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I
Hegel nota in un passo delle sue opere che tutti i grandi fatti e i grandi
personaggi della storia universale si presentano per, così dire, due volte. Ha
dimenticato di aggiungere la prima volta come tragedia, la seconda volta come
farsa. Caussidière invece di Danton, Louis Blanc invece di Robespierre, la
Montagna del 1848-1851 invece della Montagna del 1793-1795 il nipote invece
dello zio. È la stessa caricatura nelle circostanze che accompagnano la seconda
edizione del 18 brumaio!
Gli uomini fanno la propria storia, ma non la fanno in modo arbitrario, in
circostanze scelte da loro stessi, bensì nelle circostanze che essi trovano
immediatamente davanti a sé, determinate dai fatti e dalla tradizione. La
tradizione di tutte le generazioni scomparse pesa come un incubo sul cervello
dei viventi e proprio quando sembra ch'essi lavorino a trasformare se stessi e
le cose, a creare ciò che non è mai esistito, proprio in tali epoche di crisi
rivoluzionaria essi evocano con angoscia gli spiriti del passato per prenderli
al loro servizio; ne prendono a. prestito i nomi, le parole d'ordine per la
battaglia, i costumi, per rappresentare sotto questo vecchio e venerabile
travestimento e con queste frasi prese a prestito la nuova scena della storia.
Così Lutero si travestì da apostolo Paolo; la rivoluzione del 1789-1814 indossò
successivamente i panni della Repubblica romana e dell'Impero romano; e la
rivoluzione del 1848 non seppe fare di meglio che la parodia, ora del 1789, ora
della tradizione. rivoluzionaria del 1793-1795. Così il principiante che ha
imparato una lingua nuova la ritraduce continuamente nella sua lingua materna ma
non riesce a possederne lo spirito e ad esprimersi liberamente se non quando si
muove in essa senza reminiscenze, e dimenticando in essa la propria lingua
d'origine.
Al solo considerare queste evocazioni storiche di morti, si palesa tosto una
spiccata differenza. Camille Desmoulins Danton, Robespierre, Saint-Just,
Napoleone, tanto gli eroi quanto i partiti e la. massa della vecchia Rivoluzione
francese adempirono, in costume romano e con frasi romane, il compito dei tempi
loro, quello di liberare dalle catene e di instaurare la moderna società
borghese, Gli uni spezzarono le terre feudali, e falciarono le teste feudali
cresciute sopra di esse. L'altro creò nell'interno della Francia le condizioni
per cui poté cominciare a svilupparsi la libera concorrenza, poté essere
sfruttata la, proprietà. fondiaria suddivisa, e poté essere impiegata la forza
produttiva industriale, della nazione liberata dalle sue catene; e al di là dei
confini della Francia spazzò, dappertutto le istituzioni feudali, nella misura
in cui 1 ciò era necessario per creare alla società borghese in Francia un
ambiente corrispondente sul continente europeo. Una volta instaurata la nuova
formazione sociale disparvero, i mostri antidiluviani; e con essi disparve la
romanità risuscitata i Bruti, i Gracchi, i Publicola, i tribuni, i senatori e lo
stesso Cesare.
La società borghese, nella sua, fredda realtà, si era creati i suoi veri
interpreti e portavoce nei Say, nei Cousin, nei Royer-Collard, nei Benjamin
Constant e nei Guizot. I suoi, veri generali sedevano al banco del commerciante,
e la testa di lardo di Luigi XVIII era la sua testa politica. Completamente
assorbita nella produzione, della ricchezza nella lotta pacifica della
concorrenza , essa finì col dimenticare che i fantasmi dell'epoca romana avevano
vegliato attorno alla sua culla. Ma per quanto poco eroica sia la società
borghese, per metterla mondo 'erano però stati necessari l'eroismo,
l'abnegazione, il terrore, la guerra civile e le guerre tra i popoli. E i suoi
gladiatori avevano trovato nelle, austere tradizioni classiche della repubblica
romana gli ideali e le forme artistiche, le illusioni di cui avevano bisogno per
dissimulare a se stessi il contenuto grettamente borghese delle loro lotte e per
mantenere la loro passione all'altezza della grande tragedia storica. Così, in
un'altra tappa dell'evoluzione, un secolo prima, Cromwell e il popolo inglese
avevano preso a prestito dal Vecchio Testamento le parole, le passioni e le
illusioni per la loro rivoluzione borghese. Raggiunto lo scopo reale, condotta a
termine la trasformazione borghese della società inglese, Locke dette lo sfratto
ad Abacuc.
La resurrezione dei morti servì, dunque in quelle rivoluzioni a magnificare
le nuove lotte, non a parodiare le antiche; a esaltare nella fantasia i compiti
che si ponevano, non a sfuggire alla loro realizzazione; a ritrovare lo spirito
della rivoluzione, non a rimetterne in circolazione il fantasma.
Dal 1848 al 1851, della vecchia rivoluzione, non circolò altro che lo
spettro, a partire da Marrast, il républicain en gants jaunes, che si
camuffò con la maschera del vecchio Bailly, sino all'avventuriero che nasconde
le sue fattezze repugnanti e triviali sotto la mortuaria maschera di ferro di
Napoleone. Un popolo intiero, il quale credeva di aver dato a se stesso, colla
rivoluzione,' la capacità di un progresso più rapido, si vede, bruscamente
ricacciato in un'epoca scomparsa, e affinché non' sia possibile nessuna
illusione circa il ritorno passato, ricompaiono le vecchie date, il vecchio
calendario, vecchi nomi, i vecchi editti, caduti da tempo nel regno degli
eruditi di antiquaria, e i vecchi sbirri, che da tempo sembravano andati in
decomposizione. La nazione sente di trovarsi nella situazione di quell'inglese
pazzo a Bedlam, che crede di vivere al tempo degli antichi Faraoni, e ogni
giorno si lagna delle improbe fatiche cui deve sobbarcarsi come minatore nelle
miniere d'oro dell'Etiopia, sepolto vivo in quelle prigioni sotterranee, con una
fioca lanterna fissata sul capo, il guardiano di schiavi alle calcagne con una
lunga frusta, e all'uscita della galleria un'accozzaglia di schiavi barbari, i
quali né comprendono i forzati. che lavorano nelle miniere, né si comprendono
tra di loro, perché non parlano una lingua comune. "E tutto questo - geme
l'inglese maniaco - viene fatto a me, libero cittadino della Gran, Bretagna, per
estrarre oro per gli antichi Faraoni." "Per pagare i debiti della, famiglia,
Bonaparte" - geme la nazione francese. L'inglese, fino a che ebbe l'uso della
ragione, non poté liberarsi dall'idea fissa della estrazione dell'oro. I
francesi, fino a che furono in rivoluzione, non poterono sbarazzarsi dei ricordi
napoleonici, come ha provato l'elezione del 10 dicembre. Essi volevano sfuggire
ai pericoli della rivoluzione e ritornare alle "pignatte delle carni" egiziane,
e la risposta fu il 2 dicembre 1851. Non hanno soltanto la caricatura del
vecchio Napoleone; hanno Napoleone in persona, nelle fattezze caricaturali che
gli si addicono alla metà del secolo decimonono.
La rivoluzione sociale del secolo decimonono non può trarre la propria
poesia, dal passato, ma solo dall'avvenire. Non può cominciare a essere se
stessa prima di aver liquidato ogni fede superstiziosa nel passato. Le
precedenti rivoluzioni avevano bisogno di reminiscenze storiche per farsi delle
illusioni sul proprio contenuto. Per prendere coscienza del proprio contenuto,
la rivoluzione. dei secolo decimonono deve lasciare che i morti seppelliscano i
loro morti. Prima la frase sopraffaceva il contenuto; ora il contenuto trionfa
sulla frase.
La rivoluzione del febbraio fu per la vecchia società un colpo di sorpresa,
e il popolo fece di questo colpo di mano riuscito un avvenimento di
importanza storica mondiale, che apriva un'epoca nuova. Il 2 dicembre la
rivoluzione di febbraio viene fatta sparire col. trucco d'un baro, e ciò che
appare rovesciato non è più la monarchia, ma le concessioni liberali che le
erano state strappate con un secolo di lotte. Invece della conquista di un nuovo
contenuto da parte della società stessa, sembra soltanto che lo Stato sia
tornato alla sua forma più antica, al dominio puro e insolente della spada e
della tonaca. E' così che al coup de main del febbraio 1848 risponde il
coup de téte del dicembre 1851. La farina del diavolo va in crusca. Ma
frattanto il tempo non è passato invano. Negli anni dal 1848 al 1851 la società
francese ha ricuperato - e con un metodo più rapido, perché rivoluzionario - gli
studi e le esperienze che, se la rivoluzione si fosse compiuta in modo regolare
e, per così dire, scolastico, avrebbero dovuto precedere la rivoluzione di
febbraio, affinché essa fosse qualcosa di più di un sommovimento superficiale.
La società sembra ora esser tornata più indietro del suo punto di partenza; in
realtà è soltanto ora ch'essa deve crearsi il punto di partenza rivoluzionario,
la situazione, i rapporti, le condizioni nelle quali soltanto la rivoluzione
moderna diventa una cosa seria.
Le rivoluzioni borghesi, come quelle del secolo decimottavo, passano
tempestosamente di successo in successo; i loro effetti drammatici si sorpassano
l'un l'altro gli uomini e le cose sembrano illuminati da fuochi di bengala
l'estasi è lo stato d'animo d'ogni, giorno. Ma hanno una vita effimera, presto
raggiungono il punto culminante: e allora una nausea si impadronisce della
società. prima che essa possa rendersi freddamente ragione dei risultati del suo
periodo di febbre e di tempesta. Le rivoluzioni proletarie invece,
quelle del secolo decimonono, criticano continuamente se stesse; interrompono ad
ogni istante il, loro proprio corso; ritornano su ciò che già sembrava cosa
compiuta per ricominciare daccapo si fanno beffe in modo ;spietato e senza
riguardi delle mezze misure, delle debolezze e delle miserie dei loro primi
tentativi; sembra., che abbattano il loro avversario solo perché questo attinga
dalla terra nuove forze e si levi di nuova più formidabile di fronte ad esse; si
ritraggono continuamente, spaventate dall'infinita immensità dei loro propri
scopi, sino a che si crea la situazione in cui è reso impossibile ogni ritorno
,indietro e le circostanze stesse gridano:
Hie Rhodus, hic salta!
Qui è la rosa, qui devi ballare.
Del resto, pur senza aver seguito a passo a passo il corso degli avvenimenti
in Francia, anche un osservatore mediocre doveva avere, il presentimento che la
rivoluzione andava incontro a un fallimento inaudito.
Era sufficiente ascoltare i presuntuosi latrati di trionfo coi quali i
signori democratici si felicitavano reciprocamente per gli effetti miracolosi
della seconda [ domenica] di maggio del 1852. La seconda [domenica] di maggio
era diventata per loro un'idea fissa un dogma, come pei chiliasti il giorno in
cui Cristo avrebbe dovuto risorgere un'altra volta e dar principio al regno
millenario. La debolezza aveva trovato un rifugio. come sempre nella fede nei
miracoli; credeva di aver battuto il nemico perché lo aveva esorcizzato nella
propria fantasia; perdeva ogni comprensione del presente, rapita nell'inerte
esaltazione dell'avvenire e delle azioni ch'essa aveva in animo di compiere e
non voleva ancora tradurre in atto. Gli eroi, che si sforzavano di smentire la
propria manifesta incapacità inviandosi in .vicenda le loro condoglianze e
accozzandosi in un sol mucchio, avevano già fatto le loro valigie, si erano
cinte anticipo corone d'alloro ed erano occupati a scontare in Borsa le
repubbliche in partibus per le quali, nel silenzio delle loro anime
modeste, avevano già avuto la previdenza di organizzare il personale
governativo. Il 2 dicembre li colpì come un fulmine a ciel sereno; e i popoli,
che nei periodi di depressione e di scoraggiamento lasciano volentieri
stordire la loro paura segreta da coloro che gridano più forte, si
saranno forse convinti che sono passati i tempi in cui lo schiamazzo delle oche
poteva salvare il Campidoglio.
La Costituzione, l'Assemblea nazionale, i partiti dinastici, i repubblicani
azzurri e rossi, gli eroi dell'Africa, i fulmini della. tribuna, i lampi della
stampa quotidiana; tutta la letteratura, le celebrità politiche e le
nomee intellettuali, il diritto civile e quello penale, la liberté, l'égalité,
fraternité e la seconda [domenica] di maggio del 1852, tutto è
svanito come una fantasmagoria davanti alla formula magica lanciata da un uomo
che i suoi avversari stessi riconoscono essere tutt'altro che un mago. Il
suffragio universale sembra sopravvissuto un momento soltanto per
fare in faccia a tutto il mondo il proprio testamento olografo e
dichiarare in nome del popolo stesso: "Tutto ciò che esiste merita di andare
alla malora ".
Non basta direi come fanno i francesi che la loro nazione è stata colta alla
sprovvista. Non si perdona a una nazione, come non si perdona a una donna, il
momento di debolezza in cui il primo avventuriero ha potuto farle violenza. Con
queste spiegazioni l'enigma non viene risolto, ma soltanto formulato in modo
diverso. Rimane da spiegare come una azione dì 36 milioni di abitanti abbia
potuto essere colta alla sprovvista da tre cavalieri di industria e ridotta in
schiavitù senza far resistenza.
Ricapitoliamo a grandi tratti le fasi percorse dalla rivoluzione francese dal
24 febbraio 1848 sino al dicembre 1851.
Tre sono i periodi principali che è impossibile confondere: periodo di
febbraio; dal 4 maggio 1848 sino al 29 maggio 1849: il periodo della
costituzione della repubblica o dell'Assemblea nazionale
costituente; dal 29 maggio 1849 sino al 21dicembre 1851: il periodo della
repubblica costituzionale o dell'Assemblea nazionale legislativa.
Il primo periodo, dal 24 febbraio o dalla caduta di Luigi Filippo sino
al 4 maggio 1848, quando si riunì l'Assemblea costituente, cioè il periodo di
febbraio propriamente detto, può considerato come il prologo della
rivoluzione. Il suo carattere si espresse ufficialmente nel fatto che il
governo da essa improvvisato si dichiarò da sé provvisorio, e al pari del
governo tutto ciò che in questo periodo venne proposto, tentato, dichiarato, non
lo fu che provvisoriamente. Nessuno e nulla osò reclamate per sé il
diritto all'esistenza e all'azione reale.Tutti gli elementi che avevano
preparato o determinato la rivoluzione, l'opposizione dinastica, la borghesia
repubblicana, la piccola borghesia repubblicana democratica, i lavoratori
socialdemocratici, trovarono posto provvisoriamente nel governo di febbraio.
