto l’integrale sviluppo e l’eguale libertà di tutti gli individui.

Tra le funzioni che, secondo noi, non si possono affidare senza gravi inconvenienti ad una classe speciale d’individui vi sono quelle in cui potrebbe esserci bisogno di adoperare la forza fisica contro un essere umano.

Così per esempio, potrebbe, non lo neghiamo, esservi un vantaggio tecnico ad avere un corpo di specialisti incaricati di diagnosticare la follia pericolosa e di portare i matti al manicomio, ma, che volete? Noi abbiam paura che quei signori dottori ed infermieri giudicherebbero matti tutti quelli che non la pensano come loro. Lombroso insegni, che ci rinchiuderebbe tutti, Merlino compreso! Per la polizia propriamente detta, peggio di peggio: addestrate un uomo a dar la caccia agli uomini ed avrete, tecnicamente parlando, un buon agente di polizia; ma nello stesso tempo avrete spento in lui ogni sentimento di simpatia umana, avrete spento l’uomo e non troverete più che lo sbirro.

E non ci estendiamo sul soggetto perché, polemizzando col Merlino, noi non intendevamo discutere sui modi migliori di soddisfare ai diversi bisogni della società, ma sulla questione specifica delle elezioni e del parlamentarismo. I vari problemi che possono presentarsi nella vita sociale possono essere risoluti, bene o male, in modi diversi. La questione che trattavamo era piuttosto il modo di risolverli: autorità o libertà, delegazione dì potere o delegazione di lavoro, governo parlamentare o anarchia – e su questa questione ci pare che Merlino, malgrado la protesta stizzosa che ci manda in contrario, abbia scivolato.

Merlino continua: “La divergenza tra noi è sul modo d’intendere l’Anarchia. Voi dite: l’anarchia sarà quando gli uomini sapranno vivere d’accordo. Quando? Io dico: l’Anarchia sarà quando gl’interessi collettivi della società saranno organizzati, non già assolutamente senza coazione; ma, sia pure con quel po’ di coazione morale, economica o fisica che è inevitabile – senza quel potere costituito in mezzo alla società, armato di leggi e dì baionette e arbitro della roba e della vita dei cittadini che si chiama governo”.

Vale a dire che Merlino non credendo possibile ora l’Anarchia completa – l’organizzazione senza coazione – vorrebbe accostarvisi il più che si può. E sta bene: noi abbiamo già detto che non essendo noi tutta l’umanità non possiamo – e appunto perché anarchici non pretendiamo – far da noi soli tutta la storia umana.

L’umanità cammina secondo la risultante delle mille forze che in vari sensi la sollecitano. Noi non siamo che una di queste forze. La questione da discutersi è se, possibilizzando il nostro programma, noi otterremmo un risultato più vantaggioso, vale a dire più pronto e più vicino al nostro ideale, che combattendo per l’attuazione del programma pieno ed intero. Noi crediamo di no.

Infine Merlino ritorna sulla questione di tattica, ma non fa che ripetere il già detto più volte. Noi pure non avremmo che da ripeterci, quindi preferiamo chiuder qui la polemica. Oramai i compagni e tutti coloro che si sono interessati della discussione ne hanno inteso abbastanza per farsi un’opinione propria.

 

 

 

MALATESTA: “Non confondiamo”

 

Comincia la seconda parte della polemica. Nota di Malatesta pubblicata sull’Agitazione del 18 giugno 1897.

 

 

Leggiamo su qualche giornale anarchico estero dei giudizi sulla “evoluzione” di Merlino, che noi riteniamo erronei per ciò che riguarda la cosa ed ingiusti per ciò che si riferisce alla persona.

Merlino ha fatto una attivissima propaganda per una più larga partecipazione degli anarchici al movimento operaio ed alla vita popolare, e contro le tendenze individualiste che accennarono un momento a predominare nel campo nostro; e con questa propaganda si è attirato, da certe parti, molte antipatie e molti odi ch’egli ha coraggiosamente affrontati.

Ora poi ch’egli consiglia la partecipazione alla lotta elettorale ed accetta, fino ad un certo punto, anche il parlamentarismo, coloro che con lui erano in disaccordo ne profittano per dire che la sua evoluzione era una cosa aspettata e che la partecipazione al movimento operaio ed alla “lotta pratica” non era e non poteva essere che il primo passo verso la tattica parlamentare.

Noi non abbiamo bisogno di ripetere quel che pensiamo del parlamentarismo e di tutto ciò che ad esso si riferisce, e quanto deploriamo che Merlino si sia messo su quella via. Ma non per questo lasceremo che si presenti sotto una falsa luce l’influenza benefica che Merlino ha avuto sul movimento anarchico; e che, nello spiegare la sua evoluzione, si prenda per causa quello che è stato effetto e viceversa.

Non è vero che Merlino abbia cercato di mettere il movimento anarchico su una via pratica perché voleva arrivare alla tattica parlamentare. Invece egli ha accettato, con più o meno riserve, questa tattica perché gli anarchici col loro esclusivismo si erano ridotti all’inazione ed all’impotenza. Merlino, di cui nessuno che lo conosce vorrà mettere in dubbio la profonda sincerità e la grande buona volontà, ha secondo noi commesso un errore grandissimo compromettendo i risultati della sua propaganda antecedente col tentativo di farci accettare la lotta elettorale. Ma non bisogna nasconderci l’errore collettivo che ha fatto sì che degli uomini di valore, vedendoci perduti nelle astrazioni e non riuscendo, così presto come avrebbero voluto, a riportarci nel mondo della realtà, han cercato altrove la via all’azione feconda... e hanno sbagliato strada.

Sappiamo essere un partito vivente, sappiamo esercitare un’azione efficace sul movimento sociale, ed allora non avremo a temere altre defezioni che quelle, benvenute, dei deboli e dei traditori, e potremo sperare che coloro che ci hanno abbandonato con la speranza sincera dì poter essere più utili alla causa, torneranno a combattere insieme a noi.

 

 

 

MALATESTA: “Anarchismo e Democrazia”

 

Recensione di Malatesta dello scritto di Merlino “Collettivismo, comunismo, democrazia socialista e anarchismo”, pubblicata sull’Agitazione del 6 agosto 1897.

 

 

Con questo titolo e col sottotitolo “Tentativo di conciliazione” Saverio Merlino ha pubblicato nella Revue Socialiste di Parigi un articolo, che la Direzione di quella Rivista chiama una contribuzione alla sintesi delle dottrine socialiste. E contribuzione a detta sintesi lo sarà forse, poiché ogni studio delle varie dottrine rischiara l’argomento, tende a toglier di mezzo i dissensi che non hanno ragione di essere, e può menare alla conciliazione se arriva a stabilire che differenze sostanziali non ne esistono. Ma il fine pratico che Merlino si proponeva, quello cioè di dimostrare che le dottrine dei socialisti democratici e dei socialisti anarchici, lungi dall’essere inconciliabili, si correggono e si completano a vicenda, è certamente mancato, poiché egli mette male la questione, e confonde dottrine e partiti in un modo che fa davvero, meraviglia in un uomo di mente così lucida e così bene informato come è Merlino.

L’articolo si divide in due parti. Nella prima Merlino parla della differenza tra comunismo e collettivismo, pigliando queste parole nel senso, diremo così, classico che esse avevano per tutti al tempo dell’Internazionale: vale a dire, Comunismo, come il sistema, in cui tutto, strumenti e prodotti di lavoro, è a disposizione di tutti, senza tener calcolo del contributo di ciascuno all’opera collettiva, conforme alla formula “da ciascuno secondo le sue forze e a ciascuno secondo i suoi bisogni”; Collettivismo, come il sistema in cui, stabilita l’eguaglianza di condizioni, garantito a tutti l’uso delle materie prime e degli strumenti di lavoro, ciascuno è padrone del prodotto del suo lavoro. Egli sostiene che tanto il Comunismo quanto il Collettivismo, se interpretati in un modo stretto, assoluto, sono l’uno e l’altro impossibili o non soddisfacenti, e fa molte osservazioni giuste, che abbiamo fatto anche noi in questo giornale o altrove. E conchiude che col contemperamento dell’un sistema coll’altro – “facendo distinzione tra relazioni sociali necessarie e fondamentali e rapporti volontari e variabili tra gl’individui” – si può arrivare ad “una buona organizzazione sociale che non soffochi l’energia dell’individuo levandogli ogni iniziativa ed ogni libertà d’azione, e che nello stesso tempo assicuri il funzionamento armonico delle attività individuali”, o, in altri termini, che concili la libertà individuale colla necessaria solidarietà sociale.

La questione è molto interessante e può essere, ed è stata, oggetto di utile discussione; ma non ha nulla a vedere colle differenze che dividono democratici e anarchici. Vi possono essere, e vi sono stati e vi sono, anarchici collettivisti e anarchici comunisti, al pari che democratici collettivisti e democratici comunisti. Negli ultimi anni i socialisti democratici, chiamandosi insistentemente collettivisti, sono riusciti ad identificare quasi il collettivismo colla democrazia socialista; ma in questo senso il Collettivismo più che un sistema di distribuzione dei prodotti del lavoro, è il sistema della organizzazione socialista per opera dello Stato e non è più il Collettivismo di cui discute Merlino in paragone col Comunismo.

Per gli anarchici, la sintesi e la conciliazione tra Collettivismo e Comunismo si può dire già un fatto compiuto, poiché nessuno più interpreta quei sistemi in un modo stretto e assoluto; e lo prova il fatto che, almeno come partito militante, essi si denominano generalmente coll’appellativo comprensivo di socialisti anarchici, lasciando alle discussioni teoriche dell’oggi ed agli esperimenti pratici di domani la scelta tra i vari modi di organizzazione del lavoro e di distribuzione dei prodotti.

Nella seconda parte del suo articolo Merlino parla della necessità di un’organizzazione permanente degli interessi collettivi, e delle forme che assumerà tale organizzazione; ed arriva ad una conciliazione verbale, che in realtà lascia la questione al punto di prima.

Egli parla dei grandi interessi sociali, che eccedono l’interesse e la vita stessa dell’individuo, ed a cui bisogna che provveda la collettività; cerca qual’è la forma politica che può dare una più sincera espressione della volontà collettiva e meglio evitare ogni pericolo di oppressione, e conchiude:

“Né governo centralizzato né amministrazione diretta. L’organizzazione politica della società socialista deve consistere nel riconoscimento dei diritti e libertà intangibili dell’individuo (diritto all’uso degli strumenti collettivi del lavoro, diritto d’associazione, d’istruzione, libertà di pensiero, di parola, di stampa, di scelta di lavoro, ecc.) e nell’organizzazione degli interessi collettivi per delegazione ad amministratori capaci, revocabili e responsabili, che agiscano sotto il sindacato diretto del popolo, gli sottomettano i loro atti più importanti (referendum) e restino separati ed indipendenti l’uno dall’altro, affinché non vi sia coalizione per l’esercizio di un’autorità simile all’autorità governativa attuale”. “L’essenza della democrazia sta nell’assenza di una tale coalizione, e nella ricerca delle forme di amministrazione che lasciano il meno possibile all’arbitrio degli amministratori. In questo senso non v’è differenza sostanziale tra democrazia e anarchia. Governo del popolo – niente oligarchia – significa in sostanza non governo. Il governo di tutti in generale (democrazia) equivale al governo di nessuno in particolare (anarchia)”.

Ancora una volta Merlino è fuori della questione. Il modo di organizzare od amministrare gl’interessi collettivi è questione importantissima e troppo trascurata, come giustamente osserva il Merlino, dai socialisti di tutte le scuole. Ma se s’intende paragonare le soluzioni dei democratici a quelle degli anarchici, in vista di una possibile conciliazione, bisogna rimontare alla differenza sostanziale che divide le due scuole, e non già fermarsi a discutere sul valore relativo dei vari sistemi rappresentativi, del referendum, del diritto d’iniziativa, del governo diretto, del centralismo, del federalismo, ecc. E la differenza sostanziale è questa: autorità o libertà, coazione o consenso, obbligatorietà o (ci si perdonino i neologismi) volontarietà. È su questa questione fondamentale del supremo principio regolatore dei rapporti interumani che bisogna intendersi, o almeno discutere, tra democratici e anarchici; poiché, se non vi è intesa su di essa, non vi può essere intesa sulle questioni speciali di organizzazione, e quand’anche si arrivasse ad un accordo a parole, come quello a cui arriverebbe Merlino, si scoprirebbe presto che l’accordo s’è fatto adoperando le stesse parole in sensi diversi.

Scendiamo alla pratica. Supposto che domani il popolo fosse padrone di sé (non si allarmi il Fisco, poiché si tratta di semplici supposizioni) dovrà esso nominare un potere costituente, che decreterà una nuova costituzione, che farà la legge, che organizzerà la nuova società? Oppure la nuova organizzazione sociale dovrà sorgere, dal basso all’alto, per opera di tutti gli uomini di buona volontà, senza che a nessun o sia dato il diritto di comandare e d’imporre? In altri termini, per servirci della frase consacrata, bisogna conquistare, oppure abolire i pubblici poteri? Si può parteggiare per l’uno o l’altro metodo, si può anche cercare qualche cosa d’intermedio, come pare desidererebbe Merlino, ma non si può, quando ci cerca di arrivare ad una conciliazione tra democratici ed anarchici, tacere quello che è il loro dissenso fondamentale.

E per oggi basta. Ritorneremo sulle dottrine e sulle tendenze di Merlino, quando ci occuperemo, in uno dei prossimi numeri, del suo libro recente: Pro e contro il socialismo.

 

 

 

MERLINO: “Per la conciliazione”

 

Articolo di Merlino pubblicato dall’Agitazione il 19 agosto 1897.

 

 

Forse m’inganno, ma mi pare che voi vi sforziate, involontariamente, ad esagerare il vostro dissenso dai socialisti‑democratici, per paura che cessando il dissenso, cessi anche per voi ogni ragione di esistere come partito distinto.

Ora, che esista o no il partito Anarchico, o qualsiasi altro partito, a me pare debba interessarci mediocremente. Tutto ciò che noi abbiamo il diritto e il dovere di desiderare è che quella parte di vero, che c’è nelle nostre dottrine, si faccia strada fra le moltitudini, e primieramente tra quelli che sono più vicini a noi, i socialisti militanti. Se domani i socialisti‑democratici accettassero la parte giusta delle nostre idee, noi potremmo anche rassegnarci a morire come partito. Avremmo compiuta la nostra missione.

Al postutto, i partiti non sono destinati a durare eternamente; pur troppo hanno una vita. breve e precaria, servono ad affermare e divulgare certe idee, e per lo più scompaiono o si trasformano prima che quelle si attuino. Nel caso nostro, piuttosto che avere un partito che tira il socialismo da una parte, e un altro che lo tira dall’altra, facendolo a brani, esagerando entrambi e combattendosi talvolta ingiustamente, io preferirei un partito solo che rimanesse nella verità. Né mi preoccupa quello che voi dite. Se domani i socialisti‑democratici, andando al potere volessero imporsi e tiranneggiare, là, dentro il partito socialista, non fuori voi dovreste combatterli. In tal modo avreste fatto meglio che prepararvi a combattere la tirannia socialista, l’avreste prevenuta e impedita. A me insomma non garba che noi regoliamo il nostro modo di pensare e la nostra propaganda in opposizione a quello che pensano o dicono – o diranno e faranno – i socialisti‑democratici; mi parrebbe di fare come quei due individui che camminassero a braccetto, e di cui l’uno zoppicasse da una gamba e l’altro credesse, per fargli equilibrio, di dover zoppicare dall’altra. Lasciamo questi giuochi di equilibrio e andiamo diritti, perdio, alla nostra mèta.

Dunque esaminiamo la questione della conciliazione fra collettivismo, comunismo, democrazia socialista ed anarchismo, senza il partito preso di non riescirvi. Voi dite che la “sintesi e conciliazione tra comunismo e collettivismo, per gli anarchici si può dire un fatto compiuto”, tanto vero che essi si chiamano oggi, in gran parte, anarchici‑socialisti. Dunque siamo d’accordo. Io però vi fo notare che molti anarchici si chiamano oggi socialisti e non comunisti né collettivisti, non perché siano convinti, come son convinto io, che comunismo e collettivismo non possono star da sé, ma devono completarsi a vicenda, ma piuttosto perché o sono incerti, o pur essendo comunisti e collettivisti in pectore, non credono la questione tanto importante da doverne fare un casus belli. Per essi è una questione di tolleranza reciproca: io invece parto dalla critica del collettivismo e del comunismo per arrivare ad un terzo sistema, o sistema misto. Voi vedete la differenza.

Ad ogni modo voi riconoscete che la discussione che io ho fatta in proposito nell’articolo della Revue Socialiste è interessante ed utile. Ma ecco che la preoccupazione di confondervi coi socialisti‑democratici vi assale, e voi soggiungete: “ma (la questione) non ha nulla a vedere colle differenze che dividono democratici ed anarchici”. Come se io nel mio articolo mi fossi proposto di trattare soltanto di queste divergenze!

Ma il collettivismo dei socialisti democratici – voi dite – più che un sistema di distribuzione dei prodotti del lavoro, è il sistema dell’organizzazione socialista per opera dello Stato. È un’asserzione, ne converrete con me, un po’ troppo cruda, e che mette in un fascio ì socialisti‑democratici coi socialisti di Stato. I socialisti democratici respingono e combattono il socialismo dì stato, e bisogna tener loro conto, almeno della buona intenzione. Il collettivismo per essi non è il sistema dello Stato grande capitalista e grande anzi unico proprietario; ma  è il sistema in cui la società (nella sua grande capacità collettiva) amministra il patrimonio pubblico dei mezzi di produzione e forma il piano generale di produzione distribuendo i prodotti in ragione del lavoro di ciascuno. Che questo sistema possa menare, contro la volontà dei suoi sostenitori, ad una specie di socialismo di stato, è un’altra questione: dipende dalla modalità del sistema, dal modo con cui funziona questa società nella sua capacità collettiva, dal come sarà organizzata.

Sarà organizzata a stato? Sarà una semplice federazione di associazioni? Quali saranno le attribuzioni e quale sarà la composizione dell’amministrazione collettiva? Qui sta la questione, ma un’amministrazione generale degli interessi collettivi e indivisibili – voi ne avete convenuto altra volta – ci ha da essere. I socialisti democratici hanno il torto, secondo me, di accreditare il sospetto che essi vogliano né più né meno che un grande stato – come quando dimostrano la loro gioia per ogni nuovo acquisto od intrapresa che fa lo stato. Quando una rete di ferrovie, per es. passa da una società privata allo stato, essi battono le mani; perché dicono che dallo stato alla collettività socialistica è poi breve il varco. Ora questo può essere, come io ritengo, un errore, ma è tutt’altra cosa dal dire che lo stato debba organizzare esso definitivamente la produzione e attuare il socialismo.

Siamo sempre lì. Voi vi sforzate (involontariamente sempre) di far apparire i socialisti‑democratici il più che potete reazionari, per accrescere la distanza tra essi e voi e poter dire che essi sono agli antipodi da voi, o almeno dovrebbero. Questo partito preso si vede anche più chiaramente nella confutazione che voi fate della seconda parte del mio articolo.

Io sostenevo – e qui veramente si trattava di conciliare il socialismo democratico e l’anarchico – che insomma la libertà non può mai essere illimitata, e che un’organizzazione degli interessi collettivi ci vuole, e che in quest’organizzazione è insita sempre una certa coazione; che bisogna fare in modo che la coazione sia minima e l’organizzazione sia la più libertaria e decentrata possibile, e che i socialisti‑democratici in ciò sono d’accordo con noi; quindi una vera opposizione d’idee tra essi e noi non c’è, ma dobbiamo studiare insieme i modi pratici di conciliare gl’interessi generali e indivisibili della collettività con la libertà dell’individuo. Il referendum, il sindacato pubblico e la revocabilità degli amministratori, ecc. possono essere un modo di tenere gli amministratori soggetti agli amministrati, impedendo la formazione di un potere governante: studiamo dunque queste modalità e attuiamo, per così dire, l’anarchia per mezzo della democrazia.

Voi anche questa volta non negate che la questione della modalità dell’organizzazione degl’interessi collettivi è importantissima e merita di essere approfondita; ma ad un tratto rivive in voi il vecchio Adamo, l’anarchico che cerca a tutti i costi il socialista‑autoritario da combattere – e voi dite che “bisogna rimontare alla differenza sostanziale che divide le due scuole (…) e questa è: autorità o libertà, coazione o consenso, obbligatorietà o volontarietà”.

Ora io torno a quello che dissi altra volta, in certe cose d’interesse comune e indivisibile l’obbligatorietà è inevitabile. Volontarietà, libertà, consenso, sono principi incompleti, che non ci possono dare da sé soli, né ora, né per molti secoli avvenire, tutta l’organizzazione sociale. D’altra parte non è esatto che i socialisti‑democratici siano fautori di autorità, di coazione, di obbligatorietà su tutta la linea, che non riconoscano il gran valore del principio di libertà. Non è dunque vero che voi rappresentiate un principio e i socialisti‑democratici rappresentino il principio opposto: voi tutta la libertà, essi tutta l’autorità. La questione è di più e di meno, o piuttosto dei modi di applicazione; ed ecco perché io vorrei tirarvi giù dalle empiree sfere dei principii astratti ed indurvi a discutere le modalità dell’organizzazione sociale, sicuro come sono che su questo terreno tutti i socialisti tacitamente mente s’intenderebbero. Ma voi ricalcitrate, perché, come ho detto fin da principio ritenete che la vostra missione è di combattere la futura tirannia socialistica, invece di prevenirla.

Voi dite: supposto che il popolo domani abbia il sopravvento sul governo, i socialisti‑democratici vorranno fargli nominare un potere costituente che farà la legge e organizzerà le cose a suo talento. Noi, socialisti‑anarchici, dovremo, potendo, impedire tutto ciò e far sorgere la nuova organizzazione sociale “dal basso all’alto per opera di tutti gli uomini di buona volontà”.

Ma anche per il periodo rivoluzionario vale la regola che ci vuole un’organizzazione, il più possibile libertaria, a base di volontà popolare, ma pur capace di dar corpo e vita all’ammasso informe di volontà, d’interessi e di desideri che si agiteranno sopratutto in tale momento. Un potere costituente dispotico non solo provocherebbe discordie e reazioni, ma neppure riuscirebbe ad organizzare la vasta e complicata economia sociale. Ma tanto meno vi riuscirebbe il popolo in massa, adunato casualmente nei clubs e per le strade. Possibile che non ci riesca di guardarci, da una parte e dall’altra, dalle esagerazioni?

 

 

 

MALATESTA: “Impossibilità di un accordo”

 

Risposta di Malatesta, sull’Agitazione del 19 agosto 1897, con la quale viene postillato il precedente articolo del Merlino.

 

Abbiamo pubblicato qui sopra la risposta che Merlino ci ha mandato alla critica che noi facemmo di un suo articolo pubblicato nella Revue socialiste, perché ì lettori possano più facilmente farsi un’opinione loro propria. Replicherò il più brevemente possibile, per non cominciare una nuova e lunga polemica, né per dar fondo ad argomenti sui quali dovremo ritornare continuamente, perché sono la materia della nostra propaganda, ma semplicemente per rimettere a posto quelle cose, che Merlino, secondo noi, ha spostato.

Premettiamo un’osservazione. Noi non sappiamo bene se Merlino continui o no a chiamarsi anarchico. Il certo è, e ce ne duole, che se egli si dice ancora anarchico, non intende più l’anarchia come l’intendono gli anarchici, fra cui egli militava fino a non molto tempo fa. E, perciò, il noi ed il nostro, che Merlino adopera ancora, va accolto con riserva.

Avevamo creduto che Merlino sarebbe riuscito a formare un terzo partito, intermedio tra i marxisti e noi – qualche cosa come gli Allemanisti francesi; e ce ne saremmo rallegrati, poiché ciò avrebbe dato una organizzazione propria a quegli elementi che stanno a disagio nel Partito Socialista Italiano, ed avrebbe segnato un passo avanti nell’evoluzione del socialismo in Italia, mentre d’altra parte quegli anarchici che avessero potuto aderire al nuovo partito non sarebbero stati, in generale, che degl’individui già sul punto di abbandonarci e che avremmo in ogni modo perduti. Ma incominciamo a temere, per sintomi molteplici e vari, che anche questa era un’illusione. Merlino, quando avrà perduto ogni speranza di convertire gli anarchici e di far loro accettare, con delle attenuazioni che secondo noi non hanno alcun valore pratico, le idee ed il metodo dei socialisti democratici, passerà senz’altro nelle file di questi ultimi. Ed allora forse, subendo la suggestione del nuovo ambiente, dirà che gli anarchici non esistono. Vorremmo ingannarci. Ed ora rispondiamo a Merlino, cercando di seguire il suo scritto paragrafo per paragrafo.

Merlino dice che noi ci sforziamo di esagerare il nostro dissenso coi socialisti‑democratici. L’accusa sarebbe ben altrimenti giusta se fosse invertita. Sono i socialisti democratici che continuamente – e disonestamente – si sforzano di travisare le nostre idee, per poter poi dire che noi non siamo socialisti, e negare la parentela intellettuale e morale che li unisce a noi. Ancora l’altro giorno l’Avanti! negava ogni rapporto tra anarchismo e socialismo, e diceva di noi quello che avrebbe potuto dire di un partito di piccoli borghesi che si rivoltasse violentemente contro l’aumento delle tasse e la concorrenza dei grossi capitalisti: così che uno potrebbe prendere per anarchici i padroni macellai e fornai di Napoli e Palermo, quando protestano e resistono contro il calmiere municipale! E l’Avanti! è ancora uno degli organi meno intolleranti che vanta il partito socialista democratico!

Noi vogliamo essere un Partito separato, non per il piacere di distinguerci dagli altri, ma perché realmente abbiamo idee e metodi diversi dagli altri partiti esistenti. E respingiamo assolutamente la supposizione che noi esageriamo in un senso per fare equilibrio alle esagerazioni opposte degli altri. Noi sosteniamo quel che sosteniamo, perché crediamo che sia la verità, e non per altra ragione. Se ci accorgessimo che nel nostro programma v’è una parte d’errore, noi ci affretteremmo a sbarazzarcene; e quando anche gli altri modificassero le loro idee in modo da incontrarsi con noi, allora... noi e gli altri costituiremmo naturalmente un partito solo. Ora come ora, le idee sono differenti, ed è giusto e necessario che vi siano Partiti differenti.

Noi non vogliamo soltanto resistere alla possibile tirannia dei socialisti al potere: noi vogliamo far si che il popolo si rifiuti a nominare o a riconoscere dei nuovi governanti, e pensi da se stesso ad organizzarsi localmente e federalisticamente, senza tener conto delle leggi e di decreti di un nuovo governo, e resistendo colla forza contro ciò che gli si volesse imporre per forza. E se, per mancanza di forza sufficiente, non potessimo raggiungere subito questo nostro scopo, allora in attesa di divenir più forti, eserciteremmo quell’azione, moderatrice o eccitatrice secondo i casi, che esercitano i partiti di opposizione quando non si lasciano corrompere ed assorbire. Il consiglio di Merlino, di entrare nel partito socialista democratico per poter prevenire la tirannia dei socialisti al potere equivale a quello di divenire, p. es. monarchici o repubblicani per evitare che la monarchia o la repubblica fossero troppo reazionarie. Quest’ultimo consiglio sarebbe giustificato, se dato a chi è disposto ad accomodarsi con la monarchia o la repubblica, come sarebbe giustificato quello di Merlino se noi accettassimo il principio di un governo socialista e ci dicessimo anarchici solo allo scopo di prevenire che quel governo fosse troppo autoritario. Ma quello non è il caso.

Quel che dice Merlino che molti anarchici si dicono oggi genericamente socialisti e non già comunisti o collettivisti non perché vogliono un sistema misto quale lo desidera Merlino, ma perché, o sono incerti o non danno importanza alla questione, o non vogliono farne una ragione di divisione, è vero. Noi stessi siamo propriamente comunisti, alla sola condizione (sottintesa, perché senza di essa non potrebbe esserci anarchia) che il comunismo sia volontario ed organizzato in modo che ammetta la possibilità di vivere secondo altri sistemi. Ma siccome il collettivismo dei collettivisti anarchici è anch’esso (necessariamente, se no non sarebbe anarchico) sottoposto alla stessa condizione, la differenza si riduce ad una questione di organizzazione pratica che deve esser risolta mediante accordi, e non può dar luogo alla costituzione di due partiti separati ed avversi. Questo però, come dicemmo, non ha nulla da fare colle differenze tra anarchici e democratici, che sono quelle che qui c’interessano.

Il “collettivismo” dei socialisti democratici, a differenza del collettivismo dell’Internazionale, non pregiudica la questione del modo di distribuzione dei prodotti, poiché vi sono molti democratici che si dicono collettivisti, e vogliono che detta distribuzione sia fatta in ragione dei bisogni.

Merlino dice che noi confondiamo i socialisti democratici con i socialisti di Stato, e noi infatti crediamo che tali essi siano, quantunque non li confondiamo certo con quei borghesi che si chiamano anche socialisti di Stato e vogliono fare solamente un po’ di “socialismo” a scopo fiscale, o a scopo di allontanare o scongiurare il pericolo del socialismo vero. I socialisti democratici combattono questa specie di falso socialismo; e se, per evitare equivoci, respingono (e non tutti) il nome di socialisti di Stato, ciò non toglie che essi vogliono che la nuova società sia organizzata e diretta dallo Stato, vale a dire dal governo.

Merlino ha un modo curioso di conciliare le opinioni. Esprime quello che dovremmo pensar noi e quello che dovrebbero pensare i socialisti democratici, ed arriva facilmente all’accordo, poiché in realtà egli dice ciò che pensa lui secondo che si piazza da differenti punti di vista, e non già quello che pensiamo noi o i democratici. Così egli dice che “i socialisti democratici hanno il torto di accreditare il sospetto che essi vogliono né più né meno che un grande Stato”, ecc.. Ma è proprio soltanto un sospetto? Noi ameremmo sentirlo dire dai socialisti democratici autentici. È così pure, egli dice che noi non rappresentiamo il principio di libertà, perché egli (Merlino) crede che “volontarietà, libertà, consenso sono principii incompleti che non ci possono dare da sé soli, né ora né per molti secoli avvenire, tutta l’organizzazione sociale”. Fino a che egli dice che noi ci sbagliamo, sta bene; ma dire che noi non pensiamo in quel dato modo, che noi non rappresentiamo le idee che difendiamo, perché egli le crede sbagliate, è di una logica singolare. Il fatto è che noi crediamo appunto che tutta l’organizzazione possa e debba – ora, non tra molti secoli – uscire dalla libertà, e che quindi la differenza tra noi ed i democratici resta intera, fino a quando Merlino non ci abbia persuasi che abbiamo torto, e fatto abbandonare il programma anarchico. Per ora la differenza diminuisce solo fra Merlino ed i democratici, a misura che aumenta fra Merlino e noi.

Bisogna che gl’interessi collettivi indivisibili siano collettivamente amministrati: siamo d’accordo. La que­stione sta nel modo come quest’amministrazione può esser condotta senza ledere il diritto eguale di ciascu­no, e senza servire di pretesto e di occasione per co­stituire un potere che imponga a tutti la propria vo­lontà. Per i democratici è la legge, fatta dai deputati eletti a suffragio universale, quella che deve provve­dere alla necessaria amministrazione degl’interessi collettivi; per noi è il libero patto tra gl’interessati, o, all’occasione, la libera acquiescenza alle iniziative che i fatti mostrano utili a tutti. Noi non solo non voglia­mo, ma non crediamo possibile un metodo di ricostru­zione sociale intermedio, che non sia né l’azione libera delle associazioni che si vanno man mano accordando e federando, né l’azione dittatoriale di un governo forte.

Ma Merlino c’invita a scendere dalle “empiree sfere dei principii astratti” e discutere le modalità della organizzazione sociale. Noi non domandiamo di meglio, e perciò volevamo cominciare dall’assodare quale deve essere praticamente il punto di partenza della nuova organizzazione: l’elezione di una Costituente, o la negazione di ogni potere costituente delegato? La “conquista dei pubblici poteri”, o la loro abolizione?

I socialisti democratici mirano ad un futuro Parlamento, o ad una futura dittatura, che abolisca le leggi esistenti e ne faccia delle nuove – e perciò sono logici quando abituano la gente a considerare il voto come un mezzo onnipotente di emancipazione. Noi invece miriamo all’abolizione dei Parlamenti e di ogni altra specie di potere legislativo, e perciò vogliamo, per gli scopi attuali e per i futuri, che il popolo si rifiuti di nominare e di riconoscere dei legislatori. Se Merlino riesce a metterci d ‘accordo avrà fatto una fatica d’Ercole... ma noi crediamo ch’egli perda il tempo.

L’accordo coi socialisti‑democratici, ed anche coi semplici repubblicani, lo vorremmo anche noi, ma non nel senso di rinunziare ciascuno ad una parte delle sue idee e fondere i vari programmi in un programma intermedio. Vorremmo l’accordo in quelle cose in cui i vari partiti possono agire insieme senza rinunziare alle loro idee particolari, quali sarebbero, nel caso concreto, l’organizzazione economica, la resistenza degli operai contro i capitalisti, la resistenza popolare contro il governo. Su questo terreno Merlino ha già reso dei servizi e, se rinunciasse alla fisima di convertirsi al parlamentarismo (poiché, in fondo in fondo è sempre quella la questione) potrebbe renderne di ben più grandi.

 

 

 

MERLINO: Dichiarazione di distacco dall’anarchismo

 

Dichiarazione di distacco dall’anarchismo inviata da Merlino all’Agitazione e da questa pubblicato il 26 agosto 1897.

 

 

ROMA, 23 agosto.

Cari amici, poiché voi mi domandate (e non per la prima vol­ta) se io mi dica anarchico, sento il dovere di dichiarare che io preferisco chiamarmi “socialista libertario”. S’intende che non posso impedire che molti anarchici mi ritengano dei loro, perché non sono iscritto al partito socialista democratico e non potrei sottoscriverne interamente il programma; e alcuni socialisti mi ritengano quasi dei loro, o almeno mi veggano di buon occhio, perché non sono interamente d’accordo con gli anarchici. Io mi adopero per la causa a modo mio, lieto di contribuire in qualche modo a rintuzzare in tutti lo spirito settario. Non ho l’ambizione di fondare nessun nuovo partito: quelli che ci sono, sono anche troppi, e stentano a reggersi in piedi, circondati come sono dall’apatia generale. Spero di aver soddisfatto la vostra giusta curiosità e vi stringo la mano.

 

 

MERLINO: “Il pericolo dell’assolutismo”

 

Articolo pubblicato ne L’Italia del Popolo del 3‑4 novembre 1897.

 

 

Notiamo il fatto, che è sintomatico: nel paese e nella stampa la corrente anti‑parlamentare cresce. Si va facendo strada l’idea che senza il Parlamento si starebbe meglio. Ma si va facendo strada – anche questo va notato – nella parte più reazionaria del paese e della stampa. Anche nelle questure del regno si parla male del sistema parlamentare. E si capisce! Se non vi fosse il Parlamento la polizia non dovrebbe render conto delle sue gesta che al ministro dell’interno, e allora... bazza a chi tocca!

I nostri amici dunque stiano in guardia contro il pericolo che sovrasta. In un vicino paese più facile ai mutamenti politici, noi forse avremmo avuto a quest’ora un colpo di mano imperialista o napoleonico. In Italia non si abolisce e non si abolirà il Parlamento, né lo si degrada ufficialmente ad un tratto; ma lo si esautora poco per volta: il che fa lo stesso. La gente prima lo prende in uggia, poi lo guarda con indifferenza e finisce per voltargli le spalle. Clericali, borbonici e altri partigiani di regimi tramontati da una parte, anarchici e altri socialisti dall’altra, aiutano la demolizione, credendo di combattere il governo, e non si accorgono che lo rendono onnipotente.

Quelli che non mi conoscono penseranno che, come tutti i convertiti, io voglio far mostra di zelo, difendendo la causa del parlamentarismo. Qualcuno sospetterà perfino ch’io voglia mettermi nelle grazie di questo o di quel partito e farmi largo, anch’io alla deputazione. Si ricredano costoro. Io non solo ho fatto proponimento di rimanere al mio posto di milite, ma non mi dissimulo, e son lungi dal disconoscere i vizi del sistema parlamentare: vizi del resto che, chi bene osservi, sono il riflesso della società in cui viviamo, e si rivelano perfino nelle società operaie e nelle organizzazioni di qualunque genere.

Ora del parlamentarismo si ha ragione di dire tutto il male possibile; ma questo non si può negare, che esso val meglio del governo assoluto. In un governo parlamentare qualche volta il pubblico ha ragione; qualche concessione di quando in quando l’ottiene; non foss’altro si ha la soddisfazione di rendere palesi certe turpitudini e prepotenze del potere pubblico e di metterlo alla gogna.

Giorni sono uno dei più noti e colti anarchici italiani mi diceva, a proposito della violenza fattaci a Siena, di obbligarci a discutere una causa per “detenzione di stampati sovversivi” a porte chiuse: “Fa fare un’interpellanza al Parlamento”. Io gli feci osservare l’incoerenza di questo suo desiderio colla sua professione di fede antiparlamentare, ed egli mi rispose confessandomi che non era poi assolutamente contrario al parlamentarismo.

Dai domicili coatti giungono tutti i giorni lettere di compagni, che denunziano gli abusi di cui son vittime e sarebbero felicissimi se almeno i loro lamenti avessero una eco nel Parlamento.

Insomma a me pare che, a meno di negare l’evidenza, non si possa negare che il Parlamento, se può essere ed è spesso adoperato dal governo contro il popolo, può anche essere adoperato dal popolo contro il governo. Combatterlo a priori, coi soliti luoghi comuni – che non serve a nulla, che è corrotto, che fa la volontà del governo – mi pare un errore madornale e una grave imprudenza. Domandare che sia abolito puramente e semplicemente è addirittura una follia, e significa fare il gioco della reazione.

Il governo si prevale appunto del discredito in cui è caduto il Parlamento, e della propaganda che noi facciamo contro di esso, per imporvisi. Crispi non avrebbe trattato con tanta disinvoltura il Parlamento se non avesse avuto dietro di sé una parte notevole del popolo, che quasi lo incitava nella dittatura. La dittatura di Crispi ha fruttato all’Italia Abba Garima e le leggi eccezionali del 1894.

Il Parlamento è, ad ogni modo, per cattivo che sia, un freno al governo. I maggiori arbitrii il governo li commette a Camera chiusa. Bisognerebbe domandare che il Parlamento non fosse mai chiuso, o che almeno fosse facoltà di un certo numero di deputati di convocarlo direttamente di urgenza, che esso si rinnovasse più spesso, che gli elettori potessero licenziare il deputato fedifrago, che su certe questioni essi fossero chiamati a deliberare direttamente, ecc. ecc.. Insomma bisogna correggere i vizi del sistema ma non privarsi dei suoi vantaggi.

Il sistema parlamentare è cattivo, perché è poco parlamentare, poco rappresentativa, perché in esso sopravvive ancora troppo del vecchio regime. Il deputato è un despota in faccia ai suoi elettori: il governo è un despota verso i deputati. Bisogna invertire le parti, rendere al popolo le libertà che gli sono state tolte recentemente e aggiungerne altre. Bisogna perfezionare il sistema, non distruggerlo.

E badiamo specialmente in questo quarto d’ora di non lasciarci stordire dalle grida che si levano contro Il parlamentarismo dalla parte più conservatrice e più reazionaria del paese.

Io sono stato anti‑parlamentare quando la «gente per bene» andava in visibilio per il sistema parlamentare. Oggi che essa mostra di volerlo abbandonare per tornare indietro io mi sento portato a difenderlo.

 

 

 

MALATESTA: “Lo spettro della reazione”

 

Lunga risposta di Malatesta sull’Agitazione dell’11 novembre 1897.

 

 

Merlino ci tiene a far ammenda degli “errori” passati, sorgendo ogni giorno a difesa del Parlamentarismo. Questa volta egli ci agita innanzi lo spettro della reazione. I clericali, i borbonici, i partigiani del colpo di Stato, egli dice, combattono le istituzioni parlamentari per ritornare all’assolutismo: dunque uniamoci per difendere quelle istituzioni che, per quanto cattive, valgon sempre meglio dei governi assoluti.

L’argomento non è nuovo. Per la paura di Crispi, Cavallotti ed i democratici della sua risma appoggiarono Di Rudini, e non è ben chiaro se non lo appoggiano ancora: per la paura dei clericali tanti “liberali” avevano difeso il Crispi... Ma giusto, perché non ci mettiamo a difendere la monarchia sabauda, che i preti vogliono abbattere o per lo meno scacciare da Roma? Della Monarchia, diremo parafrasando Merlino, si ha ragione di dire tutto il male possibile: ma questo è certo che essa val meglio del governo dei preti.

Con questa logica si può andare lontano; poiché non v’è istituzione reazionaria, nociva, assurda, che non trovi chi la combatte allo scopo di sostituirvene un’altra peggiore. Quindi bisognerebbe che non vi fossero né anarchici, né socialisti, né repubblicani (salvo nei paesi dove esiste la repubblica), e diventassimo tutti conservatori... per salvarci del pericolo di tornare indietro. Oppure, bisognerebbe che i repubblicani difendessero la monarchia costituzionale per tema di veder tornare l’Austria ed il Papa‑re; che i socialisti difendessero la borghesia per garantirsi contro un ritorno al medio evo; che gli anarchici facessero l’apologia del governo parlamentare per paura dell’assolutismo. O che cuccagna per quelli che detengono il potere politico e l’economico!

Ma noi siam troppo abituati a queste insidie per restarvi presi. Quando sorse l’Intemazionale, vale a dire quando il socialismo incominciò a diventare partito popolare e militante, i “liberali” ed i repubblicani gridarono che si facevano gl’interessi dell’Impero, di Bismark o di altre monarchie; quando in Inghilterra gli operai incominciarono a costituirsi in partito indipendente, i “liberali” dissero che essi erano pagati dai conservatori – e così sempre, quando un’idea più avanzata è venuta a guastar le uova nel paniere a coloro che stanno al potere, o ne sono gli eredi presuntivi. Oggi ancora, quando i socialisti legalitari votano per uno dei loro e gli anarchici predicano l’astensione elettorale, i democratici ed i repubblicani soglion dire che si favorisce indirettamente il candidato governativo: il che può realmente essere qualche volta l’effetto immediato dell’intransigenza (?) elettorale degli uni e dell’astensionismo degli altri, ma non è ragione sufficiente per rinunziare alla propaganda delle proprie idee ed all’avvenire del proprio partito.

I reazionari profittano della corruzione e dell’impotenza parlamentare per risollevare la bandiera del clericalismo e dell’assolutismo: è vero. Ma vorrebbe per questo il Merlino che ci mettessimo a tentare quest’opera, tanto impossibile quanto contraria alle nostre convinzioni ed ai nostri interessi di partito, di salvare il parlamento dal disprezzo e dall’odio popolare? Allora sì che il popolo, vedendo che il parlamento non ha altri nemici che i reazionari, si getterebbe tutto intero nelle loro braccia. Se Boulanger in Francia poté divenire un pericolo serio, fu perché gli anarchici erano pochi, e la massa dei socialisti, essendo parlamentaristi, partecipavano nel discredito in cui il parlamentarismo è giustamente caduto.

La nostra missione invece è quella di mostrare al popolo che, poiché il governo parlamentare, così malefico com’è, è pur tuttavia la meno cattiva delle forme possibili di governo, IL RIMEDIO NON STA NEL CAMBIAR DI GOVERNO, MA NELL’ABOLIRE IL GOVERNO.

Del resto, il miglior mezzo di salvarsi dal pericolo di un ritorno al passato è, ed è stato ognora, quello di rendere l’avvenire sempre più minaccioso per i conservatori e pei reazionari. Se in Italia non vi fossero repubblicani, socialisti ed anarchici, un colpo di stato avrebbe già spazzato via questo servitorame di deputati, per quanto piccolo sia l’incomodo che dà ai ministri; ed i clericali sarebbero ben altrimenti audaci se l’esistenza dei partiti avanzati non facesse temer loro che un’ondata popolare spazzerebbe via, con le altre cose, anche tutta la melma vaticanesca. Non esisterebbero monarchie costituzionali, se i re non avessero avuto paura della repubblica; in Francia non vi sarebbe la repubblica, se la Comune di Parigi non avesse dato da pensare ai partigiani della restaurazione; e se mai in Italia si farà la repubblica sarà quando la minaccia crescente del socialismo e dell’anarchismo indurrà la borghesia a tentare quell’ultimo mezzo per illudere e frenare il popolo.

Ma tutto il detto è forse inutile per Merlino. Il “pericolo” reazionario è per lui semplicemente un’occasione ed un pretesto per difendere il parlamentarismo, non come un meno peggio, ma come un’istituzione necessaria della società. Egli conchiude infatti che “il sistema parlamentare è cattivo perché è poco parlamentare (...) e che bisogna perfezionare il sistema, non distruggerlo”. Questo ci porterebbe a far la critica del, sistema parlamentare in sé e a dimostrare che i cattivi effetti che produce non dipendono da abusi ed errori accidentali, ma dalla natura stessa del sistema. Ma Merlino si contenta di affermare senza addurre ragioni, e a noi lo spazio non consente questa volta di tornare sulla questione, che abbiamo già replicatamente trattata.

Merlino, oltre il surriferito “pericolo” ha un altro argomento in favore del parlamentarismo, e questo è ad homines, cioè diretto specialmente agli anarchici come individui. I compagni, egli dice, coatti od altri denunziano gli abusi di cui sono vittime e sarebbero felicissimi se i loro lamenti trovassero almeno un’eco nel Parlamento; e gli pare che questa sia un’incoerenza con la loro professione di fede anti‑parlamentare.

Ebbene, questo, quando avviene, potrebbe tutto al più dimostrare che gli uomini quando soffrono o sono sollecitati da un bisogno od una passione, van soggetti ad anteporre l’interesse immediato al vantaggio generale della causa, ed a commettere delle incoerenze. E di questo genere d’incoerenze Merlino ne troverebbe quante ne vuole, in noi, in lui stesso ed in tutti quelli che hanno aspirazioni ed ideali in contraddizione con l’ambiente in cui sono costretti a vivere. Noi non crediamo nella “giustizia” dei giudici e combattiamo l’ordinamento giudiziario nel suo principio e nelle sue forme; eppure quando ci mettono in prigione ci difendiamo, ci appelliamo e ci avvaliamo di tutti gli arzigogoli di procedura se ci giovano a venire fuori. Non ammettiamo le leggi, e quando una legge è violata a nostro danno, gridiamo all’abuso. Vogliamo illimitata libertà di stampa, e mandiamo i nostri giornali in Procura e spesso studiamo la frase per sfuggire agli artigli del Fisco. Non ammettiamo il salariato e lavoriamo per salario. Non ammettiamo la proprietà privata, e siamo contenti quando abbiamo qualche cosa; non ammettiamo la concorrenza commerciale, e dibattiamo il prezzo delle cose.che compriamo o vendiamo... e potremmo continuare all’infinito.

Ma è poi vero che questa contraddizione tra l’ideale ed il fatto sia effetto di incoerenza e debolezza di carattere? Merlino non crederà, speriamo (che diavolo, è tanto poco che ci ha lasciati!) che noi siamo dei rivoluzionari mistici, a modo di quei settatori russi, i quali, convinti che il bollo sia la firma del diavolo, siccome in Russia non si può vivere e muoversi senza avere in tasca un passaporto col relativo bollo, piuttosto che toccare il diabolico documento, si rifugiano nelle foreste e si condannano volontariamente ad una schiavitù peggiore di quella che loro imporrebbe il governo.

Ogni istituzione, per quanto cattiva, contiene in sé un certo lato buono, un certo correttivo, che limita i suoi mali effetti; e noi ci renderemmo la vita impossibile e faremmo gl’interessi dei nostri nemici se, costretti a subire tutto il male delle istituzioni, non cercassimo di profittare di quel po’ di bene relativo che se ne può cavare. Ma non per questo possiamo ritenerci impegnati a difendere quelle istituzioni ed a cessare di fare tutto il possibile per discreditarle ed abbatterle.

La società, per esempio, colla sua mala organizzazione crea i malfattori, ed il governo c’impedisce di portar armi o provvedere altrimenti alla nostra difesa. Se ci accade quindi essere aggrediti la notte e di non poterci difendere saremo naturalmente contenti se due carabinieri sopraggiungono a liberarci e non diremo loro, come la moglie di Sganarello, che noi siam contenti di essere aggrediti. Ma non per questo diventeremo amici dei carabinieri e faremo pratiche per entrare nell’arma benemerita.

