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1. Il periodo della
maturazione ideologica
1. CONSIDERAZIONI SULLA STORIA DEL MOVIMENTO
ANARCHICO IN ITALIA
a. Il socialismo in
Italia
(…) Quando Bakunin venne in
Italia, una profonda crisi travagliava il paese, e specialmente quella parte
eletta del paese che partecipava alla vita politica non per basso egoismo di
avventurieri ed arrivisti, ma per ragioni ideali ed amore sincero di bene
generale.
Il nuovo regno dei Savoia, cui aveva messo
capo la lotta per l’indipendenza d’Italia, non rispondeva punto alle
aspirazioni di coloro che prima e meglio di tutti avevano promosso e sostenuto
il movimento.
Per lunghi decenni schiere
di generosi avevano combattuto con insuperato eroismo per liberare l’Italia
dalla tirannide dell’Austria, del papa, dei Borboni e degli altri principotti
che se ne dividevano il territorio. Era il fiore della gioventù italiana che,
colle cospirazioni, gli attentati, le insurrezioni, affrontava il martirio; e
continuamente decimata dai massacri, dalle galere, dai patiboli, si
rinsanguava sempre con nuovi altrettanto eroici combattenti.
Le idealità che animavano
quegli uomini appaiono, a noi venuti dopo, insufficienti, vaghe, mistiche,
spesso contraddittorie, ma erano certamente nobili, disinteressate,
umanitarie.
In generale essi volevano
l’Italia libera dallo straniero e dai tiranni indigeni, libera dal dominio dei
preti e costituita in repubblica unitaria o federale; e per repubblica
intendevano un “governo di popolo” che assicurasse a tutti libertà, giustizia,
benessere e istituzione.
In conseguenza delle
tradizioni classiche e poi per la predicazione di Giuseppe Mazzini, essi
avevano bensì l’assurda pretesa che l’Italia fosse superiore a tutti gli altri
paesi e predestinata (da Dio, e dalla Natura, e dalla Storia) ad essere
maestra e guida di tutta (umanità. Ma il loro mistico patriottismo era lungi
dal significare desiderio di dominio sugli altri popoli. AI contrario, essi
affrettavano coi voti e coll’opera (emancipazione e la grandezza del popolo
italiano anche perché potesse compiere la sua missione civilizzatrice ed
aiutare a liberarsi tutti i popoli oppressi: a prova il fatto che i patrioti
italiani accorrevano a combattere e versare il loro sangue in qualunque parte
del mondo dove sorgeva un grido di libertà.
Ma malgrado tanto eroismo e
tanta nobiltà di propositi la causa italiana sembrò per lungo tempo una causa
disperata e trovava appoggio solo tra i “sognatori” assetati d’ideale e alieni
da ogni mira di vantaggio personale. La gente “pratica”, egoista e
pusillanime, subiva pazientemente l’oppressione e per calcolo acclamava i più
forti; ed i peggiori si mettevano al servizio degli oppressori quali buri e
carnefici. La gran massa, misera, ignorante, superstiziosa, restava come
sempre materia passiva, strumento docile ma infido di chi poteva e sapeva
servirsene.
Poi, quando per la costanza
ed il crescere dei ribelli, e per fortunate circostanze politiche europee i
servi di Casa Savoia trovarono opportuno di sfruttare le aspirazioni nazionali
per la sicurezza e (ingrandimento del regno sardo‑piemontese, agli apostoli ed
agli eroi si frammischiarono i trafficanti ed i profittatori, e l’intrigo
diplomatico sopraffece lo slancio rivoluzionario.
E così, tra i
patteggiamenti ed i mercati segreti, le alleanze tra monarchi, le guerre regie
cominciate con dubbia fede e vergognosamente stroncate per ragioni dinastiche,
le dedizione dei condottieri popolari, le illusioni degli ingenui ed il
tradimento dei furbi, si arrivò alla costituzione di un regno italico che era
la parodia, la negazione dell’Italia libera e grande sognata dai precursori.
Non si era raggiunta né l’unità né vera indipendenza.
L’Austria, padrona sempre
della Venezia, restava minacciosa al di qua dell’Alpi, e l’Italia sembrava
vivere solo per la protezione interessata e prepotente dell’imperatore dei
francesi. Il Papa continuava a tiranneggiare Roma ed il Lazio, pronto sempre a
chiamare lo straniero in suo soccorso. Il diritto della nazione a governarsi
da sé ridotto alla concessione di una Camera dei deputati eletta da un piccolo
numero di censiti e tenuta a freno dalla potestà suprema del re, nonché da un
Senato di nomina regia. Negata ogni autonomia di regioni e comuni, e tutta
l’Italia sottoposta all’egemonia delle caste burocratica e militaresca del
Piemonte. Le libertà cittadine sempre a discrezione della polizia. Le
condizioni economiche della massa (proletariato e piccola borghesia) a cui si
erano fatte tante promesse, generalmente peggiorate ed in certe regioni rese
addirittura miserabili per l’aumento delle imposte sulla produzione e sui
consumi. Quindi malcontento generale; e quando il malcontento scoppiava in
tumultuose proteste collettive, la forza pubblica ristabiliva l’ordine con
quei massacri di folle inermi, che restarono sempre una caratteristica del
sistema di governo della monarchia italiana.
Naturalmente sorsero in
abbondanza i patrioti dell’indomani che vollero prender parte al bottino,
senza essere stati alla battaglia; ed anche molti dei vecchi combattenti, per
motivi vari, onorevoli o meno, si adattano al nuovo regime e cercarono di
profittarne. Ma i più sinceri, i più ardenti e con essi i nuovi giovani che
per ragioni di età non avevano potuto prender parte alla riscossa nazionale,
ma n’avevano respirata l’atmosfera piena di entusiasmo e volevano emulare i
loro maggiori, rodevano il freno ed anelavano il momento di ricominciare la
rivoluzione e di completarla.
Ma cosa fare?
1 più influenti, i capi,
esitavano tra il desiderio di abbattere la monarchia e la paura di
compromettere quel tanto di unità e di indipendenza che si era raggiunto. La
gran maggioranza dei repubblicani devoti a Mazzini, pur predicando la
repubblica, mettevano al disopra di tutta l’unità della patria, e nonostante
l’avversione al sistema monarchico erano sempre pronti a mettersi agli ordini
del re quando egli li avesse chiamati a compiere il programma nazionale. Ed in
quanto ai garibaldini, più di tutti ardimentosi e battaglieri ma, al pari del
loro duce, senza idee chiare e programma determinato, salvo l’odio ai preti ed
al dominio straniero, la monarchia poteva sempre a sua posta fermarli o
trascinarli, come è più dei mazziniani, col solo darsi l’aria di voler fare la
guerra all’Austria o al papa.
In realtà non si faceva
nulla contro il regime, e forse date le circostanze era possibile fare qualche
cosa d’efficace; ma fra le aspirazioni contraddittorie persisteva, vivo,
insofferente, tormentoso il desiderio di fare.
D’altra parte un nuovo
fermento d’idee agitava le mani. . .
Vi erano stati bensì dei
pensatori poderosi e precursori geniali capaci di reggere il confronto con
qualunque straniero, ma essi erano restati senza grande influenza o totalmente
ignorati, come per esempio il Pisacane, tanto che occorse scoprirli dopo,
quando già le loro idee erano per altre vie divenute patrimonio comune.
Ma ora, dopo la
costituzione del regno, con una certa libertà di stampa, con la maggiore
facilità di muoversi e stabilire delle relazioni e per lo stesso sprone delle
disillusioni patite, la gioventù incominciava ad informarsi ed interessarsi
delle idee che agitavano l’Europa. Già il concetto dell’Italia nazione‑messia
appariva a molti fantastico ed assurdo ed era sostituito da una più realistica
concezione della storia e dei rapporti tra i popoli. La credenza in Dio e nel
soprannaturale, tanto cara a Mazzini, era buttata in breccia dal nuovo
indirizzo delle scienze naturali introdotto nelle università italiane per
opera principalmente di valenti professori stranieri. L’idea di patria e tutte
le istituzioni sociali ‑ proprietà, organizzazione statale, famiglia, diritto
civile e penale ‑ erano discusse e criticate con nuova larghezza di vedute. La
questione sociale, la questione dei ricchi e dei poveri, incominciava ad
attirare l’attenzione e pareva già destinata a svalorizzare e mettere in oblio
le questioni di nazionalità.
Mazzini e Garibaldi
continuavano ad essere idolatrati dalla gioventù più avanzata, che avrebbe
voluto averli come capi guide, ma trovava sempre più difficile il seguirli.
Poiché Mazzini di fronte all’irrompere delle nuove tendenze s’irrigidiva nel
suo dogmatismo teologico‑politico e scomunicava chi non credeva in Dio; e
Garibaldi, il quale voleva persuadere se stesso e gli altri di stare sempre
alla testa del progresso, diceva e disdiceva ed in fondo non capiva nulla.
Da ciò il disagio morale ed
intellettuale, che aggiunto all’incertezza ed all’impotenza politiche teneva
agitata e scontenta la migliore gioventù italiana.
In tale condizione degli
spiriti un uomo come Bakunin, con la fama di grande rivoluzionario europeo che
l’accompagnava, con la sua ricchezza e modernità d’idee, con la sua foga e la
forza avvincente della sua personalità, non poteva non fare forte impressione
su coloro che lo avvicinavano. Ma non poteva creare un movimento a larga base,
veramente popolare, causa dei pregiudizi patriottici e borghesi dell’ambiente
e per il fatto che molti, malgrado la mutata coscienza, si sentivano ancora
legati da giuramenti prestati alla vecchia setta; al che bisogna aggiungere le
difficoltà che gli venivano dall’essere straniero, poco pratico della lingua
italiana e soggetto sempre ad essere espulso dalla polizia.
Ed infatti egli riuscì
subito ad interessare degli uomini di valore, che credettero a prima giunta di
trovare nelle sue idee la soluzione dei dubbi che li tormentavano, ma non
potette far presa sulle masse. D’altronde il pensiero di Bakunin era allora in
continua evoluzione, e se egli, spinto dal suo temperamento e dalla logica
delle sue premesse, arrivò presto a conclusioni nettamente socialiste ed
anarchiche, molti dei suoi primi aderenti non potettero seguirlo e man mano si
ritrassero, sostituiti però sempre da nuovi più idonei elementi.
Dal 1864 al 1870, Bakunin,
colla propaganda personale in Italia, colla corrispondenza dalla Svizzera, coi
viaggi fatti o fatti fare e con le pubblicazioni proprie o da lui ispirate,
arrivò a selezionare un certo numero d’uomini che, organizzati intorno a lui
in circoli più o meno segreti, presero contatto con il movimento socialista,
internazionale, introdussero in Italia il socialismo e l’anarchismo e vi
fondarono la branca italiana del_ Associazione Internazionale Italiana dei
Lavoratori, di cui continuarono ad essere gli animatori durante tutta la sua
esistenza.
Ma insomma fino alla prima
metà del 1870 tutto si riduceva a pochi gruppi intimi ed a qualche piccola
associazione operaia. . .
Poi vennero la guerra
franco‑prussiana, la caduta dell’impero e la proclamazione della repubblica in
Francia, la spedizione gáribaldina nei Vosgi l’entrata delle truppe italiane a
Roma e la fine del potere temporale dei papi, le vicende dell’assedio di
Parigi, le elezioni francesi dell’assemblea dei “rurali”, la pace vergognosa,
la fondazione dell’impero germanico; tutte cose che agitarono e tennero gli
animi sospesi, alimentando negli uni le più audaci speranze e negli altri le
più folli paure.
Infine scoppiò
l’insurrezione parigina del 18 marzo 1871 la Comune di Parigi ‑, repressa due
mesi dopo dal governo repubblicano con una ferocia che indignò i più
temperati.
L’annunzio dei fatti di
Parigi mise la febbre addosso a tutta la gioventù politicamente attiva.
Veramente si sapeva poco
quello che la Comune fosse davvero, ma la stessa incertezza delle notizie dava
libero campo all’immaginazione, e ciascuno si foggiava il moto parigine
secondo i propri desideri. E siccome si attribuiva quel moto all’opera
dell’Internazionale, questa profittò di tutta la popolarità di cui godette la
Comune negli ambienti rivoluzionari italiani.
Le false notizie, le
esagerazioni, le stesse calunnie della stampa reazionaria servivano a
rinfocolare l’entusiasmo e ad esaltare le gesta della Comune e la potenza
dell’Internazionale le...
I primi e più numerosi
proseliti si trovarono tra i garibaldina sempre ardenti di battagliare per
qualunque idea sembrasse loro avanzata.
I giovani mazziniani, ai
quali i fatti di Francia avevano mostrato che la repubblica non significa
necessariamente libertà eguaglianza e fratellanza e che può benissimo
associarsi con il più retrivo clericalismo ed il più feroce militarismo, se
fossero stati lasciati al loro istinto avrebbero probabilmente seguito al pari
dei garibaldini l’impulso dato dai bakunisti.
Ed allora si sarebbe
costituito un fascio di tutte le forze rivoluzionarie italiane, che avrebbe
potuto mettere a mal partito la monarchia.
Ma Mazzini, offeso nei suoi
pregiudizi teologici, statali e borghesi e forse irritato dal vedersi sfuggire
quella specie di pontificato che aveva esercitato per tanti anni sul movimento
rivoluzionario italiano, attaccò violentemente la Comune e l’Internazionale e
trattenne i suoi dal passo che stavano per fare.
Bakunin rispose agli
attacchi di Mazzini, e la lotta scoppiò ardente tra mazziniani ed
internazionalisti: lotta che servì ad eccitare la discussione ed a precisare
le idee; ma presto degenerata in odio, mise l’un contro l’altro giovani
egualmente generosi ed entusiasti, e fu in definitiva la causa dell’impotenza
degli uni e degli altri.
In ogni modo
l’Internazionale si estese rapidamente nei centri più evoluti . . .
Dato l’ambiente italiano
ancora tutto vibrante dei ricordi delle cospirazioni mazziniane e delle
spedizioni garibaldine, data l’eccitazione prodotta dalla Comune di Parigi,
data l’influenza predominante di Bakunin, dati il temperamento e le
convinzioni dei primi iniziatori, l’Internazionale in Italia non poteva essere
una semplice federazione di leghe di resistenza operaia, sia pure a tendenze
radicali, come fu altrove. Essa assunse fin dal principio un carattere
decisamente sovvertitore, che trova un certo riscontro solo nella Spagna, dove
il carattere degli abitanti e la situazione politica erano quasi come in
Italia, e dove del resto il movimento internazionalista fu iniziato dal
Fanelli, mandato colà in missione dall’Alleanza bakunista.
L’Internazionale nacque in
Italia socialista, anarchica, rivoluzionaria, e per conseguenza
antiparlamentare. Ruppe subito con il “Consiglio generale”, il quale, ispirato
da Marx, voleva dirigere autoritariamente l’associazione ed imporle un
programma statalista; e fu essenzialmente un’associazione fatta collo scopo di
provocare un’insurrezione armata, la quale avrebbe dovuto d’un colpo solo
rovesciare il governo, abolire la proprietà privata, mettere a libera
disposizione dei lavoratori la terra, gli strumenti di lavoro e tutta la
ricchezza esistente e sostituire all’organizzazione statale e borghese la
libera federazione dei comuni e dei gruppi produttori autonomi.
Si accettava il principio
fondamentale dell’Associazione di lavoratori fondata a Londra nel settembre
1864, e cioè che “la dipendenza economica dei lavoratori dai possessori delle
materie prime e degli strumenti di lavoro è la causa prima della servitù in
tutte le sue forme, politica, morale e materiale”; e perciò si riteneva
necessario ed urgente abolire la proprietà privata fondiaria e capitalistica
mediante l’espropriazione senza indennità della classe borghese fatta
direttamente dalla massa sfruttata e soggetta. Si dichiarava il lavoro dovere
sociale per tutti, e quindi si considerava la condizione di lavoratore
superiore moralmente a qualunque altra posizione sociale, anzi la sola
compatibile con una morale veramente umana, e molti internazionalisti
provenienti dalla classe borghese, per essere coerenti colle loro idee e
meglio immedesimarsi col popolo, si mettevano ad apprendere un mestiere
manuale. Si vedeva nella classe operaia, nel proletariato dell’industria e
dell’agricoltura, il grande fattore della trasformazione sociale e la garanzia
ch’ essa si sarebbe fatta veramente a vantaggio di tutti e non avrebbe dato
origine ad una nuova classe privilegiata.
Ma però l’Internazionale
non fu mai in Italia propriamente una organizzazione di classe; ed in essa
sugl’interessi contingenti della classe operaia prevaleva sempre l’ideale
della rivoluzione come fatto che doveva iniziare una nuova civiltà per
l’elevazione morale ed il vantaggio materiale di tutta quanta l’umanità.
Nell’Internazionale in Italia, e del resto era così un po’ dappertutto, aveva
diritto di cittadinanza chiunque ne accettava i principi, da qualunque classe
provenisse. E quando per conciliare coi fatti il titolo di associazione di
lavoratori si cercava di determinare che cosa fosse un lavoratore, si
conchiudeva che, per l’Internazionale, era lavoratore, “chiunque lavorava alla
distruzione dell’ordine borghese”, frase che può sembrare un’arguzia, ma che
traduceva bene lo stato di fatto.
Ed invero l’Internazionale
era stata introdotta in Italia da borghesi che, per amor di giustizia, avevano
disertato la loro classe, ed ancora nel 1872 e dopo, in molti luoghi, la
maggioranza, almeno nella parte dirigente e più attiva, non era composta di
operai, ma di giovani provenienti dalla media e piccola borghesia.
Si faceva un po’ di lotta
economica, si provocava qualche sciopero, s’incitavano gli operai a domandare
e pretendere dai padroni ogni sorta di miglioramenti. Ma ciò si faceva senza
entusiasmo, senza darvi grande importanza, poiché si era convinti che i
padroni esistevano perché il governo li proteggeva ed esisterebbero e
trionferebbero sempre fino a che durerebbe il governo. “Non si arriva al
proprietario, si soleva dire, se non passando sul corpo del gendarme”. Forse
sarebbe stata la verità più completa il dire che è “il gendarme”, cioè chi
possiede la forza materiale, che s’impadronisce della ricchezza, si fa
proprietario, e poi assolda, tra le sue vittime, dei gendarmi per farsi
difendere e perpetuare in sé e nei suoi discendenti il privilegio usurpato; ma
allora, senza che nessuno di noi avesse letto Marx, si era ancora troppo
marxisti. Ma a parte ogni disquisizione teorica sulle origini della proprietà,
si era convinti che la prima cosa da fare era rovesciare il governo, e perciò
si pensava soprattutto alla insurrezione.
Certamente sperare allora
nella vittoria era una illusione.
Senza parlare delle vaste
plaghe d’Italia dove le nostre idee erano assolutamente sconosciute, anche
dove eravamo più forti e numerosi non eravamo in sostanza che un’infima
minoranza di fronte alla totalità della popolazione. E le masse erano ancora
del tutto disorganizzate ed ignare: salvo le nostre sezioni e qualche
associazione che pigliava il motto da Mazzini, le società operaie esistente
erano semplici società di mutuo soccorso sotto il patronato di grossi
proprietari o personaggi dei partiti borghesi, quando non avevano addirittura
il re ... o il questore.
Questa era per noi una
situazione paradossale, perché il nostro scopo non era di impossessarsi del
governo con un colpo di mano (il che sarebbe stato ben difficile per
l’esiguità delle nostre forze, ma forse non impossibile se fossimo riusciti a
trascinare con noi i repubblicani) per poi imporre il nostro programma
mediante la forza statale. Noi, già anarchici convinti, volevamo abbattere il
governo esistente, impedire che se ne formasse ‑un altro, e lasciare che le
masse liberate dalla pressione dell’esercito e della polizia pigliassero
possesso della ricchezza ed organizzassero da loro la nuova vita sociale.
Ma che sarebbe avvenuto se
le masse fossero restate assenti, o si fossero mostrate ansiose di
sottomettersi ad un nuovo governo ed attendere da esso il proprio bene?
Noi speravamo nel
malcontento generale, e poiché la miseria che affliggeva le masse era davvero
insopportabile, credevamo che bastasse dare un esempio, lanciare colle armi
alla mano il grido di “abbasso í signori”, perché le masse lavoratrici si
scagliassero contro la borghesia, e pigliassero possesso della terra, delle
fabbriche e di quanto esse avevano prodotto colle loro fatiche ed era stato
loro sottratto. E poi avevamo una fede mistica nella virtù del popolo, nella
sua capacità, nei suoi istinti ugualitari e libertari.
I fatti dimostrarono allora
e poi (e lo avevano già dimostrato nel passato) quanto eravamo lontani dal
vero. Purtroppo la fame, quando non vi è una coscienza del proprio diritto ed
un’idea che guida l’azione, non produce rivoluzioni: tutt’al più provoca delle
sommosse sporadiche che i signori, se hanno giudizio, possono domare, meglio
che colle fucilate dei carabinieri, col distribuire un po’ di pane e col
gettare dai balconi un po’ di soldi di rame alla folla tumultuante. E noi, se
il desiderio non avesse fatto velo alla nostra perspicacia, avremmo ben potuto
giudicare dell’effetto deprimente, e quindi antirivoluzionario, della miseria,
dal fatto che la propaganda riusciva meglio nelle regioni meno misere e tra
quei lavoratori, artigiani per la maggior parte, che si trovavano in
condizioni economiche meno disagiate.
Ed in quanto agli “istinti
egualitari e libertari” del popolo, ahimè, quanta fatica ci vuole per
risvegliarli! Per allora, ed anche adesso in quella grande parte della massa
non ancora tocca dalla propaganda, gli “istinti”, i quali sono stati formati
dai millenario servaggio, spingono i lavoratori piuttosto al timore e, quel
ch’è peggio, al rispetto ed all’ammirazione dei padroni, e quindi ad una
docile sottomissione.
Era dunque impossibile una
vittoria facile e rapida.
Ma, a parte la questione di
tempo, io ‑credo sempre dopo tutto quello che ho veduto, che le nostre
speranze non erano vane e la nostra tattica non era sbagliata.
In effetti, 1a nostra
propaganda, se non colla rapidità che avremmo voluto, portava pure i suoi
frutti: il numero dei con. vinti andava continuamente crescendo, ed intorno ad
essi si andava sempre allargando i1 cerchio di simpatizzanti, di quelli cioè
che pur non comprendendo e non accettando tutte le nostre idee, sentivano
l’ingiustizia del presente ordinamento sociale e volevano contribuire al suo
cambiamento. Ed i tentativi insurrezionali che facevamo e ci proponevamo di
fare, pur essendo allora condannati ad insuccesso sicuro, erano mezzo efficace
di propaganda, ed un giorno, a tempi più maturi (chi può giudicare prima del
fatto quando i tempi sono maturi, cioè quando un concorso di circostanze
determina il “momento psicologico” in cui un popolo è pronto ad insorgere?),
un giorno, dico, sarebbero stati la scintilla che provoca un grande incendio.
Se il nostro lavoro fosse
continuato concorde come durante i sette od otto anni dopo la fondazione a
Rimini della Federazione italiana (1872), ben altra, io credo, sarebbe oggi la
situazione italiana.
Ma sul più bello, lo
sviluppo del nostro movimento fu conturbato ed arrestato dall’introduzione in
Italia del partito socialdemocratico, legalitario e parlamentare secondo il
tipo tedesco.
L’esistenza di un altro
partito socialista con tendenze diverse di quelle che aveva l’Internazionale
italiana non sarebbe stato un gran male, anzi avrebbe potuto essere un bene,
poiché avrebbe attratti al socialismo molti elementi che, pur ammettendo la
necessità di una radicale riforma sociale, non potevano per temperamento e per
posizione essere rivoluzionari e con noi non ci sarebbero venuti mai.
Ma il guaio fu che chi
introdusse (almeno con risultati seri, poiché vi era stato qualche altro
tentativo senza successo) in Italia la nuova tendenza uscì proprio di mezzo a
noi.
Alcuni degli
internazionalisti tra i più influenti ed amati (non posso qui fare a meno di
nominare l’Andrea Costa), impressionati dagli apparenti successi del
socialismo in Germania, disgustati di una lotta che era, o sembrava, sterile
di risultati immediati, e forse stanchi delle persecuzioni che ormai erano
diventate ben più serie, preferirono, contro i loro primi compagni e contro
tutto il loro passato, una tattica che prometteva una relativa tranquillità e
rapidi successi personali; e così gettarono la discordia nelle nostre file e
furono la causa che il meglio delle nostre forze fosse speso in polemiche e
diatribe intestine, anziché nella propaganda tra le masse e la lotta contro il
nemico comune.
I vecchi internazionalisti
che di quella “evoluzione” videro direttamente i danni morali e materiali
fatti al movimento, e soffrirono nei loro sentimenti profondi per le amicizie
male rotte, gridarono al “tradimento”. E certo parve dar loro ragione il modo
suddulo come si condussero i nuovi convertiti al parlamentarismo, negando ed
affermando, attenuando od accentuando la nuova tendenza secondo gli ambienti e
le circostanze, e trascinando i compagni più ingenui col sentimentalismo delle
amicizie personali e quasi senza che se ne accorgessero.
Ma fu davvero tradimento
cosciente fatto per fini personali, o frutto di onesta convinzione?
Non spetta a me, parte
troppo interessata nella vertenza, il dare un giudizio definitivo. E
d’altronde questi avvenimenti sono di parecchi anni posteriori al periodo di
cui si tratta in questo libro, e non è il caso di approfondirli e documentarli
qui. Forse lo stesso Nettlau, che ha o può procurarsi il materiale necessario
e che possiede quelle doti di imparzialità e serenità che forse in questo caso
mancherebbero a me, ci narrerà un giorno quel periodo critico
dell’Internazionale italiana, in cui essa cessò di chiamarsi l’Internazionale
e si scisse in partito anarchico e partito socialdemocratico.
A me basti constatare che tutte le nostre
previsioni sulla degenerazione in cui sarebbe caduto il socialismo fattosi
legalitario e parlamentarista si sono purtroppo verificate, ed al di là di
quello che noi stessi pensavamo.
b. L’evoluzionismo di P. Kropotkin
Pietro Kropotkin è senza
dubbio uno di quelli che hanno contribuito di più ‑ forse più che gli stessi
Bakunin ed Eliseo Reclus ‑ alla elaborazione e alla propagazione dell’idea
anarchica. Ed egli ha perciò ben meritato l’ammirazione e la riconoscenza che
tutti gli anarchici hanno per lui.
Ma, in omaggio alla verità
e nell’interesse superiore della causa, bisogna riconoscere che l’opera sua
non è stata tutta ed esclusivamente benefica. Non fu colpa sua, al contrario,
fu l’eminenza stessa dei suoi meriti che produsse i mali ch’io mi propongo
d’indicare.
Naturalmente Kropotkin al
pari di ogni altro uomo, non poteva evitare ogni errore ed abbracciare tutta
la verità. Si sarebbe dovuto quindi profittare della sua preziosa
contribuzione e continuare la ricerca per raggiungere nuovi progressi. Ma i
suoi talenti letterari, il valore e la mole della sua produzione, la sua
instancabile attività, il prestigio che gli veniva dalla sua fama di grande
scienziato, il fatto ch’egli aveva sacrificata una posizione altamente
privilegiata per difendere, a costo di soffrire di pericoli, la causa
popolare, e di più il fascino della sua persona che incantava tutti quelli che
avevano la fortuna di avvicinarlo, gli dettero tale notorietà e tale influenza
ch’egli sembrò, ed in gran parte fu realmente, il maestro riconosciuto della
grande maggioranza degli anarchici.
Avvenne così che la critica
fu scoraggiata, e si produsse un arresto di sviluppo dell’idea. Durante molti
anni, malgrado lo spirito iconoclasta e progressivo degli anarchici, la
maggior parte di essi non fece, in quanto a teoria ed a propaganda, che
studiare e ripetere Kropotkin. Dire diversamente da lui fu per molti compagni
quasi un’eresia.
Sarebbe dunque opportuno il
sottomettere gl’insegnamenti di Kropotkin ad una critica severa e senza
prevenzioni per distinguere ciò che in essi è sempre vero e vivo da ciò che il
pensiero e l’esperienza posteriori possono aver dimostrato erroneo. Cosa
d’altronde che non riguarderebbe solo Kropotkin, poiché gli errori che si
possono rimproverare a lui erano già professati dagli anarchici prima che
Kropotkin acquistasse una posizione eminente nel movimento: egli li confermò e
li fece durare dando loro l’appoggio del suo talento e del suo prestigio, ma
noi, i vecchi militanti, vi abbiamo tutti, o quasi tutti, la nostra parte di
responsabilità.
Io ebbi l’onore e la
fortuna di essere per lunghi anni legato a Kropotkin dalla pii fraterna
amicizia.
Noi ci amavamo perché
eravamo animati dalla stessa passione, dalla stessa speranza ... ed anche
dalle stesse illusioni.
Tutti e due di temperamento
ottimista (io credo tuttavia che l’ottimismo di Kropotkin sorpassava di molto
il mio e forse aveva una sorgente diversa) noi vedevamo le cose color di rosa,
ahimè! troppo color di rosa ‑ noi speravamo sono già più di cinquant’anni, in
una rivoluzione prossima, che avrebbe dovuto realizzare il nostro ideale.
Durante questo lungo periodo vi furono ben dei momenti di dubbio e di
scoraggiamento. Ricordo, per esempio, che una volta Kropotkin mi disse: “Mio
caro Errico temo che siamo noi soli, tu ed io, che crediamo in una rivoluzione
vicina”. Ma erano dei momenti passeggeri: ben presto la fiducia tornava; ci si
spiegava in un modo qualsiasi le difficoltà presenti e lo scetticismo dei
compagni e si continuava a lavorare ed a sperare.
Nullameno non bisogna
credere che noi avevamo in tutto le stesse opinioni. AI contrario, in molte
idee fondamentali noi eravamo lungi dall’essere d’accordo, e quasi non c’era
volta che c’incontravamo senza che nascessero tra noi delle discussioni
rumorose ed irritanti; ma siccome Kropotkin si sentiva sempre sicuro di aver
ragione e non poteva sopportare con calma la contraddizione, e d’altra parte
io avevo molto rispetto per il suo sapere e molti riguardi per la sua salute
vacillante, si finiva sempre col cambiar d’argomento per non irritarsi troppo
. . .
Kropotkin era nello stesso
tempo uno scienziato ed un riformatore sociale. Egli era posseduto da due
passioni: il desiderio di conoscere ed il desiderio di fare il bene
dell’umanità, due nobili passioni che possono essere utili l’una all’altra e
che si vorrebbero vedere in tutti gli uomini, senza ch’esse siano per questo
una sola e medesima cosa. Ma Kropotkin era uno spirito eminentemente
sistematico e voleva spiegare tutto con uno stesso principio e tutto ridurre a
unità, e lo faceva spesso, secondo me, a scapito della logica. Perciò egli
appoggiava sulla scienza le sue aspirazioni sociali, le quali non erano,
secondo lui, che delle deduzioni rigorosamente scientifiche.
lo non ho nessuna
competenza speciale per giudicare Kropotkin come scienziato . . . Nulladimeno
mi sembra che gli mancasse qualche cosa per essere un vero uomo di scienza: la
capacità di dimenticare i suoi desideri e le sue prevenzioni per osservare i
fatti con un’impassibile obbiettività . . .
Abitualmente egli concepiva
un’ipotesi e cercava poi i fatti che avrebbero dovuto giustificarla ‑ il che
può essere un buon metodo per scoprire cose nuove; ma gli accadeva, senza
volerlo, di non vedere i fatti che contraddicevano la sua ipotesi.
Egli non sapeva decidersi
ad ammettere un fatto, e spesso nemmeno a prenderlo in considerazione, se
prima non riusciva a spiegarlo, cioè a farlo entrare nel suo sistema . . .
Kropotki.n professava la
filosofia materialista che dominava tra gli scienziati nella seconda metà del
secolo XIX, la filosofia di Moleschott, Buchner, Vogt, ecc.; e per conseguenza
la sua concezione dell’Universo era rigorosamente meccanica.
Secondo il suo sistema, la
volontà (potenza creatrice di cui noi non possiamo comprendere la natura e la
sorgente, come del resto non comprendiamo la natura e la sorgente della
“materia” e di tutti gli altri “primi principi”) la volontà, dico, che
contribuisce poco o molto a determinare la condotta degl’individui e delle
società, non esiste, non è che un’illusione. Tutto quello che fu, che è e che
sarà, dal corso degli astri alla nascita ed alla decadenza di una civiltà, dal
profumo di una rosa al sorriso di una madre, da un terremoto al pensiero di un
Newton, dalla crudeltà di un tiranno alla bontà di un santo, tutto doveva,
deve e dovrà accadere per una sequela fatale di cause e di effetti di natura
meccanica, che non lascia nessuna possibilità di variazione. L’illusione della
volontà non sarebbe essa stessa che un fatto meccanico.
Naturalmente, logicamente,
se la volontà non ha alcuna potenza, se tutto è necessario e non può essere
diversamente, le idee di libertà, di giustizia, di responsabilità non hanno
nessun significato, non corrispondono a niente di reale.
Secondo la logica non si
potrebbe che contemplare ciò che accade nel mondo, con indifferenza, piacere o
dolore, secondo la propria sensibilità, ma senza speranza e senza possibilità
di cambiare alcunché.
Kropotkin, dunque, che era
molto severo con il fatalismo dei marxisti, cadeva poi nel fatalismo
meccanico, che è ben più paralizzante.
Ma la filosofia non poteva
uccidere la potente volontà che era in Kropotkin. Egli era troppo convinto
della verità del suo sistema per rinunziarvi, o solamente sopportare
tranquillamente che lo si mettesse in dubbio; ma egli era troppo appassionato,
troppo desideroso di libertà e di giustizia per lasciarsi fermare dalla
difficoltà di una contraddizione logica e rinunziare alla lotta. Egli se la
cavava inserendo l’anarchia nel suo sistema e facendone una verità
scientifica.
Egli si confermava nella
sua convinzione sostenendo che tutte le recenti scoperte in tutte le scienze,
dall’astronomia fino alla biologia ed alla sociologia, concorrevano a
dimostrare sempre più che l’anarchia è il modo d’organizzazione sociale che è
imposto dalle leggi sociali . . .
Così, dopo aver detto che
“l’anarchia è una concezione dell’Universo basata sull’interpretazione
meccanica dei fenomeni che abbraccia tutta la Natura, compresa la vita delle
società” (confesso che non sono mai riuscito a comprendere ciò che questo può
significare) Kropotkin dimenticava come se fosse niente, la sua concezione
meccanica e si lanciava nella lotta con il brio, l’entusiasmo e la fiducia di
uno che crede nell’efficacia della sua volontà e spera di potere colla sua
attività ottenere o contribuire a ottenere ciò che desidera.
In realtà, l’anarchismo ed
il comunismo di Kropotkin prima di essere una questione di ragionamento, erano
l’effetto della sua sensibilità. In lui, prima parlava il cuore, e poi veniva
il ragionamento per giustificare e rinforzare gl’impulsi del cuore.
Ciò che costituiva il fondo
del suo carattere era l’amore degli uomini, la simpatia pei poveri e gli
oppressi. Egli soffriva realmente per i mali degli altri, e l’ingiustizia
anche se a suo favore, gli era insopportabile...
Spinto dagli stessi
sentimenti aveva in seguito fatto adesione all’Internazionale ed accettato le
idee anarchiche. Infine, tra i diversi modi di concepire l’anarchia aveva
scelto e fatto proprio il programma comunista‑anarchico, che basandosi sulla
solidarietà e sull’amore va al di là della stessa giustizia.
Ma naturalmente come era da
prevedere, la sua filosofia non restava senza influenza sul suo modo di
concepire l’avvenire e la lotta che bisognava combattere per arrivarvi.
Poiché secondo la sua
filosofia ciò che accade doveva necessariamente accadere, così anche il
comunismo anarchico, ch’egli desiderava, doveva fatalmente trionfare come per
legge della natura.
E ciò gli levava ogni
dubbio e gli nascondeva ogni difficoltà. Il mondo borghese doveva fatalmente
cadere; era già in dissoluzione e l’azione rivoluzionaria non serviva che ad
affrettarne la caduta.
La sua grande influenza
come propagandista, oltre che dai suoi talenti, dipendeva dal fatto ch’egli
mostrava la cosa talmente inevitabile che l’entusiasmo si comunicava subito a
quelli che l’ascoltavano o lo leggevano.
Le difficoltà morali
sparivano perché egli attribuiva al “popolo”, alla massa dei lavoratori tutte
le virtù e tutte le capacità. Egli esaltava con ragione l’influenza
moralizzatrice del lavoro, ma non vedeva abbastanza gli effetti deprimenti e
corruttori della miseria e della soggezione. Ed egli pensava che basterebbe
abolire i privilegi dei capitalisti ed il potere dei governanti perché tutti
gli uomini cominciassero immediatamente ad amarsi come fratelli ed a badare
agl’interessi altrui come ai propri. ‘
Nello stesso modo egli non
vedeva le difficoltà materiali o se ne sbarazzava facilmente. Egli aveva
accettata l’idea, comune allora tra gli anarchici, che i prodotti accumulati
della terra e dell’industria erano talmente abbondanti che per molto tempo non
ci sarebbe bisogno di preoccuparsi della produzione; e diceva sempre che il
problema immediato era quello del consumo che per far trionfare la rivoluzione
bisognava soddisfare subito e largamente i bisogni di tutti, e che la
produzione seguirebbe il ritmo del consumo. Di là quell’idea della presa nel
mucchio, ch’egli mise in moda e che è ben la maniera più semplice di concepire
il comunismo e la più atta a piacere alla folla, ma è anche la maniera più
primitiva e più realmente utopistica. E quando gli si fece osservare che
questa accumulazione di prodotti non poteva esistere, perché i proprietari
normalmente non fanno produrre che quello che possono vendere con profitto, e
che forse nei primi tempi della rivoluzione bisognerebbe organizzare il
razionamento e spingere alla produzione intensiva piuttosto che invitare alla
presa in un mucchio che in realtà non esisterebbe, egli si mise a studiare
direttamente la questione ed arrivò alla conclusione che infatti
quell’abbondanza non esisteva e che in certi paesi si era continuamente sotto
la minaccia della carestia. Ma egli si rifaceva pensando alle grandi
possibilità dell’agricoltura aiutata dalla scienza. Egli prese come esempi i
risultati ottenuti da qualche agricoltore e qualche dotto agronomo sopra spazi
limitati e ne tirò le più incoraggianti conseguenze, senza pensare agli
ostacoli che avrebbero opposto (ignoranza e (avversione al nuovo dei contadini
ed al tempo che in tutti i casi occorrerebbe per generalizzare i nuovi modi di
coltura e di distribuzione.
Come sempre Kropotkin
vedeva le cose quali egli avrebbe voluto che fossero e come noi tutti speriamo
ch’esse saranno un giorno: egli considerava esistente o immediatamente
realizzabile ciò che deve essere conquistato con lunghi e duri sforzi.
In fondo Kropotkin
concepiva la Natura come una specie di Provvidenza, grazie alla quale
l’armonia doveva regnare in tutte le cose, comprese le società umane.
È ciò che ha fatto ripetere
a molti anarchici questa frase di sapore squisitamente kropotkiniano:
L’anarchia è l’ordine naturale.
Si potrebbe domandare, io
penso, come mai la Natura, se è vero che la sua legge è l’armonia, ha
aspettato che vengano al mondo gli anarchici ed aspetta ancora ch’essi
trionfino per distruggere le terribili e micidiali disarmonie di cui gli
uomini hanno sempre sofferto.
Non si sarebbe più vicini
alla verità dicendo che l’anarchia è la lotta, nelle società umane, contro le
disarmonie della Natura?
Ho insistito sui due errori
nei quali, secondo me, è caduto Kropotkin, il suo fatalismo teorico ed il suo
ottimismo eccessivo, perché io credo di aver constatato i cattivi effetti
ch’essi hanno prodotto nel nostro movimento.