Né poteva essere altrimenti. Le giornate di febbraio miravano in origine a
una riforma elettorale, per cui la cerchia dei privilegiati politici in seno
alla classe abbiente stessa doveva essere allargata, e il dominio esclusivo
dell'aristocrazia finanziaria doveva essere rovesciato. Ma quando il conflitto
scoppiò per davvero, quando il popolo salì sulle barricate, quando la Guardia
nazionale rimase passiva, l'esercito non oppose nessuna resistenza seria e la
monarchia prese la fuga, allora la repubblica sembrò imporsi da sé; ogni partito
la interpretò a modo suo. Poiché essa era stata conquistata dal proletariato con
le armi in pugno, questi le impresse il suo suggello e la proclamò repubblica
sociale. Così venne additato il contenuto generale della rivoluzione
moderna, contrastante nel modo più singolare con tutto ciò che, dato il grado di
educazione raggiunto dalla massa, date le circostanze e le condizioni del tempo,
poteva essere messo in opera lì per li col materiale esistente. D'altro lato, le
pretese di tutti gli altri elementi che avevano cooperato alla rivoluzione di
febbraio trovarono un riconoscimento nella parte leonina ch'essi ricevettero nel
governo. In nessun periodo troviamo quindi una miscela più eterogenea di frasi
alate e di indecisione e goffaggine reali, delle più entusiastiche aspirazioni
di rinnovamento e del dominio più solido del vecchio trantran, della più
apparente armonia di tutta la società e dell'antagonismo più profondo fra i suoi
elementi. Mentre il proletariato di Parigi si inebriava ancora nella visione
della grande prospettiva che gli si apriva dinanzi e si abbandonava a gravi
discussioni sui problemi sociali, le vecchie potenze della società si erano
raggruppate, riunite e messe d'accordo, e trovarono un appoggio inatteso nella
massa della nazione, nei contadini e nei piccoli borghesi, i quali, cadute le
barriere della monarchia di luglio, si precipitavano tutti ad un tempo sulla
scena politica.
Il secondo periodo, che va dal 4 maggio 1848 sino alla fine del Maggio
1849, è il periodo della costituzione, della fondazione della repubblica
borghese. Immediatamente dopo le giornate di febbraio non soltanto
l'opposizione dinastica era stata presa, alla sprovvista, dai repubblicani e
questi dai socialisti, ma tutta la Francia era stata presa alla sprovvista da
Parigi. L'Assemblea nazionale, che si riunì il 4 maggio 1848, essendo uscita dal
suffragio della nazione, rappresentava la nazione. Era una protesta vivente
contro le pretese delle giornate di febbraio e doveva ridurre i risultati della
rivoluzione a misura borghese. Invano il proletariato parigino. il quale
comprese immediatamente il carattere. di quest'Assemblea nazionale, tentò alcuni
giorni dopo la sua riunione, il 15 maggio, di negarne con la violenza
l'esistenza, di scioglierla, di scomporre di nuovo nei suoi singoli elementi
costitutivi l'organismo attraverso il quale lo spirito reazionario della nazione
lo minacciava. Com'è noto, il 15 maggio non ebbe nessun altro risultato
all'infuori di quello di allontanare dalla pubblica scena, per tutta la durata
del periodo che stiamo considerando, Blanqui e i suoi compagni, cioè i veri capi
del partito proletario.
Alla monarchia borghese di Luigi Filippo può succedere soltanto la
repubblica borghese, il che vuol dire che se prima una parte limitata della
borghesia regnava in nome dei re, ora deve dominare in nome del popolo la
totalità della borghesia. Le rivendicazioni del proletariato parigino sono
fandonie utopistiche, con le quali si deve farla finita. A questa dichiarazione
dell'Assemblea nazionale costituente, il proletariato parigino rispose coll'insurrezione
di giugno, l'avvenimento più
grandioso nella storia delle guerre civili europee. La repubblica borghese,
trionfò.Essa aveva per sé l'aristocrazia finanziaria, la borghesia industriale,
il ceto medio, i piccoli borghesi, l'esercito, la canaglia organizzata in
Guardia mobile, gli intellettuali, i preti e la popolazione rurale. Il
proletariato non aveva al suo fianco altro che se stesso. Più di 3.000 insorti
vennero massacrati dopo la vittoria; 15.000 deportati senza processo. Con questa
disfatta il proletariato si ritira tra le quinte della scena
rivoluzionaria. Esso cerca di farsi nuovamente avanti ogni volta che il
movimento sembra prendere un nuovo slancio, ma con un'energia sempre più ridotta
e con un risultato sempre più piccolo.
Non appena uno degli strati sociali a lui sovrastanti entra in fermento
rivoluzionario, il proletariato stabilisce con esso un collegamento, e in questo
modo condivide tutte le sconfitte che i vari partiti subiscono l'uno dopo
l'altro. Ma questi colpi successivi diventano via via tanto più deboli quanto
più si ripartiscono su tutta la superficie della società. I rappresentanti più
cospicui del proletariato nell'Assemblea e nella stampa no vittime, l'uno
dopo l'altro, dei tribunali, e figure sempre più equivoche prendono il loro
posto. In parte, esso sì abbandona a esperimenti dottrinari, banche di
scambio e associ azioni operai e, cioè a un movimento in cui rinuncia a
trasformare il vecchio mondo coi grandi mezzi collettivi che gli sono propri, e
cerca piuttosto di conseguire la propria emancipazione alle spalle della
società, in via privata, entro i limiti delle sue meschine condizioni
d'esistenza, e in questo modo va necessariamente al fallimento. Sembra
ch'esso non possa più ritrovare in se stesso la grandezza rivoluzionaria né
attingere nuova energia dalle alleanze nuovamente contratte, sino a che tutte
le classi contro le quali ha lottato in giugno non giacciono al suolo al suo
fianco. Ma, per lo meno, esso soccombe con gli onori di una grande battaglia
storica. Non soltanto la Francia, ma tutta l'Europa trema davanti al terremoto
di giugno, mentre le successive disfatte delle classi più elevate vengono
ottenute cosi a buon mercato, che è necessaria l'insolente esagerazione del
partito vittorioso per poterle far passare come avvenimenti di importanza, ed
esse diventano tanto più vergognose quanto più il partito che soccombe è lontano
dal partito proletario.
Certo, la disfatta degli insorti di giugno aveva preparato, spianato, il
terreno su cui poteva essere fondata, stabilita, la repubblica borghese; però,
aveva allo stesso tempo mostrato che si ponevano in Europa ben altri problemi
che di "repubblica o monarchia"; aveva rivelato che repubblica borghese
significa dispotismo assoluto di una classe su altre classi; aveva provato che
in paesi di vecchia civiltà e con una avanzata struttura di classe, con
condizioni di produzione moderne e una coscienza spirituale in cui tutte le idee
tradizionali sono state dissolte da un lavoro secolare, la repubblica non è
altro, in generale, che la forma politica del rovesciamento della società
borghese, ma non la forma della sua conservazione, come
avviene, per esempio, negli Stati Uniti d'America, dove classi sociali esistono
già, senza dubbio, ma non si sono ancora fissate, e in un flusso continuo
modificano continuamente le loro parti costitutive e se le cedono; dove i
moderni mezzi di produzione, invece di coincidere con un eccesso di popolazione
stagnante, compensano piuttosto la relativa scarsezza di teste e di braccia; e
dove infine lo slancio giovanilmente febbrile della produzione materiale, che
deve conquistarsi un mondo nuovo, non ha ancora lasciato né il tempo né
l'opportunità di far piazza pulita del vecchio mondo spirituale.
Tutte le classi e tutti i partiti si erano uniti durante le giornate di
giugno nel partito dell'ordine per fronteggiare la classe proletaria,
considerata come il partito dell'anarchia. del socialismo, del comunismo.
Essi avevano "salvato" la società dai "nemici della società". Essi
avevano dato alle loro truppe le parole d'ordine della vecchia società:
"Proprietà, famiglia, religione, ordine", e gridato alla crociata
controrivoluzionaria: "In questo segno vincerai!". A partire da questo momento,
non appena uno dei numerosi partiti che sotto questa insegna si erano schierati
contro gli insorti di giugno cerca, nel suo proprio interesse di classe, di
tenere il campo della rivoluzione, viene schiacciato al grido di "proprietà,
famiglia, religione, ordine". La società viene salvata tanto Più spesso, quanto
più si restringe la cerchia dei suoi dominatori, quanto più un interesse più
ristretto prevale sugli interessi più larghi. Ogni rivendicazione della più
semplice riforma finanziaria borghese, del liberalismo più ordinario, del
repubblicanesimo più formale, della democrazia più volgare, viene ad un tempo
colpita come "attentato contro la società" e bollata come "socialismo". E alla
fine gli stessi grandi sacerdoti della "religione e dell'ordine" vengono
cacciati a pedate dai loro tripodi pitici, strappati in piena notte dai loro
letti, stivati nelle vetture cellulari, gettati in carcere o spediti in esilio.
Il loro tempio viene raso al suolo, la loro bocca suggellata, la loro penna
spezzata, la loro legge infranta, in nome della religione, della proprietà,
della famiglia, dell'ordine. Borghesi fanatici dell'ordine vengono fucilati ai
loro balconi da bande di soldati ubriachi, il sacrario della loro famiglia viene
profanato, le loro case vengono bombardate per passatempo in nome della
proprietà, della famiglia, della religione e dell'ordine. La feccia della
società borghese forma, in ultima istanza, la falange sacra dell'ordine e
Crapülinski, l'eroe, fa il suo ingresso alle Tuilerie come "salvatore
della società".
II
Riprendiamo il filo dell'esposizione.
A partire dalle giornate di giugno, la storia dell'Assemblea nazionale
costituente è la storia del dominio e della disgregazione della frazione della
borghesia repubblicana, frazione conosciuta col nome di repubblicani
tricolori, repubblicani puri, repubblicani politici, repubblicani formalisti,
ecc.
Sotto la monarchia di Luigi Filippo questa frazione aveva costituito
l'opposizione repubblicana ufficiale, ed era stata quindi parte
integrante riconosciuta del mondo politico di allora. Essa aveva i suoi
rappresentanti nelle Camere e una notevole sfera d'influenza nella stampa. Il
suo organo parigino, il Nazional era, nel suo genere, considerato
rispettabile quanto il Journal des Débats. A questa posizione che essa
aveva avuto sotto la monarchia costituzionale corrispondeva il suo carattere.
Non si trattava di una frazione della borghesia tenuta assieme da grandi
interessi comuni e delimitata da particolari condizioni di produzione. Si
trattava piuttosto di una consorteria di borghesi, di scrittori, di avvocati, di
ufficiali e di impiegati di convinzioni repubblicane, l'influenza dei quali si
fondava sull'antipatia personale del paese per Luigi Filippo, sui ricordi della
vecchia repubblica, sulla fede repubblicana di un certo numero di sognatori, ma
soprattutto sul nazionalismo francese, di cui essa manteneva desto l'odio
contro i trattati di Vienna e contro l'alleanza con l'Inghilterra. Una gran
parte dell'influenza che il National aveva sotto Luigi Filippo era dovuta
a questo imperialismo latente, a cui più tardi, perciò, sotto la repubblica,
poté contrapporsi un concorrente vittorioso nella persona di Luigi Bonaparte.
Esso combatteva l'oligarchia finanziaria, come tutta la rimanente opposizione
borghese. La polemica contro il bilancio, che era in Francia strettamente legata
alla lotta contro l'aristocrazia finanziaria, forniva una popolarità troppo a
buon mercato e materia troppo copiosa a leading artieles puritani, perché
non la si dovesse sfruttare. La borghesia industriale era riconoscente al
National per la sua servile difesa del sistema protezionista francese, che
esso nel frattempo aveva intrapreso più per motivi nazionali che per motivi
economici; e la borghesia nel suo assieme gli era riconoscente per le sue
denunce piene d'odio contro il socialismo e il comunismo. Per il resto il
partito del National era repubblicano puro, cioè voleva una forma
repubblicana invece di una forma monarchica di dominio della borghesia e,
soprattutto, voleva avere in questo dominio la parte del leone. Delle condizioni
di questa trasformazione esso non aveva nessuna idea chiara. Ciò che invece gli
era chiaro come la luce del sole, ciò che era stato dichiarato apertamente,
negli ultimi tempi del regno di Luigi Filippo, nei banchetti per la riforma, era
la sua impopolarità tra i piccoli borghesi democratici, e specialmente tra il
proletariato rivoluzionario. Questi repubblicani puri, come si conviene a puri
repubblicani, stavano già per accontentarsi di una reggenza della duchessa di
Orléans, quando scoppiò la rivoluzione di febbraio che dette un posto nel
governo provvisorio ai loro rappresentanti più conosciuti. Naturalmente, essi
godevano in anticipo della fiducia della borghesia e della maggioranza
dell'Assemblea nazionale costituente. Dalla commissione esecutiva, formata
dall'Assemblea nazionale sin dalla sua prima riunione, vennero subito esclusi
gli elementi socialisti del governo provvisorio, e il partito del
National approfittò dello scoppio dell'insurrezione di giugno per dare il
benservito anche alla Commissione esecutiva e sbarazzarsi in questo modo
dei suoi rivali più prossimi, i repubblicani piccolo-borghesi o democratici
(Ledru-Rollin, ecc.). Cavaignac, il generale del partito repubblicano
borghese, che aveva diretto la battaglia di giugno, prese il posto della
Commissione esecutiva, con una specie di potere dittatoriale. Marrast, già
redattore capo del National, divenne presidente perpetuo dell'Assemblea
nazionale costituente, e i ministeri, come tutti gli altri posti importanti,
caddero in mano dei repubblicani puri.
La frazione dei repubblicani borghesi, che da tempo si era considerata erede
legittima della monarchia di luglio, vide così superati i propri ideali, ma
giunse a dominare non già come aveva sognato sotto Luigi Filippo, attraverso una
rivolta liberale della borghesia contro il trono, bensì attraverso una sommossa,
repressa a colpi di mitraglia, del proletariato contro il capitale. Ciò che essa
si era rappresentato come l'avvenimento più rivoluzionario, si
riproduceva, in realtà, come il più controrivoluzionario. Il
frutto le cadeva in grembo, ma cadeva dall'albero della scienza, non dall'albero
della vita.