Le autorità municipali hanno monopolizzato i servizi pubblici e colla scusa di questi servizi ci opprimono di tasse. Noi non possiamo pagar le tasse e poi essere indifferenti a quello che fa il municipio, aspettando il giorno in cui il popolo potrà badare da sé ai suoi interessi; e perciò gridiamo e cerchiamo di provocare l’indignazione popolare quando esso municipio per stupida impreveggenza e sordida spilorceria lascia inondare Ancona e tiene una biblioteca in condizioni tali che non serve a nessuno. Così è del Parlamento. Esso si è preso il diritto di far le leggi, e noi, che delle leggi siamo le vittime, dobbiamo per forza contar con esso se vogliamo che queste leggi, finché legge vi sarà, siano il meno oppressive possibile. Ma siccome noi non crediamo nella buona volontà dei deputati e siccome aspiriamo all’abolizione del Parlamento, come di ogni altro governo, noi non ci proponiamo di nominare dei “buoni” deputati, ma di agire su quelli che vi sono, quali essi siano, agitando il popolo e facendo loro paura. E quando manchi una efficace agitazione popolare, noi faremo anche pressione sui singoli deputati perché rinfaccino al governo i suoi abusi, ma lo faremo perché, o essi si presteranno ai nostri desideri, e sarà fatta chiara la loro impotenza, o non vi si presteranno e si vedrà la loro malavoglia.

Si rassicuri Merlino, se tant’è che la nostra incoerenza lo affligge. Noi ci rallegriamo se qualche deputato rinfaccia ai ministri la loro infamia; ma non cessiamo perciò di considerare il Parlamento responsabile di ciò che fa il governo, poiché se esso volesse, il ministero dovrebbe ubbidire; né cessiamo di tenere ciascun deputato in quella mala stima che merita chiunque profitta dell’ignoranza e della pecoraggine degli elettori per farsi delegare un potere, che non può non risultare a danno del popolo.

 

 

 

MERLINO: “Tra due fuochi”

 

Articolo pubblicato dall’Avanti! il 24 novembre 1897.

 

 

Ad un mio articolo – “Il pericolo”, inserito nell’Italia del 5 novembre – ha risposto da una parte Luigi Minuti (Italia del Popolo, 11 novembre) dall’altra il mio amico Malatesta (Agitazione di Ancona, n. 35). Non so resistere alla tentazione di far gustare al lettore il confronto, che è molto istruttivo, di queste due risposte.

Il fatto da me messo in rilievo nell’articolo “Il pericolo” è che la crociata contro il parlamentarismo, che un tempo facevano gli anarchici e qualche volta anche i socialisti, oggi la fanno i Seghele, i Cesana e altre persone rispettabilissime, ma che per rimedio al mali del parlamentarismo propongono di mutilare il parlamentarismo, di tornare indietro. Non vorrei, dicevo io, che la gente abboccasse all’amo e che, perduta ogni fiducia nel sistema parlamentare, si riconciliasse col despotismo. Un Boulanger non è possibile in Italia. Al colpo di stato io non ci credo. Ma di fatto il governo, avendo gettato il discredito sul Parlamento, fa il comodo suo; e il paese quasi gli batte le mani, come le batté (come tutti ricordano) al Crispi. Questo il fatto, che il Malatesta riconosce per vero e il Minuti non smentisce.

Dinanzi a questo fatto il repubblicano intransigente dice: “Può darsi che la gente diventi repubblicana.” L’anarchico‑astensionista dice: “Può darsi che diventino tutti anarchici.” Ed entrambi sì fregano le mani dalla contentezza. E se la gente diventasse partigiana del governo assoluto? O se divenisse ogni giorno più indifferente alla propria libertà (je m’en foutise, dicono i francesi con una parola intraducibile) e incapace ad esercitarle? Qui sta la questione. I miei contraddittori avrebbero dovuto esaminare il fatto da me rilevato e dimostrare che la propaganda reazionaria che si va facendo contro il sistema parlamentare, non costituisce un pericolo, perché il popolo è pronto a fare la repubblica o l’anarchia.

Il Minuti ragiona così: “Il popolo è disgustato del sistema parlamentare. Facciamo la repubblica.” Bravo, e come farla se il popolo non si cura neppure di quella poca libertà che potrebbe avere m monarchia? È proprio il caso di ricordare il detto di Maria Antonietta: “Manca il pane: distribuite delle brioches.” Ma non sa il Minuti che con un po’ d’energia questo popolo potrebbe ottenere in monarchia almeno nove decimi delle libertà che gli prometterebbe – e che non sa se gliele darebbe poi – la repubblica? Che un popolo risoluto, attivo, esperto nelle pubbliche agitazio­ni imporrebbe oggi al governo l’abolizione completa del domicilio coatto, il rispetto dei diritti di riunione e di associazione, il diritto di sciopero e molte altre cose?

Il Parlamento non è già che possa funzionare bene nel sistema attuale; purtroppo io credo che non possa neppure funzionare bene in una repubblica capitalistica, vale a dire dove ci fossero poveri e ricchi. Ma il principio della sovranità del popolo, del diritto del popolo ad avere una volontà e a farla valere, lo si può e deve affermare fin d’ora, in tutti i modi, senza aspettare la proclamazione della repubblica.

Errico Malatesta fa un ragionamento analogo a quello del Minuti. Il popolo si mostra indifferente al governo parlamentare, non si vale dei diritti che ha e potrebbe far valere verso il governo. Dunque, propugnamo l’abolizione del governo. Ecco testualmente le sue parole: “I reazionari profittano della corruzione e dell’impotenza parlamentare per risollevare la bandiera del clericalismo e dell’assolutismo: è vero. Ma vorrebbe per questo il Merlino che ci mettessimo a tentare quest’opera tanto impossibile quanto contraria alle nostre condizioni e ai nostri interessi di partito, di salvare il Parlamento dal disprezzo e dall’odio popolare? Allora sì che il popolo, vedendo che il Parlamento non ha altri nemici che i reazionari, sì getterebbe tutt’intero nelle loro braccia. Se Boulanger in Francia poté divenire un pericolo serio, fu perché gli anarchici erano pochi, e la massa dei socialisti, essendo parlamentaristi, partecipavano del discredito in cui il parlamentarismo è giustamente caduto”.

La verità è che parecchi anarchici passarono a militare nelle file dei boulangisti, appunto perché fuorviati dalla propaganda contro il sistema parlamentare, propaganda puramente negativa. Abolire il Parlamento, abolire il governo, e poi? E poi ognuno farà quel che vuole, e si vivrà nel migliore dei mondi possibili.

“La nostra missione (degli anarchici) è quella di mostrare al popolo che, poiché il governo parlamentare, così malefico com’è, è pur tuttavia la meno cattiva delle forme possibili di governo, il rimedio non sta nel cambiar il governo, ma nell’abolire il governo”. Questo lo dite voi: ma il popolo crede che il governo di uno solo val meglio del governo di pochi, e non concepisce affatto (di questo potete star sicuri) uno stato di cose senza governo di sorta. Il popolo non è convinto che il sistema parlamentare sia la meno cattiva delle forme possibili di governo, e se non ci fosse altro argomento per farlo dubitare di ciò che voi dite, ci sarebbe la propaganda repubblicana, la quale gli suggerisce, a dire del Minuti, “un concetto di governo ove il Parlamento avrà la sua ragione di essere nel suffragio popolare, e la sua esplicazione in un’assemblea legittima, rappresentate della sovranità popolare”.

Un uomo o un partito può trincerarsi dietro una frase: “Abolizione del governo”. Ma il popolo vuole sapere come si farà a vivere, a intendersi nelle cose d’interesse comune. Abolito che sia il Municipio (che è un piccolo governo), chi penserà alle strade, all’illuminazione, all’arginatura di un fiume come il Tevere e a tante altre cose d’interesse comune? Vi penseranno tutti? Ciascuno a modo suo? O non vi penserà nessuno? O si incaricheranno alcuni di provvedere a questi pubblici servizi nel pubblico interesse? E saranno questi incaricati arbitri di agire a loro posta, o saranno sottoposti al volere della popolazione? E la popolazione avrà un volere unico, o possono sorgere fra essa pareri diversi? E in questo caso si dovrà scegliere fra l’uno e l’altro? E come? Si riunirà il popolo in massa per deliberare su ciascuna questione che si presenti? Ovvero sì riuniranno soltanto i rappresentanti o delegati dei vari gruppi?

Malatesta non è anarchico individualista o amorfista. Egli ammette. la necessità della rappresentanza e del voto di maggioranza in talune cose d’interesse comune indivisibile. Ora che cosa è questo se non il sistema parlamentare corretto e migliorato, non già abolito? Io ho un dubbio: che tutta questa guerra che si muove al parlamentarismo, sia fatta alla parola. In questo caso essa sarebbe lecita, se non fosse pericolosa. Cominciamo dal dire al popolo che si faccia vivo, che si serva dei diritti che ha (come del resto fa la Agitazione, meno non so perché, per il diritto elettorale), che ne domandi altri, che lotti, che cominci... per finire dove e come meglio si potrà.

 

 

 

MALATESTA: “Ancora del parlamentarismo”

 

Risposta di Malatesta sull’Agitazione del 2 dicembre 1897.

 

 

Saverio Merlino ha replicato sull’Avanti! all’ar­ticolo che pubblicò l’Agitazione n. 35 in risposta alla difesa ch’egli fece del parlamentarismo sull’Italia del Popolo. L’articolo dell’Agitazione non era firmato, ma Merlino, ben apponendosi, lo attribuisce a me, e ciò m’induce a rispondergli in nome mio, quantunque su questa questione siamo tutti concordi, non solo noi della redazione, ma tutti quegli anarchici che si van­no costituendo in partito organizzato, e sperano di po­ter mostrare coi fatti come si può sostituire una fe­conda ed educatrice azione popolare all’azione parla­mentare, che, a parer nostro, abitua il popolo ad aspet­tare dall’alto la propria emancipazione, e lo prepara così alla schiavitù.

Merlino, ricordando ch’io convengo nell’esistenza del pericolo clericale e reazionario, dice che io rispondo che può darsi che la gente diventi anarchica. Niente affatto: io dico che il rimedio contro quel pericolo sta nel suscitare nel popolo il sentimento della ribellione e della resistenza, nell’ìspirargli la coscienza dei suoi diritti e della sua forza, nell’abituarlo a fare da sé, a pretendere, a conquistare colla forza sua quanta più libertà, quanto più benessere è possibile – e non già nel rifare una verginità al sistema parlamentare, che poi ripercorrerebbe ancora la stessa parabola di decadenza che ha già percorsa una volta. E perciò bisogna lavorare a che la gente diventi anarchica, o almeno che il numero e la potenza d’azione degli anarchici aumentino, ed i sentimenti e le idee del pubblico si accostino quanto più è possibile ai sentimenti ed alle idee degli anarchici.

E ancora: Merlino dice che il popolo non è convinto che bisogna abolire il governo. E chi pretende il contrario? Se il popolo ne fosse convinto, l’anarchia sarebbe un fatto. Ma noi che ne siamo convinti, abbiamo interesse e dovere di cercare di convincerne anche gli altri.

Il popolo non è convinto, per esempio che il cattolicismo è un ammasso di superstizioni, che i preti ed i borghesi lo sostengono perché ottimo strumento di regno; il popolo non è convinto che si può fare a meno dei padroni; ma non per questo Merlino ci consiglierebbe di metterci a predicare, anziché la distruzione, la riforma del cattolicismo e del capitalismo.

A parte quest’errore d’interpretazione, col quale mi si fa dare come un fatto quello che io dico che si deve fare, Merlino non risponde agli argomenti del mio articolo, ed io non ho che da rimandare ì lettori a quell’articolo. E invece egli insiste sulla necessità di una forma di governo e di parlamento, perché la società possa vivere e funzionare. “Abolito il municipio, che è un piccolo governo”, egli dice, “chi penserà alle strade, all’illuminazione, all’arginatura dei fiumi ed a tante altre opere d’interesse comune?”. “Vi penseranno tutti? Ciascuno a modo suo? O non vi penserà nessuno? O s’incaricheranno alcuni di provvedere a questi pubblici servizi nel pubblico interesse? E saranno questi incaricati arbitri di agire a loro modo o saranno sottoposti al volere della popolazione? E la popolazione avrà un volere unico o possono sorgere fra essa pareri diversi? Ed in questo caso si dovrà scegliere tra l’uno e l’altro? E come? Si riunirà il popolo in massa per deliberare su ciascuna questione che si presenti? Ovvero si riuniranno soltanto i rappresentanti o delegati di vari gruppi?”.

Ecco: io credo che gl’incaricati dei pubblici servizi saranno le associazioni di coloro che lavorano in ciascun servizio; che queste associazioni dovranno badare nello stesso tempo al benessere dei loro membri ed al comodo del pubblico, e che saranno impossibilitate a prevaricare dal controllo dell’opinione pubblica, dai legami di dipendenza reciproca colle altre associazioni e dal diritto di tutti ad entrare nelle singole associazioni ed usare dei mezzi di produzione che esse adoperano. Credo che non vi sarà divisione fissa tra chi dirige e chi esegue, e che la direzione del lavoro spetterà di diritto e di fatto ai lavoratori, i quali per ciascun lavoro si organizzeranno e si divideranno le funzioni nel modo che stimano migliore. Credo che dove v’è bisogno di delegare degl’individui per una data funzione, si darà loro un mandato determinato, limitato, soggetto sempre al controllo ed all’approvazione del pubblico, e sopratutto che non si darà mai loro una forza per obbligare la gente, e per compiere il loro mandato contro la volontà di una frazione qualsiasi del pubblico: il diritto di adoperare la violenza, quando se ne presentasse la dura necessità, dovendo restare sempre a tutto il popolo e, non mai esser delegato. Credo che quando sopra una cosa da fare si hanno pareri diversi, se è possibile e conveniente si farà in modi diversi, e se ciò non è possibile o non è conveniente, si farà come vuole la maggioranza, salvo tutte le garanzie possibili in favore della minoranza – garanzie che si darebbero sul serio, perché, non avendo la maggioranza né il diritto né la forza di costringere la minoranza all’ubbidienza, bisognerà bene che guadagni la sua acquiescenza a mezzo di condiscendenze e prove di buona volontà…

E poi credo, anzi son sicuro, che io non ho né la capacità né la missione di fare il profeta. Io voglio combattere perché il popolo si metta in condizione di fare come vuole: ed ho fiducia ch’esso, pur facendo mille spropositi e dovendo spesso ritornare sui suoi passi, e sperimentando contemporaneamente e successivamente mille forme diverse, preferirà sempre quelle soluzioni che l’esperienza gli mostrerà più facili e più vantaggiose.

Merlino dubita che in fondo si tratti di una questione di parole. Egli si sarebbe accostato più alla verità (forse gliel’ho avvertito altre volte) se avesse detto che è una questione di metodo.

Quali saranno le forme sociali, dell’avvenire nessuno può precisare – e facilmente ci troveremmo d’accordo sui concetti generali che dovranno guidare una società di liberi e di eguali... dopo che essa sarà costituita. La questione è del modo come si può arrivare a costituirla. Gli autoritari vogliono imporre dall’alto, per mezzo di leggi, quello che essi credono bene. Gli anarchici invece vogliono, colla propaganda distruggere il principio d’autorità nelle coscienze, e colla rivoluzione distruggere ogni forza organizzata che possa costringere gli uomini ad agire contrariamente alla loro volontà.

A proposito, vorrà Merlino rispondere ad una domanda alla quale nessun socialista democratico ha voluto darmi una risposta esplicita? Io vorrei sapere, se, nell’opinione sua, quel tale governo o parlamento che egli crede necessario alla vita sociale, dovrà avere a sua disposizione una forza armata. Nel caso che no, allora davvero che la differenza fra noi sarebbe poca cosa, poiché io sopporterei di buona grazia un governo... che non potrebbe obbligarmi a nulla.

Merlino non sa comprendere perché l’Agitazione, che dice al popolo di farsi vivo e di servirsi dei diritti che ha, fa un’eccezione per il diritto elettorale. Noi ne abbiamo spiegato le ragioni varie volte. Il “diritto” elettorale è il diritto di rinunziare ai propri diritti, e quindi è contrario allo scopo di noi, che vogliamo che il popolo s’abitui a combattere ed a vincere direttamente, colle proprie forze.

È stato detto che il diritto elettorale è il diritto di scegliersi il proprio padrone. In realtà non è nemmeno questo: ma è il diritto di concorrere per una parte minima alla nomina di una particella del proprio padrone, e di dirsi poi e credersi sovrano. Noi che vogliamo che il popolo sia sovrano davvero, abbiamo ogni interesse ad impedire ch’esso prenda sul serio una sovranità da burla e s’acqueti in essa.

 

 

 

MERLINO: “Uso e abuso della forza”

 

Controbatte Merlino con una lettera che l’Agitazione pubblica il 16 dicembre 1897.

 

 

Roma, 5 Dicembre.

Cari amici,m i dispiace di usurpare il vostro spazio, ma devo rispondere alla domanda che mi rivolge E. Malatesta: “A proposito, vorrà M. rispondere ad una domanda, alla quale nessun socialista‑democratico ha voluto darmi una risposta esplicita? Io vorrei sapere se, nell’opinione sua, quel tale governo o parlamento che egli crede necessario alla vita sociale, dovrà avere a sua disposizione una forza armata”.

Risponderò come rispose a me altra volta Malatesta. Se la gente sarà abbastanza ragionevole, non sarà necessario usar la forza, se no, ci si ricorrerà. Beninteso l’uso della forza dovrà esser riservato ai casi estremi e non dovrà essere ad arbitrio di un Governo o di un Parlamento di adoperarla contro i cittadini recalcitranti ad un dato provvedimento, anzi non dovrà essere adoperata contro i cittadini, come son oggi l’esercito e la polizia, ma solamente i cittadini stessi potranno essere chiamati in casi straordinari, come già usa in Inghilterra e negli Stati Uniti. Insomma bisogna regolare l’uso della forza, limitarne i casi, toglierlo all’arbitrio di un’amministrazione o autorità centrale qualsiasi: ma non si può escludere a priori la necessità che la collettività adoperi la forza contro l’individuo o contro la minoranza, nei casi in cui vi sia veramente conflitto di volontà e d’interessi e la secessione non sia possibile e non riesca un compromesso. Cioè, si può a parole promettere l’Arcadia, l’Eldorado e la pace perpetua, ma si manterrebbe poi la promessa?

Ecco come io rispondo a Malatesta, e a mia volta gli faccio una domanda Gl’individui useranno mai la forza l’uno contro l’altro? Se altri mi dà uno schiaffo, devo reagire o presentargli l’altra guancia? La risposta sua, la prevedo, è che devo reagire. E se sono debole? Accorrerà la gente a difendermi. E come farà la gente accorrendo, durante una rissa, a sapere da quale parte sta la ragione, per mettersi da quella? Ci sarà probabilmente chi piglia parte per l’uno, chi per l’altro dei contendenti. Quindi il popolo dev’essere tutto in armi a ogni disputa, che si accende tra due individui, e si dividerà in fazioni, proprio come ai tempi dei Cerchi e dei Donati, dei Bianchi e dei Neri. Io ho detto e ripeto che questo modo d’intendere l’Anarchia può esser passato per un momento per la mente di qualcuno, ma non è sostenibile: e più presto lo correggiamo, meglio è.

Malatesta dice che non fa il mestiere del profeta. Così dicono anche i socialisti democratici, quando si tenta di dimostrare loro gl’inconvenienti del Collettivismo. Dunque demoliamo, e non ci curiamo d’altro. Ma si può demolire, senza sapere che cosa realmente si deve demolire, e perché? Si può andar innanzi alla cieca? No – tanto vero, che Malatesta ha le sue idee. Egli sa o crede che “incaricate dei pubblici servizi saranno le Associazioni di coloro che lavorano in ciascun servizio; le quali dovranno badare nello stesso tempo al benessere dei loro membri e al comodo del pubblico”.

Dovranno – perché lo dite voi? Ma voi che spesso notate, e giustamente, che l’Amministrazione collettivistica sarebbe portata ad abusare della sua autorità, e non potrebbe restar democratica, voi dovete anche sapere che un’Associazione incaricata di un pubblico servizio baderebbe prima al proprio interesse e al comodo dei suoi membri, e poi, se mai, a quello del pubblico. Le vostre Associazioni diverrebbero altrettanti corpi burocratici; e come mai potete voi credere che sarebbero nientemeno impossibilitate a prevaricare “dal controllo dell’opinione pubblica”? Come si eserciterebbe questo controllo? Quali forme assumerebbe? Quella forse di un’insurrezione popolare contro ogni Amministrazione che non obbedisse al volere del pubblico? Mettiamo che l’Associazione ferroviaria si rifiutasse di far correre un direttissimo tra Roma e Ancona: sarebbe chiamata a dovere dal popolo tumultuante? E se l’opinione pubblica fosse divisa? Se tutte le località percorse dal treno ne domandassero la fermata? Se l’Assocìazione fomentasse ad arte la discordia? Ci sarebbero, aggiunge Malatesta “i legami di dipendenza reciproca tra le Associazioni”. Quali legami? E di che specie? Patti, obbligazioni, deliberazioni collettive, Comitati federali, Congressi? Che vi abbia ad essere un Parlamento?

E da ultimo ci sarebbe “il diritto di tutti ad entrare nelle singole Associazioni ed usare dei mezzi di produzione, che esse adoperano”. Questo poi renderebbe impossibile alle Associazioni di funzionare un’ora sola. Immaginiamo un cantiere, dove sì sta fabbricando una nave, invaso da gente che vuoi metter le mani dappertutto e sostituirsi a quelli che lavorano – per essere, forse l’indomani lasciato deserto. Figuriamoci una farmacia in cui si presentano a lavorare dei dilettanti farmacisti – e via discorrendo. A me pare che noi dobbiamo intenderci sugli elementi del Socialismo – prima ancora di discutere dei metodi.

 

 

 

MALATESTA: “Anarchia… contro che cosa?

 

Replica di Malatesta sull’Agitazione del 23 dicembre 1897.

 

 

Io so che Merlino, esempio raro tra i polemisti e gli uomini di parte, non mira nelle discussioni a mettere nell’imbarazzo l’avversario con artifici retorici, ma si sforza di portar luce sulla materia in questi one; so ch’egli si propone sempre di cercare la verità e di propagare quello ch’egli è giunto a creder vero – e perciò sono stato molto meravigliato dell’ultimo articolo che ci ha inviato, nel quale, mentre si propone di rispondere ad una domanda da me fatta nella speranza reale di apprendere meglio quali sono le sue idee, egli gira attorno alla questione, cerca d’impressionare il lettore con una certa apparenza di spirito pratico e... mi lascia più perplesso di prima.

Io domandavo se, a senso suo, quel qualsiasi governo, o parlamento ch’egli crede necessario al buon andamento della società dovrà avere a sua disposizione una forza armata. E Merlino mi risponde che “l’uso della forza dovrà essere riservato ai casi estremi e non dovrà essere ad arbitrio di un Governo o di un Parlamento di adoperarla contro i Cittadini ricalcitranti ad un dato provvedimento”. Io non ci capisco nulla. Se il Governo non ha il diritto di costringere i cittadini ad ubbidire alle leggi, allora non è più un governo, nel senso comune della parola e noi non avremmo più a domandarne l’abolizione: ci basterebbe di fare a modo nostro quando quello che esso vuole non ci conviene.

Non vi deve essere una forza armata permanente, dice Merlino, ma i cittadini stessi potranno esser chiamati in casi straordinari, come già si usa in Inghilterra e negli Stati Uniti. Ma chiamati da chi? Dal Governo? E saranno obbligati ad accorrere alla chiamata? In Inghilterra e negli Stati Uniti vi è una polizia; e le milizie che il governo chiama in casi straordinari servono, salvo che non si ribellino, agli scopi del governo, tra cui è sempre primo quello di tenere a freno ed all’occasione di massacrare il popolo. E quello il regime politico che vagheggia Merlino?

Ma l’uso della forza va regolato e tolto all’arbitrio di un’amministrazione centrale qualsiasi, dice Merlino. Che si tratti dunque di uno Statuto che dovrà fissare i diritti rispettivi del Cittadino e quelli del Governo e che sarà rispettato... come lo sono sempre stati gli Statuti!

Noi vogliamo che tutti i cittadini abbiano diritto uguale di essere armati e di correre alle armi quando se ne presenti la necessità, senza che nessuno possa costringerli a marciare o a non marciare. Vogliamo che la difesa sociale, interesse di tutti, sia affidata a tutti, senza che nessuno faccia il mestiere di difensore dell’ordine pubblico e viva di esso.

Ma, dice Merlino, se io sono attaccato da uno più, forte di me, come farò a difendermi? Accorrerà la gente ad aiutarmi? E accorrendo, come farà a giudicare da che parte sta la ragione? E siccome probabilmente si produrranno opinioni diverse, si avrà dunque per ogni disputa una guerra civile?

E i carabinieri, rispondo io, sono sempre presenti per difendere chi è attaccato? Ed è sicuro ch’essi non si mettano mai dalla parte di chi ha torto? E il giudizio dei magistrati offre forse più garanzie di giustizia di quello della folla? E la tirannia è forse preferibile alla guerra civile? Merlino ragiona come fanno i conservatori. Egli mette innanzi tutti gl’inconvenienti, tutti i conflitti possibili nella vita sociale, e se ne serve per dire impossibili ed assurdi gl’ideali nostri – dimenticando però di dirci come a quegli inconvenienti ed a quei conflitti si ripara nel sistema suo.

Merlino teme la guerra civile; ma che cosa è un regime autoritario se non uno stato di guerra, in cui una delle parti è stata vinta e si trova soggetta? Merlino dirà che egli è libertario e non già autoritario; ma se qualcuno, individuo o collettività, minoranza o maggioranza può imporre agli altri la propria volontà, la libertà è una menzogna, o non esiste se non per chi dispone della forza.

lo non ho mai detto che l’Anarchia, specie nei primi mi tempi sarà l’Arcadia o l’Eldorado. Vi saranno purtroppo guai e difficoltà inerenti all’imperfezione ed al disaccordo degli uomini; ma se v’è probabilità che i mali siano minori che in qualsiasi regime autoritario, ciò mi basta per essere anarchico.

Il benessere e la libertà di tutti, l’abolizione della tirannia e della schiavitù non si possono avere se non quando gli uomini si sforzino di armonizzare i loro interessi e si pieghino volontariamente alle necessità sociali. Ed io credo che, abolita la proprietà individuale ed il governo, distrutta cioè la possibilità di sfruttare ed opprimere gli altri sotto l’egida delle leggi e della forza sociale, gli uomini avranno interesse, e quindi volontà, di accordarsi e risolvere i possibili conflitti pacificamente, senza ricorrere alla forza. Se ciò non fosse, evidentemente l’anarchia sarebbe impossibile; ma sarebbero anche impossibili la pace e la libertà.

Merlino non è persuaso quando gli dico che contro il volere degli uomini l’anarchia non si fa. Ma sa egli concepire un regime che si regga senza e contro la volontà degli uomini, o almeno di coloro tra gli uomini che pensano e vogliono? E conosce egli un regime che valga più di quel che valgono gli uomini che lo accettano? Tutto dipende dalla volontà degli uomini. Cerchiamo dunque di educarli a volere la libertà e la giustizia per tutti, e a cacciare dal loro spirito il pregiudizio della necessità del gendarme.

Io dissi che non sono profeta, e Merlino trova che io rispondo come fanno i socialisti democratici quando si tenta di dimostrar loro gl’inconvenienti del Collettivismo. Il caso non è eguale. I socialisti democratici vogliono che il popolo Il mandi al potere, a far le leggi, ad organizzare la nuova società, e quindi dovrebbero almeno dirci che uso farebbero di questo potere, e a quali leggi ci sottoporrebbero. Noi anarchici invece vogliamo che il popolo conquisti la libertà e... faccia quello che vuole.

Avere fin da ora delle idee e dei progetti pratici è necessario, poiché la vita sociale non ammette interruzione, ed il popolo dovrà, il giorno stesso in cui si sarà sbarazzato del governo e dei padroni, provvedere alle necessità della vita. Ma queste idee potranno essere varie nei vari paesi e nelle varie branche della produzione, e se anche fossero sbagliate il male non sarebbe grande, poiché, non essendovi un potere conservatore che obblighi a perseverare negli errori, né una classe costituita che di questi errori profitti, sì potrà sempre cambiare e migliorare quello che alla prova non riesce bene. L’anarchia è, in un certo senso, il sistema sperimentale applicato all’arte del viver civile.

E poi, io. non sono che un individuo, e io e tutti gli anarchici attuali non siamo che una frazione del popolo, e quindi potremmo dire tutto al più quel che vorremmo, ma non mai quel che sarà: il fatto dovendo essere necessariamente modificato dal concorso di tante altre volontà che oggi non sappiamo quali saranno.

D’altronde, pur non avendo nessuna inclinazione per l’arte profetica, io espressi alcuna delle mie idee sulla futura organizzazione sociale ‑ e Merlino le ha confutate... alquanto puerilmente. Io dissi, per esempio, che i servizi pubblici saran­no fatti dalle associazioni dei lavoratori dei diversi ra­mi e che queste associazioni baderanno nello stesso tempo al benessere dei loro membri ed al comodo del pubblico. E Merlino dice che queste associazioni, al pari dei corpi governanti, baderebbero prima al co­modo dei propri membri e poi, se mai, a quello del pubblico. Può darsi benissimo: ma siccome ogni lavo­ratore da una parte è membro dì un’associazione di produzione e dall’altra è parte del pubblico, è proba­bile che si accorgerebbe presto che al giuoco di tirare ognuno al proprio vantaggio, ci si perde tutti, e per­ciò penserebbe che vale meglio accordarsi e lavorare tutti di buona voglia per il bene generale. Tutt’altra è invece la posizione del governante, il quale impone agli altri le regole di lavoro e può accomodar tutto a profitto suo e dei suoi amici.

Io dissi che l’opinione pubblica impedirebbe alle associazioni di prevaricare; e Merlino mi domanda se vi sarà un’insurrezione popolare contro ogni Ammi­nistrazione che non obbedisse al volare del popolo. Ep­pure non è molti giorni che Merlino ha scritto, ed a ragione, che se il popolo sapesse volere potrebbe, an­che nel regime attuale, nonostante le ricchezze ed i soldati di cui dispongono le classi dominanti, impedire moltissimi abusi ed imporre il rispetto di molte liber­tà! La tesi che sostiene Merlino deve essere davvero molto cattiva, giacché egli si vede costretto a ricorrere alle barzellette dei reazionari.

Io parlai dei legami di dipendenza reciproca tra le Associazioni, e Merlino non intende di che legami io parlo. Ma non è chiaro che il fornaio, per esempio, ha bisogno del mugnaio che gli fornisce la farina, del contadino che fornisce il grano, del muratore che gli fa la casa, del sarto che lo veste e così all’infinito? Non è chiaro che tutti hanno interesse e bisogno di mettersi d’accordo con tutti? Ma come si stabiliranno questi accordi?, domanda Merlino. Mediante patti, obbligazioni, Comitati federali, Congressi? Con questi o con altri mezzi, ma non certo, se i lavoratori ci terranno ad esser liberi, mediante Parlamenti che faccian la legge e che la impongano a tutti colla forza.

Io reclamavo infine, come garanzia contro il costituirsi di monopoli a danno del pubblico, il diritto di tutti ad entrare nelle singole Associazioni ed usare dei mezzi di produzione che esse adoperano. E Merlino risponde immaginando un cantiere invaso da gente che vuol mettere le mani dappertutto, o una farmacia dove dei dilettanti vadano a rimestare e confondere tutto. Non sembra proprio di sentire un parruccone il quale, volendo combattere la proposta di aprire al pubblico un giardino, dicesse che tutta la popolazione vorrebbe entrare contemporaneamente nel giardino e morrebbe pigiata e soffocata? In pratica poi risulta che quando si apre un pubblico giardino il diritto per, tutti di andarci a passeggiare basta per impedire il monopolio, ma non produce niente affatto un affollamento che distruggerebbe il piacere di passeggiare. Il mio concetto era chiaro: io parlavo del diritto che deve avere la gente di provvedere da sé ad un dato lavoro, quando coloro i quali lo fanno volessero servirsene come mezzo per sfruttare ed opprimere gli altri; e non già del diritto degli sfaccendati di andare a disturbare chi lavora.

Ma insomma, le idee mie possono essere sbagliate, e, come ho detto, non sarebbe gran male, perché io non voglio imporle a nessuno. Merlino però, il quale si lamenta che noi non vogliamo fare i profeti e non definiamo abbastanza le nostre idee sull’avvenire, dovrebbe dirci lui che cosa è che vuole. Non crede nell’“amministrazione” dei socialisti democratici, non nelle associazioni degli anarchici, e tampoco vuole egli demolire il presente senza preoccuparsi dell’avvenire. Che cosa vuole egli dunque?

Criticare le idee degli altri è ottima cosa, ma non basta. Noi sappiamo che tutti i sistemi hanno i loro lati deboli: il nostro come quelli degli altri. Ma per rinunziare al nostro bisognerebbe che ce se ne proponesse uno che abbia meno inconvenienti. Tutto è relativo. Noi siamo anarchici perché l’Anarchia, nel senso che noi diamo alla parola, di pare la migliore soluzione del problema sociale. Se Merlino conosce qualche cosa di meglio, ce lo insegni subito.

 

 

 

MERLINO: “Contrasto personale”

 

Nota secca di Merfino apparse sull’Agitazione del 30 dicembre 1897.

 

 

Credevo che, non fosse che per l’amicizia che ci lega, Malatesta e io avessimo potuto polemizzare senza darci del farabutto e del mascalzone l’uno all’altro. Ma mi sono ingannato. La polemica appassiona e un uomo appassionato non riesce, fosse anche Catone in persona, a mantenersi giusto ed equanime. Malatesta poi è uomo di parte, è immerso dalla gioventù nelle lotte politiche, difende il suo passato, crede forse che sia in giuoco nella polemica tra noi impegnata, la sua posizione di capo morale del partito anarchico italiano, e quindi gli riesce meno che ad altri di discutere serenamente.

Il sistema da lui prescelto per combattermi e il seguente. Mi dice un mondo di cortesie. io sono un uomo che cerco la verità, che rifuggo da’ cavilli, che non ricorro ad artifici retorici per mettere in imbarazzo l’avversario ecc. ecc.. Ma poi si meraviglia che io giro attorno alla questione, che cerco di impressionare il lettore con una certa apparenza di spirito pratico, e mi dà del reazionario a tutto pasto. “Merlino ragiona come fanno i conservatori”. “M. si vede costretto a ricorrere alle barzellette dei reazionari”. “Sembra proprio di udire un parruccone” ecc. ecc..

Queste invettive si capisce bene a che servono Un proverbio dice: dà ad uno del cane e potrai sparargli addosso. Malatesta non lo fa ad arte, ma sente che se riesce a farmi credere reazionario da’ lettori del suo giornale, egli toglie ogni credito ai miei argomenti, e se anche io ho ragione ed egli torto, tutti daranno torto a me e ragione a lui. Egli quindi mi gratifica ad ogni pie’ sospinto dell’epiteto di reazionario. A forza di sentirlo dire e ridire, il lettore si abitua all’idea che io sono diventato un difensore accanito dell’attuale ordine di cose, e finisce per crederci fermamente e per appassionarsi contro di me in guisa tale da non potere più apprezzare serenamente i miei argomenti.

Io potrei valermi, verso Malatesta, dello stesso metodo: potrei, se volessi, valendomi di certe recenti sue dichiarazioni intorno alla necessità di lottare per i miglioramenti attualmente possibili, prendermi il gusto di dipingerlo agli occhi dei suoi amici per un reazionario, od almeno per un rivoluzionario che si avvia a diventare reazionario.

Preferisco di chiudere la polemica rimandando il lettore, che abbia la curiosità di conoscere quale sia la soluzione, non collettivista‑autoritaria, né anarchico‑amorfista, che io propongo al problema sociale, ad un volumetto che verrà pubblicato fra giorni dal Treves. [Si tratta de L’Utopia collettivista – N.d.r.] Quanto al Malatesta, lo avverto che la prima volta che egli pensando con la sua testa dissentirà da’ suoi amici, questi lo tratterranno, se già taluni non lo trattano, come egli tratta me; ed e gli non potrà dolersi di loro, perché saranno stati educati alla sua scuola.

 

 

 

MALATESTA: “Chiarificazione sulla polemica”

 

Risposta di Malatesta sull’Agitazione del 30 dicembre 1897.

 

 

Mi duole che Merlino, si sia offeso della mia risposta; ma a me non pare di essere andato oltre i limiti permessi in una polemica cortese tra persone che si stimano. Notai la somiglianza tra alcuni suoi argomenti e quelli addotti ordinariamente dai conservatori e dai reazionari, così come egli aveva detto che io rispondevo come fanno i socialisti‑democratici. È offensivo questo? Per me non v’è mai offesa quando non si dubita della sincerità del contraddittore. In ogni modo, poiché Merlino vuol troncarla, io non insisterò; e aspetterò il suo nuovo volume per giudicare la soluzione ch’egli propone al problema sociale. Di una sola cosa vorrei fosse sicuro il Merlino, ed è che se egli o chiunque altro mi convincesse che sono in errore, io lo confesserei subito, malgrado il mio passato ed il mio presente.

MALATESTA: “Conclusione”

 

L’articolo di Malatesta è pubblicato sull’Agitazione del 13 gennaio 1898, e prende spunto da un’allusione alla polemica contenuto in un articolo che Merlino aveva pubblicato sulla Rivista Popolare diretta da Colajanni. Pochi giorni dopo, Malatesta verrà arrestato dalla polizia sabauda e la polemica si interromperà per cause di forza maggiore..

 

Per una deferenza personale, che qualcuno ha voluto rimproverarci e di cui non ci pentiamo, e per l’onesto desiderio di far udire ai nostri lettori le due campane e metterli in grado di poter giudicare con piena cognizione, noi aprimmo a Merlino le nostre colonne. Egli preferì dichiararsi offeso della critica del Malatesta e troncar la polemica... per andarci poi ad attaccare, incidentalmente, in nota ad un suo articolo pubblicato nella rivista del Colajanni.

E questo è nel suo diritto. Egli può attaccarci e criticarci quando e dove gli pare; ma però non dovrebbe credersi in diritto di falsare le nostre idee, che egli conosce, poiché non è ancora molto tempo che insieme a noi le professava e difendeva. Nella nota sopraccennata egli dice: “Solo qualche anarchico amorfista può dire con Malatesta: Noi anarchici voglíamo che il popolo conquisti la libertà e faccia quello che vuole”. Lasciamo stare, perché non importa alla questione, se si tratta di qualche o di molti o di tutti gli anarchici. Ma perché mai Merlino ci chiama amorfisti?

Storicamente, questa parola è stata adoperata o per indicare un modo speciale di concepire le relazio­ni tra uomini e donne, o, più comunemente, per distin­guere i partigiani di certe concezioni individualistiche della vita sociale, che ebbero voga negli anni scorsi fra anarchici e che a noi sembrarono, d’accordo allo­ra col Merlino, delle aberrazioni. E in quel senso l’ap­pellativo di amorfisti, in bocca a Merlino e diretto a noi non è che un gratuito insulto.

Etimologicamente poi, amorfista vuol dire che non ammette forme. Che cosa autorizza il Merlino a pensare che noi abbiam perduto il ben dell’intelletto al punto dì creder possibile l’esistenza di una società, di una cosa qualunque, che non abbia una qualsiasi forma? Amorfisti, perché vogliamo che le forme che assumerà la vita sociale siano il risultato della volontà popolare, della volontà di tutti gl’interessati? Ma dunque il Merlino vuole che qualcuno le imponga al popolo contro o senza la volontà del popolo stesso? E le conservi con la forza anche quando avran cessato di rispondere ai bisogni ed al volere degl’interessati?

Discutiamo fin da ora dei vari problemi che possono presentarsi nella vita sociale e delle varie soluzioni possibili; facciam pure dei progetti sul modo di amministrare gl’interessi generali ed indivisibili del consorzio umano; prepariamo nelle associazioni e federazioni operaie gli elementi della riorganizzazione futura: tutto questo è utile, è indispensabile, perché il popolo abbia una volontà illuminata e possa attuarla. Ma insistiamo perché la riorganizzazione sociale si faccia dal basso all’alto, per il concorso attivo di tutti gl’interessati, senza che nessuno, individuo o gruppo, minoranza o maggioranza, despota o rappresentante, possa imporre con la forza alla gente quello che la gente non vuole accettare.

Merlino ci presenta una specie di schema di costituzione politica. “Bisogna distinguere” egli dice, “le faccende più importanti e di cui tutti più o meno s’intendono, e, queste farle decidere direttamente dal popolo nei Clubs o Associazioni, i cui delegati si riunirebbero, come nelle Convenzioni americane, unicamente per concretare la soluzione definitiva in conformità dei mandati ricevuti. Per faccende meno importanti e per quelle che richiedono speciali cognizioni, costituire Amministrazioni speciali – senza legame gerarchico tra loro – soggette al sindacato popolare”. “Avanti tutto il popolo deve concorrere alla nomina degli amministratori pubblici; poi questi devono offrire guarentigie di capacità, inoltre vi devono essere regole di amministrazione che impediscano gli arbitrii e i favoritismi; gli amministratori devono rimanere uguali a tutti gli altri cittadini e ricevere in compenso delle loro fatiche un trattamento approssimativamente uguale a quello che i cittadini tutti ricavano dal loro lavoro; infine gl’interessati devono potersi opporre agli atti ingiusti degli amministratori pubblici e chiamare questi ultimi a render conto pubblicamente dell’opera loro”. “Bisogna, sulla base dell’uguaglianza delle condizioni economiche, elevare un sistema di amministrazione pubblica emanante direttamente dal popolo e non soggetto a nessun centro di governo”.

Ma come si deve arrivare a questa e a qualsiasi altro modo di amministrazione degl’interessi collettivi? Ecco per noi la questione importante. Deve la nuova costituzione sociale esser formulata di getto da una costituente nazionale o internazionale, ed imposta a tutti? O deve essere il risultato graduale, sempre modificabile, della vita stessa di una società d’individui economicamente e politicamente eguali e liberi? Deve il popolo, dopo abbattuto il governo, nominarne un altro, il qual poi dovrebbe, secondo l’utopia dei socialisti democratici, eliminare se stesso; o deve distruggere completamente il meccanismo autoritario dello Stato e formare un regime libero per mezzo della libertà? Questo Merlino non dice, e questo è il punto di divisione tra socialisti democratici e socialisti anarchici.

Nella sua conferenza di domenica a Roma, Merlino avrebbe, secondo il resoconto dell’Avanti!, combattuto gli anarchici liberisti assoluti (ecco ancora degli appellativi di sapore equivoco), “perché col loro sistema i prepotenti avrebbero modo di schiacciare i più deboli ed i più docili”. Dunque Merlino per mettere un freno ai prepotenti vorrebbe... mandarli al potere! O crede egli che al potere vi andrebbero i più deboli, ed i più docili? O santa ingenuità!

 


 

3. SOCIALISMO LEGALITARIO

E SOCIALISMO ANARCHICO.

L’INTERVISTA DI CIANCABILLA

E LA POLEMICA CON L`AVANTI!

 

 

 

 

La situazione del movimento e le sue prospettive[21]

 

 

(…)

E quali erano queste cause interne di debolezza?

– Principalmente eran questioni teoriche, non ancora ben delucidate, le quali avevan fatto si che ci credevano d’accordo, mentre spesso sotto una stessa fraseologia si nascondevano idee assolutamente diverse. Erano poi in mezzo a noi degli elementi dissolventi che di anarchici non avevano che il nome. Fu inoltre gravissimo errore quello di esserci allontanati dal movimento operaio e di aver cessato così a poco a poco dall’essere un partito vivente e popolare, per ridurci invece in un manipolo di dottrinari. Si può aggiungere che in sui primordi del movimento anarchico, forse per l’estrema giovinezza ed inesperienza dei suoi iniziatori, si aveva l’illusione di poter arrivare alla rivoluzione a breve scadenza; e per conseguenza si trascurava ogni lavoro di organizzazione che richiedeva opera lunga e paziente, pur riconoscendone teoricamente l’utilità. E accadde questo fenomeno: che noi, i quali eravamo sempre stati, sin dalle origini in lotta con il partito marxista, eravamo per molti lati più marxisti di quelli che si professavano tali. Così, ad esempio, accettavamo del marxismo l’inerte fatalismo, la legge del salario messa in voga da Lassalle, ed altri postulati. Per questo eravamo persuasi della impossibilità ed inutilità di qualsiasi riforma e miglioramento delle condizioni del proletariato in un regime capitalistico. Questo fece si che non solo noi non ci occupassimo delle piccole rivendicazioni e lotte operaie che tutti i giorni fatalmente si combattono in questa struggle for life sociale, ma si ottenesse invece questo effetto negativo: che appunto nei paesi più avanzati, dove il proletariato aveva maggior coscienza di organizzazione, e dove, quindi, esso poteva resistere, imporsi e strappare qualche brandello di concessione, là gli operai con più difficoltà, e quasi con diffidenza, ascoltavano noi che predicavamo loro, in modo assoluto, l’impossibilità di ogni miglioramento nel regime capitalistico attuale. Questa spiegazione è, secondo me, più vera e più logica di quella addotta dall’Avanti! per dar la ragione del fatto che molto spesso è nei paesi dove il proletariato aveva maggiore coscienza che l’idea anarchica fece minor progresso perché gli operai abbandonavano l’anarchia in forza della predicazione socialista.

– Ma allora tendereste a diventare un partito riformista?

– No, perché per noi le riforme, se e dove si possono ottenere non debbono essere che un avviamento alla rivoluzione; e perciò vogliamo che il popolo le conquisti da se stesso, senta che sono dovute alla sua energia, e in lui, quindi, si sviluppi la volontà di pretendere sempre di più. Siamo un partito rivoluzionario perché miriamo alla rivoluzione e perché riteniamo che le riforme possibili nel regime capitalistico non possono essere che anodine, spesso semplicemente temporanee, e che il proletariato non potrà raggiungere la sua emancipazione senza la trasformazione completa degli ordinamenti sociali. Per sistema, noi patrociniamo sempre quelle riforme che più delle altre, rendono evidente il conflitto tra proprietari e proletari, tra governanti e governati, e che quindi pretendono preparare un sentimento cosciente della ribellione, che esploderà nella rivoluzione definitiva finale. D’altronde per noi l’essenziale è di stare col popolo, di mostrargli che noi intendiamo lottare e soffrire con lui, di sviluppare in lui la coscienza della forza, volontà e potenza che solo possono venirgli dall’organizzazione. Poi non mancherà l’occasione di far di più; che veramente in Italia non sono le occasioni di rivoluzione che sono mancate, ma la forza nei partiti popolari di approfittarne. Ora noi miriamo appunto ad acquistare questa forza. Il resto verrà dopo.

‑ Avete intenzione di dar alla luce nessuno schema di programma?

Nelle linee generali il programma socialista-anarchico è abbastanza noto, e noi lo esponiamo e lo difendiamo continuamente nelle nostre pubblicazioni, nei nostri discorsi e nella propaganda individuale, che è per ora la parte principale della nostra attività. Del resto è in discussione fra le sezioni del nostro partito una formula di programma, diremo così ufficiale, che vedrà la luce quanto prima, e che, pur restando fisso nei suoi cardini fondamentali, sarà nella parte tattica sempre aperto alle modificazioni che il partito, a seconda delle occasioni, crederà di apportarvi.

– Insomma sembrerebbe che voi pure tendete a seguire in questo la falsariga del partito socialista…

– No. Il nostro partito si differenzia dal partito socialista‑legalitario oltre che per i suoi principii, anche nella sua struttura. E ne differisce perché non è un partito autoritario é non è sottoposto a qualsiasi direzione. Il solo vincolo che unisce noi tutti socialisti‑anarchici è quello di volere le stesse cose, di volerle raggiungere con gli stessi mezzi generali, e di voler stare uniti per cooperare insieme al raggiungimento del fine. I nostri organi federali, cioè le varie Commissioni di corrispondenza, non sono che il mezzo per mantenere con più facilità le relazioni e gli accordi fra i compagni, per poterli più rapidamente informare delle proposte che sorgono dai gruppi, del parere che su di esse danno i compagni tutti, insieme col concorso che essi vogliono e possono dare per la loro effettuazione. Del resto tutti i gruppi han piena autonomia, limitata solo naturalmente dall’impegno di non mettersi in contraddizione coi principi e colla tattica generale del partito, violando i quali, i gruppi o i compagni dissidenti verrebbero a mettersi volontariamente fuori del partito

– Dunque ti sembra che il partito anarchico si sia finalmente  messo sulla buona strada, e progredisca a grandi passi?

– Oh, questo progredire a grandi passi veramente non si può dire ancora. Ma, come tu dici, siamo sulla buona strada. Prima di tutto si può affermare con sicurezza che l’intesa è adesso completa. Molti equivoci sono stati dissipati, molte questioni che in fondo eran di parole sono state ridotte ai loro veri termini, e laddove vi erano elementi incompatibili con noi essi sono stati eliminati. Nei paesi dove il partito anarchico aveva vecchie tradizioni si sono ricostituite sezioni che lavorano attivamente ad estendere la propaganda, e ogni giorno riescono a penetrare in qualche nuovo centro vergine alla nostra azione, incominciano a partecipare alla vita operaia e ad avere qualche influenza in mezzo alle organizzazioni economiche. Oltre a parecchie pubblicazioni di propaganda più o meno periodiche, abbiamo un giornale, L’Agitazione, che ha ormai la vita assicurata. Certamente vi è ancora molto, immensamente da fare prima di essere un partito che faccia sentire validamente la sua influenza nella vita pubblica; ma già siamo in tale condizione da poter guardare con fiducia l’avvenire, ed essere sicuri che qualsiasi uragano reazionario ci piombi addosso, non riuscirà né a distruggere né ad arrestare l’opera nostra.