Ci sono stati dei compagni
i quali presero sul serio la teoria fatalista ‑ che per eufemismo chiamano
determinismo ‑ e perdettero in conseguenza ogni spirito rivoluzionario. La
rivoluzione, essi dissero, non si fa: essa verrà quando sarà il suo tempo, ed
è inutile, antiscientifico e perfino ridicolo il volerla fare. E con queste
buone ragioni si allontanarono dal movimento e pensarono ai loro affari. Ma
sarebbe un errore il credere che questa fu una comoda scusa per ritirarsi
dalla lotta. Io ho conosciuto parecchi compagni dal temperamento ardente,
pronti ad ogni sbaraglio, che si sono esposti a grandi pericoli ed hanno
sacrificato la loro libertà ed anche la loro vita in nome dell’anarchia pur
essendo convinti dell’inutilità della loro azione. Essi lo han fatto per
disgusto della società attuale, per vendetta, per disperazione, per amore del
bel gesto, ma senza credere con questo di servire la causa della rivoluzione e
per conseguenza senza scegliere il bersaglio ed il momento e senza curarsi di
coordinare la loro azione con quella degli altri.
Da un altro lato, quelli
che senza preoccuparsi di filosofia han voluto .lavorare per avvicinare e fare
la rivoluzione, han creduto la cosa ben più facile ch’essa non fosse in
realtà, non ne hanno preveduto le difficoltà, non si sono preparati come
occorreva ... e così ci si è trovati impotenti il giorno in cui vi era forse
la possibilità di fare qualche cosa di pratico.
Possano gli errori del
passato servire di lezione per far meglio nell’avvenire.
2. L’EVOLUZIONE DELL’ANARCHISMO
a.
Alla radice delle idee
Un soffio di rivolta passa
dappertutto; e la rivolta è qui l’espressione di un’idea, là il risultato di un
bisogno; più spesso poi è la conseguenza dell’intrecciarsi di bisogni e d’idee
che si generano e si rinforzano a vicenda; si scaglia contro la causa dei mali o
la colpisce di fianco, è cosciente o istintiva, umana o brutale, generosa o
strettamente egoista, ma in ogni modo diventa sempre più grande e si estende
ogni giorno di più.
È la storia che cammina; è
inutile dunque perdere tempo a lamentarsi delle vie che essa sceglie, poiché
queste vie le sono state tracciate da tutta un’evoluzione anteriore.
Ma la storia è fatta dagli
uomini; e siccome noi non vogliamo restare spettatori indifferenti e passivi
della tragedia storica, siccome vogliamo concorrere con tutte le nostre forze a
determinare gli avvenimenti che ci sembrano più favorevoli alla nostra causa, ci
abbisogna per questo un criterio che ci serva di guida nell’apprezzamento dei
fatti che si producono, sopratutto per saper scegliere il posto che dobbiamo
occupare nella battaglia.
Il fine giustifica i mezzi.
Si è molto maledetta questa massima; ma in realtà essa è la guida universale
della condotta. Sarebbe però meglio il dire: ogni fine vuole i suoi mezzi.
Poiché la morale bisogna cercarla nello scopo; il mezzo è fatale.
Stabilito lo scopo a cui si
vuol giungere, per volontà o per necessità, il gran problema della vita sta nel
trovare il mezzo che secondo le circostanze, conduce con maggiore sicurezza e
più economicamente, allo scopo prefisso. Dalla maniera con cui viene risolto
questo problema dipende, per quanto può dipendere dalla volontà umana, che un
uomo o un partito raggiunga o no il suo fine, che sia utile alla sua causa o
serva senza volerlo, alla causa nemica. Aver trovato il buon‑mezzo: qui sta
tutto il segreto dei grandi uomini e dei grandi partiti che hanno lasciato le
loro tracce nella storia.
Noi non lottiamo per metterci
al posto degli sfruttatori e degli oppressori di oggi, e non lottiamo neppure
per il trionfo di una vacua astrazione. Non siamo affatto come quel patriota
italiano che diceva: “Che importa che tutti gli italiani muoiano di fame, purché
l’Italia sia grande e gloriosa!”; e neppure come quel compagno che confessava
essergli indifferente che si massacrassero i tre quarti degli uomini, perché
l’Umanità fosse libera e felice.
Noi vogliamo la libertà e il
benessere degli uomini, di tutti gli uomini senza eccezione. Vogliamo che ogni
essere umano possa svilupparsi e vivere il più felicemente possibile. E crediamo
che questa libertà e questo benessere non potranno essere dati agli uomini da un
uomo o da un partito, ma che tutti dovranno da sé stessi scoprirne le condizioni
e conquistarsele. Crediamo che soltanto la più completa applicazione del
principio di solidarietà può distruggere la lotta, l’oppressione e lo
sfruttamento, e che la solidarietà non può essere che il risultato del libero
accordo, che l’armonizzazione spontanea e voluta degli interessi.
Secondo noi, tutto ciò che è
volto a distruggere l’oppressione economica e politica, tutto ciò che serve ad
elevare il livello morale ed intellettuale degli uomini, a dar loro la coscienza
dei propri diritti e delle proprie forze e a persuaderli di fare i propri
interessi da sé, tutto ciò che provoca l’odio contro l’oppressione e suscita
l’amore fra gli uomini, ci avvicina al nostro scopo e quindi è un bene ‑
soggetto soltanto a un calcolo quantitativo per ottenere con forze date il
massimo di effetto utile. E al contrario è male, perché in contraddizione col
nostro scopo, tutto ciò che tende a conservare lo stato attuale, tutto ciò che
tende a sacrificare, contro la sua volontà, un uomo al trionfo di un principio.
Noi vogliamo il trionfo della
libertà e dell’amore.
Ma per questo dovremo noi
rinunciare all’impegno dei mezzi violenti? Niente affatto. I nostri mezzi sono
quelli che le circostanze ci permettono ed impongono.
Certo, noi non vorremmo
strappare un capello a nessuno; vorremmo asciugare tutte le lacrime senza farne
versare alcuna. Ma c’è forza lottare nel mondo tale come questo è, sotto pena di
restare sognatori sterili.
Verrà il giorno, lo crediamo
fermamente, in cui sarà possibile fare il bene degli uomini senza fare male né a
sé né agli altri; ma oggi questo è impossibile. Anche il più puro e dolce dei
martiri, quegli che si farebbe trascinare al patibolo per il trionfo del bene,
senza far resistenza, benedicendo i suoi persecutori come il Cristo della
leggenda, anche lui farebbe del male. Oltre al male che farebbe a sé stesso, che
pur deve contare qualche cosa, farebbe spargere amare lacrime a tutti quelli che
lo amassero.
Si tratta a dunque,sempre, in
tutti gli atti della vita, di scegliere il minimo male, di tentare di fare il
meno male perla più grande somma di bene possibile.
L’umanità si trascina
penosamente sotto il peso della oppressione politica ed economica: è abbrutita,
degenerata, uccisa (e non sempre lentamente) dalla miseria, dalla schiavitù,
dalla ignoranza e dai loro effetti. Per la difesa di questo stato di cose
esistono potenti organizzazioni militari e poliziesche, le quali rispondono con
la prigione, il patibolo ed il massacro ad ogni serio tentativo di cambiamento.
Non vi sono mezzi pacifici, legali, per uscire da questa situazione; ed è
naturale ciò, perché,la legge è fatta espressamente dai privilegiati per la
difesa dei propri privilegi. Contro la forza fisica che ci sbarra il cammino,
non v’è per vincere che (appello alla forza fisica, non v’è che la rivoluzione
violenta.
Evidentemente la rivoluzione
molte disgrazie, molte sofferenze; ma se anche ne producesse cento volte di più,
essa sarebbe sempre una benedizione in confronto a quanti dolori son causati
oggi dalla cattiva costituzione della società.
E per amor degli uomini che
siamo rivoluzionari: e non è colpa nostra, se la storia ci costringe a questa
dolorosa necessità.
Dunque per noi anarchici, o
almeno (giacché infine le parole sono convenzionali) per coloro fra gli
anarchici che la pensano come noi, ogni atto di propaganda o di realizzazione
con la parola o coi fatti, individuale o collettivo, è buono quando serve ad
avvicinare e facilitare la rivoluzione, quando assicura ad essa il concorso
cosciente delle masse e le dà quel carattere di liberazione universale, senza di
cui potrebbe bensì aversi una rivoluzione, ma non quella rivoluzione che noi
desideriamo. Ed è sopra tutto in fatto di rivoluzione che bisogna tener conto
del mezzo più economico, poiché per essa la spesa si totalizza in vite umane.
Conosciamo abbastanza le
condizioni strazianti materiali e morali in cui si trova il proletariato, per
spiegarci gli atti di odio, di vendetta, ed anche di ferocia che potranno
prodursi. Comprendiamo che vi siano degli oppressi che, essendo stati sempre
trattati dai borghesi con la più ignobile durezza e avendo sempre visto che
tutto era permesso al più forte, un bel giorno, diventati per un istante i più
forti, si dicano: “Facciamo, anche noi, come i borghesi”. Comprendiamo come
possa accadere che, nella febbre della battaglia, nature originariamente
generose ma non preparate da una lunga ginnastica morale, molto difficile nelle
condizioni presenti, perdano di vista lo scopo da conseguirsi, prendano la
violenza come fine a sé stessa e si lascino trascinare ad atti selvaggi.
Ma altro è comprendere e
perdonare certi fatti, altro è rivendicarli e rendersene solidali. Non sono
quelli gli atti che noi possiamo accettare, incoraggiare ed imitare. Dobbiamo
essere risoluti ed energici, ma dobbiamo altresì sforzarci di non oltrepassare
mai il limite segnato dalla necessità. Dobbiamo fare come il chirurgo che taglia
quando bisogna tagliare, ma evita di infliggere inutili sofferenze; in una
parola dobbiamo essere ispirati e guidati dal sentimento dell’amore per gli
uomini, per tutti gli uomini.
Ci sembra che questo
sentimento di amore sia il fondo morale, l’anima del nostro programma; che solo
concependo la rivoluzione come il più grande giubileo umano, come la liberazione
e l’affratellamento di tutti gli uomini ‑ non importa a quale classe o a quale
partito abbiano appartenuto ‑ il nostro ideale potrà realizzarsi.
La ribellione brutale avverrà
certamente; e potrà servire, anche, a dare il gran colpo di spalla, (ultima
spinta che dovrà atterrare il sistema attuale: ma se essa non troverà il
contrappeso nei rivoluzionari che agiscono per un ideale, una tale rivoluzione
divorerà se medesima.
L’odio non produce l’amore, e
con (odio non si rinnova il mondo; e la rivoluzione dell’odio o fallirebbe
completamente, oppure farebbe capo ad una nuova oppressione, che potrebbe magari
chiamarsi anarchica, come si chiamano liberali i governanti di oggi, ma che non
sarebbe meno per questo un’oppressione e non mancherebbe di produrre gli effetti
che produce ogni oppressione.
b. Il rifiuto del terrorismo amorfista
In Italia
non si ingannano se credono che nella questione .Ravachol io sono d’accordo con
Merlino, perché infatti lo sono, almeno nel punto di vista generale. Molti
giornalisti sono venuti a domandarmi la mia opinione, ed io gliela ho detta
francamente; ma poi nessuno l’ha pubblicata, forse perché io ad evitare
falsificazioni ho voluto dettarla.
Revachol mi pare un uomo
sincero, devoto alla causa, forse anche buono di cuore ma traviato da un falso
ragionamento fino al punto di assassinare nel più feroce modo un vecchio
impotente ed innocuo. Ma non è per Ravachol personalmente che noi sentiamo il
bisogno di protestare; è per le difese che fanno di lui certi suoi amici. L’uno
dice che Ravachol ha fatto bene ad uccidere il vecchio, perché “era un essere
inutile alla Società”; un altro dice che non vale la pena di far chiasso per un
vecchio che “aveva pochi anni da vivere” e così di seguito. Il che vuol dire che
questi anarchici che non vogliono giudici, non vogliono tribunali, si fanno poi
essi stessi giudici e carnefici, e condannano a morte e giustiziano quelli che
essi giudicano inutili. Nessun governo ha mai fatto confessar tanto!
Così per le esplosioni. Per
uccidere un meschino procuratore si rischia di uccidere 50 innocenti, Per
fortuna non è successo tutto il male che poteva succedere; ma è anche vero che
il procuratore ha avuto di rotto solo il suo urinale!
Si vede nel modo come la cosa
è stata fatta, che i suoi autori disprezzano la vita umana, non si curano della
sofferenza altrui. Ma infine, su tutto questo si potrebbe passare, e considerare
le disgrazie come dolorose conseguenze della guerra.
Ma come non protestare quando sentite dire che
si ha torto di lamentare la morte d’una serva o di un operaio, perché “i
domestici sono peggio dei padroni e bisogna ammazzarli tutti” ed “i bambini sono
semenza dei borghesi e bisogna pure ammazzarli tutti”?
Come non inorridire quando
trovate una donna la quale a voi che lamentate la disgrazia incorsa a quella
povera donna che nella esplosione della rue Clichy ebbe la faccia lacerata da
schegge di vetro, risponde: “Come! Siete così sensibile voi? Io ho riso tanto
pensando alle smorfie che doveva fare quella donna colla faccia tutta
tagliuzzata”.
Tutto questo vuol dire che
succede a molti anarchici quello che succede ai soldati, agli uomini di guerra,
che ubriacati dalla lotta, diventano feroci e dimentichi perfino del fine pel
quale si lotta finiscono col volere il sangue per il sangue. Non è più l’amore
per il genere umano che li guida, ma il sentimento di vendetta unito al culto di
una idea attratta, di un fantasma teorico.
Ciò si comprende; tanto più
in presenza di una borghesia che ci dà quotidianamente lo spettacolo della
ferocia, ma non si può approvare, non si può incoraggiare. Una rivoluzione nella
quale trionfassero questi istinti, sarebbe una rivoluzione perduta. Il terrore
provoca la reazione: prima la reazione della pietà, poi la reazione degli
interessi.
Vi è poi altra cosa. Questi
anarchici pare si vogliano fare distributori di grazia e di giustizia e ciò non
è niente affatto anarchico. Se noi avessimo il diritto di condannare in nome
dell’idea che ci facciamo noi della giustizia, lo stesso diritto (avrebbe il
governo in nome della giustizia sua. Naturalmente ognuno crede di avere ragione,
e se ognuno avesse il diritto di condannare quelli che secondo lui hanno torto
addio giustizia, addio libertà, addio eguaglianza, addio anarchia; i più forti
sarebbero, come sono oggi, il governo, ed ecco tutto.
Noi dobbiamo essere dei
libertari. La dinamite è un’arma come un’altra spesso migliore di un’altra nella
lotta contro gli oppressori: ma come tutte le armi, può essere adoperata bene o
male, può servire a liberare gli oppressi, o a spaventare ed opprimere i deboli.
Noi dobbiamo servirci di tutte le armi, ma non dobbiamo mai perdere di vista lo
scopo, né la proporzione tra il mezzo e lo scopo. Io capisco che si possa
rischiare di uccidere degli innocenti per fare un atto risolutivo: far saltare
per esempio un parlamento uccidere lo Czar ‑ ma rischiare di uccidere 50 persone
per rompere l’urinale di un procuratore pubblico, mi pare una cosa folle ‑ e
questa cosa, da folle diventa criminosa se non è ispirata da cattivo calcolo, ma
da indifferenza per la vita degli altri.
So ben che queste idee non
sono fatte per incontrare la simpatia generale dei nostri amici.
Per quanto si sia anarchici,
si è sempre più o meno uomini del proprio tempo. Ed il popolo dei nostri tempi,
come quello dei tempi passati, si lascia ancora imporre dalla forza, dal
successo, senza guardarci tanto pel sottile. Se esplosioni sono riuscite, hanno
messo paura ... ai paurosi, e molti dei nostri amici applaudiranno
incondizionatamente, senza occuparsi dell’effetto che hanno sulla massa, che noi
dovremmo attirare a noi, senza esaminare senza fare le parti del bene e del
male. È la stessa tendenza per la quale il popolo applaude a tutti i guerrieri,
a tutti i tiranni che vincono; è la stessa tendenza per la quale parecchi
anarchici divennero boulangistes quando sembrava che Boulanger stesse per
vincere.
Ma contro questa tendenza noi
dobbiamo reagire, se no addio anarchia. La rivoluzione si farebbe ma per aprire
il varco a nuovi tiranni.
La verità è che v’è molta
gente che si chiama anarchica, e che dell’anarchia non ha capito nulla.
Anche in questa occasione i
soliti, gli ex amici di Senace hanno pubblicato un foglio clandestino in cui
minacciano bastonate a quegli anarchici, che non credono che Ravachol sia il
tipo degli anarchici, e che l’eremita di Chambles meritava gli si schiacciasse
la testa a martellate, vale a dire a noi, e le bastonate promesse ce le
darebbero ... se noi ce le lasciassimo dare.
Vedete dunque che anarchici!
Come l’inquisizione; le bastonate (non potendo applicare la ghigliottina o il
rogo) a quelli che non pensano come loro e dicono il loro pensiero.
È necessario reagire; mettere
i punti sugli i, uscire dai termini generateli i quali spesso fanno credere che
si sia d’accordo, mentre si sta agli antipodi.
Ed io, dopo tutto, son
contento di questa specie di crisi, perché provocherà delle spiegazioni, in
seguito alle quali si saprà con chi si è d’accordo davvero e con chi no,, e si
saprà uscire dall’equivoco, dai tira e molla e mettersi col lavoro fecondo dalla
propaganda fra le masse e dell’azione veramente rivoluzionaria.
Voi saprete interpretare per
il loro verso queste idee buttate già così confusamente ed in fretta. Io del
resto le svilupperò completamente in un lavoretto che darò alle stampe al più
presto.
Se volete far leggere questa
lettera a qualche amico fatelo pure; ma però, appunto perché è buttata giù in
fretta e senza ordine, fatela ledere solo a quelli che conoscete abbastanza
intelligenti per non interpretare le cose a rovescio . .
c. La
tragedia di Monza
Prima di tutto riduciamo le
cose alle loro giuste proporzioni
Il re è stato ucciso; e
poiché un re è pur sempre un uomo, il fatto è da deplorarsi. Una regina è stata
vedovate; e Poiché una regina è anch’essa una donna, noi simpatizziamo col suo
dolore.
Ma perché tanto chiasso per
la morte di un uomo e per le lacrime di una donna quando si accetta come una
cosa naturale il fatto che ogni giorno tanti uomini cadono uccisi, e tante donne
piangono, a causa delle guerre, degli accidenti sul lavoro, delle rivolte
represse a fucilate, e dei mille delitti prodotti dalla miseria, dallo spirito
di vendetta, dal fanatismo e dall’alcolismo?
Perché tanto sfoggio di
sentimentalismo a proposito di una disgrazia particolare, quando migliaia e
milioni di esseri umani muoiono di fame e di malaria, fra l’indifferenza di
coloro che avrebbero i mezzi di rimediarvi?
Forse perché questa volta le
vittime non son dei volgari lavoratori, non un onest’uomo ed un’onesta donna
qualunque, ma un re ed una regina? . _
Veramente, noi troviamo il
caso più interessante, ed il nostro dolore è più sentito, più vivo, più vero,
quando si tratta di un minatore schiacciato da una frana mentre lavora, e di una
vedova che resta a morir di fame coi suoi figlioletti!
Nulladimeno, anche quelle dei
reali sono sofferenze umane e vanno deplorate. Ma sterile resta il lamento se
non se ne indagano le cause e non si cerca di eliminarle.
Chi è che provoca la
violenza? Chi è che la rende necessaria, fatale?
Tutto il sistema sociale vigente è fondato
sulla forza brutale messa a servizio di una piccola minoranza che sfrutta ed
opprime la grande massa; tutta l’educazione che si dà ai ragazzi si riassume in
una apoteosi della forza brutale; tutto l’ambiente in cui viviamo è un continuo
esempio di violenza, una continua suggestione alla violenza.
Il soldato, cioè l’omicida
professionale, è onorato, e sopra di tutti è onorato il re, la cui
caratteristica storica è quella di essere capo di soldati.
Colla forza brutale si
costringe il lavoratore a farsi derubare del prodotto del suo lavoro; colla
forza brutale si strappa l’indipendenza alle nazionalità deboli.
L’imperatore di Germania
eccita i suoi soldati a non dar quartiere ai Cinesi; il governo inglese tratta
da ribelli i Boeri che rifiutano di sottomettersi alla prepotenza straniera, e
brucia le fattorie, e caccia le donne dalle case, e perseguita anche i non
combattenti, e rinnova le gesta orribili della Spagna in Cuba; il Sultano fa
assassinare gli Armeni a centinaia di migliaia; il governo Americano massacra i
Filippini dopo averli vilmente traditi.
I capitalisti fan morire gli
operai nelle miniere, sulle ferrovie, nelle risaie per non fare le spese
necessarie alla sicurezza del lavoro, e chiamano i soldati per intimidire e
fucilare all’occorrenza i lavoratori che domandano di migliorare le loro
condizioni.
Ancora una volta, da chi
viene dunque la suggestione, la provocazione alla violenza? Chi fa apparire la
violenza come la sola via d’uscita dallo stato di cose attuale, come il solo
mezzo per non subire eternamente la violenza altrui?
Ed in Italia è peggio che
altrove. Il popolo soffre perennemente la fame; i signorotti spadroneggiano
peggio che nel Medioevo; il Governo .a gara coi proprietari, dissangua i
lavoratori per arricchire i suoi e sperperare il resto in imprese dinastiche; la
polizia è arbitra della libertà dei cittadini, ed ogni grido di protesta, ogni
benché sommesso lamento è strozzato in gola dai carcerieri, e soffocato nel
sangue dai soldati.
Lunga è la lista dei
massacri: da Pietrarsa a Conselica, a Calatabiano, alla Sicilia, ecc.
Solo due anni or sono le
truppe regie massacrarono il popolo inerme; solo alcuni giorni or sono le regie
truppe han portato ai proprietari di Minella il soccorso delle loro baionette e
del loro lavoro forzato, contro i lavoratori famelici e disperati.
Chi è il colpevole della
ribellione, chi è il colpevole della vendetta che di tanto in tanto scoppia: il
provocatore, l’offensore o chi denunzia l’offesa e vuole eliminarne le cause?
Ma, dicono, il re non è
responsabile!
Noi non pigliamo certo sul
serio la burletta delle finzioni costituzionali. I giornali “liberali” che ora
argomentano sulla irresponsabilità del re, sapevano bene, quanto si trattava di
loro, che al di sopra del parlamento e dei ministri, vi era un’influenza
potente, un”alta sfera” a cui i regi procuratori non permettevano di fare troppo
chiare allusioni. Ed i conservatori, che ora aspettano una “nuova era”
dall’energia del nuovo re, mostrano di sapere che il re, almeno in Italia, non è
poi quel fantoccio che ci vorrebbero far credere quando si tratta di stabilire
le responsabilità. E d’altronde, anche se non fa il male direttamente, è sempre
responsabile di esso, un uomo che potendo, non lo impedisce ‑ed il re è capo dei
soldati e può sempre, per lo meno, impedire che i soldati facciano fuoco sopra
popolazioni inermi. Ed è pur anche responsabile chi non potendo impedire un
malie, lascia che si faccia in nome suo, piuttosto che rinunziare ai vantaggi
del posto.
È vero che se si prendono in
conto le considerazioni di eredità, di educazione, di ambiente, la
responsabilità personale dei potenti si attenua di molto e forse sparisce
completamente. Ma allora, se è irresponsabile il re dei suoi atti e delle sue
omissioni, sÈmalgrado l’oppressione, lo spogliamento il massacro del popolo
fatto in suo nome, egli avrebbe dovuto restare al primo posto del paese, perché
mai sarebbe responsabile il Bresci? Perché mai dovrebbe il Bresci scontare con
una vita di inenarrabili patimenti un atto che, per quanto si voglia giudicare
sbagliato, nessuno può negare essere stato ispirato da intenzioni altruistiche?
Ma questa questione della
ricerca delle responsabilità c’interessa mediocremente.
Noi non crediamo nel diritto
di punire, noi respingiamo (idea di vendetta come sentimento barbaro: noi non
intendiamo essere giustizieri, nè vendicatori. Più santa, più nobile, più
feconda ci pare la missione di liberatori e di pacificatori.
Ai re, agli oppressori, agli
sfruttatori noi tenderemmo volentieri la mano, quando soltanto essi volessero
tornare uomini fra gli uomini, uguali tra gli uguali. Ma intanto che essi si
ostinano a godere dell’attuale ordine di cose ed a difenderlo colla forza,
producendo così il martirio, 1’abbrutimento e la morte per stenti a milioni di
creature umane, noi siamo nella necessità, siamo nel dovere di opporre la forza
alla forza.
Opporre la forza alla forza!
Vuol dire ciò che noi ci
dilettiamo in complotti melodrammatici e siamo sempre nell’atto o
nell’intenzione di pugnalare un oppressore?
Niente affatto. Noi aborriamo
alla violenza per sentimento e per principio, e facciamo sempre il possibile per
evitarla: solo la necessità di resistere al male coi mezzi idonei ed efficaci ci
può indurre a ricorrere alla violenza.
Sappiamo che questi fatti di
violenza singola, senza sufficiente preparazione nel popolo restano sterili e
spesso , provocando reazioni a cui si è incapaci a resistere, producono dolori
infiniti e fanno male alla causa stessa a cui intendevano servire.
Sappiamo che l’essenziale,
l’indiscutibilmente utile si è, non già l’uccidere la persona di un re, ma
l’uccidere tutti i re ‑ quelli delle corti, dei parlamenti e delle officine ‑
nel cuore e nella mente della gente; di sradicare cioè la fede nel principio di
autorità a cui presta culto tanta parte del popolo.
Sappiamo che meno la
rivoluzione è matura e più essa riesce sanguinosa ed incerta.
Sappiamo che, essendo la
violenza sorgente di autorità, anzi essendo in fondo tutta una cosa col
principio di autorità, più la rivoluzione sarà violenta e più vi sarà pericolo
ch’essa dia origine a nuove forme di autorità.
E perciò ci sforziamo di
acquistare, prima di adoperare le ultime ragioni degli oppressi, quella forza
morale e materiale che occorre per ridurre al minimo la violenza necessaria ad
abbattere il regime di violenza a cui oggi l’umanità soggiace.
Ci si lascerà in pace al
nostro lavoro di propaganda, di organizzazione, di preparazione rivoluzionaria?
In Italia c’impediscono di
parlare, di scrivere, di associarci. Proibiscono agli operai di unirsi e lottare
pacificamente, nonché per l’emancipazione, nemmeno per migliorare in minime
proporzioni le loro incivili ed inumane condizioni di esistenza. Carceri
domicilio coatto, repressioni sanguinose sono i mezzi che si oppongono non solo
a noi anarchici, ma a chiunque osa pensare ad una più civile condizione di cose.
Che meraviglia, se perduta la
speranza di poter combattere con profitto per la propria causa, degli animi
ardenti si lasciano trasportare ad atti di giustizia vendicativa?
Le misure di polizia, di cui
sono sempre vittime i meno pericolosi; la ricerca affannosa di inesistenti
istigatori, che appare grottesca a chiunque conosce un poco lo spirito dominante
tra gli anarchici, le mille buffe proposte di sterminio avanzate da dilettanti
di poliziottismo, non servono che a mettere in evidenza il fondo selvaggio che
cova nell’animo delle classi governanti.
Per eliminare totalmente la
rivolta sanguinosa delle vittime, non vi è altro mezzo che l’abolizione
dell’oppressione, mediante la giustizia sociale.
Per diminuirne ed attuarne
gli scoppi non v’è altro mezzo che lasciare a tutti la libertà di propaganda e
di. organizzazione; che lasciare ai diseredati, agli oppressi, ai malcontenti,
la possibilità di lotte civili; che dar loro la speranza di poter conquistare,
sia pur gradualmente, la propria emancipazione per vie incruente.
II governo d’Italia non ne
farà nulla continuerà a reprimere ... e continuerà a raccogliere quello che
semina.
Noi, pur deplorando la cecità
dei governanti che imprime alla lotta un’asprezza non necessaria, continueremo a
combattere per una società in cui sia eliminata ogni violenza, in cui tutti
abbiano pane, libertà, scienza, in cui l’amore sia la legge suprema della vita.
d.
Errori e rimedi
Vi è oggi tanta gente varia
che si chiama anarchica, e col nome di anarchia si espongono tante idee
disparate e contraddittorie, che davvero avremmo torto di meravigliarci quando
il pubblico che è nuovo alle idee, e non può a prima giunta distinguere le
grandi differenze che si nascondono sotto il velo di una parola comune, resta
sordo alla nostra propaganda e ci guarda con sospetto.
Noi non possiamo naturalmente
impedire agli altri di prendere il nome che vogliono; né l’abbandonar noi il
nome di anarchici servirebbe ad altro che ad aumentare la confusione, poiché il
pubblico penserebbe che noi abbiamo semplicemente voltato bandiera.
Tutto ciò che possiamo, e cioè che dobbiamo
fare, si è di distinguerci nettamente da coloro che dell’anarchia hanno un
concetto diverso dal nostro, o che dallo stesso concetto teorico tirano
conseguenze pratiche opposte a quelle che ne tiriamo noi. E la distinzione deve
risultare dall’esposizione chiara della nostra morale senza nessun riguardo di
persone e di partito. Poiché questa pretesa solidarietà di partito, fra gente
che poi non apparteneva e non avrebbe potuto appartenere allo stesso partito, è
stata appunto una delle cause principali della confusione. E si è arrivati a tal
punto che molti esaltano nei “compagni” quelle stesse azioni che vituperano nei
borghesi; e sembra che il loro unico criterio del bene e del male sia questo: se
l’autore dell’atto che si giudica prende il nome di anarchico, o no.
Molti sono gli errori che
hanno menato gli uni a mettersi in completa contraddizione coi principii che
teoricamente professano, e gli altri a sopportare queste contraddizioni; come
molte sono le cause che hanno attirata in mezzo a noi della gente che in fondo
se ne ride del socialismo e dell’anarchia, e di tutto ciò che sorpassa
gl’interessi delle loro persone.
Io non posso intraprendere
qui un esame metodico e completo di questi errori. Solo accennerò ad alcuni di
essi così come mi si presenteranno alla mente.
prima di tutto parliamo di
morale.
È cosa comune trovare degli
anarchici che “negano la morale”. Al principio è un semplice modo di dire per
significare che, dal punto di vista teorico, non ammettono una morale assoluta,
eterna, immutabile, e che, nella pratica, si ribellano contro la morale borghese
che sanziona lo sfruttamento delle masse e condanna quegli atti che tornano a
pericolo e danno dei privilegiati. Ma poi, poco a poco, come suole avvenire in
tante altre cose, prendono la figura retorica per l’espressione della verità.
Dimenticano che nella morale corrente, oltre le regole che sono inculcate dai
preti e dai padroni nell’interesse del loro dominio, si trovano pure, e ne sono
in realtà la parte maggiore e sostanziale, anche quelle regole che sono la
conseguenza e la condizione di ogni coesistenza sociale; dimenticano che il
ribellarsi contro ogni regola imposta colla forza non vuol dire niente affatto
rinunziare ad ogni ritegno morale e ad ogni sentimento di obbligazione verso gli
altri; dimenticano che per combattere ragionevolmente una morale, bisogna
opporle, in teoria ed in pratica, una morale superiore; e, per poco che il
temperamento e le circostanze aiutino, finiscono col divenire immorali nel senso
assoluto della parola, cioè uomini senza regola di condotta, senza criterio per
guidarsi nelle loro azioni, che cedono passivamente all’impulso del momento.
Oggi si leveranno il pane di bocca per soccorrere un compagno, domani
ammazzeranno un uomo per andare al bordello! . . .
Altra fonte di errori e di
colpe gravissime è stato il modo come si è interpretato da molti la teoria della
violenza.
La società attuale si
mantiene colla forza delle armi. Mai nessuna classe oppressa è riuscita ad
emanciparsi senza ricorrere alla violenza; mai le classi privilegiate han
rinunciato ad una parte, sia pur minima, dei loro privilegi, se non per forza, o
per paura della forza. Le istituzioni sociali attuali sono tali che applica
impossibile di trasformarle per via di riforme graduali e pacifiche; e la
necessità di una rivoluzione violenta che, violando, distruggendo la legalità,
fondi la società umana sopra basi novelle, s’impone. L’ostinazione, la brutalità
con cui la borghesia risponde ad ogni più anodina domanda del proletariato,
dimostrano la fatalità della rivoluzione violenta. Dunque è logico, è necessario
che i socialisti e specialmente gli anarchici, siano un partito rivoluzionario e
prevedano e affrettino la rivoluzione.
Ma disgraziatamente c’è negli
uomini una tendenza a scambiare il mezzo col fine; e la violenza, che per noi è
e deve restare una dura necessità, è diventata per molti quasi lo scopo unico
della lotta. La storia è piena di esempi di uomini che, avendo cominciato a
lottare per uno scopo elevato, hanno poi nel calore della mischia smarrito ogni
controllo sopra loro stessi, han perduto di vista lo scopo e son diventati dei
feroci massacratori. E, come lo dimostrano fatti recenti, molti anarchici non
sono sfuggiti a questo terribile pericolo della lotta violenta. Irritati dalle
persecuzioni, ammattiti dagli esempi di cieca ferocia che dà ogni giorno la
borghesia, essi han cominciato ad imitare l’esempio dei borghesi; ed allo
spirito d’amore è subentrato lo spirito di vendetta, lo spirito di odio. E
l’odio e la vendetta essi, al par dei borghesi, han chiamato giustizia Poi, per
giustificare quegli atti, che pur potevano spiegarsi come effetti delle orribili
condizioni del proletariato e servire come una ragione di più per invocare la
distruzione di un ordine di cose che produce così tristi risultati, alcuni han
cominciato a formulare le più strane, le più fanatiche, le più autoritarie
teorie; e non badando alla contraddizione, le han presentate come un nuovissimo
progresso dell’idea anarchica . . .
D’altra parte un errore,
opposto a quello in cui cadono i terroristi,minaccia il movimento anarchico. Un
po’ per reazione contro l’abuso che in questi ultimi anni si è fatto della
violenza, un po’ per la sopravvivenza delle idee cristiane, e soprattutto per
l’influenza della predicazione mistica di Tolstoj, alla quale il genio e le alte
qualità morali dell’autore dan voga e prestigio, incomincia ad acquistare una
certa importanza fra gli anarchici il partito della resistenza passiva, il quale
ha per principio che bisogna lasciare opprimere e vilipendere se stesso e gli
altri piuttosto che far del male all’aggressore. È quello che è stato chiamato
l’anarchia passiva. . .
È curioso osservare come i
terroristi ed i tolstoisti, appunto perché sono gli uni e gli altri dei mistici,
arrivano a conseguenze pratiche presso che uguali. Quelli non esiterebbero a
distruggere mezza umanità pur di far trionfare l’idea: questi lascerebbero che
tutta l’umanità restasse sotto il peso delle più grandi sofferenze piuttosto che
violare un principio.
Per me, io violerei tutti i
principii del mondo pur di salvare un uomo: il che sarebbe poi infatti
rispettare il principio, poiché, secondo me, tutti principii morali e
sociologici si riducono a questo solo: il bene degli uomini, di tutti gli
uomini.
e. Il
furto come arma di guerra
In tutti i tempi gli eserciti
belligeranti ed i partiti rivoluzionari hanno considerato atto di buona guerra
l’impossessarsi a danno del nemico di tutto ciò che può facilitare la vittoria e
quindi anche del denaro, che si suol dire essere il nerbo della guerra.
È permesso agli anarchici,
che stanno sempre, almeno intenzionalmente, in guerra guerreggiata con la classe
capitalistica, è permesso agli anarchici, in coerenza coi loro principi,
togliere ai ricchi della roba (denaro e oggetti preziosi) per servirsene per la
propaganda, per l’armamento e per tutti i. bisogni della lotta? E non potendo
requisire il denaro apertamente, in guerra dichiarata, è permesso impadronirsene
di nascosto, adoperando quelle che possono chiamarsi astuzie di guerra in una
parola rubando?
Teoricamente non pare che vi
possa esser dubbio sul diritto di adoperare, in una guerra giusta, tutti i mezzi
atti a facilitare ed assicurare la vittoria senza ledere il sentimento di
umanità. Ma bisogna vedere se un mezzo è poi realmente utile, se ciò che è
moralmente permesso è praticamente consigliabile.
Il metodo (il furto per la
propaganda) è stato in vari paesi ed in varie epoche predicato e praticato da
speciali gruppi anarchici; ma ha dato sempre frutti disastrosi.
E potrei dire lo stesso di
altri partiti e di epoche gloriose nella storia d’Italia, ma preferisco non
occuparmi qui che delle cose nostre.
Il denaro corrompe e corrompe
pure la necessità di nascondere il proprio essere, di fingere, d’ingannare, di
adoperare quelle arti necessarie al ladro se non vuole andare in prigione come
un imbecille.
Quanti giovani generosi,
quante belle nature si sono sciupate per questa fisima del rubare per la
propaganda!
S’incomincia col ricercare la
compagnia dei ladri di mestiere, perché anche il rubare è un mestiere che
bisogna imparare. Si perde l’abitudine e poi la voglia di lavorare, e quindi sul
prodotto del furto bisogna prelevare la quota per alimentare il ladro: alla
propaganda va quel che resta, se ce ne resta. E coll’abitudine del non lavorare
viene il gusto del lusso e dell’orgia, e si finisce col dimenticare le idee, la
propaganda, i principi, e si diventa un ladro volgare.
Peggio ancora: s’icomincia a
trattare i propri compagni come vigliacchi perché si lasciano sfruttare
lavorando, la massa come disprezzabile gregge, e si finisce col dire: “chi vuole
emanciparsi faccia come me, rubi”, “io la mia rivoluzione l’ho fatta, faccian
gli altri la loro”, e si diventa dei borghesi come e peggio degli altri.
E questo solo per quei pochi
che hanno fortuna e riescono a fare il colpo grosso. Gli altri consumano la vita
in piccole truffe, furterelli meschini fatti preferibilmente a danno dei poveri,
perché rubare ai poveri è più facile e meno pericoloso, o a danno dai compagni
perché i compagni non denunciano alla polizia.
I migliori quelli che
riescono a salvarsi dalla peggiore decadenza morale son quelli che si fan
cogliere all’inizio della carriera e vanno in galera prima di essersi
completamente corrotti.
Vi possono essere delle
eccezioni individuali: io stesso ne potrei citare se l’argomento non fosse così
delicato.
Ma il certo si è che in tutti
gli ambienti in cui è stato ammesso il furto per la propaganda è entrata la
corruzione, la sfiducia tra compagni la maldicenza, il sospetto e quindi
l’inerzia e la dissoluzione. E le spie hanno avuto buon giunco, perché non si è
più avuto il modo di controllare quali sono i mezzi di vita di ciascuno.
No, meglio la penuria di
mezzi, meglio il soldino versato e raccolto con fatica che dà al lavoratore
l’orgoglio di concorrere col proprio sforzo all’opera comune, anziché, per la
speranza quasi sempre illusoria della grossa somma, correre il rischio di veder
corrompersi e sparire alcuni tra i compagni più energici e più intraprendenti.
3. LA
LEZIONE DEI FATTI
a. La
tattica rivoluzionaria
Noi dobbiamo mescolarci più
ch’è possibile alla vita popolare: incoraggiare e spingere tutti i movimenti che
contengono un germe di rivolta materiale o morale e abituano il popolo a fare i
suoi interessi da sé e a non fidare che nelle proprie forze; ma senza perdere
mai di vista che la rivoluzione per l’espropriazione e la messa in comune della
proprietà e la demolizione del potere sono la sola salute del proletariato e
dell’umanità e che per conseguenza ogni cosa è buona o cattiva a seconda che
essa avvicini o allontani, faciliti o renda più difficile tale rivoluzione.
Applichiamo ciò alla
questione degli scioperi. Noi siamo caduti a tal proposto, com’è un po’ la
nostra abitudine, da una esagerazione in un’altra.
Tempo addietro, convinto che
lo sciopero è impotente, non solo per emancipare, ma anche per migliorare in
modo permanente la sorte. dei lavoratori, noi trascuravamo troppo il lato
morale della questione e, meno che in qualche regione, abbiamo lasciato questo
mezzo potente di propaganda e di agitazione quasi totalmente ai socialisti
autoritari e agli addormentatoci.