L'esclusivo dominio dei repubblicani borghesi durò soltanto dal 24
giugno sino al 10 dicembre 1848. La sua storia si riassume nella elaborazione
di una Costituzione repubblicana e nello stato d'assedio di Parigi.
La nuova Costituzione non fu altro, in sostanza, che l'edizione
repubblicana della Carta costituzionale del 1830. Il ristretto censo elettorale
della monarchia di luglio, che escludeva dal potere una grande parte della
borghesia stessa, era compatibile con l'esistenza della repubblica borghese. La
rivoluzione di febbraio aveva immediatamente proclamato, al posto di quel censo,
il suffragio universale diretto. I repubblicani borghesi non potevano sopprimere
questo fatto. Essi dovettero perciò accontentarsi di aggiungervi la clausola
restrittiva di un domicilio di sei mesi nel collegio elettorale. La vecchia
organizzazione amministrativa, municipale, giudiziaria, militare, ecc., rimase
immutata, e dove la Costituzione la modificava, la modificazione riguardava i
titoli dei capitoli, non il contenuto; i nomi, non la cosa.
L'inevitabile stato maggiore delle libertà del 1848, la libertà personale, la
libertà di stampa, di parola, di associazione, di riunione, di insegnamento e di
religione, ecc., indossarono una veste costituzionale che le rendeva
invulnerabili. Ognuna di queste libertà venne proclamata come diritto
assoluto del cittadino francese, ma con la costante nota marginale che essa
era illimitata nella misura in cui non le veniva posto un limite dagli
"eguali diritti di altri e dalla sicurezza pubblica", o dalle
"leggi", le quali hanno appunto il compito di mantenere questa armonia (delle
libertà individuali tra di loro e con la sicurezza pubblica). Per esempio: "I
cittadini hanno il diritto di associarsi, di riunirsi pacificamente e senz'armi,
di presentare petizioni e di esprimere le loro opinioni a mezzo della stampa o
con qualsiasi altro mezzo. Il godimento di questi diritti non ha altri limiti
che gli eguali diritti degli altri e la sicurezza pubblica" (Cap. II
della Costituzione francese, $ 8). - "L'insegnamento è libero. La libertà
dell'insegnamento deve essere esercitata nelle condizioni fissate dalla
legge e sotto il controllo supremo dello Stato" (Ibidem, $ 9). - "Il domicilio
di ogni cittadino è inviolabile, eccetto che nelle forme prescritte dalla
legge" (Cap. II, $ 3). E cosi via. - La Costituzione rinvia perciò continuamente
a future leggi organiche, che debbono spiegare quelle note marginali e
regolare il godimento di quelle libertà illimitate, in modo che esse non si
urtino a vicenda e non offendano la sicurezza pubblica. Le leggi organiche
vennero elaborate in seguito dagli amici dell'ordine, e tutte quelle libertà
vennero regolate in modo tale che la borghesia, nel godimento di esse, non si
urtasse agli uguali diritti delle altre classi. Tutte le volte che essa proibì
completamente "agli altri" queste libertà, o ne permise l'esercizio soltanto a
condizioni che sono altrettante trappole poliziesche, ciò avvenne sempre
nell'interesse della "sicurezza pubblica", cioè della sicurezza della
borghesia, così come prescrive la Costituzione. Perciò in seguito ebbero diritto
di appellarsi alla Costituzione tanto gli amici dell'ordine, che sopprimevano
tutte queste libertà, quanto i democratici, che le reclamavano integralmente.
Ogni paragrafo della Costituzione contiene infatti la sua propria antitesi, la
sua Camera alta e la sua Camera bassa: nella proposizione generale, la libertà,
nella nota marginale, la soppressione della libertà. Sino a che, dunque, il
nome della libertà venne rispettato e venne soltanto ostacolata, con mezzi
legali s'intende, la vera realizzazione di essa, l'esistenza costituzionale
della libertà rimase illesa, intatta, benché la sua esistenza reale
venisse distrutta.
Questa Costituzione, resa inviolabile in modo cosi ingegnoso, era però
vulnerabile in un punto, come Achille; non nel tallone, ma nella testa, o
piuttosto nelle due teste in cui culminava: l'Assemblea legislativa da
una parte, il presidente dall'altra. Si scorra la Costituzione, e si
vedrà che i soli paragrafi assoluti, positivi, senza contraddizioni,
incontrovertibili, sono quelli in cui sono determinati i rapporti del presidente
con l'Assemblea legislativa. Qui infatti si trattava, per i repubblicani
borghesi, di garantire se stessi. I paragrafi 45-70 della Costituzione sono
formulati in modo che l'Assemblea nazionale può costituzionalmente deporre il
presidente, mentre il presidente può sbarazzarsi dell'Assemblea nazionale solo
andando contro la Costituzione, solo sopprimendo la Costituzione stessa. In
questo modo dunque la Costituzione esige la propria soppressione violenta. Non
solo essa consacra, come la Carta del 1830, la divisione dei poteri, ma la
estende sino a farla diventare una intollerabile contraddizione. Il giuoco
dei poteri costituzionali, come Guizot chiamava le risse parlamentari tra il
potere legislativo e il potere esecutivo, secondo la Costituzione del 1848 viene
costantemente giocato va banque. Da una parte 750 rappresentanti del
popolo, eletti dal suffragio universale e rieleggibili, i quali costituiscono
un'Assemblea nazionale incontrollabile, indissolubile, indivisibile,
un'Assemblea nazionale che gode di una onnipotenza legislativa, che decide in
ultima istanza della guerra, della pace e dei trattati di commercio, che
possiede da sola il diritto di amnistia ed essendo permanente occupa
continuamente la ribalta della scena politica. Dall'altra parte il presidente,
con tutti gli attributi del potere regio, con la facoltà di nominare e di
revocare i suoi ministri indipendentemente dall'Assemblea nazionale, con tutti i
mezzi del potere esecutivo concentrati nelle sue mani, con la facoltà di
disporre di tutti gli impieghi e quindi di decidere in Francia dell'esistenza
per lo meno di un milione e mezzo di persone, giacché tale è il numero di coloro
che sono legati ai 500.000 impiegati e agli ufficiali di tutti i gradi. Egli ha
ai suoi ordini tutte le forze armate. Gode del privilegio di poter graziare i
criminali, di poter sospendere le guardie nazionali, di poter sciogliere,
d'accordo con il Consiglio di Stato, i Consigli generali, cantonali e municipali
eletti dai cittadini stessi. L'iniziativa e la direzione nella conclusione di
tutti i trattati con l'estero gli sono riservate. Mentre l'Assemblea è
continuamente sulla scena, esposta alla critica e indiscreta luce del giorno, il
presidente conduce un'esistenza ritirata nei Campi Elisi, avendo costantemente
davanti agli occhi e nel cuore l'articolo 45 della Costituzione, che
quotidianamente gli ripete: Frère, il faut mourir!Il tuo potere
scade la seconda domenica del bel mese di maggio del quarto anno dalla tua
elezione! Allora saran finiti gli splendori; la commedia non si ripete, e se hai
dei debiti, pensa a tempo a regolarli coi 600.000 franchi che ti largisce la
Costituzione, a meno che tu non preferisca andar a finire nella prigione di
Clichy, il secondo lunedì del bel mese di maggio! - Se la Costituzione
attribuisce in questo modo al presidente il potere di fatto, essa cerca di
assicurare all'Assemblea nazionale il potere morale. Ma prescindendo dal fatto
che è impossibile creare un potere morale con paragrafi di legge, la
Costituzione qui torna a distruggersi da sola, facendo eleggere il presidente da
tutti i francesi, a suffragio diretto. Mentre i voti della Francia si disperdono
sui 750 membri dell'Assemblea nazionale, qui invece si concentrano su un solo
individuo. Mentre ogni singolo rappresentante del popolo rappresenta
soltanto questo o quel partito, questa o quella città, questa o quella testa di
ponte, o anche semplicemente la necessità di eleggere un settecentocinquantesimo
qualunque, senza considerare troppo per il sottile ne la cosa, ne l'uomo,
egli è l'eletto della nazione, e l'atto della sua elezione è la briscola che
il popolo sovrano giuoca una volta ogni quattro anni. L'Assemblea nazionale
eletta è unita alla nazione da un rapporto metafisico, il presidente eletto è
unito alla nazione da un rapporto personale. E', ben vero che l'Assemblea
nazionale presenta nei suoi rappresentanti i molteplici aspetti dello spirito
nazionale; ma nel presidente questo spirito si incarna. Egli possiede rispetto
all'Assemblea una specie di diritto divino; egli è per grazia del popolo.
Teti, la dea del mare, aveva predetto ad Achille ch'egli sarebbe morto nel
fiore della gioventù. La Costituzione, che aveva il suo punto debole, come
Achille, aveva pure il presentimento, come Achille, che le sarebbe toccato
morire di morte prematura. Senza che Teti uscisse dal mare a confidare loro il
segreto, i repubblicani puri della Costituente non avevano che da abbassare lo
sguardo dal cielo nebuloso della loro repubblica ideale sul mondo profano, per
vedere come l'arroganza dei monarchici, dei bonapartisti, dei democratici, dei
comunisti, e il loro proprio discredito aumentassero di giorno in giorno, nella
stessa misura in cui si avvicinavano al compimento della loro grande opera
d'arte legislativa. Essi cercarono d'ingannare la sorte con l'astuzia
costituzionale dello articolo 111 della Costituzione, secondo cui ogni proposta
di revisione della Costituzione doveva essere votata in tre dibattiti
successivi, con un mese intiero di distanza l'uno dall'altro, da almeno tre
quarti dei voti, a condizione inoltre che partecipassero al voto almeno 500
membri dell'Assemblea nazionale. Essi facevano cosi il tentativo disperato di
continuare ad esercitare come minoranza parlamentare, a cui già nel loro spirito
profetico si vedevano ridotti, quel potere che di giorno in giorno sfuggiva
dalle loro deboli mani, nel momento in cui disponevano ancora della maggioranza
parlamentare e di tutti i mezzi del potere governativo.
Infine, in un paragrafo melodrammatico, la Costituzione affidava se stessa
"alla vigilanza e al patriottismo del popolo francese tutto intiero, come di
ogni francese in particolare", e ciò dopo aver essa stessa, in un altro
paragrafo, confidato i "vigilanti" e i "patrioti" alla tenera e feroce
attenzione della Corte suprema da essa inventata, la Haute Cour.
Tale era la Costituzione del 1848, che il 2 dicembre 1851 venne buttata a
terra dal contatto non con una testa, ma con un cappello; vero è che si trattava
del tricorno di Napoleone.
Mentre i repubblicani borghesi erano occupati, nell'Assemblea, a ponzare,
discutere e votare questa Costituzione, Cavaignac, al di fuori dell'Assemblea,
manteneva lo stato d'assedio a Parigi. Lo stato d'assedio a Parigi fu
l'ostetrico della Costituente durante i dolori del suo parto repubblicano. Se
più tardi la Costituzione venne soppressa a colpi di baionette, non sì deve
dimenticare che essa aveva dovuto essere difesa colle baionette, e spianate
contro il popolo, quando era ancora nel seno materno, e che era stata messa al
mondo dalle baionette. Gli avi dei "repubblicani dabbene" avevano fatto fare al
loro simbolo, il tricolore, il giro dell'Europa. I loro epigoni fecero anch'essi
una invenzione, che si aprì da sé il cammino per tutto il continente, per
ritornare in Francia con sempre rinnovato amore, fino ad acquistar diritto di
cittadinanza nella metà dei suoi dipartimenti. Questa invenzione si chiama lo
stato d'assedio. Invenzione eccellente, applicata periodicamente in ognuna
delle crisi che si succedettero nel corso della rivoluzione francese. Ma la
caserma e il bivacco, che così venivano imposti periodicamente alla società
francese per comprimerle il cervello e farla diventare una persona tranquilla;
la sciabola e il moschetto, cui si attribuivano periodicamente le funzioni di
giudice e di amministratore, di tutore e di censore, di poliziotto e di
guardiano notturno; i mustacchi e l'uniforme del soldato, che venivano
periodicamente esaltati come la saggezza suprema e la guida della società; - la
caserma e il bivacco, la sciabola e il moschetto, i mustacchi e l'uniforme da
soldato, non dovevano alla fine arrivare alla conclusione che era meglio salvare
la società una volta per sempre, proclamando il proprio regime come forma
suprema del regime politico e liberando la società borghese dalla preoccupazione
di governarsi da sé? La caserma e il bivacco, la sciabola e il moschetto, i
mustacchi e l'uniforme da soldato dovevano arrivare tanto più facilmente a
queste conclusioni, in quanto in tal caso avevano anche il diritto di aspettarsi
un miglior pagamento in contanti per questo loro grande merito, mentre negli
stati d'assedio semplicemente periodici e nei salvataggi fugaci della società
agli ordini di questa o di quella frazione della borghesia vi era in sostanza
poco da guadagnare, all'infuori di alcuni morti e feriti e di alcune
smorfie amichevoli della borghesia. Non dovevano dunque i militari giocare allo
stato d'assedio nel proprio interesse e per proprio conto e in pari tempo porre
l'assedio alle tasche della borghesia? Non si dimentichi del resto, sia detto di
sfuggita, che il colonnello Bernard, lo stesso presidente della
commissione militare che sotto Cavaignac aveva senza giudizio spedito alla
deportazione 15.000 insorti, in questo momento si trovava di nuovo alla testa
delle commissioni militari che funzionavano a Parigi.
Se i repubblicani dabbene e puri avevano preparato, con lo stato d'assedio di
Parigi, il terreno su cui dovevano crescere i pretoriani del 2 dicembre 1851,
essi però meritano un elogio, d'altra parte, perché invece di esagerare il
sentimento nazionale come sotto Luigi Filippo, ora che disponevano del potere
nazionale strisciavano davanti allo straniero, e invece di liberare l'Italia la
lasciavano riconquistare dagli austriaci e dai napoletani. L'elezione di Luigi
Bonaparte a presidente, il 10 dicembre 1848, pose fine alla dittatura di
Cavaignac e alla Costituente.
Nel paragrafo 44 della Costituzione è detto: "Il Presidente della Repubblica
francese non deve mai aver perduto la qualità di cittadino francese". Il primo
presidente della Repubblica francese, L. N. Bonaparte, non solo aveva perduto la
sua qualità di cittadino francese, non solo era stato un funzionario della
polizia inglese in servizio speciale, ma era persino naturalizzato svizzero.