– Perché avete creduto di dover aggiungere alla parola anarchico l’aggiunta, che quasi può parere un’attenuante, di socialista?

– Non è punto un’aggiunta, e tanto meno un’attenuante. Fin dal 1871, quando incominciammo la nostra propaganda in Italia, noi siamo sempre stati e ci siam sempre detti socialisti‑anarchici. Nell’uso del linguaggio ci è accaduto di chiamarci semplicemente anarchici, poiché intendevasi implicitamente che gli anarchici fossero socialisti, come altra volta quando i soli socialisti eravamo noi, ci accadeva molto spesso di chiamarci semplicemente socialisti, poiché s’intendeva (e allora in Italia lo intendevano tutti) che i socialisti fossero anche anarchici. Noi siamo stati sempre d’opinione che socialismo ed anarchia sono due parole che in fondo hanno lo stesso significato; poiché non è possibile, secondo noi, l’emancipazione economica (abolizione della proprietà) senza l’emancipazione politica (abolizione del governo) e viceversa. Oggi più spesso ripetiamo insieme i due aggettivi non perché si siano modificate le nostre idee, ma perché oggi son diventati più numerosi coloro i quali credono di poter arrivare al socialismo per mezzo di un governo; come d’altra parte vi sono individui i quali si dicono anarchici senza essere socialisti, il che secondo noi, equivale a non essere nemmeno anarchici. Però bisogna intendere che per molti i quali si dicono anarchici respingendo l’appellativo di socialisti, non è che una questione di parole, volendo anche essi assicurati a tutti i mezzi di produzione. I veri anarchici non socialisti, se anarchici si possono chiamare, non sono che alcuni borghesi i quali per voglia di attirare su di loro l’attenzione pubblica e di parere originali, o per ragioni teoriche completamente diverse da quelle che inspirano i veri anarchici, han preso qualche volta quel nome.

– Credi possibile, almeno momentaneamente, un accordo tra il partito anarchico e il partito socialista?

– Io credo che coi socialisti legalitari noi abbiamo un immenso terreno comune nella lotta contro il governo e contro i capitalisti, e credo che potremmo e dovremmo trovarci d’accordo in tutte le agitazioni economiche e proletarie quali, ad esempio, quella odierna contro il domicilio coatto, gli scioperi, le leghe di resistenza, ecc. Disgraziatamente i socialisti legalitari, col loro spirito autoritario, hanno la tendenza a voler monopolizzare il movimento operaio, e a volgere tutte le agitazioni verso uno scopo elettorale, dimodochè temo che possano sorgere conflitti fra i due partiti, come già ne sorsero, e per gli stessi motivi, nei Congressi operai internazionali, nei quali i socialisti intendevano bensì di ammettere tutti gli operai senza distinzione di opinione, ma volevano poi escludere gli operai di opinioni anarchiche. Io mi auguro che quando noi avremo un’influenza ed una forza reale nel movimento operaio, i socialisti avranno il sentimento della propria responsabilità, e non vorranno farsi traditori della causa dei lavoratori, fomentando dissidi, quando di questi dissidi non vi è ragione reale…

 

L’abbandono dei pregiudizi marxisti[22]

 

 

(…)

Maggiore considerazione, perché socialista e giustamente autorevole tra i socialisti, merita 1’Avanti! il quale trova in ciò che io dissi al Ciancabilla, un segno evidente di “un’evoluzione dell’anarchismo verso il socialismo marxista”.

È vecchia abitudine dei socialisti democratici (quando vogliono essere gentili con noi e non ripetono con Liebknecht che noi siamo “i beniamini della borghesia e dei governi di tutti i paesi”), il dire che noi evolviamo verso di loro…

Intendiamoci: per me non vi è nulla di meno che onorevole nel fatto di evolvere, quando l’evoluzione è frutto di onesta convinzione. Bisogna però che il cambiamento di opinione vi sia stato davvero, e sia tale quale si annunzia.

Ora, gli anarchici, ed io con loro, hanno certamente evoluto, ed è verosimile che continueranno ad evolvere, fino a quando resteranno un partito vivo capace di profittare dei dettami della scienza e dell’esperienza e di adattarsi alle variabili contingenze della vita. Ma io nego assolutamente che noi abbiamo evoluto o stiamo evolvendo verso il “socialismo marxista”. E credo, al contrario, che uno dei caratteri più notevoli e più generali della nostra evoluzione sia l’esserci sbarazzati dei pregiudizi marxisti, che al principio del movimento avevamo troppo leggermente accettati e che sono stati la causa dei nostri più gravi errori.

L’Avanti! è probabilmente vittima di una illusione. Se esso crede realmente ciò che a più riprese ha detto sull’anarchismo, che cioè l’anarchismo è l’opposto del socialismo, e se continua a giudicare di noi dalle falsificazioni e dalla calunnie con cui, seguendo l’esempio della condotta di Marx verso Bakunin, si sono disonorati i marxisti tedeschi, allora è certo che, ogni qualvolta degnerà di leggere uno scritto nostro o di ascoltare un nostro discorso, avrà la grata sorpresa di scoprire una “evoluzione” dell’anarchismo verso il socialismo, che per 1’Avanti! pare sia quasi una cosa stessa col marxismo.

Ma chiunque ha una conoscenza anche superficiale delle idee e della storia nostra, sa che l’anarchismo fin dal suo nascere fu niente altro che la conseguenza, l’integrazione dell’idea socialista, e quindi non poteva e non può evolvere verso il socialismo – cioè verso sé stesso.

Gli errori stessi, gli spropositi, i delitti, detti e commessi da anarchici, servono a provare la natura sostanzialmente socialista dell’anarchismo, così come la patologia di un organismo serve a meglio comprendere i suoi caratteri e le sue funzioni fisiologiche.

Che cosa v’era in quello che io dissi al Ciancabilla, che potesse giustificare la conclusione dell’Avanti!?

Noi abbiamo certamente con i socialisti democratici molte idee comuni, ed abbiamo soprattutto comune il sentimento che ci anima e sprona a combattere per l’avvenimento di una società di liberi ed uguali… quantunque ci pare che il loro sistema porti poi logicamente alla negazione della libertà e dell’eguaglianza.

Noi mettiamo a base fondamentale del nostro programma l’abolizione della proprietà privata e l’organizzazione della produzione a vantaggio di tutti e fatta col concorso di tutti – il che è, o dovrebbe essere, il caposaldo di ogni specie di socialismo. E noi pensiamo che, essendo i lavoratori i maggiori sofferenti della società attuale ed i più direttamente interessati a mutarla, e trattandosi di instaurare una società in cui tutti siano lavoratori, bisogna che la nuova rivoluzione sia principalmente opera della classe lavoratrice organizzata e cosciente dell’antagonismo irreduttibile fra gl’interessi suoi e quelli della classe borghese – concetto che è merito massimo di Marx l’avere formulato, propagato e fatto quasi molla motrice di tutto il socialismo moderno.

Ma in tutto questo 1’Avanti! mal potrebbe parlare di evoluzione, poiché si tratta di propositi e convinzioni che fanno parte integrante dell’anarchismo, e che gli anarchici propagarono sempre, e in Italia già molti anni prima che vi esistessero i marxisti.

Per scoprire dunque se davvero noi abbiamo evoluto verso il socialismo democratico, che 1’Avanti! chiama, molto discutibilmente, socialismo marxista, bisogna ricercare quali sono le differenze che ci dividono e ci hanno sempre divisi dai socialisti democratici.

Non è il caso di discutere le teorie economiche e storiche di Marx, le quali a me (che del resto ho competenza scarsissima) sembrano in parte erronee ed in parte consistenti solo nell’esprimere in termini astrusi e far sembrare strane e recondite delle verità che espresse in linguaggio comune sono chiare, evidenti e note a tutti. I socialisti democratici hanno cessato da tempo di tenerne conto nel loro programma pratico, e, se non erro, stanno per rinunziarvi anche nel campo della scienza.

L’importante per noi, in quanto uomini di partito, è quello che i partiti fanno e vogliono fare – e non già le idee teoriche dalle quali cercano, dopo il fatto, di spiegare e giustificare la loro azione.

Ora dunque, noi siamo in disaccordo ed in lotta con i socialisti democratici, perché essi vogliono trasformare la società presente per mezzo di leggi, e conservare anche nella società futura il Governo, lo Stato, che diverrà secondo loro organo degl’interessi di tutti; mentre noi vogliamo che la società si trasformi per l’opera diretta del popolo e vogliamo completamente distrutto il meccanismo dello Stato, che secondo noi resterà sempre un organo di oppressione e di sfruttamento, e tenderà, per la sua stessa natura, alla costituzione di una società basata sul privilegio e sull’antagonismo della classe.

Possiamo aver torto o ragione, ma dove vede 1’Avanti! il segno che noi ci andiamo accostando alla sua concezione autoritaria del socialismo?

Il partito dell’Avanti!, essendo un partito autoritario, mira logicamente alla “conquista dei pubblici poteri”.

Abbiamo noi forse cessato di dirigere i nostri sforzi allo scopo di rendere inutili ed abolire i pubblici poteri, cioè il governo? O forse abbiamo incominciato a prestar fede a quella burletta dell’impossessarsi del governo per meglio distruggerlo, che van ripetendo certi socialisti troppo ingenui… o troppo furbi?

Ben al contrario. A chi penetra a fondo nello studio dell’anarchismo, sarà facile accorgersi come nei primi tempi del movimento un forte residuo di giacobinismo e di autoritarismo sopravviveva in noi, residuo che non oso dire sia assolutamente distrutto, ma che certamente si è andato e si va sempre attenuando. Altra volta era opinione comune in mezzo a noi che la rivoluzione doveva essere necessariamente autoritaria, e non era raro chi con strana contraddizione pensava si potesse “fare l’Anarchia per forza”; mentre oggi è convinzione generale degli anarchici che l’anarchia non può venire dall’autorità, ma deve sorgere dalla lotta costante contro ogni imposizione, tanto in tempo di lenta evoluzione, quanto in periodi tempestosamente rivoluzionari, e che nostro scopo deve essere il fare in modo che la rivoluzione sia essa stessa e fin dal primo momento un’attuazione delle idee e dei metodi anarchici.

Il Partito dell’Avanti! è un partito parlamentare sia riguardo agli scopi futuri, sia riguardo alla tattica presente; e noi siamo invece avversari del parlamentarismo e come forma di costituzione sociale e come mezzo attuale di lotta, al punto da considerare socialismo anarchico e socialismo antiparlamentare come sinonimi, o quasi.

Ha forse l’Avanti! osservato che sia diminuita in noi quell’avversione contro i1 parlamentarismo che è stata sempre una caratteristica del nostro partito? Abbiamo forse cessato dal consacrare buona parte delle nostre forze a scalzare dall’animo dei lavoratori la nuova fede nei parlamenti e nei mezzi parlamentari, che i socialisti democratici cercano di impiantarvi? È cessato forse l’astensionismo di essere quasi il segno materiale al quale riconosciamo i nostri compagni?

Ben al contrario. Al principio del movimento parecchi tra noi ammettevano ancora la partecipazione alle elezioni amministrative, e più tardi in mezzo a noi sorse l’iniziativa della candidatura Cipriani e fu da noi appoggiata. Oggi noi siamo tutti d’accordo nel considerare le elezioni amministrative tanto perniciose quanto quelle politiche e forse di più, e respingiamo, a scanso di equivoci, anche le candidature protesta.

Dov’è dunque l’evoluzione verso il socialismo marxista? (…)

 

 

 

Gli "sbandamenti" giustificati dell’Avanti![23]

 

 

L’Avanti! del 22 corrente cortesemente risponde all’articolo da me pubblicato nell’Agitazione del 14 sull’evoluzione dell’anarchismo; ma, secondo me, risponde male e fuori della questione.

Esso vuol dimostrare, in contraddittorio con me, che l’anarchismo evolve verso il socialismo democratico; ed invece si mette a sostenere che, in omaggio alla verità ed alla logica, quell’evoluzione dovrebbe avvenire ed avverrà.

Confondendo in tal modo ciò che è con ciò che si crede che dovrebbe essere e che sarà, ognuno, il quale professa onestamente un’idea e la ritiene conforme alla logica ed alla verità ed ha fede (cioè forte speranza) nel suo trionfo, potrebbe sostenere che tutti gli altri evolvono verso di lui; il che poi non cambierebbe le tendenze reali dei vari partiti ed i rapporti in cui si trovano l’uno verso l’altro.

Io potrei limitarmi a constatare, il modo come l’Avanti! ha schivata la questione e non aggiunger altro, poiché non si trattava affatto di discuterei meriti relativi dei programmi socialista democratico e socialista anarchico. Ma sarà bene seguire l’Avanti! sul suo terreno e vedere se davvero la verità sta dalla parte sua e la logica deve menar gli anarchici dove esso dice.

L’Avanti! mi risponde su tre questioni: quella del modo, radicalmente diverso dal nostro, come i socialisti democratici intendono attuare la trasformazione sociale; quella dello Stato nella società futura; e quella delle elezioni.

Sulla prima questione io avevo detto che i socialisti democratici vogliono trasformare la società presente per mezzo di leggi, e l’Avanti! risponde che non è vero che essi vogliono servirsi soltanto di leggi: io veramente il “soltanto” non ce l’avevo messo; ma ce l’avessi anche messo, non me ne pentirei, poiché è noto che per i socialisti democratici ogni propaganda, ogni agitazione, ogni organizzazione ha per scopo finale la conquista di poteri pubblici, vale a dire il potere di far le leggi. E la Critica sociale, di cui l’Avanti! non contesterà l’autorevolezza, nel suo numero del 16 maggio, lamentando che “la lotta elettorale, che dovrebbe essere l’indice dell’azione e della forza del partito, è diventata quasi essa sola quest’azione e questa forza”, giunse a dire: “astrattamente, metafisicamente, si può pensare che basti. Il proletariato poco importa che sappia, che capisca, che voglia, che agisca esso stesso: basta che intuisca e che voti. Così a poco a poco diventerà maggioranza e altri per lui trasformerà lo Stato a suo vantaggio”. E se la Critica trovava che questa verità astratta non è poi vera in concreto, era solo perché il governo può mozzare nel pugno dei socialisti l’arma del voto ed allora il partito non sarebbe in grado di opporre alcuna resistenza, “neppure lo sciopero delle arti maggiori nei centri maggiori”.

L’Avanti! può dire, se così gli piace, che questo “non è vero” e che io conosco male e giudico peggio il programma dei socialisti democratici; ma sta il fatto che gli anarchici convengono tutti, in questa questione, nella stessa opinione che ho espresso io e credo di essere nel vero – dunque, niente evoluzione nel senso che dice 1’Avanti!.

Sulla questione dello Stato, avendo io affermato che lo Stato sarà sempre organo di sfruttamento, 1’Avanti! mi accusa di essere caduto in “un equivoco molto grosso” perché “la letteratura socialista (democratica) scientifica e popolare è tutta informata al concetto che, soppressi gli antagonismi di classe, scompaiono le funzioni oppressive dello Stato”. Questo è infatti una cosa nota, ed io avevo già detto, nello stesso brano riportato dall’Avanti!, che secondo i socialisti democratici lo Stato diverrà, nella società futura organo degli interessi di tutti; ma è altrettanto noto che gli anarchici pensano (ed è per questo che sono anarchici) che lo Stato non solo “è strumento di oppressione in mano della classe dominante” ma costituisce esso stesso, col suo personale, una classe privilegiata con i suoi interessi, le sue passioni, i suoi pregiudizi particolari, e che una società in cui si fosse abolita la proprietà privata e conservato lo Stato sarebbe sempre una società basata sull’antagonismo degl’interessi, e presto vedrebbe risorgere nel suo seno, per opera e con la protezione dello Stato, il privilegio economico con tutte le sue conseguenze.

Non è il caso di discutere a fondo questa questione, che l’Agitazione ha già trattata e su cui dovrà per certo ritornare continuamente, trattandosi della base stessa del programma anarchico. Importa solo notare, per gli scopi della presente polemica, che se mai gli anarchici si convincessero che lo Stato può diventare un’istituzione benefica ed esistere utilmente in una società di liberi ed eguali, allora non bisognerebbe già dire che l’anarchismo ha evoluto verso il socialismo democratico, ma semplicemente che gli anarchici si sono convinti che avevano torto e sono diventati socialisti democratici. E questo non è.

Sulla questione infine dell’astensione elettorale, 1’Avanti! ragiona in modo ancora più singolare. Io avevo detto: “Noi cerchiamo nel movimento operaio la base della nostra forza e la garanzia che la prossima rivoluzione riesca davvero socialista ed anarchica; e ci rallegriamo d’ogni miglioramento che gli operai riescono a conquistare, perché esso aumenta nella classe lavoratrice la coscienza della sua forza, eccita nuovi bisogni e nuove pretese, ed avvicina il punto limite, dove i borghesi non possono più cedere se non rinunziando ai loro privilegi, e quindi il conflitto violento diventa fatale”.

L’Avanti! cita questo brano, ma sopprimendo le parole ch’io ho messo in corsivo, e ne cava delle conclusioni che, se io mi fossi fermato là dove 1’Avanti! arresta la citazione, sarebbero perfettamente giuste.

 

Voi propugnate, dice 1’Avanti!, 1a resistenza operaia nel campo economico per migliorare le condizioni degli operai; ma siccome vi sono miglioramenti impossibili ad ottenersi mediante la semplice resistenza ed ancor meno si può con la resistenza abolire il capitalismo, la logica vi porterà necessariamente alla resistenza politica… che per l’Avanti! è sinonimo di lotta elettorale.

L’Avanti! non ha pensato (quantunque il passaggio da esso soppresso nella citazione delle mie parole lo faceva chiaramente intendere) che la logica potrebbe portarci,e ci porta infatti, alla rivoluzione.

Noi crediamo, per lo meno quanto l’Avanti!, che l’organizzazione corporativa, la resistenza economica e tutto quanto si può fare nel regime attuale, non può risolvere la questione sociale e che, a parte gli effetti morali, appena serve ad assicurare ad una frazione del proletariato dei miglioramenti che bisogna poi difendere con una lotta continua contro le insidie sempre rinascenti dei padroni e siamo convinti che la libertà ed il benessere assicurati a tutti non si avranno se non quando i lavoratori si saranno impossessati dei mezzi di produzione ed avranno avocato a loro l’organizzazione della vita sociale, e che per far questo bisogna sbarazzarsi del potere che sta a guardia del capitalismo e si arroga il diritto di sovranità su tutto e su tutti. Ma crediamo che la lotta elettorale non vale a debellare il potere, e che se anche lo potesse, non farebbe che passarlo in mano di altri senza nessun vantaggio sostanziale per il popolo; e perciò ci sforziamo di allontanare i lavoratori da un mezzo illusorio e dannoso, ed affrettiamo coi voti e coll’opera il giorno in cui, cresciuta a sufficienza la coscienza e la forza dei lavoratori, questi affermeranno coi fatti la ferma decisione di non volere più essere né sfruttati né comandati, e prenderan possesso, direttamente e non per delegati, della ricchezza e del potere sociale. Ché se poi questa determinazione dei lavoratori comincerà a manifestarsi mediante il rifiuto del lavoro o il rifiuto del servizio militare o il rifiuto di pagare i fitti ed i dazi, o la confisca popolare dei generi di consumo, o le barricate e le bande armate, è questione che risolveranno le circostanze e che, comunque risoluta, menerà sempre agli stessi risultati: il conflitto violento tra il vecchio mondo che si ostina a vivere ed il nuovo mondo che vuol trionfare sulle rovine di quello.

L’Avanti! a quel che pare ci ha completamente fraintesi: esso ha creduto che noi abbiam cessato di essere rivoluzionari.

Ed invece noi crediamo più che mai nella necessità della rivoluzione; e non già nel senso “scientifico” della parola, nel qual senso spesso si chiamano rivoluzionari anche i legalitari, ma nel senso “volgare” di conflitto violento, in cui il popolo si sbarazza colla forza della forza che l’opprime, ed attua i suoi desideri fuori e contro tutta la legalità.

La nostra evoluzione si riduce a questo: che avendo visto che coi vecchi metodi la rivoluzione non si faceva né sì avvicinava, abbiamo abbracciato metodi che ci sembrano più atti a prepararla ed a farla.

I socialisti democratici credono che siamo in errore e quindi fanno bene a cercare di convertirci, come noi cerchiamo di convertir loro; ma non diano per fatto quello che è un semplice desiderio, non vendano la pelle dell’orso prima che l’orso sia in loro potere.

La Giustizia di Reggio Emilia in uno dei suoi ultimi numeri, riproducendo un passaggio dell’Agitazione, nel quale s’insiste sulla necessità di preparare e rendere possibile la rivoluzione mediante l’organizzazione operaia e la piccola lotta quotidiana, si compiace che noi abbiamo finalmente riconosciuto quello che i socialisti democratici hanno sempre predicato e praticato, e per cui noi li abbiamo aspramente attaccati e vituperati.

Ciò non è esatto. Le ragioni del nostro dissenso dai socialisti democratici sono state sempre quelle stesse di oggi. Se li abbiamo combattuti con acrimonia non è stato già perché essi si occupavano del movimento operaio più di quello che facessimo noi, ma perché essi cercavano e cercano di volgere quel movimento a scopi che noi crediamo dannosi ai veri interessi del socialismo. Che anzi fra le cause per cui gli anarchici hanno per lungo tempo guardato con sospetto le organizzazioni operaie non decisamente rivoluzionarie, ed oggi ancora alcuni dei nostri non mettono nel propugnarle tutto il necessario fervore, vi è, non ultima, quella che i propagandisti del socialismo democratico hanno fatto e fanno tutto il possibile per discreditarle nell’animo nostro servendosene per farsi nominare deputati.

Ed io mi sovvengo di essere stato, nel 1890 o 1891, trattato male dalla Giustizia (non dico ch’io l’abbia trattata meglio) perché Prampolini voleva che la manifestazione del Primo Maggio sì facesse invece la prima Domenica del mese, e gli amici di Reggio pubblicarono uno scritto mio per protestare contro una proposta che levava alla manifestazione il suo significato e la sua importanza. Ciò che prova che io ero in disaccordo colla Giustizia non già perché quel giornale patrocinava la resistenza operaia più che non facessero i miei amici, ma perché esso tendeva, almeno a giudizio mio, ad evirare il movimento operaio e l’ostacolava precisamente quando stava per prendere una via, poco atta a favorire candidature al parlamento, ma ottima per abituare i lavoratori ad agire di concerto e dar loro coscienza della propria forza.

Del resto, se gli anarchici hanno a volte ecceduto negli attacchi contro i socialisti democratici, questi ve li hanno gravemente provocati, poiché invece di combatterci per quel che siamo, hanno cercato sempre di presentarci sotto una falsa luce. E proprio La Giustizia si ostinò una volta nel sostenere che gli anarchici non sono socialisti: cosa che procurò molto piacere a Napoleone Colajanni, ma non fece certamente onore allo spirito di verità, che pur d’ordinario distingue, mi compiaccio nel riconoscerlo, l’organo socialista di Reggio Emilia.

 


 

4. ELEZIONI E VOTAZIONI

 

 

 

“Anarchici” elezionisti[24]

 

 

Poiché non vi è e non vi può essere nessuna autorità che dia o tolga il diritto di dirsi anarchico, siamo ben costretti di tanto in tanto di rilevare l’apparizione di qualche convertito al parlamentarismo che continua, almeno per un certo tempo, a dichiararsi anarchico.

Non troviamo niente di male, niente di disonorante nel cambiare di opinione, quando il cambiamento è causato da nuove sincere convinzioni, e non da motivi d’interesse personale; vorremmo però che uno dicesse francamente quello che è diventato e quello che ha cessato di essere per evitare equivoci e discussioni inutili. Ma forse questo non è possibile, perché chi cambia d’idee, generalmente al principio non sa egli stesso dove andrà a parare.

Del resto quel che avviene a noi, avviene, ed in proporzioni assai maggiori, in tutti i partiti ed in tutti i movimenti politici e sociali. I socialisti, per esempio, han dovuto soffrire che si dicessero socialisti sfruttatori e politicanti di tutte le specie; ed i repubblicani sono pur costretti oggi a sopportare che certi figuri venduti al partito dominante usurpino niente meno che il nome di mazziniani.

Fortunatamente l’equivoco non può durare a lungo. Ben presto la logica delle idee e la necessità dell’azione inducono i pretesi anarchici a rinunziare spontaneamente al nome e a mettersi nel posto che loro si compete. Gli anarchici elezionisti che sono spuntati fuori in varie occasioni hanno tutti più o meno rapidamente abbandonato l’anarchismo, così come gli anarchici dittatoriali o bolscevizzanti diventano presto bolscevichi sul serio, e si mettono al servizio del governo russo e dei suoi delegati.

Il fenomeno si è riprodotto in Francia in occasione delle elezioni di questi giorni. Il pretesto è l’amnistia. “Migliaia di vittime gemono nelle prigioni e nei bagni penali; un governo di sinistra darebbe l’amnistia; è dovere di tutti i rivoluzionari, di tutti gli uomini di cuore il fare quello che si può per fare uscire dalle urne i nomi di quegli uomini politici che, si spera, darebbero l’amnistia”. Questa è la nota che domina nei ragionamenti dei convertiti.

In Italia fu l’agitazione a favore di Cipriani prigioniero che servì di pretesto ad Andrea Costa per trascinare gli anarchici romagnoli alle urne, ed iniziare così la degenerazione del movimento rivoluzionario creato dalla prima Internazionale e finire col ridurre il socialismo ad un mezzo per trastullare le masse ed assicurare la tranquillità della monarchia e della borghesia.

Ma veramente i francesi non hanno bisogno di venire a cercare gli esempi in Italia, poiché ne hanno di eloquentissimi nella storia loro.

In Francia, come in tutti i paesi latini, il socialismo nacque, se non precisamente anarchico, certamente antiparlamentare: e la letteratura rivoluzionaria francese dei primi dieci anni dopo la Comune abbonda di pagine eloquenti, dovute fra le altre alle penne di Guesde e di Brousse, contro la menzogna del suffragio universale e la commedia elettorale e parlamentare.

Poi, come Costa in Italia, i Guesde, i Massard, i Deville e più tardi lo stesso Brousse, furono presi dalla fregola del potere, e forse anche dalla voglia di conciliare la nomea di rivoluzionari con il quieto vivere ed i vantaggi piccoli e grandi che provengono a chi entra nella politica ufficiale, sia pure come oppositore. Ed allora cominciò tutta una manovra per cambiare l’indirizzo del movimento, ed indurre i compagni ad accettare la tattica elettorale. Molto servì anche allora la nota sentimentale: si voleva l’amnistia per i comunardi, bisognava liberare il vecchio Blanqui che moriva in prigione. E con questi cento pretesti, cento espedienti per vincere la ripugnanza che essi stessi, i transfughi, avevano contribuito a far nascere nei lavoratori contro 1’elezionismo, e che d’altronde era alimentata dal ricordo ancora vivo dei plebisciti napoleonici e dei massacri perpetrati in giugno 1848 ed in maggio 1871 per il volere delle assemblee uscite dal suffragio universale. Si disse che bisognava votare per contarsi, ma che si voterebbe per gli ineleggibili, per i condannati, o per le donne o per i morti; altri propose di votare schede bianche o con un motto rivoluzionario; altri voleva che i candidati rilasciassero nelle mani dei comitati elettorali delle lettere di dimissione per il caso che fossero eletti. Poi quando la pera fu matura, cioè quando la gente si lasciò persuadere ad andare a votare, si volle essere candidati e deputati sul serio: si lasciarono i condannati marcire in prigione, si rinnegò 1’antiparlamentarismo, si disse peste dell’anarchismo; e Guesde attraverso cento palinodie finì ministro del governo dell’unione sacra, Deville divenne ambasciatore della repubblica borghese, e Massard, credo, qualche cosa di peggio.

Noi non vogliamo mettere in dubbio preventivamente la buona fede dei nuovi convertiti tanto più che tra essi ve n’è un paio con cui abbiamo avuti vincoli d’amicizia personale. In generale queste evoluzioni – o involuzioni che dir si voglia – s’incominciano sempre in buona fede; poi, la logica sospinge, l’amor proprio vi si mischia, l’ambiente vince… e si diventa quello che prima ripugnava.

Forse in questa circostanza non avverrà nulla di quello che temiamo, perché i neoconvertiti sono pochissimi e ben poca è la probabilità ch’essi trovino larghe adesioni nel campo anarchico, e quei compagni o ex‑compagni rifletteranno meglio e riconosceranno il loro errore. Il nuovo governo che sarà installato in Francia dopo il trionfo elettorale del blocco di sinistra, li aiuterà a persuadersi che ben poca differenza v’è tra esso e il governo precedente, non facendo niente di buono nemmeno l’amnistia – se la massa non l’imporrà con l’agitazione. Noi cercheremo, dal nostro punto di vista, di aiutarli ad intender ragione con qualche osservazione, che del resto non dovrebbe esser nuova per chi aveva già accettata la tattica anarchica.

È inutile il venirci a dire, come fanno quei buoni amici, che un po’ di libertà vale meglio che la tirannia brutale senza limite e freno, che un orario ragionevole di lavoro, un salario che permette di vivere un po’ meglio delle bestie, la protezione delle donne e dei bambini sono preferibili ad uno sfruttamento del lavoro umano fino ad esaurimento completo del lavoratore, che la scuola di Stato, per cattiva che sia, è sempre migliore dal punto di vista dello sviluppo morale del fanciullo di quella impartita dai preti e dai frati… Noi ne conveniamo volentieri: e conveniamo pure che vi possono essere delle circostanze in cui il risultato delle elezioni, in uno Stato od in un Comune, può avere delle conseguenze buone o cattive e che questo risultato potrebbe essere determinato dal voto degli anarchici se le forze dei partiti in lotta fossero quasi uguali.

Generalmente si tratta di un’illusione; le elezioni, quando queste sono tollerabilmente libere, non hanno che il valore di un simbolo: mostrano lo stato dell’opinione pubblica, che si sarebbe imposta con mezzi più efficaci e risultati maggiori se non le si fosse offerto lo sfogatoio delle elezioni. Ma non importa: anche se certi piccoli progressi fossero la conseguenza diretta di una vittoria elettorale, gli anarchici non dovrebbero accorrere alle urne e cessare dal predicare i loro metodi di lotta. Poiché non è possibile far tutto al mondo, bisogna scegliere la propria linea di condotta…

 

 

 

L’astratto rigorismo degli “intransigenti”[25]

 

 

Comincio a ricevere qualche giornale spagnuolo, che mi fa crescere la volontà di andare sul posto, senza, ohimè!, aumentarne la possibilità.

A proposito delle tue osservazioni sul fatto che la caduta della monarchia spagnuola fu determinata da una manifestazione elettorale, ti dirò che è vero che tale fatto darà un certo credito alla lotta elettorale e sarà certamente sfruttato dagli elezionisti nella loro propaganda e nelle eventuali discussioni con noi, ma non infirma la nostra tesi, se fatti e teorie sono debitamente esposti e compresi.

In realtà le elezioni che noi combattiamo, cioè quelle che servono a nominare dei governanti, o tendono, nel periodo preparatorio, a discreditare e paralizzare l’azione diretta delle masse, non sono equiparabili al fatto spagnuolo. Le elezioni municipali spagnuole sono state l’esplosione del sentimento antimonarchico della popolazione, che ha profittato per manifestarsi della prima occasione che si è presentata. La gente è corsa all’urna come sarebbe corsa in piazza a fare una dimostrazione se non avesse avuto paura delle fucilate della Guardia Civile.

Non è detto con ciò che le urne hanno decisa la situazione, poiché se il re non si fosse sentito abbandonato dalle classi dirigenti e se fosse stato sicuro dell’esercito, se ne sarebbe infischiato delle elezioni ed avrebbe messo ordine alle cose con molte manette e qualche buon massacro.

Certamente sarebbe stato molto meglio se la monarchia fosse caduta in altro modo, in seguito per esempio ad uno sciopero generale od un’insurrezione armata, perché il fatto che il movimento prese le forme elettorali influisce malamente sulla sua natura e sui suoi probabili sviluppi futuri; ma insomma meglio così che nulla. Possiamo deplorare che non vi siano state forze sufficienti per far trionfare i metodi nostri, ma dobbiamo rallegrarci che la gente cerchi, per una via qualsiasi, di conquistare maggiore libertà e maggiore giustizia.

Ti ricordi quando Cipriani fu eletto deputato a Milano? Alcuni compagni furono scandalizzati perché io, dopo aver predicato l’astensione, mi rallegrai poi del risultato dell’elezione. lo dicevo, e direi ancora, che poiché vi sono quelli che, sordi alla nostra propaganda, vanno a votare, è consolante il vedere che essi votano per un Cipriani piuttosto che per un monarchico o un clericale – non già per gli effetti pratici che la cosa può avere, ma per i sentimenti ch’essa rivela.

Questa delle elezioni è stata sempre una maledetta questione anche in mezzo a noi stessi, perché molti compagni danno estrema importanza al fatto materiale del voto e non capiscono la natura vera della questione.

Per esempio, una volta a Londra una sezione municipale distribuì delle schede per domandare agli abitanti del quartiere se volevano o no la fondazione di una biblioteca pubblica. Crederesti tu che vi furono degli anarchici i quali, pur desiderando la biblioteca, non volevano rispondere sì, perché rispondere era votare?

E non vi erano, almeno a tempo mio, a Parigi e a Londra di quelli che trovavano anti‑anarchico l’alzare la mano in un comizio per approvare l’ordine del giorno che esprimeva le loro idee? Applaudivano gli oratori che sostenevano una data risoluzione, ma poi si rifiutavano di manifestare la loro approvazione con un’alzata di mano o con un sì, perché gli anarchici non votano.

Ritornando alla Spagna, naturalmente la questione si posa differentemente a riguardo delle elezioni per le Cortes Costituentes. Qui si tratta veramente di un corpo legislativo che gli anarchici non debbono riconoscere ed alla cui elezione non possono partecipare. Naturalmente se Costituente vi deve essere è preferibile ch’essa sia repubblicana e federalista anziché monarchica e accentratrice; ma il compito degli anarchici resta quello di sostenere e mostrare che il popolo può e deve organizzare da sé il nuovo modo di vita e non già sottoporsi alla legge. Ed io credo che si può obbligare la Costituente ad essere il meno reazionaria possibile ed impedire ch’essa strozzi la rivoluzione meglio agendo di fuori che standovi dentro.

Io cercherei di opporre alla Costituente dei Congressi permanenti (locali, provinciali, regionali, nazionali) aperti a tutti, i quali, appoggiandosi sulle organizzazioni operaie, discuterebbero tutte le questioni (espropriazione, organizzazione della produzione, ecc.) stabilirebbero rapporti volontari fra le varie località e le varie corporazioni, consiglierebbero, spronerebbero, ecc.

Ma è meglio smettere. Tu riceverai questa mia quando forse la situazione sarà cambiata; ed io riceverò la tua risposta quando vi sarà stato forse un altro cambiamento.

 


 

3. Gli anarchici e il movimento operaio

 

 

 

 

1. SINDACALISMO E MOVIMENTO SINDACALE

 

 

a.    Il sindacalismo al congresso anarchico di Amsterdam[26]

 

La discussione sul sindacalismo e lo sciopero generale fu certamente, al Congresso Internazionale Anarchico di Amsterdam, la più importante; ed è ben naturale, poiché si trattava di una questione d’interesse pratico ed immediato, che ha il più grande valore sull’avvenire del movimento anarchico e sui suoi probabili risultati, e poiché precisamente su questa questione si manifestò la sola differenza seria di opinione tra i congressisti, gli uni dando all’organizzazione operaia ed allo sciopero generale un’importanza eccessiva considerandoli quasi la stessa cosa che anarchismo e rivoluzione, gli altri insistendo sulla concezione integrale dell’anarchismo e non volendo considerare il sindacalismo che come un mezzo potente, ma d’altra parte pieno di pericoli, per avviare alla realizzazione della rivoluzione anarchica.

La prima tendenza fu rappresentata principalmente dal compagno Monatte, della Confédération Générale du Travail di Francia, con un gruppo ch’ei volle chiamare dei “giovani” malgrado le proteste dei giovani, assai più numerosi, della tendenza opposta.

Monatte, nel suo notevole rapporto, ci parlò lungamente del movimento sindacalista francese, dei suoi metodi di lotta, dei risultati morali e materiali ai quali è già arrivato, e finì col dire che il sindacalismo è di per se stesso sufficiente come mezzo per compiere la rivoluzione sociale e realizzare l’anarchia.

Contro quest’ultima affermazione insorsi energicamente. Il sindacalismo, io dissi, anche se si abbiglia dell’aggettivo rivoluzionario, non può essere che un movimento legale, un movimento di lotta contro il capitalismo entro i limiti che il capitalismo e lo Stato gli impongono.

Esso non ha dunque uscita, e non potrà ottenere nulla di permanente e di generale, se non cessando di essere il sindacalismo, e promovendo non più il miglioramento delle condizioni dei salariati e la conquista di qualche libertà, ma l’espropriazione della ricchezza e la distruzione radicale dell’organizzazione statale.

Io riconosco tutta l’utilità, la necessità stessa, della partecipazione attiva degli anarchici al movimento operaio, e non ho bisogno d’insistere per essere creduto, giacché sono stato dei primi a dolermi dell’attitudine d’isolamento superbo che presero gli anarchici dopo lo sfacimento dell’antica Internazionale, ed a spingere di nuovo i compagni sulla via che Monatte, dimenticando la storia, chiama nuova. Ma ciò è utile alla sola condizione che si resti sopratutto anarchici e che non si cessi di considerare tutto il resto dal punto di vista della propaganda e dell’azione anarchiche.

Io non domando che i sindacati adottino un programma anarchico e siano composti.di soli anarchici. In questo caso sarebbero inutili, giacché farebbero doppio ufficio con i gruppi anarchici, e non avrebbero più la qualità che li rende cari agli anarchici, vale a dire quella d’essere oggi un campo di propaganda, e domani un mezzo per condurre la massa sulla via a farle prendere in mano il possesso delle ricchezze e l’organizzazione della produzione per la collettività. Io voglio dei sindacati largamente aperti a tutti i lavoratori, che cominciano a sentire il bisogno di unirsi ai loro compagni per lottare contro i padroni; ma io conosco anche tutti i pericoli che presentano per l’avvenire dei gruppi fatti allo scopo di difendere, nella società attuale, degli interessi particolari, e domando che gli anarchici che sono nei sindacati si diano per missione di salvaguardare l’avvenire, lottando contro la tendenza naturale di questi gruppi a divenire delle corporazioni chiuse, in antagonismo con altri proletari anche più che con i padroni.

Forse la causa del malinteso si trova nella credenza, secondo me erronea benché generalmente accettata, che gli interessi degli operai sono solidali, e che, conseguentemente, basta che degli operai si mettano a difendere i loro interessi e ad aspirare al miglioramento delle loro condizioni, perché siano naturalmente condotti a difendere gli interessi del proletariato contro il patronato.

La verità è, secondo me, ben differente. Gli operai subiscono, come tutti, la legge d’antagonismo generale che deriva dal regime della proprietà individuale; ed ecco perché gli aggruppamenti di interessi, rivoluzionari sempre al principio, finche deboli e bisognosi della solidarietà degli altri, divengono conservatori ed esclusivisti quando acquistano della forza, e con la forza, la coscienza dei loro interessi particolari. La storia del tradunionismo inglese ed americano è là per dimostrare in qual modo si è prodotta questa degenerazione del movimento operaio allorché esso si è appartato nella difesa degli interessi attuali.

È solamente in vista d’una trasformazione completa della società che l’operaio può sentirsi solidale con l’operaio, l’oppresso solidale con l’oppresso; ed è compito degli anarchici il tener sempre vivo il fuoco dell’ideale e procurare di orientare più che possibile tutto il movimento verso le conquiste dell’avvenire, verso la rivoluzione, anche, ove occorra, a detrimento dei piccoli vantaggi che può ottenere oggi qualche frazione della classe operaia, e che, del resto, non si ottengono il più sovente che a spese di altri lavoratori e del pubblico consumatore.

Ma per poter adempiere questa funzione d’elementi propulsori nei sindacati, bisogna che gli anarchici s’interdicano l’occupazione dei posti e soprattutto dei posti pagati.

Un anarchico funzionario permanente e stipendiato d’un sindacato è un uomo perduto come anarchico.

Io non dico che talvolta non possa fare del bene; ma è un bene che potrebbero fare, al suo posto e meglio di lui, uomini di idee meno avanzate, mentre lui per conquistare e mantenere il suo impiego deve sacrificare le sue opinioni personali e fare spesso cose le quali non hanno altro scopo se non di farsi perdonare la menda originale d’anarchico.

D’altra parte la questione è chiara. Il sindacato non è anar­chico, ed il funzionario è nominato e pagato dal sindacato: se egli fà opera d’anarchico, si mette in opposizione con quelli che pagano e bentosto perde il suo posto od è causa della dis­soluzione del sindacato; se, al contrario, compie la missione per la quale è stato nominato, secondo la volontà della maggio­ranza, allora addio anarchismo.

Osservazioni analoghe feci relativamente a quel mezzo d’azione proprio del sindacalismo che è lo sciopero generale. Noi dobbiamo accettare, dissi, e propagare l’idea dello sciopero ge­nerale come un mezzo assai agevole per cominciare la rivolu­zione, ma non dobbiamo crearci l’illusione che lo sciopero ge­nerale potrà rimpiazzare la lotta armata contro le forze dello Stato.

È stato detto sovente che con lo sciopero gli operai potran­no affamare i borghesi e costringerli a cedere. Non saprei im­maginare una più grande assurdità. Gli operai sarebbero già da gran tempo morti di fame prima che i borghesi, i quali di­spongono di tutti i prodotti accumulati, comincino a soffrire seriamente.

L’operaio, che nulla possiede, non ricevendo più il suo sala­rio dovrà a viva forza impadronirsi dei prodotti: troverà i gen­darmi, i soldati, i borghesi stessi che vorranno impedirglielo; e la questione si dovrà bentosto risolvere a colpi di fucile, di bombe, ecc. La vittoria resterà a chi saprà essere più forte. Pre­pariamoci dunque a questa lotta necessaria, anziché limitarci a predicare lo sciopero generale come una specie di panacea, che dovrà risolvere tutte le difficoltà. Per conseguenza, anche come modo di cominciare la rivoluzione, lo sciopero generale non potrà essere impiegato che in maniera assai relativa.

I servizi d’alimentazione, ivi compresi naturalmente quelli dei trasporti delle derrate alimentari, non ammettono una lun­ga interruzione: bisogna dunque rivoluzionariamente impadro­nirsi dei mezzi per assicurare l’approvvigionamento anche prima che lo sciopero si sia, per se stesso, svolto in insurrezione. Pre­pararsi a fare ciò non può essere funzione del sindacalismo; questo può soltanto fornire le schiere per compierlo.

Su tali questioni, così esposte da Monatte e da me, s’impe­gnò una discussione interessantissima, quantunque un po’ sof­focata dalla mancanza di tempo e dalla necessità seccante di tradurre in parecchie lingue. Si concluse proponendo diverse risoluzioni, ma non mi sembrò che le differenze di tendenze siano state felicemente definite; occorre anzi molto acume per scoprirvele ed infatti la maggior parte dei congressisti non ve ne scoprìrono affatto e votarono egualmente le diverse risoluzioni.

Questo non impedisce che due tendenze reali si siano manifestate, benché la differenza esista più nella previsione delle sviluppo futuro, che nelle intenzioni attuali delle persone. In effetti, sono convinto che Monatte ed il gruppo dei “gio­vani” sono tanto sinceramente e profondamente anarchici e ri­voluzionari quanto non importa qual “vecchia barba”. Essi si dorranno come noi degli errori che si produrranno fra fun­zionari sindacalisti; soltanto, essi li attribuiranno a debolezze in­dividuali. E qui sta l’errore. Se si trattasse di colpe imputabili ad individui, il male non sarebbe grande: i deboli spariscono subito ed i traditori sono subito conosciuti e messi nell’impossibili-tà di nuocere. Ma ciò che rende il male serio, è che questo dipende dalle circostanze nelle quali i funzionari sindacalisti si trovano. Io impegno i nostri amici anarchici sindacalisti a ri­flettervi, ed a studiare le posizioni rispettive del socialista che diventa deputato e dell’anarchico che diventa funzionario del sindacato: forse il paragone non sarà inutile.

 

 

b.    Gli anarchici e le leghe operaie[27]

 

Come abbiam detto altre volte, e come giova sempre ripete­re, noi siamo partigiani convinti del movimento operaio, o sin­dacale che voglia dirsi.

Esso mette i lavoratori in lotta contro gli sfruttatori, li abi­tua all’azione collettiva, alla pratica della solidarietà ed offre un terreno propizio alla propaganda delle nostre idee. Di più, esso dà il mezzo per potere, in date circostanze, chiamare il po­polo in piazza e realizzare una delle condizioni essenziali pèr una insurrezione vittoriosa, e può sopperire poi alle prime ne­cessità pratiche dell’indomani della vittoria

Ma non per questo noi siamo sindacalisti, se per sindacalismo s’intende quella dottrina che vede nel fatto solo del sindacato operaio una virtù speciale che deve automaticamente, quasi senza la coscienza e la volontà degli operai associati, portare al­l’emancipazione dal giogo capitalistico ed alla costituzione di una nuova società.

Noi non crediamo a questa virtù rinnovatrice propria del sindacato – ed i fatti non confortano a credervi.

I sindacati operai han servito e servono ai conservatori, ai preti, agli arrivisti di tutte le specie, come possono servire ai ri­voluzionari, e se tendenza propria, naturale, indipendente dalle influenze esterne, extraeconomiche, essi hanno, è piuttosto quella di dividere la massa in corporazioni chiuse, lottanti per interessi particolari in opposizione agli interessi della generali­tà.

I sindacati sorgono per resistere alle esigenze dei padroni, per reclamare dei miglioramenti, per affermare un desiderio di emancipazione, ed è bene, ma non basta. Se un principio supe­riore di giustizia per tutti non ispira gli associati, se al di sopra delle questioni d’interesse personale, immediato, non vi sono delle aspirazioni ideali che spingono a sacrificare l’oggi per il domani, il bene particolare per il bene generale, la lotta contro i padroni prende sempre, nella pratica, un carattere come di concorrenza fra commercianti, e finisce in transazioni ed acco­modamenti, che creano forse nuovi privilegi per alcuni favo­riti dalle circostanze, ma confermano la massa nella sua servi­tù. E la difesa della “tariffa sindacale” diventa lotta contro gli altri lavoratori e contro il pubblico in generale.

Quindi quando noi domandiamo che i sindacati siano neu­tri, cioè aperti a tutti i lavoratori senza distinzioni di opinioni e di partiti, non è perché crediamo che basti associarsi in vista della lotta economica e che il resto verrà da sè, ma è semplice­mente perché solo con la neutralità politica e religiosa si può raccogliere tutta la massa, o gran parte della massa, per i fini della propaganda e dell’azione rivoluzionaria. Vogliamo che i sindacati siano neutri, perché non possiamo averli anarchici. E anarchici non possiamo averli, perché per questo bisognerebbe che tutta la massa fosse anarchica, o altrimenti il sindacato si confonderebbe col gruppo anarchico, e lo scopo di raccogliere gli arretrati per propagandarli ed allenarli alla lotta verrebbe a mancare.

Secondo noi dunque, il sindacato deve restar neutro, per poter restare aperto a tutti - ma nel suo seno bisogna lavorare perché esso diventi di fatto sempre più rivoluzionario, sempre più socialista, sempre più anarchico. E perciò gli anarchici do­vrebbero prendere parte attiva al movimento operaio, favorire e promuovere la costituzione di sindacati e federazioni di sin­dacati, appoggiare e provocare scioperi, ed essere sempre soli­dali cogli operai in qualunque lotta essi impegnino contro i padroni e contro le autorità; ma dovrebbero farlo con criteri propri – cioè badando alle finalità ulteriori più che al picco­lo vantaggio immediato, agli effetti educativi più che agli effet­ti puramente economici, e cercando di sviluppare e mantener vivo lo spirito di combattività contro i padroni ed il sentimento di fratellanza e di solidarietà con tutti gli oppressi, siano essi organizzati o non organizzati.

Gli anarchici dovrebbero anzitutto combattere contro la costituzione, nel seno del movimento operaio di una classe di funzionari e di dirigenti che unirebbero coll’a-vere uno spirito e degl’interessi opposti a quelli della massa, ed in ogni agitazione temerebbero per i loro salari e le loro posizioni – e perciò do­vrebbero cercare che il lavoro di amministrazione ridotto alla più semplice espressione, sia fatto, per quanto è possibile, gra­tuitamente, da volontari che si sostituiscono e si alternano nel­le cariche sociali: o quando fosse necessario compensare chi vi dedica il suo tempo, che il compenso non sia superiore al sala­rio medio che guadagnano i lavoratori in quel dato mestiere, ed il personale impiegato si rinnovelli il più sovente possibile.

Gli anarchici dovrebbero cercare che l’organizzazione avesse una vita attiva, con riunioni generali e discussioni frequenti per impedire che il socio comune finisca col diventare un semplice passivo contributore di quote.

Dovrebbero impedire che le leghe di resistenza si occupassero di mutuo soccorso, intraprese cooperative ed altre mansioni che rifuggono naturalmente dai rischi della lotta e cointeressano in certo modo il lavoratore al mantenimento dell’ordine vigen­te.