Cessata quell’indifferenza in
seguito ai grandi scioperi di questi ultimi tempi e specialmente dopo lo
sciopero del porto di Londra che fece pensare che se gli uomini che lo guidarono
avessero avuta una chiara concezione rivoluzionaria e non ne avessero temuto le
responsabilità, si sarebbe potuto condurre i lavoratori dei docks a marciare sui
quartieri ricchi ed a fare la rivoluzione; si manifesta ora una tendenza
all’eccesso opposto, cioè ad attendere tutto dagli scioperi e quasi a confondere
lo sciopero con la rivoluzione.
Questa tendenza è molto
pericolosa, poiché essa fa nascere delle speranze chimeriche e la cui pratica
sarebbe, non dico certo altrettanto corruttrice, ma pure fallace e
addormentatrice come lo stesso parlamentarismo.
Si predica lo sciopero
generale e sta benissimo: ma si ha torto, secondo me, quando s’immagina e si
dice che lo sciopero generale è la rivoluzione. Esso sarebbe solo un’occasione
magnifica per fare la Rivoluzione, ma niente di più. Esso potrebbe trasformarsi
in rivoluzione, ma solo se i rivoluzionari avessero abbastanza influenza, forza
e spirito d’iniziativa per trascinare i lavoratori sulla via dell’espropriazione
e dell’attacco armato, prima che lo snervamento della fame e lo sgomento del
massacro o le concessioni dei padroni non vengano a demoralizzare gli
scioperanti e a ridurli in quello stato d’animo, così facile a prodursi tra le
masse, nel quale si vuole sottomettersi ad ogni costo, e si considera come un
nemico, un pazzo o un agente provocatore chiunque spinge alla lotta ad oltranza.
Io considero del resto come
irrealizzabile un vero sciopero generale nelle condizioni economiche e morali
attuali del proletariato universale; e credo che la rivoluzione sarà fatta molto
prima che un tale sciopero possa prodursi. Ma di grandi scioperi se ne producono
già e con l’attività e dell’accordo si può provocarne di più grandi ancora; e
potrebbe darsi che sia quella la forma con cui comincerà, almeno nei paesi
industriali, la Rivoluzione sociale. Bisogna dunque star sul chi vive per
profittare di tutte le occasioni che possono presentarsi.
Lo sciopero non deve più
essere la guerra delle braccia incrociate.
I fucili e tutti gli ordigni
per l’attacco e la difesa che la scienza mette a nostra disposizione, lungi
dall’essere resi inutili dagli scioperi, restano sempre strumenti di
liberazione, che negli scioperi trovano soltanto una buona occasione per essere
utilmente adoperati
b.
Andiamo fra il popolo
Confessiamolo subito: gli
anarchici non si sono mostrati all’altezza della situazione.
Se si toglie il moto di
Carrara che ha dato prova si del loro coraggio e della loro devozione alla
causa, ma anche dell’insufficienza della loro organizzazione, appena si sarebbe
parlato degli anarchici in tanto commuoversi di popolo in Sicilia ed in altre
parti d’Italia.
Dopo aver tanto gridato di
rivoluzione, la rivoluzione arriva, e noi siamo stati disorientati e siam
restati presso che inerti.
Può essere doloroso il
confessarlo, ma il tacerlo e nasconderlo sarebbe tradire la causa, e continuare
negli errori che ci han condotti a questo punto.
È tempo di ravvederci!
La causa principale, secondo
noi, di questa nostra decadenza è l’isolamento in cui quasi dappertutto siamo
caduti.
Per un complesso di cause,
che ora sarebbe troppo lungo esaminare, gli anarchici, dopo la dissoluzione
dell’Internazionale, perdettero il contatto delle masse e si andavano man mano
riducendo in piccoli gruppi, occupati solo a discutere eternamente e, purtroppo
a dilaniarsi tra loro, o
tutt’al più a fare un po’ di guerra ai socialisti legalitari.
Contro questo stato di cose
si è tentato più volte di reagire con più o meno successo. Ma quando si credeva
di poter infine ricominciare un lavoro serio ed a larga base, ecco che venner
fuori alcuni compagni i quali, per una malintesa intransigenza, elevarono
l’isolamento a principio, e secondati dall’indolenza e dalla timidezza di tanti,
che trovavano in quella “teoria” una comoda scusa per non far nulla e non
correre nessun rischio, riuscirono a ricacciarci nell’impotenza.
Per opera di quei compagni,
molti dei quali ci compiacciamo di riconoscerlo, sono pur animati dalle migliori
intenzioni, il lavoro di propaganda e di organizzazione è diventato una cosa
impossibile.
Volete entrare in
un’associazione operaia? Maledizione! Non giova per il verbo anarchico: ogni
buon anarchico se ne deve tener lontano come dalla peste.
Volete fondare
un’associazione dei lavoratori per abituarli a lottare solidariamente contro i
padroni? Tradimento! un buon anarchico non deve associarsi che con anarchici
convinti, vale a dire deve star sempre cogli stessi compagni, e se vuol fondare
associazioni, non può che dar nomi diversi a un gruppo, composto sempre dalla
stessa gente.
Cercate di organizzare e
sostenere scioperi? Mistificazioni, palliativi!
Tentate manifestazioni ed
agitazioni popolari? Pagliacciate!
Insomma tutto quello che è
permesso di fare per la propaganda si è qualche conferenza, dove il pubblico non
viene se non è attirato dalle doti eccezionali di un oratore, qualche stampato,
che è letto sempre dallo stesso circolo di gente; e la mo a uomo, se sapete,
trovar chi vi ascolti. E propaganda da uomo a uomo,se sapete trovar chi vi
ascolta.
E con questo un gran vociare
di rivoluzione: ‑ rivoluzione che, predicata così, diventa come il paradiso dei
cattolici, una promessa di là di venire, che vi addormenta in un’inerzia beata
fino a che ci credete e vi lascia scettici ed egoisti, quando la fede vi sfugge.
Ed intanto intorno a noi il
popolo si agita e segue altre correnti; ed i socialisti legalitari ci vincon la
mano ed hanno spesso successi, anche in quei paesi dove come in Italia, il
socialismo è stato per la prima volta bandito e popolarizzato da noi, e dove noi
vantiamo non ingloriose tradizioni di lotte e di sacrifici sostenuti con
costanza e fierezza.
Questa è una tattica
micidiale che equivale al suicidio. La rivoluzione non si fa in quattro gatti.
Degl’individui e dei gruppi isolati possono fare un po’ di propaganda; dei colpi
audaci, delle bombe e simili cose, se fatte con retto criterio (il che purtroppo
non è sempre q caso) possono attirare l’attenzione pubblica sui mali dei
lavoratori e sulle nostre idee, possono sbarazzarci di qualche ostacolo potente;
mala rivoluzione non si fa che quando il popolo scende in piazza. E se noi
vogliamo farla bisogna che attirammo a noi la folla, quanto più folla è
possibile.
Ed è anche, questa tattica
dell’isolamento, contraria ai nostri principi ed allo scopo che ci proponiamo.
La rivoluzione, come noi la
vogliamo, deve essere il comincia mento della partecipazione attiva, diretta,
vera delle masse, cioè di tutti, alla organizzazione ed alla gerenza della vita
sociale. Se per impossibile, la rivoluzione potesse essere fatta da noi soli,
non sarebbe la rivoluzione anarchica poiché allora saremmo i padroni noi ed il
popolo, disorganizzato e quindi impotente ed incosciente, spetterebbe gli ordini
nostri, Ed allora tutta l’anarchia si ridurrebbe ad una vana dichiarazione di
principi mentre in pratica sarebbe sempre una piccola frazione che si servirebbe
delle forze cieche della massa incosciente e sommessa per imporre le proprie
idee: ‑ e questo è l’essenza stessa dell’autorità.
Figuriamoci che domani con un
colpo di mano potessimo, da noi soli, senza il concorso delle masse, sconfiggere
il governo e restare padroni della situazione. Le masse che non avrebbero
preso parte alla lotta e non avrebbero sperimentata la potenza delle loro
forte, applaudirebbero ai vincitori e resterebbero inerti ad attendere che noi
dessimo loro tutto il benessere che loro promettiamo.
Che cosa faremmo noi? O
assumere di fatto se non di diritto, la dittatura, il che vorrebbe dire
riconoscere l’inattuabilità delle nostre idee antigovernative e dichiararsi
sconfitti in quanto anarchici o fare “per viltade il gran rifiuto”; ritirarci
protestando il nostro sacro orrore del nostro comando, e lasciare che il comando
lo prendano i nostri avversari.
Fu così che avvenne per
ragioni del resto alquanto diverse agli anarchici spagnoli nei moti del 1873.
Per un concorso di circostanze, si trovarono padroni della situazione in varie
città, come per es. in S. Lucas de Barrameda e Cordova: il popolo non faceva
nulla da sé ed aspettava che qualcuno comandasse il da farsi; gli anarchici non
vollero prendere il comando perché ciò era contrario ai loro principi ... ed
allora subentrò la reazione repubblicana prima, monarchica poi, che ristabilì il
vecchio regime coll’aggravante delle persecuzioni, arresti e massacri in massa.
Andiamo tra il popolo: questa
è l’unica via di salvezza. Ma non vi andiamo con la boria burbanzosa di persone
che pretendono possedere il verbo infallibile e disprezzano dall’alto della loro
pretesa infallibilità chi non divide le loro idee. Andiamoci per affratellarci
coi lavoratori, per lottare con loro, per sacrificarsi per loro. Per avere il
diritto, per avere la possibilità di reclamare dal popolo lo slancio e lo
spirito di sacrifico necessario nelle grandi giornate di battaglia decisiva,
bisogna aver dato al popolo prova di sé, bisogna esserci mostrati primi per
coraggio e per abnegazione nelle sue piccole lotte quotidiane. Entriamo in tutte
le associazioni di lavoratori, fondiamone più che possiamo, provochiamo
federazioni sempre più vaste, sosteniamo ed organizziamo scioperi, propaghiamo
dappertutto con tutti i mezzi, lo spirito di cooperazione e di solidarietà tra i
lavoratori.
E guardiamoci dal disgustarci
perché spesso i lavoratori non comprendono o non accettano tutti i nostri ideali
e stanno attaccati a vecchio forme ed a vecchi pregiudizi.
Noi non possiamo e non
vogliamo aspettare, per far la rivoluzione, che le masse siano diventate
socialiste‑anarchiche con piena coscienza. Noi sappiamo che finché dura
l’attuale ordinamento economico politico della società, l’immensa maggioranza
del popolo è condannata all’ignoranza ed all’abbrutimento e non è capace che di
ribellioni più o meno cieche. Bisogna distruggere quest’ordinamento, facendo la
rivoluzione come si può, colle forze che troviamo nella vita reale.
A maggior ragione noi non
possiamo aspettare per organizzare i lavoratori ch’essi siano prima diventati
anarchici. Come farebbero a diventarlo se lasciati soli, col sentimento
d’impotenza che viene loro dall’isolamento?
Come anarchici noi dobbiamo
organizzarci tra noi, tra gente perfettamente convinta e concorde: ed intorno a
noi dobbiamo organizzare, in associazioni larghe, aperte, quanti più lavoratori
è possibile, accettandoli quali essi sono e sforzandoci di farli progredire il
più che si può.
Come lavoratori noi dobbiamo
essere sempre e dappertutto coi nostri compagni di fatica e di miseria.
Ricordiamoci che il popolo di
Parigi incominciò a domandare pane al re fra applausi e lacrime di tenerezza, e
due anni dopo,avendone, come era naturale, ricevuto piombo invece di pane lo
aveva già decapitato. E ieri ancora il popolo di Sicilia è stato sul punto di
fare la rivoluzione pur plaudendo al re ed a tutta la sua famiglia.
Quegli anarchici che hanno
combattuto e ridicolizzato il movimento dei “fasci”, perché essi non erano
organizzati come vorremmo noi, perché spesso si intitolavano da “Maria
Immacolata” Perché avevano nelle loro sale il busto di Cario piuttosto che
quello di Bakunin, ecc. avere né senso né spirito rivoluzionario.
Noi non siamo teneri, oh! no,
per coloro che corrompono tutto col veleno parlamentare, che tutto riducono a
questione di candidature e che (in buona o in mala fede, non importa) vorrebbero
fare del popolo un gregge volante. Ma non è fare il giunco di questi aspiranti
deputati, e, peggio ancora, non è fare il giunco della borghesia e del governo
il predicare il disgrega mento ed il lasciare in mano loro tutte le forze
organizzate de proletariato?
Ravvediamoci. Il momento è
solenne. Noi siam giunti ad uno di quei momenti critici della storia umana, che
decidono di tutto un nuovo periodo. Da noi, che abbiamo scritto sulla nostra
bandiera le parole redentrici ed inseparabili di socialismo e di anarchia,
dipendono il successo e indirizzo del prossima rivoluzione.
c. Il
nostro compito
(…) Che cosa dobbiamo fare
per metterci in grado di fare la rivoluzione nostra, la rivoluzione contro ogni
privilegio ed ogni autorità, e vincere?
La tattica migliore sarebbe
di fare sempre e dappertutto la propaganda delle nostre idee; di sviluppare nei
proletari, con tutti i mezzi possibili, lo spirito di associazione e di
resistenza e di suscitare in loro sempre crescenti pretensioni; di combattere
continuamente tutti i partiti borghesi e tutti i partiti autoritari restando
indifferenti alle loro querele; di organizzarci fra quanti sono convinti e si
van convincendo delle nostre idee, e provvederci dei mezzi materiali necessari
alla lotta; e quando fossimo arrivati ad aver la forza sufficiente per vincere,
insorgere da soli, per conto nostro esclusivo, per attuare tutto intero il
nostro programma, o più propriamente per conquistare a ciascuno f intera libertà
di sperimentare, praticare ed andare man mano modificando il modo di vita
sociale ch’egli crede migliore.
Ma, purtroppo, questa tattica
non può essere sempre rigorosamente seguita ed è impotente a raggiungere lo
scopo. La propaganda non ha che un’efficacia limitata, e quando in un dato
ambiente si sono assorbiti tutti gli elementi capaci per le loro condizioni
morali e materiali di comprendere ed accettare un dato ordine d’idee, poco più
si può fare colla parola e cogli scritti fino a che una trasformazione
dell’ambiente non abbia sollevato un nuovo strato della popolazione alla
possibilità di apprezzare quelle idee. L’efficacia dell’organizzazione operaia è
essa pure limitata dalle ragioni stesse che si oppongono all’estendersi
indefinito della propaganda; nonché da fatti economici e morali d’ordine
generale che affievoliscono o neutralizzano del tutto gli effetti della
resistenza dei lavoratori coscienti.
Una forte e vasta
organizzazione nostra per la propaganda e per la lotta incontra mille ostacoli
in noi stessi, nella nostra mancanza di mezzi e soprattutto nelle repressioni
governative. Ed anche supponendo che fosse possibile col tempo di arrivare, per
mezzo della propaganda e dell’organizzazione, ad aver la forza per fare la
rivoluzione da noi, direttamente per il socialismo anarchico, si producono tutti
i giorni, e ben prima che noi si sia giunti ad avere quella forza, delle
situazioni politiche nelle quali siamo obbligati ad intervenire sotto pena non
solo di rinunziare ai vantaggi che se ne possono ricavare, ma anche di perdere
ogni influenza sul popolo, di distruggere una parte del lavoro e di rendere più
difficile il lavoro futuro.
Il problema dunque è di
trovare il mezzo per determinare per quanto sia in noi quelle modificazioni di
ambiente necessarie al progresso della nostra propaganda e di. profittare delle
lotte fra i vari partiti politici e di tutte le occasioni che si presentano
senza rinunziare a nessuna parte del nostro programma ed in modo da facilitare
ed avvicinare il trionfo.
In Italia, per esempio, la
situazione è tale che è possibile, è probabile, in un tempo più o meno breve una
insurrezione contro la Monarchia. Ma è certo d’altra parte che il risultato di
questa prossima insurrezione non sarà il socialismo anarchico.
Dobbiamo noi prendere parte
alla preparazione ed alla realizzazione di questa insurrezione e come?
Vi sono alcuni compagni i
quali pensano che noi non abbiamo nessun interesse a mischiarci in un movimento,
i1 quale lascerà intatta (istituzione della proprietà privata e servirà solo a
sostituire un governo ad un altro, a fare cioè una repubblica, la quale non
sarebbe meno borghese e meno oppressiva di quello che è la monarchia. Lasciamo,
essi dicono, che i borghesi e gli spiranti al governo si rompano le corna tra di
loro, e noi continuiamo per la nostra strada, facendo sempre la propaganda anti‑proprietaria
ed anti‑autorítaria.
Ora la conseguenza di questa
astensione sarebbe, prima di tutto che (insurrezione senza il contingente delle
nostre forse avrebbe meno probabilità di vincere e quindi per causa nostra
potrebbe trionfare la monarchia, la quale, massime in questo momenti che
combatte per la vita ed è resa feroce dalla paura, preclude la via alla
propaganda ed a qualsiasi progresso. Di più, facendosi il movimento senza il
nostro concorso, noi non avremmo nessuna influenza sugli avvenimenti ulteriori,
non potremmo cavar nulla dalle occasioni che si presentano sempre nel periodo di
transizione tra un regime ed un altro, saremmo discreditati come partito di
azione e non potremmo per lunghi anni fare alcuna cosa d’importanza.
Non è il caso di lasciare che
i borghesi si battano tra di loro, perché in un movimento insurrezionale la
forza, per lo meno materiale, è sempre il popolo che la dà, e se noi non siamo
nel movimento dividendo coi combattenti i pericoli ed i successi e cercando di
trasformare il moto politico in rivoluzione sociale, esso popolo non servirà che
di strumento in mano agli ambiziosi che aspirano a dominarlo.
Invece, pigliando parte
all’insurrezione (insurrezione che non avremmo la forza di far da noi soli) e
pigliandovi la parte più grande possibile noi avremmo la simpatia del popolo
insorto, e potremmo spingere le cose più avanti che si può.
Noi sappiamo benissimo, e non
cessiamo mai di dirlo e di dimostrarlo, che repubblica e monarchia si
equivalgono e che tutti i governi hanno un’eguale tendenza ad allargare il loro
potere e ad opprimere sempre più i governati. Ma sappiamo pure che più un
governo è debole, che più è forte la resistenza ch’esso incontra nel popolo, e
più grande la libertà più è grande la possibilità i progredire. Contribuendo in
modo efficace alla caduta della monarchia noi potremmo opporci con più o meno
efficacia alla costituzione o alla consolidazione di una repubblica, potremmo
restare armati e negare ubbidienza al nuovo governo come potremmo qua e là fare
dei tentativi di espropriazione e di organizzazione anarchica e comunista della
società. Noi potremmo impedire che la rivoluzione si arresti al suo primo passo
e che le energie popolari, svegliate dall’insurrezione, si addormentìno di
nuovo. Tutte cose che non potremmo fare, per ovvie ragioni di psicologia
popolare, intervenendo dopo: quando l’insurrezione contro la monarchia si fosse
fatta ed avesse vinto senza di noi.
Spinti da queste ragioni,
altri compagni vorrebbero che noi lasciassimo da parte per il momento la
propaganda anarchica e ci occupassimo solo della lotta contro la monarchia, per
poi ad insurrezione vinta ricominciare il nostro lavoro speciale di anarchici. E
non pensano che se noi ci confondessimo oggi coi repubblicani, lavoreremmo a
beneficio della prossima repubblica, disorganizzeremmo le nostre file,
confonderemmo la mente dei nostri, e non avremmo poi, quando vorremmo, la forza
d’impedire che la repubblica si faccia e si fortifichi.
Fra questi due errori
opposti, la via che dobbiamo seguire ci pare chiara.
Noi dobbiamo concorrere con i
repubblicani, con i socialisti democratici e con qualsiasi partito
antimonarchico ad abbattere la monarchia: ma dobbiamo concorrervi come
anarchici, per gli interessi dell’anarchia senza scompaginare le nostre forze e
confonderle con quelle degli altri, e senza prendere nessun impegno che vada
oltre della cooperazione nell’azione militare.
Così solo possiamo, secondo
noi, avere, nei prossimi avvenimenti, tutti i vantaggi di un’alleanza cogli
altri partiti antimonarchici senza rinunziare a nessuna parte del nostro
programma.
4.
L’ORGANIZZAZIONE DEGLI ANARCHICI
a.
Occorre
dividerci . . . per poi riunirci
Io tiro avanti aspettando il
momento in cui potrò spiegare, nel modo in cui credo utile, la mia attività e
preparandoci come meglio posso.
Questi giorni sono stato sul
punto di partire per l’Italia; ma subito le cose si sono calmate ed io ho
rinunziato a fare un viaggio che, secondo tutte le probabilità, si sarebbe
ridotto ad una semplice gita di piacere ... o di dispiacere. Naturalmente, se
ulteriori notizie mi persuaderanno che c’è da fare, vado subito.
Disgraziatamente noi siamo
ridotti in condizioni di non poter nulla fare, nulla iniziare da noi e dobbiamo
aspettare o l’iniziativa di altri partiti o il concorso di circostanze
completamente indipendenti da noi.
E ancora, quando queste
iniziative o queste circostanze si presentano noi ci troviamo impreparati,
disaccordi tra noi, impotenti ‑ e lasciamo che il buon momento passi, senza aver
fatto nulla.
Come uscire da questa
situazione? come ridiventare un partito che agisce e fa sentire la sua influenza
sul corso degli avvenimenti?
Ecco il problema. Ma per
risolverlo bisogna innanzi tutto intendersi sul significato di questo “noi” che
ripetiamo così spesso, senza sapere che vi è compreso e chi ne è escluso.
Oggi siamo in tanti a
chiamarci anarchici, ma v’è spesso tra un anarchico e l’altro tanta differenza
che ogni intesa è impossibile e sarebbe assurda. Sicché invece di cooperare
insieme allo stesso scopo, non riusciamo che a combatterci ed a paralizzarci gli
uni gli altri.
Bisogna innanzi tutto
dividerci per poi riunire insieme quelli che sono d’accordo ed hanno un terreno
comune di azione.
Sono degli anni che son
convinto di questo bisogno e che lo vado ripetendo; ma finora non sono riuscito
a nulla.
È incapacità mia? È colpa
delle circostanze? Forse c’è un po’ dell’uno e un po’ dell’altro. Io non ho
perduto però la speranza di vedere iniziato un nuovo movimento che avesse in sé
le condizioni di vita e di successo che sono mancate a quel movimento che noi
stessi iniziammo un 20 o 25 anni or sono e che ora, secondo me, sta agonizzando.
Questo per la questione
generale. In quanto al caso speciale dell’Italia in questo momento, a me pare
che se i repubblicani volessero agire, noi non potremmo far di meglio che far
massa con loro. Una volta rotto il sonno in cui l’Italia pare caduta, potremmo
rialzare la nostra bandiera e continuare la lotta a modo nostro e per i nostri
ideali.
b.
Organizzatori e antiorganizzatori
Sono degli anni che si fa tra
gli anarchici un gran discutere su questa questione. E, come avviene spesso,
quando si piglia passione in una discussione ed alla ricerca della verità
subentra i] puntiglio di aver ragione, o quando le discussioni teoriche non sono
che un tentativo per giustificare una condotta pratica ispirata da altri motivi,
si è prodotta una grande confusione d’idee e di parole.
Ricordiamo di passaggio,
tanto per sbarazzarcene, le semplici questioni di parole, che a volte han
raggiunto le più alte cime del ridicolo, come per esempio: “noi non vogliamo
1’organizzazione ma l’armonizzazione “siamo contrari all’associazione, ma
ammettiamo l’intesa”noi non vogliamo segretario e cassiere, perché sono cose
autoritarie, ma incarichiamo un compagno di tenere la corrispondenza, ed un
altro di custodire il denaro “ ‑ e passiamo alla discussione seria.
Vi sono tra coloro che
rivendicano, con aggettivi vari o senza aggettivi, il nome di anarchici, due
frazioni: i partigiani e gli avversari dell’organizzazione.
Se non possiamo riuscire a
metterci d’accordo, cerchiamo almeno di comprenderci.
E prima di tutto
distinguiamo, poiché la questione è triplice: (organizzazione in generale come
principio e condizione di vita sociale, oggi e nella società futura;
l’organizzazione del partito anarchico; e l’organizzazione delle forze popolari
e specialmente quella delle masse operaie per la resistenza contro il governo e
contro il capitalismo.
La necessità
dell’organizzazione nella vita sociale, e quasi direi la sinonimia tra
organizzazione e società, è cosa tanto evidente che si stenta a credere come si
sia potuta negare.
Per rendersene conto bisogna
ricordare quale è la funzione specifica, caratteristica del movimento anarchico,
e come gli uomini e i partiti sono soggetti a lasciarsi assorbire dalla
questione che più direttamente li riguarda, dimenticando tutte le questioni
connesse, a guardare più la forma che la sostanza, infine a vedere le cose da un
lato solo e perdere così la giusta nozione della realtà.
Il movimento anarchico
cominciò come reazione contro lo spirito di autorità, dominante nella società
civile, nonché in tutti i partiti e tutte le organizzazione operaie, e si è
andato ingrossando man mano di tutte le rivolte sollevatesi contro le tendenze
autoritarie ed accentratrici.
Era naturale quindi che molti
anarchici fossero come ipnotizzati da questa lotta contro l’autorità e che,
credendo, per 1’ influenza dell’educazione autoritaria ricevuta, che l’autorità
è (anima della organizzazione sociale, per combattere quella combattessero e
negassero questa.
E veramente l’ipnotizzazione
arrivò al punto da far sostenere cose veramente incredibili.
Si combatte ogni sorta di
cooperazione e di intesa, ritenendo che l’associazione era l’antitesi
dell’anarchia, si sostenne che senza accordi, senza obblighi reciproci, facendo
ognuno quello che gli passa per il capo senza nemmeno informarsi di quello che
fa l’altro, tutto si sarebbe spontaneamente armonizzato; che anarchia significa
che ogni uomo deve bastare a sé stesso e farsi da sé tutto quello che gli
occorre senza scambio e senza lavoro associato; che le ferrovie potevano
funzionare benissimo senza organizzazione, anzi che questo avveniva di già in
Inghilterra (!); che la posta non era necessaria e che chi a Parigi voleva
scrivere una lettera a Pietroburgo ... se la poteva portare da sé (!!), ecc.
ecc.
Ma queste sono sciocchezze,
si dirà, e non vale la pena di rilevarle.
Si, ma queste sciocchezze
sono state dette, stampate propagate: sono state accolte da gran parte del
pubblico come l’espressione genuina delle idee anarchiche; e servono sempre come
armi di combattimento agli avversari, borghesi e non borghesi, che vogliono aver
di noi una facile vittoria. E poi quelle sciocchezze non mancano del loro
valore, in quanto sono la conseguenza di certe premesse e possono servire di
riprova sperimentali della verità o meno di quelle premesse. sono la conseguenza
logica di certe premesse e possono servire di riprova sperimentale della verità
o meno di quelle premesse.
Alcuni
individui, di mente limitata ma forniti di potente spirito logico, quando hanno
accettato delle premesse ne tirano tutte le conseguenze fino all’ultimo, e, se
così vuole la logica, arrivano senza scomporsi alle più grandi assurdità, alla
negazione dei fatti più evidenti. Ve ne sono bensì altri più colti e di spirito
più largo, che trovan sempre modo di arrivare a conclusioni più o meno
ragionevoli, anche a costo di strapazzare la logica; e per questi gli errori
teorici hanno poca o nessuna influenza sulla condotta pratica. Ma insomma, fino
a che non si rinunzia a certi errori fondamentali, si è sempre minacciati dai
sillogizzatori ad oltranza, e si torna sempre da capo.
E (errore fondamentale degli
anarchici avversari dell’organizzazione è il credere che non sia possibile
organizzare senza autorità ‑ ed il preferire, ammessa quella ipotesi, piuttosto
rinunziare a qualsiasi organizzazione che accettare la minima autorità.
Ora, che l’organizzazione,
vale a dire (associazione per uno scopo determinato e colle forme ed i mezzi
necessari a conseguire quel fine, sia una cosa necessaria alla vita sociale ci
pare evidente. L’uomo isolato non può vivere nemmeno la vita del bruto: esso è
impotente, salvo nelle regioni tropicali e quando la popolazione è
eccessivamente rada, a procurarsi il nutrimento; e lo è sempre, senza eccezioni,
ad elevarsi ad una vita alcun poco superiore a quella degli animali. Dovendo
perciò unirsi cogli altri uomini, anzi trovandosi unito in conseguenza della
evoluzione antecedente della specie, esso deve, o subire la volontà degli altri
(essere schiavo), o imporre la volontà Propria agli altri (essere un’autorità),
o vivere cogli altri in fraterno accordo in vista del maggior bene di tutti
(essere un associato). ‑Nessuno può esimersi da questa necessità; ed i più
eccessivi antiorganizzatori non solo subiscono l’organizzazione generale della
società in cui vivono, ma anche negli atti volontari della loro vita, anche
nelle loro rivolte contro l’organizzazione si uniscono, si dividono il compito,
si organizzano con quelli con cui vanno d’accordo e utilizzano i mezzi che la
società mette a loro disposizione ... sempre, s’intende, che si tratti di cose
volute e fatte davvero e non di vaghe aspirazioni platoniche, di sogni sognati.
Anarchia significa società
organizzata senza autorità, intendendosi per autorità la facoltà di imporre la
propria volontà e non già il fatto inevitabile e benefico che chi meglio intende
e sa fare una cosa riesce più facilmente a far accettare la sua opinione, e
serve di guida, in quella data cosa, ai meno capaci di lui.
Secondo noi (autorità non
solo non è necessaria all’organizzazione sociale, ma, lungi dal giovarle, vive
su di essa da parassita, ne inceppa (evoluzione e volge i suoi vantaggi a
profitto speciale di una data classe che sfrutta ed opprìme le altre. Fino a che
in una collettività vi è armonia d’interessi, fino a che nessuno ha voglia o
modo di sfruttare gli altri, non v’è traccia d’autorità: quando viene la lotta
intestina e la collettività si divide in vincitori e vinti, allora sorge
l’autorità, la quale naturalmente è devoluta ai più forti e serve a confermare,
perpetuare ed ingrandire la loro vittoria.
Crediamo così, e perciò siamo
anarchici: cha se credessimo che non vi possa essere organizzazione senza
autorità, noi saremmo autoritari, perché preferiremmo ancora l’autorità, che
inceppa ed addolora la vita, alla disorganizzazione che la rende impossibile.
Del resto, quel che saremmo
noi importa poco. Se fosse vero che il macchinista ed il capotreno ed i
capiservizio debbano per forza essere delle autorità, anziché dei compagni che
fanno per tutti un determinato lavoro, il pubblico amerebbe sempre piuttosto
subire la loro autorità che viaggiare a piedi. Se il mastro di posta non potesse
non essere un’autorità, ogni uomo sano di mente sopporterebbe l’autorità del
mastro di posta, piuttosto che portar da sé le proprie lettere.
E allora ... l’anarchia
sarebbe il sogno di alcuni, ma non potrebbe realizzarsi mai.
c.
Necessità dell’organizzazione
Ammessa possibile l’esistenza
di una collettività organizzata senza autorità, cioè coazione ‑ e per gli
anarchici è necessarioammetterlo perché altrimenti l’anarchia non avrebbe senso
passiamo a parlare dell’organizzazione del partito anarchico.
Anche in questo caso
l’organizzazione ci sembra utile e necessaria. Se partito significa l’insieme
d’individui che hanno uno scopo comune e si sforzano di raggiungere questo
scopo, è naturale ch’essi s’intendano, uniscano le loro forze, si dividano il
lavoro e prendano tutte le misure stimate atte a raggiungere quello scopo.
Restare isolati, agendo o volendo agire ciascun per conto suo senza intendersi
con altri, senza prepararci, senza unire in un fascio potente le deboli forze
dei singoli, significa condannarsi all’impotenza, sciupare la propria energia in
piccoli atti senza efficacia e ben presto perdere la fede nella meta e cadere
nella completa inazione.
Ma anche qui la cosa ci
sembra talmente evidente che, invece di insistere nella dimostrazione diretta,
cercheremo di rispondere agli argomenti degli avversari dell’organizzazione
E prima di tutto ci si
presenta l’obbiezione, diremo così, pregiudiziale. “Ma di quale partito ci
parlate?”, essi dicono, “noi non siamo un partito, noi non abbiamo programma”.
E con questa forma
paradossale essi intendono dire che le idee progrediscono e cambiano
continuamente e che essi non vogliono accettare un programma fisso, che può
essere buono oggi, ma che sarà certamente superato domani.
Ciò sarebbe perfettamente
giusto se si trattasse di studiosi che cercano il vero senza curarsi delle
applicazioni pratiche. Un matematico, un chimico, un psicologo, un sociologo
possono dire di non aver programma o di non avere che quello di ricercare la
verità: essi vogliono conoscere, non vogliono fare qualche cosa.
Ma anarchia e socialismo non
sono delle scienze: sono dei propositi, dei progetti che anarchici e socialisti
vogliono mettere in pratica e che perciò hanno bisogno di essere formulati in
programmi determinati. La scienza e l’arte delle costruzioni progrediscono tutti
i giorni; ma un ingegnere che vuol costruire, o anche demolire qualche cosa,
deve fare il suo piano, raccogliere i suoi mezzi di azione e agire come se
scienza ed arte si fossero arrestate al punto ove egli le trova quando dà
principio ai suoi lavori. Può benissimo avvenire che egli possa utilizzare delle
nuove acquisizioni fatte nel corso del lavoro senza rinunciare alla parte
essenziale del suo piano; e può darsi anche che le nuove scoperte ed i nuovi
mezzi creati dall’industria siano tali che egli verga la necessità di
abbandonare tutto e ricominciare da capo. Ma ricominciando, avrà bisogno di fare
un nuovo piano basato su quello che si conosce e si possiede fino a quel
momento, e non potrà concepire e mettersi ad eseguire una costruzione amorfa,
con materiali non composti, per il motivo che domani la scienza potrebbe
suggerire delle forme migliori e l’industria fornire dei materiali meglio
composti.
Noi intendiamo per partito
anarchico l’insieme di quelli che vogliono concorrere ad attuare l’anarchia, e
che perciò han bisogno di fissarsi uno scopo da raggiungere ed una via da
percorrere; e lasciamo volentieri alle loro elucubrazioni trascendentali gli
amatori della verità assoluta e del progresso continuo, che non cimentando mai
le loro idee alla prova dei fatti finiscono poi col far nulla e scoprir meno.
L’altra obbiezione è che
l’organizzazione crea dei capi, delle autorità. Se questo è vero, se è vero cioè
che gli anarchici sono incapaci di riunirsi ed accordarsi tra di loro senza
sottoporsi ad un’autorità, ciò vuol dire che essi sono ancora molto poco
anarchici e che prima di pensare a stabilire l’anarchia nel mondo debbono
pensare a rendersi capaci essi stessi di vivere anarchicamente. Ma il rimedio
non starebbe già nelle non organizzazione, bensì nella cresciuta coscienza dei
singoli membri.
Certamente se in
un’organizzazione si lascia addosso a pochi tutto il lavoro e tutte le
responsabilità, se si subisce quello che fanno i pochi senza metter mano
all’opera e cercar di far meglio, quei pochi finiranno, anche se non lo
vogliono, col sostituire la propria volontà a quella della collettività. Se in
un’organizzazione i membri tutti non si curano di pensare, di voler capire, di
farsi spiegare quello che non capiscono, di esercitare sempre su tutto e su
tutti le loro facoltà critiche, e lasciano a pochi il compito di pensare per
tutti, quei pochi saranno i capi, le teste pensanti e dirigenti.
Ma, lo ripetiamo, il rimedio
non sta nella non organizzazione. Al contrario, nelle piccole come nella grande
società, a parte la forza brutale, di cui non può essere questione nel caso
nostro, l’origine e la giustificazione dell’autorità sta nella disorganizzazione
sociale. Quando una collettività ha un bisogno ed i suoi membri non sanno
organizzarsi spontaneamente da loro stessi per provvedervi, sorge qualcuno,
un’autorità, che provvede a quel bisogno servendosi delle forze di tutti e
dirigendole a sua voglia. Se le strade sono mal sicure ed il popolo non sa
provvedere, sorge una polizia che, per qualche servizio che rende, si fa
sopportare e pagare, e s’impone e tiranneggia; se v’è bisogno di un prodotto, e
la collettività non sa intendersi coi produttori lontani per farselo mandare in
cambio di prodotti del paese, vien fuori il mercante che profitta del bisogno
che hanno gli uni di vendere e gli altri di compare, ed impone i prezzi che
vuole ai produttori ed ai consumatori.
Vedete che cosa è sempre
successo in mezzo a noi: meno siamo stati organizzati più ci siamo trovati alla
discrezione di qualche individuo. Ed è naturale che così fosse.
Noi sentiamo il bisogno di
stare in rapporto coi compagni delle altre località, di ricevere e di dare
notizie, ma non possiamo ciascuno individualmente corrispondere con tutti i
compagni. Se siamo organizzati, incarichiamo dei compagni di tenere la
corrispondenza per conto nostro, li cambiamo se essi non ci soddisfano, e
possiamo stare al corrente senza dipendere dalla buona grazia di qualcuno per
avere una notizia; se invece siamo disorganizzati, vi sarà qualcuno che avrà i
mezzi e la voglia di corrispondere e accentrerà nelle sue mani tutte le
relazioni, comunicherà le notizie secondo che gli pare ed a chi gli pare, e, se
ha attività ed intelligenza sufficienti, riuscirà a nostra insaputa a dare al
movimento l’indirizzo che vuole senza che a noi, alla massa del partito, resti
alcun mezzo di controllo, e senza che nessuno abbia il diritto di lagnarsi,
poiché quell’individuo agisce per conto suo, senza mandato di alcuno e senza
dover rendere conto ad alcuno del proprio operato.
Noi sentiamo il bisogno di
avere un giornale. Se siamo organizzati potremo riunire i mezzi per fondarlo e
farlo vivere, incaricare alcuni compagni di redigerlo, e controllarne
l’indirizzo. 1 redattori del giornale gli daranno certamente, in modo più o meno
spiccato, l’impronta della loro personalità, ma saranno sempre gente che noi
abbiamo scelta e che possiamo cambiare se non ci accontenta. Se invece siamo
disorganizzati, qualcuno che ha sufficiente spirito d’intrapresa farà il
giornale per conto proprio: egli troverà in mezzo a noi i corrispondenti, i
distributori, i sottoscrittori, e ci farà concorrere ai suoi fini senza che noi
li sappiamo o vogliamo; e noi, come è spesso avvenuto, accetteremo o sosterremo
quel giornale anche se non ci piace, anche se troviamo che è dannoso alla causa,
perché saremo impotenti a farne uno che rappresenti meglio le nostre idee.
Cosicché l’organizzazione,
lungi dal creare l’autorità, è il solo rimedio contro di essa ed il solo mezzo
perché ciascun di noi si abitui a prender parte attiva e cosciente nel lavoro
collettivo, e cessi di essere strumento passivo in mano dei capi.
Che se poi non si fa nulla di
nulla e tutti restano nell’inazione completa, allora certamente non vi saranno
né capi né gregari, né comandanti né comandati, ma allora finiranno la
propaganda, il partito, ed anche le discussioni intorno all’organizzazione... e
questo, speriamo, non è l’ideale di nessuno.
Ma un’organizzazione, si
dice, suppone l’obbligo di coordinare la propria azione e quella degli altri,
quindi viola la libertà, inceppa l’iniziativa. A noi sembra che quello che
veramente leva la libertà e rende impossibile l’iniziativa è l’isolamento che
rende impotente. La libertà non è il diritto astratto, ma la possibilità di fare
una cosa: questo è vero tra di noi, come è vero nella società generale. È nella
cooperazione degli altri uomini che l’uomo trovai mezzi per esplicare la sua
attività, la sua potenza d’iniziativa.