Ho già spiegato altrove l'importanza dell'elezione del 10 dicembre. Non
ritornerò dunque su questo argomento. Qui è sufficiente rilevare che essa fu una
reazione dei contadini, che avevano dovuto pagare le spese della
rivoluzione di febbraio, contro le altre classi della nazione; una reazione
della campagna contro la città. Essa fu accolta con grande simpatia
dall'esercito, a cui i repubblicani del National non avevano procacciato
né gloria né vantaggi dalla grande borghesia, che salutò Bonaparte come un ponte
di transizione verso la monarchia; e dai proletari e dai piccoli borghesi, che
videro in lui il castigo per Cavaignac. Avrò occasione in seguito di esaminare
con maggiore attenzione la posizione dei contadini verso la rivoluzione
francese.
Il periodo che va dal 20 dicembre 1848 sino allo scioglimento della
Costituente nel maggio 1849 abbraccia la storia della caduta dei
repubblicani borghesi. Dopo aver fondato una repubblica per la borghesia,
sbarazzato il terreno dal proletariato rivoluzionario e ridotto temporaneamente
al silenzio la piccola borghesia democratica, essi stessi vengono messi in un
canto dalla massa della borghesia, che a buon diritto mette questa
repubblica sotto sequestro, come sua proprietà. Ma questa massa borghese
era monarchica. Una parte di essa, i grandi proprietari fondiari, aveva
dominato sotto la Restaurazione, e perciò era legittimista. Gli
altri, l'aristocrazia finanziaria dei grandi industriali, avevano dominato sotto
la monarchia di luglio, e perciò erano orleanisti. I grandi
dignitari dell'esercito, dell'università, della Chiesa, del barreau,
dell'accademia e della stampa si ripartivano tra queste due correnti, sebbene in
proporzioni disuguali. Nella repubblica borghese, che non portava né il nome dei
Borboni né quello degli Orléans, ma il nome di capitale,
essi avevano trovato la forma di Stato in cui potevano dominare in comune.
Già l'insurrezione di giugno li aveva tutti riuniti nel "partito
dell'ordine". Ora era necessario innanzi tutto sbarazzarsi della consorteria dei
repubblicani borghesi, che detenevano ancora i seggi dell'Assemblea nazionale.
Quanto questi repubblicani puri erano stati brutali nell'abusare della forza
fisica contro il popolo, altrettanto essi furono vili, pusillanimi, timorosi,
inetti, incapaci di lottare nel ritirarsi, ora che era giunto il momento di far
valere contro il potere esecutivo e contro i monarchici il loro repubblicanesimo
e il loro diritto legislativo. Non tocca a me raccontare qui la storia
ignominiosa della loro decomposizione. Non fu un tramonto, fu un svanire. La
loro storia finisce per sempre, e nel periodo seguente, sia all'interno che
all'esterno dell'assemblea, essi figurano soltanto come ricordi, che sembrano
rivivere ogni volta che ritorna a galla il solo nome della repubblica e ogni
volta che il conflitto rivoluzionario minaccia di scendere al livello più basso.
Noterò di sfuggita che il giornale che aveva dato il suo nome a questo partito,
il National, si converti, nel periodo successivo, al socialismo.
Prima di chiudere questo periodo dobbiamo ancora gettare uno sguardo
retrospettivo sui due poteri di cui l'uno distrusse l'altro il 2 dicembre 1851,
mentre dal 20 dicembre 1848 sino alla fine dell'Assemblea costituente erano
vissuti in buoni rapporti coniugali. Mi riferisco da una parte a Luigi Bonaparte,
dall'altra parte al partito dei monarchici coalizzati, al partito dell'ordine,
dell'alta borghesia. Assumendo la presidenza, Bonaparte formò immediatamente un
ministero del partito dell'ordine, alla testa del quale pose Odilon Barrot, il
vecchio capo, si noti bene, della frazione più liberale della borghesia
parlamentare. Il signor Barrot aveva finalmente messo le mani sul portafoglio
ministeriale la cui ombra lo perseguitava sin dal 1830, anzi, sulla presidenza
del Ministero. Ma egli non vi giungeva, come se l'era immaginato sotto Luigi
Filippo, in qualità di capo più avanzato dell'opposizione parlamentare; bensì
col compito di dare il colpo di grazia a un parlamento, e in qualità di alleato
di tutti i suoi nemici giurati, i gesuiti e i legittimisti.
Egli sposava finalmente la sua fidanzata, ma dopo che questa i era
prostituita. Quanto a Bonaparte, egli si ritirava, in apparenza, dietro le
quinte. Il partito dell'ordine lavorava per lui.
Sin dal primo consiglio dei ministri venne decisa la spedizione di Roma, e ci
si mise d'accordo di intraprenderla all'insaputa dell'Assemblea nazionale e di
strapparle sotto un falso pretesto i mezzi necessari, Si cominciò a questo modo
con una truffa verso l'Assemblea nazionale e con una cospirazione segreta con le
potenze assolute dell'estero contro la repubblica romana rivoluzionaria. Allo
stesso modo e con le stesse manovre Bonaparte preparò il suo colpo del 2
dicembre contro l'Assemblea legislativa monarchica e contro la sua repubblica
costituzionale. Non dimentichiamo che lo stesso partito che il 20 dicembre 1848
formava il ministero di Bonaparte, il 2 dicembre 1851 formava la maggioranza
dell'Assemblea nazionale legislativa.
La Costituente aveva deciso in agosto di non sciogliersi prima di aver
elaborato e promulgato tutta una serie di leggi organiche, destinate a
completare la Costituzione. Il 6 gennaio 1849 il partito dell'ordine le fece
proporre, a mezzo del suo rappresentante Rateau, di lasciar correre le leggi
organiche e di decidere piuttosto il proprio scioglimento. Non solo il
ministero con a capo Odilon Barrot, ma tutti i membri monarchici
dell'Assemblea nazionale dimostrarono all’Assemblea in questo momento che il suo
scioglimento era necessario per il ristabilimento del credito, per il
consolidamento dell'ordine, per metter fine alla situazione provvisoria e
confusa e creare uno stato di cose definitivo; le dimostrarono ch'essa
intralciava la produttività del nuovo governo e cercava di prolungare la propria
esistenza per puro rancore, mentre il paese era stanco di lei. Bonaparte
prendeva nota di tutte queste invettive contro il potere legislativo, le
imparava a memoria, e il 2 dicembre 1851 mostrò ai monarchici del parlamento che
aveva ben imparato da loro. E ritorse contro di loro i loro stessi argomenti.
Il ministero Barrot e il partito dell'ordine andarono più avanti.
Organizzarono in tutta la Francia delle petizioni all'Assemblea nazionale,
nelle quali questa era garbatamente invitata ad andarsene. Diressero così e
infiammarono contro l'Assemblea nazionale, espressione costituzionalmente
organizzata del popolo, le masse del popolo inorganizzate, insegnarono a
Bonaparte a fare appello al popolo contro le assemblee parlamentari. Infine, il
29 gennaio 1849, arrivò il giorno in cui la Costituente doveva decidere del
proprio scioglimento. L'Assemblea nazionale trovò il locale delle proprie
riunioni occupato militarmente; Changarnier, il generale del partito dell'ordine
nelle cui mani era riunito il comando supremo della Guardia nazionale e delle
truppe di linea, organizzò in Parigi una grande rivista, come se si fosse alla
vigilia di una. battaglia, e i monarchici coalizzati dichiararono in tono
minaccioso all'Assemblea che se non fosse stata arrendevole si sarebbe fatto
ricorso alla forza. L'Assemblea fu arrendevole e mercanteggiò soltanto un breve
rinvio. Che cosa fu il 29 gennaio, se non il coup d'Etat del 2 dicembre
1851, perpetrato contro l'Assemblea nazionale repubblicana dai monarchici
insieme con Bonaparte? Quei signori non notarono e non vollero notare che
Bonaparte sfruttò il 29 gennaio 1849 per far sfilare una parte delle truppe
davanti alle Tuileries e davanti a se, e colse avidamente a volo questo primo
appello pubblico al potere militare contro il potere parlamentare per far
presagire Caligola. Essi non vedevano che il loro Changarnier.
Una delle ragioni che spingevano in modo particolare il partito dell'ordine
ad abbreviare con la violenza la vita della Costituente, erano le leggi
organiche destinate a completare la Costituzione, come la legge
sull'insegnamento, sui culti, ecc. I monarchici coalizzati volevano ad ogni
costo fare essi queste leggi e non volevano lasciarle fare dai repubblicani
diventati diffidenti. Tra queste leggi organiche ve n'era anche una circa la
responsabilità del Presidente della Repubblica. Nel 1851 l'Assemblea legislativa
era precisamente intenta alla elaborazione di una legge simile, quando Bonaparte
prevenne il colpo col colpo del 2 dicembre. Che cosa non avrebbero dato i
monarchici coalizzati, nella loro campagna parlamentare d'inverno del 1851, per
trovare bella e fatta la legge sulla responsabilità, e fatta da un'Assemblea
repubblicana diffidente e piena d'odio!
Dopo che la Costituente ebbe spezzato il 29 gennaio 1849 la sua ultima arma,
il ministero Barrot e gli amici dell'ordine la spinsero alla morte, non
risparmiarono nulla di ciò che poteva umiliarla, e strapparono alla sua
debolezza disperata delle leggi che le costarono gli ultimi residui di stima di
cui ancora godeva nel pubblico. Bonaparte, preso dalla sua idea fissa
napoleonica, fu tanto audace da sfruttare pubblicamente questa degradazione del
potere parlamentare. Quando infatti l'Assemblea nazionale, l'8 maggio 1849,
inflisse un voto di biasimo al ministero per l'occupazione di Civitavecchia da
parte di Oudinot, e ordinò che la spedizione romana venisse ricondotta ai suoi
scopi presunti, la stessa sera Bonaparte pubblicò nel Moniteur una
lettera a Oudinot in cui lo felicitava per le sue gesta eroiche, e posò a
protettore magnanimo dell'esercito in contrapposto ai pennaiuoli del Parlamento.
I monarchici sorrisero. Credevano che egli fosse semplicemente il loro dupe.
Infine quando Marrast, presidente della Costituente, credette per un istante
in pericolo la sicurezza dell'Assemblea nazionale e, forte della Costituzione,
requisì un colonnello col suo reggimento, il colonnello, richiamandosi alla
disciplina, lo rinviò a Changarnier, il quale respinse con ironia la sua
richiesta facendogli notare che non gli piacevano le bayonettes intelligents.
Nel novembre 1851, quando i monarchici coalizzati vollero impegnare la
battaglia decisiva contro Bonaparte, essi cercarono, nella loro famigerata
"legge dei questori" di attuare il principio della requisizione
diretta delle truppe da parte del presidente dell'Assemblea nazionale. Uno dei
loro generali, Lefló, aveva firmato il progetto di legge. Invano Changarnier
votò per la proposta e Thiers rese omaggio alla chiaroveggenza della vecchia
Costituente. Il Ministro della guerra Saint-Arnaud gli rispose
colle stesse parole con cui Changarnier aveva risposto a Marrast, e tra
gli applausi della Montagna.
In questo modo il partito dell'ordine, quando non era ancora Assemblea
nazionale, quando era ancora soltanto ministero, aveva screditato il regime
parlamentare. E si mette a strillare quando il 2 dicembre 1851
lo bandì dalla Francia!
Noi gli auguriamo buon viaggio.
III
Il 29 maggio 1849 si riunì l'Assemblea nazionale legislativa.
Il 2 dicembre 1851 essa fu sciolta. Questo periodo abbraccia tutta
l'esistenza della repubblica costituzionale o parlamentare.
Nella prima rivoluzione francese al dominio dei costituzionali segue
il dominio dei girondini, e al dominio dei girondini il
dominio dei giacobini. Ognuno di questi partiti si appoggia su
quello che è più avanzato di lui. Non appena ha portato la rivoluzione tanto
avanti che, nonché precederla, non può più nemmeno seguirla, viene scartato
dall'alleato più ardito che è dietro di lui e viene mandato alla ghigliottina.
Così la rivoluzione si sviluppa secondo una linea ascendente.
Il contrario succede nella rivoluzione dei 1848. Il partito proletario si
presenta come appendice dei partito democratico piccolo-borghese. Questo
tradisce il primo e lo lascia cadere il 16 aprile, il 15 maggio e nelle giornate
di giugno. Il partito democratico, a sua volta, si appoggia alle spalle del
partito repubblicano borghese. Non appena i repubblicani borghesi credono di
avere una base solida si sbarazzano dell'inopportuno compagno e si appoggiano a
loro volta alle spalle del partito dell'ordine. Ma questo scrolla le spalle,
manda a gambe all'aria i repubblicani borghesi e si appoggia alle spalle della
forza armata. Crede ancora di poggiare sopra di esse quando un bel mattino si
accorge che le spalle si sono cambiate in baionette. Ogni partito recalcitra
contro quello che lo spinge in avanti, e si appoggia a quello che lo spinge
indietro. Non fa maraviglia che in questa posizione ridicola perda l'equilibrio,
e dopo inevitabili smorfie, cada al suolo con strane capriole. Così la
rivoluzione si sviluppa secondo una linea discendente. Essa ha già iniziato
questo movimento all'indietro prima ancora che l'ultima barricata di febbraio
sia stata demolita e sia stata costituita la prima autorità rivoluzionaria.