Dovrebbero combattere le alte quote e la costituzione di forti casse, che paralizzano l’organizzazione e ne arrestano lo slancio colla paura di perdere il denaro. Le leghe dovrebbero, sì, educare i soci ai sacrifici anche pecuniari ma impiegare il ricavato nella lotta, nella propaganda in opere di solidarietà senza accumulare.

Gli anarchici dovrebbero, primi nei rischi e nei sacrifici, ri­fiutarsi assolutamente di servire da intermediari coi padroni e colle autorità; ed in caso di sconfitta subirla, se non si può fare altrimenti coll’animo intento alla rivincita, e non mai accet­tarla come il risultato di un accordo che vi tiene moralmente obbligati.

Dovrebbero combattere ogni contratto che lega i lavorato­ri per un dato tempo, e provocare in essi uno stato d’animo che fa loro sentire la loro vera condizione di schiavi costretti dalla forza, anche quando apparentemente sembrano liberi contraenti.

Questa tattica, che ci pare indicata dal fine che gli anarchici si propongono, non è forse la più adatta per la costituzione di associazioni, stabili, vaste e ricche. Ma noi non crediamo nell’utilità, nella potenza reale di organizzazioni mastodontiche, che per la troppa mole non possono muoversi e per il troppo denaro sviluppano istinti conservativi e bottegai.

Quello che importa è lo spirito di lotta, lo spirito di solida­rietà, lo spirito di associazione. Se una lega, una federazione si sfascia in conseguenza della lotta e delle persecuzioni, non fa nulla, quando i suoi membri sono coscienti e le loro aspirazioni sussistono: essa è presto ricostituita appena è passata la bufera. Una forte, solida organizzazione che non si muove per pau­ra di sfasciarsi è un peso morto, un ostacolo al progresso.

Nel caso che esistano più organizzazioni rivali, come è il caso ora in Italia con l’Unione Sindacale e la Confederazione del Lavoro, quale é il contegno che debbano tenere gli anarchi­ci?

Secondo noi, gli anarchici debbono favorire quelle organiz­zazioni che più si accostano ai loro metodi ed ai loro ideali, e stare, nei periodi di lotta attiva, con quelle che sono in lotta. Dal resto, entrare in tutte le organizzazioni, in tutti gli aggrup­pamenti dove sia possibile farlo senza prendere impegni contra­ri alle proprie convinzioni e dove si vede la probabilità di fare una propaganda utile ed esercitare un’azione feconda. Tenersi estranei il più possibile alle beghe personali, e spronare i lavora­tori ad agire da loro stessi senza bisogno di capi e soprattutto senza sposare gli odi e le rivalità di coloro che posano a capi. Combattere l’ingerenza nelle organizzazioni operaie dei politi­canti e degli arrivisti che si vogliono far sgabello dei lavoratori per aprirsi una carriera nel mondo borghese.

Vi sono degli anarchici che avversano ogni organizzazione per la lotta economica e se ne tengono rigorosamente lontani. A noi pare una tattica sbagliata.

Certamente la lotta economica finché resta solo lotta eco­nomica, non può risolvere la questione sociale.

I miglioramenti possibili in regime capitalista, se diventano generali, sono annullati dal gioco stesso dei fattori economici, e quando si trattasse di attaccare nelle sue parti vitali il privile­gio dei proprietari, interverrebbe il potere politico a garantire colla forza brutale il mantenimento dell’ordine legale.

Dunque la questione deve in definitiva risolversi sul terreno politico, cioè colla lotta contro il governo. Se i lavoratori riu­sciranno ad abbattere il governo, il quale in ultima analisi non è che la forza annata che sta a difesa del privilegio, potranno prender possesso della ricchezza sociale e divenire veramente li­beri. Se no, no.

Ma per abbattere il governo ed abbatterlo a scopo di eman­cipazione generale, bisogna avere con noi quanta più massa è possibile, ed una massa quanto più è possibile cosciente dello scopo per cui si deve fare la rivoluzione. E la massa non viene alle idee anarchiche così di botto, senza un tirocinio più o me­no graduale.

Bisogna dunque entrare in contatto colla massa, per sospin­gerla avanti ed averla con noi in piazza, i giorni della lotta riso­lutiva. Le organizzazioni economiche ci sembrano uno dei mezzi migliori di cui disponiamo.

Certo occorre nella preparazione dei mezzi non perdere di vista il fine. Ma occorre pure di non trascurare, nella contemplazione a­stratta del fine, i mezzi atti a raggiungerlo.

 


 

2. NECESSITÀ E PROBLEMI

DEL MOVIMENTO OPERAIO

 

 

a. Gli anarchici nel movimento operaio[28]

 

Lasciando da parte i conservatori ed i borghesi di tutte le categorie i quali, se s’interessano alle associazioni operaie, è sem­plicemente nello scopo di far argine con l’inganno alla marea emancipatrice che sale e servirsi come mezzo di asservimento di un movimento che per sua natura dovrebbe essere movimento di liberazione, vi sono tra i riformatori sociali tre partiti (o scuole) principali, che si trovano, o dovrebbero trovarsi, più o meno d’accordo nelle piccole lotte quotidiane per la difesa de­gl’interessi operai in regime borghese, ma si dividono radical­mente in quanto agli scopi ultimi a cui vogliono condurre il movimento e quindi anche nel genere di propaganda che fanno nel suo seno e nei tipi di organizzazione che preferiscono. Essi sono i socialisti, i sindacalisti e gli anarchici, tutti e tre convinti che per emancipare i lavoratori ed instaurare un migliore ordi­ne sociale, bisogna abbattere il sistema capitalistico, ma divisi sulla concezione della società futura e sulle vie per arrivarvi.

I socialisti, fra i quali comprendo anche la frazione che ora si intitola comunista, vogliono diventare governo, non importa ora se con mezzi legali o con la violenza. Essi credono possedere la ricetta per guarire tutti i mali e risolvere tutti i problemi sociali, e vogliono imporre quella loro ricetta in no­me di una pretesa maggioranza legalmente constatata o con la dittatura usurpata da alcuni individui in nome del loro parti­to. Le masse debbono servire solamente per fornire i voti e le braccia necessarie per mandare al potere i capi del partito, e tutta la tattica è diretta allo scopo di sottomettere al partito le organizzazioni operaie. Perciò i dirigenti socialisti (e peggio se “comunisti”) delle organizzazioni si sottraggono il più possi­bile al controllo degli organizzati, soffocano ogni autonomia ed ogni spirito d’iniziativa e col pretesto della disciplina nelle azioni collettive educano gli operai all’ubbidienza passiva ai capi. In tal modo essi si foggiano l’arme per andare al potere e preparano le masse a piegarsi docilmente sotto la fèrula del governo di domani.

I sindacalisti hanno delle concezioni più libertarie Essi vogliono rendere inutile lo Stato, esautorarlo e distruggerlo me­diante i sindacati che a poco a poco dovrebbero assorbire tut­te le funzioni della vita sociale. Naturalmente per questo è ne­cessario che i mezzi di produzione (terra, materie prime mac­chine, ecc.) fossero diventate proprietà collettiva dei sindacati, comunque federati tra loro.

Non è qui il luogo di discutere questo programma; ma è certo che per attuarlo bisognerebbe prima espropriare i deten­tori della ricchezza sociale, e siccome essi sono difesi dalla for­za armata dello Stato, bisognera vincere questa forza. È perciò i sindacalisti quantunque in teoria amino dire che il sindacalismo basta a sé stesso, debbono poi nella pratica, o pensa­re ad impadronirsi dello Stato, col voto o con la violenza, e di­ventano socialisti, o pensare a distruggerlo e diventano anarchici.

Questa loro inconsistenza programmatica si rispecchia nella storia delle organizzazioni operaie a tendenza sindacalista: pre­sto o tardi si presentano le circostanze in cui dal terreno pura­mente sindacale bisognò passare alla lotta politica propriamente detta, ed allora viene fuori la divergenza e l’incompatibilità tra i riformisti ed i rivoluzionari, i parlamentaristi e gli antiparlamentaristi, i socialisti e gli anarchici, che si trovavano riu­niti sotto il mantello di una mentita neutralità sindacale. E al­lora cominciano le lotte intestine e le scissioni. Intanto, finché l’equivoco dura, si fa in quelle organizzazioni opera d’azione diretta, si lascia libertà di propaganda alle correnti più avan­zate e si abituano le masse ad una fierezza e ad una volontà di lotta che è ottimo tirocinio per preparare alla rivoluzione. Noi anarchici non possiamo identificarci con quelle come con nessun’altra organizzazione operaia, ma dobbiamo preferirne alle altre come il campo più adatto per estendere la nostra in­fluenza, incoraggiarle, parteciparvi in tutti i modi non contraddittori con le idee nostre, senza per questo inibirci l’entrata in qualsiasi altra organizzazione dove crediamo poter fare opera utile di propaganda di critica e di sprone. È quello che più o meno bene si è fatto finora; ora è tempo, io credo, di concordare un piano più organico per poter agire con maggiore efficacia. sul movimento e meglio utilizzarlo ai nostri fini

Le organizzazione operaie vivono in tali condizioni, subiscono necessità tali che la posizione degli anarchici che vi lavorano dentro diventa difficile, e certe volte incompatibile sempre che dalla predicazione teorica, dalla propaganda avveniristica bisogna passare alle misure pratiche richieste dalla lotta effetti­va.

Fatte per difendere gli interessi attuali, immediati degli ope­rai in regime di proprietà privata e di salariato, proponendosi di riunire il più gran numero possibile di lavoratori senza bada­re alle differenze di opinioni religiose e politiche o alla man­canza di una qualsiasi opinione determinata, dovendo attenua­re gli effetti senza poter distruggere le cause della soggezione dei lavoratori, anche quando nel programma hanno scritto l’a­bolizione del salariato e l’emancipazione integrale, debbono nella pratica quotidiana accettare il fatto del dominio e del pro­fitto capitalistico e limitarsi e rendere, mediante una continua resistenza, meno assoluto quel dominio ed assicurare al produt­tore una meno scarsa parte del prodotto. In esso anche il più deciso rivoluzionario deve subire il metodo riformista che è quello di conquistare poco a poco dei miglioramenti, che poi si perdono tutto d’un tratto quando le cause persistenti del male sociale, cioè il profitto e la concorrenza capitalistica, me­nano alle ricorrenti crisi di disoccupazione e di concorrenza per il pane tra gli stessi salariati. Poiché tutti i vantaggi del me­todo rivoluzionario, buoni a mettere avanti per far comprende­re la necessità della rivoluzione, non hanno efficacia positiva se non quando la rivoluzione si fa. E la rivoluzione non si può fare tutti i giorni!

Ma questo è il meno. L’inconveniente più grave sta nel fatto degli interessi contrastanti tra le diverse categorie di lavoratori e tra ciascuna categoria di produttori ed il pubblico dei consu­matori.

Si suol dire che i proletari hanno un interesse comune nella lotta contro i padroni e quindi debbono essere tutti solidali tra di loro – ed è vero se si tratta dell’interesse di abolire il patrona­to ed instaurare una società in cui tutti lavorino per il maggior bene di ciascuno e di tutti. Ma non è punto vero nella società attuale dove l’industriale ed il proprietario di terre per far salire i prezzi ed assicurarsi un maggiore profitto e per poter inol­tre mantenere bassi i salari, cercano di limitare la produzione e causano la penuria dei prodotti e mancanza di lavoro.

Così si stabilisce un antagonismo spesso involontario ed in­conscio, ma naturale e fatale tra chi lavora e chi è disoccupato, tra chi ha un posto buono e sicuro e chi guadagna poco e sta sempre in pericolo di essere licenziato, tra chi sa il mestiere e chi vuole impararlo, tra il maschio che ha il monopolio della professione e la donna che si affaccia sul terreno della concor­renza economica, tra l’indigeno e l’immigrato, tra lo specialista che vorrebbe proibire agli altri la sua specialità e gli altri che non vogliono riconoscere il monopolio, e poi in generale tra categoria e categoria secondo che gl’interessi transitori o per­manenti dell’una contrastano cogli interessi dell’altra. Alcune categorie si avvantaggiano della protezione doganale, altre ne soffrono; alcune desiderano certi interventi dall’autorità stata­li, certe leggi e certi regolamenti, mentre altre lottano in mi­gliori condizioni se il governo non si mischia dei loro affari.

D’altra parte esiste un antagonismo permanente fra ciascu­na categoria di lavoratori e gli altri lavoratori in quanto sono consumatori dei prodotti di quella. Ogni aumento di salario di una categoria si traduce in un aumento di prezzo dei suoi prodotti e causa danno al pubblico, fino a quando l’aumento dei salari di tutte le categorie ristabilisce l’e-quilibrio e rende illusorio il benefizio dell’aumento.

Così avviene che tante organizzazioni operaie, sorte per ini­ziativa di pochi generosi con largo spirito di solidarietà umana e fieri propositi di battaglia, si sono poi, a misura che son cre­sciute di numero e di potenza, moderate, corrotte e trasforma­te in corporazioni chiuse, preoccupate solo dell’interesse dei soci in opposizione ai non soci.

Aggiungiamo a tutto questo la burocrazia parassitaria che si sviluppa nel loro seno, i capi che s’installano alla dirigenza e manovrano come dei semplici politicanti per restarvi in perma­nenza, gli scopi politici antiproletari o antilibertari a cui spesso sono fatti servire, i contatti ripugnanti ma inevitabili colle autorità, e ci spiegheremo facilmente l’antipatia e l’ostilità, che certi compagni, ora credo ridotti a pochissimi, manifestano contro le organizzazioni operaie.

Ma è consigliabile, è utile, è possibile per gli anarchici restar fuori delle organizzazioni operaie, o parteciparvi solo passiva­mente, semplicemente in quanto sono operai che hanno biso­gno di lavorare e non vogliono fare i crumiri?

A me sembra che sarebbe una sciocchezza, che ammonte­rebbe in pratica ad un tradimento della causa rivoluzionaria, o più generalmente, della causa del progresso e della emancipa­zione umana.

Il movimento operaio è ormai uno dei fattori principali della storia di oggi e di quella del prossimo domani, e disinteres­sarsene significherebbe mettersi fuori della vita reale, rinunzia­re ad esercitare un’azione sensibile sugli avvenimenti, lasciare che i socialisti, i comunisti, i clericali ed altri partiti di governo difendendo o affettando di difendere gl’interessi attuali degli operai, interessi piccoli e transitori ma pur necessari a chi vive oggi, acquistino la fiducia delle masse e se ne servano per arri­vare al potere, con questo o con un altro regime, e mantenere il popolo nella schiavitù.

Le organizzazioni operaie per la resistenza contro i padroni sono il mezzo migliore, forse l’unico accessibile a tutti, per en­trare in contatto permanente colle grandi masse, farvi la pro­paganda delle idee nostre, predisporle alla rivoluzione e spin­gerle o trascinarle in piazza per qualunque azione preparatoria o definitiva. In esse gli oppressi ancora docili e sommessi s’ini­ziano alla coscienza dei loro diritti e della forza che possono trovare nell’accordo coi compagni di oppressione, in esse com­prendono che il padrone è il loro nemico, che il governo, già ladro ed oppressore per la natura sua, è sempre pronto a difen­dere i padroni, e si preparano spiritualmente al rovesciamento totale del vigente ordine sociale.

Fuori delle associazioni operaie noi possiamo fare la propaganda orale e scritta, organizzare gruppi di studio o d’azione, pagare di persona in tutte le occasioni, ma resteremmo sempre impotenti a dare un indirizzo nostro al corso degli eventi e do­vremmo accodarci agli altri, offrirci agli altri, i quali sfrutte­rebbero il nostro lavoro ed i nostri sacrifici per fini non nostri, anzi contrari ai nostri.

D’altronde, a causa del nostro programma, noi siamo più che qualunque altro partito interessati ad un largo sviluppo del movimento operaio. Noi non vogliamo governare e vogliamo nel limite delle nostre forze impedire che altri governino, cioè che impongano con la forza i propri piani ed i propri sistemi di vita sociale. Noi vogliamo che la nuova società si sviluppi se­condo il volere libero, cangiante, progrediente delle masse (di cui naturalmente siamo parte anche noi) e per farlo è utile, necessario che il giorno della rivoluzione vi sia un numero quanto più grande è possibile d’operai comunque organizza­ti, pronti a continuare la produzione, a stabilire le necessarie relazioni tra paese e paese e tra categoria e categoria, provve­dere alla distribuzione ed a tutti i bisogni della vita, senza af­fidare a nessuno il potere di imporre con la forza delle “guar­die rosse” i propri voleri ed i propri interessi.

Dunque a parer mio, gli anarchici dovrebbero penetrare in tutte le organizzazioni operaie, farvi propaganda acquistarvi influenza ed accettare in esse tutte le funzioni e tutte le re­sponsabilità compatibili con la loro qualità di anarchici.

La cosa non è senza pericoli d’addomesticamento di devia­zione, di corruzione e molti dolorosi e vergognosi esempi si possono citare contro la mia tesi.

Ma come fare? Se si vuole agire bisogna correre i rischi dell’azione, che in questo caso sono rischi morali, e diminuirli colla prescrizione di una linea di condotta ben determinata e con un continuo mutuo controllo tra compagni.

Se vi sono dei compagni i quali considerano l’anarchia come un ideale di perfezione individuale e sociale che si realizzerà forse tra qualche migliaio d’anni, e credono che tutto quello che v’è da fare oggi sia il tenere la fiaccola accesa per il culto di pochi, essi hanno delle buone ragioni per tenersi lontani dai contatti impuri e dalle posizioni compromettenti.

Ma la grande maggioranza degli anarchici ed in specie quelli aderenti all’UA.I.[29] sono d’opinione se io non interpreto male il loro pensiero, che gl’individui non si perfezionerebbero e l’anarchia non si realizzerebbe nemmeno fra qualche migliaio d’anni, se prima non si creasse per mezzo della rivoluzione fat­ta dalle minoranze coscienti il necessario ambiente di libertà e di benessere. Per questo vogliamo fare la rivoluzione al più presto possibile, e per farla abbiamo bisogno di mettere a pro­fitto tutte le forze utili e tutte le circostanze opportune cosi come la storia ce le fornisce.

Le organizzazione operaie non possono essere composte di soli anarchici e non è desiderabile che lo fossero, perché allora sarebbero un inutile duplicato dei gruppi anarchici e mancherebbero al loro scopo specifico. Gli anarchici che vi lavorano dentro non possono sempre condursi da anarchici come non si può condursi da anarchici vivendo nella società attuale, ma vi possono costituire dei gruppi anarchici che esercitino un’azio­ne di propulsione e di controllo e debbono condursi da anar­chici quanto più è possibile.

Vi sono in Italia varie grandi organizzazioni operaie. Noi dobbiamo lavorare e lottare in tutte quante, perché in tutte vi sono sfruttati che han bisogno di emanciparsi, in tutte si può far propaganda e dar l’esempio dell’energia e dello spirito di solidarietà. Dove è il caso, dobbiamo preferire quelle che più si avvicinano a noi, ma non dobbiamo abbandonare le altre al monopolio dei nostri avversari. E dobbiamo appoggiarci ed intenderci tra noi per il lavoro che facciamo nelle varie organiz­zazioni e per l’atteggiamento da prendere e per l’azione da svol­gersi nelle varie occasioni.

Perciò io proporrei che tutti gli anarchici che si trovano in grado di esercitare dell’influenza nelle organizzazioni operaie stabiliscano tra di loro un’intesa permanente e si tengano in rapporti regolari per agire d’accordo.

 

 

b. La funzione del sindacato nella rivoluzione[30]

 

Il mio articolo recente su Sindacalismo e Anarchismo ha su­scitato dei dubbi in alcuni compagni, che pur sono d’accordo sulla tesi generale ch’io sostenevo.

Uno di essi mi scrive: “Visto che non salteremo a piè pari dalla società borghese a quella anarchica bell’e organizzata, non potrebbero essere i sindacati – quelli dei mestieri utili, si capisce, non quelli dei marmisti o dei gioiellieri! – gli organi per lo meno provvisori ne­cessari a continuare l’organizzazione della produzione e della distribuzione che dovrà continuare senza interruzione anche in periodo rivoluzionario?”

Perfettamente. Ed appunto perché sono convinto che i sin­dacati possono e debbono esercitare una funzione utilissima, e forse necessaria, nel passaggio della società attuale alla società ugualitaria, io vorrei che essi fossero giudicati al loro giusto va­lore e che si tenesse sempre presente la loro naturale tendenza a diventare delle corporazioni chiuse indente solo a propugnare gl’interessi egoistici della categoria, o, peggio ancora, dei soli organizzati, per potere meglio combatterla ed impedire che essi diventino degli organi di conservazione. Così come appunto perché riconosco l’utilità grandissima che possono avere le coo­perative nell’abituare gli operai alla gestione dei loro affari e del loro lavoro, e funzionare, all’inizio della rivoluzione, quali organi già pronti per l’organizzazione della distribuzione dei prodotti e servire come centri di attrazione intorno a cui si potrà raccogliere la massa della popolazione, io combatto lo spirito bottegaio che tende naturalmente a svilupparsi in esse e vorrei che esse fossero aperte a tutti, che non dessero alcun pri­vilegio ai loro soci e soprattutto che non si trasformassero co­me avviene spesso, in vere società anonime capitalistiche che impiegano e sfruttano dei salariati e speculano sui bisogni del pubblico.

Secondo me, cooperative e sindacati, tali quali sono in re­gime capitalistico, non portano naturalmente, per loro forza intrinseca, all’emancipazione umana (è questo il punto con­troverso), ma possono produrre il male o il bene, essere organi oggi di conservazione o trasformazione sociale, servire domani la reazione o la rivoluzione, secondo che si limitino alla loro funzione propria di difensori degli interessi attuali dei soci, o siano animati e travagliati dallo spirito anarchico, che fa loro dimenticare gl’interessi in omaggio agli ideali. E per spirito a­narchico intendo quel sentimento largamente umano che aspira al bene di tutti, alla libertà ed alla giustizia per tutti, alla so­lidarietà, ed all’amore fra tutti, e che non è dote esclusiva degli anarchici propriamente detti, ma anima tutti gli uomini di cuo­re buono e d’intelligenza aperta.

Per sé stesso il movimento operaio, mirando alla protezione degl’interessi attuali dei lavoratori e più specialmente dei mem­bri di ciascun sindacato, tende naturalmente a diminuire la concorrenza sul mercato del lavoro per poter meglio resistere alle pretese dei padroni, ad ostacolare l’entrata di nuovi soci al­le organizzazioni arrivate ad un certo limite di potenza, a fare del lavoro qualificato e meglio pagato un privilegio degli orga­nizzati, a creare insomma una nuova classe privilegiata, un nuo­vo ceto interessato ad intendersela coi padroni, a diventare complice dello sfruttamento capitalistico, colla compartecipa­zione agli utili, coll’azionariato operaio, ecc, a danno della grande massa dei diseredati, condannati ai lavori puramente manuali e divenuti servi delle macchine e poco più che pezzi di macchine.

Questo può non accadere se vi è spirito di ribellione nella massa, e se una luce ideale illumina ed eleva quegli operai meglio dotati e più favoriti dalle circostanze che sarebbero in grado di costituire la nuova classe privilegiata. Ma è indubitato che se si resta sul terreno della difesa degl’interessi attuali che è il terreno proprio dei sindacati, poiché gli interessi non sono armonici né possono armonizzarsi in regime capitalistico, la lotta tra i lavoratori è un fatto naturale e può anche in certe circostanze e fra certe categorie diventare più accanita che tra lavoratori e sfruttatori.

Per convincersene basta osservare quello che sono le mag­giori organizzazioni operaie nei paesi in cui vi è molta organiz­zazione e poca propaganda, o tradizione rivoluzionaria

 

 

c. Lo sciopero generale[31]

 

Lo “sciopero generale” è certamente un’arma potente di lotta nelle mani del proletariato ed è, o può essere, un modo ed un’occasione per determinare una radicale rivoluzione sociale. Eppure io mi domando se l’idea dello sciopero generale ha fatto più male che bene alla causa della rivoluzione!

In realtà io credo che nel passato il male abbia superato il bene; e che oggi potrebbe essere il contrario, cioè potrebbe lo sciopero generale essere veramente un mezzo efficace di tra­sformazione sociale solo se fosse inteso e praticato in modo di­verso da quello che usavano i vecchi sciopero-generalisti.

Nei primi tempi del movimento socialista, e specialmente in Italia ai tempi della prima Internazionale, quando era fresca ancora la memoria delle lotte mazziniane ed erano vivi in gran parte gli uomini che avevano combattuto per “l’Italia”, nelle file garibaldine e che si trovavano disillusi ed indignati per lo scempio che monarchici e capitalisti facevano dell’Italia vera, si comprendeva chiaramente che il regime sostenuto dalle baio­nette non poteva essere abbattuto se non convertendo in di­fensori del popolo una parte dei soldati e vincendo in lotta armata le forze di polizia e quella parte di soldati restata fedele alla disciplina. E perciò si cospirava, cioè si faceva propaganda attiva tra i soldati, si cercava di armarsi, si preparavano piani di azione mi­litare.

I risultati, a dir vero, erano meschini, perché si era in pochi, perché gli scopi sociali per i quali si voleva fare la rivoluzione erano misconosciuti e respinti dalla generalità, perché insomma “i tempi non erano maturi”.

Ma la volontà della preparazione insurrezionale vi era e tro­vava poco a poco il mezzo di realizzarsi, la propaganda inco­minciava ad estendersi e portare i suoi frutti; “i tempi matura­vano”, in parte per opera diretta dei rivoluzionari e più per l’e­voluzione economica che acuiva il conflitto, e sviluppava la coscienza del conflitto, tra lavoratori e padroni, e che i rivolu­zionari mettevano a profitto.

Le speranze della rivoluzione sociale crescevano, e sembrava certo che, tra lotte, persecuzioni, tentativi più o meno “incon­sulti” e sfortunati, soste e riprese di attività febbrile, si arrive­rebbe, in un tempo non troppo lontano, a determinare lo scop­pio finale e vittorioso, che doveva abbattere il regime politico ed economico vigente ed aprire le vie ad una più libera evolu­zione verso nuove forme di convivenza sociale, basate sulla li­bertà di tutti, la giustizia per tutti, la fratellanza e la solidarie­tà fra tutti.

Ma poi, a frenare l’impulso volontaristico della gioventù so­cialista (allora si chiamavano socialisti anche gli anarchici) ven­ne il marxismo coi suoi dogmi e col suo fatalismo. E disgraziatamente con le sue apparenze scientifiche (si era in piena ubriacatura scientificista) il marxismo illuse, attrasse e sviò anche la più parte degli anarchici.

I marxisti incominciarono a dire che ‘‘la rivoluzione viene, ma non si fa”, che il socialismo verrebbe necessariamente per il “fatale andare” delle cose, e che il fattore politico (che è poi la forza, la violenza messa a servizio degl’interessi economici) non ha importanza e che il fatto economico determina tutta quanta la vita sociale. E così la preparazione insurrezionale fu trascurata e praticamente abbandonata.

Di passaggio noterò che quei marxisti che disprezzavano tanto la lotta politica, quando essa era lotta tendenzialmente insurrezionale, decisero poi che la politica era il mezzo princi­pale e quasi esclusivo per far trionfare il socialismo non appena intravidero la possibilità di andare al parlamento e di dare alla lotta politica il significato restrittivo di lotta elettorale; e si sforzarono con questo di spegnere nelle masse ogni entusiasmo per l’azione insurrezionale.

In questo stato di cose ed in questa disposizione generale degli spiriti fu lanciata l’idea dello sciopero generale, che fu ac­colta entusiasticamente da quelli che non avevano fiducia nell’azione parlamentare e vedevano aperta una nuova e prometten­te via all’azio-ne popolare.

Il guaio però fu che i più videro nello sciopero generale non un mezzo per trascinare le masse all’insurrezione, cioè all’abbat­timento violento del potere politico ed alla presa di possesso della terra, degli strumenti di produzione e di tutta la ricchezza sociale, ma vi videro un sostituto dell’insurrezione, un modo per “affamare la borghesia” e farla capitolare senza colpo feri­re.

E poiché è fatale che il comico ed il grottesco si mescolino sempre anche nelle cose più serie vi furono di quelli che cer­cavano delle erbe e delle “pillole” capaci di sostenere indefi­nitamente il corpo umano senza mangiare per indicarle ai la­voratori e metterli in grado di aspettare, in un pacifico digiuno, che i borghesi venissero a chiedere scusa e perdono.

Ecco perché ritengo che l’idea dello sciopero generale ha fatto danno alla rivoluzione. Ora spero e credo che l’illusione di far capitolare la borghe­sia per fame sia completamente sparita – e se un poco ne era restata i fascisti si sono incaricati di dissiparla.

Lo sciopero generale di protesta, o per appoggiare delle ri­vendicazioni economiche o politiche, compatibili col regime, se fatto in momento propizio, quando governo e padroni tro­vano opportuno cedere subito per paura di peggio, può giovare. Ma bisogna non dimenticare che bisogna mangiare tutti i giorni e che, se la resistenza si prolunga solo per parecchi giorni, biso­gna o piegarsi ignominiosamente al giogo padronale, o insorge­re... anche se il governo o le forze irregolari della borghesia non prendono l’iniziativa della violenza.

Dal che si deduce che uno sciopero generale sia in vista di una soluzione definitiva, sia per scopi transitori, deve essere fatto con la disposizione, e la preparazione, di risolvere la que­stione colla forza.

3. IL SINDACATO COME MEZZO DI LOTTA E DI EDUCA­ZIONE RIVOLUZIONARIA E COME NUCLEO FUTURO DI RIORGANIZZAZIONE SOCIALE

 

 

 

a. La condotta degli anarchici nel movimento operaio (Rapporto al Congresso Anarchico Internazionale di Parigi del 1923)[32]

 

(...) Noi abbiamo sempre compreso la grande importanza del movimento operaio e la necessità per gli anarchici di esserne parte attiva e propulsiva. E spesso è stato per l’iniziativa di compagni nostri che si sono costituiti aggruppamenti operai più vivi e più progressivi.

Abbiamo sempre pensato che il sindacato è, oggi, un mez­zo perché i lavoratori incomincino a comprendere la loro po­sizione di schiavi, a desiderare l’emancipazione e ad abituarsi alla solidarietà con tutti gli oppressi nella lotta contro gli op­pressori – e domani servirà come primo nucleo necessario alla continuità della vita sociale ed alla riorganizzazione della pro­duzione senza padroni e parassiti.

Ma abbiamo sempre discusso, e spesso dissentito, sui modi come l’azione anarchica doveva esplicarsi nei rapporti coll’or­ganizzazione dei lavoratori.

Bisognava entrare nei sindacati, o restarne fuori, pur pren­dendo parte a tutte le agitazioni e cercare di dar loro il carat­tere più radicale possibile e mostrarsi primi nell’a-zione e nei pericoli?

E soprattutto, se dentro dei sindacati, bisognava o no assu­mere cariche direttive e quindi prestarsi a quelle transazioni, quei compromessi, quegli accomodamenti, a quei rapporti con le autorità e coi padroni, a cui debbono adattarsi, per volere degli stessi lavoratori e per il loro interesse immediato, nelle lotte quotidiane quando non si tratta di fare la rivoluzione, ma di ottenere dei miglioramenti o difendere quelli già conseguiti?

Nei due anni che seguirono la pace e fino alla vigilia del trionfo della reazione per opera del fascismo noi ci trovammo in una singolare situazione.

La rivoluzione sembrava imminente, e vi erano infatti tutte le condizioni materiali e spirituali perché essa fosse possibile e necessaria. Ma noi anarchici mancavamo di gran lunga delle forze occorrenti per fare la rivoluzione con metodi e uomini esclusivamente nostri: avevamo bisogno delle masse, e le masse erano bensì disposte all’azione, ma non erano anarchiche. D’altronde una rivoluzione fatta senza il concorso delle masse, anche se fosse stata possibile, non avrebbe potuto metter capo che ad u­na nuova dominazione, la quale anche se esercitata da anar­chici sarebbe sempre stata la negazione dell’anarchismo, avreb­be corrotto i nuovi dominatori e sarebbe finita colla restaurazione dell’ordine statale e capitalistico.

Ritrarsi dalla lotta, astenersi perché non potevamo fare pro­prio come avremmo voluto, sarebbe stato un rinunziare ad ogni possibilità presente o futura, ad ogni speranza di sviluppare il movimento nella direzione da noi desiderata - e rinunziarvi non solo per quella volta, ma per sempre, poiché non si avranno mai masse anarchiche prima che la società sia trasformata eco­nomicamente e politicamente, e la stessa situazione si ripresenterà tutte le volte che le circostanze renderanno possibile un tentativo rivoluzionario.

Occorrerà dunque a qualunque costo acquistare la fiducia delle masse, mettersi in posizione di poterle spingere in piazza e per questo appariva utile conquistare nelle organizzazione o­peraie cariche direttive. Tutti i pericoli d’addomesticamento e di corruzione passavano in secondo luogo, e d’altronde si supponeva che non avrebbero avuto il tempo di realizzarsi. Quindi si venne alla conclusione di lasciare a ciascuno la libertà di regolarsi secondo le circostanze e come meglio cre­deva, a condizione di non dimenticare mai di essere anarchi­co e di farsi sempre guidare dall’interesse superiore della causa anarchica.

Ma ora, dopo le ultime esperienze, e vista la situazione attua­le che non ammette connubi transitori e domanda un ritorno rigoroso ai principi per trovarsi meglio preparati e più profon­damente convinti nelle prossime evenienze, mi pare che con­venga ritornare sulla questione e vedere se sia il caso di modifi­care la tattica su questo punto importantissimo della nostra at­tività.

Spero che il Congresso vorrà esaminare la questione coll’at­tenzione che merita. Secondo me, bisogna entrare nei sindacati, perché standone fuori se ne appare nemici, la nostra critica è guardata con sospetto e nei momenti di agitazione saremmo considerati come intrusi e male accetto sarebbe il nostro concorso.

Parlo, s’intende, dei veri sindacati composti di lavoratori li­beramente associati per difendere i loro interessi contro i pa­droni e contro il governo; e non già dei sindacati fascisti, spes­so reclutati a suon di bastonate e colla minaccia della fame, i quali sono un’arma di governo ed un tentativo per meglio sot­tomettere i lavoratori alle esigenze padronali. Bisogna entrare nei sindacati ed esercitarvi opera di propulsione, per dare loro un carattere sempre più libertario e vigilare e criticare e com­battere le possibili debolezze e defezioni dei dirigenti.

Ed in quanto a sollecitare ed accettare noi stessi il posto di dirigenti credo che in linea generale ed in tempi calmi è meglio evitarlo. Però credo che il danno ed il pericolo non stia tanto nel fatto di occupare un posto direttivo – cosa che in certe cir­costanze può essere utile ed anche necessaria – ma nel perpetuar­si in quel posto. Bisognerebbe, secondo me, che il personale di­rigente si rinnovasse il più spesso possibile, sia per abilitare un più gran numero di lavoratori alle funzioni amministrative, sia per impedire che il lavoro d’organizzazione diventi un mestie­re ed induca quelli che lo compiono a portare nelle lotte ope­raie la preoccupazione di non perdere l’impiego. E tutto questo non solo nell’interesse attuale della lotta e dell’educazione dei lavoratori, ma anche e maggiormen-te in vista dello svolgimento della rivoluzione dopo che la rivolu­zione sarà iniziata.

A giusta ragione gli anarchici si oppongono al comunismo autoritario, il quale suppone un governo, che, volendo dirigere tutta la vita sociale e mettere l’organizzazione della produzione e la distribuzione delle ricchezze sotto gli ordini di funzionari suoi, non può non produrre la più esosa tirannia e la paralizza­zione di tutte le forze vive della società.

Ma questa espropriazione e questa distribuzione non possono, in pratica, essere fatte tumultuariamente, dalla massa anche se sindacata, senza produrre uno sperpero esiziale di ricchezze ed il sacrificio dei più deboli per opera dei più forti e brutali; e anche meno si potrebbero in massa stabilire gli accordi fra le diverse località e gli scambi fra le diverse corporazioni di produttori. Bisognerebbe dunque provvedere per mezzo di deliberazioni prese in assemblee popolari ed eseguite da gruppi ed individui o spontaneamente offertisi o regolarmente delega­ti.

Ora, se v’è un ristretto numero d’individui che per lunga abitudine sono conoide-rati capi dei sindacati, se vi sono segre­tari permanenti ed organizzatori ufficiali, saranno essi che au­tomaticamente si troveranno. Incaricati di organizzare la rivo­luzione, ed essi avranno tendenza a considerare come intrusi ed irresponsabili quelli che vorranno prendere delle iniziative indipendenti da loro, e vorranno imporre, sia pure colle mi­gliori intenzioni la loro volontà – magari con la forza. Ed allora il regime sindacalista diventerebbe presto la stessa menzogna e la stessa tirannia che è diventata la cosiddetta dittatura del proletariato.

Il rimedio a questo pericolo e la condizione perché la rivo­luzione riesca veramente emancipatrice stanno nel formare un gran numero d’individui capaci di iniziativa e di opere pra­tiche, nell’abituare le masse a non abbandonare la causa di tutti nelle mani di qualcuno e a delegare, quando delegazione è necessaria, solo per incarichi determinati e per tempo limi­tato. Ed a creare una siffatta situazione ed un siffatto spirito è mezzo efficacissimo il sindacato se organizzato e vissuto con metodi veramente libertari.

 

 

b. L’unità sindacale[33]

 

Si sente oggi da molti il bisogno di arrivare all’“Unità sindacale”, vale a dire di fondere insieme in un solo grande organismo le varie organizzazioni operaie che, pur avendo comune lo scopo della difesa e dell’attacco contro lo sfrutta­mento capitalistico, sono state finora divise ed in lotta tra di loro a causa di differenze nei fini ultimi che si propongono e nei mezzi di lotta preferiti, e spesso, purtroppo, per ambizio­ni  di capi e rivalità di reclutamento. E già qualche risultato pratico sulla via dell’unione è stato raggiunto, come è la fusio­ne dell’Unione Italiana del Lavoro e di qualche organizzazione bianca del Cremonese e del Bergamasco colla Confederazione Generale del Lavoro.

Io, anche se dovessi su questo punto trovarmi in disaccordo con qualche compagno particolarmente affezionato ad una speciale organizzazione benemerita del proletariato italiano e più affine alle idee ed ai metodi anarchici, mi auguro che il mo­vimento fusionista continui e progredisca fino ad abbracciare tutti quei lavoratori che in un grado qualunque ed in un qual­siasi modo sentono l’ingiustizia di cui sono vittime nell’attuale società, che vogliono lottare contro i padroni per il migliora­mento e per l’emancipazione e che, comprendendo l’impoten­za in cui si trova il lavoratore isolato, cercano nella solidarietà coi loro compagni di classe la forza di cui hanno bisogno. E vorrei che i nostri compagni accettassero e magari si facessero antesignani di questa tendenza, che rappresenta poi l’intimo desiderio di quel gran numero di lavoratori che si sentono fra­telli con tutti quelli che lavorano e soffrono con loro e non comprendono le ragioni di certe divisioni e spesso, a causa di quelle divisioni, si appartano sfiduciati e disgustati – non già, s’intende, perché gli anarchici indulgano ai metodi dei diri­genti della Confederazione generale, ma perché cerchino di far trionfare colla propaganda e coll’esempio i metodi che cre­dono migliori e soprattutto fraternizzino colle masse organizza­te nella Confederazione e facciano in modo, per quel che da loro dipende, che tutti i lavoratori siano uniti e solidali nella lotta Contro i padroni.

È certo che la divisione della parte eletta del proletariato tra diverse organizzazio-ni rivali ed ostili fa sciupare in lotte in­testine quelle forze che dovrebbero essere tutte impiegate nell’ educazione e nella lotta contro il nemico comune, come è cer­to che quella divisione fu una delle cause precipue per cui il proletariato fu sconfitto e sottoposto ad un rincrudimento di oppressione, proprio quando sembrava che fosse alla vigilia del­la vittoria. Quindi è urgente che tutti coloro che vogliono sin­ceramente e senza mire personali l’elevazione dei lavoratori e l’umana emancipazione, facciano il possibile per giungere alla desiderata unione. E naturalmente noi saremmo fieri se i com­pagni nostri, gli anarchici, si distinguessero per il loro zelo in quest’opera salutare.

Sennonché i partiti politici, i quali del resto sono stati spesso gli originatori ed i primi animatori del movimento sindacale, vollero servirsi delle associazioni operaie come campo di reclu­tamento e come strumenti pei loro fini speciali di rivoluzione o di conservazione sociale. Quindi le divisioni tra la classe ope­raia organizzata in vari raggruppamenti sotto l’ispirazione dei vari partiti. Quindi il proposito di coloro che vogliono l’unità proletaria di sottrarre i sindacati alla tutela dei partiti Politici.

Però in questo affermato proposito di sottrarsi all’influenza dei partiti politici, di “escludere la Politica dai sindacati” si na­sconde un equivoco ed una menzogna.

Se per politica s’intende ciò che riguarda l’organizzazione dei rapporti umani e più specialmente i rapporti liberi o coatti tra cittadini e l’esistenza o meno dì un “governo” che assommi in sé i pubblici poteri e si serva della forza sociale per imporre la propria volontà e difendere gl’interessi di sé stesso e della classe da cui emana, è evidente che essa politica entra in tutte le manifestazioni della vita sociale, e che un’organizzazio-ne o­peraia non può essere realmente indipendente dai partiti se non diventando essa stessa un partito.

Infatti, oggi stesso che tanto si parla di unità, vediamo che la Confederazione generale, mentre si dichiara autonoma da tutti i partiti politici, tende a diventare essa stessa “partito del lavoro”, cioè un partito politico con i suoi scopi ed i suoi me­todi particolari, che nel suo caso sarebbero metodi principal­mente parlamentari. Come del resto, a parte le questioni di parole, fu in realtà sempre un partito l’Unione Sindacale Italia­na, come partiti o appendici, “masse di manovra” di partiti so­no l’Unione Italiana del Lavoro e le organizzazioni bianche

È vano dunque sperare, e per me sarebbe male il desiderare, che la politica sia esclusa dai sindacati, poiché ogni questione economica di qualche importanza diventa automaticamente u­na questione politica ed è sul terreno politico, cioè colla lotta tra governati e governanti che si dovrà risolvere in definitiva la questione dell’emancipazione dei lavoratori e della libertà uma­na. Ed è naturale, è chiaro, che debba essere così.

Quindi necessariamente le organizzazioni operaie debbono proporsi una linea di condotta di fronte all’azione attuale o po­tenziale dei governi.

Ora, come fare a mantenere l’unità quando vi sono quelli che vogliono servirsi della forza dell’associazione per andare al governo, e quelli che credono che ogni governo è necessariamente oppressore e nefasto e quindi vogliono avviare quella stessa associazione alla lotta contro ogni istituzione autoritaria presente o futura? Come tenere insieme socialdemocratici, “comunisti” di Stato e anarchici?

Ecco il problema. Problema che si può eludere in certi mo­menti, in occasione di una lotta concreta che riunisce tutti, o almeno una grande massa, in un interesse ed un desiderio comuni, ma che risorge sempre e non è facile risolvere fino a che esistono condizioni di violenza e diversità di opinione sul mo­do di resistere alla violenza.

Ma allora, quale è la via di uscita di queste difficoltà, e qua­le è la condotta che in questa questione dovrebbero tenere gli anarchici?

Per me il rimedio sarebbe: intesa generale e solidarietà nel­le lotte puramente economiche; autonomia completa degli indìvidui e dei vari raggruppamenti nelle lotte politiche. Ma è possibile vedere a tempo dove la lotta economica di­venta lotta politica? E vi sono lotte economiche importanti che l’intervento del governo non renda politiche fin dall’inizio?

In ogni modo noi anarchici dovremmo portare la nostra at­tività in tutte le organizzazioni per predicarvi l’unione fra tut­ti i lavoratori, la tolleranza reciproca, l’autono-mia dei vari ag­gruppamenti, il decentramento la libertà d’iniziativa, nel qua­dro comune della solidarietà contro i padroni.

E non far gran caso se la mania di accentramento e dì au­toritarismo degli uni, e l’insofferenza degli altri ad ogni anche ragionevole disciplina mena a nuovi frazionamenti

Poiché, se l’organizzazione dei lavoratori è una necessità primordiale per le lotte di oggi e per le realizzazioni di doma­ni, non ha grande importanza l’esistenza e la durata di questa o di quella determinata organizzazione. L’essenziale è che si sviluppi nei singoli lo spirito d’organizzazione il senso della solidarietà, la convinzione della necessità dì cooperazione fra­terna per combattere l’oppressione e realizzare una società in cui tutti possano godere di una vita veramente umana.

 


 

4. Le idee ed i fatti

 

 

 

 

1. LA CRISI ATTUALE DELL’ANARCHISMO NEL MOVI­MENTO SOCIALE

 

 

 

a. Quel che vogliamo[34]

 

Sono ormai quarant’anni che le idee anarchiche han preso consistenza di ideale completo di demolizione e ricostruzione sociale; quarant’anni che gli anarchici predicano e lottano e soffrono; quarant’anni che i più devoti tra loro languono per le prigioni o lasciano la vita sui patiboli. Sono i risultati in proporzione del tempo decorso, degli sfor­zi e dei sacrifici fatti?

La nostra critica ha trionfato di tutti i sofismi con cui si pretende giustificare il sistema sociale attuale: il nostro pensie­ro ha agito sulla letteratura e sulla scienza; le nostre previsioni sull’evoluzione delle istituzioni e dei partiti si vanno verificando, a riprova della giustezza delle nostre idee: l’opera nostra, o il bisogno di opporsi all’opera nostra, ha spinto in avanti gli al­tri partiti, o ne ha limitato la regressione; il nostro numero è cresciuto. Ma è la nostra influenza sul movimento sociale proporziona­ta al valore delle nostre idee, alla somma di energie spese e di sacrifici fatti, o anche semplicemente alla nostra, per quanto scarsa forza numerica? Certamente no!

Nel corso degli anni molte occasioni si sono presentate in cui avremmo potuto affermarci efficacemente, ed esse ci han sempre trovati impreparati, disorganizzati, incerti, capaci solo di proteste senza portata o di sacrifici quasi inutili.

Recentemente il governo d’Italia impegnò il paese in una guerra infame, e non potemmo opporre nessuna valida resisten­za e dovemmo assistere impotenti allo spettacolo doloroso di un popolo che dimentica i suoi più vitali interessi e le sue più nobili tradizioni, che rinnega ogni sentimento di giustizia e di liberta e si fa strumento volenteroso in mano ai suoi oppressori per conquistar loro, fra la strage e le devastazioni, nuovi suddi­ti da sfruttare ed opprimere.

Ed oggi che la massa incomincia a rinsavire ed il momento sarebbe propizio per raccogliere le nostre forze, iniziare una larga e sistematica propaganda e prepararci per poter mettere a profitto gli eventi che maturano, oggi ancora noi restiamo im­potenti ed inerti, perché divisi ed indecisi sul da farsi; o, alme­no, gli sforzi che già fanno tanti compagni devoti sono ancora impari al bisogno ed alle possibilità, e perciò noi, con questo giornale, veniamo ad aggiungervi i nostri.

Occorre indagare le ragioni del nostro insuccesso, e portar­vi rimedio. Certamente, grandi sono le forze che dobbiamo combattere ed abbattere, immensi i pregiudizi che dobbiamo sradicare, le energie che dobbiamo scuotere; ed era naturale che le illusioni di rapidi, immediati successi che animavano i primi assertori dell’anarchismo si dileguassero al contatto delle dure realtà del­la vita.

Ma oltre i ritardi, le oscillazioni, gl’insuccessi causati dalle fatali lentezze dell’e-voluzione sociale, vi sono state, secondo noi, errori e deficienze nostre, che avrebbero potuto essere evi­tate se avessimo avuto una più chiara concezione della via da percorrere, una più coerente attività, una maggiore resistenza contro le mille cause dì deviazione . .

Noi siamo nel regime attuale, la minoranza ribelle: una mi­noranza che è convinta che il male dipenda dalle basi stesse della costituzione sociale e che vuole perciò la distruzione radi­cale di tutto il sistema.

Noi dobbiamo dunque suscitare ne] popolo la coscienza dei suoi diritti e della sua forza, dobbiamo svelare tutti gli errori, le menzogne, le ingiustizie che formano il fondamento della società presente, dobbiamo sforzarci di propagare, pur tra gli ostacoli e le difficoltà dell’ambiente, il nostro ideale di libertà, di giustizia, di solidarietà umana; dobbiamo favorire tutto ciò che può servire ed educare e migliorare gl’individui; ma non dobbiamo mai dimenticare che, in ultima analisi, la società presente si regge sulla forza brutale, sulla forza delle baionette e dei cannoni, e che è solo con la forza che si potrà risolvere la grande vertenza.

È vero che la società attuale sarebbe, se la borghesia fosse più intelligente e meno gretta, suscettibile di miglioramento. Molte sofferenze sono inutili e dannose agl’interessi dei domi­natori, e quindi possono essere alleviate anche in regime auto­ritario e capitalistico. E noi siamo lieti di ogni cambiamento che venga a lenire i dolori dei lavoratori, aumentando nello stesso tempo la forza di resistenza e di attacco. Ma, preoccupa­ti sopratutto dell’avvenire, volendo fare la rivoluzione e non farci distributori di palliativi, noi non sapremmo lottare per i piccoli miglioramenti se non in modo ed in limiti tali che essi non servano ad addormentare il popolo e a menomare la capa­cità rivoluzionaria nostra.