Certamente, organizzazione
significa coordinazione di forze ad uno scopo comune ed obbligo negli
organizzati di non fare cosa contraria allo scopo. Ma quando si tratta di
organizzazioni volontarie, quando coloro che stanno nella stessa organizzazione
hanno veramente lo stesso scopo e sono partigiani degli stessi mezzi, l’obbligo
reciproco che impegna tutti riesce vantaggioso per tutti; e se qualcuno rinunzia
a qualche sua idea particolare in omaggio all’unione, ciò vuol dire che trova
più vantaggioso rinunziare ad un’idea, che d’altronde da solo non potrebbe
attuare, anziché privarsi della cooperazione degli altri nelle cose ch’egli
crede di maggiore importanza.
Se poi un individuo trova che
nessuna delle organizzazioni esistenti accetta le sue idee ed i suoi metodi in
ciò che hanno di essenziale, e che in nessuna potrebbe esplicare la sua
individualità come egli l’intende; allora farà bene a restarne fuori; ma allora,
se non vuole rimanere inattivo ed impotente, deve cercare altri individui che
pensano come lui e farsi iniziatore di una nuova organizzazione.
Un’altra obiezione, ed è
l’ultima di cui ci intratterremo, è che essendo organizzati siamo più esposti
alle persecuzioni del governo.
A noi pare invece che quando
più si è uniti tanto più ci si può difendere efficacemente. Ed infatti ogni
volta che le persecuzioni ci han sorpresi mentre eravamo disorganizzati ci hanno
completamente sbaragliati ed hanno ridotto a nulla il nostro lavoro antecedente;
mentre quando e dove eravamo organizzati ci hanno fatto più bene che male. Ed è
lo stesso anche per quel che riguarda l’interesse personale dei singoli: basti
l’esempio delle ultime persecuzioni che hanno colpito gli isolati tanto quanto
gli organizzati e forse anche più gravemente. Questo, s’intende, per quelli che,
isolati o no, fanno almeno la propaganda individuale; ché per quelli che non
fanno nulla e tengono ben nascoste le loro convinzioni, certamente il pericolo è
poco, ma è anche meno l’utilità che danno alla causa.
Il solo risultato, dal punto
di vista delle. persecuzioni, che si ottiene stando disorganizzati, si è di
autorizzare il governo e negarci il diritto di associazione ed a rendere
possibili quei mostruosi processi per associazione a delinquere, che esso non
oserebbe fare contro la gente che afferma altamente, pubblicamente, il diritto e
il fatto di stare associata, o che, se il governo l’osasse, risulterebbero a
scorno suo e a vantaggio della propaganda.
Del resto, è naturale che
l’organizzazione prenda le forme che le circostanze consigliano ed impongono.
L’importante non è tanto l’organizzazione formale, quanto lo spirito di
organizzazione. Possono esservi dei casi in cui per l’imperversare della
reazione, sia utile sospendere ogni corrispondenza, cessare da ogni riunione:
sarà sempre un danno, ma se la voglia di essere organizzati sussiste, se resta
vivo lo spirito di associazione, se il periodo antecedente di attività
coordinata avrà moltiplicate le relazioni personali, prodotte solide amicizie e
creato un vero accordo d’idee e di condotta tra i compagni, allora il lavoro
degl’individui anche isolati concorrerà allo scopo comune, e presto si troverà
modo di riunirsi di nuovo e riparare al danno subito.
Noi siamo come un esercito in
guerra e possiamo, secondo il terreno e secondo le misure prese dal nemico,
combattere in grandi masse o in ordine sparso: l’essenziale è che ci
consideriamo sempre membri dello stesso esercito, che ubbidiamo tutti alle
stesse idee direttive e siamo sempre pronti a riunirci in colonne compatte
quando occorre e si può.
Tutto questo che abbiamo
detto è per quei compagni che realmente sono avversari del principio di
organizzazione. A quelli poi che combattono l’organizzazione solo perché non
vogliono entrare, o non sono accettati, in una determinata organizzazione, e
perché non simpatizzano con gli individui che ne fanno parte, noi diciamo: fate
da voi, con quelli che sono d’accordo con voi, un’altra organizzazione. Noi
ameremmo certo poter andare tutti d’accordo e riunire in un fascio potente tutte
quante le forze dell’anarchismo; ma non crediamo nella solidità delle
organizzazioni fatte a forza di concessioni e di sottintesi e dove non v’è tra i
membri accordo e simpatia reali. Meglio disuniti che malamente uniti. Pero
vorremmo che ciascuno si unisse coi suoi amici e non vi fossero forze isolate,
forze perdute.
d.
L’organizzazione come condizione della vita sociale
L’organizzazione, che poi non
è altro che la pratica della cooperazione e della solidarietà, è condizione
naturale, necessaria della vita sociale: è un fatto ineluttabile che s’impone a
tutti, tanto nella società umana in generale, quanto in qualsiasi gruppo di
persone che hanno uno scopo comune da raggiungere.
Non volendo e non potendo
l’uomo vivere isolato, anzi non potendo esso diventare veramente uomo e
soddisfare i suoi bisogni materiali é morali se non nella società e colla
cooperazione dei suoi simili, avviene fatalmente che quelli che non hanno i
mezzi o la coscienza abbastanza sviluppata per organizzarsi liberamente con
coloro con cui hanno comunanza d’interessi e di sentimenti, subiscono
l’organizzazione fatta da altri individui, generalmente costituiti in classe o
gruppo dirigente, allo scopo di sfruttare a proprio vantaggio il lavoro degli
altri. E 1’ oppressione millenaria delle masse da parte di un piccolo numero di
privilegiati è stata sempre la conseguenza della incapacità della maggior parte
degl’individui di accordarsi, di organizzarsi con gli altri lavoratori per la
produzione, per il godimento e per la eventuale difesa contro chi volesse
sfruttarli ed opprimerli.
Per
rimediare a questo stato di cose è sorto l’anarchismo, il cui principio
fondamentale è l’organizzazione libera, fatta e mantenuta dalla libera volontà
degli associati senza nessuna specie di autorità, cioè senza che nessuno abbia
il diritto di imporre agli altri la propria volontà. Ed è quindi naturale che
gli anarchici cerchino di applicare nella loro vita privata e di partito quello
stesso principio, su cui, secondo loro, dovrebbe essere fondata tutta quanta la
società umana.
Da certe polemiche può
sembrare che vi siano degli anarchici refrattari, ad ogni organizzazione; ma in
realtà le molte, le troppe discussioni che si fanno tra noi sull’argomento,
anche se oscurate da questioni di parole, o avvelenate da questioni personali,
in fondo riguardano il modo e non già il principio di organizzazione. Così
avviene che dei compagni che a parole sono i più avversi all’organizzazione,
quando vogliono davvero fare qualche cosa, si organizzano come, e spesso meglio
degli altri. La questione, ripeto, sta tutta nel modo.
lo credo soprattutto
necessario, urgente, che gli anarchici s’intendano, si organizzino il più ed il
meglio possibile per influire sulla via che seguono le masse nelle loro lotte
per i miglioramenti e l’emancipazione.
Oggi la più grande forza di
trasformazione sociale è il movimento operaio (movimento sindacale), e dal suo
indirizzo dipende in gran parte il corso che prenderanno gli avvenimenti e la
mèta a cui arriverà la prossima rivoluzione. Per mezzo delle organizzazioni,
fondate per la difesa dei loro interessi, i lavoratori acquistano la coscienza
dell’oppressione in cui giacciono e dell’antagonismo che li divide dai loro
padroni, incominciano ad aspirare ad una vita superiore, si abituano alla lotta
collettiva ed alla solidarietà, e possono riuscire e conquistare quei
miglioramenti che sono compatibili con la persistenza del regime capitalistico e
statale. Dopo, quando il conflitto diventa insanabile, viene o la rivoluzione, o
la reazione. Gli anarchici debbono riconoscere l’utilità e l’importanza del
movimento sindacale, debbono favorirne lo sviluppo, e farne una delle leve della
loro azione, facendo tutto quello che possono perché esso, in cooperazione colle
altre forze di progresso esistenti, sbocchi in una rivoluzione sociale che porti
alla soppressione delle classi, alla libertà totale, all’eguaglianza, alla pace
ed alla solidarietà fra tutti gli esseri umani. Ma sarebbe una grande e letale
illusione il credere, come fanno molti, che il movimento operaio possa e debba
da se stesso, in conseguenza della sua stessa natura, menare ad una tale
rivoluzione. Al contrario, tutti i movimenti fondati sugl’interessi materiali ed
immediati (e non si può fondare su altre basi un vasto movimento operaio), se
manca il fermento, la spinta, l’opera concertata degli uomini d’idee, che
combattono e si sacrificano in vista di un ideale avvenire, tendono fatalmente
ad adattarsi alle circostanze, fomentano lo spirito di conservazione e la paura
di cambiamenti in quelli che riescono ad ottenere condizioni migliori, e
finiscono spesso col creare nuove classi privilegiate e servire a far sopportare
e consolidare il sistema che si vorrebbe abbattere.
Di qui la necessità
impellente di organizzazioni prettamente anarchiche che dentro, come fuori dei
sindacati lottino per la realizzazione integrale dell’anarchismo e cerchino di
sterilizzare tutti i germi di degenerazione e di reazione.
Ma è evidente che per
conseguire i loro scopi le organizzazioni anarchiche debbono essere, nella loro
costituzione e nel loro funzionamento, in armonia coi principi dell’anarchismo,
e cioè che non siano in nessun modo inquinate da spirito autoritario, che
sappiano conciliare la libera azione degl’individui con la necessità ed il
piacere della cooperazione, che servano a sviluppare la coscienza e la capacità
d’iniziativa dei loro membri, e siano un mezzo educativo per l’ambiente in cui
operano ed una preparazione morale e materiale per l’avvenire che desideriamo.
e. Caratteri dell’organizzazione antiautoritaria
Un’organizzazione anarchica
deve essere fondata secondo me (sulle seguenti basi). Piena autonomia, piena
indipendenza e quindi piena responsabilità, degl’individui e dei gruppi; accordo
libero tra quelli che credono utile unirsi per cooperare ad uno scopo comune;
dovere morale di mantenere gl’impegni presi e di non far nulla che contraddica
al programma accettato. Su queste basi si adottano poi le forme pratiche, gli
strumenti adatti per dar vita reale all’organizzazione. Quindi i gruppi, le
federazioni di gruppi, le federazioni di federazioni, le riunioni, i congressi,
i comitati incaricati della corrispondenza o altro. Ma tutto questo deve esser
fatto liberamente in modo da non inceppare il pensiero e l’iniziativa dei
singoli, e solo per dare maggiore portata agli sforzi che, isolati, sarebbero
impossibili o di poca efficacia.
Così i congressi in
un’organizzazione anarchica, pur soffrendo come corpi rappresentativi di tutte
le imperfezioni che non fanno la legge, non impongono agli altri le proprie
deliberazioni. Essi servono a mantenere ed aumentare i rapporti personali fra i
compagni più attivi, a riassumere e fomentare gli studi programmatici sulle vie
e sui mezzi d’azione, e far conoscere a tutti le situazioni delle diverse
regioni e l’azione che più urge in ciascuna di esse, a formulare le varie
opinioni correnti tra gli anarchici e farne una specie di statistica ‑ e le loro
decisioni non sono regole obbligatorie, ma suggerimenti, consigli, proposte da
sottoporre a tutti gli interessati, e non diventano impegnative ed esecutive se
non per quelli che le accettano e finche le accettano. Gli organi amministrativi
che essi nominano ‑ Commissione di corrispondenza, ecc. ‑ non hanno nessun
potere direttivo, non prendono iniziative se non per conto di chi quelle
iniziative sollecita ed approva e non hanno nessuna autorità, per imporre le
proprie vedute, che essi possono certamente sostenere e propagare come gruppi di
compagni, ma non possono presentare come opinione ufficiale dell’organizzazione.
Essi pubblicano le risoluzioni dei congressi e le opinioni e le proposte che
gruppi e individui comunicano loro; e servono, per chi se ne vuol servire, a
facilitare le relazioni fra i gruppi e la cooperazione tra quelli che son
d’accordo sulle varie iniziative: libero chi crede di corrispondere direttamente
con chi vuole, o di servirsi di altri comitati nominati da speciali
aggruppamenti.
In un’organizzazione
anarchica i singoli membri possono professare tutte le opinioni e usare tutte le
tattiche che non sono in contraddizione coi principi accettati e non nuocciono
all’attività degli altri. In tutti i casi una data organizzazione dura fino a
che le ragioni di unione sono superiori alle ragioni di dissenso: altrimenti si
scioglie e lascia luogo ad altri aggruppamenti più omogenei.
Certo la durata, la
permanenza di un’organizzazione è condizione di successo nella lunga lotta che
dobbiamo combattere e d’altronde è naturale che qualunque istituzione aspira,
per istinto, a durare indefinitivamente. Ma la durata di una organizzazione
libertaria deve essere la conseguenza dell’affinità spirituale dei suoi
componenti e dell’adattabilità della sua costituzione ai continui cambiamenti
delle circostanze: quando non è più capace di compiere una missione utile meglio
che muoia.
2. Antiparlamentarismo
ed elezionismo
1. LA TRUFFA PARLAMENTARE
L’inefficienza dei
parlamenti e i problemi del movimento operaio.
Il socialismo fin dal suo
nascere, coll’arme della critica positiva, che si appoggia sui fatti e dei fatti
cerca le cause e prevede le conseguenze, aveva fatto giustizia del suffragio
universale e di tutta quanta la menzogna parlamentare. Che se non lo avesse
fatto, esso non avrebbe avuto ragion di esistere come idea e partito nuovo: e si
sarebbe confuso con l’assurda utopia liberale, che aspetta l’armonia, la pace,
ed il benessere generale della lotta, liberamente combattuta (sic), tra
gente armata di tutta la ricchezza e di tutta la forza sociale e poveri
derelitti cui manca il tozzo di pane.
Il socialismo, nell’accezione più larga e più
autentica della parola, significa la società fatta strumento di libertà, di
benessere e di sviluppo progressivo ed integrale per tutti i membri, per tutti
quanti gli esseri umani. Partendo dalla verità fondamentale che l’evoluzione
delle facoltà morali ed intellettuali presuppone la soddisfazione dei bisogni
materiali, e che non può esservi libertà dove non v’è uguaglianza e solidarietà,
esso riconobbe che la servitù in tutte le sue forme, politica, morale e
materiale, deriva dalla dipendenza economica del lavoratore dai detentori della
materia prima e degli strumenti da lavoro. E dopo aver cercato a tentoni la sua
strada, e prodotta una serie di progetti artificiosi ed utopistici, trovò infine
la sua base saldissima nel principio, scientificamente dimostrato, della
giustizia, utilità e necessità della socializzazione della ricchezza e del
potere.
Trovato il fine, urgeva
occuparsi delle vie e mezzi per raggiungerlo. E non appena il socialismo, uscito
dal periodo della speculazione astratta, incominciò a penetrare in mezzo alle
masse sofferenti ed a fare le sue prime armi nelle lotte pratiche della vita, i
socialisti s’accorsero che si trovavano stretti in un cerchio di ferro, che solo
poteva rompersi colla diretta azione delle masse.
Impossibile esser liberi (il
socialismo lo aveva dimostrato) senza essere economicamente indipendenti; e
d’altra parte, come si può arrivare all’indipendenza economica se si è schiavi?
Il popolo, spogliato di tutto
ciò che la natura ha creato per il sostentamento dell’uomo e di tutto quello che
il lavoro umano ha aggiunto all’opera della natura, dipende per la sua vita dal
beneplacito dei proprietari e si trova ridotto dalla miseria all’avvilimento ed
all’impotenza. E per consolidare e difendere questo stato di cose, stanno i
governi con tutta la forza degli eserciti, delle polizie e delle finanze.
Quale mezzo legale di emancipazione, quando la
legge è tutta quanta intesa a difendere lo stato di cose che si dovrebbero
distruggere?
Non l’azione politica
legale delle masse, che tutta si riassume nel voto, poiché quest’arma per
avere un valore qualsiasi, suppone già nella maggioranza numerica del popolo
quella coscienza ed indipendenza, che si tratta appunto di rendere possibile e
di conquistare. E d’altronde la borghese e per essa i governi non concedono il
voto che quando si sono persuasi della sua innocuità, o quando, di fronte alla
attitudine minacciosa del popolo, lo considerano un mezzo opportuno per sviarlo
ed addormentarlo, caso in cui sarebbe, da tutti i punti di vista, una
sciocchezza il contentarsene. Concessolo, sanno giocarlo e dominarlo, e, se per
avventura si mostrasse indocile, possono sopprimerlo. Al popolo non resta altra
risorsa che quella della rivoluzione, che il voto avrebbe dovuto rendere
inutile.
Non gli espedienti economici
legali – mutuo soccorso, risparmio, cooperative, scioperi – poiché la potenza
schiacciante e sempre crescente del capitale, appoggiata, ove occorra, dalla
forza delle baionette, e le condizioni materiali e morali in cui essa ha ridotto
il proletariato, li rendono dei mezzi impotenti, illusori, o semplicemente
ridicoli.
Non vi sono dunque che due
vie di uscita. O la rinuncia volontaria delle classi dominanti al possesso
esclusivo della ricchezza ed a tutti i privilegi di cui godono sotto l’influenza
dei buoni sentimenti che la propaganda socialista può far nascere in esse:
oppure la rivoluzione, fazione diretta delle masse, eccitata e mossa dalla
minoranza cosciente che si va organizzando nelle file del partito socialista.
La prima di queste vie, in
cui dei generosi quanto ingenui filosofi credettero un momento, è dimostrata una
speranza illusoria, nonché da tutta quanta la storia passata, dall’esperienza
sanguinosa dei fatti contemporanei…
Restava la rivoluzione; e
tutti i socialisti, che del socialismo non facevano un oggetto di distrazione
contemplativa ma un programma pratico che volevano al più presto possibile
vedere attuato, furono rivoluzionari.
I socialisti erano bensì
divisi in due grandi frazioni rispondenti a due correnti d’idee. Gli uni,
autoritari, volevano servirsi per emancipare il popolo dello stesso meccanismo
che ora lo tiene sottomesso, e si proponevano la conquista del potere politico.
Gli altri, gli anarchici, considerando che lo Stato non ha ragione di essere se
non in quanto rappresenta e difende gli interessi d’una classe o di una
consorteria e che scompare quando, per l’universalizzazione del potere e
dell’iniziativa, si confonde colla totalità dei cittadini, si proponevano la
distruzione del potere politico.
Gli uni volevano impadronirsi
del governo e decretare, con forme e modi dittatoriali, la messa in comune del
suolo e degli strumenti del lavoro ed organizzare dall’alto la produzione e
distribuzione socialistica. Gli altri volevano abbattere simultaneamente potere
politico e proprietà individuale, e organizzare la produzione, il consumo e
tutta la vita sociale per mezzo dell’opera diretta e volontaria di tutte le
forze e di tutte le capacità, che esistono nell’umanità e che cercano
naturalmente di esplicarsi ed attuarsi.
Ma tutti, lo ripetiamo,
volevano la rivoluzione, l’appello alla forza; e per maturare la rivoluzione
volevano e praticavano la propaganda indefessa delle verità scoperte dal
socialismo, l’organizzazione delle forze coscienti del proletariato…
La lotta sarebbe stata senza
dubbio lunga e faticosa, ma la via era tracciata e si sarebbe arrivati
direttamente alla vittoria piena e completa. Ma ecco che, contraddicendo a tutte
le tendenze del programma ed alla propaganda che essi stessi avevano menato con
zelo ed intelligenza, alcuni socialisti credettero bene di mettersi nelle vie
tortuose e senza uscita del parlamentarismo.
Il socialismo, al principio
deriso e negato, poscia combattuto con accanimento, già diventava potente assai
perché i borghesi vi vedessero un pericolo serio ed una forza di cui bisognava
contare. Gli uni, i soddisfatti, credettero opportuno aggiungere alle
persecuzioni ed ai massacri l’arme della corruzione e dell’inganno; mentre gli
altri, quelli che sotto il nome di democratici aspiravano ad impadronirsi del
governo, pensarono a mistificarlo e servirsene.
D’altra parte vi erano dei
socialisti i quali si trovarono disposti ad accordarsi a quella borghesia che
fieramente avevano combattuta. O stanchi della lotta e domati dalle
persecuzioni: o perché in essi il sentimento socialista e rivoluzionario non era
in realtà mai penetrato al disotto dell’epidermide e spariva col raffreddarsi
dei primi entusiasmi giovanili; o perché avevano immaginato che la vittoria
fosse facile e vicina ed erano sconcertati dalla scoperta di ostacoli non
sospettati, essi cercavano, forse anche senza rendersene conto esatto,
un’occasione, un pretesto decente per piegare bandiera e farsi accogliere in
mezzo al campo nemico…
Il terreno comune su cui si
incontrarono i borghesi, che cercavano di corrompere, e quei socialisti, che
cercavano di essere corrotti, fu l’urna elettorale. Né il danno sarebbe stato
grande. Ma i traditori, gli ambiziosi e gli stanchi riuscirono purtroppo a
trascinare all’urna molti buoni, che credevano sinceramente di acquistare una
nuova arma di lotta contro la borghesia, e di avvicinare con quel mezzo
l’avvenimento della rivoluzione.
Naturalmente per mascherare
la manovra il passaggio si fece a gradi. A1 principio non s’infirmò nessuna
delle conclusioni acquisite al programma socialista. L’espropriazione per mezzo
della rivoluzione, si andava ripetendo, è l’unico mezzo per emanciparsi: il
suffragio universale, la repubblica e tutte quante le riforme politiche lasciano
il tempo che trovano e non sono che tranelli tesi all’ingenuità popolare. Però,
s’insinuava dolcemente, qualche bene se ne può cavare: profittiamo di tutto,
serviamoci come armi delle concessioni che possiamo strappare al nemico,
allarghiamo il nostro campo d’azione, cessiamo dal roderci nella nostra
impotenza, siamo pratici. E tosto si mise avanti il progetto di andare all’urna,
scopo a cui tendeva ed in cui si riduceva tutto quel preteso allargamento di
tattica. Ma siccome non s’osava ancora rinnegare tutto il detto sulla inutilità
della lotta elettorale e sull’azione corruttrice dell’ambiente parlamentare, si
disse che bisognava votare semplicemente per contarsi, quasi che fosse
necessario andare all’urna e farsi contare dal nemico per giudicare dei
progressi del partito. E per affettare scrupolosità si parlò di votare un
bollettino in bianco, o per dei morti o per degli ineleggibili. Poi, senza aver
l’aria di nulla, i morti diventarono vivi e gl’ineleggibili si trasformarono in
persone che al parlamento potevano e volevano andarci e restarci. Ma non si
osava ancora confessarlo: si trattava sempre di candidature di protesta: gli
eletti non entrerebbero in parlamento, rifiuterebbero il giuramento là dove era
richiesto, o c’entrerebbero per sputare in faccia alla borghesia l’infamia sua,
e farsi scacciare come nemico che non transige. Poi nemmeno più questo. In
parlamento bisognava andarci per profittare della tribuna parlamentare, per
scoprire e denunciare al popolo i dietro scena della politica, per avere dei
posti avanzati nel campo nemico, dei posti presi nella cittadella borghese.
Il deputato socialista non doveva essere
legislatore, non doveva aver nessun legame coi deputati della borghesia, ma
stare in parlamento come spettro minaccioso della rivoluzione sociale in mezzo a
coloro che vivono dei sudori e del sangue del popolo.
Ma che!… oramai si stava
sulla china e bisognava andare fino in fondo. Il partito rivoluzionario, che
entrava in parlamento, doveva diventar riformista, e lo diventò.
L’emancipazione integrale,
cominciarono a dire, è una bella cosa, ma è come il paradiso: una cosa lontana e
che nessuno ha visto mai. Il popolo ha bisogno di miglioramenti immediati.
Meglio poco che nulla. La rivoluzione sarà tanto più facile quanto più
concessioni ci saranno strappate alla borghesia.
Senza contar quelli, pochi,
del resto, che hanno saltato il fosso ed affermano addirittura che si può
raggiungere lo scopo per evoluzione pacifica.
E s’invocò la scienza, quella
povera scienza che s’accomoda a tutte le salse, per sofisticare all’infinito sul
tema evoluzione e rivoluzione; quasichè vi fosse alcuno che neghi l’evoluzione,
e la questione non fosse piuttosto sulla specie di evoluzione, che più
corrisponde al fine socialista e che quindi i socialisti devono propugnare.
La rivoluzione non è essa
stessa che un modo di evoluzione; modo rapido e violento, che si produce,
spontaneo o provocato, quando i bisogni e le idee prodotte da una evoluzione
precedente non trovano più possibilità di soddisfarsi, o quando i mezzi
accaparrati da alcuno fanno sì che l’evoluzione oramai si svolgerebbe in senso
regressivo, se non intervenisse a rimetterla in via una forza nuova: l’azione
rivoluzionaria…
Non ritorneremo sulla
impotenza del suffragio universale e del parlamentarismo a risolvere la
questione sociale, né sulla futilità di tutte le riforme non fondate
sull’abolizione della proprietà individuale, poiché questo deve essere già una
cosa provata per chi è socialista; e noi in questo opuscolo non dobbiamo
difendere i principi socialisti, ma supporli già dimostrati.
Però, siccome la ragione od
il pretesto che serve a certi socialisti per pigliar parte alle elezioni e per
farsi mandare al parlamento, è il vantaggio che ne potrebbe venire alla
propaganda, noi insisteremo sul danno che invece la propaganda ne risente.
D’ordinario coloro che
vantano l’utilità di avere dei socialisti nei parlamenti e negli altri corpi
elettivi, ragionano come se per essere eletto bastasse il volerlo. Noi avremmo
là, essi dicono, degli uomini che godrebbero del diritto di viaggiare gratis o
di altri vantaggi economici, che permetterebbero loro di dedicarsi con maggiore
efficacia alla propaganda; degli uomini che potrebbero osservar da vicino le
magagne del mondo politico e denunziarle al pubblico, e che potrebbero,
soprattutto, servirsi della tribuna parlamentare per difendere i principi
socialisti, e costringere tutto il paese a studiarli e discutere. Perché
rinunciare a questi benefizi?
Innanzi tutto v’è una
pregiudiziale: conserveranno gli eletti il programma che avevano da candidati, e
metteranno a difenderlo la stessa energia che vi mettevano prima? Certamente
sarebbe bello, onorevole per la natura umana, il poter affermare che qualunque
fossero le convinzioni di ciascuno ed il metodo di lotta prescelto, mai
verrebbero meno la sincerità ed il coraggio. Ma la prova è fatta; e
disgraziatamente, quando si pensa alla condotta ignobile e vile che man tenuto,
in ogni dove, tutti, o quasi, i deputati socialisti, non è possibile serbare
tali illusioni.
L’ambiente parlamentare
corrompe, e l’operaio ed il rivoluzionario cessano di essere tali pel solo fatto
di essere diventati deputati. Del resto non c’è da meravigliarsene.
Voi prendete un lavoratore,
lo tirate fuori del suo ambiente, lo sottraete al lavoro, lo allontanate da voi,
di cui egli vedeva e divideva la miseria, lo mandate in mezzo ai signori, in
mezzo al bel mondo dove si gode e non si lavora, lo esponete a tutte le
tentazioni: e poi vi meravigliate ch’egli si adatti ad un ambiente ben più
confortante di quello in cui viveva prima, ch’egli cerchi di assicurarsi
l’insolito benessere, e dimentichi presto o tardi i suoi fratelli di miseria e
gl’impegni contratti con essi? Voi prendete un rivoluzionario abituato ad essere
palleggiato di prigione in prigione, ne fate un legislatore; e poi siete
sorpresi s’egli si lascia ammansire dal tepore di una libertà ed una sicurezza
personali mai godute? E d’altronde, il sentimento dell’impotenza, in mezzo a
gente assolutamente refrattaria alla sua influenza, non spingerà anche chi è
perfettamente sincero, a far concessioni e transizioni, colla speranza di potere
almeno ottenere qualche cosa?
Ma mettiamo pure che nessuno
si corrompa, e che gli uomini siano tutti eroi… anche quelli che smaniano per
esser deputati.
Però come si può riuscire a
mandare dei socialisti al parlamento? La maggioranza degli elettori non è
socialista, nemmeno a fabbricarsi un collegio elettorale apposta; che se lo
fosse, allora non avrebbe bisogno di nominare dei deputati, ma potrebbe, anche
quando tutte le altre circoscrizioni fossero reazionarie, in mille modi più
efficaci attaccare il regime borghese ed essere un centro d’irradiazione
socialista. Per formarsi dunque una maggioranza bisogna transigere, allearsi con
questo o con quello, mistificare il programma, promettere riforme immediate, far
credere una cosa a questo ed un’altra a quello, fare in modo che la borghesia vi
tolleri, che il governo non vi combatta troppo acerbamente. E allora che diventa
la propaganda socialista?
D’altra parte, siccome ogni
uomo si stima onesto e quasi tutti si stimano capaci, così avviene che quasi
ognuno che sa dire due parole, si considera in cuor suo deputabile quanto un
altro; alla nobile ambizione di far il bene e di essere il primo nei rischi e
nei sacrifici si sostituisce a poco a poco, col pretesto del bene generale, la
bassa ambizione degli onori e dei privilegi; e nascono le rivalità tra i
compagni, le gelosie ed i sospetti. La propaganda dei principi cede il passo
alla propaganda delle persone; la rinascita delle candidature diventa il grande,
anzi l’unico interesse del partito; e una turba di politicanti, che vedono nel
socialismo un mezzo come un altro per farsi strada, si gettano in mezzo al
popolo e mistificano e corrompono programma e partito.
E che diremo della speranza
di ottenere per mezzo dei deputati socialisti delle riforme che possano,
aspettando il meglio, lenire i dolori del popolo e levar degli ostacoli dal suo
cammino? I privilegiati non cedono che alla forza od alla paura. Se anche nel
regime attuale è possibile un qualche miglioramento, il solo modo per ottenerlo
è di agitarsi fuori e contro i corpi costituzionali, mostrando la ferma
decisione di volerlo a qualunque costo. Affidare ai deputati il patrocinio della
volontà popolare serve solo per fornire al governo il mezzo di eluderla e per
trastullare il popolo con vane speranze.
Le
menzogne del socialismo legalitario e le insidie della democrazia borghese
Fra le due frazioni in cui si
divideva il partito socialista, gli autoritari dovevano naturalmente sentire
minor ripugnanza per la tattica parlamentare poiché (salvo l’intermezzo
di un periodo rivoluzionario nel quale per via dittatoriale si sarebbe
trasformata la costituzione economica della società) la forma politica cui essi
aspiravano era una forma qualsiasi di parlamentarismo. Conservare nel popolo il
rispetto del principio di autorità, e sviluppare in lui l’abitudine di
abbandonare in mano altrui la propria iniziativa e la propria forza, poteva
entrare nelle loro mire, poiché avrebbe facilitato il loro compito il giorno in
cui fossero riusciti ad afferrare il potere.
Ma accettando, di fatto se
non in teoria il parlamentarismo nell’attuale ambiente economico, e sperando e
facendo sperare delle riforme e dei miglioramenti dall’opera dei poteri legali,
essi cessarono di essere rivoluzionari, cessarono in pratica di essere
socialisti e divennero, o van diventando, dei semplici democratici, repubblicani
dove c’è la repubblica, monarchici dove c’è la monarchia, di cui tutto il
programma si riduce al suffragio universale… salvo, ne conveniamo, le
aspirazioni teoriche, che il suffragio non potrà mai attuare.
È la logica della situazione
che s’impone. Repubblicani e monarchici democratici dicono: che il popolo
faccia la sua volontà… a mezzo delle assemblee elette a suffragio universale. E
le assemblee fanno la volontà dei proprietari, dei preti e dei politicanti, di
cui sono e saranno composte fino a quando dureranno le attuali condizioni
economiche.
I socialisti
dovrebbero rispondere, sotto pena di non esser più socialisti, che il popolo
non può fare quello che vuole, né saprà quello che deve volere fino a quando
sarà economicamente schiavo. Ma avendo per necessità elettorali e per
convenienze personali, prima trascurata e poi combattuta, più o meno
apertamente, la propaganda rivoluzionaria, che cosa restava loro se non
accettare il terreno che offrivan loro gli avversari naturali del socialismo? Ed
essi lo hanno accettato, e fino al punto da dimenticare spesso anche le
affermazioni teoriche, che restavano l’unica platonica differenza tra loro ed i
democratici borghesi.
Per gli anarchici era
un’altra cosa. Per essi che negano la delegazione del potere e fanno appello
all’azione libera e diretta di tutti, la “nuova tattica” oltre a far trascurare
la propaganda socialista e rivoluzionaria e gettare il partito nelle braccia dei
borghesi, aveva pure il torto grandissimo di dare alla parte cosciente delle
masse un’educazione diametralmente opposta allo scopo che gli anarchici vogliono
raggiungere, poiché abitua a fidare negli altri e restare inerti. E perciò gli
anarchici, come partito, restarono incolumi dalla lebbra parlamentare. Coloro,
che per le ragioni da noi accennate ne furono tocchi, cessarono di essere
anarchici, si unirono ai socialisti autoritari, ed insieme con questi
precipitarono giù fino nei bassi fondi del politicume borghese.
A causa dei voltafaccia, dei
tradimenti, delle transazioni e delle inverosimili coalizioni che produsse la
tattica parlamentare, vi fu nel campo socialista un lungo periodo d’incertezza e
di confusione che paralizzò lo slancio del movimento: ma oggi la posizione
ritorna limpida e chiara.
L’evoluzione delle idee e dei fatti, la logica del
metodo, l’influenza determinante che i mezzi adoperati esercitano sul fine da
raggiungersi hanno fatto sì che ormai di vero socialismo non v’è più che il
socialismo anarchico, che è di sua natura antiparlamentare e rivoluzionario.
Questo se si piglia la parola
socialismo nel senso che gli han dato i suoi apostoli ed i suoi martiri, e che
ne ha fatto la leva potente che rovescerà il mondo borghese. Che se poi il
significato della parola socialismo dovesse seguire la marcia indietro, che
precipitosamente stanno compiendo i parlamentaristi, e dovesse significare
quella ibrida accozzaglia di riforme burlesche, di contraddittorie aspirazioni,
di menzogne impudenti, che forma la base dei programmi elettorali “socialisti”,
allora potrebbero certo esser socialisti Guglielmo di Germania e Leone XIII e
tutti i deputati e consiglieri “socialisti”; ma non lo furono quelli che
svelarono le menzogne della Economia politica ed il nulla della democrazia, e
che debellarono moralmente mazzinianismo e radicalismo e li resero impotenti per
sempre; non lo furono né Bakunin né Marx; non lo furono coloro che per il
socialismo sacrificarono gioventù, pace, amore, libertà; non lo furono coloro
stessi che alle lotte socialiste dei primi anni, abilmente sfruttate più tardi,
debbono la loro attuale posizione politica; non lo fu l’Internazionale, non lo
sono gli anarchici.
Il socialismo! Che cosa fu!?…
a che cos’è ridotto!?… Uscito fuori dalle speculazioni dei filosofi, dai sogni
degli utopisti, dalle rivolte delle plebi, il socialismo si annunziò al mondo
come la buona novella dell’evo moderno. Esso era una promessa di civiltà
superiore; era la ribellione contro ogni prepotenza, contro ogni ingiustizia;
era l’abolizione dell’odio, della concorrenza, della guerra; il trionfo
dell’amore, della cooperazione, della pace; era l’avvenimento del benessere e
della libertà per tutti; la realizzazione nel futuro di quell’eden che la
fantasia dei popoli e dei poeti, assetati d’ideale e ignari di storia, aveva
messo all’origine dell’umanità.
Esso era la lotta umana per
eccellenza; ed elevandosi al disopra delle razze e delle patrie, al disopra
delle religioni e delle scuole filosofiche, al disopra delle classi e delle
caste esso abbracciava tutti gli uomini e tutte le donne in un santo ideale di
uguaglianza e di solidarietà.
Esso non domandava la
sostituzione di un partito ad un altro o di una classe ad un’altra, non
l’avvento al potere ed alla ricchezza di un nuovo stato sociale (quarto stato),
ma l’abolizione delle classi, la solidarizzazione di tutti gli esseri umani nel
lavoro e nel godimento comune.
Ed i socialisti erano
apostoli, confessori e martiri; essi sentivano che portavano in sé stessi un
mondo, avevano la coscienza della loro sublime missione, e questa coscienza li
faceva fieri, coraggiosi e buoni.
Ignoranti o dotti, giovani
ingenui o vecchi avanzi di altre battaglie; parte eletta del proletariato o
figli di borghesi ribelli alla classe in cui eran nati, che i loro privilegi di
nascita consideravano come un debito che imponeva loro maggiori doveri verso la
causa dei diseredati, essi avevano fede nel bene ed in loro stessi, amavano il
popolo, erano assetati di scienza e di lotte, e baldi e fiduciosi affrontavano
le beffe e le calunnie, le piccole e le grandi persecuzioni, il carcere,
l’esilio, la miseria, il patibolo; e andavano avanti.
Votati ad una lotta a morte
contro tutte le istituzioni politiche, economiche, religiose, giudiziarie,
totalitarie del mondo borghese; urtando tanti interessi e tanti pregiudizi;
dovendo resistere a seduzioni e minacce d’ogni sorta, essi, tanto per ripugnanza
naturale contro gli sfruttatori ed i mistificatori del popolo, quanto per
tattica di combattimento, si separavano nettamente da tutti coloro che non erano
popolo e non combattevano per l’emancipazione integrale del popolo. Essi
formavano partito, scuola, quasi diremmo classe da loro.
Soli contro tutti, essi
scrivevano sulla loro bandiera il motto delle coscienze integre, il motto di chi
ha fede in sé e nella propria causa, il motto sacro dei giorni di battaglia:
Chi non è con noi è contro di noi. Ed intendevano che fossero con loro tutti
i miseri, tutti gli oppressi, tutte le vittime; e tutti coloro che facevano
propria la causa dei miseri e combattevano per la giustizia, per la libertà e
pel benessere generale: come erano contro di loro tutti i detentori e
sostenitori del potere e tutti coloro che al potere aspiravano. Altro
socialismo, altri socialisti non v’erano.
Ed allora? Ora v’è un
socialismo che serve solo ad ingannare il popolo con vane promesse per
mantenerlo docile o per farsene sgabello; e vi sono dei socialisti che
puttaneggiano nei ministeri e nei parlamenti, che s’alleano coi borghesi, che si
inchinano ai ministri, che acclamano un imperatore, che si vendono ad un
soldato, che mentono ai loro compagni, che prostituiscono ideali, programma,
coscienza per carpire agli ingenui un voto il quale valga a farli accogliere in
mezzo alla borghesia.
O socialisti, uomini semplici
e puri, cui ferve nel petto il santo amore degli uomini; o socialisti che per le
lusinghe di falsi amici faceste inconsapevolmente gli interessi della borghesia,
non sentite vergogna vedendo la vostra bandiera trascinata nel fango?
Oh! no; codesti mercanti di
voti, codesti commedianti non sono socialisti; cacciateli di mezzo a voi. E voi
ritornate alle maschie battaglie che spazzeranno via dal mondo proprietà
individuale e governi, miseria e schiavitù.
2.
LA POLEMICA CON MERLINO
MERLINO: “Anarchici e socialisti di fronte alla questione elettorale”.
Lettera pubblicata dal
Messaggero il 29 gennaio 1897. Merlino apre la polemica a proposito delle
elezioni politiche che si sarebbero tenute nel marzo di quell’anno.
Signor direttore,
Da parecchie parti mi vien
domandato se son di parere che si debba prender parte o no alle elezioni
politiche.
Nel
numero di oggi del Messaggero leggo che anche in una riunione tenuta a
Senigallia, si interpretò variamente quello che io dissi in proposito, in una
conferenza a Napoli.
Ora è manifesto che non
importa punto sapere come io la pensi: importa invece moltissimo sapere quale
delle due opinioni
–
quella favorevole o quella
contraria alla partecipazione alle elezioni
–
sia la vera. E questo è quello che io vorrei discutere una volta per sempre per
tutti.
È risaputo che i socialisti
in lotta con i repubblicani e coi democratici, hanno sostenuto per molti anni,
e molti di essi sostengono tuttavia, che le forme politiche sono di nessun
valore, che tanto vale la monarchia quanto la repubblica, e che le libertà
sancite dagli Statuti sono una lustra, perché chi è povero è schiavo.