Il periodo che ci sta dinanzi presenta il miscuglio più bizzarro di
contraddizioni stridenti: costituzionali che cospirano apertamente contro la
Costituzione; rivoluzionari che sono, per loro confessione, costituzionali;
un'Assemblea nazionale che vuol essere onnipotente e rimane esclusivamente
parlamentare; una Montagna che fa della sopportazione la sua professione e mette
riparo alle disfatte presenti con la profezia di vittorie future; monarchici che
fanno i patres conscripti della repubblica e sono costretti dalla
situazione a mantenere in esilio le avverse case reali di cui sono fautori e a
conservare in Francia la repubblica che odiano; un potere esecutivo che trova la
sua forza nella sua debolezza stessa, e la sua rispettabilità nel disprezzo che
ispira; una repubblica che non è altro che l'infamia combinata di due monarchie,
della Restaurazione e della monarchia di luglio, sotto un'etichetta
imperialistica; unioni la cui prima clausola è la scissione; battaglie la cui
prima legge è la mancanza di decisione; in nome dell'ordine una agitazione
confusa e senza contenuto; in nome della rivoluzione la più solenne predicazione
di pace; passioni senza verità, verità senza passione, eroi senza azioni
eroiche, storia senza avvenimenti; una evoluzione la cui unica molla sembra
essere il calendario, e che stanca per la ripetizione costante degli stessi
momenti di tensione e di distensione; contrasti che sembrano acutizzarsi
periodicamente soltanto per attutirsi e precipitare, senza riuscire a
risolversi; sforzi presuntuosi e ostentati e paure della borghesia davanti al
pericolo della fine del mondo, e da parte dei salvatori del mondo, in pari
tempo, i più meschini intrighi e le commedie di palazzo più meschine, che nel
loro laisser aller ricordano piuttosto i tempi della fronda che il giorno
del giudizio universale; tutto il genio ufficiale della Francia messo alla gogna
dalla astuta dappocaggine di un solo individuo; la volontà collettiva della
nazione, ogni volta che si esprime nel suffragio universale, cerca la sua
espressione adeguata nei nemici inveterati degl'interessi delle masse, sino a
che la trova finalmente nell'arbitrio di un filibustiere. Se mai epoca della
storia è stata dipinta in grigio su grigio, è ben questa. Uomini e avvenimenti
appaiono come degli Schlemihl a rovescio, come ombre cui è stato tolto il corpo.
La rivoluzione stessa paralizza i suoi fautori e riempie di violenza e di
passione soltanto i suoi avversari. Quando finalmente appare lo "spettro rosso",
continuamente evocato e scongiurato dai controrivoluzionari, esso non appare col
berretto frigio dell'anarchia sul capo, ma nell'uniforme dell'ordine, in
pantaloni rossi.
Abbiamo visto che il ministero installato dal Bonaparte il 20 dicembre 1848,
il giorno della sua ascensione era un ministero del partito dell'ordine, della
coalizione legittimista e orleanista. Questo ministero Barrot-Falloux era
sopravvissuto alla Costituente repubblicana, di cui aveva più o meno
violentemente abbreviato l'esistenza, e si trovava ancora al potere. Changarnier,
il generale dei monarchici coalizzati, continuava a riunire nella sua persona il
comanda generale della prima divisione militare e quello della Guardia nazionale
di Parigi. Le elezioni generali avevano finalmente assicurato al partito
dell'ordine una grande maggioranza nell'Assemblea nazionale. I deputati e i pari
di Luigi Filippo s'imbatterono in una sacra falange di legittimisti, per i quali
le numerose schede elettorali della nazione erano diventate biglietti d'ingresso
alla scena politica. I rappresentanti del popolo bonapartisti erano troppi rari,
per poter formare un partito parlamentare indipendente. Essi apparivano soltanto
come mauvaise queue del partito dell'ordine. In questo modo il
partita dell'ordine si trovava in possesso del potere governativo, dell'esercito
e dei corpo legislativo, in una parola di tutto il potere dello Stato; ed era
stato rafforzato moralmente dalle elezioni generali, che facevano apparir il sui
dominio come espressione della volontà dei popolo, e dalla contemporanea
vittoria della controrivoluzione su tutto il continente europeo.
Mai partito era entrato in campagna con mezzi più rilevanti e sotto più
favorevoli auspici.
I repubblicani puri, superstiti dal naufragio, si trovarono ridotti
nell'Assemblea nazionale legislativa a una cricca di circa cinquanta uomini, con
a capo i generali africani Cavaignac, Lamoricière, Bedeau. Ma il grande partito
d'opposizione era costituito dalla Montagna. Con questo nome si era
battezzato il partito socialdemocratico. Esso disponeva di più di
duecento dei settecentocinquanta voti dell'Assemblea nazionale ed era quindi per
lo meno altrettanto forte quanto una qualsiasi delle tre frazioni del partito
dell'ordine prese separatamente. La sua posizione di minoranza relativa rispetto
all'assieme della coalizione monarchica appariva compensata da circostanze
particolari. Non soltanto le elezioni dipartimentali avevano dimostrato ch'esso
si era conquistato un'influenza considerevole tra la popolazione delle campagne,
ma contava nel suo seno quasi tutti i deputati di Parigi. L'esercito aveva fatto
una dichiarazione di fede democratica eleggendo tre sottufficiali; e il capo
della Montagna, Ledru-Rollin, a differenza di tutti i rappresentanti del partito
dell'ordine, era stato elevato alla dignità parlamentare da cinque dipartimenti
i quali avevano raccolto i loro suffragi sul suo nome. Il 29 maggio 1849,
dunque, dato che era inevitabile che le diverse frazioni monarchiche venissero
tra di loro a conflitto, e che il partito dell'ordine come tale venisse a
conflitto con Bonaparte, la Montagna sembrava aver davanti a sé tutti gli
elementi del successo. Quindici giorni dopo aveva perduto tutto. Compreso
l'onore.
Prima di procedere nella storia parlamentare sono necessarie alcune
osservazioni, per evitare le consuete illusioni circa il carattere dell'epoca
che ci sta davanti. Secondo il modo di vedere dei democratici, durante tutto il
periodo dell'Assemblea nazionale legislativa, si trattava, come nel periodo
della Costituente, della semplice lotta tra repubblicani e monarchici Ma il
movimento stesso essi lo riassumono in una sola parola: "reazione"
notte in cui tutti i gatti sono grigi, e che permette loro di ripetere i loro
luoghi comuni da guardiani notturni. Non vi è dubbio che a prima vista il
partito dell'ordine presenta un groviglio di varie frazioni monarchiche, che non
solo intrigano l'una contro l'altra per elevare al trono ciascuna il proprio
pretendente e dare scacco al pretendente del partito avverso, ma sono
pure tutte unite nell'odio comune e nei comuni attacchi contro la "repubblica".
La Montagna invece, in opposizione a questa cospirazione monarchica. appare come
il rappresentante della "repubblica". Il Partito dell'ordine sembra
continuamente occupato a un'opera di "reazione" che si dirige, né più né meno
che in Prussia, contro la stampa, il diritto di associazione, e simili e si
traduce, come in Prussia, in brutali inframmettenze poliziesche della
burocrazia, della gendarmeria e dell'autorità giudiziaria. La "Montagna", dal
canto suo, è continuamente occupata a respingere questi attacchi e a difendere,
quindi, i "diritti eterni dell'uomo", come più o meno hanno fatto da circa un
secolo e mezzo tutti i partiti cosiddetti popolari. Ma se si considerino la
situazione e i partiti più da vicino, questa apparenza superficiale, che
nasconde la lotta di classe e la peculiare fisionomia di questo periodo,
scompare.
Legittimisti e orleanisti costituivano, come s'è detto, le due grandi
frazioni del partito dell'ordine. Ma ciò che univa queste frazioni ai loro
pretendenti e le opponeva l'una all'altra non era forse qualcos'altro che il
giglio e il tricolore la casa di Borbone e la casa di Orléans, una diversa
sfumatura nello spirito monarchico e, in generale, la professione di fede nella
monarchia? Sotto i Borboni aveva regnato la grande proprietà terriera,
coi suoi preti e i suoi lacchè; sotto gli Orléans l'alta finanza, la grande
industria, il grande commercio, cioè il capitale, col suo seguito di
avvocati, professori e retori. La monarchia legittima era soltanto l'espressione
politica del dominio ereditario dei grandi proprietari fondiari, mentre la
monarchia di luglio non era altro che l'espressione politica del dominio
usurpato dei parvenus borghesi. Dunque ciò che opponeva l'una all'altra
queste frazioni non erano dei cosiddetti princìpi, erano le condizioni materiali
d'esistenza, due diverse specie della proprietà; era il vecchio contrasto tra la
città e la campagna, la rivalità tra il capitale e la proprietà fondiaria. Che
in pari tempo vecchi ricordi, ostilità personali, timori e speranze, pregiudizi
e illusioni, simpatie e antipatie, convinzioni, articoli di fede e principi
legassero all'una o all'altra delle case reali, non lo si può negare. Al di
sopra delle differenti norme di proprietà e delle condizioni sociali di
esistenza si eleva tutta una sovrastruttura di impressioni, di illusioni, di
particolari modi di pensare e di particolari concezioni della vita. La classe
intiera crea questa sovrastruttura e le dà una forma sulla base delle sue
proprie condizioni materiali e delle corrispondenti relazioni sociali.
L'individuo singolo, cui queste cose pervengono attraverso la tradizione e
l'educazione, può immaginarsi che esse costituiscano i veri motivi determinanti
e il punto di partenza della sua attività. Benché gli orleanisti, i
legittimisti, ogni frazione, cercasse di persuadere se stessa e di persuadere la
frazione avversa che ciò che le divideva era il fatto che ciascuna di esse
sosteneva la propria casa regnante, la realtà doveva provare in seguito che era
piuttosto la divergenza dei loro interessi a impedire l'unione delle due case. E
come nella vita privata si fa distinzione tra ciò che un uomo pensa e dice di sé
e ciò che dice e fa in realtà, tanto più nelle lotte della storia si deve far
distinzione fra le frasi e le pretese dei partiti e il loro organismo reale e i
loro reali interessi, tra ciò che essi si immaginano di essere e ciò che in
realtà sono. Orleanisti e legittimisti si trovano gli uni accanto agli altri
nella repubblica con eguali pretese. Se ognuna delle due frazioni voleva
conseguire, contro l'altra, la restaurazione della propria casa
reale, ciò non significava altro se non che i due grandi interessi che
dividono la borghesia - la proprietà fondiaria e il capitale -
cercavano, ognuno per conto suo, di restaurare la propria supremazia e la
subordinazione dell'interesse opposto. E parliamo di due interessi della
borghesia perché la grande proprietà fondiaria, malgrado civettasse col
feudalismo e malgrado il suo orgoglio di razza, era, in conseguenza dello
sviluppo della società moderna, completamente imborghesita. Così in Inghilterra
i tories si immaginarono per molto tempo di essere entusiasti della
monarchia, della Chiesa e delle bellezze della vecchia costituzione inglese,
sino a che il pericolo strappò loro la confessione che erano entusiasti soltanto
della rendita fondiaria.
I monarchici coalizzati intrigavano gli uni contro gli altri nella stampa, a
Ems, a Claremont, fuori del Parlamento. Dietro le quinte tornavano a indossare
le loro vecchie livree orleaniste e legittimiste e riprendevano i loro vecchi
tornei. Ma sulla pubblica scena, nelle loro azioni capitali e statali, come
grande partito parlamentare, facevano alle loro rispettive case reali delle
semplici riverenze e rinviavano in infinitum la restaurazione della
monarchia. Essi adempivano la loro vera funzione come partito dell'ordine,
cioè sotto una bandiera sociale, non sotto una bandiera politica;
come rappresentanti dell'ordinamento borghese e non come cavalieri serventi
di principesse erranti; come classe borghese contro altre classi e non come
monarchici contro i repubblicani. E come partito dell'ordine essi hanno
esercitato sulle altre classi della società un dominio più illimitato e più duro
di quello che avevano esercitato sotto la Restaurazione o sotto la monarchia di
luglio, un dominio che era possibile, in generale, soltanto nella forma
della repubblica parlamentare, perché soltanto sotto questo regime le due grandi
frazioni della borghesia francese potevano unirsi e porre quindi all'ordine dei
giorno il dominio della loro classe, anziché il regime di una sua frazione
privilegiata. E se, ciò malgrado, anche come partito dell'ordine, essi insultano
la repubblica e danno libero corso alla loro avversione per essa, questo avviene
soltanto grazie alle reminiscenze monarchiche. Il loro istinto li avvertiva che,
se era vero che la repubblica rendeva completo il loro dominio politico, essa
minava però in pari tempo la loro base sociale, perché ora erano costretti ad
affrontarsi con le classi oppresse e a lottare contro di esse senza
intermediari, senza lo schermo della corona, senza poter sviare l'interesse
della nazione con le loro lotte reciproche secondarie e con le lotte contro la
monarchia. Era un senso di debolezza che li faceva arretrare tremando davanti
alle condizioni pure del loro proprio dominio di classe e faceva loro
rimpiangere le forme meno complete, meno sviluppate, e quindi prive di pericoli,
di questo stesso dominio. Al contrario, ogni volta che i monarchici coalizzati
entrano in conflitto col pretendente che sta loro di fronte, con Bonaparte, ogni
volta che credono la loro onnipotenza parlamentare minacciata dal potere
esecutivo, ogni volta, dunque, che debbono presentare il titolo politico del
loro dominio, essi si presentano come repubblicani e non come
monarchici, a partire dall'orleanista Thiers, il quale ammonisce l'Assemblea
nazionale che la repubblica è il regime che meno li divide, sino al legittimista
Berryer, che il 2 dicembre 1851, cinta la sciarpa tricolore e fattosi tribuno,
arringa il popolo davanti al palazzo municipale del 10° mandamento, in nome
della repubblica. Ma la eco beffarda gli risponde: "Enrico V! Enrico V!".