Questa necessità dell’insurrezione che deriva logicamente dal genere di rivoluzione che vogliamo fare e dalla natura dell’ideale cui aspiriamo, fu chiaramente intuita ed affermata nei primi tempi della propaganda e dell’azione anarchica. E con­formemente ad essa agirono i primi anarchici, quando l’idea nostra, pur nuova e povera di seguaci, riuscì ad imporsi all’at­tenzione del pubblico e fu la speranza degli oppressi, il terrore degli oppressori.

I successi naturalmente non sempre rispondevano alle spe­ranze che l’entusiasmo giovanile aveva fatto nascere nell’animo degli audaci, che, in pochi e senza mezzi, osavano continua­mente sfidare in tutti i modi i governi ed i padroni. Ma intanto l’idea si propagava, la tattica sì perfezionava, e tra l’alternarsi di subiti entusiasmi e transitori scoraggiamenti, si andava verso il giorno in cui il partito anarchico, conquistata a sé la parte più cosciente dei lavoratori, e profittando di una crisi politica ed economica come quelle che fatalmente si producono in una società in cui tutti gli interessi sono antagonistici, avrebbero po­tuto, anche col concorso occasionale di altri partiti propensi ad insorgere per i loro fini particolari, spingere le masse alla lotta, disfare le forze opprimenti dello Stato, metter mano sull’arca santa della proprietà individuale, e cominciare così la rivoluzio­ne sociale.

Ma a questo punto, sopravvenne una deviazione che fu fata­le a tutto il movimento. Una parte importante di rivoluzionari, quelli che volevano come gli anarchici la socializzazione della ricchezza, ma non accettavano il loro programma antistatale ed aspiravano alla conquista dei poteri governativi, comprendendo forse che una lotta condotta con metodi illegali sarebbe probabilmente riu­scita contraria alla costituzione di un nuovo regime autoritario, si avvisarono di entrare nelle vie della legalità ed adottare la lotta elettorale come mezzo precipuo di azione. E con essi si unirono molti, anche venuti dagli anarchici, che erano stanchi di una lotta che presentava molti pericoli e poche speranze di immediate soddisfazioni personali, e furono felici di masche­rare con pretesti speciali la loro stanchezza od il loro tradi­mento.

E tutti costoro, che costituirono il partito socialista demo­cratico, una volta entrati nella via elettorale e parlamentare, scesero rapidamente di transazione in transazione, e divennero ben tosto un elemento di conservazione, e furono e sono spesso la migliore difesa dell’ordine borghese contro gli scoppi sempre possibili della collera popolare.

D’altra parte molti anarchici, vedendo che le masse seguiva­no più volentieri quella che sembrava la via più facile e che me­glio rispettava la loro energia, perdettero fede nella possibilità dell’insurrezione e, o restarono sfiduciati ed inerti, o cercaro­no per altre vie la realizzazione dei loro ideali, che pur non possono realizzarsi, né in tutto né in parte, se prima non si è abbattuto il regime vigente. Mentre coloro che conservavano chiaro il concetto del fine da raggiungere, e dei metodi che es­so fine domanda ed impone, furono impotenti ad arrestare lo sfacelo. E così non solo non potemmo più determinare delle corren­ti d’opinione a noi favorevoli, ma quando si sono presentati dei fatti, di fronte ai quali ci conveniva prender partito, siamo re­stati disorientati, incerti, divisi.

Ma tutto questo è il passato, ed a noi ciò che importa è l’avvenire. Bisogna rimettersi all’opera con l’energia, l’entusiasmo, lo spirito di sacrificio che già furono doti caratteristiche degli a­narchici. Bisogna riaffermare i nostri ideali e la nostra tattica, e spar­gerne largamente la conoscenza fra le masse. Bisogna far sentire la nostra azione in tutte le manifestazio­ni della vita sociale. Bisogna coordinare tutte le nostre attività allo scopo che ci prefiggiamo: la rivoluzione per l’anarchia e pel comunismo.

 

 

b. Insurrezionalismo o evoluzionismo?[35]

 

È vecchio tema quello di rivoluzione e evoluzione, conti­nuamente discusso, e continuamente rinascente, a causa so­pratutto dell’equivoco prodotto dal vario significato che si può dare alle due parole. La parola evoluzione a volte si prende nel senso generico di cambiamento ed allora afferma un fatto ge­nerale della natura e della storia sul quale si può discutere dal punto di vista della scienza, ma che non è messo in dubbio da nessuno nel campo della sociologia; a volte si prende nel senso di cambiamento lento, graduale, regolato da leggi fisse nel tempo e nello spazio, che esclude ogni salto, ogni catastrofe, ogni possibilità di esser affrettato o ritardato e sopratutto di essere violentato e diretto dalla volontà umana in un senso o nell’altro, ed allora essa vuole contrapporsi alla parola ed all’idea di rivoluzione.

E la parola rivoluzione essa pure, secondo che meglio torna alla tesi che si vuol sostenere, ora si prende nel senso di cam­biamento radicale, profondo delle istituzioni sociali ed in quel senso tutti – meno forse i religiosi i quali credono che le cose sono quali sono per volontà di Dio e saran sempre così – tutti possono dirsi rivoluzionari solo che usino la prudenza di ri­mandare a tempi lontanissimi (a tempi maturi, come dicono) l’attuazione dei cambiamenti auspicati; ed ora si prende nel senso di cambiamento violento, fatto per forza contro le for­ze conservatrici ed allora implica lotta materiale, insurrezione armata, con il corteggio di barricate, bande armate, sequestro dei beni della classe contro cui si combatte; sabotaggio dei mezzi di comunicazione, ecc. E perciò si è discusso e si torna a discutere senza mai arrivare ad intendersi (o non intendersi) in modo chiaro e definitivo.

Noi, in presenza di certe idee che si sono manifestate nel campo nostro e che potrebbero essere il germe di una nuova de­viazione (da aggiungersi al parlamentarismo al cooperativismo all’educazionismo ecc.), e produrre un nuovo arresto del no­stro rinascente movimento crediamo bene mettere ancora una volta in discussione il vecchio argomento, e per essere più chiari, invece di contrapporre rivoluzione ed evoluzione, dire­mo insurrezione ed evoluzione e ciò non tanto nella speranza di metter tutti d’accordo, quanto col desiderio di evitare confusioni e distinguere bene tra coloro che la rivoluzione la vo­gliono fare oggi, domani, il più presto possibile insomma, e quindi vogliono lavorare a prepararla, e quelli che predicando che la rivoluzione la dovranno fare i nostri figli o i nostri nipo­ti, inducono la gente, sia pure involontariamente, a cercar di cavare il più che si può dalle circostanze attuali, a non pensare più ad una rivoluzione oramai rimandata alle generazioni futu­re e quindi a trovarsi sorpresi ed impreparati quando capitano le occasioni.

La questione è questa. Per produrre un cambiamento politico-sociale è egli neces­sario che il regime vigente sia esaurito e che nella coscienza di tutti, o almeno della maggioranza, si sia formato un desiderio ed un concetto chiaro della specie di cambiamento da produr­re? Ed è possibile che in un dato regime sociale, si formi una coscienza universale favorevole al cambiamento fondamentale di detto regime? O non è vero piuttosto che ogni regime, nato per imposizio­ne forzata sulle masse, ricalcitranti forse ma incapaci di azione collettiva e cosciente cari scopi predeterminati, tende a consolidarsi e farsi accettare, correggendo i suoi difetti, compensan­do nel miglior modo possibile i mali che produce e creando una mentalità pubblica adatta al suo mantenimento; e quindi è tanto più forte quanto più ha durato? Non è egli vero che le rivoluzioni, i progressi di tutte le specie, si fanno per opera di minoranze, spesso sparute, che alterando di fatto (colla forza quando si tratta di istituzioni che colla forza negano alle mi­noranze il diritto di agire) le condizioni ambientali, e utilizzando gli istinti oscuri, i bisogni incoscienti delle masse, le trasci­nano con loro e le incamminano sopra una via novella?

I marxisti, che tanta influenza hanno avuto, e tanta nefasta, sulle tendenze del socialismo contemporaneo han cullato i malcontenti ed. i ribelli coll’idea che il sistema capitalista portava in sè i germi di morte, e colla concentrazione della ricchezza il numero sempre più piccolo di persone e colla miseria crescente menava fatalmente alla trasformazione sociale

E gli educazionisti d’altro lato, han creduto e credono an­cora che a forza di propagar l’istruzione, di predicare il libero pensiero, la scienza positiva, ecc., di istituire università popola­ri e scuole moderne, si possa distruggere nelle masse il pregiudizio religioso, la soggezione morale al dominio statale, la cre­denza dei diritti sacrosanti delle proprietà, e rendere così in­sopportabile a tutti, e quindi incapace di reggersi, il regime di menzogna d’ingiustizia e di oppressione che si mira a distrug­gere.

E ora si aggiunge il sindacalismo dottrinario il quale preten­de che l’organizzazio-ne operaia il sindacato conduca per sua virtù propria automaticamente, alla distruzione del salariato e dello Stato.

Ora, sta avvenendo invece che il capitalismo si allarga e si rafforza; ed i marxisti, rinunciando in pratica se non in teoria ai dogmi della scuola, si danno a predicare e favorire riforme che, quando fossero possibili, non farebbero che consolidare il capitalismo stesso, mitigandone gli effetti omicidi, e sostituendo alla lotta di classe un accordo tra lavoratori e capitalisti che renderebbe più stabili e più sicure le condizioni degli uni e de­gli altri e tenderebbe ad evitare quei conflitti dai quali potreb­be nascere la rivoluzione. E dove il capitalismo individuale si mostra impotente a garantire la stabilità sociale, cioè la perpe­tuazione del privilegio, già sta per essere sostituito dal capita­lismo di Stato, in cui i privilegiati invece di capitalisti si chia­merebbero funzioni ed il popolo di lavoratori sarebbe ridotto a gregge, forse un po’ meglio pasciuto, forse un po’ meno esposto alle alee della disoccupazione e della vecchiaia ma più schiavo che in regime capitalista.

Da un altro lato il movimento operaio, a misura che si allar­ga e si normalizza tende a salvaguardando gl’interessi immediati come si può mediante gli accordi coi padroni, e, peggio ancora, tende a creare privilegi e quindi rivalità di categorie ed a prepa­rare un quarto stato, una nuova classe di privilegiati che lascerebbe sotto di sè la grande massa più oppressa e più incapace di riscossa che mai.

E gli educazionisti debbono pur vedere quanto sono impo­tenti i loro sforzi generosi, paralizzati dalla scarsezza dei mezzi, dalle persecuzioni, o quanto meno dall’opposi-zione sorda dei poteri pubblici, e sopratutto dall’influenza dell’ambiente; e debbono con gran dolore e grande disillusione osservare come l’oscurantismo, clericale e laico, tiene trionfalmente il campo contro il progredire e il propagarsi della scienza.

Non v’è dunque, secondo noi, da illudersi, finché durano le condizioni economiche e politiche attuali, di poter elevare sen­sibilmente la coscienza delle masse e trasformare l’ambiente in modo da renderlo atto alla realizzazione dei nostri ideali.

Ma il mondo non resta immobile per questo. Fortunatamente v’è in ogni tempo ed in ogni luogo delle minoranze che sfuggono, in un grado più o meno grande, all’in­fluenza dell’ambiente e sono capaci di rivolta morale, che poi si trasforma in rivolta di fatto e può trionfare quando le circo­stanze si prestano e le minoranze sparse sappiano intendersi e concorrere all’opera comune.

E se lo scopo fosse una semplice rivoluzione politica, un semplice cambiamento di governo, o anche un cambiamento più profondo ma fatto per opera di governo, l’insur-rezione trionfante di queste minoranze basterebbe ad attuarne il pro­gramma, come è bastato nelle rivoluzioni passate e contempo­ranee. Ma noi vogliamo una rivoluzione profonda, che trasfor­mi tutte le condizioni della vita, che metta tutto il popolo, cioè tutti gl’individui che formano il popolo, in grado di con­correre direttamente alla costituzione delle nuove forme di convivenza sociale, e perciò dall’insurrezione noi non ci aspet­tiamo, non possiamo aspettarci, l’attuazione immediata e gene­rale delle nostre idee, ma solo la creazione di circostanze più favorevoli alla nostra propaganda ed alla nostra azione, il prin­cipio insomma della nostra Rivoluzione. E questo noi potremo conseguire, poiché, quando il governo attuale sarà abbattuto da una insurrezione, quando non avremo più contro tutte le forze dello Stato, che si sommano nella forza materiale dell’esercito e della polizia, anche se gli altri partiti che avranno concorso all’insurrezione mirano, come certamente mireranno, alla costituzione di nuovi governi, di nuovi organismi autoritari ed oppressivi noi non prometteremo al popolo di fare il suo be­ne, ma lo spingeremo a farselo da sè stesso, a prendere possesso della ricchezza, a esercitare di fatto la libertà conquistata, in modo che esso popolo senta immediatamente i vantaggi della rivoluzione e sia interessato al suo trionfo e stia, almeno in parte, con noi per opporsi al nuovo giogo sotto cui lo si vor­rebbe mettere.

Praticamente: dovunque in Italia si è fatto della propaganda con una certa attività ed una certa costanza si è riusciti a cavar fuori dei nuclei anarchici più o meno numerosi. Sperare che questi nuclei abbiano ad ingrossare indefinitamente fino a comprendere tutta quanta la popolazione di ciascuna località, o la più gran parte di essa, sarebbe andare incontro ad una si­cura disillusione. Ogni località contiene, in date circostanze, un numero limitato d’individui più o meno suscettibili di com­prendere e far sue le nostre aspirazioni quindi più grande è la propaganda che si è fatta in un posto e più difficili sono i progressi ulteriori.

Ma noi siamo lungi di aver raccolti, anche nelle località più lavorate, tutti gli elementi disponibili e di averli coltivati quan­do è possibile – e quel che è più, vi è in Italia un numero infini­to di località, vi sono intere regioni, in cui la propaganda anar­chica non è mai penetrata. Perciò la rivoluzione, ma una rivo­luzione in cui sia ben marcata l’impronta anarchica, può appa­rire oggi difficile o impossibile. Ma se noi lavoreremo con atti­vità e costanza, se intensificheremo la nostra propaganda nei luoghi dove già esistiamo se faremo tutto il possibile per pe­netrare, di vicino a vicino, nei paesi dove siamo ancora ignora­ti, noi potremo presto coprire gran parte d’Italia di una rete di gruppi anarchici capaci d’intesa e d’azione concentrata. E allo­ra, se avremo la volontà ferma di fare la rivoluzione di farla noi, di farla oggi, allora le occasioni non mancheranno… e se mancheranno le creeremo.

 


 

2. LA SETTIMANA ROSSA

 

 

 

 

a. Manifesto degli anarchici al popolo[36]

 

Non sappiamo ancora se vinceremo, ma è certo che la rivo­luzione è scoppiata e va propagandosi. La Romagna è in fiamme, in tutta la regione da Terni ad Ancona il popolo è padrone della situazione. A Roma il gover­no è costretto a tenersi sulle difese contro gli assalti popolari; il Quirinale è sfuggito, per ora, all’invasione della massa insorta, ma è sempre minacciato. A Parma, a Milano, a Torino, a Firenze, a Napoli agitazione e conflitti. E da tutte le parti giungono notizie, incerte, contradditto­rie, ma che dimostrano tutte che il movimento è generale e che il governo non può porvi riparo. E dappertutto si vedono agire in bella concordia repubbli­cani, socialisti, sindacalisti ed anarchici. La monarchia è condannata. Cadrà oggi, o cadrà domani ma cadrà sicuramente e presto. È il momento di mettere in opera tutta la nostra energia, tutta la nostra attività. Qualunque debolezza, qualunque esitazione sarebbe oggi non solo vigliaccheria, ma una sciocchezza. All’opera tutti, con tutte le forze disponibili.

 

La necessità del momento.

Poiché lo sciopero di protesta si è sviluppato in rivoluzione bisogna provveder alle necessità della rivoluzione. E prima di tutto (dopo l’attacco e la difesa contro le forze governative) bisogna provvedere all’alimentazione della citta­dinanza. Bisogna che nessuno manchi di pane che nessun bambino manchi di latte, che gli ospedali siano forniti di tutto l’occorrente. Perciò le Camere del lavoro, le organizzioni operaie ed i comitati di volontari prendano le misure necessarie perché il servizio di approvvigionamento e di distribuzione proceda re­golarmente sufficientemente.

Noi non intendiamo ora, abolire la proprietà individuale. ma pretendiamo che i proprietari, i negozianti, i venditori di tutte le specie non abusino della circostanza per strozzare la popolazione e pretendiamo che si provveda per conto del mu­nicipio, per conto della collettività a coloro che sono sprovveduti di ogni mezzo per comprare il necessario. Il dazio è abolito, per volontà della popolazione, bisogna che quest’abolizione vada a vantaggio di tutti, e non già a pro­fitto dei negozianti. La roba deve essere venduta al prezzo di prima, meno importo del dazio. Provvedano a questo i Cittadini stessi per mezzo della Came­ra del Lavoro, delle varie associazioni e dei comitati rionali di volontari.

Ora non è più il caso di preoccuparsi se un barbiere, per e­sempio, ha servito o no un cliente, o se un trattore ha aperto o no la sua bottega. Ora non è più sciopero, è rivoluzione; e bi­sogna provvedere alle due prime necessità della rivoluzione: la difesa armata e l’alimentazione del popolo Ciascuno faccia quello che può, non si sciupi la roba, né il pane, né le munizioni. E si badi di non abusare di bevande alcoliche; perché è tempo di tenere la testa a posto.

 

Il tradimento.

Si è fatto correr la voce che la Confederazione Generale del Lavoro ha ordinato la cessazione dello sciopero. La notizia manca di ogni prova, ed è probabile sia stata in­ventata e propagata dal governo collo scopo di gettare il dub­bio in mezzo ai lavoratori ed arrestarne lo slancio magnifico. Ma fosse anche vera, essa non servirebbe che a marchiare d’infamia coloro che avrebbero tentato il tradimento. La Confederazione Generale del Lavoro non sarebbe ubbidita. Già si annunzia che le Camere del Lavoro di Milano e di Bologna si sono rivoltate agli ordini. La Camera del Lavoro di Ancona è autonoma. L’Unione Sindacale Italiana certamente non mancherà il suo dovere. I ferrovieri hanno quasi completamente arrestato il ser­vizio, e le linee sono state manomesse in modo che non è pos­sibile al governo di ripararle nel breve tempo che gli resta di vita. E poi, ancora una volta, ora non si tratta più di sciopero, ma di RIVOLUZIONE.

Il movimento incomincia adesso, e ci vengono a dire di ces­sarlo! Abbasso gli addormentatori! Abbasso i traditori! Evviva la rivoluzione!

 

 

b. E ora?[37]

 

Ora… continueremo. Continueremo più che mai pieni d’entusiasmo fatto di volontà, di speranza, di fede. Continuere­mo a preparare la rivoluzione liberatrice, che dovrà assicurare a tutti la giustizia, la libertà, il benessere. Se il governo e la bor­ghesia s’immaginano di aver vinto la rivoluzione e d’averla do­mata, s’accorgeranno un giorno quanto mai è grande il loro er­rore. Questa volta non han vinto che uno scoppio spontaneo d’indignazione popolare: non hanno avuto che un piccolo sag­gio della collera che van seminando nell’a-nimo dei lavoratori. Sentiranno un’altra volta il basta formidabile del proletariato, che porterà fine al regime.

Le nostre intenzioni erano modeste. Appena all’inizio della nostra preparazione, quando non ancora erano sparite le ulti­me tracce dell’ubriacatura libica e il risveglio del popolo ita­liano era, nella più gran parte del paese, solo da poco incomin­ciato, noi non pensavamo certamente di poter fare la rivoluzio­ne con i comizi ed i cortei del giorno dello Statuto. Noi intentavamo soltanto di far sentire al governo la necessità di far libe­rare le vittime militari (Masetti, Moroni, Fioravanti e gli altri) e di abolire le compagnie di disciplina. La stupida proibizione dei comizi ed il feroce eccidio di Villa Rossa spinsero le cose ben oltre le nostre intenzioni e le nostre speranze. Senza inte­sa, senza preparazione, tutta Italia insorse indignata, ed in mol­te parti lo sciopero generale di protesta assunse subito aspetto di rivolta aperta contro le istituzioni dello Stato. Ed il movi­mento si andava allargando ed intensificando e nessuno può dire dove sarebbe finito, se in sul bel principio non fosse ve­nuto a fermarlo quell’ordine della Confederazione Generale del Lavoro, che se fu un segnalato servizio reso al governo, fu per­ciò stesso il più nero tradimento perpetrato contro il proleta­riato italiano. Chi vorrà potrà dire ormai che la rivoluzione è impossibile e che l’insurrezione popolare è roba da quarantot­to? Estendete ad una gran parte d’Italia – e la cosa si va facen­do quasi diremo da sé – lo stato d’animo dei lavoratori di Ro­magna e delle Marche, e l’insurrezione scoppia e trionfa spon­taneamente per un’occasione qualsiasi.

La lezione di questi giorni agitati non deve andar perduta. Noi abbiamo visto che le masse sono sensibili e disposte alla lotta. Abbiamo visto che le differenze di scuole, di tendenze, di partito non impediscono un’azione comune per uno scopo comune, e che lo sciopero generale è ottimo mezzo per inco­minciare un movimento rivoluzionario, ma che non può con­tinuare come sciopero senza stancare la popolazione e ridurla alla fame; e che perciò l’astensione dal lavoro deve ben presto cambiarsi in lavoro fatto a favore della collettività, ed in orga­nizzazione della raccolta e distribuzione dei generi di consumo a beneficio di tutti. Abbiamo visto che gli avvenimenti impre­veduti danno quel che possono dare, ma che per riuscire biso­gna prepararsi metodicamente secondo piani preordinati. Ed abbiamo visto ancora che le occasioni possono capitare quando uno meno se lo aspetta, e che perciò bisogna star pronti sem­pre. Tutto quanto non sarà stato visto inutilmente.

E che cosa farà il governo? V’è che parla di biechi propositi di repressione, e non mancano giornali che spingono il governo su quella via, e designano specialmente noi ai suoi colpi. Non crediamo che il governo vorrà aumentare il discredito delle isti­tuzioni violando le leggi fatte per sorreggerle. Poiché è bene si sappia, noi, pur essendo nemici delle leggi, per misura di pru­denza e finche siamo i più deboli cerchiamo di non esporci alle loro sanzioni. Noi vogliamo fare la rivoluzione e la prepariamo; ma la prepariamo alla luce del sole, colla propaganda scritta e orale, suscitando nelle masse la coscienza dei loro diritti e delle loro forze ed ispirando loro l’ideale di una civiltà superiore, e cercando di mettere pace e concordia fra i proletari ed affratel­larli nella lotta contro il nemico comune, E tutto questo, per quanto profondamente sovversivo nel fine, è anche perfetta­mente legale. In ogni modo noi stiamo a vedere quel che fa­ranno e ci regoleremo in conseguenza. Il governo si trova in una tragica posizione. O ci lascia tranquilli e noi continueremo tranquillamente l’opera nostra, o si abbandona a persecuzioni, e farà più propaganda in nostro favore di quella che potremo mai fare noi stessi. Il regime è condannato, e non si salva più, né con le blandizie né con i rigori. Solamente la rivoluzione sarà tanto meno violenta, il trapasso alla nuova società tanto meno doloroso, quanto meno violenta sarà la resistenza.

 

 

c. Movimenti stroncati[38]

 

Settimana Rossa – Corre in certi ambienti la leggenda ch’io sia stato l’organizzatore della “Settimana Rossa” del 1914. Grande onore per me, ma purtroppo non meritato! La “Settimana Rossa” non fu un movimento preparato e voluto, ma avvenne impensatamente per la reazione spontanea di un popolo fiero ad una provocazione insensata e sanguinosa della forza pubblica.

Le cose andarono così. Da parecchio tempo i partiti sovversivi e specialmente gli anarchici ed i sindacalisti si agitavano per ottenere la liberazio­ne di Masetti e l’abolizione delle Compagnie di disciplina. Con­ferenze e comizi si moltiplicavano; ma gli effetti erano scarsi ed il governo non dava segni di cedere. Si cercava qualche altro modo di manifestazione più clamoroso, che potesse scuotere l’opinione pubblica ed impressionare le autorità. In un comizio in Ancona un militare (che non nomino perché non so se ora ne avrebbe piacere) lanciò una proposta che fu accolta con en­tusiasmo. Siccome si avvicinava la prima domenica di giugno, in cui il mondo ufficiale commemora “la concessione” dello Statuto Albertino con riviste militari, ricevimenti reali e prefet­tizi, noi, diceva il proponente, dovremmo impedire o almeno disturbare la festa; convochiamo per il giorno dello Statuto co­mizi e cortei in tutte le città d’Italia ed il governo sarà costretto a tenere le truppe consegnate in quartiere o occupate in servi­zio di pubblica sicurezza e le riviste non potranno farsi.

L’idea, fatta sua dal periodico Volontà che stampavamo allora in Ancona, fu sostenuta e propagata con calore, e quando giunse la prima domenica di giugno, attuata in molte città. Le riviste non si fecero: la manifestazione era riuscita, e noi non avremmo per allora spinte le cose più oltre, anche perché andava maturando in Italia un movimento generale e non ave­vamo interesse a spendere le nostre forze in tentativi isolati. Ma la stupidaggine e la brutalità della polizia disposero altri­menti.

In Ancona la mattina le truppe erano restate consegnate e non v’era stato nulla di grave. Nel pomeriggio vi fu un comizio nel locale dei repubblicani a Villa Rossa, e dopo che ebbero parlato oratori dei vari partiti e spiegato le ragioni della mani­festazione, la folla incominciò ad uscire. Ma alla porta c’era la polizia che intimava di sciogliersi e ritirarsi, mentre poi cordoni di carabinieri chiudevano tutte le strade per le quali si poteva andar via ed impedivano il passaggio. Ne nacque un conflitto; i carabinieri fecero fuoco ed ammazzarono tre giovani.

Immediatamente i tram cessarono di circolare, tutti i negozi si chiusero e lo sciopero generale si trovò attuato senza che ci fosse bisogno di deliberano e proclamarlo. L’ indomani ed i giorni susseguenti Ancona si trovò in stato d’insurrezione po­tenziale. Dei negozi d’armi furono saccheggiati, delle partite di grano furono requisite, una specie d’or-ganizzazione per prov­vedere ai bisogni alimentari della popolazione si andava abboz­zando. La città era piena di truppa, navi da guerra si trovavano nel porto, ma l’autorità pur facendo circolare grosse pattuglie, non osava reprimere, evidentemente perché non si sentiva si­cura dell’obbedienza dei soldati e dei marinai. Infatti soldati e marinai fraternizzavano col popolo; le donne, le impareggiabili donne anconetane, carezzavano i soldati, distribuivano loro vi­no e sigarette, li inducevano a mischiarsi colla folla; qua e là degli ufficiali erano sputacchiati e schiaffeggiati in presenza delle loro truppe e i soldati lasciavano fare e spesso incoraggia­vano con cenni e con parole. Lo sciopero prendeva ogni giorno più il carattere di insurrezione, e già dei proclami dicevano chiaramente che non si trattava più di sciopero e che bisognava riorganizzare sopra nuove basi la vita cittadina.

Intanto il movimento si era propagato con rapidità fulminea nelle Marche e nelle Romagne e già si estendeva in Toscana ed in Lombardia. Lo stato d’animo dei lavoratori era propizio ad un cambiamento di regime. L’accordo tra i partiti rivoluzionari s’era fatto da sè, e, malgrado che i Pirolini e i Chiesa e i Pacet­ti correvano in automobile per deprecare il movimento, i lavo­ratori repubblicani lottavano in bell’armonia cogli anarchici e con la parte rivoluzionaria dei socialisti.

Si stava per passare agli atti risolutivi. Lo sciopero a tenden­za insurrezionale si estendeva. I ferrovieri si apprestavano a prendere in mano la direzione del servizio per impedire le di­slocazioni di truppe e non far viaggiare che i treni utili per il movimento insurrezionale. La rivoluzione stava per farsi, per impulso spontaneo delle popolazioni, e con grandi probabilità di successo.

Certamente noi si sarebbe in quel momento attuata l’anar­chia e nemmeno il socialismo, ma si sarebbero levato di mezzo molti ostacoli e si sarebbe aperto il periodo di libera propagan­da, di libera e sperimentazione, e sia pure di lotte civili, in capo al quale noi vediamo rifulgere il trionfo del nostro ideale. Ma tutto ad un tratto, quando maggiori erano le speranze, la direzione della Confederazione generale del lavoro con tele­gramma circolare dichiara finito il movimento ed ordina la ces­sazione dello sciopero. E così le masse che agivano nella fidu­cia di prender parte ad un movimento generale, furono diso­rientate; ciascuna località vide naturalmente che era impossi­bile resistere da sola, e il movimento cessò.

 


 

3. LA GRANDE SPERANZA

 

 

 

a. L’alleanza rivoluzionaria[39]

 

Il nostro A. F. lamentava in un numero recente i dissidi sor­ti a Milano fra anarchici e socialisti e faceva, magari forzando un po’ troppo la nota, un caldo appello alla concordia di fron­te al nemico comune. Poi, noi richiamavamo l’attenzione dei repubblicani sopra una sconcia nota poliziesca apparsa nel giornale L’iniziativa, e ancora una volta mostravamo desiderio di concordia e di coo­perazione con i repubblicani che la repubblica la vogliono fare sul serio e la intendono come un regime di giustizia e di libertà.

Tutto questo ha dato sui nervi del nostro buono e feroce n. g., il quale ci piglia bellamente in giro per i nostri “amorosi sensi” e ci domanda: “A che cosa deve condurre l’”abbracciamoci” coi socialisti e coi repubblicani? Alla rivoluzione? Per la dittatura di Lazzari o per la repubblica di Pirolini?”.

Spieghiamoci chiaro. Umanità Nova è l’organo di tutti gli anarchici e quindi nel­le sue colonne hanno diritto di città tutte le manifestazioni del pensiero anarchico, anche di quelli che considerano l’anarchia come un bel sogno, forse irrealizzabile, o realizzabile solo quando la presente corrotta umanità avrà dato luogo, non si sa per quale processo di generazione spontanea, alla nuova umanità, dotata in tutti ed in ciascuno dei suoi membri delle più mi­rifiche virtù. Ma i redattori ordinari di Umanità Nova, e fra essi colui che funge ora da direttore, sono dei rivoluzionari, vale a dire credo­no che ogni albero non può dare che i frutti che comporta la sua natura, che la società capitalistica e statale tende inevita­bilmente a ridurre le masse proletarie alla miseria economica ed all’abbiezione morale, e che per poter creare un ambiente sociale nel quale sia possibile il libero sviluppo dell’individuo e l’inizio di una nuova civiltà, di una nuova e migliore umanità, è necessario prima di tutto abbattere colla forza l’ordine di co­se vigenti, profittando delle crisi a cui è soggetto il regime ca­pitalistico e della volontà fattiva delle minoranze coscienti e ribelli.

È quindi naturale che noi consideriamo le questioni prin­cipalmente dal punto di vista dell’interesse rivoluzionario, la­sciando ai nostri collaboratori – anarchici più veri e maggiori – il compito di vigilare alla purezza della dottrina.

Del resto, queste discussioni sull’utilità e sulla necessità del­la rivoluzione sono oramai oziose. La rivoluzione c’è e cammina verso la sua crisi risolutiva. Che non lo veggano i governi e le classi privilegiate (ma è poi vero che non lo vedono?) si spiega facilmente con la tradizionale cecità dei governanti alla vigilia della loro caduta. Che ci siano degli anarchici – e fra i più nutriti di studi storici e sociologici che non lo veggono neppure loro, può spiegarsi con altre ragioni che non importa ora ricercare; in ogni modo, questo non altera il fatto: la rivoluzione s’agita e freme e sta per scoppiare.

Se non scoppiasse, vorrebbe dire che le forze contrastanti nel seno stesso del movimento si sarebbero neutralizzate ed a­vrebbero dato modo alla reazione di ricacciarci indietro e di vi­vere ancora fino alla prossima crisi. Può esservi tra gli avversari del regime borghese chi non comprende come oggi l’interesse supremo è quello di salvare la rivoluzione?

Ma la rivoluzione perché? Per la dittatura di Lazzari, per la repubblica di Pirolini? Lasciamo andare. Pirolini si ricorderà che per fare la repub­blica bisogna cacciare il re solamente quando il re se ne sarà già andato; e il buon Lazzari è troppo vecchio per farci paura. Vi sono pericoli maggiori che n. g. forse conosce e disdegna enumerare; ma vogliamo noi, per paura che la rivoluzione non riesca quale noi la vorremmo, sottometterci indefinitamente al­la dittatura borghese? Certamente la prossima rivoluzione, la rivoluzione imminente, non sarà anarchica se non in proporzio­ne del nostro numero, del nostro valore, della nostra prepara­zione. E noi, perché essa sia più anarchica possibile, dobbiamo moltiplicare i nostri sforzi, intensificare la nostra propaganda, consolidare le nostre organizzazioni penetrare maggiormente in mezzo alle masse e cercare di spingerle il più possibile nella nostra direzione

Ma con tutto questo, è certo che noi non istituiremo da un giorno all’altro l’anarchia su tutto il globo terracqueo. L’anarchia non si fa per forza: volerlo, sarebbe la più balor­da delle contraddizioni. L’anarchia trionferà in tutta la sua pienezza quando tutti saranno anarchici. E siccome nelle condizioni attuali è impossibile che tutti diventino anarchici è condizione previa del trionfo dell’anarchia la rivoluzione che rompe violentemente lo stato di cose attuale e rende possibile l’avvento delle masse a condizioni tali che le rendano capaci di comprendere ed attuare l’anarchia.

Quello che si può e si deve fare per forza è l’espropriazione dei capitalisti e la messa a disposizione di tutti dei mezzi di produzione e di tutta la ricchezza sociale; e, naturalmente l’abbattimento del potere politico che sta a difesa della pro­prietà. Quello che potremo e dovremo difendere, anche con la forza, e il nostro diritto alla libertà completa di organizzazione autonoma ed alla sperimentazione dei metodi nostri. Il resto verrà col progressivo estendersi delle nostre idee in mezzo alle masse.

Tutto questo non possiamo farlo da noi soli, perché non sia­mo forti abbastanza – e non sarebbe nemmeno desiderabile che lo facessimo da soli, perché allora verremmo fatalmen­te a trovarci nella posizione di governanti e mancheremmo ai nostri scopi specifici. Di più, siccome la vita economica non ammette interruzioni e bisogna mangiare tutti i giorni, dove e quando noi fossimo incapaci di provvedere con le forze nostre all’approvvigionamento ed agli altri più urgenti bisogni, do­vremmo essere felici che altri lo facesse per noi, riserbando a noi stessi la funzione di critica, di controllo e di propulsione. La rivoluzione, per essere veramente emancipatrice non de­ve essere l’ope-ra particolare di una scuola o di un partito, ma deve essere opera della massa, di quanto più massa è possibile.

Comprende ora n. g. perché noi facciamo appello a tutti i lavoratori al disopra di ogni distinzione di partito? Comprende perché i borghesi, che la rivoluzione temono, si sforzano per dipingerci nemici dei socialisti. Comprende perché quei capi socialisti e repubblicani che non vogliono né il socialismo né la repubblica cercano di boicottarci?

Noi siamo convinti che tutti i lavoratori ribelli, malgrado le differenze di denominazioni e di diversi quadri in cui militano, hanno in fondo gli stessi sentimenti, lo stesso desiderio ardente di emancipazione umana. E noi ci sentiamo fratelli con tutti e vogliamo lottare il più possibile d’accordo con tutti.

Se attacchiamo spesso e volentieri certi dirigenti socialisti è perché li vediamo sempre lavorare contro la rivoluzione, ed i più interessati a mandarli via quali traditori del socialismo so­no proprio i socialisti veri e sinceri.

Se attacchiamo certi capi repubblicani è perché sappiamo che la repubblica non la vogliono fare, perché li abbiamo visti mandare al macello i loro ingenui seguaci mentre essi restavano a casa per trescare nella Reggia e nei ministeri, per far quat­trini e per fare la spia; e di quei capi, che han macchiato e tra­dito la loro bandiera, i repubblicani sinceri sono i più interes­sati a sbarazzarsi.

Ci riflettano i lavoratori socialisti e repubblicani e vedranno da che parte stanno i loro amici e i loro nemici.

 

 

b. Le due vie: riforme e rivoluzione[40]

 

Tutta la cosiddetta legislazione sociale, tutte le misure statali intese a “proteggere” il lavoro ed assicurare ai lavoratori un minimo di benessere e di sicurezza e così pure tutti i mezzi a­doperati da capitalisti intelligenti per legare l’operaio alla fab­brica con premi, pensioni ed altri benefizi, quando non sono una menzogna ed una trappola, sono un passo verso questo stato servile che minaccia l’emancipazione dei lavoratori ed il progresso dell’umanità.

Salario minimo stabilito per legge; limitazione legale della giornata di lavoro; arbitrato obbligatorio; contratto collettivo di lavoro avente valore giuridico; personalità giuridica delle associazioni operaie; misure igieniche nelle fabbriche prescrit­te dal governo; assicurazioni statali per le malattie, la disoccu­pazione, le disgrazie sul lavoro; pensioni per la vecchiaia; compartecipazione agli utili, ecc. ecc., sono tutte misure per far sì che i proletari restino sempre proletari ed i proprietari sempre proprietari: tutte misure che danno ai lavoratori (quando lo danno) un po’ di benessere e dì sicurezza, ma li privano di quel po’ di libertà che hanno, e tendono a perpetua­re la divisione degli uomini in padroni e servi.

Certamente è bene, aspettando la rivoluzione – e serve anche a renderla più facile – che i lavoratori cerchino di guadagnare di più e di lavorare meno ore ed in migliori condizioni; è bene che i disoccupati non muoiano di fame; che i malati ed i vecchi non siano abbandonati. Ma questo, ed altro, i lavoratori posso­no e debbono ottenerlo da loro stessi, con la lotta diretta con­tro i padroni, mediante le loro organizzazioni coll’azione indi­viduale e collettiva, cviluppando in ciascun individuo il senti­mento di dignità personale e la coscienza dei suoi diritti. I doni dello Stato, i doni dei padroni sono frutti avvelenati che portano con loro i semi della servitù. Bisogna respingerli.

Riconosciuto che tutte le riforme, le quali lascian sussistere la divisione degli uomini in proprietari e proletari e quindi il diritto in alcuni di vivere sul lavoro degli altri, non potrebbero, se ottenute ed accettare come benefiche concessioni dello Sta­to e dei padroni che attenuare la ribellione degli oppressi con­tro gli oppressori e condurre alla costituzione di uno stato ci­vile in cui l’umanità sarebbe definitivamente divisa in classi do­minanti e classi soggette, non resta altra soluzione che la rivo­luzione: una rivoluzione radicale che abbatta tutto l’organismo statale, che espropri i detentori della ricchezza sociale e metta tutti quanti gli uomini sullo stesso piede d’uguaglianza eco­nomica e politica.

Questa rivoluzione deve essere necessariamente violenta, quantunque la violenza sia per sé stessa un male. Deve essere violenta perché sarebbe una follia sperare che i privilegiati ri­conoscessero il danno e l’ingiustizia dei loro privilegi e si deci­dessero a rinunziarvi volontariamente. Deve essere violenta perché la transitoria violenza rivoluzionaria è il solo mezzo per metter fine alla maggiore e perpetua violenza che tiene schia­va la grande massa degli uomini.

Vengano pure le riforme se possono venire. Esse possono essere di beneficio momentaneo e servire a stimolare nelle masse sempre maggiori desideri e maggiori pretese, se i prole­tari serbano vivo il sentimento che i padroni ed i governanti sono i nemici, che tutto ciò che cedono è strappato loro dalla forza o dalla paura della forza e sarebbe presto ritirato se la paura cessasse. Ché se invece le riforme fossero raggiunte per accordi e collaborazione tra dominati e dominatori, non servirebbe che a ribadire le catene che legano i lavoratori al carro dei parassiti.

Del resto oggi il pericolo che le riforme addormentino le masse e riescano a consolidare e perpetuare l’organizzazione borghese pare superato. Non vi sarebbe che il tradimento co­sciente di coloro, che colla predicazione socialista sono riusci­ti ad acquistare la fiducia dei lavoratori, che potrebbe dar loro valore. La cecità della classe dirigente e l’evoluzione naturale del si­stema capitalista accelerata dalla guerra han fatto si che qual­siasi riforma accettabile dai proprietari è impotente a risolvere la crisi che travaglia il paese. Dunque la rivoluzione s’impone, la rivoluzione viene.

Ma come si deve fare, come si deve svolgere questa rivolu­zione? Naturalmente bisogna principiare con l’atto insurrezionale che spazzi via l’ostacolo materiale, le forze armate del governo, che si oppone a qualunque trasformazione sociale. Per l’insurrezio-ne è necessario prepararvisi il meglio che si può, moralmente e materialmente; ed è necessario sopratut­to di profittare di tutti i moti spontanei di popolo e cercare di generalizzarli e trasformarli in movimenti risolutivi, per evitare il pericolo che, mentre, i partiti si preparano, la forza popolare si esaurisca in fatti isolati.

Ma dopo l’insurrezione vittoriosa, dopo che il governo è ca­duto, che cosa bisogna fare? Noi, gli anarchici, vorremmo che in ciascuna località i lavora­tori, o più propriamente quella parte dei lavoratori che ha maggiore coscienza e maggiore spirito d’iniziativa, pigliasse possesso di tutti gli strumenti di lavoro, di tutta la ricchezza, terra, materie prime, case, macchine, generi alimentari, ecc., ed abbozzasse il meglio possibile la nuova forma di vita sociale. Vorremmo che i lavoratori della terra che oggi lavorano per dei padroni non riconoscessero più alcun diritto ai proprietari e continuassero ed intensificassero il lavoro per conto loro, entrando in rapporti diretti cogli operai delle industrie e dei trasporti per lo scambio dei prodotti; che gli operai delle in­dustrie, ingegneri e tecnici compresi, pigliassero possesso delle fabbriche e continuassero ed intensificassero il lavoro per con­to proprio e della collettività, trasformando subito tutte quelle fabbriche che oggi producono cose inutili o dannose in produt­trici delle cose che più urgono per soddisfare i bisogni del pub­blico; che i ferrovieri continuassero ad esercitare le ferrovie ma per il servizio della collettività; che comitati di volontari o di eletti dalla popolazione pigliassero possesso, sotto il controllo diretto della massa, di tutte le abitazioni disponibili per allog­giare il meglio che per il momento si potesse, tutti i più biso­gnosi; che altri comitati, sempre sotto il controllo diretto delle masse, provvedessero all’approvvigionamento  ed alla distri­buzione dei generi di consumo; che tutti gli attuali borghesi siano messi nella necessità di confondersi nella folla di coloro che furono proletari e lavorare come gli altri per godere gli stessi benefici degli altri. E tutto questo, subito, nel giorno stesso o nell’in-domani immediato dell’insurrezione vittoriosa, senza aspettare ordini di comitati centrali o di altre qualsiasi autorità

Questo è quel che vogliono gli anarchici, ed è poi quello che naturalmente avverrebbe se la rivoluzione deve essere davvero una rivoluzione sociale e non ridursi ad un semplice cambia­mento politico, che dopo qualche convulsione riporterebbe le cose allo stato di prima. Poiché, o si leva subito alla borghesia il potere economico o questa ripiglierebbe in breve anche il potere politico che l’in­surrezione le avrebbe strappato. E per poter levare alla borghe­sia il potere economico, bisogna organizzare immediatamente un nuovo assetto economico basato sulla giustizia e sull’egua­glianza. I bisogni economici, almeno i più essenziali, non am­mettono interruzioni e bisogna soddisfarli subito. I “comitati centrali” o non fanno nulla o fanno quando non c’è più biso­gno dell’opera loro.

 

 

c. La fretta rivoluzionaria[41]

 

È completamente erroneo che per abbattere il capitalismo bisogna aspettare che i milioni di cattolici siano diventati liberi pensatori, e che gli operai siano tutti (o in maggioranza) orga­nizzati per la lotta di classe.

Non equivochiamo. È una verità assiomatica, lapalissiana, che la rivoluzione non si può fare se non quando vi sono forze sufficienti per farla. Ma è una verità storica che le forze che de­terminano l’evoluzione e le rivoluzioni sociali non si calcolano coi bollettini del censimento.

I cattolici resteranno numerosi come sono, e magari au­menteranno, fino a quando vi sarà una classe, potente di ric­chezza e di scienza interessata a tenere la massa nella schiavitù intellettuale per potere meglio dominarla. Gli operai non saranno mai tutti organizzati e le loro organizzazioni saranno sempre soggette a disfarsi o a degenerare fino a quando la mi­seria, la disoccupazione, la paura di perdere il posto, il deside­rio di migliorare di condizioni alimenteranno la rivalità tra operai e daranno modo ai padroni di profittare di tutte le cir­costanze, di tutte le crisi per mettere gli operai in concorrenza gli uni contro gli altri. E gli elettori resteranno sempre montoni per definizione anche se qualche volta accade loro di tirar delle cornate.

È cosa provata che date certe condizioni economiche, dato un certo ambiente sociale, le condizioni intellettuali e morali della massa restano sostanzialmente le stesse e, fino a quando un fatto esterno, un fatto idealmente o materialmente violento non viene a modificare quell’ambiente, la propaganda, l’educa­zione, l’istruzione restano impotenti e non riescono ad agire che sopra quel numero d’individui che, in forza di privilegi na­turali o sociali, possono vincere l’ambiente in cui sono costretti a vivere. Ma quel piccolo numero, quella minoranza cosciente e ribelle che ogni ordine sociale partorisce in conseguenza delle stesse ingiustizie cui la massa è soggetta, agisce come feno­meno storico e basta, è sempre bastato, a far progredire il mondo.

Ogni nuova idea, ogni nuova istituzione, ogni progresso ed ogni rivoluzione è stata sempre l’opera di minoranze. È nostra aspirazione, è nostro scopo quello di far assurgere tutti quanti gli uomini a fattori effettivi, a forze coscienti della vita sociale; ma per riuscire a questo scopo occorre dare a tutti i mezzi di vita e di sviluppo, e perciò bisogna abbattere, con la violenza poiché non si può fare altrimenti, la violenza che questi mezzi nega ai lavoratori.

Naturalmente il “piccolo numero”, la minoranza, deve es­sere sufficiente, e ci giudica male chi pensa che noi vorremmo fare un’insurrezione al giorno senza tener conto delle forze in contrasto e delle circostanze favorevoli o meno.

Noi abbiamo potuto fare, abbiamo fatto realmente, in tempi oramai remoti dei minuscoli moti insurrezionali che non avevano alcuna probabilità di successo. Ma allora eravamo davvero in quattro gatti, volevamo obbligare il pubblico a discuterci ed i nostri tentativi erano semplicemente dei mezzi di propaganda.

Ora non si tratta più d’insorgere per far propaganda: ora possiamo vincere, quindi vogliamo vincere, e non facciamo tentativi se non quando ci pare di poter vincere. Naturalmente possiamo ingannarci e, per ragione di temperamento, possiamo credere il frutto maturo quando ancora è acerbo; ma confes­siamo la nostra preferenza per coloro che vogliono fare troppo presto contro quegli che vogliono sempre aspettare, che lascia­no di proposito passare le migliori occasioni, e per paura di cogliere un frutto acerbo lasciano tutto marcire.

Insomma noi siamo perfettamente d’accordo con La Giu­stizia quando insiste sulla necessità di fare molta propaganda e di sviluppare il più possibile le organizzazioni proletarie di lotta; ma ci stacchiamo recisamente da essa quando pretende che per agire bisogna aspettare di avere attirato a noi la mag­gioranza di quella massa inerte che non sarà convertita se non dai fatti, che non accetterà la rivoluzione se non dopo che la rivoluzione sarà iniziata.

 

 

d. Movimenti stroncati[42]

 

L’occupazione delle fabbriche – I metallurgici cominciarono il movimento per questioni di tariffe. Si trattava di uno sciopero di nuovo genere. Invece di abbandonare le fabbriche, restarvi dentro senza lavorare, e farvi guardia notte e giorno perché i padroni non potessero far la serrata. Ma era il 1920. Tutta l’Italia proletaria fremeva di febbre rivoluzionaria, e presto la cosa cambiò di carattere Gli ope­rai pensarono che era il momento di impossessarsi definitiva­mente dei mezzi di produzione Si armarono per la difesa, trasformarono molte fabbriche in vere fortezze ed incomin­ciarono ad organizzare la produzione per loro conto, I padro­ni cacciati o dichiarati in stato d’arresto… Era il diritto di proprietà abolito di fatto, la legge violata in tutto ciò che ser­ve a difendere lo sfruttamento capitalistico; era un nuovo regi­me, un nuovo modo di vita sociale che s’inaugurava. Ed il go­verno lasciava fare, perché si sentiva impotente ad opporsi; lo ha confessato più tardi scusandosi in parlamento della mancata repressione.