La questione sociale
–
si è detto
–
è tutta nella dipendenza
economica degli operai dai padroni: scalziamo questa e la libertà verrà da sé.
Questa è una grande verità.
Le libertà politiche
sono, ma chi pon mano
ad esse? Chi può esercitarle davvero sotto il regime attuale? Non può essere
politicamente libero il popolo che è economicamente schiavo. Ma, se le libertà
politiche e costituzionali hanno minor valore che generalmente non si creda, non
segue che esse non servano affatto. Servono tantochè il governo ce le strappa,
con intendimento di ritardare l’emancipazione della classe operaia.
Dunque esse hanno un valore
innegabile. Ma queste libertà non consistono semplicemente nel diritto di voto e
nell’uso che se ne può fare.
Sono anche i diritti di
riunione e di associazione, l’inviolabilità personale e del domicilio; il
diritto di non essere punito o perseguitato per semplice sospetto (come avviene
nei casi d’ammonizione e del domicilio coatto); ecc. ecc.
E queste libertà si difendono
non solo in Parlamento (il Parlamento, disse una volta il Lemoine,
somiglia a un certo giocattolo da bambini, che fa molto strepito
senza alcun frutto), ma si difendono sopratutto fuori del Parlamento,
lottando ogni qualvolta il potere esecutivo commette un arbitrio o una
prepotenza contro una classe di cittadini od anche contro un solo individuo,
siccome usa in altri paesi, dove anche senza tenere rappresentanti al
Parlamento, il popolo sa imporre al governo il rispetto delle sue libertà.
Con
questo non voglio dire che la lotta per la libertà
–
e fino
a un certo punto anche quella per il socialismo
–
non si
possa e debba fare anche durante le elezioni e nel Parlamento.
Io credo che noi combattendo
a oltranza, come abbiamo fatto, il parlamentarismo, ci si sia data la zappa
sui piedi: perché abbiamo contribuito a creare quest’orribile indifferenza del
pubblico per il sistema parlamentare non solo, ma anche per le libertà
costituzionali, sì che il governo ha potuto impunemente violarle, senza che un
grido solo di protesta siasi levato dai figli di coloro che dettero la vita per
conquistarle.
Il parlamentarismo non è la
fenice dei sistemi politici: tutt’altro! Ma per pessimo che sia, è sempre
migliore dell’assolutismo, al quale noi a grandi passi ci incamminiamo.
Dunque, oggi come oggi, al
partito socialista (nel quale comprendo anche gli anarchici non individualisti)
incombe la difesa della libertà.
Questa lotta, secondo me,
deve essere combattuta su tutti i terreni – compreso quello delle elezioni – ma
non su quello esclusivamente.
I socialisti anarchici non
hanno bisogno di candidati propri: essi non aspirano al potere e non sanno che
farsene. Ma essi devono protestare contro la reazione governativa, prendendo
parte all’agitazione elettorale, e va da sé che fra un candidato crispino o
rudiniano o zanardelliano, disposto a votare stati di assedio, leggi
eccezionali, eleggibilità di candidati politici
–
e magari massacri di
moltitudini affamate
–
e un socialista o repubblicano sincero, sarebbe follia preferire il
primo.
Essi però possono e devono dir chiaro e tondo
al popolo, che non s’illudono come taluni socialisti, di poter far breccia a
colpì di schede nella cittadella borghese e conquistarla.
Essi però possono e devono
dire ai socialisti stessi che il voto è un episodio della lotta per il
Socialismo, e non il più importante; la vera lotta deve essere fatta nel paese e
col paese sul terreno economico e sul politico.
“L’emancipazione dei
lavoratori deve essere opera dei lavoratori”; non può essere opera dei
politicanti.
Ecco la mia opinione sulla
più grave ragione di dissidio tra socialisti ed anarchici.
Sventuratamente questi e
quelli si son fatti del male
–
e, quel che è più,
–
si son detti delle insolenze
reciprocamente: e il ricordo fa velo ai loro occhi e impedisce loro di
considerare il vero interesse della causa.
Taluni caporioni legalitari
sono intolleranti e piccini (il giornale massimo del partito non ha avuto una
parola di protesta per il mio arresto singolarissimo a Firenze); gli anarchici
sono irosi e implacabili.
Fra i due litiganti ci gode
il governo.
MALATESTA: “Gli
anarchici contro il Parlamento”
Risposta di Malatesta a Merlino pubblicata dal
Messaggero il 7 tebbraio 1897. L’indicazione di Londra è messa dello
scrivente per sviare la polizia in quanto in quell’epoca egli si trovava In
Italia.
Londra, 2 febbraio 1897
Signor Direttore del
Messaggero,
Sono informato che i
socialisti parlamentari d’Italia van dicendo che io, d’accordo col Merlino
ritengo utile che i socialisti-anarchici partecipino alle lotte elettorali
votando per il candidato più avanzato.
Poiché mi fan l’onore di occuparsi della mia
opinione, non sarò stimato presuntuoso se mi affretto a far conoscere ad essi
ed al pubblico quel che veramente io penso della questione.
Io non contesto
certo al mio amico Merlino di pensarla come crede e di dirlo senza reticenze.
Sarebbe stato preferibile ch’egli prima di annunziare al pubblico un
cambiamento di tattica, che poi non ha alcun valore se non è accettata dai
compagni, discutesse maggiormente la cosa tra quelli del partito cui egli ha
finora appartenuto e col quale spero vorrà continuare a combattere. Ma anche
questo, più che colpa del Merlino, è colpa della crisi prolungata che ha
afflitto il nostro partito e dello stato di riorganizzazione ancora incipiente
in cui ci troviamo.
Però bisogna che consti che
ciò che ha detto Merlino relativamente al parlamentarismo e alle lotte
elettorali è niente altro che un’opinione personale, la quale non può
pregiudicare la tattica che sarà adottata dal partito socialista anarchico.
Per conto mio, per quanto mi
dispiaccia separarmi in una questione tanto importante da un uomo del valore di
Merlino ed al quale mi legano tanti vincoli d’affetto, sento il dovere di
dichiarare che, a parer mio, la tattica preconizzata da Merlino è nefasta, e
menerebbe fatalmente alla rinunzia di tutto intero il programma socialista
anarchico. E credo poter affermare che così la pensano tutti, o quasi tutti gli
anarchici.
Gli anarchici restano, come
sempre, avversari decisi del parlamentarismo e della tattica parlamentare.
Avversari del parlamentarismo, perché credono
che il socialismo debba e possa solo realizzarsi mediante la libera federazione
delle associazioni di produzione e di consumo, e che qualsiasi governo, quello
parlamentare compreso, non solo è impotente a risolvere la questione sociale e
armonizzare e soddisfare gl’interessi di tutti, ma costituisce per se stesso
una classe privilegiata con idee, passioni ed interessi contrari a quelli del
popolo che ha modo di opprimere con le forze del popolo stesso. Avversari della
lotta parlamentare, perché credono che essa, lungi dal favorire lo sviluppo
della coscienza popolare, tenda a disabituare il popolo dalla cura diretta dei
propri interessi ed è scuola agli uni di servilismo, agli altri d’intrighi e
menzogne.
Noi siam lontani dal disconoscere l’importanza
delle libertà politiche. Ma le libertà politiche non si ottengono se non quando
il popolo si mostra deciso a volerle; né, ottenute, durano ed han valore se non
quando i governi sentono che il popolo non ne sopporterebbe la soppressione.
Abituare il popolo a delegare
ad altri la conquista e la difesa dei suoi diritti, è il modo più sicuro di
lasciar libero corso all’arbitrio dei governanti.
Il parlamentarismo val meglio
del dispotismo, è vero; ma solo quando esso rappresenta una concessione fatta
dal despota per paura di peggio.
Tra il parlamentarismo
accettato e vantato, e il dispotismo subito per forza con l’animo intento alla
riscossa, meglio mille volte il dispotismo.
So bene che Merlino dà alle
elezioni una importanza minima e vuole, come noi, che la lotta vera si faccia
nel paese e col paese. Ma purtroppo i due metodi di lotta non vanno insieme, e
chi li accetta tutti e due, finisce fatalmente col sacrificare all’interesse
elettorale ogni altra considerazione. L’esperienza lo prova, e il natural amore
del quieto vivere lo spiega.
E Merlino mostra di ben
comprendere il pericolo quando dice che i socialisti-anarchici non hanno
bisogno di presentar candidati propri, poiché essi non aspirano al potere e
non sanno che farsene.
Ma è questa una posizione
sostenibile? Se nel Parlamento si può far del bene, perché gli altri e non noi,
che crediamo aver più ragione degli altri?
Se noi non
aspiriamo al potere, perché aiutare quelli che vi aspirano? Se noi non sappiamo
che fare del potere, che cosa se ne farebbero gli altri, se non lo esercitano a
danno del popolo?
Stia sicuro di questo il
Merlino: se oggi noi dicessimo alla gente di andare a votare, domani diremmo di
votare per noi. E saremmo logici. Io, in tutti i casi, se dovessi consigliare di
votare per qualcuno, consiglierei subito di votare per me, poiché credo (e in
questo probabilmente ho torto, ma è torto umano) di valere quanto un altro, e mi
sento sicuro della mia onestà e della mia fermezza.
Non ho, per certo, colle
precedenti considerazioni, detto tutto quello che vi sarebbe da dire, ma temo di
abusare troppo del vostro spazio. Mi spiegherò più ampiamente in appo-sito
scritto; né mancherà, lo spero, un atto collettivo del partito che riaffermi i
principi antiparlamentari e la tattica astensionista dei socialisti-anarchici.
Speranzoso che considererete
questa mia utile per informare il pubblico sul contegno che i vari partiti
osserveranno nelle venienti elezioni e che perciò vorrete pubblicarla, vi
ringrazio anticipatamente.
112, High
Street, Islington N. London.
MERLINO: “Anarchici e
socialisti nelle elezioni politiche”
Risposta di Merlino pubblicata dal
Messaggero il 10 febbraio 1897.
Signor direttore,
L’amico Malatesta, a nome
(pare) di tutti o quasi tutti gli anarchici ha creduto di poter
riaffermare in risposta alla mia lettera del 29 gennaio
–
e sembra che si prepari a
riaffermare anche con un altro suo scritto e con un atto collettivo
del partito
–
i principii
antiparlamentari e la tattica esclusionista
dei socialisti-anarchici.
Io li invidio, codesti
anarchici. Vorrei anch’io poter nutrire l’antica fede ai trionfi avvezza
(veramente non so se ai trionfi, ma certo alle battaglie). Vorrei anch’io aver
conservato le idee semplici e tutte d’un pezzo di dieci anni fa. Allora anch’io
m’illuderei e chiamerei lo stato di disfacimento del partito anarchico uno
stato di riorganizzazione incipiente. Anch’io direi di saper di sicuro in
qual modo,
–
e non altrimenti
–
si attuerà il socialismo.
Anche io ripeterei che il governo, ogni governo, non è che l’organizzazione
della classe privilegiata che opprime il popolo con le forze del popolo
stesso e che il popolo, nominando dei deputati, delega ad essi la
conquista e la difesa dei suoi diritti. E quando avessi detto ciò, mi
sentirei soddisfatto e aspetterei il gran giorno della grande rivoluzione, che
deve cambiare la faccia della terra, ma che ha il torto, secondo me gravissimo,
di farsi un po’ troppo aspettare.
Disgraziatamente, lo
confesso, son fatto alquanto maturo: e benché mi tornasse comodo, non voglio
buttarmi l’esperienza di dieci o quindici anni dietro le spalle. Son convinto
che il partito anarchico abbia sbagliato strada: son convinto che gli anarchici
tutti o quasi tutti, hanno lo stesso mio convincimento; e soltanto non osano
confessarlo, e non hanno la forza di animo necessaria per staccarsi dal loro
passato.
La tattica astensionista ha
portato questi due risultati: 1) ci ha separati dalla parte attiva e militante
del popolo; 2) ci ha indebolito di fronte al governo.
Si ha
un bel dire che per astensione non si vuol intendere inazione, ma bensì
partecipazione all’agitazione elettorale con propaganda anti-parlamentare.
Da quella logica, che l’amico mio invoca, gli anarchici astensionisti dovevano
finire ed hanno finito per starsene addirittura a casa; quando non hanno votato
sottomano per qualche candidato del loro cuore (come individui s’intende, non
come partito), senza dire di quelli che addirittura hanno passato il Rubicone,
e sono andati a schierarsi
–
per
mero desiderio di fare qualcosa
–
coi
socialisti legalitari.
Il governo poi ha profittato
del nostro isolamento per darci addosso in tutti i modi, legali e illegali. (Il
governo, si vede, non ha gli scrupoli che abbiamo noialtri).
E noi siamo ridotti al punto
di non poter fare la menoma propaganda. La polizia può, a suo libito,
imprigionarci, farci condannare, mandarci al domicilio coatto. Che resistenza
opponiamo noi? Nessuna.
La nostra è la guerra delle
braccia incrociate. Fossimo almeno partigiani della non resistenza al male;
avremmo di che consolarci. Niente affatto: noi aspettiamo che maturi la
rivoluzione. Frattanto noi abbiamo veduto in questi giorni che chi abbia potuto
portare una parola di incoraggiamento agli scioperanti di Civitavecchia è stato
un deputato socialista. E continuiamo a dire che non serve a nulla la lotta
parlamentare!
Malatesta dice:
Se dobbiamo votare
pei socialisti o
pei repubblicani, tanto varrebbe andare noi medesimi al Parlamento.
Per
noi non si tratta, come pei socialisti, di riuscire noi, e andare ad attuare il
nostro programma in pieno Parlamento, al cospetto del colto e dell’inclita; ma
si tratta di aiutare a riuscire quanto più oppositori sinceri ed energici del
governo è possibile
–
trecento Imbriani, per così dire
–
ma
degli Imbriani che non si contentino di bombardare d’interpellanze al
Parlamento i ministri, ma muovano una guerra seria e continua al governo nel
paese, giovandosi anche, finché non ne siano privati, delle prerogative
parlamentari.
Malatesta afferma che la
lotta extra-parlamentare per la libertà non si possa fare, quando si fa la
lotta elettorale. Io penso precisamente il contrario.
Quello poi che non posso
concedergli a nessun patto è che la tattica parlamentare lungi dal favorire
lo sviluppo della coscienza popolare, tende a disabituare il popolo dalla cura
diretta dei propri interessi.
Questo è
dottrinarismo schietto. L’agitazione elettorale socialista strappa le
moltitudini dalla loro indifferenza ereditaria per le pubbliche faccende: in
Italia essa ha conquistato alla nostra causa regioni, che si erano addimostrate
e sono tuttavia refrattarie alla propaganda anarchica.
Il parlamentarismo ha i suoi
inconvenienti: ma che cosa non ne ha? Quale tattica, o agitazione, o azione,
potrebbe consigliare il Malatesta, la quale non presenti inconvenienti uguali,
se non maggiori? Alcuni nostri amici si sono dati ad organizzare cooperative:
lavoro utilissimo anche questo: ma non è il nostro lavoro.
Nè i soci delle cooperative
possono essere tutti socialisti e anarchici: nè il governo tollererebbe
cooperative cosiffatte. Senza dire che non poche cooperative diventano, vià
facendo, intraprese capitalistiche: talune nascono addirittura tali.
Che fare dunque? organizzare
società operaie di resistenza? Ma appena queste cominciano ad essere numerose e
potenti (come le Unioni inglesi) ecco sorgere uno stato maggiore di presidenti,
vice presidenti, segretari e cassieri
–
insomma un parlamentarismo da
degradare... quell’altro.
Il
parlamentarismo non è un principio, è un mezzo: sbagliano quelli che ne fanno
una panacea, ma sbagliano anche quelli che lo guardano con sacro orrore, come se
fosse la peste bubbonica.
E non è poi vero che il
parlamentarismo sia destinato a sparire interamente. Qualcosa ne rimarrà anche
nella società che noi vagheggiamo. Io ricordo uno scritto che Malatesta inviò
alla conferenza di Chicago del 1893: dove egli sosteneva che per talune cose il
parere della maggioranza dovrà necessariamente prevalere su quello della
minoranza.
Ma a parte ciò, anche data
l’unanimità, non tutti quelli che hanno deliberato si porranno ad eseguire in
massa le loro deliberazioni. A meno di non ammettere quest’aforisma, che io ho
ragione di credere che il Malatesta con me ripudi, bisognerà distribuire gli
incarichi affidandoli ai più capaci.
Ed ecco questi incaricati
formeranno un governo o un’amministrazione.., per carità non sofistichiamo sulle
parole. Un minimo di governo o di amministrazione ci sarà anche nella società
meglio organizzata: solo dobbiamo studiare i modi di renderlo innocuo, di
impedire che i pochi si arroghino un potere sulle moltitudini, di ottenere che
il popolo eserciti un sindacato continuo ed effettivo sui suoi amministratori o
delegati.
Io riconosco gl’inconvenienti
del sistema parlamentare e desidero eliminarli, ma non già tornare al
dispotismo.
Riconosco pessimo
l’ordinamento attuale della giustizia, ma non vedrei volentieri un ritorno alla
legge di Lynch, nè al sistema della vendetta privata
–
come riconosco i torti della
giuria ma non vorrei rimettere la mia libertà nelle mani del giudice togato.
Riconosco l’ingiustizia delle
leggi: ma non vorrei tornare al tempo in cui la volontà dei principe era legge.
Voglio insomma progredire da
buon positivista, che crede la società si perfeziona, non si rifonde e
rimodella, né si rifà con una ricetta di principi astratti. Son convinto che i
socialisti, tutti
–
anarchici marxisti e
repubblicani
–
hanno a un dipresso le stesse
aspirazioni; e vorrei vederli tutti lottare insieme: e francamente vorrei
vedere qualche risultato. Mi rincrescerebbe morire nell’aspettativa in cui vivo
da parecchi anni.
MERLINO: “Gli anarchici e le elezioni”
Ulteriore intervento di Merlino, questa volta sull’Avanti!
del 9 marzo 1897.
Una mia dichiarazione nel
Messaggero del 29 gennaio in favore della lotta politica parlamentare come
mezzo e stimolo ad una vasta e feconda agitazione popolare, ha dato luogo ad
una polemica, che dalle colonne di quel giornale si è spostata sulla stampa
socialista e anarchica. Io non ho risposto che a uno solo dei miei
contraddittori, il Malatesta, amico mio da molti anni, col quale ho finito
sempre, benché differissimo temporaneamente – e spero di finire anche stavolta
– col trovarmi d’accordo. Ad altri rispondo ora collettivamente, perché mi preme
di dire tutto il mio pensiero e di chiudere, per conto mio, una polemica
alquanto ingrata.
Si afferma che
la lotta politica parlamentare sia contraria ai principi socialisti anarchici.
L’asserzione è una di quelle che, avventate da qualcuno, passano di bocca in
bocca e si ripetono fino a diventare assiomatiche in un dato circolo di
persone, senza che nessuno le abbia ponderate.
Intendiamoci. Quello che è
contrario ai principi nostri è il partecipare al governo come ministri, come
impiegati, come poliziotti, come giudici, magari come legislatori... Sì, anche
come legislatori, perché io sostengo che il deputato o socialista o operaio o
rivoluzionario dev’essere non un legislatore, bensì un agitatore.
Ma non è contrario ai nostri principi che il popolo eserciti un’ingerenza,
per quanto indiretta e di poco valore, nell’amministrazione della cosa
pubblica. Noi possiamo e dobbiamo dolerci che quest’ingerenza oggi sia minima;
che la sovranità popolare duri il quarto d’ora delle elezioni; che poi gli
elettori, tornati a casa – il contadino all’aratro, l’operaio all’officina –
gli eletti rimangano arbitri della cosa pubblica e dispongano a loro talento
dei più gravi interessi del Paese. Questo è il male, non la partecipazione di
una parte del popolo all’elezione dei deputati e di alcuni pubblici
amministratori.
Ora a questo male non si
rimedia astenendosi dalle urne; ma bensì inducendo il popolo anzitutto ad
esercitare con coscienza e vigore quella poca autorità che ha, poi a reclamarne
una maggiore; abituandolo a lottare e prolungando la lotta oltre il breve
periodo elettorale.
La lotta politica deve
svolgersi nel Parlamento e fuori del Parlamento. Qui sta la differenza fra il
mio modo d’intenderla e quello dei politicanti e purtroppo anche di taluni
socialisti e di molti democratici.
Per costoro la lotta politica
sta tutta nel mandare alla Camera il maggior numero possibile di deputati del
proprio partito.
Per me invece l’elezione dei
deputati ostili al governo non è che un modo di agitazione popolare, e il
compito dei deputati non è già di proporre leggi e di chiacchierare sugli ordini
del giorno presentati alla Camera; ma di combattere la maggioranza parlamentare
e il governo, di denunziare al Paese gli arbitrii e le prepotenze e di prendere
parte a tutte le agitazioni popolari, lasciandosi magari imprigionare coi loro
elettori.
Purtroppo i deputati
democratici d’oggi non fanno nulla di tutto questo; tengono a bada il popolo
con discorsi e interpellanze, ma si guardano bene dal promuovere o secondare
serie agitazioni.
Il governo scioglie associazioni, proibisce
riunioni, calpesta le libertà popolari. L’on. Cavallotti a chi domandava che
intendeva di fare, rispondeva: Ne parlerò alla Camera.
Le aule universitarie sono
invase da poliziotti, i quali malmenano professori e studenti. Pazienza: l’on.
Cavallotti ne parlerà alla Camera.
Le flotte
europee cannoneggiano gl’insorti di Candia, e la diplomazia soffoca il grido di
libertà dei popoli gementi sotto la dominazione turca. Consoliamoci: Cavallotti
ne parlerà alla Camera.
Francamente, questa non è
condotta di democratico; ma di uno che diffida del popolo e crede che le grandi
e piccole questioni politiche si debbano trattare nelle alcove ministeriali o
in quell’anticamera del ministero che è il Parlamento nazionale.
Noi invece dobbiamo volere che il popolo faccia
valere la sua volontà e i suoi interessi contro la volontà e gl’interessi della
consorteria dominante, che esso lotti sul terreno politico come sull’economico,
per la propria emancipazione; e guardi al governo non come ad un padrone cui si
debbono ubbidienza ed ossequio, ma come ad un servitore cui si comanda e che si
può congedare quando non faccia il suo dovere o non si abbia più bisogno
dell’opera sua.
Anni addietro gli operai
delle nostre grandi città si peritavano di ingerirsi di politica. I conservatori
alla Pepoli insinuavano che è dovere degli operai di occuparsi unicamente dei
propri interessi economici, rimanendo estranei a ogni agitazione politica; e
tutt’al più concedevano loro di andare ad acclamare i sovrani e i ministri alle
stazioni e a votare, nelle elezioni politiche e amministrative, pei loro
benemeriti padroni.
Fu un progresso che gli
operai cominciassero a votare per individui della loro classe, e molti di essi
concepissero l’ambizione d’andare al Parlamento e ai consigli comunali e
provinciali; ed un progresso maggiore fu fatto quando, costituitosi il partito
socialista, essi andarono a votare per una grande idea.
Ora rimangono tuttavia
moltitudini di operai e di contadini ligi ai padroni, che li sfruttano
economicamente e politicamente, come lavoratori e come elettori. È forse
contrario ai nostri principi tentare di strappare queste moltitudini alla loro
servitù e gettarle nella lotta politica, magari se si debba cominciare dalle
elezioni?
Ma si dirà, se non è contrario ai nostri
principi che il popolo, invece di lasciare la scelta dei deputati e dei
consiglieri alla classe dominante, concorra anch’esso alla loro elezione, è
certamente contrario ai nostri principi accettare il mandato, andare alla
Camera o al Municipio, votare le leggi, convalidare gli atti del governo e
partecipare alle spoglie del potere.
D’accordo: ma io ripeto, si
può andare al Parlamento o al Consiglio comunale non a governare, bensì a
combattere il governo; non a far leggi, ma a dimostrare l’ingiustizia delle
leggi che ci sono; non a mettere la mano nel sacco. ma a gridare ai ladri. Si
può andare al Parlamento come un operaio, delegato dai suoi compagni, va in
un’adunanza di padroni a discutere le condizioni di lavoro; o come un imputato
o il suo difensore va in tribunale a dire le sue ragioni o quelle del suo
cliente, anche quando non riconosce l’autorità dei giudici. Fino a che vige
l’attuale sistema, l’imputato si deve difendere, l’operaio deve sforzarsi di
ottenere condizioni meno dure dal padrone, e il popolo deve schermirsi dalla
tirannide, mettendo bastoni fra le ruote del governo.
Per poco che valgano le
elezioni, valgono a strappare qualche concessione al governo o ad imporgli un
certo riguardo per l’opinione pubblica. E per poco che valga la presenza di
socialisti o di rivoluzionari al Parlamento, vale qualche volta ad impedire una
grave ingiustizia. E per poco che valgano le immunità parlamentari, non si può
negare che molte riunioni si tengono grazie alla presenza di deputati. Oh! il
governo restringerebbe volentieri l’elettorato, il numero dei deputati e le
immunità che essi godono: e sarebbe felicissimo se potesse far senza
addirittura di deputati e di elezioni.
Gli stessi anarchici
astensionisti riconoscono che qualche frutto si può ricavare dalle elezioni; e
qui a Roma hanno deliberato di proporre il Galleani per liberarlo dal domicilio
coatto. Ottima idea, anche perché il Galleani è giovane intelligente, sincero
ed energico, tre qualità che non si trovano riunite in molti uomini. Ma, dico
io, supponete che riesca, rinunzierà egli poi per tornare forse al domicilio
coatto – donde voi dovreste trarlo fuori con una nuova elezione – e così di
seguito?
E se non è contrario ai
principi votare per liberare un coatto politico, sarà contrario ai principi
votare per impedire al governo di fare di noi altrettanti coatti politici?
Il governo annunzia per la
prossima legislatura il rimaneggiamento della legge sul domicilio coatto, una
restrizione dell’elettorato e il prosieguo degli scioglimenti di associazioni e
delle proibizioni di riunioni; i suoi candidati sono disposti ad approvare tutto
questo, e magari nuovi stati d’assedio e nuovi massacri di moltitudini
affamate.
Lasceremo fare? Staremo
inerti spettatori di una lotta di cui le conseguenze ricadono su di noi? Per
poco che l’opera nostra valga ad impedire la riescita di candidati
ministeriali, vi rinunceremo noi, e rinunciandovi non faremo noi cosa grata al
governo?
Ma
taluni davvero si compiacciono della reazione. Perché a dispetto delle
persecuzioni le idee progrediscono, essi si immaginano che progrediscano a
causa delle persecuzioni. C’è chi ripete ciò che scrive Malatesta: il
dispotismo essere da preferire all’ibrido sistema attuale.
Supponiamo che il governo li
prenda in parola e faccia un colpo di stato: sopprima il Parlamento, tolga la
libertà di stampa e riduca l’Italia allo stato politico della Russia. Mi dicano
sinceramente i miei amici: la causa del socialismo ci guadagnerebbe? o la lotta
per il costituzionalismo assorbirebbe e impedirebbe per molti anni la lotta per
il socialismo, come appunto avviene in Russia?
Mi si dirà: Questi a cui
avete accennato, sono i vantaggi della lotta elettorale. Ad essi si
contrappongono danni di gran lunga maggiori: la corruzione, le ambizioni, i
compromessi coi partiti affini. Potrei rispondere che danni di questo genere si
verificano in ogni opera nostra: sono il tributo che si deve pagare
all’imperfezione dell’umana natura.
Se noi impiantiamo un
giornale, ecco sorgere ambizioni, invidie, gelosie e magari (se il giornale
prospera) un interesse economico in questo o in quello dei suoi redattori od
amministratori. Rinunceremo noi, per questo inconveniente, a propagare le nostre
idee per mezzo della stampa?
E non dirò che l’ambizione
può essere utile, perché non tutti gli uomini che lottano per un’idea, son
mossi ad agire dalla pura convinzione della giustizia della loro causa. Molti
eroi delle passate rivoluzioni furono spinti al sacrificio dal desiderio di far
parlare di sé, da gelosia, da angustie finanziarie in cui versavano: e possiamo
ammettere che anche oggi gli uomini praticano il bene per una varietà di motivi
buoni, mediocri e cattivi.
In talune località il partito
socialista è sorto perché taluni vi hanno scorto un mezzo di andare al
Consiglio comunale o al Parlamento. Meglio che sia sorto così che non sorgesse
affatto. Man mano si verrà depurando; perché la forza del socialismo sta in
ciò, che esso risponde ai grandi interessi della grande maggioranza del popolo;
e quando questo si fa innanzi, le ambizioni e le vanità individuali devono
cedere e scomparire.
Ma è poi vero che le elezioni
siano niente altro che una scuola di corruzione? Quelli che vanno a votare per
il candidato socialista o operaio o rivoluzionano, sfidando ire governative e
ire padronali e rimettendoci qualche soldo, non mi pare che si corrompano; al
contrario si appassionano per la Causa, e lo stesso ardore che mettono nella
lotta elettorale, posson metterlo in altro genere di lotta. Non credo che i
ferventi elezionisti debbano essere necessariamente tiepidi rivoluzionari.
Ma la lotta elettorale ci obbliga a compromessi.
Anche qui potrei rispondere che compromessi ne facciamo tutti i giorni,
lavorando per un padrone od esercitando una professione, un commercio,
notificando alla polizia le riunioni pubbliche da noi indette, mandando al
procuratore del re la prima copia dei nostri giornali, ricorrendo ad avvocati
che ci difendano avanti ai tribunali, intendendoci con altri partiti per date
agitazioni. E se domani, fatta la rivoluzione, dovessimo attuare il socialismo,
dico e sostengo che saremmo costretti a fare dei compromessi, se pure non
volessimo imporre le nostre idee agli altri o sottometterci alle altrui.
Ma i compromessi elettorali
possono cadere sui voti, non debbono cadere sui principi: si capisce che
compromessi che offendano i principi, non si debbono accettare.
D’altra parte, se la nostra
partecipazione alle elezioni non producesse altro vantaggio che quello di
avvicinarci ai partiti affini, facendoci riconoscere ciò che vi può essere di
giusto nei loro programmi – e di avvicinare i partiti affini a noi, facendoli
convenire in una parte almeno delle nostre rivendicazioni – di accostare tutti
al popolo e indurci a tener conto dei veri bisogni e sentimenti e delle vere
aspirazioni di esso, solo per questo sarebbe da approvare.
In Germania, in Francia, nel
Belgio l’interesse elettorale ha spinto i socialisti a consacrare una parte
delle loro forze alla propaganda nelle campagne, per guadagnare i contadini alla
causa del socialismo. Basterebbe questo fatto a giustificare la tattica
elettorale; perché chi è che non vegga che senza il concorso dei contadini una
rivoluzione socialista non è possibile, e pure scoppiando, terminerebbe in un
disastro.
Io non sono profeta, ma ho predetto ai miei
amici astensionisti che (dove non ricorrano al ripiego del candidato protesta)
essi non faranno neppure la propaganda astensionista.
Le elezioni si faranno, tutti
i partiti si affermeranno: di voi e dei vostri principi e degli interessi che
vi stanno a cuore, non si parlerà. Sarete dimenticati.
E lo ripeto, e i fatti mi
daranno ragione. L’astensione ha la sua logica. Dal momento che le elezioni non
servono, tanto vale starsene a casa. D’altronde, la gente è poco disposta ad
ascoltare predicozzi; e durante l’agitazione elettorale non si appassiona che
per quei principi che prendono corpo e persona, che diventano, per cosi dire,
candidati.
Se volete dunque che si
discuta di anarchia – ho detto e ripeto ai miei amici – dovete schierarvi pro o
contro qualcuno. A questa condizione la vostra parola sarà ascoltata; la vostra
opinione rispettata, condivisa o combattuta, ad ogni modo discussa; la vostra
amicizia ricercata e la vostra inimicizia temuta.
Ma gli astensionisti non
intendono queste ragioni. Essi sono dottrinari e argomentano così: “Il
parlamentarismo è contrario ai principi anarchici. Dunque noi dobbiamo
combatterlo con la parola, aspettando che si presenti l’occasione di
distruggerlo coi fatti. Se poi le nostre forze bastano o no a quest’opera; se
l’occasione tarda e frattanto il popolo langue e si scoraggia; se il popolo
seguirà o no la nostra iniziativa; se le nostre idee si attueranno oggi o di
qui a mille anni; o se per avventura siano troppo semplici e astratte per essere
applicate, – tutto ciò non ci riguarda. Affermiamo le idee: esse troveranno la
strada di attuarsi. Il popolo ammirerà la nostra coerenza e verrà a noi. E se
anche non venisse, se pure le nostre idee dovessero non attuarsi né ora né mai,
noi avremo fatto il nostro dovere. I mezzi termini ci indeboliscono,
corrompono, dividono: la verità sola, detta tutta intera e senza ambagi, ci può
salvare”.
Prima di tutto, questo modo
di ragionare implica il convincimento che essi soli, gli anarchici
astensionisti, siano nel vero, che posseggano tutta intera la verità, e che
non c’è che un modo di risolvere la questione sociale, ed è quello da essi
proposto.
Poi, il ragionamento è
radicalmente sbagliato. Le idee non valgono per se stesse, ma per l’azione che
esercitano sulla sorte degli uomini.
Una verità che non si può attuare, non può essere perfettamente vera; un
partito che non riesce a guadagnare alla sua causa la moltitudine, ha sbagliato
strada. La lotta deve avere un fine immediato; dove tanti milioni di nostri
simili soffrono giornalmente, è insensatezza consumare le proprie energie in
guerricciole di partito e in quisquilie accademiche.
Il sistema parlamentare può
non convenire alla società futura; frattanto la lotta elettorale ci offre mezzi
e opportunità di propaganda e di agitazione. Essa ha anche inconvenienti come
tutte le cose di questo mondo. Molto dipende dal modo come si fa.
Che direbbero gli anarchici a
chi argomentasse cosi: la violenza è contraria ai nostri principi; dunque non
dobbiamo usare la forza neanche per difendere la nostra vita?
Risponderebbero certamente che l’uso della forza
ci è imposto dalle condizioni della società in cui viviamo; e così rispondo io
ai loro argomenti contro la lotta politica parlamentare.
È vero o non è vero che l’uso
dei mezzi legali ci è imposto nei tempi ordinari, come quello della violenza
nelle occasioni straordinarie? Io dico di si.
Non ci illudiamo. Sopra cento
persone se ne possono trovare magari dieci capaci di affrontare la morte sul
campo di battaglia o in una insurrezione; ma se ne troverà sì e no una disposta
ad affrontare le piccole persecuzioni di tutti i giorni, ad andare in carcere,
a farsi mandar via dal padrone, a veder la moglie e i figlioli soffrire la fame.
E i pochissimi che resistono
a queste persecuzioni, il governo li conta, li sorveglia, li aggredisce e li
sbaraglia in un momento.
Un partito veramente
rivoluzionario deve stendere le sue propaggini fra il popolo, e questo non può
farlo se non con un’azione che non sia esposta a troppi pericoli in tempi
ordinari. La lotta elettorale risponde appunto a questa condizione; e non si può
negare che, per averla adottata, il partito socialista è riuscito a riunire un
gran numero di operai nelle sue file.
Viceversa, gli anarchici
hanno veduto diradare le loro, appunto perché si son voluti ostinare nella loro
tattica astensionista; ed io non dubito che, se continueranno ad ostinarsi,
cesseranno addirittura di esistere come partito; e di essi non si parlerà, come
già non se ne parla, se non quando al governo piaccia di perseguitarli per
sfogare su di essi la sua libidine di persecuzione.
Riepilogando, senza credere
che la questione sociale possa essere risolta per mezzo di leggi e di decreti,
io sono per la lotta elettorale e parlamentare:
·
perché non è
contrario ai principi socialisti e anarchici che il popolo faccia valere la sua
volontà e i suoi interessi in tutti i modi possibili;
·
perché è
necessario sottrarre le classi lavoratrici alla loro dipendenza ereditaria da
proprietari e da padroni, impedire che siano tratte alle elezioni come gregge,
ed esercitarle alla vita pubblica e alla vita politica;
·
perché le
elezioni offrono opportunità di propaganda, di agitazione e dì protesta contro
gli arbitrii e le prepotenze del governo, come gli stessi astensionisti
riconoscono con le loro candidature-protesta;
·
perché nel
momento attuale sono la quasi unica affermazione che ci è consentita, e il
governo vuole contenderci anche questa, e sarebbe insensatezza cedergli;
·
perché, in generale, noi abbiamo il dovere di non abbandonare le libertà che i
nostri padri conquistarono combattendo, ma di difenderle energicamente e
accrescerle;
·
perché, senza
credere molto efficace l’opera dei deputati socialisti, operai o rivoluzionari
alla Camera, è invece utilissima l’azione che essi possono e devono spiegare a
pro della causa fuori del Parlamento;
·
perché
l’esperienza ha dimostrato che erano esagerati i nostri timori per l’influenza
corruttrice dello ambiente parlamentare sugli eletti del nostro partito; anzi il
contrasto fra gli uomini di carattere e disinteressati che il socialismo pone
innanzi come suoi rappresentanti e i rappresentanti corrotti e versipelle
della borghesia, non può che conquistare alla nostra causa la simpatia della
parte sana della popolazione;
·
perché, infine,
noi dobbiamo partecipare a tutte le lotte e agitazioni popolari, e spiegare la
nostra azione in mezzo alla massa, non nei piccoli conciliaboli del partito.
Possano queste ragioni
convincere i miei amici e indurli a uscire dal riserbo che si sono imposti, e a
portare il contributo delle loro forze nell’attuale canipagna elettorale contro
il governo e per la difesa della Libertà e della Giustizia. Quanto a me, ripeto
che il mio scopo, nei combattere la sterile tattica astensionista, non è stato
di soddisfare una mia ambizione personale e accrescere di uno il numero dei
deputati socialisti al Parlamento.
MALATESTA: “Le candidature protesta”
Breve
nota di Malatesta pubblicata sull’Agitazione
del 14 marzo 1897. Essa riguarda solo il problema delle candidatura protesta
I nostri compagni di Roma
portano candidato lo amico nostro Luigi Galleani, domiciliato coatto, ed altre
candidature protesta pare sieno state messe in altri posti. È difficile e penoso
per noi dire franca e schietta la nostra opinione. Quando degli uomini che noi
stimiamo ed amiamo e che molto han fatto e più faranno ancora per la causa
nostra, stanno in galera o al domicilio coatto e si propone un mezzo per farli
mettere fuori, come si fa a dire, per quanto cattivo sia il mezzo: no,
lasciateli dentro!
Nullameno
faremo forza a noi stessi ed apriremo intero l’animo nostro. Se altri ci troverà
troppo intransigenti, ce lo perdoni in considerazione del fatto che in carcere
ed al coatto ci siamo stati anche noi, che siamo sempre esposti a tornarci e che
possiamo permetterci di essere severi con gli altri perché abbiamo la coscienza
che sapremmo essere severi con noi stessi. In quanto agli amici candidati essi
ce lo perdoneranno di certo perché sapranno apprezzare i nostri motivi: anzi di
alcuni di loro sappiamo che sono completamente d’accordo con noi sull’argomento.
La candidatura protesta, specialmente quando si è sicuri che l’eletto non vorrà
a nessun costo fare il deputato, non è per se stessa contraria ai nostri
principi e nemmeno alla nostra tattica; ma è nullameno una porta aperta
all’equivoco ed alle transazioni. È il primo passo su di un pendio
sdrucciolevole sul quale difficile è l’arrestarsi.
Già se si vuol votare per un
candidato di protesta, bisogna essere elettore; quindi bisogna iscriversi, e chi
non si iscrive è un negligente che non prepara i mezzi per raggiungere i suoi
fini. Un passo ancora, un piccolo passo, e diremo anche noi, imitando i
socialisti: Non è buon anarchico chi non si iscrive elettore. E
quando si è iscritti e non si ha sotto mano un candidato protesta, forte è la
tentazione di andare a votare lo stesso... per favorire un amico o per far
dispetto ad un avversario. Siamo uomini tutti e costa tanto poco l’andare a
mettere una scheda dentro un’urna. L’esperienza insegni.