Di fronte alla borghesia coalizzata si era formata una coalizione di piccoli
borghesi e di operai, il cosiddetto partito socialdemocratico. I
piccoli borghesi si erano visti mal ricompensati dopo le giornate del giugno
1848; i loro interessi materiali erano minacciati, e le garanzie democratiche,
che avrebbero dovuto permetter loro di far valere questi interessi, erano messe
in forse dalla controrivoluzione. Perciò si avvicinavano agli operai. La loro
rappresentanza parlamentare, d'altra parte, la Montagna, messa in
disparte sotto la dittatura dei repubblicani borghesi durante la seconda metà
della vita della Costituente aveva riconquistato la sua popolarità lottando
contro Bonaparte e contro i ministri monarchici. Essa aveva concluso un'alleanza
coi capi socialisti. Nel febbraio 1849 si organizzarono dei banchetti di
riconciliazione. Venne abbozzato un programma comune, vennero formati dei
comitati elettorali comuni e vennero presentati dei candidati comuni. Alle
rivendicazioni sociali del proletariato venne smussata la punta rivoluzionaria e
data una piega democratica. Alle pretese democratiche della piccola borghesia
venne tolto il carattere puramente politico e dato rilievo alla loro punta
socialista. Così sorse la Socialdemocrazia. La nuova Montagna, che
fu il risultato di questa combinazione, tolti alcuni elementi della classe
operaia che facevano da comparse, e alcuni membri delle sètte socialiste
conteneva gli stessi elementi della vecchia Montagna, ma era numericamente più
forte. Nel corso degli avvenimenti, però, si era mutata, al pari della classe
che essa rappresentava. Il carattere proprio della socialdemocrazia si riassume
nel fatto che vengono richieste istituzioni democratiche repubblicane non come
mezzi per eliminare entrambi gli estremi, il capitale e il lavoro salariato, ma
come mezzi per attenuare il loro contrasto e trasformarlo in armonia. Ma per
quanto diverse siano le misure che possono venir proposte per raggiungere questo
scopo, per quanto queste misure si possano adornare di rappresentazioni più o
meno rivoluzionarie, il contenuto rimane lo stesso. Questo contenuto è la
trasformazione della società per via democratica, ma una trasformazione che non
oltrepassa il quadro della piccola borghesia. Non ci si deve rappresentare le
cose in modo ristretto, come se la piccola borghesia intendesse difendere per
principio un interesse di classe egoistico. Essa crede, il contrario, che le
condizioni particolari della sua liberazione siano le condizioni
generali, entro alle quali soltanto la società moderna può essere salvata e
la lotta di classe evitata. Tanto meno si deve credere che i rappresentanti
democratici siano tutti shopkrepers
o che nutrano per questi un'eccessiva tenerezza. Possono essere lontani dai
bottegai, per cultura e situazione personale, tanto quanto il cielo è lontano
dalla terra. Ciò che fa di essi i rappresentanti del piccolo borghese è il fatto
che la loro intelligenza non va al di là dei limiti che il piccolo borghese
stesso non oltrepassa nella sua vita, e perciò essi tendono, nel campo della
teoria, agli stessi compiti e ,alle stesse soluzioni a cui l'interesse materiale
e la situazione sociale spingono il piccolo borghese nella pratica. Tale è, in
generale, il rapporto che passa tra i rappresentanti politici e letterari di una
classe e la classe che essi rappresentano.
Da quanto si è detto è ovvio che se la Montagna lotta continuamente contro il
partito dell'ordine per la repubblica e per i cosiddetti diritti dell'uomo, né
la repubblica né i diritti dell'uomo sono il suo scopo supremo: così come un
esercito che si cerca di disarmare, e che resiste, non entra in campo solo per
restare in possesso delle proprie armi.
Il partito dell'ordine provocò la Montagna sin dall'apertura dell'Assemblea
nazionale. La borghesia sentiva ora la necessità di finirla con i piccoli
borghesi democratici, come un anno prima aveva compreso la necessità di finirla
col proletariato rivoluzionario. Ma la situazione dei nemico era diversa. La
forza del partito proletario era nella strada, quella dei piccoli borghesi
nell'Assemblea nazionale stessa. Si trattava quindi di attirarlo dall'Assemblea
nazionale nella strada e di spingerlo a spezzare da sé la propria forza
parlamentare, prima che il tempo e le occasioni potessero consolidarla. La
Montagna si precipitò a occhi chiusi nella trappola.
Il bombardamento di Roma da parte delle truppe francesi fu l'esca che le
venne lanciata. Esso costituiva una violazione dell'articolo V della
Costituzione, che proibiva alla repubblica francese di impiegare le sue forze
militari contro le libertà di un altro popolo. Inoltre l'articolo 54 proibiva
pure ogni dichiarazione di guerra da parte del potere esecutivo senza il
consenso dell'Assemblea nazionale; e la Costituente, colla sua decisione dell'8
maggio, aveva disapprovato la spedizione romana. Fondandosi su questi fatti,
l’11 giugno 1849 Ledru-Rollin depose un atto d'accusa contro Bonaparte e i suoi
ministri. Irritato dalle punture di spillo di Thiers, egli si lasciò trascinare
a minacciare di voler difendere la Costituzione con tutti i mezzi, e anche con
le armi alla mano. La Montagna si levò come un sol uomo e ripeté questo appello
alle armi. Il 12 giugno l'Assemblea nazionale respinse l'atto di accusa, e la
Montagna abbandonò il Parlamento. Gli avvenimenti del 13 giugno sono conosciuti:
il proclama di una parte della Montagna, secondo cui Bonaparte e i suoi ministri
erano dichiarati "fuori della Costituzione"; la pacifica dimostrazione di strada
delle guardie nazionali democratiche che, disarmate come erano, si dispersero al
primo incontro con le truppe di Changarnier, ecc., ecc. Una parte della Montagna
fuggi all'estero, un'altra parte venne deferita all'Alta Corte di Bourges, e un
regolamento parlamentare sottopose il resto alla sorveglianza pedantesca del
presidente dell'Assemblea nazionale. Parigi venne di nuovo dichiarata in stato
di assedio, e la parte democratica della sua Guardia nazionale venne sciolta.
Così vennero spezzate l'influenza della Montagna nel Parlamento e la forza dei
piccoli borghesi a Parigi.
Lione, che il 13 giugno aveva dato il segnale di una sanguinosa insurrezione
operaia, venne pure dichiarata in stato di assedio insieme ai cinque
dipartimenti circonvicini, e questo stato d'assedio dura tuttora.
Il grosso della Montagna aveva lasciato in asso la propria avanguardia,
negando le firme al suo proclama. La stampa aveva disertato, perché solo due
giornali avevano osato rendere pubblico il pronunciamento. I piccoli borghesi
tradirono i loro rappresentanti, perché le guardie nazionali rimasero a casa e,
dove apparvero, impedirono la costruzione di barricate. I rappresentanti avevano
ingannato i piccoli borghesi perché non fu possibile vedere da nessuna parte i
cosiddetti affiliati ch'essi avevano nell'esercito. Infine, invece di trarre dal
proletariato nuove forze, il partito democratico aveva trasmesso al proletariato
la propria debolezza e, come avviene di solito nelle grandi azioni democratiche,
i capi avevano la soddisfazione di poter accusare il loro "popolo" di diserzione
e il popolo aveva la soddisfazione di poter accusare i suoi capi di averlo
gabbato.
Raramente un'azione era stata annunciata con maggior fracasso dell'imminente
campagna della Montagna, raramente un avvenimento era stato lanciato a suon di
tromba con maggior sicurezza e più tempo prima come una vittoria inevitabile
della democrazia. Non vi è dubbio: i democratici credono alle trombe, agli
squilli delle quali crollarono le mura di Gerico, e ogni volta che si trovano di
fronte alle mura del dispotismo cercano di ripetere il miracolo. Se la Montagna
voleva vincere nel Parlamento, non doveva fare appello alle armi. Se faceva
appello alle armi nel Parlamento, non doveva però comportarsi in modo
parlamentare nella strada. Se si pensava seriamente a una dimostrazione
pacifica, era però sciocco non prevedere che essa sarebbe stata accolta in modo
bellicoso. Se si prevedeva una vera battaglia, era strano deporre le armi con
cui la battaglia doveva essere condotta. Ma le minacce rivoluzionarie dei
piccoli borghesi e dei loro rappresentanti democratici sono semplici tentativi
di intimidire l'avversario. E quando si sono cacciati in un vicolo cieco, quando
si sono compromessi a un punto tale che sono costretti a tradurre in atto le
loro minacce, ciò viene fatto in modo equivoco, che non evita altro che i mezzi
adatti allo scopo e cerca avidamente dei pretesti di disfatta. Il rimbombante
preludio che annunciava la battaglia si perde in un debole mormorio non appena
questa dovrebbe incominciare; gli attori cessano di prendersi au sérieux
e l'azione fallisce in modo lamentevole, come un pallone forato con uno spillo.
Nessun partito più del democratico esagera a se stesso i propri mezzi,
nessuno s'inganna con maggior leggerezza circa la situazione. Poiché una parte
dell'esercito le aveva dato i suoi voti, la Montagna era convinta che l'esercito
sarebbe insorto in suo favore. E in che occasione? In un'occasione che, secondo
il modo di vedere delle truppe, non aveva altro senso se non che i rivoluzionari
prendevano partito per i soldati romani contro i soldati francesi. D'altra parte
i ricordi dei giugno 1848 erano ancora troppo freschi, perché non dovesse
esistere una profonda avversione del proletariato contro la Guardia nazionale e
una profonda diffidenza dei capi delle società segrete per i capi democratici.
Perché queste divergenze venissero appianate era necessario che fossero in gioco
dei grandi interessi comuni. La violazione di un astratto paragrafo della
Costituzione non poteva presentare questo intesse. La Costituzione non era stata
violata ripetutamente, secondo quanto confessavano i democratici stessi? I
giornali più popolari non avevano ballato la Costituzione come un ordigno
controrivoluzionario? Ma il democratico, poiché rappresenta la piccola
borghesia, cioè una classe intermedia, in seno alla quale si smussano in
pari tempo gli interessi di due classi, si immagina di essere superiore, in
generale, ai contrasti di classe. I democratici riconoscono di aver davanti a sé
una classe privilegiata, ma essi, con tutto il resto della nazione che li
circonda, costituiscono il popolo. Ciò che essi rappresentano è il
diritto del popolo; ciò che li interessa è l'interesse del popolo.
Essi non hanno dunque bisogno, prima di impegnare una lotta, di saggiare
gli interessi e le posizioni delle diverse classi. Non hanno bisogno di
ponderare troppo accuratamente i propri mezzi. Non hanno che da lanciare il
segnale, perché il popolo, con tutte le sue inesauribili risorse, si scagli
sugli oppressori . Se poi, all'atto pratico, i loro interessi si
rivelano non interessanti e la loro forza un'impotenza, la colpa o è di quegli
sciagurati sofisti che dividono il popolo indivisibile in diversi campi
nemici; o dell'esercito, troppo abbrutito e troppo accecato per comprendere che
i puri scopi della democrazia sono il proprio bene; o di un particolare
dell'esecuzione che ha fatto fallire l'assieme; o di un caso imprevisto che, per
quella volta, ha fatto andare a monte tutto l'affare. Ad ogni modo, il
democratico esce sempre senza macchia dalla più grave sconfitta, come senza
colpa vi è entrato, e ne esce con la rinnovata convinzione che egli deve
vincere, non che egli stesso e il suo partito dovranno cambiare il loro vecchio
modo di vedere, ma, al contrario, che gli avvenimenti, maturando, gli dovranno
venire incontro.
Non ci si deve dunque immaginare che la Montagna, decimata, spezzata,
umiliata dal nuovo regolamento parlamentare, fosse troppa infelice. Se il 13
giugno aveva eliminato i suoi capi, esso aveva però fatto posto a uomini di
second'ordine, che la nuova situazione lusingava. Se la loro impotenza in
Parlamento non poteva più venir messa in dubbio, essi erano dunque in diritto di
limitare la loro attività a scoppi di indignazione morale e declamazioni
rumorose. Se il partito dell'ordine fingeva di vedere in essi, ultimi
rappresentanti .ufficiali della rivoluzione, l'incarnazione di tutti gli orrori
dell'anarchia, essi potevano quindi essere in realtà altrettanto più banali e
moderati. Del 13 giugno essi si consolarono con questa frase profonda: Ma che
non si osi metter mano sul suffragio universale! Allora mostreremo quello che
siamo! Nous verrons.
Quanto ai Montagnardi fuggiti all'estero, basterà osservare qui che
Ledru-Rollin, poiché era riuscito a rovinare senza via di scampo, in appena due
settimane, il potente partito alla testa del quale si trovava, per questo
si credette designato a fondare un governo francese in partibus; che la
sua figura, nella lontananza, fuori del terreno dell'azione, sembrò ingrandirsi,
a misura che il livello della rivoluzione cadeva e le grandezze ufficiali della
Francia ufficiale si facevano più minuscole; che egli poté presentarsi come
pretendente repubblicano per il 1852, e mandare circolari periodiche ai Valacchi
e ad altri popoli, minacciando i despoti del Continente delle gesta sue e dei
suoi alleati. Non aveva del tutto torto Proudhon, quando gridava a questi
signori: "Vous n'étes que des blagueurs"?
Il 13 giugno il partito dell'ordine non aveva soltanto abbattuto la Montagna;
aveva pure realizzata la subordinazione della Costituzione alle decisioni
della maggioranza dell'Assemblea nazionale. Ed intendeva la repubblica in
questo modo: la borghesia governa nelle forme parlamentari, senza trovare un
limite al suo dominio, come sotto la monarchia, nel veto del potere esecutivo o
nella possibilità che il Parlamento venga sciolto. Tale era la repubblica
parlamentare, come la chiamava Thiers. Ma se la borghesia aveva assicurato
il 13 giugno la propria onnipotenza all'interno dell'edificio parlamentare, non
aveva essa colpito il Parlamento di inguaribile debolezza, agli occhi del potere
esecutivo e del popolo, scacciandone la parte più popolare? Abbandonando
numerosi deputati, senz'altre cerimonie, alle richieste dell'autorità
giudiziaria, essa soppresse la propria immunità parlamentare. Il regolamento
umiliante a cui essa sottopose la Montagna, elevava il presidente della
repubblica nella stessa misura in cui abbassava i singoli rappresentanti del
popolo. Bollando come anarchica e sovversiva l'insurrezione in difesa della
Costituzione, la Montagna interdiceva a se stessa l'appello all'insurrezione nel
caso che il potere esecutivo volesse violare la Costituzione ai suoi danni. E
l'ironia della storia vuole che il generale che aveva bombardato Roma per
incarico di Bonaparte, e in questo modo aveva offerto il pretesto immediato alla
sommossa del 13 giugno, che Oudinot, il 2 dicembre 1851, venga
presentato al popolo dal partito dell'ordine, con insistenza e invano, come
generale della Costituzione contro Bonaparte. Un altro eroe del 13 giugno,
Vieyra, che aveva avuto felicitazioni dall'alto della tribuna dell'Assemblea
nazionale per le brutalità da lui compiute nei locali di giornali democratici, a
capo di una banda di guardie nazionali devote all'alta finanza, questo stesso
Vieyra fu iniziato alla congiura di Bonaparte e contribuì efficacemente a
privare l'Assemblea nazionale, nell'ora della sua morte, di ogni appoggio della
Guardia nazionale.
Il 13 giugno ebbe anche un altro significato. La Montagna aveva voluto
strappare la messa in stato d'accusa di Bonaparte. La sua sconfitta fu quindi
una vittoria diretta di Bonaparte, un suo trionfo personale sui suoi nemici
democratici. Il partito dell'ordine combatté per ottenere la vittoria; Bonaparte
non ebbe che da riscuoterla. E' ciò ch'egli fece. Il 14 giugno si poté leggere
sul muri di Parigi un proclama in cui il presidente, come se la cosa non d
pendesse da lui, suo malgrado, costretto dalla pura forza degli avvenimenti,
usciva dal suo isolamento claustrale, si doleva, come virtù misconosciuta, delle
calunnie dei suoi avversari, e mentre sembrava identificare la sua persona con
la causa dell'ordine, identificava invece la causa dell'ordine con la sua
persona. Inoltre, se l'Assemblea ,nazionale aveva ratificato, sebbene con
ritardo, la spedizione contro Roma, l'iniziativa era stata presa da Bonaparte.