Il movimento si allargava e tendeva ad abbracciare altre ca­tegorie; qua e là i contadini occupavano le terre. Era la rivolu­zione che incominciava e si sviluppava in un modo, direi quasi, ideale. I riformisti naturalmente vedevano la cosa di mal occhio, e cercavano di farla abortire. Lo stesso Avanti! non sapendo a che santi votarsi, tentò di far passare noi per pacifisti, perché in Umanità Nova avevamo detto che se il movimento si esten­deva a tutte le categorie, se operai e contadini avessero seguito l’esempio dei metallurgici, cacciando i padroni e prendendo possesso dei mezzi di produzione, la rivoluzione si sarebbe fat­ta senza spandere una goccia di sangue.

Ma non serviva. La massa era con noi; eravamo sollecitati a recarci nelle fab­briche a parlare, incoraggiare, consigliare, ed avremmo dovuto dividerci in mille per soddisfare tutte le richieste. Dovunque andavamo erano i discorsi nostri quelli che gli operai applaudi­vano, ed i riformisti dovevano ritirarsi o camuffarsi. La massa era con noi, perché noi interpretavamo meglio i suoi istinti, i suoi bisogni, i suoi interessi.

Eppure, bastò il lavoro subdolo della gente della Confedera­zione Generale del Lavoro ed i suoi accordi con Giolitti, per far credere ad una specie di vittoria mediante la truffa del controllo operaio ed indurre gli operai a lasciare le fabbriche, proprio nel momento in cui maggiori erano le possibilità di riuscita.

Ho citato due casi, ed avrei potuto citarne altri: il movi­mento del caro-viveri, lo sciopero di Torino e del Piemonte nell’inverno del 1920, gli scioperi di Milano, ecc.; ed arriverei sem­pre alle stesse constatazioni. In piazza, nell’azione, la massa è con noi e disposta ad agire; ma poi nel più bello si lascia abbindolare, sì ferma scorata e di­sillusa, e noi ci troviamo sempre vinti ed isolati.

Perché? Secondo me gli è perché siamo disorganizzati, o non abbastanza organizzati. Gli altri hanno i mezzi di trasmettere rapidamente dapper­tutto le notizie, vere o false, che convengono per influire sull’opinione ed indirizzare l’azione nel senso che vogliono. Per mezzo delle loro leghe, sezioni, federazioni, disponendo di fi­duciari in tutti i centri, di indirizzi sicuri, ecc., essi possono lanciare un movimento quando serve ai loro fini ed arrestano quando quei fini sono raggiunti. E per stroncare qualsiasi mo­vimento hanno un mezzo semplicissimo: quello di far credere in ogni località che tutto sia finito e che bisogna pensare a salvare il salvabile

Le situazioni ch’io ho descritto si riprodurranno certamente in Italia e forse a breve scadenza. Vogliamo ancora trovarci nello stato d’impreparazione impotenti ad opporci efficace­mente alle manovre degli addormentatori ed a cavare da una data situazione rivoluzionaria tutto il maggior frutto ch’essa può dare?

 

 


 

4. UN’ORGANIZZAZIONE

ED UN PROGRAMMA

 

 

 

a. La condotta degli anarchici nel movimento operaio[43]

 

A quanto ho detto sulla questione dell’organizzazione ope­raia mi sia permesso aggiungere qualche parola sull’organizza­zione degli anarchici com’è intesa dall’Unione Anarchica Ita­liana. L’Unione Anarchica Italiana è una federazione di gruppi au­tonomi uniti per aiutarsi reciprocamente nella propaganda e nell’attuazione di un programma liberamente accettato. Essa tiene periodicamente dei Congressi, e tra un Congresso e l’altro è rappresentata da una Commissione di Corrispondenza che è nominata dal Congresso e varia ogni volta di personale e di se­de. Le deliberazioni dei Congressi non sono impegnative se non per quei gruppi che le accettano dopo averne preso cogni­zione; e per questa ragione il modo di rappresentanza, qualun­que esso sia, non ha importanza, non potendo dar luogo a in­giustizie e sopraffazioni. Ogni gruppo, od ogni particolare fede­razione di gruppi manda i delegati che può qualunque sia il numero dei suoi componenti, senza inconvenienti poiché il Congresso non fa leggi obbligatorie per tutti, ma serve come in­dicazione delle varie opinioni: e l’opinione dominante si con­creta in deliberazioni che sono poi sottoposte ai gruppi e han­no sempre valore di consigli e suggerimenti.

La Commissione di Corrispondenza serve a facilitare le rela­zioni tra i gruppi, a procurare alle iniziative di ciascuno l’ap­poggio degli altri ed a rendere più facile un’azio-ne concertata. Ma non ha nessuna autorità e nessun mezzo per imporre la pro­pria volontà.

Ciascun gruppo e ciascun individuo corrisponde, se crede, direttamente cogli altri senza passare per il tramite della Com­missione di Corrispondenza: ciascuno è libero di stampare quel­lo che crede, di prendere le iniziative che può, di fare insomma tutto ciò che vuole nell’interesse della causa comune. Unico vincolo il programma generale, la cui accettazione è condizio­ne necessaria per entrare nell’Unione.

Questi principi sono accettati da tutti i membri dell’Unio­ne poiché costituiscono il patto che li ha uniti. E coloro che, per ignoranza o per fini inconfessabili tentano di far credere che l’Unione Anarchica Italiana sia un’organizzazione autori­taria dicono cosa contraria al vero.

L’Unione non intende avere il monopolio dell’organizzazione anarchica. Ogni anarchico può restare isolato od unirsi in al­tre Organizzazioni. L’Unione è felice d’ogni attività anarchica esercitata dentro e fuori del suo seno, ed è disposta a dare e ricevere aiuti a tutti e da tutti, sempre che si tratti di cose che non contraddicano il suo programma.

 

 

b. Il programma comunista anarchico[44]

 

 

I

l programma dell’Unione Anarchica Italiana è il programma comunista anarchico rivoluzionario, che già da cinquant’anni fu sostenuto in Italia nel seno della I Internazionale sotto il nome di programma socialista, che più tardi si distinse col nome di socialista anarchico, e che poi, in seguito e per reazione alla crescente degenerazione autoritaria e parlamentare dei movimento socialista, si disse semplicemente anarchico.

 

 

1. Che cosa vogliamo

 

Noi crediamo che la più gran parte dei mali che affliggono gli uomini dipende dalla cattiva organizzazione sociale, e che gli uomini volendo e sapendo, possono distruggerli.

La società attuale è il risultato delle lotte secolari che gli uomini han combattuto tra di loro. Non comprendendo i vantaggi che potevano venire a tutti dalla cooperazione e dalla solidarietà, vedendo in ogni altro uomo (salvo al massimo i più vicini per vincoli di sangue) un concorrente ed un nemico, han cercato di accaparrare, ciascun per sé, la più grande quantità di godimenti possibili, senza curarsi degli interessi degli altri. Data la lotta, naturalmente i più forti, o i più fortunati, dovevano vincere ed in vario modo sottoporre ed opprimere i vinti.

Fino a che l’uomo non fu capace di produrre di più di quello che bastava strettamente al suo mantenimento, i vincitori non potevano che fugare e massacrare i vinti ed impossessarsi degli alimenti da essi raccolti.

Poi, quando con la scoperta della pastorizia e dell’agricoltura un uomo potè produrre più di ciò che gli occorreva per vivere, i vincitori trovarono più conveniente ridurre i vinti in schiavitù e farli lavorare per loro.

Più tardi, i vincitori si accorsero che era più comodo, più produttivo e più sicuro sfruttare il lavoro altrui con un altro sistema: ritenere per sé la proprietà esclusiva della terra e di tutti ì mezzi di lavoro, e lasciar nominalmente liberi gli spogliati, i quali poi non avendo mezzi di vivere, erano costretti a ricorrere ai proprietari ed a lavorare per conto loro, ai patti che essi volevano.

Così, man mano, attraverso tutta una rete complicatissima di lotte di ogni specie, invasioni, guerre, ribellioni, repressioni, concessioni strappate, associazioni di vinti unitisi per la difesa, e di vincitori unitisi per l’offesa, si è giunti allo stato attuale della società in cui alcuni detengono ereditariamente la terra e tutta la ricchezza sociale, mentre la gran massa degli uomini, diseredata di tutto, è sfruttata ed oppressa dai pochi proprietari.

Da questo dipendono lo stato di miseria in cui si trovano generalmente i lavoratori, e tutti i mali che dalla miseria derivano: ignoranza, delitti, prostituzione. Da questo, la costituzione di una classe speciale (governo), la quale, fornita di mezzi materiali di repressione, ha missione di legalizzare e difendere i proprietari contro le rivendicazioni dei proletari; e poi si serve della forza che ha, per creare a sé stessa dei privilegi e sottomettere, se può, alla sua supremazia anche la stessa classe proprietaria. Da questo, la costituzione di un’altra classe speciale (il clero), la quale con una serie di favole sulla volontà di Dio, sulla vita futura, ecc., cerca d’indurre gli oppressi a sopportare docilmente l’oppres-sione, ed al pari del Governo oltre di fare gli interessi dei proprietari, fa anche i suoi propri. Da questo, la formazione di una scienza ufficiale che è, in tutto ciò che può servire agl’interessi dei dominatori, la negazione della scienza vera. Da questo, lo spirito patriottico, gli odi di razza, le guerre, e le paci armate talvolta più disastrose delle guerre stesse. Da questo, l’amore trasformato in tormento o in turpe mercato. Da ciò l’odio più o meno larvato, la rivalità, il sospetto fra tutti gli uomini, l’incertezza e la paura per tutti.

Tale stato di cose noi vogliamo radicalmente cambiare. E poiché tutti questi mali derivano dalla lotta fra gli uomini, dalla ricerca del benessere fatta da ciascuno per conto suo e contro tutti, noi vogliamo rimediarvi sostituendo all’odio l’amore, alla concorrenza la solidarietà, alla ricerca esclusiva del proprio benessere la cooperazione fraterna per il benessere di tutti, alla oppressione ed all’imposizione la libertà, alla menzogna religiosa e pseudoscientifica la verità. Dunque:

1.       Abolizione della proprietà privata della terra, delle materie prime e degli strumenti di lavoro, perché nessuno abbia il mezzo di vivere sfruttando il lavoro altrui, e tutti, avendo garantiti i mezzi per produrre e vivere, siano veramente indipendenti e possano associarsi agli altri liberamente; per l’interesse comune e conformemente alle proprie simpatie.

2.       Abolizione dei Governo e di ogni potere che faccia la legge e la imponga agli altri: quindi abolizione di monarchie, repubbliche, parlamenti, eserciti, polizie, magistratura, ed ogni qualsiasi istituzione dotata di mezzi coercitivi.

3.       Organizzazione della vita sociale per opera di libere associazioni e federazioni di produttori e consumatori, fatte e modificate secondo la volontà dei componenti, guidati dalla scienza e dall’esperienza e liberi da ogni imposizione che non derivi dalle necessità naturali, a cui ognuno, vinto dal sentimento stesso della necessità ineluttabile, volontariamente si sottomette.

4.       Garantiti i mezzi di vita, di sviluppo, di benessere ai fanciulli ed a tutti coloro che sono impotenti a provvedere a loro stessi.

5.       Guerra alle religioni ed a tutte le menzogne, anche se si nascondono sotto il manto della scienza. Istituzione scientifica per tutti e fino ai suoi gradi più elevati.

6.       Guerra alle rivalità ed ai pregiudizi patriottici. Abolizione delle frontiere: fratellanza fra tutti i popoli.

7.       Ricostruzione della famiglia in quel modo che risulterà dalla pratica dell’amore, libero da ogni vincolo legale, da ogni oppressione economica o fisica, da ogni pregiudizio religioso

 

 

2. Vie e mezzi

 

Abbiamo esposto a sommi capi qual’è lo scopo che vogliamo raggiungere quale l’ideale pel quale lottiamo.

Ma non basta desiderare una cosa: se si vuole ottenerla davvero bisogna impiegare i mezzi adatti al suo conseguimento. E questi mezzi non sono arbitrari, ma derivano, necessariamente, dal fine cui si mira e dalle circostanze nelle quali si lotta; giacché ingannandosi sulla scelta dei mezzi, non si raggiungerebbe il fine propostosi, ma un altro, magari opposto che sarebbe conseguenza naturale, necessaria, dei mezzi adoperati. Chi si mette in cammino e sbaglia strada, non va dove vuole, ma dove lo porta la strada percorsa.

Occorre dunque, dire quali sono i mezzi che, secondo noi, conducono allo scopo prefissoci, e che noi intendiamo adoperare.

Il nostro ideale non è di quelli il cui conseguimento dipende dall’individuo considerato isolatamente. Si tratta di cambiare il modo di vivere in società, di stabilire tra gli uomini rapporti di amore e solidarietà, di conseguire la pienezza dello sviluppo materiale, morale e intellettuale, non per un dato partito, ma per tutti quanti gli esseri umani – e questo non è cosa che si possa imporre colla forza, ma deve sorgere dalla coscienza illuminata di ciascuno ed attuarsi mediante il libero consentimento di tutti.

Nostro primo compito quindi deve essere quello di persuadere la gente. Bisogna che noi richiamiamo l’attenzione degli uomini sui mali che soffrono e sulla possibilità di distruggerli. Bisogna che suscitiamo in ciascuno la simpatia pei mali altrui ed il desiderio vivo del bene di tutti.

A chi ha fame e freddo noi mostreremo come sarebbe possibile, e facile, assicurare a tutti la soddisfazione dei bisogni materiali. A chi è oppresso e vilipeso, noi diremo come si può vivere felicemente in una società di liberi e uguali; a chi è tormentato dall’odio e dal rancore, noi additeremo la via per raggiungere, amando i propri simili, la pace e la gioia del cuore.

E quando saremo riusciti a far nascere nell’animo degli uomini il sentimento di ribellione contro i mali ingiusti ed inevitabili di cui si soffre nella società presente, ed a far comprendere quali sono le cause di questi mali e come dipenda dalla volontà umana l’eliminarli; quando avremo ispirato il desiderio vivo, prepotente, di trasformare la società per il bene di tutti, di coloro che li han preceduti nella convinzione, si uniranno e vorranno, e potranno, attuare i comuni ideali.

Sarebbe – lo abbiam già detto – assurdo ed in contraddizione col nostro scopo di voler imporre la libertà, l’amore fra gli uomini, lo sviluppo integrale di tutte le facoltà umane, per mezzo della forza. Bisogna dunque contare sulla libera volontà degli altri, e la sola cosa che possiamo fare è quella di provocare il formarsi ed il manifestarsi di detta volontà. Ma sarebbe però egualmente assurdo e contrario al nostro scopo l’ammettere che coloro i quali non la pensano come noi c’impediscano di attuare la nostra volontà, sempre che essa non leda il loro diritto ad una libertà uguale alla nostra.

Libertà dunque per tutti di propagare ed esperimentare le proprie idee, senza altro limite che quello che risulta naturalmente dall’eguale libertà di tutti.

Ma a questo si oppongono – e si oppongono colla forza brutale – coloro che sono i beneficiari degli attuali privilegi e dominano e regolano tutta la vita sociale presente.

Essi hanno in mano tutti i mezzi di produzione; e quindi sopprimono non solo la possibilità di esperimentare nuovi modi dì convivenza sociale, non solo il diritto dei lavoratori di vivere liberamente col proprio lavoro, ma anche lo stesso diritto all’esi-stenza; ed obbligano chi non è proprietario a lasciarsi sfruttare ed opprimere se non vuole morire di fame.

Essi hanno polizie, magistrature, eserciti creati appositamente per difendere i loro privilegi; e perseguitano, incarcerano, massacrano coloro che vogliono abolire quei privilegi e reclamano i mezzi di vita e la libertà per tutti.

Gelosi dei loro interessi presenti ed immediati, corrosi dallo spirito di dominazione paurosi dell’avvenire. essi, i privilegiati, sono, generalmente parlando, incapaci di uno slancio generoso, sono incapaci benanco di una più larga concezione dei loro interessi. E sarebbe follia sperare ch’essi rinunzino volontariamente alla proprietà ed al potere, e si adattino ad essere gli eguali dì coloro che oggi tengono sottoposti.

Lasciando da parte l’esperienza storica (la quale dimostra che mai una classe privilegiata si è spogliata, in tutto o in parte dei suoi privilegi, e mai un governo ha abbandonato il potere se non vi è stato obbligato dalla forza o dalla paura della forza), bastano i fatti contemporanei per convincere chiunque che la borghesia ed i governi intendono impiegare la forza materiale per difendersi, non solo contro l’espropriazione totale, ma anche contro le più piccole pretese popolari, e son pronti sempre alle più atroci persecuzioni, ai più sanguinosi massacri. Al popolo che vuole emanciparsi non resta altra via che quella di opporre la forza alla forza.

Risulta da quanto abbiamo detto che noi dobbiamo lavorare, per risvegliare negli oppressi il desiderio vivo di una radicale trasformazione sociale, e persuaderli che unendosi, essi hanno la forza di vincere; dobbiamo propagare il nostro ideale e preparare le forze morali e materiali necessari a vincere le forze nemiche, e ad organizzare la nuova società. E quando avremo la forza sufficiente dobbiamo, profittando delle circostanze favorevoli che si producono o creandole noi stessi, fare la rivoluzione sociale, abbattendo, colla forza, il governo, espropriando, colla forza, i proprietari; mettendo in comune i mezzi di vita e di produzione, ed impedendo che nuovi governi vengano ad imporre la loro volontà e ad ostacolare la riorganizzazione sociale fatta direttamente dagli interessati.

Tutto questo però è meno semplice di quello che potrebbe a prima giunta parere. Noi abbiamo da fare cogli uomini quali sono nell’attuale società, in condizioni morali e materiali disgraziatissime; e c’inganneremo pensando che basta la propaganda per elevarli a quel grado di sviluppo intellettuale e morale che è necessario all’attua-zione dei nostri ideali.

Tra l’uomo e l’ambiente sociale vi è un’azione reciproca. Gli uomini fanno la società come essa è e la società fa gli uomini come essi sono, e da ciò risulta una specie di circolo vizioso. Per trasformare la società bisogna trasformare gli uomini e per trasformare gli uomini bisogna trasformare la società.

La miseria abbruttisce l’uomo e per distruggere la miseria bisogna che gli uomini abbiano coscienza e volontà. La schiavitù educa gli uomini ad essere schiavi e per liberarsi dalla schiavitù v’è bisogno di uomini aspiranti alla libertà. L’ignoranza fa sì che gli uomini non conoscano le cause dei loro mali e non sappiano rimediarvi, e per distruggere l’ignoranza bisogna che gli uomini abbiano il tempo ed il modo d’istruirsi.

Il governo abitua la gente a subire la legge ed a credere che la legge sia necessaria alla società; e per abolire il governo bisogna che gli uomini siano persuasi della sua inutilità e del suo danno.

Come uscire da questo circolo vizioso?

Fortunatamente la società attuale non è stata formata dalla volontà illuminata di una classe dominante, che abbia potuto ridurre tutti i dominati a strumenti passivi ed incoscienti dei suoi interessi. Essa è il risultato di mille lotte intestine, di mille fattori naturali ed umani agenti casualmente senza criteri direttivi; e quindi non vi sono divisioni nette né tra gli individui né tra le classi.

Infinite sono le varietà dì condizioni materiali; infiniti i gradi di sviluppo morale ed intellettuale; e non sempre – diremmo quasi molto raramente – il posto che uno occupa in società corrisponde alle sue facoltà ed alle sue aspirazioni. Spessissimo alcuni individui cadono in condizioni inferiori a quelle a cui sono abituati, ed altri, per circostanze eccezionalmente favorevoli, riescono ad elevarsi a condizioni superiori a quelle in cui sono nati. Una parte notevole del proletariato è già arrivata ad uscire dallo stato di miseria assoluta, abbrutente, o non ha mai potuto esservi ridotta; nessun lavoratore, o quasi nessuno si trova nello stato di incoscienza completa, di completa acquiescenza alle condizioni che gli fanno i padroni. E le stesse istituzioni, quali sono state prodotte dalla storia, contengono delle contraddizioni organiche che sono come dei germi di morte, i quali sviluppandosi producono la dissoluzione dell’istituzione e la necessità della trasformazione.

Da ciò la possibilità dei progresso; ma non la possibilità di portare, per mezzo della propaganda, tutti gli uomini al livello necessario perché vogliano e facciano l’anarchia, senza un’anteriore graduale trasformazione dell’ambiente.

Il progresso deve camminare contemporaneamente, parallelamente negli individui e nell’ambiente; dobbiamo profittare di tutti i mezzi di tutte le possibilità, dì tutte le occasioni che ci lascia l’ambiente attuale, per agire sugli uomini e sviluppare la loro coscienza ed i loro desideri; dobbiamo utilizzare tutti i progressi avvenuti nella coscienza degli uomini per indurli a reclamare ed imporre quelle maggiori trasformazioni sociali che sono possibili e che meglio servono ad aprire la via a progressi ulteriori

Noi non dobbiamo aspettare dì poter fare l’anarchia ed intanto limitarci alla semplice propaganda. Se facessimo così, presto avremmo esaurito il campo; avremmo convertiti cioè, tutti quelli che nell’ambiente sono suscettibili di comprendere ed accettare le nostre idee e la nostra ulteriore propaganda resterebbe sterile; o se delle trasformazioni d’ambiente elevassero nuovi strati popolari alla possibilità di ricevere idee nuove, ciò avverrebbe senza l’opera nostra, forse contro l’opera nostra e quindi con pregiudizio delle nostre idee.

Noi dobbiamo cercare che il popolo, nella sua totalità o nelle sue frazioni, pretenda, imponga, prenda da sé tutti i miglioramenti, tutte le libertà che desidera, man mano che giunge a desiderarle ed ha la forza di imporle; e propagandando sempre tutto intero il nostro programma e lottando sempre per la sua attuazione integrale, dobbiamo spingere il popolo a pretendere ed imporre sempre di più fino a che non ha raggiunto l’eman-cipazione completa.

 

 

3. La lotta economica

 

L’oppressione che, oggi, più direttamente preme sui lavoratori, e che è la causa principale dì tutte le soggezioni morali e materiali cui i lavoratori sottostanno, è l’oppres-sione economica, vale a dire lo sfruttamento che i padroni e i commercianti esercitano su di loro, grazie all’accaparramento di tutti i grandi mezzi di produzione e di scambi.

Per sopprimere radicalmente e senza pericolo di ritorno questa oppressione, occorre che il popolo tutto sia convinto del diritto che esso ha all’uso dei mezzi di produzione, e che attui questo suo diritto primordiale espropriando i detentori dei suolo e di tutte le ricchezze sociali e mettendo quello e queste a disposizione di tutti.

Ma si può ora stesso metter mano a questa espropriazione? Si può oggi passare direttamente, senza gradi intermedi, dall’inferno in cui si trova ora il proletariato, al paradiso della proprietà comune?

I fatti dimostreranno di che cosa i lavoratori sono oggi capaci. Compito nostro è quello di preparare il popolo, moralmente e materialmente, a questa necessaria espropriazione; e di tentarla e ritentarla, ogni volta che una scossa rivoluzionaria ce ne presenta l’occasione fino al trionfo definitivo Ma in che modo possiamo preparare il popolo? In che modo preparare le condizioni che rendano possibile, non solo il fatto materiale dell’espropriazione, ma l’utilizzazione, a vantaggio di tutti, della ricchezza comune?

Abbiamo detto antecedentemente che la sola propaganda, parlata o scritta, è impotente a conquistare alle nostre idee tutta quanta la grande massa popolare. Occorre una educazione pratica, la quale sia a volta a volta causa ed effetto di una graduale trasformazione dell’ambiente Occorre che a mano a mano che si sviluppati nei lavoratori il senso di ribellione contro le ingiuste e inutili sofferenze di cui son vittime, ed il desiderio di migliorare le loro condizioni, essi, uniti e solidali tra loro, lottino per il conseguimento di quel che desiderano. E noi, e come anarchici e come lavoratori, dobbiamo provocarli ed incoraggiarli alla lotta e lottare con loro.

Ma sono possibili, in regime capitalistico, questi miglioramenti? Sono essi utili, dal punto di vista della futura emancipazione integrale dei lavoratori?

Qualunque siano i risultati pratici della lotta per i miglioramenti immediati, l’utilità principale sta nella lotta stessa. Con essa gli operai imparano ad occuparsi dei loro interessi di classe, imparano che il padrone ha interessi opposti al loro e che essi non possono migliorare le loro condizioni ed anche meno emanciparsi, se non unendosi e diventando più forti dei padroni. Se riescono ad ottenere quello che vogliono, staranno meglio: guadagneranno di più, lavoreranno meno, avranno più tempo e più forza per riflettere alle cose che loro interessano, e sentiranno subito desideri maggiori, bisogni maggiori. Se non riescono, saran condotti a studiare le cause dell’insuccesso ed a riconoscere la necessità di maggiore unione, di maggiore energia; e comprenderanno infine che a vincere sicuramente e definitiva niente occorre distruggere il capitalismo. La causa della rivoluzione, la causa dell’elevamento morale del lavoratore e della sua emancipazione non possono che guadagnare dal fatto che i lavoratori si uniscono e lottano per ì loro interessi.

Ma, ancora una volta, è possibile che i lavoratori riescano, nell’attuale stato di cose, a migliorare realmente le loro condizioni?

Ciò dipende dal concorso di una infinità di circostanze. Malgrado ciò che dicono alcuni, non esiste una legge naturale (legge dei salari), la quale determina la parte che va al lavoratore sul prodotto del suo lavoro: o, se legge si vuol formulare, essa non potrebbe essere che questa: il salario non può scendere normalmente ai disotto di quel tanto che è necessario alla vita, né può normalmente salire tanto da non lasciare nessun profitto al padrone.

È chiaro che nel primo caso gli operai morrebbero e quindi non riscuoterebbero più salario, e nel secondo i padroni cesserebbero di far lavorare e quindi non pagherebbero più salari. Ma tra questi i due estremi impossibili vi sono una infinità di gradi, che vanno dalle condizioni miserabili di molti lavoratori agricoli fino a quelle quasi decenti degli operai dei buoni mestieri nelle grandi città.

Il salario, la lunghezza della giornata e tutte le altre condizioni del lavoro sono il risultato della lotta tra padroni e lavoranti. Quelli cercano di dare ai lavoranti il meno che possono e di farli lavorare fino a esaurimento completo; questi cercano, o dovrebbero cercare, di lavorare il meno e guadagnare il più che possono. Dove i lavoratori si contentano di tutto, o, anche essendo scontenti. non sanno opporre valida resistenza ai padroni, sorto presto ridotti a condizioni animalesche di vita: dove invece essi hanno un concetto alquanto elevato del modo come dovrebbero vivere degli esseri umani, e sanno unirsi e, mediante il rifiuto di lavoro e la minaccia latente o esplicita di rivolta, imporsi rispetto ai padroni, essi sono trattati in modo relativamente sopportabile. In modo che può dirsi che il salario dentro certi limiti, è quello che l’operaio (non come individuo, s’intende, ma come classe) pretende.

Lottando dunque, resistendo contro i padroni, i lavoratori possono impedire, fino ad un certo punto. che le loro condizioni peggiorino ed anche ottenere dei miglioramenti reali. E la storia del movimento operaio ha già dimostrato questa verità.

Bisogna però non esagerare la portata di questa lotta combattuta tra operai e padroni sul terreno esclusivamente economico. I padroni possono cedere, e spesso cedono, innanzi alle esigenze operaie energicamente espresse, fino a quando non si tratti di pretese troppo grosse, ma quando gli operai incominciassero (ed è urgente elle incomincino) a pretendere un tale trattamento che assorbirebbe tutto il profitto dei padroni e riuscirebbe così ad una espropriazione indiretta, è certo che i padroni farebbero appello si governo e cercherebbero di costringere gli operai a restare nella loro posizione di schiavi salariati.

Ed anche prima, ben prima che gli operai possano pretendere di ricevere in compenso del loro lavoro l’equivalente di tutto ciò che han prodotto, la lotta economica diventa impotente a continuare a produrre il miglioramento delle condizioni dei lavoratori.

Gli operai producono tutto e senza di loro non si può, vivere: quindi sembrerebbe che rifiutando il lavoro essi potessero imporre tutto ciò che vogliono. Ma l’unione di tutti i lavoratori anche di un sol mestiere, anche di un sol paese, è difficile ad ottenere, ed all’unione degli operai si oppone l’unione dei padroni. Gli operai vivono alla giornata e, se non lavorano, presto mancano di pane; mentre i padroni dispongono, mediante il denaro, di tutti i prodotti già accumulati, e quindi possono tranquillamente aspettare che la fame abbia ridotti a discrezione i loro salariati. L’invenzione o l’introduzione di nuove macchine rende inutile l’opera di un gran numero di operai ed accresce il grande esercito dei disoccupati, che la fame costringe a vendersi a qualunque condizione. L’immigrazio-ne apporta subito nei paesi dove gli operai riescono a star meglio, delle folle di lavoratori famelici che, volendo o no, offrono ai padroni il modo di ribassare i salari. E tutti questi fatti, derivanti necessariamente dal sistema capitalistico, riescono a controbilanciare il progresso della coscienza e della solidarietà operaia: spesso camminano più rapidamente di questo progresso e lo arrestano e lo distruggono. Ed in tutti i casi resta sempre il fatto primordiale che la produzione, in sistema capitalistico, è organizzata da ciascun capitalista per il suo profitto individuale e non già per soddisfare come sarebbe naturale, nel miglior modo possibile, i bisogni dei lavoratori. Quindi il disordine, lo sciupio di forze umane, la scarsezza voluta dei prodotti, i lavori inutili e dannosi, la disoccupazione, le terre incolte, il poco uso delle macchine ecc. – tutti mali che non si possono evitare se non levando ai capitalisti il possesso dei mezzi di lavoro e quindi la direzione della produzione.

Presto dunque si presenta per gli operai, che intendono emanciparsi o anche solo di migliorare seriamente le loro condizioni, la necessità di attaccare il governo, il quale, legittimando il diritto di proprietà e sostenendola colla forza brutale, costituisce una barriera innanzi al progresso, che bisogna abbattere colla forza se non si vuole restare indefinitamente nello stato attuale e peggio.

Dalla lotta economica bisogna passare alla lotta politica, cioè alla lotta contro il governo; ed invece di opporre ai milioni dei capitalisti gli scarsi centesimi a stento accumulati dagli operai, bisogna opporre ai fucili ed ai cannoni che difendono la proprietà, quei mezzi migliori che il popolo potrà trovare per vincere la forza con la forza.

 

4. La lotta politica

 

Per lotta politica intendiamo la lotta contro il governo. Governo è l’insieme di quegl’individui che detengono il potere, comunque acquistato, di far la legge ed imporla ai governanti, cioè al pubblico.

Conseguenza dello spirito di dominio e della violenza con cui alcuni uomini si sono imposti agli altri, esso è, nello stesso tempo, creatore e creatura del privilegio e suo difensore naturale.

Erroneamente si dice che il governo compie oggi la funzione di difensore del capitalismo, ma che abolito il capitalismo esso diventerebbe rappresentante e gerente degli interessi generali. Prima di tutto il capitalismo non si potrà distruggere se non quando i lavoratori, cacciato il governo, prendano possesso della ricchezza sociale ed organizzino la produzione ed il consumo nell’interesse di tutti, da loro stessi, senza aspettare l’opera di un governo il quale, anche a volerlo, non sarebbe capace di farlo.

Ma v’è di più: se il capitalismo fosse distrutto e si lasciasse sussistere un governo, questo, mediante la concessione di ogni sorta di privilegi lo creerebbe di nuovo poiché non potendo accontentar tutti avrebbe bisogno di una classe economicamente potente che lo appoggi in cambio della protezione legale e materiale che ne riceve.

Per conseguenza, non si può abolire il privilegio e stabilire solidamente e definitivamente la libertà e l’uguaglianza sociale se non abolendo il governo, non questo o quel governo, ma l’istituzione stessa del governo.

Però, in questo, come in tutti i fatti d’interesse generale, più che in qualunque altro occorre il consenso della generalità: e perciò dobbiamo sforzarci di persuadere la gente che il governo è inutile e dannoso, e che si può vivere meglio senza governo.

Ma, come abbiamo già ripetuto, la sola propaganda è impotente a convincere tutti – e se noi volessimo limitarci a predicare contro il governo, aspettando altrimenti inerti, il giorno in cui il pubblico sarà convinto della possibilità ed utilità di abolire completamente ogni specie di governo, quel giorno non verrebbe mai.

Sempre predicando contro ogni specie di governo, sempre reclamando la libertà integrale, noi dobbiamo favorire tutte le lotte per le libertà parziali, convinti che nella lotta s’impara a lottare e che incominciando a gustare un po’ di libertà si finisce col volerla tutta. Noi dobbiamo sempre essere col popolo, e quando non riusciamo a fargli pretender molto, cercare che almeno cominci a pretender qualche cosa: e dobbiamo sforzarci perché apprenda, poco o molto che voglia, a volerlo conquistare da sé, e tenga in odio ed in disprezzo chiunque sta o vuole andare al governo.

Poiché il governo tiene oggi il potere di regolare, mediante le leggi, la vita sociale ed allargare o restringere la libertà dei cittadini, noi non potendo ancora strappargli questo potere, dobbiamo cercare di diminuirglielo e dì obbligarlo a farne l’uso meno dannoso possibile Ma questo lo dobbiamo fare stando sempre fuori e contro il governo, premendo su di lui mediante l’agitazione della piazza minacciando di prendere per forza quello che si reclama. Mai dobbiamo accettare una qualsiasi funzione legislativa, sia essa generale o locale, poiché facendo così diminuiremmo l’efficacia della nostra azione e tradiremmo l’avvenire della nostra causa.

 

La lotta contro il governo si risolve, in ultima analisi, in lotta fisica, materiale.

Il governo fa la legge. Esso dunque deve avere una forza materiale (esercito e polizia) per imporre la legge, poiché altrimenti non vi ubbidirebbe che chi vuole ed essa non sarebbe più legge, ma una semplice proposta che ciascuno è libero di accettare e di respingere. Ed i governi questa forza l’hanno, e se ne servono per potere con leggi fortificare il loro dominio e fare gl’interessi delle classi privilegiate, opprimendo e sfruttando i lavoratori.

Limite all’oppressione del governo è la forza che il popolo si mostra capace di opporgli. Vi può essere conflitto aperto o latente, ma conflitto v’è sempre; poiché il governo non si arresta innanzi il malcontento ed alla resistenza popolare se non quando sente il pericolo dell’insurrezione.

Quando il popolo sottostà docilmente alla legge, o la protesta è debole e platonica, il governo fa i comodi suoi senza curarsi dei bisogni popolari; quando la protesta diventa viva, insistente, minacciosa, il governo, secondo che è più o meno illuminato, cede o reprime. Ma sempre si arriva all’insurrezione, perché se il governo non cede, il popolo acquista fiducia in sé e pretende sempre di più, fino a che l’incompatibilità tra la libertà e l’autorità diventa evidente e scoppia il conflitto violento.

È necessario dunque prepararsi moralmente e materialmente perché allo scoppio della lotta violenta la vittoria resti al popolo.

 

L’insurrezione vittoriosa è il fatto più efficace per l’emancipazione popolare, poiché il popolo, scosso il giogo, diventi libero di darsi a quelle istituzioni che egli crede migliori, e la distanza che passa tra la legge, sempre in ritardo, ed il grado di civiltà a cui è arrivata la massa della popolazione, è varcata d’un salto. L’insurrezione determina la rivoluzione, cioè il rapido attuarsi delle forze latenti accumulate durante la precedente evoluzione.

Tutto sta in ciò che il popolo è capace di volere. Nelle insurrezioni passate il popolo, inconscio delle ragioni vere dei suoi mali, ha voluto sempre molto poco, e molto poco ha conseguito.

Che cosa vorrà nella prossima insurrezione? Ciò dipende in parte dalla nostra propaganda e dall’energia che sapremo spiegare.

Noi dovremmo spingere il popolo ad espropriare i proprietari e mettere in comune la roba, ed organizzare la vita sociale da sé stesso, mediante associazioni liberamente costituite, senza aspettare gli ordini di nessuno e rifiutando di nominare o riconoscere qualsiasi governo, qualsiasi corpo costituito, che sotto un nome qualunque (costituente, dittatura, ecc.) si attribuisca, sia pure a titolo provvisorio, il diritto di far la legge ed imporre agli altri con la forza la propria volontà.

E se la massa dei popolo non risponderà all’appello nostro, noi dovremo – in nome del diritto che abbiamo di esser liberi anche se gli altri vogliono restare schiavi e per l’efficacia dell’esempio – attuare da noi quanto più potremo delle nostre idee, e non riconoscere il nuovo governo, e mantenere viva la resistenza, e far si che le località dove le nostre idee saranno simpaticamente accolte si costituiscano in comunanze anarchiche, respingano ogni ingerenza governativa, stabiliscano libere relazioni con le altre località e pretendano di vivere a modo loro.

Noi dovremo, soprattutto, opporci con tutti i mezzi alla ricostituzione della polizia e dell’esercito, e profittare dell’occasione propizia per eccitare i lavoratori delle località non anarchiche a profittare della mancanza di forza repressiva per imporre quelle maggiori pretese che a noi riesca indurli ad avere.

E comunque vadano le cose continuare sempre a lottare, senza un istante di interruzione, contro i proprietari e contro i governanti avendo sempre in vista la emancipazione completa, economica, politica e morale di tutta quanta l’umanità.

 

 

5. Conclusione

 

Noi vogliamo dunque abolire radicalmente la dominazione e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, noi vogliamo che gli uomini affratellati da una solidarietà cosciente e voluta cooperino tutti volontariamente al benessere di tutti; noi vogliamo che la società sia costituita allo scopo di fornire a tutti gli esseri umani i mezzi per raggiungere il massimo benessere possibile, il massimo possibile sviluppo morale e materiale; noi vogliamo per tutti pane, libertà, amore, scienza.

E per raggiungere questo scopo supremo noi crediamo necessario che i mezzi di produzione siano a disposizione di tutti, e che nessun uomo, o gruppo di uomini possa obbligare gli altri a sottostare alla sua volontà né esercitare la sua influenza altrimenti che con la forza della ragione e dell’esempio.

Dunque, espropriazione dei detentori dei suolo e del capitale a vantaggio di tutti, abolizione del governo. Ed aspettando che questo si possa fare: propaganda dell’ideale; organizzazione delle forze popolari; lotta continua, pacifica o violenta secondo le circostanze, contro il governo e contro i proprietari per conquistare quanto più si può di libertà e di benessere per tutti.

 

 

c. Organizzatori ed antiorganizzatori[45]

 

Noi conosciamo bene tutte le deficienze del giornale e, sem­pre pronti a lasciare il nostro posto a chi fosse giudicato dai compagni più adatto di noi, accettiamo intanto con piacere e gratitudine tutti i suggerimenti che ci pervengono, quantunque il più delle volte non possiamo utilizzarli, sia per incapacità no­stra (noi non possiamo farci più intelligenti e migliori scrittori di quello che siamo), sia per le difficoltà tecniche e materiali fra le quali ci dibattiamo. E riceviamo con rispetto anche le cri­tiche che ci sembrano ingiustificate; ma pretendiamo che non si calunnino le nostre intenzioni, non si travisino i fatti, non si alteri il nostro pensiero, non ci si faccia dire quello che non ab­biamo detto e non si affetti di ignorare quello che diciamo con­tinuamente.

Siccome nel movimento anarchico vi è una notevole frazio­ne “individualista” o “antiorganizzatrice” o “antipartitista”, gli amici-nemici d’Umanità Nova si affannano a dire che noi formiamo, o vorremmo formare, una specie di corporazione chiusa, intollerante, dogmatica; che vogliamo fare d’UmaniNova l’organo esclusivo dell’Unione Anarchica Italiana (la quale sarebbe poi, secondo gli stessi, un’organizzazione autori­taria, accentrata con mire dittatoriali, ecc.); e che noi cestinia­mo sistematicamente tutti gli scritti che non corrispondono al­la “nostra” tendenza.

Ma qual è questa “nostra” tendenza? Io che scrivo sono partigiano dell’organizza-zione operaia e dell’organizzazione nel partito; vale a dire che, pigliando il nome “partito” nel senso vero d’insieme di tutti coloro che “parteggiano” e lottano per la stessa causa, io credo utile che gli anarchici si uniscano in una o più organizzazioni, transito­rie o permanenti, locali o generali, secondo le circostanze e gli scopi immediati o definitivi che si vogliano raggiungere, per coordinare gli sforzi e fare quelle cose a cui non bastereb­bero le forze degl’individui isolati. E conseguentemente sono aderente all’Unione Anarchica Italiana, nonché ad altri aggrup­pamenti che si propongono lavori speciali che non entrano nel compito generale dell’Unione. Però nella redazione di Umanità Nova non tutti la pensano allo stesso modo, né tutti aderiscono all’Unione Anarchica Ita­liana; e v’è anche chi si dichiara individualista ed antiorganizza­tore. Ciononostante, troviamo modo di andare d’accordo, perché pensiamo che si può servire la causa con metodi e mezzi differenti, purché l’uno non cerchi di annientare gli sforzi dell’altro.

Per conto mio non vi è differenza sostanziale, differenza di principi tra “individualisti” e “comunisti anarchici”, tra “orga­nizzatori” e “antiorganizzatori”; e si tratta più che altro di questioni di parole e di malintesi, inaspriti ed ingigantiti da questioni personali. Lasciando da parte oggi la questione dell’’individualismo” perché ne ho trattato recentemente rispondendo ad “un com­pagno venuto dall’America”, vi è forse tra gli anarchici chi è contrario in massima ad ogni organizzazione operaia? Si può essere avversi a questo o a quel modo di organizzazione, e gli anarchici tutti non possono non criticare tutte le organizzazio­ni esistenti ed anche tutte quelle possibili nell’attuale ambiente sociale; si può combattere l’illusione sindacalista che le orga­nizzazioni operaie bastano per sé sole a risolvere la questione sociale, e noi l’abbiamo combattuta più di ogni altro – ma non credo che vi siano degli anarchici i quali vorrebbero veder spa­rire ogni organizzazione operaia e ritornare i lavoratori alle condizioni di un secolo fa, quando essi non contavano nulla come lavoratori, e se si battevano lo facevano per conto ed al comando dei borghesi senza alcuna coscienza di classe e senza altre speranze di miglioramento che quella che basavano sulla bontà dei governi e dei padroni. Né credo che vi sia qualcuno che vorrebbe veder ridotto il vasto movimento operaio, che travaglia il mondo, alla sola esistenza di sparuti gruppi rivolu­zionari, che sarebbero impotenti a fare qualsiasi cosa importan­te se non potessero appoggiarsi a quella parte della massa che nelle associazioni ha acquistato una coscienza di classe. Se m’inganno, allora lo dicano, e discuteremo.

Ed in quanto all’organizzazione o alle organizzazioni nel senso del partito, vi è forse chi vorrebbe che gli anarchici re­stassero isolati gli uni dagli altri? Certamente che no. Ed infatti meno qualche raro pensa­tore (possibile più che reale) il quale può isolarsi material­mente dai suoi contemporanei e cercare la necessaria coopera­zione intellettuale dei suoi simili nella parola stampata, non v’è nessuno che possa fare le minima cosa senza associarsi, u­nirsi con altri. Anche i fatti più caratteristicamente individua­li domandano l’intesa intima di parecchi! Non chiede tutta un’organizzazione la pubblicazione di un giornale? O una qual­siasi opera di propaganda e d’educazione alquanto importante? O la preparazione di una azione risolutiva?

Non potendo dir altro, gli avversari del “partito” si scaglia­no contro l’organizza-zione “permanente”, senza pensare che un’organizzazione è fatta per durare fino a che dura la ragione per la quale è stata fatta; e che come vi sono dei fatti speciali da compiere in breve che richiedono un’intesa temporanea, co­sì ve ne sono degli altri come quello della lotta per l’anarchia, che domandano un’intesa permanente, la quale cambia gradual­mente nei suoi componenti, che poco a poco muoiono, o resta­no vittime, o si stancano e sono sostituiti dai giovani soprav­venuti, ma non ha nessuna ragione per prescrivere volontariamente un limite di tempo alla sua esistenza. O quando s’orga­nizza la pubblicazione di un giornale, non si fa come se questo giornale dovesse viver sempre?

Oppure dicono che essi sono contro un “partito” autori­tario, accentrato, che nega e soffoca l’iniziativa dei singoli. E chi dice il contrario? Non stiamo continuamente predican­do alla gente che bisogna agire, senza aspettare ordini di capi? Che la disciplina deve consistere nella fedeltà ai propri impegni e nell’obbligo morale di appoggiare i compagni nelle azioni che si approvano, e non già nel fare quello che uno non vuol fare, o peggio ancora nel non fare quello che uno crede buono ed u­tile di fare? E non diciamo continuamente che le risoluzioni di congressi e di comitati non obbligano che coloro che le ac­cettano e fino a quando non hanno lealmente dichiarato di non accettarle più?

Ma un partito può degenerare e diventare autoritario. È vero… se non e composto di anarchici coscienti; e per questo noi (e come noi l’Unione Anarchica Italiana e qualunque altra organizzazione anarchica) non possiamo che fare la propagan­da anarchica. Possono dire che noi non la facciamo continua­mente nei nostri scritti, nelle nostre conferenze, nelle nostre conversazioni e lettere private?

Ma realmente, dato lo spirito degli anarchici, il pericolo non è quello che un “partito anarchico” diventi autoritario, ma piuttosto quello ch’esso non giunga a prendere consistenza e non renda quindi quella somma d’azione che gli anarchici po­trebbero dare se solamente sapessero armonizzare e sommare il loro entusiasmo, il loro coraggio, il loro spirito di sacrificio. E questo è provato dalla storia di tutte le organizzazioni e ten­tativi di organizzazioni che gli anarchici han fatto in tutto il mondo da quando esiste un movimento anarchico…

 

 

d. La fine dell’anarchismo criticata da Luigi Galleani[46]

 

I compagni del periodico anarchico L ‘Adunata dei Refrat­tari, di Newark, negli Stati Uniti, hanno nel dicembre passato ripubblicato in volume la serie di brillanti articoli con cui Lui­gi Galleani rispondeva, circa 20 anni or sono, a F.S. Merlino, il quale aveva affermato, in un’intervista con Cesare Sobrero, che l’anarchismo era morto, o moribondo. Ed hanno fatto opera buona, poiché sarebbe stato un peccato davvero che quel lavoro fosse andato dimenticato e perduto.

In sostanza è una esposizione chiara, serena, eloquente del comunismo anarchico, secondo la concezione kropotkiniana: concezione, che io personalmente trovo troppo ottimista, trop­po facilona, troppo fidente nelle armonie naturali, ma che non resta meno per questo il contributo più grande che sia stato da­to finora alla propagazione dell’anarchismo.

Non starò ad esporre le tesi sostenute dal Galleani, perché sono in generale le stesse idee che noi tutti abbiamo sempre professate e propagate ed anche perché si tratta di un lavoro tanto sostanzioso e conciso che mal si presta ai riassunti ed agli estratti, ed è così bene scritto che a toccarlo si rischia di sciuparlo. Noterò soltanto un punto di dissenso apparente ed uno di dissenso reale.

Il dissenso apparente sta nella questione dell’organizzazione – non dell’organiz-zazione operaia intorno alla quale io sono, come sanno i lettori di questa rivista, quasi completamente d’accordo col Galleani – ma dell’organizzazione propria degli a­narchici come partito, come insieme di uomini che vogliono la stessa cosa e che hanno interesse ad unire e coordinare i lo­ro sforzi. Galleani fa una critica severa quanto giusta di una supposta organizzazione autoritaria, che è una cosa completa mente diversa da quella che gli anarchici organizzatori predica­no e, quando possono, praticano. Ma è una questione di paro­la. Se invece di dire organizzazione si dicesse associazione, intesa, unione o altra parola simile, Galleani sarebbe certamente il primo a riconoscere che gli sforzi isolati e discordanti sono impotenti a raggiungere lo scopo. Infatti egli aveva creato in America, intorno a Cronaca Sovversiva, tutt’una accolta di con­sensi e di cooperazioni che, se mai, aveva proprio il difetto autoritario di dipendere troppo dall’impulso di una sola persona.

Il punto di dissenso reale è un altro, ed è grave perché può influenzare tutta l’azione pratica degli anarchici oggi e, più an­cora, nei giorni di crisi storiche Galleani dice: “Noi non possiamo offrire della città libera e felice che qual­che magnifico profilo disegnato dalla speranza, dalla fantasia e da qualche logica e positiva induzione, piuttosto che da una realtà matematica e sicura. Non possiamo d’altronde, senza ar­bitrio e senza ridicolo, erigerne l’architettura severa e completa. La più ideale delle costruzioni potrebbe parere meschina, forse anche grottesca ai nostri nepoti che la casa dovrebbero abitare, e la casa sapranno farsi da sé adeguata ai loro bisogni, rispondere al loro gusto, degna dell’era più progredita e delle superiori civiltà in cui saranno chiamati a vivere”.