Poi viene la questione della
condotta dell’eletto. Sentite Merlino? egli già mette il cuneo nel fesso del
ragionamento e vi dice: Quando avrete cavato Galleani dal domicilio coatto
nominandolo deputato, dovrà egli dimettersi perché sia mandato di nuovo al
coatto e voi vi divertiate a cavarvelo ancora?
Noi siamo sicuri che Galleani,
se fosse eletto, a Montecitorio non ci andrebbe o ci andrebbe solo un momento
per sputar in viso ai deputati il suo disprezzo, ma la ragione resta lo stesso,
questa volta, dalla parte di Merlino. E poi, avrebbero tutti la forza d’animo
che noi conosciamo nel Galleani?
Le candidature protesta ci han ridato qualche
compagno e noi ce ne rallegriamo di cuore. Ma non possiamo nasconderci che esse
han fatto al nostro partito un torto grandissimo.
La candidatura Cipriani, per esempio, riuscì
a liberare il Cipriani; ma fu pur essa che insinuò il parlamentarismo in Romagna
e ruppe la compagine anarchica di quella regione.
Con questo noi non intendiamo
biasimare i compagni di Roma. Al contrario, comprendiamo ed apprezziamo i loro
motivi generosi. Solo ci lamentiamo che il partito nostro sia in così tristi
condizioni da non poter far altro a pro dei nostri proscritti che ricorrere al
mezzo debole e pericoloso delle candidature di protesta.
Lavoriamo, propaghiamo,
organizziamo e potremo in seguito ottenere a favore dei nostri delle
manifestazioni dell’opinione pubblica ben più significative e ben più efficaci
delle elezioni.
MALATESTA: “Anarchia e parlamentarismo: risposta a Saverio Merlino”
Esauriente risposta a Merlino. Malatesta la pubblica
sull’Agitazione del 14 marzo 1897.
I parlamentaristi sono in
festa: a sentir loro astensionisti non ve ne sono più, perché... Merlino si è
convertito alle lotte elettorali. Essi credono che gli anarchici seguano
ciecamente, come bene e spesso succede tra loro, questo o quell’uomo; noi invece
riteniamo che Merlino resterà solo e dovrà cercare i suoi collaboratori fuori
del campo anarchico, perché i principi anarchici mal si conciliano con la fatica
da lui sostenuta. Consta intanto che finora nessun anarchico che si sappia ha
fatto adesione alle idee del Merlino.
Merlino nega (vedi
l’Avanti! del 9 marzo) che la lotta politica parlamentare sia contraria ai
principi socialisti-anarchici.
Intendiamoci
bene. Quello che è contrario ai nostri principi è il parlamentarismo, in tutte
le sue forme e tutte le sue gradazioni. E noi riteniamo che la lotta elettorale
e parlamentare educa al parlamentarismo e finisce col trasformare in
parlamentaristi coloro che la praticano.
Merlino, che pare si dica
ancora anarchico e pare vada facendo continue riserve sull’ abolizione piena ed
intera del parlamentarismo ed accampa la fede nuovissima nella possibilità di
un governo che sia servitore del popolo e si possa congedare quando non faccia
il suo dovere o non si abbia più bisogno dell’opera sua, dovrebbe innanzi tutto
spiegarci che cosa sarebbe questa sua anarchia parlamentare. Finora il
socialismo anarchico alla fin fine, non è stato che il socialismo
antiparlamentare; perché allora continuare a chiamarlo anarchico?
L’astensione degli anarchici
non è da confrontare con quella, per esempio, dei repubblicani. Per questi
l’astensione è una semplice questione di tattica: si astengono quando credono
imminente la rivoluzione e non vogliono distrarre forze della preparazione
rivoluzionaria; votano quando non hanno di meglio da fare, ed il loro meglio è
molto ristretto poiché rifuggono per ragioni di classe dalle agitazioni
sovvertitrici degli ordini sociali. In realtà essi stanno sempre sul buon
cammino: essi vogliono un governo parlamentare e gli elettori che conquistano
adesso sono sempre buoni per mandarli un giorno alla costituente.
Per noi invece, l’astensione
si collega strettamente con le finalità del nostro partito. Quando verrà la
rivoluzione (fra mille anni, s’intende, ci badi il procuratore del re) noi
vogliamo rifiutarci a riconoscere i nuovi governi che tenteranno d’impiantarsi,
noi non vogliamo dare a nessuno un mandato legislativo e quindi abbiamo bisogno
che il popolo abbia ripugnanza delle elezioni, si rifiuti a delegare ad altri
l’organizzazione del nuovo stato di cose, e quindi si trovi nella necessità di
fare da sé.
Noi dobbiamo far sì che gli
operai si abituino, fin da ora, per quanto è possibile, nelle associazioni di
ogni genere, a regolare da loro i propri affari, e non già incoraggiarli nella
tendenza a rimettersene in altri.
Merlino per ora dice ancora
che le elezioni debbono servire come mezzo di agitazione, che gli eletti
socialisti non debbono essere legislatori, e che la lotta importante si deve
fare nel popolo, fuori del parlamento.
Ma senta un po’ i suoi amici
dell’Avanti! Quelli sono logici. Essi vogliono andare al potere – per
fare il bene del popolo, noi non ne dubitiamo – e quindi hanno ogni interesse a
educare il popolo a nominare dei deputati e ad abituarsi essi a saper governare;
Ma Merlino dove vuole
arrivare? Resterà egli eternamente tra il sì ed il no, tra il mi decido e non mi
decido?
Egll col suo temperamento di
uomo attivo si deciderà certamente, e noi crediamo, e ce ne addoloriamo
davvero, che si deciderà col buttare a mare ogni reminiscenza anarchica e
diventare un semplice parlamentarista. Già non mancano i sintomi che
preannunziano la sua decisione definitiva.
Nella
sua prima lettera al Messaggero la lotta parlamentare era un semplice
episodio di scarsa importanza. Nella sua seconda le associazioni di resistenza,
le cooperative ed il resto riescono a male e non si può far altro che andare al
parlamento. Nella sua prima lettera gli anarchici dovevano mandare gli altri al
parlamento, ma non andarci loro; nell’articolo su l’Avanti! già si dice
che i deputati possono fare tante belle cose che sarebbe veramente un tradimento
il rifiutarci a fare anche noi la nostra parte. E poi si parla di farsi
arrestare col popolo. Come perdere la bella occasione di sacrificarsi per il
popolo?
Merlino, ne siamo convinti
perché lo conosciamo, è sincero quando dice di non volere andare al parlamento.
Ma la logica della posizione sarà più forte di lui, ed egli al parlamento ci
andrà... se vorranno mandarcelo.
Tutta la forza
dell’argomentazione di Merlino consiste in un equivoco. Egli pone in
contrapposto da una parte la lotta elettorale e dall’altra l’inerzia,
l’indifferenza e l’acquiescenza supina alle prepotenze del governo e dei
padroni; ed è chiaro che il vantaggio resta alla lotta elettorale.
A questa stregua sarebbe
facile il dimostrare che è una buona cosa andare a messa ed aspettare ogni bene
dalla divina provvidenza, poiché l’uomo che crede nell’efficacia della
preghiera è sempre superiore all’idiota che nulla desidera, nulla spera e nulla
teme.
Ne segue da ciò che noi
dovremmo metterci a predicare alla gente di andare in chiesa e sperare in Dio?
La questione è tutt’altra. Si
tratta di cercare qual’è il mezzo più efficace di resistenza popolare, qual’é la
via che, mentre soddisfa ai bisogni del momento, conduce più direttamente ai
destini futuri dell’umanità, qual’è il modo più utile d’impiegare le forze
socialiste.
Non è vero che senza il
parlamento mancano i mezzi per far pressione sul Governo e metter freno ai suoi
eccessi. Al contrario. Quando in Italia non v’era il suffragio popolare, v’era
una libertà che oggi ci sembrerebbe grande; e le violenze governative, molto
minori di quelle di Crispi e Di Rudini, provocavano un’indignazione e una
reazione popolare di cui oggi non si ha più l’idea. Lo stesso suffragio, di cui
fan tanto caso, è stato naturalmente ottenuto quando il suffragio non v’era;
ed ora che v’è, minacciano di toglierlo… effetto miracoloso della sua
efficacia!
Merlino dice che Malatesta ha
scritto che il despotismo è da preferire all’ibrido sistema attuale. Se la
memoria non ci falla, scrisse Malatesta che al parlamentarismo accettato e
vantato è da preferirsi il despotismo
subito per forza e coll’animo intento alla rivolta. È una cosa ben
differente, ed in quella differenza sta la ragione della nostra tattica. Se il
governo riducesse l’Italia allo stato politico della Russia, noi non dovremmo
riprincipiare la lotta per il costituzionalismo, perché sappiamo già quanto
valgono le costituzioni e troveremmo modo di lottare per i nostri ideali anche
senza quelle larve di libertà che servono piuttosto ad illudere le masse che a
favorirne il progresso.
I socialisti parlamentari
invece, imperniando tutta la loro attività intorno alla lotta elettorale, si
condannano ad un lavoro di Sisifo; ed ogni volta che al governo piace di
menomare le libertà politiche e le garanzie costituzionali, essi debbono
mettere da parte il programma socialista e ridiventare costituzionalisti. A
prova “La lega della libertà” dei tempi crispini, in cui Turati, Cavallotti e Di
Rudini eran diventati commilitoni e fratelli.
D’altronde il fatto è questo;
se nel paese v’è coscienza e forza di resistenza, se vi sono partiti
extracostituzionali che minacciano lo Stato, allora il governo rispetta lo
Statuto, allarga il suffragio, concede libertà, tanto per aprire delle valvole
di sicurezza alla crescente pressione; ed in Parlamento i deputati borghesi
tuonano contro i ministri, tanto per farsi popolari. Se invece il governo vede
che i partiti popolari fondano le loro speranze sull’azione parlamentare e che
la cosa che più gli dà noia sono i deputati socialisti, allora respinge il
suffragio, tien chiuso il parlamento, viola lo Statuto; e se i deputati hanno
il nerbo, cosa rara, di resistere più che per burla, vanno in prigione malgrado
il medaglino e l’immunità.
Quando Merlino poi dice che
gli astensionisti sono dei dottrinari e si compiace a mettere in bocca loro una
serie di ragionamenti che mena fuori di ogni vita reale ed al più completo
quietismo, allora Merlino è... men che sincero.
Vi sono è vero degli
anarchici che si curano poco della praticabilità delle loro idee e limitano il
loro compito alla predica di nozioni astratte, che essi credono il vero
assoluto... se vero oggi, o vero tra mille anni non importa.
Ma Merlino sa che quella
tendenza non è quella di tutti gli anarchici, che di essa in Italia appena se ne
ritroverebbe la traccia e che, anche all’estero, essa in fondo non è
rappresentata che da poche personalità.
Servirsi dell’esistenza di
una tale tendenza per attribuirla a tutti gli anarchici e darsi così l’aria di
aver ragione, può essere un abile espediente di polemica, ma non è degno di chi
cerca e vuol propagare la verità.
Quella tendenza quietista,
per il fatto ch’essa aveva trovato simpatia in qualche uomo d’ingegno e di
fama, è stata certamente una fra le cause che avevano arrestato lo sviluppo del
movimento anarchico. Merlino, e noi, e tanti altri abbiamo combattuto quella
tendenza; e se egli avesse continuato per la strada di prima, continuerebbe ad
averci a compagno. Ma Merlino, proprio quando gli anarchici accennano ad uscire
dalla crisi ed a ripigliare un lavoro fecondo, rinnega tutto ciò che egli
stesso aveva detto; e, senza accampare una sola ragione nuova che non fosse
stata già le mille volte detta dai legalitari e da lui stesso confutata,
vorrebbe che noi lo seguissimo.
Oggi le critiche ch’egli può
fare degli errori in cui son caduti gli anarchici non hanno più efficacia. Non
sono più le osservazioni di un commilitone fatte negli interessi della causa
comune ma gli attacchi di un avversario, che rischiano di non essere presi in
considerazione, perché ritenuti sospetti.
MALATESTA: “Maggioranze e minoranze”
Ulteriore risposta sotto forma di lettera, pubblicata sempre sull’Agitazione
del 14 marzo 1897 e anche questa falsamente datata da Londra.
Carissimi compagni,
Mi rallegro della prossima
pubblicazione del giornale L’Agitazione, e vi auguro di cuore il più
completo successo. Il vostro giornale compare in un momento in cui grande ne è
la necessità, ed io spero che esso potrà essere un organo serio di discussione e
di propaganda, ed un mezzo efficace per raccogliere e ricongiungere le sparse
file del nostro partito. Potete contare sul mio concorso per tutto ciò che le
forze mie, deboli purtroppo, mi permetteranno.
Per questa volta, tanto per
isgombrarmi il terreno alla futura collaborazione, vi scriverò sopra alcuni
punti che, se in certo modo mi riguardano personalmente, non sono senza portata
sulla propaganda generale.
L’amico
nostro Merlino, che come sapete, si perde ora nell’inane tentativo di voler
conciliare l’anarchia col parlamentarismo, in una sua lettera al Messaggero
volendo sostenere che “il parlamentarismo non è destinato a sparire interamente
e qualche cosa ne rimarrà anche nella società che noi vagheggiamo”, ricorda uno
scritto da me inviato alla Conferenza anarchica di Chicago del 1893, in cui io
sostenevo che “per talune cose il parere della maggioranza dovrà
necessariamente prevalere a quello della minoranza”.
La cosa è vera, né le mie
idee sono oggi diverse da quelle espresse nello scritto di cui si tratta. Ma
Merlino, riportando una mia frase staccata per sostenere una tesi diversa da
quella che sostenevo io, lascia nell’ombra e nell’equivoco quello che io
veramente intendevo.
Ecco: v’erano a quell’epoca
molti anarchici, e ve n’è ancora un poco, che scambiando la forma colla
sostanza e badando più alle parole che alle cose, si erano formati una specie
di “rituale del vero anarchico” che inceppava la loro azione, e li trascinava a
sostenere cose assurde e grottesche.
Così essi, partendo dal
principio che la maggioranza non ha il diritto d’imporre la sua volontà alla
minoranza, ne conchiudevano che nulla si dovesse mai fare se non approvato
all’unanimità dei concorrenti. Confondendo il voto politico, che serve a
nominarsi dei padroni con il voto quando è mezzo per esprimere in modo spiccio
la propria opinione, ritenevano anti-anarchica ogni specie di votazione. Così,
si convocava un comizio per protestare contro una violenza governativa o
padronale, o per mostrare la simpatia popolare per un dato avvenimento; la
gente veniva, ascoltava i discorsi dei promotori, ascoltava quelli dei
contraddittori, e poi se ne andava senza esprimere la propria opinione, perché
il solo mezzo per esprimerla era la votazione sui vari ordini del giorno... e
votare non era anarchico. Un circolo voleva fare un manifesto: v’erano diverse
redazioni proposte che dividevano i pareri dei Soci; si discuteva a non finire,
ma non si riusciva mai a sapere l’opinione predominante, perché era proibito il
votare, e quindi o il manifesto non si pubblicava, o alcuni pubblicavano per
conto loro quello che preferivano; il circolo si scindeva quando non v’era in
realtà nessun dissenso reale e si trattava solo di una questione di stile. E una
conseguenza di questi usi, che dicevano essere garanzie di libertà, era che
solo alcuni, meglio dotati di facoltà oratorie, facevano e disfacevano, mentre
quelli che non sapevano o non osavano parlare in pubblico, e che sono sempre la
grande maggioranza, non contavano proprio nulla. Mentre poi l’altra conseguenza
più grave e veramente mortale per il movimento anarchico, era che gli anarchici
non si credevano legati dalla solidarietà operaia, ed in tempo di sciopero
andavano a lavorare, perché lo sciopero era stato votato a maggioranza e contro
il loro parere. E giungevano fino a non osare di biasimare dei farabutti,
sedicenti anarchici, che domandavano e ricevevano denari dai padroni – potrei
citare i nomi occorrendo – per combattere uno sciopero in nome dell’anarchia.
Contro queste e
simili aberrazioni era diretto lo scritto che io mandai a Chicago. Io sostenevo
che non ci sarebbe vita sociale possibile se davvero non si dovesse fare mai
nulla insieme se non quando tutti sono unanimemente d’accordo. Che le idee e
le opinioni sono in continua evoluzione e si differenziano per gradazioni
insensibili, mentre le realizzazioni pratiche cambiano a salti bruschi; e che,
se arrivasse un giorno in cui tutti fossero perfettamente d’accordo sui
vantaggi di una data cosa, ciò significherebbe che in quella data cosa ogni
progresso possibile è esaurito. Così, per esempio, se si trattasse di fare una
ferrovia, vi sarebbero certamente mille opinioni diverse sul tracciato della
linea, sul materiale, sul tipo di macchine e di vagoni, sul posto delle
stazioni, ecc., e queste opinioni andrebbero cambiando di giorno in giorno: ma
se la ferrovia si vuol fare bisogna pure scegliere fra le opinioni esistenti, né
si potrebbe ogni giorno modificare il tracciato, traslocare le stazioni e
cambiare le macchine. E poiché di scegliere si tratta è meglio che siano
contenti i più che i meno, salvo naturalmente a dare ai meno tutta la libertà e
tutti i mezzi possibili per propagare e sperimentare le loro idee e cercare di
diventare la maggioranza.
Dunque in tutte quelle cose che non ammettono
parecchie soluzioni contemporanee, o nelle quali le differenze d’opinione non
sono di tale importanza che valga la pena di dividersi ed agire ogni frazione a
modo suo, o in cui il dovere di solidarietà impone l’unione, è ragionevole,
giusto, necessario che la minoranza ceda alla maggioranza.
Ma questo cedere della
minoranza deve essere effetto della libera volontà, determinata dalla coscienza
della necessità; non deve essere un principio, una legge, che s’applica per
conseguenza in tutti i casi, anche quando la necessità realmente non c’è. Ed in
questo consiste la differenza tra l’anarchia e una forma di governo qualunque.
Tutta la vita sociale è piena di queste necessità in cui uno deve cedere le
proprie preferenze per non offendere i diritti degli altri. Entro in un caffè,
trovo occupato il posto che piace a me e vado tranquillamente a sedermi in un
altro, dove magari c’è una corrente d’aria che mi fa male. Vedo delle persone
che parlano in modo da far capire che non vogliono essere ascoltate, ed io mi
tengo lontano, magari con incomodo mio, per non incomodar loro. Ma questo io lo
fo perché me lo impongono il mio istinto d’uomo sociale, la mia abitudine di
vivere in mezzo agli uomini ed il mio interesse a non farmi trattar male se io
facessi altrimenti; quelli che io incomoderei, mi farebbero presto sentire in un
modo o in un altro il danno che v’è ad essere uno zotico. Non voglio che dei
legislatori vengano a prescrivermi qual’è il modo col quale io debbo comportarmi
in un caffè, né credo che essi varrebbero ad insegnarmi quell’educazione che io
non avessi saputo apprendere dalla società in mezzo a cui vivo.
Come fa il Merlino a cavare
da questo che un resto di parlamentarismo vi dovrà essere anche nella società
che noi vagheggiamo?
Il parlamentarismo è una
forma di governo nella quale gli eletti del popolo, riuniti in corpo legislativo
fanno, a maggioranza di voti, le leggi che a loro piace e le impongono al popolo
con tutti i mezzi coercitivi di cui possono disporre.
È un avanzo di questa bella roba, che Merlino vorrebbe conservata anche in
Anarchia? Oppure, poiché in Parlamento si parla, e si discute e si delibera, e
questo si farà sempre in qualsiasi società possibile, Merlino chiama questo un
avanzo di parlamentarismo?
Ma ciò sarebbe davvero
giuocar sulle parole, e Merlino è capace di altri e ben più seri procedimenti di
discussione.
Non si ricorda il Merlino
quando polemizzando insieme contro quegli anarchici che sono avversi ad ogni
congresso perché appunto ritengono i congressi una forma di parlamentarismo, noi
sostenevamo che l’essenza del parlamentarismo sta nel fatto che i parlamenti
fanno ed impongono leggi, mentre un congresso anarchico non fa che discutere e
proporre delle risoluzioni, che non hanno valore esecutivo se non dopo
l’approvazione dei mandanti e solo per coloro che le approvano? O che le parole
hanno cambiato di significato ora che Merlino ha cambiato d’idee?
MALATESTA: “Sulla linea dell’anarchismo”
Continuazione della lettera in parte pubblicata Il 14 marzo 1897, nel numero
dell’Agitazione dei 21 marzo 1897.
Osvaldo Gnocchi Viani,
parlando nella Lotta di Classe della discussione fra me e Merlino a
proposito della lotta elettorale, dice che noi, Merlino ed io, “ci siamo
staccati dallo stipite anarchico-individualista ed abbiamo fatto un’evoluzione
verso il metodo dell’organizzazione e dell’azione politica” e quindi conchiude
che Merlino ed io abbiamo fatto un’evoluzione dello stesso genere, e che solo
differiamo perché l’uno ha corso più dell’altro, ed io non so e non voglio
“lasciarmi andare fin là” cioè fino ad accettare la tattica elettorale.
Tutti questi
spropositi si capirebbero in uno che fosse completamente ignaro della storia del
movimento nostro in Italia; ma in Gnocchi Viani fan meraviglia davvero, e fan
vedere come il partito preso può ottenebrare il giudizio anche negli. uomini
meglio informati, e, d’ordinario, più sereni ed equanimi.
Staccati dallo
stipite anarchico-indidualista! Ma quando mai Merlino ed io siamo stati
individualisti? E che cosa è mai questo stipite anarchico-individualista? In
Italia per molto tempo tutti gli anarchici furono socialisti, anzi il socialismo
vi è nato anarchico, or sono già quasi trent’anni. Gnocchi Viani se ne deve
ricordare. L’individualismo cosiddetto anarchico venne molto più tardi e ci
ebbe sempre avversari, tanto Merlino che io.
Evoluzione verso
il metodo dell’organizzazione e dell’azione politica! Ma chi di noi ha mai
cessato dal riconoscere e propugnare la suprema necessità della organizzazione,
e quella della lotta politica? Sulla prima questione noi abbiamo sempre
sostenuto che l’abolizione del governo e del capitalismo è possibile solo
quando il popolo, organizzandosi, si metta in grado di provvedere a quelle
funzioni sociali a cui provvedono oggi, sfruttandole a loro vantaggio, i
governanti e i capitalisti. Quindi non volendo governo, noi abbiamo una ragione
di più di tutti gli altri per essere caldi partigiani dell’organizzazione.
E sulla seconda
questione, chi più di noi ha sostenuto che alla lotta contro il capitalismo
bisogna unire la lotta contro lo Stato, vale a dire la lotta politica?
Oggi v’è una
scuola che per lotta politica intende la conquista dei pubblici poteri mediante
le elezioni; ma Gnocchi Viani non può ignorare che la logica impone altri
metodi di combattimento a chi vuole abolire il governo e non già occuparlo.
Merlino ed io ci
siamo trovati d’accordo nel segnalare gli errori che, secondo noi, si erano
infiltrati nelle teorie anarchiche ed i mali che avevano afflitto il nostro
partito, e Merlino ci ha messo, mi compiaccio di riconoscerlo, più attività che
non abbia fatto io. Ma, quando i mali da noi lamentati sono già quasi da tutti
riconosciuti, quando gli errori incominciano ad essere respinti e
l’organizzazione del partito incomincia sul serio, allietandoci di belle
speranze, Merlino crede di scorgere la salvezza nella tattica elettorale, che è
stata già per lunga esperienza così grande jattura per la causa socialista, e ci
lascia. Tanto peggio. Noi continueremo lo stesso senza di lui.
Questo non
significa essere andati un po’ più o un po’ meno avanti sulla stessa via, ma
aver percorso insieme una certa strada, e poi giunti al bivio, essersi separati,
l’uno pigliando da una parte e l’uno dall’altra. Non pare così anche a Gnocchi
Viani?
MERLINO: “Da una questione di
tattica ad una questione di principio”
Risposta
di Merlino pubblicata sull’Agitazione
dei 28 marzo 1897. La risposta è preceduta da una breve introduzione di
Malatesta, che riproduciamo.
Sotto questo titolo riceviamo
da Saverio Merlino l’articolo seguente, che pubblichiamo con piacere. Il Merlino
può essere sicuro di trovare sempre In noi la serenità e l’amore impregiudicato
della verità, che egli desidera. D’altronde, noi conveniamo con lui che spesso
gli anarchici si sono mostrati intolleranti e troppo pronti alle ire ed ai
sospetti; ma non bisognerebbe poi, nell’entusiasmo dei mea culpa, pigliare tutti
i torti per noi e dimenticare che l’esempio e la provocazione ci sono venuti il
più sovente dagli altri. Senza rimontare ai tempi di Bakunin ed alle infami
calunnie ed invereconde menzogne che ancora sì raccontano ai giovani che non
sanno la storia nostra ci basti ricordare la condotta dei socialisti democratici
negli ultimi Congressi Internazionali verso gli anarchici, e certi articoli
apparsi, non è gran tempo,, nella stampa socialista democratica di vari paesi.
In ogni modo, cerchiamo, se ci riesce, di esser giusti noi, checché facciano e
dicano i nostri avversari. Ecco l’articolo di Merlino:
Vediamo un po’ se è possibile
continuare a discutere serenamente senza ire né sospetti, come abbiamo
principiato. Sarebbe una cosa quasi nuova e di così lieto augurio, che io dovrei
rallegrarmi di avere offerto ai miei amici l’opportunità di dimostrare che il
partito anarchico comincia ad educarsi all’osservanza dei principi che professa.
E prima di tutto, sono io anarchico? Rispondo: se
l’astensionismo è dogma di fede anarchica, no. Ma io non credo al dogma. Non
credo contrari ai principi nostri la difesa e l’esercizio dei nostri diritti –
neppure dei minimi. Non credo che esercitando il diritto di voto, che ci viene
consentito, noi si rinunzi ai diritti maggiori, che ci vengono negati e che
dobbiamo rivendicare.
Credo che l’agitazione
elettorale ci offra modi e opportunità di propaganda, a cui sarebbe follia
rinunciare, specialmente in questo quarto d’ora e in Italia dove quasi ogni
altra affermazione ci è interdetta, e credo che non se ne possa trarre tutto il
profitto possibile quando si sostiene l’astensione. (Di ciò abbiamo fatto la
prova in questi giorni qui a Roma, dove presentando la candidatura Galleani,
abbiamo potuto tenere comizi, diffondere manifesti, guadagnarci la simpatia di
molti che ci erano ostili o indifferenti come non avremmo mai potuto fare se
fossimo rimasti astensionisti). Del resto non credo alla conquista dei poteri
pubblici., sostengo che tanto la lotta per la libertà, quanto quella per
l’emancipazione economica debba essere combattuta principalmente fuori del
Parlamento. L’opera dei deputati operai, socialisti e rivoluzionarli la ritengo
utile non per se stessa ma in aiuto alla lotta extraparlamentare. E se così
pensando non mi trovo perfettamente d’accordo né con gli anarchici né coi
socialisti‑democratici me ne duole sinceramente: ma posso io disdirmi?
Ma ormai pro e contro la partecipazione alle
elezioni mi pare che si sia detto a un dipresso tutto quello che si poteva dire:
ed io mi compiaccio che la disputa sia stata da Malatesta sollevata nella sfera
dei principi: ed anche per questo non mi pento di averla suscitata.
Non si può negare che attorno
ai nostri principi – che son veri, se rettamente interpretati – son pullulati
molti errori e molti sofismi.
Uno di questi è che gli
uomini debbano far tutto da sé, individualmente; che un uomo non debba farsi mai
rappresentare da un altro, che le minoranze non debbano cedere alle maggioranze
(essendo più probabile che s’ingannino queste che quelle); che nella società
futura gli. uomini si troveranno miracolosamente d’accordo, o se non i
dissidenti si separeranno e ciascuno agirà a sua guisa: che ogni altra condotta
sarebbe contraria ai nostri principi.
Io vorrei qui ripetere parola
per parola le giustissime e lucidissime considerazioni che fa Malatesta (e non
per la prima volta) contro codesto modo d’intendere l’anarchia nel n. 1 dell’Agitazione,
concludendo col dire:
“Dunque in tutte quelle cose
che non ammettono parecchie soluzioni contemporanee, o nelle quali le differenze
d’opinione non sono di tale importanza che valga la pena di dividersi ed agire
ogni frazione a modo suo, ed in cui il dovere di solidarietà impone l’unione, è
ragionevole, giusto, necessario che la minoranza ceda alla maggíoranza”.
In due punti però io credo di dissentire da lui: in primo luogo, Malatesta
sembra credere che le cose nelle quali per le varie ragioni da lui adottate è
necessità convenire sieno tutte cose di poco momento. Si vede dagli esempi che
adduce. Vado in caffè: trovo i posti migliori occupati; devo rassegnarmi a stare
sull’uscio, o andar via. Vedo persone parlar sommessamente: devo allontanarmi
per non essere indiscreto e via dicendo. Io invece credo (e forse anche
Malatesta lo crede, ma non lo dice) che tra le questioni nelle quali converrà
l’accordo e quindi, se non è possibile essere tutti della stessa opinione, è
necessario cercare un compromesso, ve ne sono delle gravissime: e sono tali
propriamente tutte le questioni sull’organizzazione generale della società e
tutti i grandi interessi pubblici. Vi può essere nella società qualcuno che
ritenga giusta la vendetta: ma la maggioranza degli uomini ha diritto di
decidere che è ingiusta e d’impedirla. Vi può essere una minoranza, che
preferisca di organizzare l’industria dei trasporti per le vie ferrate in modo
cooperativistico, o collettivistico, o comunistico, od in un altro modo. ma
l’organizzazione non potendo essere che una, è necessità che prevalga il parere
dei più. Vi può essere uno che ritenga addirittura una vessazione il
provvedimento tale, adottato per impedire il diffondersi di una malattia
contagiosa: ma la società ha diritto di premunirsi dai mali epidemici. Il
secondo dissenso tra Malatesta e me è in questo, che io non credo di poter
profetare che nella società futura la minoranza sempre e in tutti i casi si
arrenderà volentieri al parere della maggioranza, Malatesta invece dice: “Ma
questo cedere della minoranza dev’essere effetto della libera volontà
determinata dalla coscienza della necessità”.
E se questa volontà non c’è, se questa
coscienza della necessità nella minoranza non c’è, se anzi la minoranza è
convinta di fare il suo dovere resistendo? Evidentemente la maggioranza, non
volendo subire la volontà della minoranza, farà la legge, darà alla propria
deliberazione (come dice Malatesta a proposito dei Congressi) un valore
esecutivo.
Malatesta dice anzi di più.
e, a proposito di chi trova il posto preferito al caffè occupato, o di chi deve
allontanarsi da un colloquio confidenziale dice: “Se io facessi altrimenti,
quelli che io incomoderei mi farebbero sentire, in un modo o in un altro il
danno che vi è ad essere uno zotico”. Ed ecco una coazione. E si tratta, negli
esempi addotti, di rapporti individuali e di questioni di pochissimo rilievo.
Figuriamoci se si trattasse di una grave questione di pubblico interesse, come
quelle a cui ho accennato io più sopra!
Sta bene che la coazione
debba essere minima, e possibilmente più morale che fisica, e che si debbano
rispettare i diritti delle minoranze, ed ammettere in taluni casi perfino la
secessione della minoranza dissidente. Ma insomma è questione di più e di meno,
di modalità e non di principi.
Nei casi, in cui ciò sia
utile e necessario, dico io, non è contrario ai principi anarchici né addivenire
ad una votazione, né provvedere all’esecuzione delle deliberazioni prese: e
quando queste cose non si possono fare (per ragion di numero o di capacità)
dagli interessati direttamente, non è contrario ai principi anarchici che, prese
le debite precauzioni contro i possibili abusi, si deleghino ad altri. Quindi io
conchiudo:
-
sì crede nell’armonia
provvidenziale che regnerebbe nella società futura... ed allora ha torto
Malatesta ed hanno ragione gl’individualisti.
-
Malatesta ha ragione ed
allora non si ha più diritto di dire che ogni rappresentanza, ogni atto con
cui il popolo confida ad altri la cura dei suoi interessi, sia contrario ai
nostri principi.
A questo dilemma mi pare
difficile di sfuggire.
MALATESTA: “Società
autoritaria e società anarchica”
Risposta di Malatesta sull’Agitazione
del 28 marzo 1897.
Merlino dice senza dubbio
molte cose giustissime e che diciamo anche noi; ma nell’affermare delle idee
generali, sulle necessità della vita sociale, perde di vista, a parer nostro, la
differenza tra autoritarismo ed anarchismo e le ragioni della differenza. Così
che tutto il suo argomentare potrebbe servire benissimo per sostenere la
necessità di un governo, e quindi l’impossibilità dell’anarchia.
Stabiliamo subito quali sono
i punti in cui siamo d’accordo, acciò né il Merlino né altri, cui piaccia
polemizzare con noi, perda il tempo a combattere in noi idee che non sono
nostre. e riesca così a sfondare delle porte aperte.
Noi
pensiamo che in motti casi la minoranza anche se convinta di aver ragione, deve
cedere alla maggioranza, perché altrimenti non vi sarebbe vita sociale possibile
– e fuori della società è impossibile ogni vita umana. E sappiamo benissimo che
le cose in cui non si può raggiungere l’unanimità ed in cui è necessario che la
minoranza ceda non sono le cose di poco momento; ma anche, e specialmente,
quelle di importanza vitale per l’economia della collettività.
Noi non crediamo nel diritto
divino delle maggioranze, ma nemmeno crediamo che le minoranze rappresentino,
sempre, la ragione ed il progresso. Galileo aveva ragione contro tutti i suoi
contemporanei; ma vi sono oggi ancora alcuni che sostengono che la terra è
piatta e che il sole le gira intorno, e nessuno vorrà dire che hanno ragione
perché son diventati minoranza. Del resto, se è vero che i rivoluzionari sono
sempre una minoranza, sono anche sempre in minoranza gli sfruttatori ed i birri.
Così pure noi siamo d’accordo
col Merlino nell’ammettere che è impossibile che ogni uomo faccia tutto da sé, e
che, se anche fosse possibile, ciò sarebbe sommamente svantaggioso per tutti.
Quindi ammettiamo la divisione del lavoro sociale, la delegazione delle funzioni
e la rappresentanza delle opinioni e degli interessi propri affidata ad altri.
E soprattutto respingiamo
come falsa e perniciosa ogni idea di armonia provvidenziale e di ordine naturale
nella società, poiché crediamo che la società umana e l’uomo sociale esso stesso
siano il prodotto di una lotta lunga e faticosa contro la natura, e che se
l’uomo cessasse dall’esercitare la sua volontà cosciente e si abbandonasse alla
natura, ricadrebbe presto nella animalità e nella lotta brutale.
Ma – e qui è la ragione per
cui siamo anarchici – noi vogliamo che le minoranze cedano volontariamente
quando così la richieda la necessità ed il sentimento della solidarietà.
Vogliamo che la divisione del lavoro sociale non divida gli uomini in classi e
faccia gli uni direttori e capi, esenti da ogni lavoro ingrato, e condanni gli
altri ad esser le bestie da soma della società. Vogliamo che delegando ad altri
una funzione, cioè incaricando altri di un dato lavoro, gli uomini non rinunzino
alla propria sovranità, e che, ove occorra un rappresentante, questi sia il
portaparola dei suoi mandanti o l’esecutore delle loro volontà, e non già colui
che fa la legge e la fa accettare per forza, e crediamo che ogni organizzazione
sociale non fondata sulla libera e cosciente volontà dei suoi membri conduce
all’oppressione ed allo sfruttamento della massa da parte di una piccola
minoranza.
Ogni società autoritaria si
mantiene per coazione. La società anarchica deve essere fondata sul libero
accordo: in essa bisogna che gli uomini sentano vivamente ed accettino
spontaneamente i doveri della vita sociale, e si sforzino di organizzare
gl’interessi discordanti e di eliminare ogni motivo di lotta intestina; o almeno
che, se conflitti sì producono. essi non siano mai di tale importanza da
provocare la costituzione di un potere moderatore, che col pretesto di garantire
la giustizia a tutti, ridurrebbe tutti in servitù.
Ma se
la minoranza non vuol cedere? dice Merlino. E se la maggioranza vuol abusare
della sua forza? domandiamo noi.
È chiaro che nell’un caso come nell’altro non v’è anarchia possibile.
Per esempio noi non vogliamo
polizia. Ciò suppone naturalmente che noi pensiamo che le nostre donne, i
nostri bimbi e noi stessi possiamo andar per le strade senza che nessuno ci
molesti, o almeno che se qualcuno volesse abusar su di noi della sua forza
superiore, troveremmo nei vicini e nei passanti più valida protezione che non
in un corpo di polizia appositamente stipendiato.
Ma se
invece delle bande di facinorosi van per le strade insultando e bastonando i più
deboli di loro ed il pubblico assiste indifferente a tale spettacolo? Allora
naturalmente ì deboli e quelli che amano la propria tranquillità invocherebbero
la istituzione della polizia, e questa non mancherebbe di costituirsi. Si
potrebbe forse sostenere che, dato quelle circostanze, la polizia sarebbe il
minore dei mali; ma non si potrebbe certo dire che sì sta in anarchia. La verità
sarebbe che quando v’è tanti prepotenti da un lato e tanti vili dall’altro
l’anarchia non è possibile.
Quindi è che l’anarchico deve
sentire fortemente il rispetto della libertà e del benessere degli altri, e deve
fare di questo rispetto lo scopo precipuo della sua propaganda.
Ma, si obbietterà, gli uomini
oggi sono troppo egoisti, troppo intolleranti, troppo cattivi per rispettare i
diritti degli altri e cedere volontariamente alle necessità sociali.
Invero, noi abbiamo sempre
riscontrato negli uomini, anche i più corrotti, tale un bisogno di essere
stimati ed amati, e, in date circostanze, tanta capacità di sacrificio e tanta
considerazione dei bisogni degli altri da sperare che, una volta distrutte con
la proprietà individuale le cause permanenti dei più gravi antagonismi, non sarà
difficile di ottenere la libera cooperazione di ciascuno al benessere di tutti.
Comunque sia, noi anarchici
non siamo tutta l’umanità e non possiamo certamente far da noi soli tutta la
storia umana; ma possiamo e dobbiamo lavorare per la realizzazione dei nostri
ideali cercando di eliminare, il più possibile, la lotta e la coazione nella
vita sociale.
E dopo ciò ha ragione di
sostenere Merlino che il parlamentarismo non può sparire completamente e che ve
ne dovrà restare qualche cosa anche nella società da noi vagheggiata?
Noi crediamo che il
chiamare parlamentarismo o avanzo di parlamentarismo quello scambio di servizi e
quella distribuzione delle funzioni sociali senza di cui la società non potrebbe
esistere, sia un alterare senza ragione il significato accettato delle parole, e
non possa che oscurare e confondere la discussione. Il parlamentarismo è una
forma di governo; e un governo significa potere legislativo, potere esecutivo e
potere giudiziario; significa violenza, coazione, imposizione con la forza della
volontà dei governanti ai governati.
Un esempio chiarirà il nostro
concetto.
I vari Stati d’Europa
e del mondo stanno in rapporto tra di loro, si fanno rappresentare gli uni
presso gli altri, organizzano servizi internazionali, convocano congressi, fanno
la pace o la guerra, senza che vi sia un governo internazionale, un potere
legislativo che faccia la legge a tutti gli Stati, ed un potere esecutivo che a
tutti l’imponga.
Oggi i
rapporti tra i diversi Stati sono ancora in molta parte fondati sulla violenza e
sul sospetto. Alle sopravvivenze ataviche delle rivalità storiche, degli odi di
razza e di religione e dello spirito di conquista, si aggiunge la concorrenza
economica ogni giorno minacciati dalla guerra ed ogni giorno i grossi Stati fan
violenza ai piccoli.
Ma chi oserebbe sostenere che
per rimediare a questo stato di cose bisognerebbe che ogni Stato nominasse dei
rappresentanti, i quali, riunitisi stabilissero tra loro, a maggioranza di voti,
i principi del diritto internazionale e le sanzioni penali contro i trasgressori
e man mano legiferassero su tutte le questioni tra Stato e Stato; ed avessero a
loro disposizione ,una forza per far rispettare le loro decisioni?