Dopo aver di nuovo insediato in Vaticano il sommo sacerdote Samuele, egli
poteva sperare di insediare se stesso, come re Davide, nelle Tuileries. Aveva
conquistato i preti.
La sommossa del 13 giugno si limitò, come abbiamo visto, a una dimostrazione
pacifica di strada. Non vi erano dunque stati allori guerrieri da conquistare
contro di essa. Ciò non pertanto, in questo periodo povero di eroi e di
avvenimenti, il partito dell'ordine trasformò questa battaglia senza spargimento
di sangue in una seconda Austerlitz. La tribuna e la stampa celebrarono
l'esercito come la potenza dell'ordine, in opposizione alle masse popolari
rappresentanti l'impotenza dell'anarchia, e glorificarono Changarnier come il
"baluardo della società". Mistificazione alla quale finì per credere egli
stesso. Ma i corpi che sembravano di dubbia fedeltà venivano intanto allontanati
da Parigi alla chetichella; i reggimenti nei quali le elezioni avevano dato i
risultati più democratici venivano deportati dalla Francia in Algeria; le teste
calde fra la truppa inviate alle compagnie di disciplina; e infine, la stampa
veniva bandita sistematicamente dalla caserma e la caserma isolata dalla società
civile.
Siamo arrivati alla svolta decisiva nella storia della Guardia nazionale
francese. Nel 1830 essa aveva deciso della caduta della Restaurazione. Sotto
Luigi Filippo tutte le sommosse in cui la Guardia nazionale si era messa dalla
parte dell'esercito erano fallite. Quando nelle giornate di febbraio del 1848
essa aveva avuto un atteggiamento di passività verso l'insurrezione, ed equivoco
verso Luigi Filippo, questi si era considerato perduto, e lo era. In questo modo
si era radicata la convinzione che la rivoluzione non poteva vincere senza
la Guardia nazionale e che l'esercito non poteva vincere contro di
essa. Si manifestava così la fede superstiziosa dell'esercito nell'onnipotenza
dei borghesi. Le giornate del giugno 1848, in cui l'intiera Guardia nazionale,
insieme con le truppe di linea, aveva schiacciato l'insurrezione, aveva
rafforzato la superstizione. Dopo l'andata al potere di Bonaparte la
posizione della Guardia nazionale era però stata indebolita, in
conseguenza del fatto che, contrariamente alla Costituzione, il suo comando era
stato riunito, nella persona di Changarnier, al comando della prima divisione
militare.
Come il comando della Guardia nazionale appariva qui come un attributo del
comandante militare supremo, così la Guardia nazionale stessa appariva soltanto
come un'appendice delle truppe di linea. Il 13 giugno, infine, essa venne
spezzata, e non soltanto in conseguenza dei suo scioglimento parziale, che da
quel momento si ripeté periodicamente in tutti i punti della Francia e non ne
lasciò sussistere che i frantumi. La dimostrazione dei 13 giugno era stata
anzitutto una dimostrazione delle guardie nazionali democratiche. E’ vero che
esse avevano opposto all'esercito non le loro armi, ma le loro uniformi; ma
proprio in quell'uniforme stava il talismano. L'esercito si convinse che
quell'uniforme era uno straccio di lana come tutti gli altri. L'incanto era
rotto. Nelle giornate di giugno 1848 borghesia e piccola borghesia, come Guardia
nazionale, si erano unite con l'esercito contro il proletariato; il 13 giugno
1849 la borghesia fece disperdere dall'esercito la Guardia nazionale
piccolo-borghese; il 2 dicembre 1851 scomparve anche la Guardia nazionale della
borghesia, e Bonaparte, quando più tardi ne firmò il decreto di scioglimento,
non fece altro che prender atto del fatto compiuto. Così la borghesia aveva
spezzato essa stessa la sua ultima arma contro l'esercito, e l'aveva dovuta
spezzare a partire dal momento in cui la piccola borghesia, invece di continuare
ad essere sottomessa come un vassallo, si era levata contro di essa in
atteggiamento di ribelle. Allo stesso modo la borghesia, dal momento che essa
stessa era diventata assolutista, doveva spezzare con le proprie mani, in
generale, tutti i suoi mezzi di difesa contro l'assolutismo.
Frattanto il partito dell'ordine celebrava la riconquista di un potere che
sembrava aver perduto nel 1848 solo per ritrovarlo nel 1849 liberato da tutte le
pastoie, e lo celebrava con invettive contro la Repubblica e contro la
Costituzione, maledicendo tutte le rivoluzioni passate, presenti e future,
compresa quella che era stata fatta dai suoi propri capi, e promulgando leggi
che imbavagliavano la stampa, sopprimevano il diritto di associazione e facevano
della stato d'assedio un'istituzione organica di governo. L'Assemblea nazionale
si aggiornò quindi dalla metà di agosto alla metà di ottobre, dopo aver
nominato, per il periodo delle sue vacanze, una commissione permanente. Durante
queste ferie i legittimisti intrigarono a Ems, gli orleanisti a Claremont,
Bonaparte facendo dei viaggi principeschi, e i consigli dipartimentali
discutendo della revisione della Costituzione, fatti che si riproducono
regolarmente nel periodi di vacanza dell'Assemblea nazionale e di cui mi
occuperò quando assumeranno il valore di avvenimenti. Per ora basti notare che
l'Assemblea nazionale agiva poco politicamente disparendo dalla scena durante
periodi di tempo abbastanza lunghi e lasciando che si vedesse a capo della
repubblica una sola figura, fosse pure meschina, quella di Luigi Bonaparte e ciò
mentre il partito dell'ordine, con scandalo dei pubblico, si divideva nei suoi
differenti elementi monarchici e si abbandonava alle proprie contrastanti
velleità di restaurazione. Ogniqualvolta, durante queste vacanze, i rumori
assordanti del Parlamento si estinguevano, e il suo corpo si dissolvevi nella
nazione, appariva in modo incontrovertibile che mancava ormai soltanto una cosa
per rendere completa la vera immagine di questa repubblica: rendere permanenti
le vacanze del Parlamento e sostituire al motto della repubblica: Liberté,
égalité, fraternité, le parole di significato non equivoco: Fanteria,
cavalleria, artiglieria.
IV
A metà ottobre 1849 l'Assemblea nazionale tornò a riunirsi. Il I
novembre Bonaparte li sorprese con un messaggio in cui annunciava il
licenziamento del ministero Barrot-Falloix e la formazione di un nuovo
ministero. Mai servitori furono messi alla porta con meno cerimonie di quello
che Bonaparte fece coi suoi ministri. I calci destinati all'Assemblea nazionale
li ricevettero per il momento Barrot e compagni.
Il ministero Barrot, come abbiamo visto, era composto di legittimisti e di
orleanisti; era un ministero del partito dell'ordine. Bonaparte ne aveva avuto
bisogno per sciogliere la Costituente repubblicana, intraprendere la spedizione
contro Roma e spezzare il partito democratico. Egli si era apparentemente
eclissato dietro questo ministero, aveva affidato il potere governativo al
partito dell'ordine e s'era messo la maschera modesta che portavano sotto Luigi
Filippo i gerenti responsabili dei giornali, la maschera dell'homme de paille.
Ora egli si liberava di un travestimento che non era più il velo leggero
dietro al quale egli potesse nascondere il suo viso, ma una maschera di ferro
che gli impediva di mostrare la sua vera fisionomia. Aveva insediato al potere
il ministero Barrot per disciogliere, in nome del partito dell'ordine,
l'Assemblea nazionale repubblicana; lo licenziava per dimostrare che il suo
proprio nome non dipendeva dall'Assemblea nazionale del partito dell'ordine.
I pretesti plausibili per questo licenziamento non mancano. Il ministero
Barrot aveva trascurato persino le convenienze che avrebbero dovuto far apparire
il Presidente della repubblica come un potere accanto all'Assemblea nazionale.
Durante le vacanze dell'Assemblea, Bonaparte aveva pubblicato una lettera a
Edgar Ney, in cui sembrava disapprovasse la condotta illiberale del Papa, allo
stesso modo che, in contrasto con la Costituente, aveva pubblicato una lettera
in cui elogiava Oudinot per il suo attacco alla repubblica romana. Quando
l'Assemblea nazionale aveva votato i crediti per la spedizione romana, Victor
Hugo, per sedicente liberalismo, aveva messo in discussione quella lettera. Il
partito dell'ordine aveva soffocato, con interruzioni sprezzantemente incredule,
la trovata consistente nell'attribuire alle uscite di Bonaparte un qualsiasi
valore politico. Nessuno dei ministri aveva raccolto il guanto per lui. In
un'altra occasione Barrot, con la sua ben conosciuta enfasi, aveva lasciato
cadere dalla tribuna parole di sdegno a proposito degli "abominevoli intrighi"
che secondo lui si tramavano negli ambienti che circondavano più da vicino il
presidente. Infine il ministero, mentre otteneva dall'Assemblea nazionale una
pensione per la duchessa d'Orléans, respingeva ogni proposta di aumento della
lista civile del presidente. E in Bonaparte il pretendente imperiale si
confondeva così intimamente col cavaliere d'industria in rovina, che la sua
unica grande idea, di essere chiamato a restaurare l'Impero, era sempre
integrata dall'altra, che il popolo francese fosse chiamato a pagare i suoi
debiti.
Il ministero Barrot-Falloux fu il primo e l'ultimo ministero parlamentare
formato da Bonaparte. Il suo licenziamento costituisce quindi una svolta
decisiva. Con esso il partito dell'ordine perdette, per non riconquistarlo mai
più, il controllo sul potere esecutivo, posizione indispensabile per la difesa
del regime parlamentare. Si capisce senz'altro che in un paese come la
Francia, in cui il potere esecutivo ha sotto di sé un esercito di più di mezzo
milione di funzionari, e dispone quindi continuamente, in modo assoluto, di una
massa enorme di interessi e di esistenze; in cui lo Stato, dalle più ampie
manifestazioni della vita fino ai movimenti più insignificanti, dalle sue forme
di esistenza più generali sino alla vita privata, avvolge la società borghese,
la controlla, la regola, la sorveglia e la tiene sotto tutela; in cui questo
corpo di parassiti, grazie alla più straordinaria centralizzazione, acquista una
onnipresenza, una onniscienza, una più rapida capacità di movimento e un'agilità
che trova il suo corrispettivo soltanto nello stato di dipendenza e di impotenza
e nell'incoerenza informe del vero corpo sociale, si capisce che in un paese
simile l'Assemblea nazionale, insieme alla possibilità di disporre dei posti
ministeriali, perdesse ogni influenza reale, a meno che non avesse in pari tempo
semplificato l'amministrazione dello Stato, ridotto il più possibile l'esercito
degli impiegati, in una parola, fatto in modo che la società civile e l'opinione
pubblica si creassero i loro propri organi, indipendenti dal potere governativo.
Ma l'interesse materiale della borghesia francese è precisamente legato nel modo
più stretto al mantenimento di quella grande e ramificata macchina statale. Qui
essa mette a posto la sua popolazione superflua; qui essa completa, sotto forma
di stipendi statali, ciò che non può incassare sotto forma di profitti.
interessi, rendite e onorari. D'altra parte il suo interesse politico la
spingeva ad aumentare di giorno in giorno la repressione, cioè i mezzi e il
personale del potere dello Stato. In pari tempo essa doveva condurre una lotta
ininterrotta contro l'opinione pubblica, mutilare e paralizzare per diffidenza
gli organi autonomi del movimento sociale, e dove ciò non le riusciva, amputarli
completamente. Così la borghesia francese era spinta dalla sua stessa situazione
di classe, da un lato, ad annientare le condizioni di esistenza di ogni potere
parlamentare, e quindi anche dei suo proprio, dall'altro lato a rendere
irresistibile il potere esecutivo che le era ostile.
Il nuovo ministero si chiamò ministero d'Hautpoul. Non che il generale d'Hautpoul
vi avesse ottenuto il rango di presidente del consiglio. Insieme con Barrot,
Bonaparte si sbarazzò anche di questa carica che condannava il presidente della
repubblica alla nullità legale di un re costituzionale, ma di un re
costituzionale senza trono e senza corona, senza scettro e senza spada, senza
irresponsabilità, senza il possesso imprescrittibile della più alta dignità
dello Stato, e ciò che era la cosa più fatale, senza lista civile. Il ministero
d'Hautpoul contava un solo parlamentare di grido, l'ebreo Fould, uno
degli uomini più famigerati dell'alta finanza. Gli venne affidato il ministero
delle finanze. Si consultino le quotazioni della borsa di Parigi, e si troverà
che a partire dal I° novembre 1849 i valori salgono e scendono a seconda
che salgono o scendono le azioni di Bonaparte. Mentre così Bonaparte aveva
trovato nella borsa il suo uomo, in pari tempo metteva le mani sulla polizia, e
nominava Carlier prefetto di polizia di Parigi.
Le conseguenze del cambiamento di ministero non potevano però farsi sentire
che durante il corso degli avvenimenti. Per il momento Bonaparte non aveva fatto
un passo avanti che per esser respinto indietro in modo più evidente. Il suo
brutale messaggio fu seguito dalla più servile dichiarazione di sottomissione
all'Assemblea nazionale. Ogni volta che i ministri facevano il timido tentativo
di presentare le sue bizzarrie personali sotto forma di progetti di legge, si
aveva l'impressione che essi adempissero, contro la loro volontà, costretti
dalla loro situazione, a incarichi comici, del cui insuccesso erano convinti in
precedenza. Ogni volta che Bonaparte, all'insaputa dei ministri, divulgava le
sue intenzioni e faceva sfoggio delle sue "idées napoléoniennes", i suoi
propri ministri lo sconfessavano dall'alto della tribuna dell'Assemblea
nazionale. Sembrava che le sue velleità di usurpazione non si manifestassero per
altro scopo che quello di dare alimento alle maligne risate dei suoi avversari.
Si dava le arie di un genio incompreso, considerato da tutti come uno sciocco.