E sta benissimo Ma poi aggiunge: “Il nostro compito è più modesto ed anche più perentorio: dobbiamo lasciare ad essi [ai nipoti] il terreno sgombro dalle fosche ruine, dalle turpi galere, dai privilegi esosi, dai monopo­li rapaci, dagli eunuchi rispetti umani, dai convenzionalismi bugiardi, da pregiudizi avvelenati tra cui ci aggiriamo povere ombre in pena; dobbiamo lasciare ad essi sgombra la terra dal­le chiese, dalle caserme, dai tribunali, dai lupanari e soprattutto dall’ignoranza e dalla paura che li custodiscono assai più fedelmente che non le sanzioni del codice e i gendarmi”.

Qui appare l’idea, purtroppo assai sparsa in mezzo ai nostri compagni, che compito degli anarchici sia semplicemente quel­lo di demolire, lasciando ai posteri l’opera di ricostruzione. Ed è idea nefasta.

La vita sociale, come la vita individuale, non ammette inter­ruzione. Sarebbe, per esempio, ridicolo, e mortale se si facesse davvero, il volere distruggere tutti i forni malsani, tutti i muli­ni antieconomici, tutte le culture arretrate rimettendo ai poste­ri la cura di cercare ed applicare metodi migliori per coltivare il grano, far la farina e cuocere il pane. E così per la maggior parte delle istituzioni sociali, che compiono male qualche fun­zione necessaria, ma la compiono; e non possono esser distrut­te se non sostituendole con qualche cosa di meglio.

Non si tratta di prescrivere la linea da seguire ai posteri, i quali profitteranno degli sforzi e delle esperienze nostre e fa­ranno, c’è da sperarlo, molto meglio di quello che sapremmo far noi. Si tratta di quello che dobbiamo e dovremo far noi, se non vogliamo lasciare il monopolio dell’azione pratica ad altri, che indirizzerebbero il movimento verso orizzonti opposti ai nostri. Quindi necessità di studi e di preparazione per poter realizzare il più possibile delle nostre idee a mano a mano che si opera la demolizione.

Questo, almeno, per chi pensa, come me, che l’anarchia sia una cosa da fare, e non semplicemente da sognare.

 

 

e. Nota all’articolo “Individualismo anarchico” di Adams[47]

 

La risposta di Adams al mio articolo del n. 13 mi fa vedere ch’io non riuscii a bene esprimere il mio pensiero, e m’indu­ce quindi ad aggiungere qualche schiarimento. Io dissi che “nei loro moventi morali e nei loro fini ultimi anarchismo individualista e anarchismo comunista Sono la stes­sa cosa o quasi”. A questa mia affermazione si può opporre, lo so, mille testi e non pochi fatti di sedicenti anarchici individualisti i quali di­mostrerebbero che tra anarchici individualisti ed anarchici co­munisti vi è addirittura un abisso morale che li divide. Ma io nego che quella specie di individualisti possa includersi tra gli anarchici, malgrado ch’essi amino chiamarsi tali.

Se anarchia significa non governo, non dominio, non oppres­sione dell’uomo sull’ uomo come mai può chiamarsi anarchico, senza mentire a se stesso ed agli altri, uno che vi dice francamente che per soddisfare il suo Io opprimerebbe gli altri senza scrupolo alcuno e senza altro limite che quello segnatogli dal­la sua forza? Egli può essere un ribelle, perché si trova in posi­zione d’oppresso e lotta per diventare oppressore, come altri più nobili ribelli lottano per distruggere ogni genere d’oppres­sione; ma anarchico non può esser di certo. Egli è un aspirante borghese, un aspirante tiranno che, impotente a realizzare da sé e per le vie legali i suoi sogni di dominio e di ricchezza si accosta agli anarchici per sfruttarne la solidarietà morale o ma­teriale.

La questione, secondo me, non è dunque tra “comunisti” e “individualisti”, ma tra anarchici e non anarchici. Ed è stato grande torto il nostro, o almeno di molti di noi, quello di di­scutere certo preteso “individualismo anarchico” come se fos­se davvero una tra le varie tendenze dell’anarchismo, invece di combatterlo come una delle tante maschere dell’autoritarismo.

Ma, dice Adams “se si leva all’anarchismo individualista tutto ciò che non è anarchico non c’è più anarchismo indivi­dualista di sorta”. E qui non siamo d’accordo.

Moralmente l’anarchismo basta a se stesso: ma per tradur­si nei fatti ha bisogno di forme concrete di vita materiale, ed é la preferenza di una forma all’altra che differenzia l’una dall’altra le vane scuole anarchiche. Comunismo, individualismo, collettivismo, mutualismo e tutti i programmi intermedi ed eclettici non sono, nel campo anarchico, che il modo creduto migliore per realizzare nella vita economica la libertà e la solidarietà, il modo creduto più rispondente a giustizia ed a libertà di distribuire tra gli uomi­ni i mezzi di produzione ed i prodotti del lavoro.

Bakunin era anarchico, ed era collettivista, nemico fiero del comunismo perché in esso vedeva la negazione della liber­tà e quindi della dignità umana. E con Bakunin e lungo tempo dopo di lui furono collettivisti (proprietà collettiva del suolo, delle materie prime e degli strumenti di lavoro, e attribuzione del prodotto integrale del lavoro a ciascun produttore, detrat­ta la quota parte necessaria per i carichi sociali) quasi tutti gli anarchici spagnoli, che pur erano tra gli anarchici più coscien­ti e più conseguenti. Altri per la stessa ragione di difesa e garanzia della libertà si dichiararono individualisti e vogliono che ciascun abbia in pro­prietà individuale la parte che gli spetta dei mezzi di produzio­ne e quindi la libera disposizione dei prodotti del suo lavoro. Altri escogita sistemi più o meno complicati di mutualità. Ma insomma è sempre la ricerca di una più sicura garanzia del­la libertà che forma la caratteristica degli anarchici e li divide in scuole diverse.

Noi crediamo che la distribuzione dei mezzi di produzione naturali e la determinazione del valore di scambio delle cose necessarie in qualunque sistema fuori del comunismo, mal si potrebbero attuare senza lotte e senza ingiustizie che poi potrebbero finire colla costituzione di nuove forme d’autorità e di governi. Ma d’altra parte non ci nascondiamo il pericolo che un comunismo voluto applicare prima che ne sia ben radi­cato il desiderio e la coscienza e più largamente che non lo permettano le condizioni obiettive della produzione e dei rapporti sociali meni al sorgere di una burocrazia parassitaria che accetterebbe tutto nelle sue mani e diventerebbe il peggiore dei governi.

E perciò noi restiamo comunisti nel sentimento o nell’aspirazione, ma vogliam lasciare libero campo alla sperimentazione di tutti i modi di vita che si possono immaginare e desiderare. Per noi è necessario ed è sufficiente che tutti abbiano piena libertà e che nessuno possa monopolizzare i mezzi di produzio­ne e vivere del lavoro altrui.

Adams poi parla della necessità di “un movimento anarchi­co organizzato, omogeneo, continuativo e collegato per un’a­zione comune di lotta e di rivendicazione” e dice che la nostra propaganda a fatti deve consistere “non nell’aspettare ad agire, muoversi, organizzarsi, ecc, che tutti quelli che si dicono anar­chici siano d’accordo su quello che si deve fare, ma nel fare su­bito, noi stessi, tutti quanti siamo d’accordo, secondo il nostro programma teorico e tattico senza astenercene per uno sciocco timore d’urtare le suscettibilità dei dissenzienti delle varie fra­zioni o tendenze”.

Ed io convengo perfettamente con lui; ma mi pare ch’egli si sbagli quando pensa che se quello ch’egli desidera non si è fatto finora, o si è fatto poco e male, sia la colpa degli “indi­vidualisti”. Secondo me la colpa è di uno stato d’animo degli anarchi­ci che li ha fatti riluttanti ad ogni piano pratico di azione e che deriva da errori teorici propagati fin dalle origini del nostro movimento. E questi errori dipendono da una specie di provvi­denzialismo naturale, che ha fatto credere che le vicende uma­ne avvengono automaticamente, naturalmente, senza prepara­zione, senza organizzazione, senza piani preconcetti. Come mol­ti di noi credono che la rivoluzione verrà da sé, quando i tempi saranno maturi, per opera spontanea della massa, così credono pure che dopo la rivoluzione la spontaneità popolare basterà a tutto e che non v’è bisogno di prevedere e di preparare nulla. E questa è la ragione dei mali che Adams lamenta, e non già gli “individualisti” che dopo tutto sono sempre stati in mezzo a noi una scarsissima minoranza, generalmente senza credito e senza influenza.

Non sono stati gl’individualìsti che hanno inventata la mas­sima, secondo me diametralmente opposta al vero, che “l’anar­chia è l’ordine naturale”!

 


 

5. IL GOVERNO RIVOLUZIONARIO

E LA DITTATURA DEL PROLETARIATO

 

 

 

a. Prefazione a Luigi Fabbri, Dittatura e Rivoluzione[48]

 

Carissimo Fabbri, sulla questione che tanti si preoccupa, quella della dittatura del proletariato, mi pare che siamo fondamentalmente d’ac­cordo.

A me sembra che su questa questione l’opinione degli anar­chici non potrebbe esser dubbia, ed infatti prima della rivolu­zione bolscevista non era dubbia per nessuno. Anarchia signifi­ca non-governo e quindi a maggior ragione non-dittatura, che è governo assoluto senza controllo e senza limiti costituzionali.

Ma quando è scoppiata la rivoluzione bolscevista parecchi nostri amici hanno confuso ciò che era rivoluzione contro il governo preesistente, e ciò che era nuovo governo che veniva a sovrapporsi alla rivoluzione per frenarla e dirigerla ai fini particolari di un partito – e quasi quasi si sono dichiarati bol­scevisti essi stessi.

Ora, i bolscevisti sono semplicemente dei marxisti, che sono onestamente e conseguentemente restati marxisti, a differenza dei loro maestri e modelli, i Guesde, i Plekanoff, gli Hyndmann, gli Scheidemann, i Noske, ecc, ecc., che han fatto la fine che tu sai. Noi rispettiamo la loro sincerità, ammiriamo la loro ener­gia, ma come non siamo stati mai d’accordo con loro sul terre­no teorico, non sapremmo solidarizzarci con loro quando dalla teoria si passa alla pratica.

Ma forse la verità è semplicemente questa: che i nostri ami­ci bolscevizzanti coll’espressione “dittatura del proletariato” intendono semplicemente il fatto rivoluzionario dei lavoratori che prendono possesso della terra e degli strumenti di lavoro e cercano di costituire una società, di organizzare un modo di vi­ta in cui non vi sia posto per una classe che sfrutti ed opprima i produttori.

Intesa così, la “dittatura del proletariato” sarebbe il potere effettivo di tutti i lavoratori intenti ad abbattere la società capitalistica, e diventerebbe l’anarchia non appena fosse cessata la resistenza reazionaria e nessuno più pretendesse di obbliga­re con la forza la massa ad ubbidirgli ed a lavorare per lui. Ed allora il nostro dissenso non sarebbe più che una questione di parole. Dittatura del proletariato significherebbe dittatura di tutti, vale a dire non sarebbe più dittatura, come governo di tutti non è più governo, nel senso autoritario, storico, pratico della parola.

Ma i partigiani veri della “dittatura del proletariato” non la intendono così, e ce lo fanno ben vedere in Russia. Il proletariato naturalmente c’entra come c’entra il popolo nei regimi democratici, cioè semplicemente per nascondere l’essenza reale della cosa. In realtà si tratta della dittatura di un partito, o piuttosto dei capi di un partito; ed è dittatura vera e propria, coi suoi decreti, colle sue sanzioni penali, coi suoi agenti esecu­tivi e soprattutto colla sua forza armata, che serve oggi anche a difendere la rivoluzione dai suoi nemici esterni, ma che servirà domani per imporre ai lavoratori la volontà dei dittatori, arre­stare la rivoluzione, consolidare i nuovi interessi che si vanno costituendo e difendere contro la massa una nuova classe privi­legiata.

Anche il generale Bonaparte servì a difendere la rivoluzione francese contro la reazione europea, ma nel difenderla la stroz­zò. Lenin, Trotski e compagni sono di sicuro dei rivoluzionari sinceri, così come essi intendono la rivoluzione, e non tradiran­no; ma essi preparano i quadri governativi che serviranno a quelli che verranno dopo per profittare della rivoluzione ed uc­ciderla. Essi saranno le prime vittime del loro metodo, e con loro, io temo, cadrà la rivoluzione. È la storia che si ripete: mutatis mutandis, è la dittatura di Robespierre che porta Ro­bespierre alla ghigliottina e prepara la via a Napoleone.

Queste sono le mie idee generali sulle cose di Russia. In quanto ai particolari le notizie che abbiamo sono ancora trop­po varie e contraddittorie per potere arrischiare un giudizio. Può anche darsi che molte cose che ci sembrano cattive siano il frutto della situazione e che nelle circostanze speciali della Russia non fosse possibile fare diversamente di quello che hanno fatto. È meglio aspettare, tanto più che quello che noi diremmo non può avere nessuna influenza sullo svolgimento dei fatti in Russia, e potrebbe in Italia essere male interpretato e darci l’aria di far eco alle calunnie interessate della reazione.

L’importante è quello che dobbiamo fare noi – siamo sem­pre lì, io sto lontano ed impossibilitato a fare la parte mia…

 

 

b. Gli anarchici ed i socialisti[49]

 

Passiamo ora alla questione di quello che intendiamo fare dopo l’insurrezione vittoriosa. Questa è la questione essenziale, poiché è il nostro modo di ricostruire che costituisce propriamente l’anarchismo e che ci distingue dai socialisti. L’insurrezione, i mezzi per distruggere sono cosa contingente, e a rigore si potrebbe essere anarchici anche essendo pacifisti, come si può essere socialisti essendo insurrezionisti.

Si è detto che gli anarchici sono antistatalisti ed è giusto: ma che cosa è lo Stato? Stato è parola soggetta a cento inter­pretazioni, e noi preferiamo adoperare parole chiare che non dan luogo ad equivoci.

Malgrado la cosa possa sembrar nuova a chi non ha penetra­to il concetto fondamentale dell’anarchismo, la verità è che i socialisti sono dei violenti, mentre noi siamo contrari ad ogni violenza, salvo quando essa ci è imposta, per ragion di difesa, dalla violenza altrui. Siamo per la violenza oggi perché è il mez­zo necessario per abbattere la violenza borghese; saremmo per la violenza domani se ci si volesse imporre violentemente un modo di vita che non ci convenisse. Ma il nostro ideale, l’anar­chia, è una società fondata sul libero accordo delle libere vo­lontà dei singoli. Siamo contro l’autorità perché l’autorità è violenza, in pratica, di pochi contro i molti; ma saremmo con­tro l’autorità lo stesso, se essa fosse, secondo l’utopia demo­cratica, la violenza della maggioranza contro la minoranza.

I socialisti sono dittatoriali o parlamentari. La dittatura, s’intitoli pure dittatura del proletariato, é il governo assoluto di un partito, o piuttosto dei capi di un parti­to che impongono a tutti il loro speciale programma, quando non siano i loro speciali interessi. Essa si annunzia sempre provvisoria, ma, come ogni potere, tende sempre a perpetuarsi e ad ingrandire il proprio potere, e finisce o col provocare la ribellione ò col consolidare un regime di oppressione.

Noi anarchici non possiamo non essere avversari di ogni e qualsiasi dittatura. I socialisti, che preparano gli animi a subire la dittatura, pensino almeno ad assicurarsi che al potere vada­no i dittatori che essi desiderano, giacché, se il popolo è di­sposto ad ubbidire, c’è sempre pericolo che ubbidisca ai più abili, cioè ai più malvagi.

Resta il parlamento, la democrazia. Noi, anche nella migliore ed utopistica ipotesi che i corpi eletti riescano a rappresentare la volontà della maggioranza non potremmo mai riconoscere nella maggioranza il diritto d’imporre la propria volontà alla minoranza per mezzo della leg­ge, cioè per mezzo della forza bruta. Ma vuoi dire questo che noi non vogliamo organizzazioni coordinazione, divisione e delegazione di funzioni?

Niente affatto. Noi comprendiamo tutta la complessità della vita civile e non vogliamo rinunziare a nessuno dei vantag­gi della civiltà; ma vogliamo che tutto, anche le necessarie limi­tazioni di libertà sia il risultato del libero accordo, in cui la vo­lontà di ciascuno non è violentata dalla forza altrui, ma è temperata dall’interesse che tutti hanno ad accordarsi, nonché dai fatti naturali indipendenti dalla volontà umana.

L’idea della libera volontà sembra spaventare i socialisti. Ma, in tutto ciò che dipende dagli uomini, non è sempre la vo­lontà che decide? E perché allora la volontà degli uni piuttosto che degli altri? E chi deciderebbe della volontà che ha diritto a prevalere? La forza brutale? quella che sarebbe riuscita ad assi­curarsi un corpo di poliziotti abbastanza forte?

Noi crediamo che si potrà raggiungere l’accordo ed arrivare al miglior modo di convivenza sociale solo se nessuno può im­porre la volontà sua colla forza, e ciascuno quindi dovrà cerca­re, per necessità di cose oltre che per impulso di spirito frater­no, il modo di conciliare i desideri propri con quelli degli al­tri. Un maestro di scuola, mi si passi l’esempio, che abbia il diritto di bastonare i discepoli e si fa ubbidire colla sferza, risparmia ogni lavoro intellettuale per comprendere l’animo dei fanciulli a lui affidati ed alleva dei selvaggi; un maestro invece che bastonare non può o non vuole cerca di farsi amare e ci rie­sce.

Noi siamo comunisti; ma il comunismo imposto dai birri, no. Questo comunismo non solo violerebbe la libertà che ci è cara, non solo non riuscirebbe a produrre effetti benefici perché gli mancherebbe il cordiale concorso delle masse e dovrebbe contare solo sull’azione sterile e perniciosa dei burocrati, ma condurrebbe certamente alla ribellione, la quale, essendo per le circostanze anti-comunista, rischierebbe di finire in una restau­razione borghese.

Questa differenza di programma tra noi ed i socialisti ci fa­rà nemici l’indomani della rivoluzione, ed indurrà gli anarchi­ci, che probabilmente saranno in minoranza, a preparare una nuova insurrezione violenta contro i socialisti? Non necessariamente.

L’anarchia, l’abbiamo ripetuto spesso, non si fa per forza e noi non potremmo voler imporre agli altri le nostre conce­zioni, senza cessare di essere anarchici, Ma noi anarchici vorre­mo vivere anarchicamente per quanto le circostanze esteriori e le capacità nostre ce lo permetteranno.

Se i socialisti ci lasceranno libertà di propaganda, di organiz­zazione, di sperimentazione; se non vorranno obbligarci colla forza ad ubbidire alle loro leggi quando noi sapessimo vivere i­gnorandole, allora non vi sarà nessuna ragione di conflitto vio­lento.

Una volta conquistata la libertà ed assicuratoci il diritto di disporre dei mezzi di produzione, noi contiamo, per il trionfo dell’Anarchia, solo sulla superiorità delle nostre idee. Ed intan­to potremmo concorrere tutti, ciascuno coi metodi suoi, al be­ne comune. Chè se invece i governanti socialisti volessero con la forza dei poliziotti, sottoporre i recalcitranti alloro dominio, allo­ra… sarebbe la lotta.

 

 

c. Le due vie: libertà o dittatura[50]

 

Al contrario degli anarchici vi sono molti rivoluzionari i quali non hanno fiducia nell’i-stinto costruttivo nelle masse, credono di avere essi la ricetta infallibile per assicurare la feli­cità universale, temono la possibile reazione, temono forse più la concorrenza di altri partiti ed altre scuole di riformatori so­ciali, e vogliono perciò impossessarsi del potere e sostituire al governo “democratico” di oggi un governo dittatoriale.

Dittatura dunque: ma chi sarebbero i dittatori? Naturalmente, pensano essi, i capi del loro partito. Dicono ancora per abitudine contratta o per desiderio cosciente di evitare le spie­gazioni chiare, “dittatura del proletariato” ma questa è una bur­letta oramai sfatata.

Ecco come si spiega Lenin, o chi per lui (vedi Avanti! del 20 luglio 1920): “La dittatura significa l’abbattimento della borghesia per o­pera di un’“avanguardia rivoluzionaria [questa è la rivoluzione e non già la dittatura], in contrasto con la concezione che sia an­zitutto necessario ottenere una maggioranza nelle elezioni. Per mezzo della dittatura si ottiene la maggioranza non già per mezzo della maggioranza la dittatura”. [E sta bene; ma se è una minoranza che, impossessatasi del potere, deve poi conquistare la maggioranza è una menzogna il parlare di dittatura del proletariato. Il proletariato è evidentemente la maggioranza].

“La dittatura significa l’impiego della violenza e del terro­re” [Per opera di chi e contro chi? Poiché si suppone la maggioranza ostile e non può trattarsi, nel concetto dittatoriale di folla scatenata che prende nelle sue mani la cosa pubblica, evi­dentemente la violenza ed il terrore dovranno essere praticati contro tutti coloro che non si piegano ai voleri dei dittatori per mezzo di sgherani al servizio di essi dittatori].

“La libertà di stampa e di riunione equivarrebbe ad autorizzare la borghesia ad avvelenare l’opinione pubblica.” [Dunque dopo l’avvento della dittatura “del proletariato” che dovrebbe essere la totalità dei lavoratori, vi sarà ancora una borghesia che invece di lavorare avrà i mezzi di avvelenare “l’opinione pubblica” ed una opinione pubblica da avvelenare estranea a quei proletari che dovrebbero costituire la dittatura? Vi saran­no dei censori onnipotenti che giudicheranno di quello che si può o non si può stampare e dei questori a cui bisognerà do­mandare il permesso per tenere un comizio. Inutile dire quale sarebbe la libertà lasciata a chi non è ligio ai dominatori del momento].

“Soltanto dopo la espropriazione degli espropriatori, dopo la vittoria, il proletariato attirerà a sé le masse della popola­zione che prima seguiva la borghesia”. [Ma ancora una volta che cosa è questo proletariato che non è la massa che lavora? Proletariato non significa dunque chi non ha proprietà ma chi ha certe date idee ed appartiene ad un dato partito?].

Lasciamo dunque questa falsa espressione di dittatura del proletariato atta a produrre tanti equivoci e discutiamo della dittatura quale essa è veramente, cioè il governo assoluto di uno o più individui i quali, appoggiandosi su di un partito o su di un esercito, s’impadroniscono della forza sociale ed impon­gono “colla violenza e col terrore” la loro volontà.

Quale sarà questa volontà dipende dalla specie di persone che all’atto pratico riusciranno ad impossessarsi del potere. Nel caso nostro si suppone che sarà la volontà dei comunisti e quindi una volontà ispirata al desiderio del bene di tutti.

È già una cosa molto dubbia, poiché generalmente gli uomi­ni meglio dotati delle qualità necessarie per arraffare il potere non sono i più sinceri ed i più devoti alla causa pubblica; e se si predica alle masse la necessità di sottomettersi ad un nuovo go­verno non si fa che spianare la via agli intriganti ed agli ambizio­si.

Ma supponiamo pure che i nuovi governanti, i dittatori che dovrebbero realizzare gli scopi della rivoluzione siano dei veri comunisti, pieni di zelo, convinti che dall’opera loro, dall’ener­gia loro dipenda la felicità del genere umano. Sarebbero degli uomini sul tipo dei Torquemada e dei Robespierre che, a fine di bene, in nome della salute privata o pubblica, soffochereb­bero ogni voce discorde, distruggerebbero ogni alito di vita li­bera e spontanea: e poi, impotenti a risolvere i problemi prati­ci da loro sottratti alla competenza degli interessati, dovrebbe­ro per amore e per forza lasciare il posto ai restauratori del pas­sato.

La grande giustificazione della dittatura sarebbe l’incapacità delle masse e la necessità di difendere la rivoluzione dai tenta­tivi reazionari. Se davvero le masse fossero armento bruto incapace di vive­re senza il bastone del pastore, se non vi fosse già una minoran­za sufficientemente numerosa e cosciente capace di trascinare le masse colla predicazione e coll’esempio, allora comprende­remmo meglio i riformisti, i quali temono la sollevazione popo­lare e s’illudono di potere poco a poco, a forza di piccole ri­forme,che sono poi piccoli rammendi, minare lo Stato borghe­se e preparare le vie al socialismo; comprenderemmo meglio gli educazionisti che non valutando abbastanza l’influenza dell’am-biente sperano di poter cambiare la società cambiando pri­ma tutti gli individui; non potremmo comprendere affatto i partigiani della dittatura, che vogliono educare ed elevare le masse “colla violenza e col terrore” e dovrebbero elevare a primi fattori di educazione i gendarmi ed i censori.

In realtà nessuno potrebbe istituire la dittatura rivoluzionaria se prima il popolo non avesse fatta la rivoluzione, mostran­do così a fatti la sua capacità di farla; ed allora la dittatura non farebbe che sovrapporsi alla rivoluzione, sviarla, soffocarla ed ucciderla.

In una rivoluzione politica in cui si mira solo a buttar giù il governo lasciando in piedi tutta l’organizzazione sociale esi­stente, può una dittatura impossessarsi del potere, mettere i suoi uomini al posto dei funzionari scacciati ed organizzare dall’alto il nuovo regime. Ma in una rivoluzione sociale, dove sono rovesciate tutte le basi della convivenza sociale, dove la produzione indispensa­bile deve essere ripresa subito per conto e vantaggio dei lavora­tori, dove la distribuzione deve essere immediatamente regolata secondo giustizia, la dittatura non potrebbe far nulla, O il popolo provvederebbe da sé nei diversi comuni e nelle diverse industrie, o la rivoluzione sarebbe fallita.

Forse in fondo i partigiani della dittatura (e già alcuni lo dicono apertamente) non desiderano subito che una rivoluzio­ne politica, vale a dire che vorrebbero senz’altro imposses­sarsi del potere e poi gradualmente trasformare la società per mezzo di leggi e di decreti. In tal caso essi avrebbero probabil­mente la sorpresa di vedere al potere ben altri che loro stessi; e in tutti i casi dovrebbero prima d’ogni altra cosa pensare a organizzare la forza armata (i poliziotti) necessaria ad imporre il rispetto delle loro leggi. Intanto la borghesia che sarebbe re­stata sostanzialmente la detentrice della ricchezza, superato il momento critico dell’ira popolare, preparerebbe la reazione, riempirebbe la polizia di propri agenti, sfrutterebbe il disagio e la disillusione di coloro che si aspettavano l’immediata realiz­zazione del paradiso terrestre… e ripiglierebbe il potere o at­tirando a sé i dittatori, o sostituendoli con uomini suoi.

Quella paura della reazione, addotta a giustificazione del re­gime dittatoriale dipende appunto dal fatto che si pretende fa­re la rivoluzione lasciando sussistere ancora una classe privile­giata in condizione di poter riprendere il potere.

Se invece s’incomincia con l’espropriazione completa, allora borghesi non ve ne sarà più; e tutte le forze vive del proletaria­to, tutte le capacità esistenti saranno impiegate nell’opera di ricostruzione sociale.

Del resto, in un paese come l’Italia (per applicare il già det­to al paese in cui svolgiamo la nostra attività), in un paese co­me l’Italia, dove le masse sono pervase da istinti libertari e ri­belli, dove gli anarchici rappresentano una forza considerevole, più che per le loro organizzazioni, per l’influenza che possono esercitare, un tentativo di dittatura non potrebbe essere fatto senza scatenare la guerra civile tra lavoratori e lavoratori e non potrebbe trionfare se non per mezzo della più feroce tirannia. Allora, addio comunismo! Non v’è che una via possibile di salvezza: la Libertà.

 

 

d. Prefazione all’edizione spagnola di Luigi Fabbri, Dittatura e Rivoluzione[51]

 

Dopo circa due anni da quando fu scritto, il libro di Luigi Fabbri a proposito della rivoluzione russa conserva tutta la sua freschezza e resta il lavoro più completo e più organico che io conosca sull’argomento. Anzi gli avvenimenti posteriori che si sono svolti in Russia sono venuti a confermare il valore del li­bro dando un’ulteriore e più evidente conferma sperimentale alle deduzioni che il Fabbri cavava dai fatti allora conosciuti e dai principi generali sostenuti dagli anarchici.

Materia del libro è un caso particolare del vecchio eterno conflitto tra libertà e autorità che ha riempito di sé tutta la storia passata e travaglia più che mai il mondo contemporaneo, e dalle cui vicende dipende la sorte della rivoluzione in atto e di quelle che stanno per venire.

La rivoluzione russa si è svolta con lo stesso ritmo di tutte le rivoluzioni passate. Dopo un periodo ascendente verso una maggiore giustizia ed una maggiore libertà, che è durato fino a quando l’azione popolare attaccava ed abbatteva i poteri costi­tuiti, è sopravvenuto, non appena un nuovo governo è riuscito a consolidarsi, il periodo della reazione, l’opera, a volte lenta e graduale, a volte rapida e violenta, del nuovo potere, intesa a distruggere quanto più è possibile delle conquiste della Rivolu­zione e a stabilire un ordine che assicuri la permanenza al pote­re della nuova classe governante e difenda gli interessi dei nuo­vi privilegiati e di quelli tra i vecchi che sono riusciti a sopravvi­vere alla tormenta.

In Russia, grazie a circostanze eccezionali il popolo abbatté il regime zarista, costruì per libera e spontanea iniziativa i suoi soviet (che furono comitati locali di operai e contadini, rappresentanti diretti dei lavoratori e sottoposti al controllo immediato degli interessati), espropriò gli industriali ed i gran­di proprietari fondiari ed incominciò ad organizzare sulla base dell’uguaglianza e della libertà e con criteri di giustizia, sia pu­re relativa, la nuova vita sociale.

Così la Rivoluzione si andava sviluppando e, compiendo il più grandioso esperimento sociale che la storia ricordi si ap­prestava a dare al mondo l’esempio di un grande popolo che mette in opera per sforzo proprio tutte le sue facoltà, e rag­giunge la sua emancipazione ed organizza la sua vita confor­memente ai suoi bisogni, ai suoi istinti, alla sua volontà, sen­za la pressione di una forza esteriore che lo inceppi e lo co­stringa a servire gli interessi di una casta privilegiata.

Disgraziatamente però, tra gli uomini che maggiormente con­tribuirono a dare il colpo decisivo al vecchio regime, vi erano dei fanatici dottrinari, ferocemente autoritari perché ferma­mente convinti di possedere “la verità” e di avere la missione di salvare il popolo il quale, secondo la loro opinione non po­teva salvarsi se non per le vie indicate da loro. Costoro, profit­tando del prestigio che dava loro la parte presa nella rivoluzione e soprattutto della forza che veniva loro dalla propria orga­nizzazione, riuscirono ad impossessarsi del potere, riducendo all’impotenza gli altri, ed in specie gli anarchici, che avevano contribuito alla rivoluzione quanto e più di loro, ma non po­tettero opporsi validamente alla loro usurpazione, perché di­sgregati senza intese preventive, quasi senza alcuna organizzazione.

Da allora la rivoluzione era condannata. Il nuovo potere, come è nella natura di tutti i governi, volle assorbire nelle sue mani tutta la vita del paese e sopprimere o­gni iniziativa, ogni movimento che sorgesse dalle viscere po­polari. Creò in sua difesa prima un corpo di pretoriani, poi un esercito regolare ed una potente polizia che uguagliò e superò in ferocia e mania liberticida quella stessa del regime zarista. Costituì un’innumere burocrazia; ridusse i soviet a puri stru­menti del potere centrale o li sciolse colla forza delle baionet­te; soppresse con la violenza, spesso sanguinaria ogni opposi­zione; volle imporre il programma sociale agli operai e ai contadini riluttanti, e così scoraggiò e paralizzò la produzione. Difese bensì con successo il territorio russo dagli attacchi della reazione europea, ma non riuscì con questo a salvare la rivolu­zione poiché l’aveva strozzata esso stesso, pur cercando di di­fendere le apparenze formali. Ed ora si sforza di farsi ricono­scere dai governi borghesi, di entrare con loro in rapporti cor­diali, di ristabilire il sistema capitalistico… insomma di sep­pellire definitivamente la rivoluzione. Così tutte le speranze che la rivoluzione russa aveva suscitate nel proletariato mondia­le saranno state tradite. La Russia non tornerà certo allo stato di prima, poiché una grande rivoluzione non passa mai senza lasciar tracce profonde, senza scuotere ed innalzare l’animo po­polare e senza creare delle nuove possibilità per l’avvenire. Ma i risultati ottenuti resteranno ben inferiori a quello che avreb­bero potuto essere e si sperava che fossero, ed enormemente sproporzionati alle sofferenze patite ed al sangue versato.

Noi non vogliamo troppo approfondire la ricerca delle re­sponsabilità. Certo molta colpa del disastro spetta alle diret­tive autoritarie che si dettero alla rivoluzione; molta colpa spetta anche alla singolare psicologia dei governanti bolscevi­chi, che pur sbagliando e riconoscendo e confessando i loro er­rori, restano sempre convinti lo stesso d’essere infallibili e vo­gliono sempre imporre con la forza le loro mutevoli e contraddittorie volontà. Ma è altrettanto, o più vero ancora, che quegli uomini si sono trovati alle prese con difficoltà inaudite e che forse molto di quello che a noi sembra errore e malvagità, fu l’effetto ineluttabile della necessità.

E perciò noi volentieri ci asterremmo dal dare un giudizio, lasciando che giudichi più tardi la storia serena ed imparziale, se è vero che una storia serena ed imparziale sia mai possibile. Ma v’è in Europa tutto un partito che è abbacinato dal mito russo e vorrebbe imporre alle prossime rivoluzioni gli stessi metodi bolscevichi che hanno uccisa la rivoluzione russa; ed è urgente quindi mettere in guardia le masse in generale, ed i rivoluzionari in specie, contro il pericolo dei tentativi ditta­toriali dei partiti bolscevizzanti. E il Fabbri ha reso un segna­lato servizio alla causa mostrando all’evidenza la contraddi­zione che v’è tra dittatura e rivoluzione.

L’argomento principe di cui si servono i difensori della dit­tatura che si continua a chiamare dittatura del proletariato, ma è poi in realtà – ormai tutti ne convengono – dittatura dei capi di un partito sopra tutta quanta la popolazione, l’argomento principe, dico, è la necessità di difendere la rivoluzio­ne contro i tentativi interni di restaurazione borghese e con­tro gli attacchi che verrebbero dai governi esteri, se il proleta­riato dei loro paesi non sapesse tenerli in rispetto facendo, o almeno minacciando di fare, esso stesso la rivoluzione appena l’esercito fosse impegnato in una guerra.

Non v’è dubbio che bisogna difendersi; ma dal sistema che si adopera nella difesa dipende in gran parte la sorte della ri­voluzione. Che se per vivere si dovesse rinunziare alle ragioni ed agli scopi della vita, se per difendere la rivoluzione si doves­se rinunziare alle conquiste che sono lo scopo primo della rivoluzione, allora varrebbe meglio essere vinti onoratamente e salvare le ragioni dell’avvenire, anziché vincere tradendo la propria causa. La difesa interna bisogna assicurarla distruggendo radical­mente tutte le istituzioni borghesi e rendendo impossibile ogni ritorno al passato. È vano il volere difendere il proletariato contro i borghesi mettendo questi in condizioni d’inferiorità politica. Fino a che vi sarà gente che ha e gente che non ha, quelli che hanno finiranno sempre col burlarsi delle leggi; anzi, appena svaniti i primi bollori popolari, sono essi che andranno al potere e faranno le leggi.

Vane le misure di polizia, che possono ben servire ad op­primere, ma non serviranno mai per liberare. Vano, e peggio che vano micidiale, il cosiddetto terrore rivoluzionario. Certo è tanto grande l’odio, il giusto odio, che gli oppressi covano nell’animo loro, sono tante le infamie commesse dai governi e dai signori, sono tanti gli esempi, di ferocia che vengono dall’alto, tanto il disprezzo della vita e delle sofferenze umane che ostentano le classi dominanti, che non c’è da meravigliarsi se in un giorno di rivoluzione la ven­detta popolare scoppia tremenda ed inesorabile. Noi non ce ne scandalizzeremmo e non cercheremmo di frenarla se non con la propaganda, poiché il volerla frenare altrimenti porte­rebbe alla reazione. Ma è certo, secondo noi, che il terrore è un pericolo e non già una garanzia di successo per la rivolu­zione. Il terrore in generale colpisce i meno responsabili; met­te in valore i peggior elementi, quelli stessi che avrebbero fat­to i birri e i carnefici sotto il vecchio regime e sono felici di sfogare, in nome della rivoluzione, i loro cattivi istinti e soddi­sfare sordidi interessi.

E questo se si tratta del terrore popolare esercitato diretta­mente dalle masse contro i loro oppressori diretti. Ché se poi il terrore dovesse essere organizzato da un centro, fatto per ordine di governo per mezzo della polizia e dei tribunali co­siddetti rivoluzionari, allora esso sarebbe il mezzo più sicuro per uccidere la rivoluzione e sarebbe esercitato, più che a danno dei reazionari, contro gli amanti di libertà che resistes­sero agli ordini del nuovo governo ed offendessero gli interes­si dei nuovi privilegiati.

Alla difesa, al trionfo della rivoluzione si provvede interes­sando tutti alla sua riuscita, rispettando la libertà di tutti e levando a chiunque non solo il diritto, ma la possibilità di sfruttare il lavoro altrui. Non bisogna sottomettere i borghesi ai proletari, ma abo­lire borghesia e proletariato assicurando a ciascuno la pos­sibilità di lavorare nel modo che vuole e mettendo tutti gli uomini validi nell’impossibilità di vivere senza lavorare.

Una rivoluzione sociale, che dopo aver vinto sta ancora in pericolo di essere sopraffatta dalla classe spossessata è una ri­voluzione che si é arrestata a mezzo cammino; e per assicu­rarsi la vittoria non ha che da andare sempre più avanti sempre più in fondo.

Resta la questione della difesa contro il nemico di fuori. Una rivoluzione che non vuol finire sotto i talloni di un soldato fortunato non può difendersi che per mezzo di mili­zie volontarie, facendo in modo che ogni passo fatto dagli stranieri sul territorio insorto li faccia cadere in un tranello, cercando di offrire tutti i vantaggi possibili ai soldati mandati per forza e trattando senza pietà gli ufficiali nemici che ven­gono volontariamente. Si deve organizzare il meglio possi­bile l’azione guerresca; ma è essenziale evitare che coloro i quali si specializzano nella lotta militare esercitino, in quanto militari, una qualsiasi azione sulla vita civile della popolazio­ne.

Noi non neghiamo che dal punto di vista tecnico più un esercito è retto autoritariamente e più ha probabilità di vit­toria, e che il concentramento di tutti i poteri nelle mani di uno solo – se capita che quest’uno sia un genio militare – co­stituirebbe un grande elemento di successo. Ma la questione tecnica non ha che una importanza secondaria – e se per ri­schiare una sconfitta da parte dello straniero si dovesse ri­schiare di uccidere noi stessi la rivoluzione, si servirebbe mol­to male la causa.

L’esempio della Russia serve a tutti. Il farsi mettere il freno nella speranza di essere meglio guidati non può condurre che alla schiavitù. Tutti i rivoluzionari studino il libro di Fabbri. È necessa­rio per esser bene preparati ad evitare gli errori in cui sono ca­duti i Russi.

 


 

6. L’ALLUVIONE FASCISTA

 

 

 

a. Ricominciando: il compito dell’ora presente[52]

 

Dico la mia opinione sui bisogni del nostro movimento nell’ora attuale. I compagni giudicheranno ed agiranno con quella disciplina anarchica che non e l’ubbidienza ai voleri di altri, ma spontanea coerenza con le proprie convinzioni.

Quando tornai in Italia, nelle circostanze che tutti conosco­no, la rivoluzione era all’ordine del giorno. Proletariato, bor­ghesia, governo, partiti, tutti vivevano nella speranza o nel ti­more di una prossima, imminente sollevazione popolare, dalla quale poteva risultare un radicale cambiamento negli ordini po­litici ed economici. Ma, come sempre, occorreva la spinta ini­ziale per determinare il movimento ed occorreva l’intesa di nu­clei coscienti e fattivi per indirizzare detto movimento a scopi determinanti ed impedire che esso si esaurisse in disordini inu­tili e sanguinosi, senza risultati tangibili e duraturi.

La situazione era urgente. Lo stato di tensione spirituale in cui si trovavano le masse non poteva durare a lungo; il governo o la borghesia sarebbero usciti dallo stato di depressione mora­le e d’impotenza materiale in cui erano caduti, e difatti già incominciavano ad apprestare i mezzi di repressione; né le condi­zioni economiche, colle crescenti esigenze dei lavoratori e la progressiva diminuzione della produzione, potevano ammet­tere il prolungarsi di una condizione di ansia e di incertezza che impediva al capitalismo di funzionare mentre non permet­teva il lavoro libero, associato, senza sfruttamento padronale, che avrebbe dovuto risolvere il problema.

Il partito socialista che comprendeva allora anche coloro che poi si sono costituiti in partito comunista, e che era di gran lunga il più forte tra i partiti anticostituzionali, cercava di procrastinare nella convinzione, o col pretesto, che il tempo lavorava per noi, che ogni giorno passato aumentava la proba­bilità di vittoria.

A me sembrava il contrario, e perciò desideravo che quel che si poteva fare si facesse subito. La storia passata non m’ispirava soverchia fiducia nella ca­pacità e soprattutto nella volontà rivoluzionaria dei dirigenti socialisti, e d’altra parte come anarchico non potevo non ave­re le peggiori prevenzioni contro il regime burocratico e ditta­toriale che, in caso dì vittoria, i socialisti avrebbero tentato d’imporci.

Ma come fare? Noi eravamo troppo poco numerosi per po­tere, con qualche probabilità di successo, prendere da soli l’iniziativa dell’azione; e pure bisognava fare il possibile perché la situazione tanto eccezionalmente favorevole alla rivoluzione non andasse miseramente sciupata! Perciò io fui tra i più caldi fautori del “fronte unico” che fu uno sforzo per trascinare all’azione coloro che, avendo promesso la rivoluzione, gli uni per scopi sporcamente elettorali, gli altri per un transitorio entusiasmo provocato dai fatti di Russia, non potevano decentemente confessare che essi la rivoluzione non la volevano, perché, a non parlare che delle ragioni oneste, non la credevano possibi­le.

I fatti mi hanno dato torto. Il “fronte unico” non era stato voluto realmente che dagli anarchici e quando venne il mo­mento di agire si sfasciò miseramente.

Il modo come si strozzò il magnifico movimento, che po­teva ben essere risolutivo dell’occupazione delle fabbriche, la fine vergognosa dell’agitazione pro vittime politiche cessata non appena furono arrestati i membri anarchici del comitato mostrarono quanto torto avevamo avuto fidando nel concorso degli “affini”.

Noi dicemmo parole dure, gridammo al tradimento; ed ave­vamo ragione se consideriamo le promesse che i socialisti avevano fatto alle masse, se ci ricordiamo il modo come essi soffocavano ogni agitazione promettendo la rivoluzione sicura a breve scadenza. L’Avanti!, per esempio, per indurre gli o­perai a lasciare tranquillamente le fabbriche assicurava che la rivoluzione si sarebbe fatta “tra poche settimane”!

Ma se trascuriamo i modi poco leali e guardiamo il fondo delle cose, se consideriamo il tipo di organizzazione adottato dai socialisti ed il personale che costituisce la loro classe dirigente, e principalmente la maniera come essi concepiscono il divenire rivoluzionario, allora dovremo convenire che non furono essi i traditori, ma noi gl’ingenui.

 

 

b. Che fare?[53]

 

“Che fare?” è la domanda che con più o meno forza tor­menta sempre l’animo di tutti gli uomini lottanti per un ideale e che risorge imperiosa nei momenti di crisi, quando un insuc­cesso, una disillusione spinge al riesame della tattica seguita, alla critica degli errori eventuali, ed alla ricerca di mezzi più ef­ficaci. E ben fa il compagno Outcast a rimettere la questione sul tappeto ed invitare i compagni a riflettere ed a decidere sul da farsi.

La situazione oggi è per noi difficile ed in certe regioni ad­dirittura disastrosa. Ma insomma chi era anarchico resta a­narchico, e, se da una parte siamo indeboliti dalle molteplici sconfitte, abbiamo guadagnato dall’altra una preziosa espe­rienza, che aumenterà in seguito la nostra efficienza, se poco poco sappiamo farne tesoro. Le defezioni, del resto rare, che si sono prodotte nel campo nostro in fondo ci giovano perché ci hanno sbarazzato di elementi deboli ed infidi. Che fare dunque?

Non m’intratterrò dell’agitazione fatta all’estero contro la reazione italiana. Certamente tutto ciò che serve a far conosce­re al proletariato mondiale le vere condizioni d’Italia e le infa­mie inaudite che sono state commesse e continuano a com­mettersi dagli scherani della borghesia per soffocare e distrug­gere ogni movimento emancipatore, non può che giovare. Già leggiamo di un comizio internazionale di protesta contro il fascismo che ha avuto luogo a New York il 18 corrente – siam sicuri che i nostri amici e quanti han senso di libertà e di giusti­zia faranno tutto quello che possono in America, Inghilterra, Francia, Spagna, ecc.

Ma a noi interessa soprattutto quello che si deve fare qui in Italia, perché siamo noi che dobbiamo farlo, e perché, se è be­ne tener conto di tutte le forze ausiliarie, è essenziale però non contare troppo sugli altri e cercare la salute in noi stessi, nell’ opera nostra.

Noi in questi ultimi anni ci siamo accostati per un’azione pratica ai diversi partiti d’avanguardia e ne siamo usciti sempre male. Dobbiamo per questo isolarci, rifuggire dai contatti im­puri, e non muoverci o tentare di muoverci se non quando po­tremo farlo con le sole nostre forze ed in nome del nostro pro­gramma integrale?

Io non lo credo. Poiché la rivoluzione non possiamo farla da soli, cioè poi­ché non possiamo colle nostre sole forze attirare e spingere all’azione le grandi masse necessarie alla vittoria, e poiché anche aspettando un tempo illimitato le masse non potranno diven­tare anarchiche prima che la rivoluzione sia incominciata, e noi resteremo necessariamente una minoranza relativamente piccola fino al giorno in cui potremo cimentare le nostre idee nella pratica rivoluzionaria, negare il nostro concorso agli altri ed aspettare per agire di essere in grado di farlo da soli, sarebbe in pratica, e malgrado le parole grosse ed i propositi radicali, un fare opera addormentatrice ed impedire che s’incominci colla scusa di volere con un salto arrivare di botto alla fine.

So bene – se non lo sapessi da lungo tempo lo avrei appreso recentemente – che salvo individui e gruppi che mordono il freno della disciplina dei partiti autoritari e vi restano colla spe­ranza che i loro capi un qualche giorno si decideranno ad or­dinare l’azione generale noi, gli anarchici, siamo i soli a volere la rivoluzione davvero, ed a volerla il più presto possibile Ma so anche che le circostanze sono spesso più forti della volontà degli individui e che una volta o l’altra, se i nostri cugini dei vari lati non vorranno morire ignomigniosamente come partiti e fare omaggio alla monarchia di tutte le loro idee e di tutte le loro tradizioni, di tutti i loro sentimenti migliori, dovranno de­cidersi a rischiare la lotta finale. Oggi potrebbero anche esservi spinti dalla necessità di difendere la loro libertà, i loro beni, la loro vita.

Noi dovremmo quindi essere sempre disposti a secondare chi vuole agire, anche se questo implica il rischio di essere poi lasciati soli e traditi. Ma nel dare agli altri il nostro concorso, o meglio nel cerca­re sempre di utilizzare le forze degli altri e profittare di tutte le possibilità di azione, noi dobbiamo restare sempre noi stessi, e metterci in grado di far sentire la nostra influenza e contare almeno in proporzione delle nostre forze reali. E per questo importa intendersi, collegarsi, organizzarsi nel modo più efficace possibile.

Altri, per fini che non vogliamo qualificare continui pure a svisare e calunniare i nostri scopi. Tutti i compagni che vogliono fare davvero, giudicheranno che cosa convenga loro di fare. In questo momento, come in tutti i periodi di depressione e di stasi, siamo afflitti da una recrudescenza di bizantinismo; e v’è chi si diverte a discutere se siamo un partito o un movimento, se bisogna unirsi in unioni o federazioni e mille altre simili sciocchezze; forse sentiremo dire un’altra volta che “i gruppi non debbono avere né segretario né cassiere, ma debbono inca­ricare un compagno di custodire il denaro”. I bizantini son capaci di tutto; ma gli uomini fattivi lascino cuocere nel loro brodo quelli in buona fede e soprattutto quelli in cattiva fede, e pensino a fare. Ciascuno faccia quello che gli pare, con chi gli pare, ma fac­cia.

Nessun uomo di buona fede e di buon senso negherà che per agire con efficacia bisogna intendersi, unirsi, organizzarsi. Oggi la reazione tende a soffocare ogni movimento pubbli­co, e naturalmente il movimento tende a “nascondersi sotto terra”, come dicevano i russi. Ritorniamo alla necessità dell’organizzazione segreta, e sia. Ma l’organizzazio-ne segreta non può esser tutto e non può comprendere tutti.