Questo sarebbe il
parlamentarismo esteso ai rapporti internazionali; e lungi dall’armonizzare
gl’interessi dei vari Stati e distruggere le cause dei conflitti, tenderebbe a
consolidare il predominio dei più forti e creerebbe una nuova classe di
sfruttatori e di oppressori internazionali. Qualche cosa di questo genere esiste
di già in germe nel “concetto” delle grandi potenze, e tutti ne vediamo gli
effetti liberticidi.
Ed
ancora due parole sulla questione dell’astensionismo elettorale.
Merlino continua a parlare dell’attività propagandista che si può spiegare per
mezzo delle elezioni; ma non pensa a quello che si potrebbe fare se, respingendo
la lotta elettorale, si portasse quell’attività sopra un altro campo più consono
coi nostri principi e coi nostri fini.
Merlino non crede nella conquista dei poteri pubblici; ma noi non vorremmo
questa conquista, né per noi né per altri, neanche se la credessimo possibile.
Noi siamo avversari del principio di governo, e non crediamo che chi andasse al
governo si affretterebbe poi a rinunziare al potere conquistato. I popoli che
vogliono la libertà demoliscono le Bastiglie, i tiranni invece, domandano di
entrarvi e fortificarvisi, colla scusa di difendere il popolo contro i nemici.
Quindi noi non vogliamo. che il popolo s’abitui a mandare al potere i suoi
amici, o pretesi tali, e ad attendersi l’emancipazione dalla loro ascesa al
potere.
L’astensione per noi è una
questione di tattica; ma è tanto importante che, quando vi si rinunzia, si
finisce col rinunziare anche ai principi. E ciò per la naturale connessione dei
mezzi col fine.
Merlino si duole di non
essere completamente d’accordo né con noi né coi socialisti democratici; ma dice
che non si può disdire. Noi non gli domandiamo certamente di disdirsi, contro le
sue convinzioni e contro la sua coscienza. Ma ci permettiamo di fargli
un’osservazione.
Una tattica, per buona che
sia, non vale se non quando è accettata da coloro che dovrebbero praticarla.
Ora, a ragione o a torto, noi e gli anarchici tutti, della tattica proposta dal
Merlino non vogliamo saperne. Non è meglio che egli stia con noi con cui ha pur
comuni gl’ideali e comuni ha pure i mezzi principali di lotta, anziché sciupare
le sue forze in un tentativo che resterà sterile, ne siam. sicuri, a meno che
egli rinunzi all’anarchia e cerchi i suoi partigiani tra gli avversari nostri è
suoi?
MERLINO: “Poche parole per chiudere la polemica”
Ulteriore Intervento del Merlino sull’Agitazione
del 19 aprile 1897.
Mi pare che ci veniamo
avvicinando.
In una società
organizzata secondo i principi del socialismo anarchico le minoranze dovranno
nelle cose di grave interesse comune indivisibile cedere al parere, e mettiamo
pure al volere delle maggioranze: ma le maggioranze non dovranno abusare del
loro potere ledendo i diritti delle minoranze. Senza un compromesso dì questo
genere la convivenza non sarebbe possibile.
Fin qui siamo d’accordo.
Ma se una minoranza
non, vuole acconciarsi al parere della maggioranza in una delle questioni
suddette? Voi dite che in questo caso non ci potrà più essere anarchia. Dunque
la volontà di una piccola minoranza, anzi di un sol uomo, potrà fare in modo che
l’Anarchia – come l’intendete voi – non si applichi affatto. Un pugno di
farabutti o di reazionari o di eccentrici o di nevrotici, anche un sol
individuo, potrà impedire che funzioni il sistema anarchico, soltanto col dire
di no; rifiutandosi a cedere volontariamente alla maggioranza. E siccome qualche
arfasatto ci sarà sempre in qualunque società, la conseguenza del vostro
ragionamento è che l’Anarchia è una gran bella cosa, ma non si attuerà mai.
Io invece prendo l’Anarchia
in un senso meno assoluto. Non metto l’aut-aut che mettete voi. L’idea
Anarchica per me si comincerà ad attuare molto prima che gli uomini raggiungano
lo stato di perfezione, per cui, compenetrati dei vantaggi dell’associazione,
essi cedano volontariamente gli uni agli altri. Essa ci deve suggerire fin da
ora dei modi di provvedere ai comuni interessi e di risolvere i conflitti che
possano nascere, senza autorità, senza accentramento, senza un potere costituito
in mezzo alla società, capace d’imporre la volontà propria ed i propri interessi
alla moltitudine dei soggetti.
Questa è
l’unica Anarchia attuabile ed è un’Anarchia prossimamente attuabile: di essa
soltanto vale la pena di occuparsi.
Prendiamo gli esempi addotti
da voi. Voi dite:
in una società
anarchica non vi può essere polizia. Ma perché non vi sia polizia, bisogna che
gli uomini si rispettino a vicenda, che un galantuomo possa camminare per le vie
senza la paura di essere aggredito, od almeno, nella sicurezza di essere difeso
dai vicini e dai viandanti se aggredito da uno più forte di lui. Se i deboli
avessero a temere di essere accoppati per le vie, essi invocherebbero una
polizia che li proteggesse, e l’Anarchia se ne andrebbe a gambe all’aria.
Cosicché voi ponete il dilemma: o nessuna forma dì difesa sociale o collettiva
dal delitto – tranne la difesa fortuita della folla – oppure la polizia, il
governo, l’ordine di cose attuale.
Io
invece credo che tra il sistema attuale e quello che presuppone la cessazione
del delitto ci sia posto per forme intermedie – per una difesa sociale che non
sia la funzione di un Governo, ma che si eserciti, in ciascuna località, sotto
gli occhi e il controllo dei cittadini come un qualunque servizio pubblico,
d’igiene, di trasporto ecc. – quindi non possa degenerare in un mezzo di
oppressione e di dominazione.
Preparare queste forme, e
farle prevalere alla forma autoritaria attuale o ad altre simili è appunto il
compito dei socialisti anarchici. Ma questo compito non lo eseguiranno se essi
diranno: l’anarchia non è possibile che allorquando la società non avrà più
bisogno di garantirsi dal delitto – perché non si commetteranno più delitti.
Nelle relazioni fra popoli
voi dite: gli Stati oggi fanno pace e guerre, osservano certe norme di giustizia
nei loro rapporti (diritto delle genti, ecc.) senza un governo, un Parlamento,
una polizia internazionale. E come non vi accorgete che il Governo dei Governi
c’è, ed è di quella Potenza o di quelle Potenze che hanno il maggior numero di
cannoni ed il maggior numero di uomini per caricarli e difenderli? E come non
v’accorgete che i rapporti attuali fra popoli sono embrionali, i trattati di
commercio, le convenzioni postali, sanitarie, monetarie, ed il cosiddetto
diritto delle genti, accennando a relazioni che tendono a divenire permanenti e
regolari, sono le prime linee di un’organizzazione degl’interessi
internazionali, che si andrà sempre più sviluppando dopo che gli Stati attuali
avranno cessato di esistere?
Noi
dobbiamo adoperarci perché questa organizzazione sia fatta in forma federativa e
libertaria; non negarne la necessità e l’utilità. A me pare francamente che voi
rimaniate a mezza via tra l’individualismo e il socialismo.
Ed ora lasciatemi tornare
dalla questione di principi a quella di tattica.
Nell’articolo di fondo
del numero 3 voi vi occupate delle recenti elezioni e dite:
“Francamente e
grandemente ci rallegriamo del trionfo de’ socialisti, perché, per quanto ecc.,
dimostra pur sempre che l’idea del Socialismo si avanza, che cresce il numero dì
coloro che si ribellano agli ordini del padrone, del prete e del carabiniere e
che questa
Italia non è poi
davvero quella terra di morti che è sembrata in questi ultimi anni”.
Preziosa
confessione che in realtà mi ha meravigliato. Voi astensionisti – che predicate
che un popolo che vota abdica la sua sovranità nelle mani di pochi, ora invece
vedete niente meno nel voto recente degli elettori italiani una ribellione agli
ordini del padrone, del prete e dell’autorità – un’affermazione tanto importante
dei diritti e delle aspirazioni del popolo, che esclamate giulivi che per queste
elezioni è rimasto provato non essere l’Italia quella terra dei morti che è
sembrata in questi ultimi anni.
E vi par poco questa
dimostrazione?
Mettete pure sul conto
del parlamentarismo i compromessi, l’annacquamento dei programmi, la corruzione,
ecc. Questi mali non potranno giammai far contrappeso all’immenso vantaggio di
avere sentito battere l’anima di un popolo che, come voi dite, pareva morto e
rassegnato all’inerzia della tomba.
Ora poi, se a voi è permesso
di dire dopo le elezioni che esse sono riuscite una splendida affermazione del
Socialismo, non poteva esser vietato a me di dire prima delle elezioni che
bisognava fare in modo che riuscissero una siffatta affermazione. Se non osta ai
principi! anarchici che voi vi congratuliate del trionfo dei socialisti, non
deve neppure ostare che io dichiari che lo desideravo. Le vostre congratulazioni
non sarebbero venute se qualcuno non avesse lavorato per il trionfo del
Socialismo nelle elezioni. Ed io non ho torto se mi ostino a sostenere che gli
anarchici possono fare assai meglio che stare a guardare e congratularsi del
trionfo degli altri.
Al
Governo non basta per continuare ad esistere la forza materiale delle baionette:
gli ci vuole anche una forza morale che esso chiede alle elezioni – una
apparenza di consentimento popolare. E l’acquisto di questa forza morale noi
dobbiamo contendergli: perché ridotto alla sola forza materiale, noi potremo
combatterlo con successo alla prima occasione.
Un’ultima parola. Voi dite che tutti gli anarchici sono astensionisti. Oh!
quanto v’ingannate! Gli astensionisti più accaniti votano ora pei repubblicani,
ora pei socialisti, ora per amici personali senza parlare degli Azzaretti che
non sono pochi! Quello che si guadagna con la tattica astensionista è di
partecipare alle elezioni, non in nome dei nostri principi ma sotto falso nome e
a beneficio di altri partiti.
MALATESTA: “Concezione integrale dell’anarchia”
Risposta di Malatesta sull’Agitazione
del 19 aprile 1897.
Merlino
va imparando un modo curioso di discutere. Sceglie da quel che gli dite una
frase staccata, la tira e la torce, e riesce, poiché non tiene conto del
contesto, a farvi dire quello che piace a lui. Inoltre non risponde mai alle
vostre domande e alle vostre confutazioni; ma si attacca ad un vostro esempio o
argomento incidentale e discute quello senza ricordarsi più della questione
principale, sicché l’oggetto della polemica ad ogni replica diventa un altro.
Infatti, chi potrebbe indovinare che noi stavamo discutendo se il
parlamentarismo è compatibile o no con l’anarchia? Continuando così potremmo ben
discutere un secolo, ma non riusciremmo a sapere nemmeno se siamo d’accordo o
no. In ogni modo seguiamo Merlino sul suo terreno.
Perché
dice Merlino che “ci veniamo avvicinando”? Perché noi ammettiamo la necessità
della cooperazione e dell’accordo fra i membri della società e ci pieghiamo alle
condizioni fuori delle quali cooperazione ed accordo non sono possibili? Ma
questo è socialismo, e Merlino sa che noi siamo sempre stati socialisti e perciò
sempre molto “vicini”. La questione ora è se il socialismo deve essere anarchico
o autoritario, vale a dire se l’accordo deve essere volontario o imposto.
Ma se la
gente non vuole accordarsi? Eh! Allora sarà la tirannia o la guerra civile, ma
non sarà l’anarchia. Per forza l’anarchia non si fa: la forza può e deve servire
per abbattere gli ostacoli materiali, per mettere il popolo nella condizione di
scegliere liberamente come vuol vivere, ma più non può fare.
Ma se
“un pugno di farabutti o di nevrotici o anche un solo individuo si ostina nel
dir no, allora non è possibile l’anarchia?” Diavolo! Non sofistichiamo. Questi
individui sono ben liberi di dire no, ma non potranno impedire agli altri di far
sì – e quindi dovranno adattarsi il meglio che possono. Ché se poi “i farabutti
o i nevrotici” fossero tanti da poter disturbare sul serio la società ed
impedirle di funzionare pacificamente, allora... purtroppo, non saremmo ancora
in anarchia.
Noi non
facciamo dell’anarchia un eden ideale, che per essere troppo bello, si debba poi
rimandare alle calende greche.
Gli uomini sono troppo
imperfetti, troppo abituati a rivaleggiarsi ed odiarsi tra loro, troppo
abbrutiti dalle sofferenze, troppo corrotti dall’autorità, perché un cambiamento
di sistema sociale possa, dall’oggi al domani, trasformarli tutti in esseri
idealmente buoni ed intelligenti. Ma quale che sia l’estensione degli effetti
che si possono sperare dal cambiamento, il sistema bisogna cambiarlo, e per
cambiarlo bisogna che si realizzino le condizioni indispensabili al detto
cambiamento.
Noi crediamo che l’anarchia
prossimamente attuabile, perché crediamo che le condizioni necessarie alla sua
esistenza vi siano già negl’istinti sociali degli uomini moderni, tanto che essi
mantengono come che sia in vita la società, malgrado la continua azione
dissolvente, antisociale, del governo e della proprietà. E crediamo che rimedio
e baluardo contro le cattive tendenze di alcuni e contro i pericoli d’interessi
e di gusti di altri non sia un governo qualsiasi, il quale essendo composto di
uomini non può che far pendere la bilancia dalla parte degli interessi e dei
gusti di chi sta al governo – ma la libertà la quale, quando ha a base
l’uguaglianza di condizioni, è la grande armonizzatrice dei rapporti umani.
Noi non
aspettiamo per volere attuata l’anarchia che il delitto, o la possibilità del
delitto, sia sparita dai fenomeni sociali; ma non vogliamo la polizia, perché
crediamo che essa, mentre è impotente a prevenire il delitto, o ripararne le
conseguenze, è poi per se stessa fonte di mille mali e pericolo costante per la
società; e se per difendersi vi fosse bisogno di armarsi, vogliamo essere armati
tutti e non già costituire in mezzo a noi un corpo di pretoriani. Noi ci
ricordiamo troppo della favola del cavallo che si fece mettere il morso e
montare in groppa l’uomo per meglio dar la caccia al cervo – e Merlino sa bene
che menzogna sia “il controllo dei cittadini”, quando i controllati sono quelli
che hanno in mano la forza!
Inesatto pure è Merlino
quando si serve del nostro esempio del “Concerto europeo”. Noi non abbiam detto
che nei rapporti attuali tra gli Stati vi sia eguaglianza e giustizia, né abbiam
negato la necessità di una organizzazione, federativa e libertaria,
degl’interessi internazionali. Noi abbiam detto solamente che alla prepotenza ed
all’ingiustizia che prevalgono oggi nei rapporti tra gli Stati, non sarebbe
rimedio un Governo ed un Parlamento internazionale. La Grecia subisce oggi la
posizione delle Grandi Potenze, e vi resiste: se essa avesse un rappresentante
in un Parlamento internazionale e si fosse impegnata a rispettare le
risoluzioni della maggioranza di detto Parlamento, essa subirebbe un’eguale e
maggiore prepotenza e non avrebbe il diritto di resistervi.
E poi,
che intende Merlino quando dice che noi siamo a mezza strada tra
l’individualismo ed il Socialismo?
L’individualismo, o è la
teoria della lotta: “ciascun per sé e periscano i deboli”; oppure è quella
dottrina che sostiene che pensando ciascuno a se stesso e facendo a suo modo
senza preoccuparsi degli altri, ne risulta, per legge naturale, l’armonia e la
felicità di tutti. Nell’un senso e nell’altro noi siamo agli antipodi
degl’individualisti, tanto quanto vi può esser Merlino. La questione tra noi e
lui è questione di autorità, o libertà; e, francamente a noi pare ch’egli stia –
o, meglio, sia ritornato – a mezza strada tra l’autoritarismo e l’anarchismo.
Ed ora
alla questione di tattica.
Merlino si meraviglia che noi
ci siamo rallegrati del trionfo dei socialisti. La meraviglia ci sembra strana
davvero. Noi ci rallegriamo quando i socialisti democratici trionfano sui
borghesi, come ci rallegreremmo di un trionfo dei repubblicani sopra i
monarchici, ed anche di uno dei monarchici liberali sopra i clericali. Se
avessimo potuto convertire all’anarchismo coloro che hanno votato pei socialisti
ed ottenere che questi non avessero avuto nemmeno un voto, ne saremmo stati
felicissimi. Ma nel caso concreto, se i centomila e tanti elettori che han
votato pei socialisti non lo avessero fatto, non è perché sarebbero stati degli
anarchici, ma è perché sarebbero stati o dei conservatori di vari gradi, oppure
gente che si asteneva per indifferenza, o che indifferentemente votava per chi
pagava o prometteva o minacciava di più. E Merlino si meraviglia che noi
preferiamo saperli socialisti, o mezzi socialisti?
Il bene e il male sono cose
relative; ed un partito per quanto reazionario può rappresentare il progresso di
fronte ad uno più reazionario ancora. Noi ci rallegriamo sempre quando vediamo
un clericale che diventa liberale, un monarchico che diventa repubblicano, un
indifferente che diventa qualche cosa; ma da ciò non deriva che dobbiam farci
monarchici, liberali o repubblicani noi, che crediamo di star più avanti.
Per esempio, visto lo stato
presente delle province meridionali, sarebbe stato un ottimo sintomo se avessero
trionfato sopra larga scala non fosse altro che i cavallottiani; e noi ce ne
saremmo rallegrati, come crediamo se ne sarebbero rallegrati anche i socialisti
democratici. Ma non per questo socialisti ed anarchici avrebbero dovuto nel
Mezzogiorno difendere i cavallottiani. Al contrario, i socialisti mettono
dappertutto le candidature loro, anche se questo debba diminuire la probabilità
di riuscita del candidato meno reazionario – e noi predichiamo dappertutto
l’astensione cosciente, senza preoccuparci se essa possa favorire un candidato o
l’altro. Per noi non è il candidato che importa, perché tanto non crediamo
nell’utilità di avere dei “buoni deputati”; quel che importa è la manifestazione
dello stato d’animo del pubblico; e fra i tanti curiosi stati d’animo in cui può
trovarsi un elettore, il migliore è quello che gli fa comprendere la inutilità
ed i danni della deputazione al Parlamento e lo spinge a lavorare per quel che
desidera, direttamente, associandosi a tutti quelli che hanno gli stessi suoi
desideri.
Infine,
perché mai Merlino ha voluto chiudere la sua lettera con delle insinuazioni,
che, viste le relazioni in cui in questo momento egli si trova con gli
anarchici, sono almeno di cattivo gusto? Merlino si dice sempre anarchico e si
sforza per farci concepire l’anarchia come l’intende lui e per farci accettare
la tattica sua; ed è suo diritto. Ma perché piglia un tono che si può forse
usare coll’avversario che non ci importa di offendere, ma non conviene con
compagni che si vuole convincere ed attirare?
Già tempo fa, rispondendo nel
Messaggero al Malatesta che aveva parlato della “incipiente
riorganizzazione” del partito anarchico, Merlino ne faceva le beffe, quando egli
sapeva che gli anarchici si riorganizzavano davvero, ed avevano già ottenuto dei
risultati modesti sì, ma ben reali. Ora poi viene a tirar fuori gli anarchici
che si dicono astensionisti e votano, e ci butta sul viso l’Azzaretti, che noi
stessi abbiamo denunziato in queste colonne.
Ebbene se vi sono degli
“astensionisti. che votano – e sappiamo che ve ne sono di fatto – ciò vuol dire
o che non hanno coscienza completa delle opinioni che professano, oppure che non
trovano in mezzo agli anarchici la forza sufficiente per resistere alle
influenze dal di fuori: ed il rimedio non è di rinunziare tutti al programma, o
di aumentare le cause di confusione e di debolezza ma di accrescere la coscienza
degl’individui e di rinforzare l’organizzazione del partito.
E se poi vi sono anche
dei farabutti, che si vendono, non c’è che da scoprirli e cacciarli.
Nota
di chiusura della prima parte della polemica, dovuta a Malatesta, pubblicata
dall’Agitazione
del 25 aprile 1897.
Merlino ci scrive di nuovo e
si lamenta del “tono poco amichevole” del nostro articolo. Ma nel farlo prende
tale un tono che impedisce a noi, che vogliamo restar calmi davvero, di
pubblicare integralmente la sua risposta. Ci sforzeremo del resto di riportare,
con le sue stesse parole, tutti i suoi argomenti.
Merlino
è offeso perché dicemmo ch’egli aveva fatto delle insinuazioni. Insinuazione non
sempre significa bugia; e noi d’altronde avvertivamo che sapevam vero quello che
Merlino diceva. Ma lamentavamo ch’egli venisse con accuse generali e impersonali
a turbare la serenità della discussione.
Ora poi Merlino ci viene a
parlare di gente che ha “lavorato” per Zuccari in mezzo agli anarchici, di uno
che ha preso cento lire da un candidato monarchico e d’altre porcherie. Noi
conosciamo troppo Merlino per avere la più lontana idea ch’egli menta; ma che
significa questo suo venire a gettare il sospetto fra noi, quando poi non mette
fuori i nomi e non ci mette in grado di poter distinguere i buoni dai falsi
compagni, i convinti dai vacillanti? Ci mandi Merlino fatti e nomi; ci autorizzi
a pubblicarli sotto la sua responsabilità, e noi gliene saremo gratissimi. Noi
vogliamo anzitutto essere un partito di gente pulita.
Ma quel
che è poi strano davvero è che Merlino trova che questo fango elettorale, che
manda i suoi schizzi fino in, mezzo a noi sia la conseguenza della tattica…
astensionista!!! A noi pare invece una ragione di più per fare
dell’astensionismo elettorale un punto importante del nostro programma, ed è per
questo che siamo ostili anche alle candidature di protesta. E passiamo oltre.
Merlino protesta ch’egli non
sapeva quando scrisse al Messaggero che gli anarchici si riorganizzavano.
E noi gli crediamo; ma ci domandiamo allora se Merlino, prima di metter fuori al
pubblico la sua nuova tattica, non avrebbe fatto bene a mettersi un po’ più a
contatto coi suoi vecchi compagni. Merlino aggiunge che alla riorganizzazione
non ci crede nemmeno ora – e questo è affar suo. Ai compagni tutti il dargli,
coi fatti, un’eloquente smentita.
Ed ora
agli argomenti. Merlino scrive:
“La difesa sociale (scrivete
voi) dev’esser la cura di tutta la società; e se per difendersi vi fosse bisogno
di armarsi, vogliamo essere armati tutti. Così ragionando, l’amministrazione
della pubblica ricchezza dev’essere la cura di tutta la società; e se per
amministrarla vi fosse bisogno di far progetti, compilare statistiche, studiare
scienze tecniche – ebbene quelle cose vogliamo farle tutti. L’educazione e
l’istruzione dei fanciulli dev’essere la cura di tutta la società. Chi non sa
quanto sia pericoloso confidare a pochi individui la cura di educare la nuova
generazione? Dunque facciamoci tutti professori. E via di questo passo, si nega
il principio della divisione del lavoro, si arriva al concetto Kropotkiniano,
che il popolo in massa distribuirà le case, i viveri, il lavoro, farà tutto”.
Se noi dicessimo che Merlino
per confutarci ci affibbia delle idee che egli dovrebbe sapere non essere le
nostre, egli se ne offenderebbe – e noi non vogliamo offenderlo. Noi ammettiamo
certamente la divisione del lavoro e ne apprezziamo i vantaggi; ma ne conosciamo
pure i danni ed i pericoli. La divisione del lavoro è stata una fra le cause
dell’assoggettamento delle masse al dominio delle caste privilegiate. E col
principio della divisione del lavoro si può tentare la giustificazione di tutte
le mostruosità sociali: divisione tra lavoro mentale e lavoro manuale, divisione
fra il lavoro di direzione e quello di esecuzione, divisione tra :il lavoro di
produzione e quello di difesa dei produttori – che poi si riassumono e si
concretano nella divisione tra il lavoro di mangiare e quello di produrre, tra
il lavoro di bastonare e quello di farsi bastonare. Menenio Agrippa conosceva
già quest’argomento.
Noi
crediamo che carattere essenziale, non solo dell’anarchismo ma del socialismo in
genere, sia il volere che certe funzioni debbano appartenere indistintamente a
tutti i membri della società, malgrado i vantaggi tecnici che vi potrebbero
essere nell’affidarle ad una classe speciale. Si divida pure il lavoro fino a
che si può, per aumentare la produzione e facilitare il funzionamento della vita
sociale: ma sian salvi innanzi tutto l’integrale sviluppo e l’eguale libertà di
tutti gli individui.
Tra le funzioni che, secondo
noi, non si possono affidare senza gravi inconvenienti ad una classe speciale
d’individui vi sono quelle in cui potrebbe esserci bisogno di adoperare la forza
fisica contro un essere umano.
Così per esempio, potrebbe,
non lo neghiamo, esservi un vantaggio tecnico ad avere un corpo di specialisti
incaricati di diagnosticare la follia pericolosa e di portare i matti al
manicomio, ma, che volete? Noi abbiam paura che quei signori dottori ed
infermieri giudicherebbero matti tutti quelli che non la pensano come loro.
Lombroso insegni, che ci rinchiuderebbe tutti, Merlino compreso! Per la polizia
propriamente detta, peggio di peggio: addestrate un uomo a dar la caccia agli
uomini ed avrete, tecnicamente parlando, un buon agente di polizia; ma nello
stesso tempo avrete spento in lui ogni sentimento di simpatia umana, avrete
spento l’uomo e non troverete più che lo sbirro.
E non ci
estendiamo sul soggetto perché, polemizzando col Merlino, noi non intendevamo
discutere sui modi migliori di soddisfare ai diversi bisogni della società, ma
sulla questione specifica delle elezioni e del parlamentarismo. I vari problemi
che possono presentarsi nella vita sociale possono essere risoluti, bene o male,
in modi diversi. La questione che trattavamo era piuttosto il modo di
risolverli: autorità o libertà, delegazione dì potere o delegazione di lavoro,
governo parlamentare o anarchia – e su questa questione ci pare che Merlino,
malgrado la protesta stizzosa che ci manda in contrario, abbia scivolato.
Merlino
continua: “La
divergenza tra noi è sul modo d’intendere l’Anarchia. Voi dite: l’anarchia sarà
quando gli uomini sapranno vivere d’accordo. Quando? Io dico: l’Anarchia sarà
quando gl’interessi collettivi della società saranno organizzati, non già
assolutamente senza coazione; ma, sia pure con quel po’ di coazione morale,
economica o fisica che è inevitabile – senza quel potere costituito in mezzo
alla società, armato di leggi e dì baionette e arbitro della roba e della vita
dei cittadini che si chiama governo”.
Vale a
dire che Merlino non credendo possibile ora l’Anarchia completa –
l’organizzazione senza coazione
– vorrebbe accostarvisi il più che si può. E sta bene: noi abbiamo già detto che
non essendo noi tutta l’umanità non possiamo – e appunto perché anarchici non
pretendiamo – far da noi soli tutta la storia umana.
L’umanità cammina secondo la
risultante delle mille forze che in vari sensi la sollecitano. Noi non siamo che
una di queste forze. La questione da discutersi è se, possibilizzando il nostro
programma, noi otterremmo un risultato più vantaggioso, vale a dire più pronto e
più vicino al nostro ideale, che combattendo per l’attuazione del programma
pieno ed intero. Noi crediamo di no.
Infine Merlino ritorna sulla
questione di tattica, ma non fa che ripetere il già detto più volte. Noi pure
non avremmo che da ripeterci, quindi preferiamo chiuder qui la polemica. Oramai
i compagni e tutti coloro che si sono interessati della discussione ne hanno
inteso abbastanza per farsi un’opinione propria.
MALATESTA: “Non confondiamo”
Comincia la seconda parte della polemica. Nota di Malatesta pubblicata sull’Agitazione
del 18 giugno 1897.
Leggiamo su qualche giornale anarchico estero dei giudizi sulla “evoluzione” di
Merlino, che noi riteniamo erronei per ciò che riguarda la cosa ed ingiusti per
ciò che si riferisce alla persona.
Merlino
ha fatto una attivissima propaganda per una più larga partecipazione degli
anarchici al movimento operaio ed alla vita popolare, e contro le tendenze
individualiste che accennarono un momento a predominare nel campo nostro; e con
questa propaganda si è attirato, da certe parti, molte antipatie e molti odi
ch’egli ha coraggiosamente affrontati.
Ora poi
ch’egli consiglia la partecipazione alla lotta elettorale ed accetta, fino ad un
certo punto, anche il parlamentarismo, coloro che con lui erano in disaccordo ne
profittano per dire che la sua evoluzione era una cosa aspettata e che la
partecipazione al movimento operaio ed alla “lotta pratica” non era e non poteva
essere che il primo passo verso la tattica parlamentare.
Noi non abbiamo bisogno di
ripetere quel che pensiamo del parlamentarismo e di tutto ciò che ad esso si
riferisce, e quanto deploriamo che Merlino si sia messo su quella via. Ma non
per questo lasceremo che si presenti sotto una falsa luce l’influenza benefica
che Merlino ha avuto sul movimento anarchico; e che, nello spiegare la sua
evoluzione, si prenda per causa quello che è stato effetto e viceversa.
Non è
vero che Merlino abbia cercato di mettere il movimento anarchico su una via
pratica perché voleva arrivare alla tattica parlamentare. Invece egli ha
accettato, con più o meno riserve, questa tattica perché gli anarchici col loro
esclusivismo si erano ridotti all’inazione ed all’impotenza.
Merlino, di cui nessuno che lo conosce vorrà mettere in dubbio la profonda
sincerità e la grande buona volontà, ha secondo noi commesso un errore
grandissimo compromettendo i risultati della sua propaganda antecedente col
tentativo di farci accettare la lotta elettorale. Ma non bisogna nasconderci
l’errore collettivo che ha fatto sì che degli uomini di valore, vedendoci
perduti nelle astrazioni e non riuscendo, così presto come avrebbero voluto, a
riportarci nel mondo della realtà, han cercato altrove la via all’azione
feconda... e hanno sbagliato strada.
Sappiamo essere un partito vivente, sappiamo esercitare un’azione efficace sul
movimento sociale, ed allora non avremo a temere altre defezioni che quelle,
benvenute, dei deboli e dei traditori, e potremo sperare che coloro che ci hanno
abbandonato con la speranza sincera dì poter essere più utili alla causa,
torneranno a combattere insieme a noi.
MALATESTA: “Anarchismo e Democrazia”
Recensione di Malatesta dello scritto di Merlino “Collettivismo, comunismo,
democrazia socialista e anarchismo”, pubblicata sull’Agitazione
del 6 agosto 1897.
Con questo titolo e col
sottotitolo “Tentativo di conciliazione” Saverio Merlino ha pubblicato nella
Revue Socialiste di Parigi un articolo, che la Direzione di quella Rivista
chiama una contribuzione alla sintesi delle dottrine socialiste.
E contribuzione a
detta sintesi lo sarà forse, poiché ogni studio delle varie dottrine rischiara
l’argomento, tende a toglier di mezzo i dissensi che non hanno ragione di
essere, e può menare alla conciliazione se arriva a stabilire che differenze
sostanziali non ne esistono. Ma il fine pratico che Merlino si proponeva, quello
cioè di dimostrare che le dottrine dei socialisti democratici e dei socialisti
anarchici, lungi dall’essere inconciliabili, si correggono e si completano a
vicenda, è certamente mancato, poiché egli mette male la questione, e confonde
dottrine e partiti in un modo che fa davvero, meraviglia in un uomo di mente
così lucida e così bene informato come è Merlino.
L’articolo si divide in due parti. Nella prima Merlino parla della differenza
tra comunismo e collettivismo, pigliando queste parole nel senso, diremo così,
classico che esse avevano per tutti al tempo dell’Internazionale: vale a dire,
Comunismo, come il sistema, in cui tutto, strumenti e prodotti di lavoro, è a
disposizione di tutti, senza tener calcolo del contributo di ciascuno all’opera
collettiva, conforme alla formula “da ciascuno secondo le sue forze e a ciascuno
secondo i suoi bisogni”; Collettivismo, come il sistema in cui, stabilita
l’eguaglianza di condizioni, garantito a tutti l’uso delle materie prime e degli
strumenti di lavoro, ciascuno è padrone del prodotto del suo lavoro. Egli
sostiene che tanto il Comunismo quanto il Collettivismo, se interpretati in un
modo stretto, assoluto, sono l’uno e l’altro impossibili o non soddisfacenti, e
fa molte osservazioni giuste, che abbiamo fatto anche noi in questo giornale o
altrove. E conchiude che col contemperamento dell’un sistema coll’altro –
“facendo distinzione tra relazioni sociali necessarie e fondamentali e rapporti
volontari e variabili tra gl’individui” – si può arrivare ad “una buona
organizzazione sociale che non soffochi l’energia dell’individuo levandogli ogni
iniziativa ed ogni libertà d’azione, e che nello stesso tempo assicuri il
funzionamento armonico delle attività individuali”, o, in altri termini, che
concili la libertà individuale colla necessaria solidarietà sociale.
La questione è molto
interessante e può essere, ed è stata, oggetto di utile discussione; ma non ha
nulla a vedere colle differenze che dividono democratici e anarchici. Vi possono
essere, e vi sono stati e vi sono, anarchici collettivisti e anarchici
comunisti, al pari che democratici collettivisti e democratici comunisti. Negli
ultimi anni i socialisti democratici, chiamandosi insistentemente collettivisti,
sono riusciti ad identificare quasi il collettivismo colla democrazia
socialista; ma in questo senso il Collettivismo più che un sistema di
distribuzione dei prodotti del lavoro, è il sistema della organizzazione
socialista per opera dello Stato e non è più il Collettivismo di cui discute
Merlino in paragone col Comunismo.
Per gli
anarchici, la sintesi e la conciliazione tra Collettivismo e Comunismo si può
dire già un fatto compiuto, poiché nessuno più interpreta quei sistemi in un
modo stretto e assoluto; e lo prova il fatto che, almeno come partito militante,
essi si denominano generalmente coll’appellativo comprensivo di socialisti
anarchici, lasciando alle discussioni teoriche dell’oggi ed agli esperimenti
pratici di domani la scelta tra i vari modi di organizzazione del lavoro e di
distribuzione dei prodotti.
Nella
seconda parte del suo articolo Merlino parla della necessità di
un’organizzazione permanente degli interessi collettivi, e delle forme che
assumerà tale organizzazione; ed arriva ad una conciliazione verbale, che in
realtà lascia la questione al punto di prima.
Egli parla dei grandi
interessi sociali, che eccedono l’interesse e la vita stessa dell’individuo, ed
a cui bisogna che provveda la collettività; cerca qual’è la forma politica che
può dare una più sincera espressione della volontà collettiva e meglio evitare
ogni pericolo di oppressione, e conchiude:
“Né governo centralizzato né
amministrazione diretta. L’organizzazione politica della società socialista deve
consistere nel riconoscimento dei diritti e libertà intangibili dell’individuo
(diritto all’uso degli strumenti collettivi del lavoro, diritto d’associazione,
d’istruzione, libertà di pensiero, di parola, di stampa, di scelta di lavoro,
ecc.) e nell’organizzazione degli interessi collettivi per delegazione ad
amministratori capaci, revocabili e responsabili, che agiscano sotto il
sindacato diretto del popolo, gli sottomettano i loro atti più importanti
(referendum) e restino separati ed indipendenti l’uno dall’altro, affinché non
vi sia coalizione per l’esercizio di un’autorità simile all’autorità governativa
attuale”. “L’essenza della democrazia sta nell’assenza di una tale coalizione, e
nella ricerca delle forme di amministrazione che lasciano il meno possibile
all’arbitrio degli amministratori. In questo senso non v’è differenza
sostanziale tra democrazia e anarchia. Governo del popolo – niente oligarchia –
significa in sostanza non governo. Il governo di tutti in generale (democrazia)
equivale al governo di nessuno in particolare (anarchia)”.
Ancora
una volta Merlino è fuori della questione. Il modo di organizzare od
amministrare gl’interessi collettivi è questione importantissima e troppo
trascurata, come giustamente osserva il Merlino, dai socialisti di tutte le
scuole. Ma se s’intende paragonare le soluzioni dei democratici a quelle degli
anarchici, in vista di una possibile conciliazione, bisogna rimontare alla
differenza sostanziale che divide le due scuole, e non già fermarsi a discutere
sul valore relativo dei vari sistemi rappresentativi, del referendum, del
diritto d’iniziativa, del governo diretto, del centralismo, del federalismo,
ecc. E la differenza sostanziale è questa: autorità o libertà, coazione o
consenso, obbligatorietà o (ci si perdonino i neologismi) volontarietà. È su
questa questione fondamentale del supremo principio regolatore dei rapporti
interumani che bisogna intendersi, o almeno discutere, tra democratici e
anarchici; poiché, se non vi è intesa su di essa, non vi può essere intesa sulle
questioni speciali di organizzazione, e quand’anche si arrivasse ad un accordo a
parole, come quello a cui arriverebbe Merlino, si scoprirebbe presto che
l’accordo s’è fatto adoperando le stesse parole in sensi diversi.
Scendiamo alla pratica.
Supposto che domani il popolo fosse padrone di sé (non si allarmi il Fisco,
poiché si tratta di semplici supposizioni) dovrà esso nominare un potere
costituente, che decreterà una nuova costituzione, che farà la legge, che
organizzerà la nuova società? Oppure la nuova organizzazione sociale dovrà
sorgere, dal basso all’alto, per opera di tutti gli uomini di buona volontà,
senza che a nessun o sia dato il diritto di comandare e d’imporre? In altri
termini, per servirci della frase consacrata, bisogna conquistare, oppure
abolire i pubblici poteri? Si può parteggiare per l’uno o l’altro metodo, si può
anche cercare qualche cosa d’intermedio, come pare desidererebbe Merlino, ma non
si può, quando ci cerca di arrivare ad una conciliazione tra democratici ed
anarchici, tacere quello che è il loro dissenso fondamentale.
E per
oggi basta. Ritorneremo sulle dottrine e sulle tendenze di Merlino, quando ci
occuperemo, in uno dei prossimi numeri, del suo libro recente: Pro e contro
il socialismo.
MERLINO: “Per la conciliazione”
Articolo
di Merlino pubblicato dall’Agitazione
il 19 agosto 1897.
Forse m’inganno, ma mi pare
che voi vi sforziate, involontariamente, ad esagerare il vostro dissenso dai
socialisti‑democratici, per paura che cessando il dissenso, cessi anche per voi
ogni ragione di esistere come partito distinto.
Ora, che esista o no il
partito Anarchico, o qualsiasi altro partito, a me pare debba interessarci
mediocremente. Tutto ciò che noi abbiamo il diritto e il dovere di desiderare è
che quella parte di vero, che c’è nelle nostre dottrine, si faccia strada fra le
moltitudini, e primieramente tra quelli che sono più vicini a noi, i socialisti
militanti. Se domani i socialisti‑democratici accettassero la parte giusta delle
nostre idee, noi potremmo anche rassegnarci a morire come partito. Avremmo
compiuta la nostra missione.
Al postutto, i partiti non
sono destinati a durare eternamente; pur troppo hanno una vita. breve e
precaria, servono ad affermare e divulgare certe idee, e per lo più scompaiono o
si trasformano prima che quelle si attuino. Nel caso nostro, piuttosto che avere
un partito che tira il socialismo da una parte, e un altro che lo tira
dall’altra, facendolo a brani, esagerando entrambi e combattendosi talvolta
ingiustamente, io preferirei un partito solo che rimanesse nella verità. Né mi
preoccupa quello che voi dite. Se domani i socialisti‑democratici, andando al
potere volessero imporsi e tiranneggiare, là, dentro il partito socialista, non
fuori voi dovreste combatterli. In tal modo avreste fatto meglio che prepararvi
a combattere la tirannia socialista, l’avreste prevenuta e impedita. A me
insomma non garba che noi regoliamo il nostro modo di pensare e la nostra
propaganda in opposizione a quello che pensano o dicono – o diranno e faranno –
i socialisti‑democratici; mi parrebbe di fare come quei due individui che
camminassero a braccetto, e di cui l’uno zoppicasse da una gamba e l’altro
credesse, per fargli equilibrio, di dover zoppicare dall’altra. Lasciamo questi
giuochi di equilibrio e andiamo diritti, perdio, alla nostra mèta.