Mai come durante questo periodo era stato oggetto del disprezzo cosi generale di
tutte le classi. Mai la borghesia aveva dominato in modo più assoluto; mai essa
aveva ostentato con maggior vanagloria le insegne del potere.
Non è mio compito fare qui la storia della sua attività legislativa, che
durante questo periodo si riassume in due leggi: nella legge che ristabilisce
l'imposta sul vino e nella legge sull'insegnamento che abolisce la miscredenza.
Se si rendeva più difficile ai francesi bere vino, in cambio si largiva loro con
tanto maggiore generosità l'acqua della vera vita. Se la borghesia, con la legge
dell'imposta sul vino, dichiarava intangibile il vecchio odioso sistema fiscale
francese, con la legge sull'istruzione cercava di mantenere nelle masse il
vecchio stato d'animo che glielo rendeva sopportabile. Ci si è meravigliati di
vedere gli orleanisti, i liberali borghesi, questi vecchi apostoli del
volterianismo e della filosofia eclettica, confidare la direzione dello spirito
francese ai loro nemici ereditari, i gesuiti. Ma se orleanisti e legittimisti
potevano combattersi a proposito del pretendente al trono, essi comprendevano
che il loro dominio comune imponeva l'unificazione dei mezzi di oppressione di
due epoche, che i mezzi di asservimento della monarchia di luglio dovevano
essere completati e rafforzati con quelli della Restaurazione.
I contadini, delusi in tutte le loro speranze, più che mai schiacciati, da un
lato dal basso prezzo dei cereali, dall'altro lato dal peso crescente delle
imposte e del debito ipotecario incominciavano ad agitarsi nei dipartimenti. Si
rispose loro dando la caccia al maestri di scuola, che furono sottomessi agli
ecclesiastici; dando la caccia ai sindaci, che furono sottoposti ai prefetti; e
instaurando un sistema di spionaggio cui tutti vennero assoggettati. A Parigi e
nelle grandi città la reazione assume la fisionomia della sua epoca e, anziché
abbattere, provoca. Nelle campagne essa diventa volgare, grossolana, gretta.
fastidiosa, molesta, in una parola, diventa gendarme. Si comprende come tre anni
di regime del gendarme, consacrato dal regime dei preti, dovessero demoralizzare
delle masse immature.
Per quanto grande fosse la somma di passione e di retorica che il partito
dell'ordine poteva lanciare contro la minoranza dall'alto della tribuna
parlamentare, i suoi discorsi rimanevano monosillabici, come quelli del
cristiano, le cui parole debbono essere: Sí, sí; no, no! Monosillabici alla
tribuna come nella stampi. Insipidi come un indovinello di cui si conosce in
anticipo la soluzione. Che si trattasse del diritto di petizione o dell'imposta
sul vino, della libertà di stampa o della libertà di commercio, dei clubs
o della costituzione municipale, della difesa della libertà personale o del
regolamento del bilancio, si ritorna sempre alla parola d'ordine, il tema rimane
sempre lo stesso, la sentenza è sempre pronta ed è invariabilmente la stessi : "socialismo!".
Socialista viene dichiarato persino il liberalismo borghese, socialista
li cultura borghese, socialista la riforma finanziaria borghese. Era socialista
costruire una ferrovia dove già esisteva un canale, ed era socialista difendersi
col bastone, quando si era assaliti con una spada.
Né ciò era un semplice modo di parlare, una moda, una tattica di partito. La
borghesia vedeva giustamente che tutte le armi da lei forgiate contro il
feudalesimo volgevano la punta contro di lei, che tutti i mezzi di istruzione da
lei escogitati insorgevano contro la sua propria civiltà, che tutti gli dèi da
lei creati l'abbandonavano Essa capiva che tutte le cosiddette libertà e
istituzioni progressive borghesi attaccavano e minacciavano il suo dominio di
classe tanto nella sua base sociale quanto nella sua sommità politica; erano
cioè diventate "socialiste". In questa minaccia e in questo attacco essa vedeva
il segreto del socialismo, di cui giudicava il con ragione il senso e la
tendenza meglio di quanto non sappia giudicarsi il socialismo stesso; il quale
non può capire perché la borghesia gli sia così inesorabilmente inaccessibile,
sia che egli gema flebilmente sulle miserie dell'umanità, o annunci da buon
cristiano l'avvento del regno millenario e la fratellanza universale, o
umanisticamente fantastichi di spirito, cultura e libertà, oppure si faccia
dottrinario e inventi un sistema di conciliazione e di prosperità per tutte le
classi. Ma ciò che la borghesia non comprendeva era la conseguenza che il suo
proprio regime parlamentare, e in generale il suo dominio politico
dovevano anche essi sottostare alla generale sentenza di condanna come
socialisti. Sino a che il dominio della borghesia non si fosse organizzato
completamente, non avesse acquistato a sua espressione politica pura, anche il
contrasto con le altre classi non poteva presentarsi in modo puro, e dove esso
si presentava, non poteva assumere quel corso pericoloso che trasforma ogni
lotta contro il potere della Stato in uni lotta contro il capitale. Se in ogni
palpito della vita sociale la borghesia vedeva un pericolo per la "calma",
come poteva voler conservare, alla testa della società, il regime della
irrequietezza, il suo proprio regime, il regime parlamentare, questo
regime che, secondo l'espressione di uno dei suoi oratori, vive nella lotta
e per la lotta, Il regime parlamentare vive della discussione: come può proibire
la discussione? Ogni interesse, ogni provvedimento sociale viene trasformato nel
regime parlamentare in idea generale e trattato come idea; come può quindi un
interesse qualsiasi, un provvedimento qualsiasi, elevarsi al di sopra dei
pensiero e imporsi come articolo di fede? La lotta degli oratori alla tribuna
provoca le polemiche violente dei giornali; quel club di discussione che è il
Parlamento viene necessariamente completato dai club di discussione dei salotti
e delle osterie; i rappresentanti che continuamente fanno appello alla opinione
pubblica autorizzano l'opinione pubblica a esprimere la sua vera opinione
mediante petizioni. Il regime parlamentare rimette tutto alla decisione delle
maggioranze: come le grandi maggioranze non dovrebbero voler decidere al di
fuori del Parlamento? Se alla sommità dell'edificio dello Stato si suona il
violino, come non aspettarsi che quelli che stanno in basso si mettano a
ballare?
Tacciando dunque di eresia "socialista" ciò che prima aveva esaltato
come "liberale", la borghesia confessa che il suo proprio interesse le
impone di sottrarsi al pericolo dell'autogoverno; che per mantenere la
calma nel paese deve anzitutto essere ridotto alla calma il suo Parlamento
borghese; che per mantenere intatto il suo potere sociale deve essere spezzato
il suo potere politico; che i singoli borghesi possono continuare a sfruttare le
altre classi e a godere tranquillamente della proprietà, della famiglia, della
religione e dell'ordine soltanto a condizione che la loro classe venga
condannata a essere uno zero politico al pari di tutte le altre classi; che per
salvare la propria borsa essa deve perdere la propria corona, e la spada che la
deve proteggere deve in pari tempi pendere come una spada di Damocle sulla
propria testa.
Nel campo degli interessi generali della borghesia l'Assemblea nazionale si
mostrò tanto improduttiva che, per esempio, le discussioni sulla ferrovia Parigi
-Avignone, iniziatesi nell'inverno 1850, non potevano ancora essere concluse il
2 dicembre 1851. Dove non faceva opera di repressione e di reazione, era colpita
da inguaribile sterilità.
A volte il ministero di Bonaparte prendeva l'iniziativa di leggi nel
senso del partito dell'ordine, a volte esagerava ancora la durezza
nell'applicarle e nell'eseguirle. Bonaparte cercava di conquistarsi una
popolarità con proposte insulse e infantili, cercava di far risaltare la propria
opposizione all'Assemblea nazionale e di accennare ad un potere segreto a cui
solo le circostanze impedivano, momentaneamente, di largire al popolo francese i
suoi tesori nascosti. Perciò egli proponeva di accordare ai sottufficiali un
soprassoldo giornaliero di quattro soldi. Perciò proponeva l'istituzione di una
banca di prestiti d'onore per gli operai. Ricevere denaro in regalo o in
prestito: ecco la prospettiva con la quale egli sperava di adescare le masse.
Regalare e prendere a prestito: a questo si limita la scienza finanziaria dei
sottoproletariato, sia esso nobile o plebeo. A ciò si riducevano le molle che
Bonaparte sapeva mettere in azione. Mai pretendente ha speculato in modo così
volgare sulla volgarità delle masse.
L'Assemblea nazionale si indignò parecchie volte di questi tentativi
manifesti di rendersi popolare alle sue spalle, vedendo crescere il pericolo che
questo avventuriero pungolato dal debiti e non trattenuto da nessuna reputazione
acquisita osasse un colpo disperato. Il disaccordo fra il partiti dell'ordine e
il Presidente aveva preso un carattere minaccioso, quando un avvenimento
inatteso spinse nuovamente quest'ultimo, pentito, nelle braccia del primo.
Alludiamo alle elezioni supplementari del 10 marzo 1850. Queste elezioni
ebbero luogo per occupare i posti vacanti di quei deputati che, dopo il 13
giugno, erano stati imprigionati e mandati in esilio.
Parigi elesse soltanto dei candidati socialdemocratici, e riunì persino la
maggior parte dei voti sul nome di un insorto del giugno 1848, De Flotte. In
questo modo la piccola borghesia di Parigi, alleata del proletariato, si
vendicava per la sua sconfitta del 13 giugno 1849. Sembrava che nel momento del
pericolo essa fosse scomparsa dal teatro della lotta per apparirvi in un momento
più favorevole, con forze più considerevoli e con una parola d'ordine più
audace. Una circostanza parve accrescere il pericolo di questa vittoria
elettorale. L'esercitò votò a Parigi per gli insorti di giugno, contro La Hitte,
un ministro di Bonaparte, e nei dipartimenti votò in maggioranza per i
montagnardi, che anche qui, sebbene non in modo così decisi come a Parigi,
ebbero il sopravvento sui loro avversari.
All'improvviso Bonaparte vide la rivoluzione levarsi di nuovo contro di lui.
Come il 29 gennaio 1849, come il 13 giugno 1849, così il 10 marzo 1850 egli si
eclissò dietro il partito dell'ordine. Si piegò, offrì umilmente le sue scuse,
profferse di nominare qualsiasi ministero, secondo gli ordinasse la maggioranza
parlamentare; giunse persino a implorare i capi di partito orleanisti e
legittimisti, i Thiers, i Berryer, i Broglie, i Molé, in una parola i cosiddetti
burgravi, a prendere in persona il timone dello Stato. Il partito dell'ordine
non seppe sfruttare quest'occasione, che non si sarebbe mai più ripresentata.
Invece di impadronirsi con audacia del potere che gli veniva offerto, non
costrinse neppure Bonaparte a rimettere al potere il ministero licenziato il I°
novembre. Si accontentò di umiliarlo col perdono, e di aggregare al ministero d'Hautpoul
il signor Baroche. Questo Baroche aveva infierito in qualità di pubblico
ministero davanti all'Alta Corte di giustizia di Bourges, una volta contro i
rivoluzionari del 15 maggio, la seconda volta contro i democratici del 13
giugno, ambe le volte per attentato contro l'Assemblea nazionale. Nessuno dei
ministri di Bonaparte contribuì in seguito più di lui a degradare l'Assemblea
nazionale e, dopo il 2 dicembre 1851, lo troviamo ben installato e ben pagato al
posto di vicepresidente del Senato. Aveva sputato nella zuppa dei rivoluzionari,
affinché Bonaparte la mangiasse.
Il partito socialdemocratico, dal canto suo, sembrava non cercasse altro che
pretesti per rimettere in questione la propria vittoria e spezzarne la punta.
Vidal, uno dei nuovi deputati eletti a Parigi, era stato in pari tempo eletto a
Strasburgo. Lo si indusse a rinunciare al seggio di Parigi e ad optare per
Strasburgo. Dunque, invece di dare alla propria vittoria elettorale un carattere
definitivo e così obbligare il partito dell'ordine a disputargliela
immediatamente nel Parlamento; invece di costringere l'avversario alla lotta nel
momento in cui il popolo era pieno di entusiasmo e lo stato d'animo
dell'esercito era favorevole, il partito democratico stancò Parigi, durante i
mesi di marzo e di aprile, con una agitazione elettorale; lasciò che le passioni
popolari eccitate si consumassero in questo nuovo effimero episodio elettorale;
lasciò che l'energia rivoluzionarla si appagasse di successi costituzionali, si
perdesse in piccoli intrighi, in vuote azioni e in movimenti fittizi; lasciò che
la borghesia raccogliesse le sue forze e prendesse le sue precauzioni; lasciò,
infine, che l'importanza delle elezioni di marzo trovasse un commento
sentimentale e che la indeboliva con l'elezione di Eugenio Sue alle elezioni
complementari di aprile. In una parola, trasformò il 10 marzo in un pesce
d'aprile.
La maggioranza parlamentare si rese conto della debolezza del suo avversario.
Poiché Bonaparte le aveva lasciato la direzione e la responsabilità
dell'attacco, i suoi diciassette burgravi elaborarono una nuova legge
elettorale, e il signor Faucher, che aveva reclamato per sé questo onore, venne
incaricato di presentarla. L'8 maggio egli presentò la legge che aboliva il
suffragio universale, imponeva agli elettori l'obbligo di un domicilio di tre
anni nel luogo dell'elezione, e infine faceva dipendere la prova di questo
domicilio, per gli operai, dalla testimonianza dei loro datori di lavoro.
Quanto erano stati rivoluzionari i democratici nelle loro agitazioni e nelle
loro smanie durante la lotta elettorale costituzionale, altrettanto furono
costituzionali, ora che si trattava di dimostrare con le armi alla mano la
serietà di quelle vittorie elettorali, nel predicare l'ordine, una calma
maestosa (calme majestueux), un atteggiamento legale, cioè la cieca
sottomissione al volere della controrivoluzione, che si imponeva come legge.
Durante il dibattito, la Montagna confuse il partito dell'ordine, opponendo alla
passione rivoluzionaria di quest'ultimo l'atteggiamento tranquillo del brav'uomo
che si mantiene sul terreno legale, e schiacciando il partito dell'ordine con
l'accusa terribile di procedere in modo rivoluzionario. Perfino i deputati
allora eletti si sforzarono di dimostrare, con un contegno corretto e
ragionevole, quanto fosse errato accusarli di essere anarchici e presentare la
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