Noi abbiamo bisogno di mantenere e di accrescere il nostro contatto colle masse, abbiamo bisogno di cercare nuovi prose­liti facendo la più ampia propaganda possibile, abbiamo biso­gno di serbare nel movimento tutti quegli elementi che non sono adatti per un’organizzazione segreta e quelli che per esse­re troppo conosciuti rischierebbero di comprometterla. Non bisogna dimenticare che i membri più utili per un’organizza­zione segreta sono quelli di cui gli avversari non sanno le idee, e che possono lavorare senza essere sospettati.

Non bisogna dunque, secondo me, disfare nulla di quello che esiste. Bisogna aggiungervi dell’altro: e quest’altro sia fatto in modo che risponda ai bisogni del momento. Non si aspetti l’iniziativa degli altri: che ciascuno prenda le iniziative che crede nella sua località, nel suo ambiente, e cerchi poi, colle dovute precauzioni, di collegare la propria alle altrui iniziative per arrivare a quell’intesa generale che è neces­saria per un’azione che valga. Siamo, è vero, in un momento di depressione. Ma oggi la storia cammina veloce: apprestiamoci per i prossimi avveni­menti.

 

 

c. Discorrendo di rivoluzione[54]

 

Noi abbiamo sempre ricercata l’alleanza di tutti quelli che vogliono fare la rivoluzione per potere abbattere la forza materiale del comune nemico, ma abbiamo sempre altamente proclamato che questa alleanza doveva durare solo il tempo dell’atto insurrezionale, e che subito dopo o magari, se possibile e necessario, durante la stessa insurrezione cercheremmo di at­tuare le idee nostre opponendoci alla costituzione di qualsiasi governo, di qualsiasi centro autoritario, e trascinando le mas­se alla presa di possesso immediata di tutti i mezzi di produzio­ne e di tutta la ricchezza sociale ed all’organizzazione diretta della nuova vita sociale conformemente al grado di sviluppo ed alla volontà delle stesse masse nelle varie località.

Purtroppo i partiti sovversivi autoritari italiani han mostrato di non avere capacità e voglia di fare la rivoluzione e dureranno a non potere e non volere farla sino a quando saranno affetti dalla lue parlamentaristica. Ma ciò non impedisce che noi, non potendo fare la rivoluzione da soli, dobbiamo spiare tutte le occasioni che potrebbero, magari contro la volontà dei capi, determinare un movimento insurrezionale. E d’altra parte, se anche vedessimo la possibilità di fare da soli una insurrezione vittoriosa, non dovremmo noi – poiché il nostro scopo non è fare un colpo di mano per impossessarci del potere, ma è quello di suscitare tutte le energie popolari ad iniziare l’era della libera evoluzione – non dovremmo noi far appello a tutti i partiti sovversivi, a tutte le organizzazioni proletarie per cercare di trascinare nel movimento tutta la massa che sta divisa tra i vari partiti e le varie organizzazioni?

Noi non vogliamo “aspettare che le masse diventino anarchi­che per fare la rivoluzione”, tanto più che siamo convinti che esse non lo diventeranno mai se prima non si abbattino violen­temente le istituzioni che le tengono in schiavitù. E siccome noi abbiamo bisogno del concorso delle masse, sia per costitui­re una forza materiale sufficiente, sia per raggiungere il nostro scopo specifico di combattimento radicale dell’organismo socia­le per opera diretta delle masse, noi dobbiamo accostarci ad es­se, prenderle come sono, e come parti di esse spingerle il più avanti che sia possibile. Questo, s’intende, se vogliamo davvero lavorare per l’attuazione pratica dei nostri ideali e non già contentarci di predicare al deserto per la semplice soddisfazione del nostro orgoglio intellettuale. (…)

I lavoratori non seppero opporre la violenza alla violenza perché erano stati educati a credere nella legalità, e perché, an­che quando ogni illusione era diventata impossibile e gl’incendi e gli assassini si moltiplicavano sotto lo sguardo benevolo del­le autorità, gli uomini in cui avevano fiducia predicarono loro la pazienza, la calma, la bellezza e la saggezza di farsi battere “eroicamente” senza resistere – e perciò furono vinti ed offesi negli averi, nelle persone, nella dignità, negli affetti più sacri.

Forse, quando tutte le istituzioni operaie erano state di­strutte, le organizzazioni sbandate, gli uomini più invisi e con­siderati più pericolosi, uccisi o imprigionati o comunque ridot­ti all’impotenza, la borghesia ed il governo avrebbero voluto mettere un freno ai nuovi pretoriani che oramai aspiravano a diventare i padroni di quelli che avevano serviti. Ma era troppo tardi. I fascisti oramai sono i più forti ed intendono farsi paga­re ad usura i servizi resi. E la borghesia pagherà, cercando natu­ralmente di ripagarsi sulle spalle del proletariato. In conclusione, aumentata miseria, aumentata oppressione.

In quanto a noi, non abbiamo che da continuare la nostra battaglia, sempre pieni di fede, pieni di entusiasmo. Noi sappiamo che la nostra via è seminata di triboli, ma la scegliemmo coscientemente e volontariamente, e non abbiamo ragione per abbandonarla. Così sappiano tutti coloro i quali han senso di dignità e pietà umana e vogliono consacrarsi alla lotta per il bene di tutti, che essi debbono essere preparati a tutti i disinganni, a tutti i dolori, a tutti i sacrifici.

Poiché non mancano mai di quelli che si lasciano abbagliare dalle apparenze della forza ed hanno sempre una specie di am­mirazione segreta per chi vince, vi sono anche dei sovversivi i quali dicono che “i fascisti ci hanno insegnato come si fa la rivoluzione”.

No, i fascisti non ci hanno insegnato proprio nulla. Essi hanno fatto la rivoluzione, se rivoluzione si vuoI chia­mare, col permesso dei superiori ed in servizio dei superiori. Tradire i propri amici, rinnegare ogni giorno le idee profes­sate ieri, se così conviene al proprio vantaggio, mettersi al servizio dei padroni, assicurarsi l’acquiescenza delle autorità politiche e giudiziarie, far disarmare dai carabinieri i propri avversari per poi attaccarli in dieci contro uno, prepararsi militarmente senza bisogno di nascondersi, anzi ricevendo dal governo armi, mezzi di trasporto ed oggetti di casermaggio, e poi esser chiamato dal re e mettersi sotto la protezione di dio… è tutta roba che noi non potremmo e non vorremmo fare. Ed è tutta roba che noi avevamo preveduto che avverrebbe il giorno in cui la borghesia si sentisse seriamente minacciata.

Piuttosto l’avvento del fascismo deve servire di lezione ai socialisti legalitari, i quali credevano, ahimè! credono ancora, che si possa abbattere la borghesia mediante i voti della metà più uno degli elettori, e non vollero crederci quando dicemmo loro che se mai raggiungessero la maggioranza in parlamento e volessero – tanto per fare delle ipotesi assurde – attuare il so­cialismo dal parlamento, ne sarebbero cacciati a calci nel sede­re.

 

 

e. I nostri propositi[55]

 

Anarchici, noi restiamo anarchici malgrado tutto e malgra­do tutti. Noi siamo stati vinti in quel periodo di lotta che si è chiuso colla “presa di Roma” dell’ottobre 1922. Ma non sarà una scon­fitta, del resto prevedibile, che ci farà rinunziare alla lotta, né alla speranza e certezza di vincere. Non vi rinunzieremo nem­meno per cento, mille sconfitte, poiché sappiamo che nei pro­gressi umani è stato sempre a forza di perdere che s’è finito col vincere.

Invece, noi studieremo le ragioni che furono causa del no­stro insuccesso per trovarci meglio preparati ad agire con risul­tati migliori quando circostanze nuove ci richiameranno all’a­zione pratica.

Quali furono i nostri errori? Quali le nostre deficienze? Quale la nostra parte di responsabilità nella sconfitta?

A parte le questioni tecniche di organizzazione e di prepa­razione, che non vanno trattate in questo luogo, gli anarchici, o almeno il più degli anarchici, han creduto le cose molto più facili di quello che realmente sono, e si sono beatamente cul­lati in una specie di provvidenzialismo, che ha fatto creder loro che bastano un ideale luminoso ed uno spirito eroico perché poi tutto si accomodasse da sé. Han creduto nella “spontanei­tà delle masse”, nell’“ordine naturale” ed in altri miti creati dal desiderio ed anche da pigrizia intellettuale… e la “natura” è restata sorda e cieca come sempre, e le masse hanno ondeg­giato da un polo all’altro secondo che le spingeva ora l’illusio­ne di un facile paradiso, ora la speranza dì qualche meschino vantaggio materiale, ora lo scoraggiamento e la livida paura.

No! le cose non si accomodano da sè, e le masse, fino a che non saranno illuminate, sono materia bruta, buona, secondo che i coscienti ed i volenti le guidano, per ogni opera bella come per ogni mostruosità.

In fondo, resta sempre vero il proverbio che “il mondo è di chi se lo piglia”, cioè favorisce gli uni o gli altri, cammina avanti o indietro secondo gl’impulsi che riceve. Ma a volerselo pigliare si è in molti e pèr scopi vani e contrastanti. Bisogna quindi che si tenga conto di tutte le forze operanti per diri­gerne la risultante il più possibile verso la propria meta.

Sapere quello che si vuole, misurare quello che si può, ed in­vece di perdersi nei sogni, preparare un programma pratico ap­plicabile mano mano alle questioni che giornalmente si presen­tano e non già buono solo per quando l’anarchia sarà fatta. Ecco quello che occorre. Santo è l’ideale; ma esso non si realizza da sé per “leggi sto­riche” o per interventi provvidenziali. C’è una via, o piuttosto ci sono delle vie per giungere all’ideale, e queste vie noi ci proponiamo specialmente di studiare.

In alto i cuori. I tempi sono tristi, e dalle parole che dicono alcuni nostri collaboratori in questo primo numero spira una certa aria di pessimismo. Ma non importa. Il pessimismo, quando non è vile adattamento, quando è coscienza delle difficoltà, serve a me­glio temprare gli animi alla lotta. La grandezza degli ostacoli sia la misura dello sforzo che tutti dobbiamo fare.

 

 

f. Dopo un’eventuale trionfo insurrezionale[56]

 

Io non parlerò del modo come può essere combattuta ed abbattuta la tirannia che oggi opprime il popolo italiano. Qui noi ci proponiamo di fare semplicemente opera di chiarifica­zione delle idee e di preparazione morale in vista di un avveni­re, prossimo o lontano, perché non ci è possibile far altro. E del resto, quando credessimo giunto il momento di una più fattiva azione… ne parleremmo anche meno. Mi occuperò dunque solo, e ipoteticamente, dell’indomani di una insurrezione trionfante e dei metodi di violenza che al­cuni vorrebbero adoperare per “fare giustizia” ed altri credono necessari per difendere la Rivoluzione contro le insidie dei ne­mici.

Mettiamo da parte “la giustizia”, concetto che è servito sempre di pretesto a tutte le oppressioni, a tutte le ingiusti­zie e che spesso non significa altro che vendetta. L’odio ed il desiderio di vendetta sono sentimenti irrefrenabili che l’oppres­sione naturalmente risveglia ed alimenta; ma se essi possono rappresentare una forza utile a scuotere il giogo, sono poi una forza negativa quando si tratta di sostituire all’oppressione non un’oppres-sione novella, ma la libertà e la fratellanza fra gli uo­mini. E perciò noi dobbiamo sforzarci di suscitare quei senti­menti superiori che attingono l’energia nel fervido amore del bene, pur guardandoci dallo spezzare l’impeto, fatto di fattori buoni e cattivi, necessario a vincere. Lasciamo che la massa agi­sca come la passione la spinge, se per meglio indirizzarla occor­resse metterle un freno che si tradurrebbe in una nuova tiran­nia – ma ricordiamoci sempre che noi anarchici non possiamo essere né dei vendicatori, né dei “giustizieri”. Noi vogliamo essere dei liberatori e dobbiamo agire come tali per mezzo della predicazione e dell’esempio.

Occupiamoci della questione più importante, che è poi la sola cosa seria messa innanzi, in quest’argomento, dai miei cri­tici: la difesa della rivoluzione. Vi sono ancora molti che sono affascinati dall’idea del “ter­rore”. Ad essi sembra che ghigliottina, fucilazioni, massacri, deportazioni, galera (“forca e galera” mi diceva recentemente un comunista dei più noti) siano armi potenti ed indispensabili della rivoluzione, e trovano che se tante rivoluzioni sono sta­te sconfitte e non han dato il risultato che se ne aspettava è stato a causa della bontà, della “debolezza” dei rivoluzionari, che non hanno perseguitato, represso, ammazzato abbastanza.

È un pregiudizio corrente in certi ambienti rivoluzionari, che ha origine dalla rettorica e dalle falsificazionì storiche de gli apologisti della Grande Rivoluzione Francese e che è stato rin­vigorito in questi ultimi anni dalla propaganda dei bolscevichi. Ma la verità è proprio l’opposto; il terrore è sempre stato stru­mento di tirannia. In Francia servì alla bieca tirannia di Robe­spierre e spianò la via a Napoleone ed alla susseguente reazio­ne. In Russia han perseguitato ed ucciso anarchici e socialisti, han massacrato operai e contadini ribelli, ed han stroncato in­somma lo slancio di una rivoluzione che poteva davvero aprire alla civiltà un’era novella.

Coloro che credono nella efficacia rivoluzionaria, liberatri­ce della repressione e della ferocia hanno la stessa mentalità arretrata dei giuristi i quali credono che si possa evitare il de­litto e moralizzare il mondo per mezzo di pene severe.

Il terrore, come la guerra, risveglia i sentimenti atavici belluini ancora mai coperti da una vernice di civiltà, e porta ai primi posti gli elementi peggiori che sono nella popolazione. E piuttosto che servire a difendere la rivoluzione serve a discre­ditarla, a renderla odiosa alle masse e, dopo un periodo di lotte feroci, mette capo necessariamente a quello che oggi chiame­rebbero “normalizzazione”, cioè alla legalizzazione e perpetua­zione della tirannia. Vinca una parte o l’altra, si arriva sempre alla costituzione di un governo forte, il quale assicura agli uni la pace a spese della libertà ed agli altri il dominio senza troppi pericoli.

So bene che gli anarchici terroristi (quei pochi che vi Sono) respingono ogni terrore organizzato, fatto per ordine di un go­verno da agenti prezzolatì, e vorrebbero che fosse la massa che direttamente mettesse a morte i suoi nemici. Ma questo non farebbe che peggiorare la situazione. Il terrore può piacere ai fanatici, ma conviene soprattutto ai veri malvagi avidi di dena­ro e di sangue. E non bisogna idealizzare la massa e figurarsela tutta composta di uomini semplici, che possono bensì com­mettere degli eccessi, ma sono sempre animati da buone inten­zioni. I birri ed i fascisti servono i borghesi, ma escono dal seno della massa!

Il fascismo ha accolto molti delinquenti e così ha, fino ad un certo punto, purificato preventivamente l’ambiente in cui si svolgerà la rivoluzione; ma non bisogna credere che tutti i Du­mini e tutti i Cesarino Rossi siano fascisti. Vi sono di quelli che per una ragione qualsiasi non hanno voluto o non han potuto diventare fascisti; ma sono disposti a fare in nome della “rivo­luzione” quello che i fascisti fanno in nome della “patria”. E d’altronde, come gli scherani di tutti i regimi sono stati sempre pronti a mettersi al servizio dei nuovi regimi e diventarne i più zelanti strumenti, così i fascisti di oggi si affretteranno domani a dichiararsi anarchici, o comunisti o quel che si voglia, pur di continuare a fare i prepotenti e sfogare i loro istinti malvagi E se non potranno nei loro paesi perché conosciuti e compromessi, andranno a fare i rivoluzionari altrove e cercheranno di emergere mostrandosi più violenti, più “energici” degli altri e trattando da moderati, da codini, da “pompieri” da contro-ri­voluzionari quelli che la rivoluzione concepiscono come una grande opera di bontà e di amore.

Certamente la rivoluzione va difesa e sviluppata con logica inesorabile; ma non si deve e non si può difenderla con mezzi che contraddicono ai suoi fini. Il grande mezzo di difesa della rivoluzione resta sempre quel­lo di togliere ai borghesi i mezzi economici del dominio, di ar­mare tutti (fino a quando non si possa indurre tutti a gettare le armi come giocattoli inutili e pericolosi) e di interessare alla vittoria tutta la grande massa della popolazione. Se per vincere si dovesse elevare la forca nelle piazze, io pre­ferirei perdere.

 

 

g. Repubblica?[57]

 

Si afferma che, mutata la situazione attuale, si farà la re­pubblica. E sia! Conveniamo anche noi che, non potendo noi per mancarla di consensi e di forze sufficienti, instaurare oggi la libera federazione delle comunità anarchiche, la sola soluzione pratica immediata del problema politico è la repubblica. Ma che specie di repubblica sarà quella che dovrà governarci e, naturalmente opprimerci e sfruttarci?

Giuseppe Mazzini diceva, ed i repubblicani ripetono appro­vando: “L’argomento continuamente ripetuto che per fondare la repubblica si richiedono anzi tutto repubblicani e virtù re­pubblicane, somma a dire che l’educazione repubblicana deve darsi dalle monarchie e, in altri termini, che la fede in un prin­cipio deve insegnarsi dal principio contrario. Le repubbliche. si formano appunto per creare, con l’educazione repubblicana, i repubblicani”.

Ma allora chi farà questa repubblica che dovrà creare i re­pubblicani? Il popolo per mezzo del suffragio universale? Il popolo, nella sua stragrande maggioranza non è repubbli­cano, e non può esserlo perché, secondo lo stesso Mazzini, è stato educato dalla monarchia ad un principio contrario. Per­ciò si potrà ben fare una repubblica come se ne son fatte tante in America ed in Europa per la mancanza di pretendenti mo­narchici abbastanza forti e prestigiosi e per altre circostanze politiche; ma sarà, al pari di tutte le altre esistenti, una repub­blica fondata, come le monarchie, sui privilegi di pochi e sulla miseria e l’ignoranza dei molti, non già quella repubblica va­gheggiata dal Mazzini, che dovrebbe creare repubblicani e virtù repubblicane.

Infatti la repubblica esiste da secoli in Svizzera, esiste da ol­tre un secolo nelle Americhe, da cinquantacinque anni in Fran­cia, e in nessun luogo vediamo un popolo repubblicano nel senso elevato che Mazzini dava alla parola. Dappertutto domi­na il capitalismo, dappertutto durano gli stessi mali che si la­mentano nelle monarchie, dappertutto urge sempre il pericolo della reazione e la minaccia di un fascismo nazionale.

L’esperienza storica degli ultimi centocinquanta anni smen­tisce tutte le speranze poste nel suffragio universale e nel go­verno popolare. La democrazia, intesa come strumento di libe­razione e di giustizia, ha fatto fallimento dovunque e sempre; essa non ha fatto che illudere il popolo con la parvenza di una bugiarda sovranità, ha tradito la volontà della stessa maggioranza ed ha sostituito l’onnipotenza di una piccola oligarchia di capitalisti e di politicanti a quella dei re e degli imperatori. Per emanciparsi bisogna essere capaci e degni di emancipa­zione, e per arrivare a quella capacità ed a quella dignità biso­gna prima essere emancipati. Come si esce da questo circolo vi­zioso?

Esclusa la monarchia, più o meno costituzionale, escluso il cosiddetto governo della maggioranza (democrazia), non restano altri modi di reggimento politico che la dittatura e l’anarchia. Forse nel pensiero intimo di Mazzini era la dittatura (“la dit­tatura dei migliori”), che avrebbe dovuto educare il popolo al­le virtù repubblicane e fondare la vera repubblica. Ma né Maz­zini, né quelli che egli avrebbe giudicati migliori, avevano le qualità che occorrono per conquistare ed esercitare la dittatu­ra. Uomini di fede e d’alta moralità, sacerdoti dì un’idea, in­ceppati dai più nobili scrupoli, essi avrebbero potuto, se i tem­pi fossero stati propizi, fondare forse una religione ed una chie­sa, ma certamente non avrebbero potuto dominare uno Stato e resistere all’assalto degl’interessi contrari. Di ben altra stoffa e ben meno pura, sono fatti i dittatori!

Esempi contemporanei ci dispensano dal fare una critica estesa del sistema dittatoriale. Esso, senza parlare delle difficoltà pratiche che lo rendono impotente a risolvere i problemi socia­li, è la negazione della libertà e dell’iniziativa, e quindi non può dare quell’educazione che si acquista solo coll’esercizio della li­bertà. Perciò noi siamo decisamente avversi – ed in questo cre­diamo avere consenzienti i repubblicani – ad ogni dittatura, sia che si presenti apertamente come dominio di uno o pochi individui, sia che si nasconda dietro la maschera di un partito o di una classe.

Resta l’anarchia. Ma se l’anarchia non può farsi subito perché la grande mas­sa non la comprende e non la vuole? Certo l’anarchia qual regime generale applicato in tutti i luo­ghi ed a tutte le funzioni della vita sociale non può farsi do­mani; ma può sempre farsi, quando vi sia libertà sufficiente, in quei luoghi ed in quelle categorie dove si trovano anarchici for­ti abbastanza per applicare le loro idee.

Dunque, non governo di uno, di pochi o di molti, non go­verno della maggioranza, ma libertà per tutti di fare quello che sono capaci di fare, senza ledere l’eguale libertà degli altri. Ed in fondo è così, con spirito e con metodi essenzialmen­te, anche se incoscientemente, anarchici, per libera iniziativa di individui e di aggruppamenti volontari, che il mondo ha pro­gredito, che la civiltà è andata faticosamente costituendosi. I governi, autocratici o democratici, monarchici o repubblicani sono stati sempre fattori di conservazione e di reazione, sem­pre difensori dei privilegi stabiliti, sempre ostacolo al progres­so; e si è andato avanti solo quando, ed in quanto, delle forze, intellettuali e materiali, sono riuscite a sfuggire alla pressione governativa.

Il problema dunque è di conquistare almeno un minimo di libertà, indispensabile ad ogni progresso. In Italia avremo la repubblica, e noi contribuiremo al suo trionfo concorrendo ad abbattere l’ostacolo comune che pre­clude il cammino a noi ed ai repubblicani; ma non diventeremo repubblicani per questo. Noi profitteremo delle circostanze per rinforzare la nostra compagine, per allargare la nostra pro­paganda e mireremo sempre all’immediata espropriazione dei capitalisti, come condizione preliminare di ogni vera libertà.

Io non sono repubblicano, perché repubblica significa de­mocrazia, cioè, nel senso più genuino della parola, governo del­la maggioranza. Ed io sono contrario al governo della maggio­ranza come al governo della minoranza – anche lasciando da parte la questione, pure importantissima, del modo come fa­talmente, in qualunque regime elettoralistico, si fabbrica una maggioranza e se ne falsifica la opinione. Perciò sono anarchico.

Gli aggettivi “sociale”, “federalista” ecc. appiccicati alla pa­rola repubblica mi sono sempre sembrati una burletta. Vi pos­sono essere dei repubblicani socialisti, come ve ne possono es­sere borghesi o clericali, dei repubblicani unitari e accentratori, come dei repubblicani federalisti e discentratori, i quali po­tranno fare la propaganda per far votare le leggi che loro piacciono. Ma la repubblica resta la repubblica, cioè una for­ma di governo a cui dà sostanza la volontà di quelli che riesco­no a farsi passare come rappresentanti della maggioranza – e se la sua proclamazione non sarà preceduta da una profonda rivo­luzione sociale che distrugga nel fatto il privilegio economico, essa sarà necessariamente capitalistica e accentratrice, e forse anche clericale.

Un governo repubblicano, come qualsiasi altro governo, ten­de innanzi tutto a consolidare e ad allargare il suo potere; ed il solo limite alle sue invasioni contro la libertà dei singoli, indivi­dui o collettività, sta nella resistenza che si riesce ad opporgli. Il compito degli anarchici, poiché non possono per mancan­za di forza e di consensi fare l’anarchia dappertutto, è di creare alimentare, organizzare quella resistenza, rifiutare per conto lo­ro qualsiasi contributo obbligatorio allo Stato (servizio milita­re, pagamento d’imposte, ecc.) e reclamare e pretendere per loro e per quelli che con loro consentono, piena libertà e libero accesso ai mezzi di produzione.

 

 

h. Perchè voglio rimanere in Italia[58]

 

Non voglio abbandonare l’Italia, sebbene, malgrado l’appa­renza di libertà che mi è concessa, io sia prigioniero come se fossi chiuso in una cella o in una tomba. Tutti i miei movimenti sono sorvegliati; i poliziotti non mi lasciano un momento; la corrispondenza è censurata se ricevo una visita, se qualcuno, per la strada, mi rivolge la parola o mi saluta, se vado a trovare un amico, inchieste e rapporti seguono immediatamente compromettendo spesso le persone con le quali sono in relazione.

È una situazione intollerabile e ne soffro assai. Può darsi che, essendo in Francia, io abbia l’opportunità, insieme con te e coi nostri compagni, tra i rifugiati e proscritti italiani, numerosissimi a Parigi, di fare un lavoro più utile. Co­me tu dici, potrei spendervi, ai fini della nostra propaganda il bisogno d’attività che mi tormenta.

Ciononostante, non voglio allontanarmi da Roma. Mussoli­ni non è immortale; il regime abominevole che la dittatura fa­scista impone all’Italia non può più durare a lungo; un giorno verrà e presto, forse, in cui questo regime odioso crollerà. Ebbene, io voglio essere qui. Quasi tutti gli amici nostri sono carcerati o proscritti Quando avverrà il crollo dei fascismo, rien­treranno in massa e con tanto più ardore alla lotta, quanto più a lungo ne saranno stati, loro malgrado, lontani; ma non cono­sceranno abbastanza bene la situazione: saranno poco o male informati sul corso degli avvenimenti, sulla mentalità delle masse popolari, sui centri di agitazione antifascista e sulle pos­sibilità di azione rivoluzionaria, ed avranno necessariamente di quelle esitazioni, di quelle mancanze d’audacia, di quegli ecces­si di temerità, di quegli errori tattici che possono riuscire fatali ai movimenti rivoluzionari.

Ebbene! Io sarò qui. So bene che non ci sono uomini indispensabili ma in determinate circostanze, ce ne sono degli uti­lissimi ed io spero che il giorno in cui, scosso il giogo dittato­riale e debellato il virus fascista, il proletariato d’Italia ritorne­rà allo spirito di rivolta e al senso della libertà, io spero che quel giorno la mia presenza e la mia lunga esperienza non saranno i­nutili. Comprendi, ora, per quali gravi ragioni, e malgrado il dispia­cere che ne provo, ricuso di abbandonare il posto, di vigilanza oggi e di lotta domani, che gli eventi mi assegnano?

 

 


 

5. Alla ricerca dell’anarchismo: problemi della transizione

 

 

 

1. IL GRADUALISMO ANARCHICO

 

 

a. La rivoluzione in pratica[59]

 

Noi vogliamo fare la rivoluzione al più presto possibile, pro­fittando di tutte le occasioni che si possono presentare. Meno un piccolo numero di “educazionisti”, i quali credo­no nella possibilità di elevare le masse alle idealità anarchiche prima che siano cambiate le condizioni materiali e morali in cui esse vivono e quindi rimettono la rivoluzione a quando tut­ti saranno capaci di vivere anarchicamente, gli anarchici sono tutti d’accordo in questo desiderio di rovesciare al più presto possibile i regimi vigenti: anzi spesso sono essi soli quelli che mostrano una reale volontà di farlo.

Del resto, rivoluzioni ne sono avvenute, ne avvengono e ne avverranno indipen-dentemente dalla volontà e dall’azione degli anarchici; e poiché gli anarchici non sono che una piccolissima minoranza della popolazione e l’anarchia non è cosa che si pos­sa fare per forza, per imposizione violenta di alcuni, è chiaro che le rivoluzioni passate e quelle prossime future non sono state e non potranno essere rivoluzioni anarchiche.

In Italia due anni or sono la rivoluzione stava per scoppiare e noi facemmo tutto quello che potemmo per farla scop­piare, e trattammo da traditori del proletariato i sociali-sti ed i confederali che, in occasione dei moti contro il caro-vita, de­gli scioperi del Piemonte, della sommossa di Ancona, dell’occu­pazione delle fabbriche, arrestarono lo slancio delle masse e salvarono il traballante regime monarchico.

Che cosa avremmo fatto se la rivoluzione fosse scoppiata davvero? Che cosa faremo nella rivoluzione che scoppierà domani? Che cosa han fatto, che cosa avrebbero potuto e dovuto fare i nostri compagni nelle recenti rivoluzioni avvenute in Russia, in Baviera, in Ungheria ed altrove?

Noi non possiamo far l’anarchia, o almeno l’anarchia estesa a tutta una popolazione ed a tutti i rapporti sociali perché fi­nora nessuna popolazione è anarchica, e non possiamo accet­tare un altro regime senza rinunziare alle nostre aspirazioni e perdere ogni ragion di essere in quanto anarchici. E allora che cosa possiamo e dobbiamo fare?

Questo era il problema messo in discussione a Bienne, e questo è il problema che maggiormente interessa nel momen­to attuale, così gravido di possibilità, quando ci potremmo tro­vare improvvisamente di fronte a situazioni tali che c’impongano di agire subito e senza esitazione o di sparire dal campo del­la lotta dopo di aver facilitata la vittoria agli altri.

Non si trattava di dipingere una rivoluzione quale noi la vorremmo, una vera rivoluzione anarchica quale sarebbe possi­bile se tutti, o almeno la grande maggioranza degli uomini abi­tanti un dato territorio fossero anarchici. Si trattava invece di cercare quello che di meglio si potrebbe fare in favore della cau­sa anarchica in un rivolgimento sociale quale può avvenire nel­la realtà presente.

I partiti autoritari hanno un programma determinato e vo­gliono imporlo colla forza; perciò aspirano ad impossessarsi del potere, non importa se con mezzi legali od illegali, e quindi trasformare la società a modo loro, mediante una nuova legi­slazione. E da questo dipende il fatto che essi, rivoluzionari a parole e spesso anche nelle intenzioni, esitano poi a fare la ri­voluzione quando le occasioni si presentano; essi non sono si­curi della acquiescenza sia pure passiva, della maggioranza, non hanno forza militare sufficiente per far eseguire i loro or­dini su tutto il territorio, mancano di uomini devoti competen­ti in tutte le infinite branche dell’attività sociale… e sono quin­di indotti a rinviare sempre l’azione a più tardi, fino a quando la sommossa popolare non li spinga quasi riluttanti al governo, dove poi vorrebbero restare indefinitivamente, e perciò cerca­no di frenare, sviare, arrestare la rivoluzione che li ha innalzati.

Noi al contrario abbiamo bensì un ideale per il quale com­battiamo, che vorremmo veder realizzato, ma non crediamo che un ideale di libertà, di giustizia, di amore possa realizzarsi per mezzo della violenza governativa. Noi non vogliamo andare al potere e non vogliamo che nes­suno vi vada. Se non possiamo impedire, per mancanza di for­za, che governi esistano e si costituiscano, noi ci sforziamo e ci sforzeremo perché questi governi restino o diventino più debo­li che sia possibile, e perciò siamo sempre pronti ad agire quan­do si tratta di abbattere o di indebolire un governo, senza trop­po (dico troppo e non punto) preoccuparci di quello che verrà dopo.

Per noi la violenza non serve e non può servire che a respin­gere la violenza e quando invece è adoperata per raggiungere dei finì positivi, o fallisce completamente, o riesce a stabilire l’oppressione e io sfruttamento degli uni sugli altri. La costituzione di una società di liberi, ed il suo progressi­vo miglioramento non può essere che il risultato della libera evoluzione; ed il nostro compito di anarchici è appunto quel­lo di difendere, di assicurare la libertà dell’evoluzione.

Abbattere, o concorrere ad abbattere il potere politico, qualunque esso sia, con tutta la sequela di forze repressive che lo sostengono; impedire, o cercare d’impedire che si costitui­scano nuovi governi e nuove forze repressive, e in tutti i casi non riconoscere mai alcun governo e restare sempre in lotta contro di esso e reclamare, e pretendere potendo anche colla forza, il diritto di organizzarci e vivere come ci pare ed esperi­mentare le forme sociali che ci sembrano migliori, sempre, s’in­tende, che non ledano l’eguale libertà degli altri: ecco la nostra missione.

Fuori di questa lotta contro l’imposizione governativa che genera e rende possibile lo sfruttamento capitalistico; quando avessimo spinto ed aiutato la massa del popolo ad impossessar­si della ricchezza esistente e specialmente dei mezzi di produ­zione, quando fossimo arrivati al punto che nessuno possa im­porre agli altri con la violenza la propria volontà e nessuno pos­sa colla forza sottrarre agli altri il prodotto del loro lavoro, noi non potremmo più che agire mediante la propaganda e l’esem­pio.

Distruggere le istituzioni i meccanismi, le organizzazioni so­ciali esistenti? Certamente, se si tratta d’istituzioni repressive, ma esse in fondo non sono che piccola cosa nella complessità della vita sociale. Polizia, esercito, carcere, magistratura, cose potenti per il male, non esercitano che una funzione parassita­ria. Sono altre le istituzioni e le organizzazioni che, bene o ma­le, riescono ad assicurare la vita all’umanità; e queste istituzio­ni non si possono utilmente distruggere se non sostituendole con qualche cosa di meglio.

Lo scambio delle materie prime e dei prodotti, la distribu­zione delle sostanze alimentari, le ferrovie, le poste e tutti i servizi pubblici esercitati dallo Stato o dai privati, sono stati organizzati in modo da servire interessi monopolistici e capita­listici, ma rispondono ad interessi reali della popolazione. Non possiamo disorganizzarli (e del resto non ce lo permetterebbe la popolazione interessata) se non riorganizzandoli in modo migliore. E questo non si può fare in un giorno; né, allo stato delle cose, noi abbiamo le capacità necessarie a farlo. Felicis­simi dunque se, aspettando che possano farlo gli anarchici, lo facciano altri, magari con criteri diversi dai nostri.

La vita sociale non ammette interruzioni, e la gente vuol vivere il giorno della rivoluzione, il giorno dopo, e sempre. Guai a noi, guai all’avvenire delle nostre idee, se noi doves­simo assumere la responsabilità di una distruzione insensata che compromettesse la continuità della vita!

Discutendo di queste materie fu sollevata a Bienne la que­stione del danaro questione grave quanto altre mai. D’abitudine nel campo nostro si risolve semplicisticamente la questione dicendo che il danaro si deve abolire. E sta bene, se si tratta di una società anarchica, o di una ipotetica rivolu­zione da fare di qui a cento anni, sempre nell’ipotesi che le masse possano diventare anarchiche e comuniste prima che una rivoluzione abbia cambiate radicalmente le condizioni in cui vi­vono. Ma oggi la questione è ben altrimenti complicata.

Il danaro è mezzo potente di sfruttamento e di oppressione; ma è anche il solo mezzo (fuori della più tirannica dittatura, o del più idillico accordo) escogitato finora dall’intelligenza u­mana per regolare automaticamente la produzione e la distri­buzione. Per ora, forse più che preoccuparsi dell’abolizione del dena­ro, bisognerebbe cercare un modo perché il denaro rappresenti davvero lo sforzo utile fatto da chi lo possiede.

Ma veniamo alla pratica immediata, che è la questione che veramente si discuteva a Bienne. Figuriamoci che domani avvenga una insurrezione vittorio­sa. Anarchia o non anarchia, bisogna che la popolazione con­tinui a mangiare ed a soddisfare a tutti i bisogni primordiali. Bisogna che le grandi città siano approvvigionate più o meno come d’abitudine. Se i contadini e i carrettieri, ecc., si rifiutano di fornire i generi che sono nelle loro mani ed i loro servizi gratuitamente, senza riceverne il danaro che essi sono abituati a considerare ricchezza reale, che cosa si fa? Obbligarli colla forza? allora non solo addio anarchia, ma addio ogni qualsiasi rivolgimento per il meglio. La Russia in­segni. Dunque?

Ma, rispondono generalmente i compagni, i contadini com­prenderanno i vantaggi del comunismo o almeno della permuta diretta tra merce e merce. Sta benissimo; ma non certo in un giorno, e la gente non può restare senza mangiare nemmeno un giorno.

Io non ho inteso proporre delle soluzioni. Intendo piuttosto richiamare l’attenzione dei compagni so­pra problemi gravissimi, di fronte ai quali ci troveremo nella realtà di domani.

 

 

 

 

b. Ancora sulla rivoluzione in pratica[60]

 

Il mio ultimo articolo sull’argomento ha attirato l’attenzio­ne di parecchi compagni e mi ha procurato osservazioni e domande numerose. Forse non fui abbastanza chiaro; forse anche disturbai le a­bitudini mentali di alcuni che più di tormentarsi il cervello amano adagiarsi sulle formule tradizionali e sono infastiditi da tutto ciò che li costringe a pensare. In ogni modo io cercherò di spiegarmi meglio, contento se coloro a cui quello che dico sembra alquanto eretico vorran­no intervenire nella discussione e concorrere a determinare un programma pratico di azione, che possa servirci di guida nei prossimi rivolgimenti sociali.

I nostri propagandisti si sono finora occupati principalmen­te della critica della società attuale e della dimostrazione della desiderabilità e della possibilità di un nuovo ordinamento so­ciale fondato sul libero accordo, in cui tutti potessero trovare, nella fratellanza e nella solidarietà e colla più completa libertà, le condizioni per il massimo sviluppo materiale, morale ed intellettuale. Essi cercavano anzitutto d’infiammare gli animi col­la concezione di quello stato di perfezione individuale e sociale che altri chiama utopia e noi chiamiamo ideale, e compivano o­pera buona e necessaria, perché stabilivano la mèta verso la qua­le debbono tendere i nostri sforzi; ma erano (eravamo) defi­cienti e pressoché incuranti nella ricerca delle vie e dei mezzi che a quella mèta possono condurci. Ci occupammo molto del­la necessità di distruggere radicalmente le cattive istituzioni so­ciali, ma non prestammo sufficiente attenzione a quello che bi­sognava fare, o lasciar fare, di positivo, nell’atto e nell’imme­diato indomani della distruzione perché la vita degl’individui e della società potesse continuare nel miglior modo possibile, pensando, o agendo come se pensassimo, che le cose si sareb­bero accomodate da loro stesse, per legge naturale, senza il cosciente intervento della volontà per indirizzare gli sforzi ver­so lo scopo prefisso. Ed a questo si deve probabilmente l’insuc­cesso relativo dell’opera nostra.

È tempo oramai di guardare il problema della trasforma­zione sociale in tutta la sua vasta complessità e cercare di ap­profondire il lato pratico della questione. La rivoluzione po­trebbe avvenire domani, e noi dobbiamo metterci in grado di agire nel suo seno colla più grande efficacia possibile.

Poiché in questo transitorio momento la trionfante rea­zione c’impedisce di fare molto per allargare la propaganda in mezzo alle masse, utilizziamo il tempo per approfondire e chiarificare le nostre idee sul da farsi, intanto che cerchiamo di affrettare coi voti e coll’opera il momento di agire e di attuare. Io mettevo a base delle mie osservazioni due principi.

Primo: L’anarchia non si fa per forza. Il comunismo anar­chico, applicato in tutta la sua ampiezza e portante tutti i suoi benefici effetti, non è possibile se non quando grandi masse di popolo, che abbracciano tutti gli elementi necessari ad attuare una civiltà superiore alla presente, lo comprendano e lo voglia­no. Si possono concepire dei gruppi selezionati, i cui membri vivano tra di loro e con gruppi consimili in rapporti di volonta­ria e libera comunanza, e sarà bene che ve ne siano e dovrà es­sere compito nostro il costituirne, per la sperimentazione e per l’esempio; ma questi gruppi non saranno ancora la società comunista anarchica e saranno Piuttosto casi di devozione e di sacrificio in favore della causa, fino a quando non saranno riu­sciti a conglobare tutta o gran parte della popolazione. Non si tratterà dunque, l’indomani della rivoluzione violenta, se rivo­luzione violenta deve essere, di attuare il comunismo anarchi­co, ma di avviarsi verso il comunismo anarchico.

Secondo: la conversione delle masse all’anarchia ed al co­munismo – e nemmeno al più blando dei socialismi – non è pos­sibile fino a che durano le attuali condizioni politiche ed eco­nomiche. E siccome queste condizioni, che mantengono i lavo­ratori in schiavitù, per il beneficio dei privilegiati, sono man­tenute e perpetuate per mezzo della forza brutale, è necessa­rio cambiarle violentemente per l’opera dell’azione rivoluzio­naria di minoranze coscienti. Dunque, se è ammesso il princi­pio che l’anarchia non si fa per forza, senza la volontà coscien­te delle masse, la rivoluzione non può essere fatta per attuare direttamente ed immediatamente l’anarchia, ma piuttosto per creare le condizioni che rendano possibile una rapida evoluzio­ne verso l’anarchia.

È stata spesso ripetuta la frase: “La rivoluzione sarà anar­chica o non sarà”. L’af-fermazione può sembrare molto “rivolu­zionaria”, molto “anarchica”; ma in realtà è una sciocchezza quando non è un mezzo peggiore dello stesso riformismo per paralizzare le buone volontà ed indurre la gente a star tran­quilla, a sopportare in pace il presente, aspettando il paradiso futuro.

Evidentemente, “la rivoluzione anarchica” o sarà anarchica o non sarà. Ma non vi sono state rivoluzioni nel mondo, quan­do non ancora si concepiva la possibilità in una società anarchi­ca? E non ve ne saranno più fino a quando le masse non saranno convertite all’anarchismo? E poiché non riusciamo a convertire all’anarchismo le masse abbrutite dalle condizioni in cui vivono, dobbiamo rinunziare ad ogni rivoluzione ed ac­conciarci a vivere in regime monarchico-borghese?

La verità è che la rivoluzione sarà quello che potrà essere, ed è nostro compito affrettarla il più possibile e sforzarci perché essa sia il più radicale possibile. Ma intendiamoci bene. La rivoluzione non sarà anarchica, se come è purtroppo il caso, le masse non saranno anarchiche. Ma noi siamo anarchici, dobbiamo restare anarchici ed agire come anarchici, prima, du­rante e dopo della rivoluzione.

Senza gli anarchici, senza l’opera degli anarchici, se gli anar­chici aderissero ad una qualsiasi forma di governo e ad una qualsiasi costituzione cosiddetta di transazione, la prossima ri­voluzione invece di segnare un progresso della libertà e della giustizia ed un avviamento verso la liberazione integrale dell’umanità, darebbe luogo a nuove forme di oppressione e di sfruttamento forse peggiori delle attuali, o nella migliore ipo­tesi non produrrebbe che un miglioramento superficiale, in gran parte illusorio e completamente spro-porzionato allo sforzo, ai sacrifici, ai dolori di una rivoluzione, quale quella che si annunzia per un avvenire più o meno prossimo.

Nostro compito dopo aver concorso ad abbattere il regime attuale è quello di impedire, o cercare d’impedire, che si costi­tuisca un nuovo governo; o non riuscendovi, lottare almeno perché il nuovo governo non sia unico, non accentri nelle sue mani tutto il potere sociale, resti debole e vacillante, non rie­sca a disporre di sufficiente forza militare e finanziaria, e sia ri­conosciuto ed ubbidito il meno possibile. In tutti i casi, noi anarchici non dobbiamo mai parteciparvi, mai riconoscerlo e re­stare in lotta contro di esso come siamo in lotta contro il governo attuale.

Noi dobbiamo restare in mezzo alle masse, spingerle all’a­zione diretta, alla presa di possesso degli strumenti di produ­zione ed all’organizzazione del lavoro e della distribuzione dei prodotti, all’occupazione degli ambienti abitabili, all’esecuzio­ne dei servizi pubblici senza aspettare deliberazioni od ordini di autorità superiori – e a quest’opera noi dobbiamo concorrere con tutte le nostre forze, e per questo cercare fin da ora dì ac­quistare quante più cognizioni c’è possibile.

Ma se dobbiamo essere intransigenti nell’opposizione contro tutti gli organi di compressione e di repressione contro tutto ciò che tende ad ostacolare colla forza la volontà popolare e la libertà delle minoranze, noi dobbiamo ben guardarci dal distruggere quelle cose e disorganizzare quei servizi utili non possiamo sostituire in modo migliore. Noi dobbiamo ricordarci che la violenza, necessaria pur­troppo per resistere alla violenza, non serve per edificare niente di buono: che essa è la nemica naturale della libertà, la genitri­ce della tirannia e che perciò deve essere contenuta nei limiti della più stretta necessità. La rivoluzione serve, è necessaria, per abbattere la violenza dei governi e dei privilegiati; ma la costituzione di una società di liberi non può essere che l’effetto della libera evoluzione. Ed alla libertà dell’evoluzione, continuamente minacciata fino a che esisterà negli uomini sete di dominio e di privilegi, gli anarchici debbono vegliare.

 

 

c. Anarchismo e riforme[61]

 

A parte l’odiosità della parola, che è stata abusata e discreditata dai politicanti, l’anarchismo è stato sempre e non potrà mai essere altro che riformista. Noi preferiamo dire riformatore per evitare ogni possibile confusione con coloro che sono ufficialmente classificati come “riformisti” e voglio­no con piccoli e spesso illusori miglioramenti rendere più sop­portabile e quindi consolidare il regime attuale, oppure s’illu­dono in buona fede di potere eliminare i lamentati mali sociali riconoscendo e rispettando, in pratica se non in teoria, le fon­damentali istituzioni politiche ed economiche che di quei mali sono la causa ed il sostegno. Ma insomma è sempre di riforme che si tratta, e la differenza essenziale sta nel genere di riforma che si vuole e nel modo come si crede di poter raggiungere la nuova forma cui si aspira.

Rivoluzione significa, nel senso storico della parola, riforma radicale delle istituzioni, conquistata rapidamente per mezzo della insurrezione violenta del popolo contro il potere ed i pri­vilegi costituiti; e noi siamo rivoluzionari ed insurrezionisti per­ché vogliamo non già migliorare le istituzioni attuali ma di­struggerle completamente, abolendo ogni dominio dell’uomo sull’uomo ed ogni parassitismo sul lavoro umano; perché vo­gliamo far questo il più presto possibile e perché siamo convin­ti che le istituzioni nate dalla violenza, si sostengono colla vio­lenza e non cederanno che ad una violenza sufficiente.

Ma la rivoluzione non si può fare quando si vuole. Dovre­mo noi restare inerti, aspettando che i tempi maturino da lo­ro? E anche dopo un’insurrezione vittoriosa, potremo noi di punto in bianco realizzare tutti i nostri desideri e passare come per miracolo dall’in-ferno governativo e capitalistico al paradiso del comunismo libertario, che è la completa libertà dell’individuo nella voluta solidarietà d’interessi con gli altri uomini?

Queste sono illusioni che possono allignare in mezzo agli autoritari i quali considerano la massa come materia bruta alla quale chi possiede il potere può dare, a forza di decreti e con l’aiuto dei fucili e delle manette, l’impronta che vuole. Ma non hanno presa in mezzo agli anarchici. Noi abbiamo bisogno del consenso della gente, e quindi dobbiamo persuade­re colla propaganda e coll’esempio, dobbiamo educare e cer­care di modificare l’ambiente in modo che l’educazione possa raggiungere un numero sempre più grande di persone.

Tutto è graduale nella storia come nella natura. Come la di­ga cede d’un tratto (cioè rapidissimamente, ma sempre condi­zionata dal tempo) o perché l’acqua si è andata accumulando fino a superare con la sua pressione la resistenza oppostagli, oppure per il disgregarsi progressivo delle molecole che ne compongono il materiale, così le rivoluzioni scoppiano per il crescere delle forze che aspirano alla trasformazione sociale fino al punto sufficiente per abbattere il governo esistente e per l’indebolimento crescente, per ragioni interne, delle forze di conservazione.

Siamo riformatori oggi in quanto cerchiamo di creare le condizioni più favorevoli ed il personale più cosciente e più nu­meroso che si può per menare a bene una insurrezione di po­polo; saremo riformatori domani, ad insurrezione trionfante e a libertà conquistata, in quanto cercheremo, con tutti i mezzi che la libertà consente, cioè con la propaganda, con l’esempio, con la resistenza anche violenta contro chiunque volesse coar­tare la nostra libertà, cercheremo, dico, di conquistare alle nostre idee un numero sempre più grande di adesioni. Ma non riconosceremo mai – ed in questo il nostro “riformi­smo” si distingue da certo “rivoluzionarismo” che va ad affo­garsi nelle urne elettorali di Mussolini o di altri – non riconosceremo mai le istituzioni, prenderemo o conquisteremo le rifor­me possibili con lo spirito con cui si va strappando al nemico il terreno occupato per procedere sempre più avanti, e resteremo sempre nemici di qualsiasi governo, sia quello monarchico di oggi, sia quello repubblicano o bolscevico di domani.

 

 

d. Gradualismo[62]

 

Nelle polemiche che sorgono tra gli anarchici sulla tattica migliore per giungere o avvicinarsi alla realizzazione dell’anar­chia – e sono polemiche utili, anzi necessarie, quando sono ispi­rate alla mutua tolleranza ed alla mutua fiducia e non trascen­dono in odiose questioni personali – avviene sovente che gli uni in tono di rimprovero chiamano gli altri gradualisti e questi re­spingono la qualifica come se fosse un’ingiuria. Ed intanto il fatto è che, nel senso proprio