Dunque
esaminiamo la questione della conciliazione fra collettivismo, comunismo,
democrazia socialista ed anarchismo, senza il partito preso di non riescirvi.
Voi dite che la “sintesi e conciliazione tra comunismo e collettivismo, per gli
anarchici si può dire un fatto compiuto”, tanto vero che essi si chiamano oggi,
in gran parte, anarchici‑socialisti. Dunque siamo d’accordo. Io però vi fo
notare che molti anarchici si chiamano oggi socialisti e non comunisti né
collettivisti, non perché siano convinti, come son convinto io, che comunismo e
collettivismo non possono star da sé, ma devono completarsi a vicenda, ma
piuttosto perché o sono incerti, o pur essendo comunisti e collettivisti in
pectore, non credono la questione tanto importante da doverne fare un
casus belli. Per essi è una questione di tolleranza reciproca: io invece
parto dalla critica del collettivismo e del comunismo per arrivare ad un terzo
sistema, o sistema misto. Voi vedete la differenza.
Ad ogni modo voi riconoscete
che la discussione che io ho fatta in proposito nell’articolo della Revue
Socialiste è interessante ed utile. Ma ecco che la preoccupazione di
confondervi coi socialisti‑democratici vi assale, e voi soggiungete: “ma (la
questione) non ha nulla a vedere colle differenze che dividono democratici ed
anarchici”. Come se io nel mio articolo mi fossi proposto di trattare soltanto
di queste divergenze!
Ma il collettivismo dei
socialisti democratici – voi dite – più che un sistema di distribuzione dei
prodotti del lavoro, è il sistema dell’organizzazione socialista per opera dello
Stato. È un’asserzione, ne converrete con me, un po’ troppo cruda, e che mette
in un fascio ì socialisti‑democratici coi socialisti di Stato. I socialisti
democratici respingono e combattono il socialismo dì stato, e bisogna tener loro
conto, almeno della buona intenzione. Il collettivismo per essi non è il sistema
dello Stato grande capitalista e grande anzi unico proprietario; ma è il
sistema in cui la società (nella sua grande capacità collettiva) amministra il
patrimonio pubblico dei mezzi di produzione e forma il piano generale di
produzione distribuendo i prodotti in ragione del lavoro di ciascuno. Che questo
sistema possa menare, contro la volontà dei suoi sostenitori, ad una specie di
socialismo di stato, è un’altra questione: dipende dalla modalità del sistema,
dal modo con cui funziona questa società nella sua capacità collettiva, dal come
sarà organizzata.
Sarà organizzata a stato?
Sarà una semplice federazione di associazioni? Quali saranno le attribuzioni e
quale sarà la composizione dell’amministrazione collettiva? Qui sta la
questione, ma un’amministrazione generale degli interessi collettivi e
indivisibili – voi ne avete convenuto altra volta – ci ha da essere. I
socialisti democratici hanno il torto, secondo me, di accreditare il sospetto
che essi vogliano né più né meno che un grande stato – come quando dimostrano la
loro gioia per ogni nuovo acquisto od intrapresa che fa lo stato. Quando una
rete di ferrovie, per es. passa da una società privata allo stato, essi battono
le mani; perché dicono che dallo stato alla collettività socialistica è poi
breve il varco. Ora questo può essere, come io ritengo, un errore, ma è
tutt’altra cosa dal dire che lo stato debba organizzare esso definitivamente la
produzione e attuare il socialismo.
Siamo
sempre lì. Voi vi sforzate (involontariamente sempre) di far apparire i
socialisti‑democratici il più che potete reazionari, per accrescere la distanza
tra essi e voi e poter dire che essi sono agli antipodi da voi, o almeno
dovrebbero. Questo partito preso si vede anche più chiaramente nella
confutazione che voi fate della seconda parte del mio articolo.
Io sostenevo – e qui
veramente si trattava di conciliare il socialismo democratico e l’anarchico –
che insomma la libertà non può mai essere illimitata, e che un’organizzazione
degli interessi collettivi ci vuole, e che in quest’organizzazione è insita
sempre una certa coazione; che bisogna fare in modo che la coazione sia minima e
l’organizzazione sia la più libertaria e decentrata possibile, e che i
socialisti‑democratici in ciò sono d’accordo con noi; quindi una vera
opposizione d’idee tra essi e noi non c’è, ma dobbiamo studiare insieme i modi
pratici di conciliare gl’interessi generali e indivisibili della collettività
con la libertà dell’individuo. Il referendum, il sindacato pubblico e la
revocabilità degli amministratori, ecc. possono essere un modo di tenere gli
amministratori soggetti agli amministrati, impedendo la formazione di un potere
governante: studiamo dunque queste modalità e attuiamo, per così dire,
l’anarchia per mezzo della democrazia.
Voi anche questa volta non
negate che la questione della modalità dell’organizzazione degl’interessi
collettivi è importantissima e merita di essere approfondita; ma ad un tratto
rivive in voi il vecchio Adamo, l’anarchico che cerca a tutti i costi il
socialista‑autoritario da combattere – e voi dite che “bisogna rimontare alla
differenza sostanziale che divide le due scuole (…) e questa è: autorità o
libertà, coazione o consenso, obbligatorietà o volontarietà”.
Ora io torno a quello che
dissi altra volta, in certe cose d’interesse comune e indivisibile
l’obbligatorietà è inevitabile. Volontarietà, libertà, consenso, sono principi
incompleti, che non ci possono dare da sé soli, né ora, né per molti secoli
avvenire, tutta l’organizzazione sociale. D’altra parte non è esatto che i
socialisti‑democratici siano fautori di autorità, di coazione, di obbligatorietà
su tutta la linea, che non riconoscano il gran valore del principio di libertà.
Non è dunque vero che voi rappresentiate un principio e i socialisti‑democratici
rappresentino il principio opposto: voi tutta la libertà, essi tutta l’autorità.
La questione è di più e di meno, o piuttosto dei modi di applicazione; ed ecco
perché io vorrei tirarvi giù dalle empiree sfere dei principii astratti ed
indurvi a discutere le modalità dell’organizzazione sociale, sicuro come sono
che su questo terreno tutti i socialisti tacitamente mente s’intenderebbero. Ma
voi ricalcitrate, perché, come ho detto fin da principio ritenete che la vostra
missione è di combattere la futura tirannia socialistica, invece di prevenirla.
Voi dite: supposto che il
popolo domani abbia il sopravvento sul governo, i socialisti‑democratici
vorranno fargli nominare un potere costituente che farà la legge e organizzerà
le cose a suo talento. Noi, socialisti‑anarchici, dovremo, potendo, impedire
tutto ciò e far sorgere la nuova organizzazione sociale “dal basso all’alto per
opera di tutti gli uomini di buona volontà”.
Ma
anche per il periodo rivoluzionario vale la regola che ci vuole
un’organizzazione, il più possibile libertaria, a base di volontà popolare, ma
pur capace di dar corpo e vita all’ammasso informe di volontà, d’interessi e di
desideri che si agiteranno sopratutto in tale momento. Un potere costituente
dispotico non solo provocherebbe discordie e reazioni, ma neppure riuscirebbe ad
organizzare la vasta e complicata economia sociale. Ma tanto meno vi riuscirebbe
il popolo in massa, adunato casualmente nei clubs e per le strade. Possibile che
non ci riesca di guardarci, da una parte e dall’altra, dalle esagerazioni?
MALATESTA: “Impossibilità di un accordo”
Risposta
di Malatesta, sull’Agitazione
del 19 agosto 1897, con la quale viene postillato il precedente articolo del
Merlino.
Abbiamo pubblicato qui sopra
la risposta che Merlino ci ha mandato alla critica che noi facemmo di un suo
articolo pubblicato nella Revue socialiste, perché ì lettori possano più
facilmente farsi un’opinione loro propria. Replicherò il più brevemente
possibile, per non cominciare una nuova e lunga polemica, né per dar fondo ad
argomenti sui quali dovremo ritornare continuamente, perché sono la materia
della nostra propaganda, ma semplicemente per rimettere a posto quelle cose, che
Merlino, secondo noi, ha spostato.
Premettiamo un’osservazione. Noi non sappiamo bene se Merlino continui o no a
chiamarsi anarchico. Il certo è, e ce ne duole, che se egli si dice ancora
anarchico, non intende più l’anarchia come l’intendono gli anarchici, fra cui
egli militava fino a non molto tempo fa. E, perciò, il noi ed il nostro, che
Merlino adopera ancora, va accolto con riserva.
Avevamo creduto che Merlino
sarebbe riuscito a formare un terzo partito, intermedio tra i marxisti e noi –
qualche cosa come gli Allemanisti francesi; e ce ne saremmo rallegrati, poiché
ciò avrebbe dato una organizzazione propria a quegli elementi che stanno a
disagio nel Partito Socialista Italiano, ed avrebbe segnato un passo avanti
nell’evoluzione del socialismo in Italia, mentre d’altra parte quegli anarchici
che avessero potuto aderire al nuovo partito non sarebbero stati, in generale,
che degl’individui già sul punto di abbandonarci e che avremmo in ogni modo
perduti. Ma incominciamo a temere, per sintomi molteplici e vari, che anche
questa era un’illusione. Merlino, quando avrà perduto ogni speranza di
convertire gli anarchici e di far loro accettare, con delle attenuazioni che
secondo noi non hanno alcun valore pratico, le idee ed il metodo dei socialisti
democratici, passerà senz’altro nelle file di questi ultimi. Ed allora forse,
subendo la suggestione del nuovo ambiente, dirà che gli anarchici non esistono.
Vorremmo ingannarci. Ed ora rispondiamo a Merlino, cercando di seguire il suo
scritto paragrafo per paragrafo.
Merlino
dice che noi ci sforziamo di esagerare il nostro dissenso coi
socialisti‑democratici. L’accusa sarebbe ben altrimenti giusta se fosse
invertita. Sono i socialisti democratici che continuamente – e disonestamente –
si sforzano di travisare le nostre idee, per poter poi dire che noi non siamo
socialisti, e negare la parentela intellettuale e morale che li unisce a noi.
Ancora l’altro giorno l’Avanti! negava ogni rapporto tra anarchismo e
socialismo, e diceva di noi quello che avrebbe potuto dire di un partito di
piccoli borghesi che si rivoltasse violentemente contro l’aumento delle tasse e
la concorrenza dei grossi capitalisti: così che uno potrebbe prendere per
anarchici i padroni macellai e fornai di Napoli e Palermo, quando protestano e
resistono contro il calmiere municipale! E l’Avanti! è ancora uno degli
organi meno intolleranti che vanta il partito socialista democratico!
Noi vogliamo essere un
Partito separato, non per il piacere di distinguerci dagli altri, ma perché
realmente abbiamo idee e metodi diversi dagli altri partiti esistenti. E
respingiamo assolutamente la supposizione che noi esageriamo in un senso per
fare equilibrio alle esagerazioni opposte degli altri. Noi sosteniamo quel che
sosteniamo, perché crediamo che sia la verità, e non per altra ragione. Se ci
accorgessimo che nel nostro programma v’è una parte d’errore, noi ci
affretteremmo a sbarazzarcene; e quando anche gli altri modificassero le loro
idee in modo da incontrarsi con noi, allora... noi e gli altri costituiremmo
naturalmente un partito solo. Ora come ora, le idee sono differenti, ed è giusto
e necessario che vi siano Partiti differenti.
Noi non vogliamo soltanto
resistere alla possibile tirannia dei socialisti al potere: noi vogliamo far si
che il popolo si rifiuti a nominare o a riconoscere dei nuovi governanti, e
pensi da se stesso ad organizzarsi localmente e federalisticamente, senza tener
conto delle leggi e di decreti di un nuovo governo, e resistendo colla forza
contro ciò che gli si volesse imporre per forza. E se, per mancanza di forza
sufficiente, non potessimo raggiungere subito questo nostro scopo, allora in
attesa di divenir più forti, eserciteremmo quell’azione, moderatrice o
eccitatrice secondo i casi, che esercitano i partiti di opposizione quando non
si lasciano corrompere ed assorbire. Il consiglio di Merlino, di entrare nel
partito socialista democratico per poter prevenire la tirannia dei socialisti al
potere equivale a quello di divenire, p. es. monarchici o repubblicani per
evitare che la monarchia o la repubblica fossero troppo reazionarie.
Quest’ultimo consiglio sarebbe giustificato, se dato a chi è disposto ad
accomodarsi con la monarchia o la repubblica, come sarebbe giustificato quello
di Merlino se noi accettassimo il principio di un governo socialista e ci
dicessimo anarchici solo allo scopo di prevenire che quel governo fosse troppo
autoritario. Ma quello non è il caso.
Quel che dice Merlino che
molti anarchici si dicono oggi genericamente socialisti e non già comunisti o
collettivisti non perché vogliono un sistema misto quale lo desidera Merlino, ma
perché, o sono incerti o non danno importanza alla questione, o non vogliono
farne una ragione di divisione, è vero. Noi stessi siamo propriamente comunisti,
alla sola condizione (sottintesa, perché senza di essa non potrebbe esserci
anarchia) che il comunismo sia volontario ed organizzato in modo che ammetta la
possibilità di vivere secondo altri sistemi. Ma siccome il collettivismo dei
collettivisti anarchici è anch’esso (necessariamente, se no non sarebbe
anarchico) sottoposto alla stessa condizione, la differenza si riduce ad una
questione di organizzazione pratica che deve esser risolta mediante accordi, e
non può dar luogo alla costituzione di due partiti separati ed avversi. Questo
però, come dicemmo, non ha nulla da fare colle differenze tra anarchici e
democratici, che sono quelle che qui c’interessano.
Il “collettivismo” dei
socialisti democratici, a differenza del collettivismo dell’Internazionale,
non pregiudica la questione del modo di distribuzione dei prodotti, poiché vi
sono molti democratici che si dicono collettivisti, e vogliono che detta
distribuzione sia fatta in ragione dei bisogni.
Merlino
dice che noi confondiamo i socialisti democratici con i socialisti di Stato, e
noi infatti crediamo che tali essi siano, quantunque non li confondiamo certo
con quei borghesi che si chiamano anche socialisti di Stato e vogliono fare
solamente un po’ di “socialismo” a scopo fiscale, o a scopo di allontanare o
scongiurare il pericolo del socialismo vero. I socialisti democratici combattono
questa specie di falso socialismo; e se, per evitare equivoci, respingono (e non
tutti) il nome di socialisti di Stato, ciò non toglie che essi vogliono che la
nuova società sia organizzata e diretta dallo Stato, vale a dire dal governo.
Merlino ha un modo curioso di
conciliare le opinioni. Esprime quello che dovremmo pensar noi e quello che
dovrebbero pensare i socialisti democratici, ed arriva facilmente all’accordo,
poiché in realtà egli dice ciò che pensa lui secondo che si piazza da differenti
punti di vista, e non già quello che pensiamo noi o i democratici. Così egli
dice che “i socialisti democratici hanno il torto di accreditare il sospetto che
essi vogliono né più né meno che un grande Stato”, ecc.. Ma è proprio soltanto
un sospetto? Noi ameremmo sentirlo dire dai socialisti democratici autentici. È
così pure, egli dice che noi non rappresentiamo il principio di libertà, perché
egli (Merlino) crede che “volontarietà, libertà, consenso sono principii
incompleti che non ci possono dare da sé soli, né ora né per molti secoli
avvenire, tutta l’organizzazione sociale”. Fino a che egli dice che noi ci
sbagliamo, sta bene; ma dire che noi non pensiamo in quel dato modo, che noi non
rappresentiamo le idee che difendiamo, perché egli le crede sbagliate, è di una
logica singolare. Il fatto è che noi crediamo appunto che tutta l’organizzazione
possa e debba – ora, non tra molti secoli – uscire dalla libertà, e che quindi
la differenza tra noi ed i democratici resta intera, fino a quando Merlino non
ci abbia persuasi che abbiamo torto, e fatto abbandonare il programma anarchico.
Per ora la differenza diminuisce solo fra Merlino ed i democratici, a misura che
aumenta fra Merlino e noi.
Bisogna che gl’interessi
collettivi indivisibili siano collettivamente amministrati: siamo d’accordo. La
questione sta nel modo come quest’amministrazione può esser condotta senza
ledere il diritto eguale di ciascuno, e senza servire di pretesto e di
occasione per costituire un potere che imponga a tutti la propria volontà. Per
i democratici è la legge, fatta dai deputati eletti a suffragio universale,
quella che deve provvedere alla necessaria amministrazione degl’interessi
collettivi; per noi è il libero patto tra gl’interessati, o, all’occasione, la
libera acquiescenza alle iniziative che i fatti mostrano utili a tutti. Noi non
solo non vogliamo, ma non crediamo possibile un metodo di ricostruzione
sociale intermedio, che non sia né l’azione libera delle associazioni che si
vanno man mano accordando e federando, né l’azione dittatoriale di un governo
forte.
Ma Merlino c’invita a
scendere dalle “empiree sfere dei principii astratti” e discutere le modalità
della organizzazione sociale. Noi non domandiamo di meglio, e perciò volevamo
cominciare dall’assodare quale deve essere praticamente il punto di partenza
della nuova organizzazione: l’elezione di una Costituente, o la negazione di
ogni potere costituente delegato? La “conquista dei pubblici poteri”, o la loro
abolizione?
I socialisti democratici
mirano ad un futuro Parlamento, o ad una futura dittatura, che abolisca le leggi
esistenti e ne faccia delle nuove – e perciò sono logici quando abituano la
gente a considerare il voto come un mezzo onnipotente di emancipazione. Noi
invece miriamo all’abolizione dei Parlamenti e di ogni altra specie di potere
legislativo, e perciò vogliamo, per gli scopi attuali e per i futuri, che il
popolo si rifiuti di nominare e di riconoscere dei legislatori. Se Merlino
riesce a metterci d ‘accordo avrà fatto una fatica d’Ercole... ma noi crediamo
ch’egli perda il tempo.
L’accordo coi
socialisti‑democratici, ed anche coi semplici repubblicani, lo vorremmo anche
noi, ma non nel senso di rinunziare ciascuno ad una parte delle sue idee e
fondere i vari programmi in un programma intermedio. Vorremmo l’accordo in
quelle cose in cui i vari partiti possono agire insieme senza rinunziare alle
loro idee particolari, quali sarebbero, nel caso concreto, l’organizzazione
economica, la resistenza degli operai contro i capitalisti, la resistenza
popolare contro il governo. Su questo terreno Merlino ha già reso dei servizi e,
se rinunciasse alla fisima di convertirsi al parlamentarismo (poiché, in fondo
in fondo è sempre quella la questione) potrebbe renderne di ben più grandi.
MERLINO:
Dichiarazione di distacco dall’anarchismo
Dichiarazione di distacco dall’anarchismo inviata da Merlino all’Agitazione
e da questa pubblicato il 26 agosto 1897.
ROMA, 23 agosto.
Cari amici, poiché voi mi
domandate (e non per la prima volta) se io mi dica anarchico, sento il dovere
di dichiarare che io preferisco chiamarmi “socialista libertario”. S’intende che
non posso impedire che molti anarchici mi ritengano dei loro, perché non sono
iscritto al partito socialista democratico e non potrei sottoscriverne
interamente il programma; e alcuni socialisti mi ritengano quasi dei loro, o
almeno mi veggano di buon occhio, perché non sono interamente d’accordo con gli
anarchici. Io mi adopero per la causa a modo mio, lieto di contribuire in
qualche modo a rintuzzare in tutti lo spirito settario. Non ho l’ambizione di
fondare nessun nuovo partito: quelli che ci sono, sono anche troppi, e stentano
a reggersi in piedi, circondati come sono dall’apatia generale. Spero di aver
soddisfatto la vostra giusta curiosità e vi stringo la mano.
MERLINO: “Il pericolo dell’assolutismo”
Articolo
pubblicato ne
L’Italia
del Popolo del 3‑4 novembre 1897.
Notiamo il fatto, che è
sintomatico: nel paese e nella stampa la corrente anti‑parlamentare cresce. Si
va facendo strada l’idea che senza il Parlamento si starebbe meglio. Ma si va
facendo strada – anche questo va notato – nella parte più reazionaria del paese
e della stampa. Anche nelle questure del regno si parla male del sistema
parlamentare. E si capisce! Se non vi fosse il Parlamento la polizia non
dovrebbe render conto delle sue gesta che al ministro dell’interno, e allora...
bazza a chi tocca!
I nostri amici dunque stiano
in guardia contro il pericolo che sovrasta. In un vicino paese più facile ai
mutamenti politici, noi forse avremmo avuto a quest’ora un colpo di mano
imperialista o napoleonico. In Italia non si abolisce e non si abolirà il
Parlamento, né lo si degrada ufficialmente ad un tratto; ma lo si esautora poco
per volta: il che fa lo stesso. La gente prima lo prende in uggia, poi lo guarda
con indifferenza e finisce per voltargli le spalle. Clericali, borbonici e altri
partigiani di regimi tramontati da una parte, anarchici e altri socialisti
dall’altra, aiutano la demolizione, credendo di combattere il governo, e non si
accorgono che lo rendono onnipotente.
Quelli che non mi conoscono
penseranno che, come tutti i convertiti, io voglio far mostra di zelo,
difendendo la causa del parlamentarismo. Qualcuno sospetterà perfino ch’io
voglia mettermi nelle grazie di questo o di quel partito e farmi largo, anch’io
alla deputazione. Si ricredano costoro. Io non solo ho fatto proponimento di
rimanere al mio posto di milite, ma non mi dissimulo, e son lungi dal
disconoscere i vizi del sistema parlamentare: vizi del resto che, chi bene
osservi, sono il riflesso della società in cui viviamo, e si rivelano perfino
nelle società operaie e nelle organizzazioni di qualunque genere.
Ora del parlamentarismo si ha
ragione di dire tutto il male possibile; ma questo non si può negare, che esso
val meglio del governo assoluto. In un governo parlamentare qualche volta il
pubblico ha ragione; qualche concessione di quando in quando l’ottiene; non
foss’altro si ha la soddisfazione di rendere palesi certe turpitudini e
prepotenze del potere pubblico e di metterlo alla gogna.
Giorni sono uno dei più noti
e colti anarchici italiani mi diceva, a proposito della violenza fattaci a
Siena, di obbligarci a discutere una causa per “detenzione di stampati
sovversivi” a porte chiuse: “Fa fare un’interpellanza al Parlamento”. Io gli
feci osservare l’incoerenza di questo suo desiderio colla sua professione di
fede antiparlamentare, ed egli mi rispose confessandomi che non era poi
assolutamente contrario al parlamentarismo.
Dai domicili coatti giungono
tutti i giorni lettere di compagni, che denunziano gli abusi di cui son vittime
e sarebbero felicissimi se almeno i loro lamenti avessero una eco nel
Parlamento.
Insomma a me pare che, a meno
di negare l’evidenza, non si possa negare che il Parlamento, se può essere ed è
spesso adoperato dal governo contro il popolo, può anche essere adoperato dal
popolo contro il governo. Combatterlo a priori, coi soliti luoghi comuni – che
non serve a nulla, che è corrotto, che fa la volontà del governo – mi pare un
errore madornale e una grave imprudenza. Domandare che sia abolito puramente e
semplicemente è addirittura una follia, e significa fare il gioco della
reazione.
Il governo si prevale appunto
del discredito in cui è caduto il Parlamento, e della propaganda che noi
facciamo contro di esso, per imporvisi. Crispi non avrebbe trattato con tanta
disinvoltura il Parlamento se non avesse avuto dietro di sé una parte notevole
del popolo, che quasi lo incitava nella dittatura. La dittatura di Crispi ha
fruttato all’Italia Abba Garima e le leggi eccezionali del 1894.
Il Parlamento è, ad ogni
modo, per cattivo che sia, un freno al governo. I maggiori arbitrii il governo
li commette a Camera chiusa. Bisognerebbe domandare che il Parlamento non fosse
mai chiuso, o che almeno fosse facoltà di un certo numero di deputati di
convocarlo direttamente di urgenza, che esso si rinnovasse più spesso, che gli
elettori potessero licenziare il deputato fedifrago, che su certe questioni essi
fossero chiamati a deliberare direttamente, ecc. ecc.. Insomma bisogna
correggere i vizi del sistema ma non privarsi dei suoi vantaggi.
Il sistema parlamentare è
cattivo, perché è poco parlamentare, poco rappresentativa, perché in esso
sopravvive ancora troppo del vecchio regime. Il deputato è un despota in faccia
ai suoi elettori: il governo è un despota verso i deputati. Bisogna invertire le
parti, rendere al popolo le libertà che gli sono state tolte recentemente e
aggiungerne altre. Bisogna perfezionare il sistema, non distruggerlo.
E badiamo specialmente in
questo quarto d’ora di non lasciarci stordire dalle grida che si levano contro
Il parlamentarismo dalla parte più conservatrice e più reazionaria del paese.
Io sono stato anti‑parlamentare
quando la «gente per bene» andava in visibilio per il sistema parlamentare. Oggi
che essa mostra di volerlo abbandonare per tornare indietro io mi sento portato
a difenderlo.
MALATESTA: “Lo spettro della reazione”
Lunga
risposta di Malatesta sull’Agitazione
dell’11 novembre 1897.
Merlino ci tiene a far
ammenda degli “errori” passati, sorgendo ogni giorno a difesa del
Parlamentarismo. Questa volta egli ci agita innanzi lo spettro della reazione. I
clericali, i borbonici, i partigiani del colpo di Stato, egli dice, combattono
le istituzioni parlamentari per ritornare all’assolutismo: dunque uniamoci per
difendere quelle istituzioni che, per quanto cattive, valgon sempre meglio dei
governi assoluti.
L’argomento non è nuovo. Per
la paura di Crispi, Cavallotti ed i democratici della sua risma appoggiarono Di
Rudini, e non è ben chiaro se non lo appoggiano ancora: per la paura dei
clericali tanti “liberali” avevano difeso il Crispi... Ma giusto, perché non ci
mettiamo a difendere la monarchia sabauda, che i preti vogliono abbattere o per
lo meno scacciare da Roma? Della Monarchia, diremo parafrasando Merlino, si ha
ragione di dire tutto il male possibile: ma questo è certo che essa val meglio
del governo dei preti.
Con questa logica si può
andare lontano; poiché non v’è istituzione reazionaria, nociva, assurda, che non
trovi chi la combatte allo scopo di sostituirvene un’altra peggiore. Quindi
bisognerebbe che non vi fossero né anarchici, né socialisti, né repubblicani
(salvo nei paesi dove esiste la repubblica), e diventassimo tutti
conservatori... per salvarci del pericolo di tornare indietro. Oppure,
bisognerebbe che i repubblicani difendessero la monarchia costituzionale per
tema di veder tornare l’Austria ed il Papa‑re; che i socialisti difendessero la
borghesia per garantirsi contro un ritorno al medio evo; che gli anarchici
facessero l’apologia del governo parlamentare per paura dell’assolutismo. O che
cuccagna per quelli che detengono il potere politico e l’economico!
Ma noi
siam troppo abituati a queste insidie per restarvi presi. Quando sorse l’Intemazionale,
vale a dire quando il socialismo incominciò a diventare partito popolare e
militante, i “liberali” ed i repubblicani gridarono che si facevano gl’interessi
dell’Impero, di Bismark o di altre monarchie; quando in Inghilterra gli operai
incominciarono a costituirsi in partito indipendente, i “liberali” dissero che
essi erano pagati dai conservatori – e così sempre, quando un’idea più avanzata
è venuta a guastar le uova nel paniere a coloro che stanno al potere, o ne sono
gli eredi presuntivi. Oggi ancora, quando i socialisti legalitari votano per uno
dei loro e gli anarchici predicano l’astensione elettorale, i democratici ed i
repubblicani soglion dire che si favorisce indirettamente il candidato
governativo: il che può realmente essere qualche volta l’effetto immediato
dell’intransigenza (?) elettorale degli uni e dell’astensionismo degli altri, ma
non è ragione sufficiente per rinunziare alla propaganda delle proprie idee ed
all’avvenire del proprio partito.
I reazionari profittano della
corruzione e dell’impotenza parlamentare per risollevare la bandiera del
clericalismo e dell’assolutismo: è vero. Ma vorrebbe per questo il Merlino che
ci mettessimo a tentare quest’opera, tanto impossibile quanto contraria alle
nostre convinzioni ed ai nostri interessi di partito, di salvare il parlamento
dal disprezzo e dall’odio popolare? Allora sì che il popolo, vedendo che il
parlamento non ha altri nemici che i reazionari, si getterebbe tutto intero
nelle loro braccia. Se Boulanger in Francia poté divenire un pericolo serio, fu
perché gli anarchici erano pochi, e la massa dei socialisti, essendo
parlamentaristi, partecipavano nel discredito in cui il parlamentarismo è
giustamente caduto.
La nostra missione invece è
quella di mostrare al popolo che, poiché il governo parlamentare, così malefico
com’è, è pur tuttavia la meno cattiva delle forme possibili di governo, IL
RIMEDIO NON STA NEL CAMBIAR DI GOVERNO, MA NELL’ABOLIRE IL GOVERNO.
Del
resto, il miglior mezzo di salvarsi dal pericolo di un ritorno al passato è, ed
è stato ognora, quello di rendere l’avvenire sempre più minaccioso per i
conservatori e pei reazionari. Se in Italia non vi fossero repubblicani,
socialisti ed anarchici, un colpo di stato avrebbe già spazzato via questo
servitorame di deputati, per quanto piccolo sia l’incomodo che dà ai ministri;
ed i clericali sarebbero ben altrimenti audaci se l’esistenza dei partiti
avanzati non facesse temer loro che un’ondata popolare spazzerebbe via, con le
altre cose, anche tutta la melma vaticanesca. Non esisterebbero monarchie
costituzionali, se i re non avessero avuto paura della repubblica; in Francia
non vi sarebbe la repubblica, se la Comune di Parigi non avesse dato da pensare
ai partigiani della restaurazione; e se mai in Italia si farà la repubblica sarà
quando la minaccia crescente del socialismo e dell’anarchismo indurrà la
borghesia a tentare quell’ultimo mezzo per illudere e frenare il popolo.
Ma tutto il detto è forse
inutile per Merlino. Il “pericolo” reazionario è per lui semplicemente
un’occasione ed un pretesto per difendere il parlamentarismo, non come un meno
peggio, ma come un’istituzione necessaria della società. Egli conchiude infatti
che “il sistema parlamentare è cattivo perché è poco parlamentare (...) e che
bisogna perfezionare il sistema, non distruggerlo”. Questo ci porterebbe a far
la critica del, sistema parlamentare in sé e a dimostrare che i cattivi effetti
che produce non dipendono da abusi ed errori accidentali, ma dalla natura stessa
del sistema. Ma Merlino si contenta di affermare senza addurre ragioni, e a noi
lo spazio non consente questa volta di tornare sulla questione, che abbiamo già
replicatamente trattata.
Merlino, oltre il surriferito
“pericolo” ha un altro argomento in favore del parlamentarismo, e questo è ad
homines, cioè diretto specialmente agli anarchici come individui. I
compagni, egli dice, coatti od altri denunziano gli abusi di cui sono vittime e
sarebbero felicissimi se i loro lamenti trovassero almeno un’eco nel Parlamento;
e gli pare che questa sia un’incoerenza con la loro professione di fede anti‑parlamentare.
Ebbene, questo, quando
avviene, potrebbe tutto al più dimostrare che gli uomini quando soffrono o sono
sollecitati da un bisogno od una passione, van soggetti ad anteporre l’interesse
immediato al vantaggio generale della causa, ed a commettere delle incoerenze. E
di questo genere d’incoerenze Merlino ne troverebbe quante ne vuole, in noi, in
lui stesso ed in tutti quelli che hanno aspirazioni ed ideali in contraddizione
con l’ambiente in cui sono costretti a vivere. Noi non crediamo nella
“giustizia” dei giudici e combattiamo l’ordinamento giudiziario nel suo
principio e nelle sue forme; eppure quando ci mettono in prigione ci difendiamo,
ci appelliamo e ci avvaliamo di tutti gli arzigogoli di procedura se ci giovano
a venire fuori. Non ammettiamo le leggi, e quando una legge è violata a nostro
danno, gridiamo all’abuso. Vogliamo illimitata libertà di stampa, e mandiamo i
nostri giornali in Procura e spesso studiamo la frase per sfuggire agli artigli
del Fisco. Non ammettiamo il salariato e lavoriamo per salario. Non ammettiamo
la proprietà privata, e siamo contenti quando abbiamo qualche cosa; non
ammettiamo la concorrenza commerciale, e dibattiamo il prezzo delle cose.che
compriamo o vendiamo... e potremmo continuare all’infinito.
Ma è poi vero che questa
contraddizione tra l’ideale ed il fatto sia effetto di incoerenza e debolezza di
carattere? Merlino non crederà, speriamo (che diavolo, è tanto poco che ci ha
lasciati!) che noi siamo dei rivoluzionari mistici, a modo di quei settatori
russi, i quali, convinti che il bollo sia la firma del diavolo, siccome in
Russia non si può vivere e muoversi senza avere in tasca un passaporto col
relativo bollo, piuttosto che toccare il diabolico documento, si rifugiano nelle
foreste e si condannano volontariamente ad una schiavitù peggiore di quella che
loro imporrebbe il governo.
Ogni istituzione, per quanto
cattiva, contiene in sé un certo lato buono, un certo correttivo, che limita i
suoi mali effetti; e noi ci renderemmo la vita impossibile e faremmo
gl’interessi dei nostri nemici se, costretti a subire tutto il male delle
istituzioni, non cercassimo di profittare di quel po’ di bene relativo che se ne
può cavare. Ma non per questo possiamo ritenerci impegnati a difendere quelle
istituzioni ed a cessare di fare tutto il possibile per discreditarle ed
abbatterle.
La società, per esempio,
colla sua mala organizzazione crea i malfattori, ed il governo c’impedisce di
portar armi o provvedere altrimenti alla nostra difesa. Se ci accade quindi
essere aggrediti la notte e di non poterci difendere saremo naturalmente
contenti se due carabinieri sopraggiungono a liberarci e non diremo loro, come
la moglie di Sganarello, che noi siam contenti di essere aggrediti. Ma non per
questo diventeremo amici dei carabinieri e faremo pratiche per entrare nell’arma
benemerita.
Le autorità municipali hanno
monopolizzato i servizi pubblici e colla scusa di questi servizi ci opprimono di
tasse. Noi non possiamo pagar le tasse e poi essere indifferenti a quello che fa
il municipio, aspettando il giorno in cui il popolo potrà badare da sé ai suoi
interessi; e perciò gridiamo e cerchiamo di provocare l’indignazione popolare
quando esso municipio per stupida impreveggenza e sordida spilorceria lascia
inondare Ancona e tiene una biblioteca in condizioni tali che non serve a
nessuno. Così è del Parlamento. Esso si è preso il diritto di far le leggi, e
noi, che delle leggi siamo le vittime, dobbiamo per forza contar con esso se
vogliamo che queste leggi, finché legge vi sarà, siano il meno oppressive
possibile. Ma siccome noi non crediamo nella buona volontà dei deputati e
siccome aspiriamo all’abolizione del Parlamento, come di ogni altro governo, noi
non ci proponiamo di nominare dei “buoni” deputati, ma di agire su quelli che vi
sono, quali essi siano, agitando il popolo e facendo loro paura. E quando manchi
una efficace agitazione popolare, noi faremo anche pressione sui singoli
deputati perché rinfaccino al governo i suoi abusi, ma lo faremo perché, o essi
si presteranno ai nostri desideri, e sarà fatta chiara la loro impotenza, o non
vi si presteranno e si vedrà la loro malavoglia.
Si rassicuri Merlino, se
tant’è che la nostra incoerenza lo affligge. Noi ci rallegriamo se qualche
deputato rinfaccia ai ministri la loro infamia; ma non cessiamo perciò di
considerare il Parlamento responsabile di ciò che fa il governo, poiché se esso
volesse, il ministero dovrebbe ubbidire; né cessiamo di tenere ciascun deputato
in quella mala stima che merita chiunque profitta dell’ignoranza e della
pecoraggine degli elettori per farsi delegare un potere, che non può non
risultare a danno del popolo.
MERLINO: “Tra due fuochi”
Articolo
pubblicato dall’Avanti!
il 24 novembre 1897.
Ad un mio articolo – “Il
pericolo”, inserito nell’Italia del 5 novembre – ha risposto da una parte
Luigi Minuti (Italia del Popolo, 11 novembre) dall’altra il mio amico
Malatesta (Agitazione di Ancona, n. 35). Non so resistere alla tentazione
di far gustare al lettore il confronto, che è molto istruttivo, di queste due
risposte.
Il
fatto da me messo in rilievo nell’articolo “Il pericolo” è che la crociata
contro il parlamentarismo, che un tempo facevano gli anarchici e qualche volta
anche i socialisti, oggi la fanno i Seghele, i Cesana e altre persone
rispettabilissime, ma che per rimedio al mali del parlamentarismo propongono di
mutilare il parlamentarismo, di tornare indietro. Non vorrei, dicevo io, che la
gente abboccasse all’amo e che, perduta ogni fiducia nel sistema parlamentare,
si riconciliasse col despotismo. Un Boulanger non è possibile in Italia. Al
colpo di stato io non ci credo. Ma di fatto il governo, avendo gettato il
discredito sul Parlamento, fa il comodo suo; e il paese quasi gli batte le mani,
come le batté (come tutti ricordano) al Crispi. Questo il fatto, che il
Malatesta riconosce per vero e il Minuti non smentisce.
Dinanzi
a questo fatto il repubblicano intransigente dice: “Può darsi che la gente
diventi repubblicana.” L’anarchico‑astensionista dice: “Può darsi che diventino
tutti anarchici.” Ed entrambi sì fregano le mani dalla contentezza. E se la
gente diventasse partigiana del governo assoluto? O se divenisse ogni giorno più
indifferente alla propria libertà (je m’en foutise, dicono i francesi con
una parola intraducibile) e incapace ad esercitarle? Qui sta la questione. I
miei contraddittori avrebbero dovuto esaminare il fatto da me rilevato e
dimostrare che la propaganda reazionaria che si va facendo contro il sistema
parlamentare, non costituisce un pericolo, perché il popolo è pronto a fare la
repubblica o l’anarchia.
Il Minuti ragiona così: “Il
popolo è disgustato del sistema parlamentare. Facciamo la repubblica.” Bravo, e
come farla se il popolo non si cura neppure di quella poca libertà che potrebbe
avere m monarchia? È proprio il caso di ricordare il detto di Maria Antonietta:
“Manca il pane: distribuite delle brioches.” Ma non sa il Minuti che con un po’
d’energia questo popolo potrebbe ottenere in monarchia almeno nove decimi delle
libertà che gli prometterebbe – e che non sa se gliele darebbe poi – la
repubblica? Che un popolo risoluto, attivo, esperto nelle pubbliche agitazioni
imporrebbe oggi al governo l’abolizione completa del domicilio coatto, il
rispetto dei diritti di riunione e di associazione, il diritto di sciopero e
molte altre cose?
Il Parlamento non è già che
possa funzionare bene nel sistema attuale; purtroppo io credo che non possa
neppure funzionare bene in una repubblica capitalistica, vale a dire dove ci
fossero poveri e ricchi. Ma il principio della sovranità del popolo, del diritto
del popolo ad avere una volontà e a farla valere, lo si può e deve affermare fin
d’ora, in tutti i modi, senza aspettare la proclamazione della repubblica.
Errico Malatesta fa un
ragionamento analogo a quello del Minuti. Il popolo si mostra indifferente al
governo parlamentare, non si vale dei diritti che ha e potrebbe far valere verso
il governo. Dunque, propugnamo l’abolizione del governo. Ecco testualmente le
sue parole: “I reazionari profittano della corruzione e dell’impotenza
parlamentare per risollevare la bandiera del clericalismo e dell’assolutismo: |